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La Penna degli Altri

13 marzo 1955 – Bruno Conti compie 60 anni

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – Il 13 Marzo del 1955 nasce a Nettuno Bruno Conti “…indimenticabile giocatore di Baseball……”. Così sarebbe potuta cominciare la storia di colui che invece è diventato un’icona giallorossa e dell’intero calcio italiano nel mondo. Non tutti, infatti, sanno che Conti esordì nella serie A di baseball nel 1969 difendendo proprio i colori della sua città natale. Le sue prestazioni attirarono l’attenzione di alcuni emissari californiani del Santa Monica con l’intento di portarlo oltre oceano nei campionati a stelle e strisce. Per fortuna il padre si oppose e permise, fortunatamente, un destino diverso alla carriera del figlio.

Dopo i primi calci dati a un pallone a Nettuno, Conti giocò al Cos di Latina, dove la Roma lo adocchiò una prima volta e gli permise di sostenere un provino. Il giudizio di Helenio Herrera fu impietoso: “bravo tecnicamente, ma con quel fisico certo non potrà mai essere un calciatore..”. Approdò all’Anzio, tra giovanili e prima squadra, quindi un secondo provino alla Roma: a 17 anni entra a far parte dell’organico della Primavera giallorossa insieme a Rocca, Di Bartolomei, Peccenini.
Di lì a poco, il 10 febbraio del 1974, esordì in A (Roma-Torino 0-0), e collezionò nel biennio ‘73/’74 e ‘74/’75 4 presenze in campionato e 3 in Coppa Italia.
Nella stagione 1975/76 venne mandato in prestito in serie B al Genoa, dove incontrò Roberto Pruzzo. Qui disputò una stagione esaltante trovando subito un’intesa innata con il futuro ‘9’ giallorosso e aiutando il Genoa a tornare in serie A. Tra l’altro il bomber di Crocefieschi fu capocannoniere del campionato cadetto.
Quindi il ritorno a Roma per altre 2 stagioni, nelle quali fu inserito in pianta stabile tra i titolari. Da segnalare il Derby del 27 marzo 1977 vinto dalla Roma con un suo tiro al volo da 25 metri con il quale conquistò definitivamente i tifosi romanisti. Tornò in prestito al Genoa proprio per permettere ai giallorossi di assicurarsi le prestazioni di bomber Pruzzo. Un altro anno di praticantato prima di rientrare alla base nella stagione 1979/1980 e non uscire più dal mondo Roma (ad oggi sono la bellezza di 36 anni consecutivi tra campo e scrivania..).
Proprio nella stagione 1979/80 contribuì, riportando a Roma dopo 11 anni la Coppa Italia, a cambiare per sempre il destino suo e della Roma, sdoganando per sempre “La Rometta” verso un posto d’elite sia in ambito nazionale che internazionale.
Infatti, negli anni 80, periodo di massimo splendore per la Roma del presidente Dino Viola, contribuirà a portare nella quasi deserta bacheca di Trigoria, uno scudetto e quattro coppe Italia (in realtà ci fu anche quella del ‘90/’91 ma Conti non scese mai in campo).
Il bottino avrebbe potuto essere più corposo dopo essersi guadagnato, insieme ai compagni, il diritto a giocarsi una finale di Coppa dei Campioni davanti il proprio pubblico in quella maledetta, nefasta, disgraziata serata del maggio ’84. Proprio in quella serata si rese protagonista di un fatale errore dal dischetto, dopo aver fornito l’assist del pareggio al solito Pruzzo durante i 90’ regolamentari.
La sua ultima stagione in giallorosso, 1990/91, è abbastanza avara di soddisfazioni e, con Ottavio Bianchi allenatore, passa da 22 presenze totali della stagione precedente ad una sola presenza con il Bordeaux in Coppa Uefa per una manciata di minuti.

È tra i 5 romanisti che hanno vinto il più alto numero di competizioni con la maglia della Roma: uno scudetto e 4 Coppe Italia come Ancelotti, Tancredi e Pruzzo, oltre a Totti che ha vinto uno scudetto, 2 Supercoppe Italiane e 2 Coppe Italia.
Ma il nome di Bruno Conti è legato anche allo splendido successo di Espana 82 con la Nazionale di Bearzot. Fece il suo esordio con la maglia azzurra nel 1980, raccogliendo la pesante eredità di Franco Causio e inserendosi prepotentemente nel cosiddetto “Blocco Juve” tipico della Nazionale dell’epoca, ricoprendo il ruolo di titolare per ben 9 anni.
Assoluto protagonista nella spedizione Mundial dell’82 tanto da guadagnarsi il soprannome di “MaraZico”. Nel girone di qualificazione segnò anche contro il Perù con un tiro da fuori area con il piede destro, per lui il piede ‘debole’. Partecipò anche alla spedizione dei mondiali in Messico nell’86 e poi chiuse con la Nazionale, giungendo a quota 47 presenze e 5 reti.

Il 23 Maggio del 1991 (in diretta Rai) con “Il Gran Finale” Bruno Conti salutò il calcio giocato di fronte alla sua gente: uno dei momenti più emozionanti della storia giallorossa e non solo. La festa in onore del folletto di Nettuno registra, particolare significativo, più spettatori paganti della finale di Coppa Uefa tra Roma e Inter giocata la sera prima (che la Roma vinse 1-0 ma non bastò per alzare il trofeo, visto il 2-0 dell’andata). Al grido di “Un Bruno Conti, c’è solo un Bruno Conti”, alternato a “Bruno Conti sindaco de Roma“, il numero 7 a fine gara e dopo il consueto giro di campo, accompagnato dai figli, si mise in ginocchio sotto la sua Sud (gesto che lo rese famoso dopo i suoi gol) e tirò lo scarpino sinistro, quello del mancino magico, alla sua gente. Quella sera lascia il calcio giocato un pezzo di storia giallorossa. Alla fine si contano, in sedici anni, 401 presenze nelle diverse manifestazioni in cui la Roma è stata impegnata e 47 gol. Ma soprattutto sono indelebili le sue corse con i capelli al vento, i suoi repentini dribbling e cambi improvvisi e geniali di direzione che ubriacavano gli avversari di turno, le sue gesta funamboliche e il suo modo di giocare con il pallone “come fa un gatto con il gomitolo” (Cit. Gianni Brera).
Dopo il suo ritiro dal campo non ha mai abbandonato la causa giallorossa, ricoprendo più ruoli nell’ambito del settore giovanile. È stato anche allenatore della prima squadra dal 14 marzo sino al 30 giugno 2005, a seguito delle dimissioni di Luigi Delneri, portando la Roma in finale di Coppa Italia e conquistando il diritto a disputare la Coppa UEFA.

Altra curiosità: Bruno Conti è l’unico giocatore nella storia della Roma, che ha visto vestire la maglia della Roma anche ai suoi due figli, Daniele ed Andrea.

Scontato il suo inserimento nell’11 titolare della Hall of Fame ufficiale dell’AS Roma e tra le ‘bandiere’ nell’ultima coreografia del recente derby di gennaio in cui giganteggiava anche la sua immagine con l’enorme didascalia: “Figli di Roma, capitani e bandiere, questo è il mio vanto che non potrai mai avere”.

Buon compleanno BrunoConti!

 

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Monza, omaggio a Gigi Radice: un eroe dimenticato

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ILGIORNO.IT (Dario Crippa) – Il mondo del calcio, il suo mondo, lo ha dimenticato. E non solo perché a 83 anni è ricoverato in una clinica dalla sua Monza e il morbo di Alzheimer ha ormai da tempo divorato la sua mente. C’è anche un’altra ragione: ed è che Gigi Radice è sempre stato un uomo scomodo. Incapace di compromessi. Senza infingimenti. In un mondo del calcio sempre più viscido e scivoloso (copyright Romano Cazzaniga, suo storico vice allenatore) aveva litigato con tutti o quasi i dirigenti che aveva incrociato. E che spesso lo hanno tradito.

È anche per rendere merito al profeta del calcio totale all’italiana (lo importò lui nell’asfittica “palla lunga e pedalare” in salsa nostrana) che gli hanno dedicato finalmente un libro, “Gigi Radice-Il calciatore, l’allenatore, l’uomo dagli occhi di ghiaccio”, Priuli & Verlucca Editore), che è stato presentato giovedì mattina alloSporting Club di Monza davanti ad alcuni dei suoi amici e affetti più cari. E non è un caso che ci fosse mezza Brianza. Come ha ricordato il sindaco Dario Allevi, amico di famiglia, “a Monza ha iniziato la sua carriera da allenatore nel 1966 con una promozione in serie B, qui l’ha chiusa nel 1997 con l’ultima promozione in B della storia biancorosssa”. E qui ha ricevuto l’ultima pedata nel sedere della sua storia, con un esonero doloroso. “Non era social”, ha ironizzato uno dei suoi ragazzi di un tempo, Patrizio Sala da Bellusco, ex centrocampista nel Torino dello Scudetto 1976. “Non era capace di compromessi”, ha chiosato Gino Strippoli, uno dei due autori del libro. “Era un precursore – ha spiegato il giornalista Carlo Pellegatti -, capace di portare il pressing in Italia dieci anni prima di tutti”. Uno di cui – ha precisato l’ex direttore sportivo Giorgio Vitali – Arrigo Sacchi, il rivoluzionario del calcio, “andava a spiare gli allenamenti: faceva il fuorigioco e il riscaldamento prepartita“.

Una mattinata agra e commovente quella di giovedì. Perché la verità è che Gigi Radice, uomo rude e coraggioso, burbero e schietto, era stato già dimenticato da un pezzo. Accantonato come un ferro vecchio. “Perché? Perché è sempre stato controcorrente, incapace di accettare compromessi – ha ribadito Strippoli -: Radice rappresentò una vera innovazione nel calcio italiano. Questo libro è nato dalla rabbia, non volevamo fosse dimenticato e la famiglia Radice ci ha aperto casa”. “Un’operazione di cuore – ha aggiunto Francesco Bramardo, coautore del libro -: un omaggio, un tributo a una persona ancora in vita. Il suo fu un calcio eroico, ma abbiamo voluto raccontare tutto Radice: marito e padre, uomo di sguardi e poche parole”. Un allenatore atipico che amava la cultura, faceva leggere i suoi giocatori “e che arrivò addirittura a istituire una biblioteca nello spogliatoio del suo Torino”.

I momenti più divertenti sono stati affidati ad alcuni dei suoi “ragazzi”. “Nel 1969 fu il primo a imporre il doppio allenamento al mercoledì. Era intransigente” rammenta Romano Cazzaniga da Roncello, che fu prima suo portiere e poi allenatore in seconda. E poi Patrizio Sala: “A 18 anni mi portò al Toro dal Monza. Mi ha fatto salire su quel treno e mi ci ha fatto rimanere per 5 anni. Non era social, era un uomo da campo. Ricordo a Napoli, venivo da una brutta partita a Perugia, e mi disse: “ritorna il ragazzo umile della Brianza”. E ne uscì una grande partita”. Già, la Brianza, terra di cui era imbevuta ogni cellula di Gigi Radice: figlio di operai, cresciuto al Villaggio Snia di Cesano Maderno prima di metter su casa a Monza con la sua Nerina, conosciuta all’asilo. Brianza nel sangue, come il suo bomber Paolino “Pupi” Pulici, pure lui da Roncello, 172 reti solo in con la maglia granata: “Fra noi c’era un rapporto da brianzoli, prima delle partite ci davamo una testata, diceva che così quello che pensava mi sarebbe entrato in testa più facilmente. Tante volte con Gigi si discuteva in allenamento, ma poi mi diceva: ‘Fa’ quello che ti pare, basta che poi la butti dentro'”. Da giocatore, Radice era una promessa: corretto, combattivo, leale, al Milan vinse scudetto e Coppa dei Campioni, ma un infortunio gli spezzò menisco e carriera. Filippo Galli da Villasanta, grande difensore del Milan di Sacchi, lo incrociò quando era ancora un ragazzino della Primavera: “Radice allenava il Milan e con lui feci il primo ritiro della mia vita con la prima squadra. E mi fece esordire in Germania in un’amichevole. Mi ha trasmesso la meritocrazia… e poi mio papà era tifoso del Toro!”. E poi tanta commozione, in mezzo ai filmati d’epoca e alle parole della famiglia Radice. La moglie Nerina Giussani: “Non sapeva cucinare, ma è stato un bravo marito e un bravo padre”, le figlie Betty e Cristina, il figlio più piccolo Ruggero, discreta carriera da calciatore: “Papà è qui a 300 metri e spero che gli arrivi almeno un po’ di questa energia”. Commozione e lacrime. Sipario

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Il “cameriere” di Wembley…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Molti tifosi di calcio (basta guardare gli ascolti televisivi) oggi snobbano la Nazionale. Che lo facciano i tifosi, oramai televisivamente bombardati di calcio per 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana ci sta. Ma che quella maglia azzurra abbia perso gran parte del suo reale significato anche tra i giocatori, no. Una volta, indossare la maglia della Nazionale significava realizzare un sogno, ma era anche un riscatto sociale e una rivalsa verso chi, all’estero, ci considerava solo dei mafiosi o dei fanulloni, degli emigrati che potevano essere utilizzati solo come manovalanza a basso costo da spedire nelle miniere di carbone in Germania, in Belgio e in Galles, oppure per fare i lavori più umili nelle cucine dei ristoranti o, al massimo, per fare i camerieri. E alcuni di quei giocatori che indossavano la maglia della Nazionale negli anni Sessanta/Settanta, erano figli di emigrati o a loro volta erano stati degli emigrati. Primo fra tutti, Giorgio Chinaglia.

Anche se è nato come succede solo nelle favole, il rapporto di Giorgio Chinaglia con la maglia azzurra è stato un rapporto difficile, tormentato, durato appena tre anni e finito come nel peggiore degli incubi. Ma è stato caratterizzato da un’impresa entrata nella storia del calcio italiano, da una notte degna di un racconto fiabesco e da un’impresa che solo a ricordarla mette i brividi. Teatro di quella favola, lo stadio di Wembley, il tempio del calcio mondiale.

Emigrato in Galles da bambino con tutta la famiglia, come decine e decine di migliaia di italiani che dopo la Guerra lasciavano il paese in cerca di lavoro e di fortuna, Giorgio ha vissuto storie tipiche di quegli anni e vissute da migliaia di “paisà”. Sì,perché quello era il nomignolo dato agli italiani che sbarcavano negli Stati Uniti, in Germania o nel Regno Unito, il nomignolo usato in senso dispregiativo affibbiato a gente costretta a fare lavori a volte umilianti proprio perché era di origine italiana. Come ho scritto prima, uomini che morivano nei pozzi delle miniere di carbone, donne che facevano le pulizie, ma anche bambini usati come sguatteri. Giorgio compreso…

“La mia non è stata un’infanzia facile. A Cardiff pioveva sempre e io odiavo la pioggia, perché inzuppava quella suola di cartone che mettevo nelle scarpe per coprire i buchi che si aprivano in quella di cuoio correndo per inseguire un pallone. C’erano pochi soldi a casa, quindi mi dovevo arrangiare. A Cardiff mi allenavo dopo pranzo, nel pomeriggio facevo le pulizie allo stadio e pulivo anche le scarpe dei giocatori della prima squadra, inchinandomi a raccogliere qualche moneta di mancia che mi lanciavano sul pavimento sporco dello spogliatoio, perché ero italiano. E proprio perché italiano, anche se ero grosso e mi hanno subito dirottato verso il rugby, alla fine ho scelto il calcio. Perché tirar frustrate a quel pallone rotondo mi creava un dolce turbamento, specie quando il pallone finiva in fondo alla rete. E ogni gol era una sorta di rivincita contro il destino che mi aveva fatto finire lì”.

In Galles Giorgio ha giocato con la maglia del Cardiff City e poi in Serie B inglese con quella dello Swansea, ma dopo appena 5 presenze e un gol segnato, all’età di 19 anni  il presidente dello Swansea, Glen Davies,  lo boccia e gli regala il cartellino, dicendo a Mario Chinaglia: “Suo figlio non è portato per giocare a calcio e non diventerà mai un professionista”.

A quel punto, Giorgio ha due sole possibilità: smettere di giocare e dedicarsi al ristorante aperto dal padre in Galles con i soldi guadagnati lavorando in miniera, oppure fare l’emigrante al contrario e tornare in Italia per provare a sfondare. Sceglie la strada del ritorno a casa e trova un ingaggio nella squadra rivale della città in cui è nato: lui è di Carrara, la terra del marmo, ma va a giocare nella Massese in Serie C per circa 250.000 lire al mese. Da allora, la scalata è rapida. Prima Napoli e subito dopo Lazio, portato a Roma da Juan Carlos Lorenzo. Esordio in Serie A nel 1969 e 12 gol segnati nella prima stagione laziale. Nel 1972, grazie a Tommaso Maestrelli che lo trasforma in un attaccante moderno, da capocannoniere di Serie B Giorgio fa l’esordio in Nazionale e l’inizio della storia sembra la trama di una fiaba. A Sofia, il 21 giugno del 1972, alla fine del primo tempo chiuso con l’Italia sotto per 1-0, Valcareggi decide di buttare Giorgio nella mischia al posto di Anastasi. E lui fa subito il Chinaglia. Passano appena 5 minuti e Long John segna il gol del pareggio. Prima di lui, solo una volta un giocatore di Serie B ha indossato la maglia azzurra ma nessuno, arrivando dal campionato cadetto, ha segnato all’esordio. E Chinaglia fa molto di più, perché dopo il gol alla Bulgaria si ripete il 20 settembre all’Olimpico contro la Jugoslavia e il 7 ottobre contro il Lussemburgo. Era dai tempi di Silvio Piola che un giocatore della Lazio non segnava un gol con la maglia azzurra, Chinaglia da esordiente ne segna tre nelle prime tre partite, impresa mai riuscita a nessuno in passato. Ma il vero appuntamento con la storia è quello del 14 novembre del 1973.

A giugno del 1973, in occasione dei festeggiamenti per i 75 anni della Federcalcio, l’Italia ha affrontato e battuto nel giro di appena tre giorni il Brasile Campione del Mondo all’Olimpico e l’Inghilterra a Torino: sempre per 2-0, con Giorgio relegato a indossare i panni del comprimario. Il 14 novembre l’Italia è attesa a Wembley dagli inglesi per la rivincita. E l’attesa per quella partita è enorme. Zoff non subisce gol da nove partite e l’atmosfera è incandescente, perché dopo i fatti di Lazio-Ipswich, gli incidenti in campo e la rissa tra giocatori che ha portato alla squalifica della Lazio da tutte le competizioni europee, i giornali inglesi alla vigilia della partita ci massacrano. Ci danno degli animali e, commentando la presenza sugli spalti di Wembley di migliaia di tifosi italiani e di Chinaglia in campo, alcuni tabloid titolano così per presentare quella sfida: “30.000 camerieri a tifare Italia”.

Giorgio, che emigrante lo è stato sul serio e non ha dimenticato certe umiliazioni subite, con quella maglia azzurra e il 9 cucito sulle spalle gioca la partita della vita. Per lui, per Tommaso e, soprattutto, per quelle migliaia di italiani sugli spalti, quei “paisà” che quando urlano a squarciagola “Italia, Italia” vengono sommersi dai fischi e dagli ululati degli inglesi. Long John si batte come un leone, lotta su ogni pallone, corre, sbuffa e si mette al servizio della squadra come mai ha fatto in vita sua. Vuole fare gol, ma soprattutto vuole vincere, perché in 75 anni di storia l’Italia non è mai riuscita a battere gli inglesi in Inghilterra. Nonostante l’impegno di Giorgio, la partita sembra destinata a finire sullo 0-0, quando accade l’impensabile, quel tocco di magia che cambia il finale alla storia trasformandola appunto in una favola.

Mancano tre minuti al fischio finale, gli azzurri sono arroccati a difesa della porta con Zoff che para tutto, ma Chinaglia ha ancora la forza per un’ultima carica: incassa la testa tra le spalle, si ingobbisce (come dicevano i tifosi laziali all’epoca…), punta Hughes, lo supera e invece che al centro come fa sempre va sulla destra e da posizione quasi impossibile lascia partite un destro potentissimo che Shilton riesce solo a respingere, ma proprio sui piedi di Fabio Capello che, da pochi metri, mette dentro di piatto destro. Giorgio, pazzo di gioia, corre verso la panchina con le braccia allargate. Invece che andare ad abbracciare Capello, i compagni corrono tutti verso Long John: un mucchio selvaggio vicino alla panchina. A tempo quasi scaduto, Giorgio riceve palla al limite della nostra area, salta un avversario, supera con un pallonetto Hughes ed è avviato solo verso Shilton con metà campo libera davanti, ma l’arbitro portoghese Maques Lobo fischia la fine. In altre occasioni Giorgio sarebbe corso come una furia verso il direttore di gara che gli aveva negato un gol praticamente fatto, invece corre verso la panchina. Lo abbracciano tutti, anche un invasore solitario, seguito a ruota da altre decine di italiani che entrano sul terreno finalmente violato di Wembley per festeggiare un successo storico, sventolando bandiere tricolori e portando in trionfo il “paisà” che ha consentito alla nazionale azzurra di sbancare Wembley e di umiliare gli odiati inglesi, regalando a tutti gli emigrati italiani giorni e settimane di gloria, di rivincita.

In questo filmato, c’è la sintesi dell’incontro e gli ultimi minuti di quell’incredibile partita. Mettete il volume al massimo, ascoltate la voce dei telecronisti e, soprattutto in sottofondo quel grido “Italia, Italia” coperto da fischi e da ululati. E, soprattutto, guardate Giorgio, il ”cameriere” che serve a Capello il pallone della storica vittoria…

https://www.youtube.com/watch?v=I19AbYY75YI

Giorgio, al rientro in Italia viene accolto come un eroe, rubando la scena anche a Capello che ha segnato il gol che ha fatto la storia. E all’aeroporto viene portato in trionfo. Anni dopo, in un’intervista, rivedendo quella foto che ho usato per questo articolo, quasi con le lacrime agli occhi Giorgio mi confessa: “Quella vittoria a Wembley mi ha regalato una delle più grandi gioie della mia vita. Sicuramente la più bella soddisfazione che mi sono tolto con la maglia azzurra e brividi che non mi ha regalato neanche il primo gol in Nazionale”.

Nata come una favola, la storia di Chinaglia con la Nazionale si chiude come nel peggiore degli incubi allo Stadio Olimpico di Monaco di Baviera, con quel gestaccio a Valcareggi che lo sostituisce al 69’ della sfida con Haiti, con l’Italia in vantaggio per 2-1. È il 15 giugno del 1974, appena 7 mesi e un giorno dopo l’impresa di Wembley. E il rapporto tra Chinaglia e la Nazionale si chiude in pratica lì, nel peggiore dei modi. Ma, a modo suo, Long John è entrato comunque nella storia…

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“Così ho scoperto la tomba del fondatore del Vicenza”

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IL GIORNALE DI VICENZA (Alessandro Lancellotti) – Ventidue anni fa cominciai a fare ricerche storiche sul Vicenza calcio: in questi anni ho ricostruito tutti i tabellini girando per biblioteche ed emeroteche e quindi copiandoli dai giornali dell’epoca. Oltre ai tabellini mi sono sempre interessate le anagrafiche dei calciatori che vestirono la nostra gloriosa maglia, e prendendo i nomi trovati nelle ricerche, ho cercato di ricostruire le carriere e le date di nascita e di morte degli sportivi in maglia biancorossa. Un lavoro certosino e complesso che necessitava anche di conferme. Un metodo infallibile è il reperimento ad esempio della tomba. Spesso mi sono recato al Cimitero Maggiore di Vicenza, dove riposano molti vicentini illustri da Andrea Palladio a Mariano Rumor (per citarne un paio) e dove riposano anche moltissimi calciatori e dirigenti della nostra amata squadra cittadina.

Fino agli anni ’40 la grande maggioranza dei calciatori proveniva dalla città o dalle zone limitrofe. Tre anni fa cominciai ad andare spesso in viale Trieste per effettuare ricerche. La prima lapide che trovai fu quella di Alfonso Santagiuliana: facile da individuare perché sopra la lapide è scolpita una scarpa da calcio. Seguì il ritrovamento delle sepolture di Berto Menti (nella fotoceramica con una R di Lanerossi sul petto). Trovai poi le tombe di Pietro Spinato e Bruno Quaresima: il primo massimo e ineguagliato cannoniere del Vicenza, il secondo prolifico attaccante degli anni ‘30 e ‘40. Trovai anche moltissime altre sepolture: Carta, Ronzani, Bedendo per dire il nome di alcuni calciatori. Questi ultimi tutti nella parte nuova del cimitero maggiore di Vicenza.

Lo scorso 2 novembre in occasione della commemorazione dei defunti, recandomi in cimitero nella parte vecchia mi sono addentrato in una sala buia sulla destra dedicata ai loculi dei Caduti. E sorpresa: davanti al monumento delle vittime dei bombardamenti del Secondo conflitto mondiale, trovai una sepoltura fondamentale per la tifoseria. In questa sala poco illuminata (sospettando la mancanza di luce ho portato con me una torcia) dove le sepolture partono da metà del 1800, tra garibaldini e militi della Grande Guerra, ecco la sorpresa: a metà della sala lessi il nome Tito Buy: è lui il padre del Vicenza calcio. Questa illustre figura era una persona di spicco dell’epoca della Vicenza dei primi del ‘900, come racconta la scrittrice Anna Belloni nel suo libro “Le due divise”: fu il Preside dell’Istituto Commerciale ora Ambrogio Fusinieri. In gioventù garibaldino e anche poeta: partecipò con l’eroe dei due mondi alle battaglie di Bezzecca nel 1866 (dove fu decorato con la medaglia di Bronzo da Garibaldi in persona) e anche alle battaglie di Mentana e dell’Agro Romano. Dopo essere stato soldato volontario in camicia rossa e aver finito la sua carriera militare, arrivò in città per svolgere la professione d’insegnante. Era originario di San Secondo Parmense piccolo paese in provincia di Parma. Legò la sua vita alla città del Palladio e rimase direttore dell’istituto tecnico fino al 1921.

Negli anni dell’insegnamento conobbe il professor Antonio Libero Scarpa, insegnante di educazione fisica presso la palestra Umberto I. Grazie a Buy e Scarpa prese il via lo sport del pallone anche a Vicenza. Queste le cronache nei giornali dell’epoca. Il giornale “La provincia di Vicenza” annunciava, che in data 9 marzo 1902 ci sarebbe stata un’assemblea tra i soci alle ore 11, presso la Palestra di Santa Caterina. L’assemblea aveva come obiettivo quello di formare l’associazione del calcio in Vicenza. Due giorni dopo la stessa testata riportava le seguenti frasi: “Ieri nella palestra di Santa Caterina davanti a circa cento soci è stato redatto lo statuto dell’associazione del calcio in Vicenza Acv, il tutto presieduto dal Dottor Tito Buy”. Gli altri soci erano altri personaggi di spicco della Vicenza del primo ‘900: tra loro Lampertico, il senatore Fogazzaro, il commendator Paolo Lioy, il dottor Morello, il cavalier Orefice e vice presidente del consesso era il professor Antonio Libero Scarpa.

In quello statuto del Vicenza c’era scritto: “E stata fondata l’Associazione del Calcio in Vicenza dai colori sociali granata e bianco”, poi diventati bianco e rosso come il gonfalone cittadino, e una cronaca della “Educazione fisica” riportava queste parole: “Dopo Milano, Genova e Torino questa è la prima associazione del Calcio fondata in una città secondaria in Italia”. Il calcio aveva unito due uomini, due sportivi, che grazie alla loro passione diedero vita ad una realtà calcistica destinata a diventare orgoglio e gioia per tutti i cittadini berici. Tito Buy morì nel 1923: tutta la città di Vicenza accorse al suo funerale. Le sue spoglie riposano nella parte vecchia del Cimitero Maggiore e sulla sua lapide ci sono scolpite delle parole che ricordano la sua vita.

Da “Il Giornale di Vicenza” del 16 novembre 2018

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