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La Penna degli Altri

21 aprile 1955 – Nasce Toninho Cerezo

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – Il 21 Aprile del 1955 nasce a Belo Horizonte Antônio Carlos Cerezo, ai più conosciuto come Toninho Cerezo, ai romanisti conosciuto anche come “Er Tappetaro”. Si badi bene come questo appellativo, a prima vista irrispettoso, è classico di un’ironia tutta romanesca che ha la necessità di etichettare chiunque e qualsiasi cosa. Nel caso specifico si voleva sottolineare la sua ovvia difficoltà nel parlare italiano tipica degli immigrati che si dedicano al commercio ambulante, il tutto condito da grandi baffi e capelli neri e ricci su una pelle mulatta.

Toninho nasce da una famiglia di circensi che percorrono il Brasile in lungo e in largo. La sua passione però è correre dietro ad un pallone nei campi improvvisati nelle città in cui si viene a trovare e, quando è più fortunato, tra la sabbia di spiagge oceaniche. Notato da uno dei numerosi “talent scout” in giro per il Brasile supera a pieni voti il provino con i bianco-neri dell’Atletico Mineiro. Se si esclude una parentesi nel Nacional di Manaus, trascorre tutto il periodo che va dal 1972 al 1983 proprio vestendo la casacca dell’Atletico. In questo stesso periodo arrivano anche le convocazioni della Selezione VerdeOro e partecipa sia ai mondiali del 1978 in Argentina sia a quelli trionfali per l’Italia nell’82 in Spagna.

Proprio contro l’Italia sfoggia una prestazione straordinaria: sfiora il gol, solo un’uscita di Zoff sui suoi piedi gli toglie la soddisfazione, e nel gol del pareggio momentaneo di Falcao compie un movimento che fa vacillare l’intera difesa Azzurra. In quel momento Cerezo è tra i migliori centrocampisti del mondo e il richiamo del calcio italiano degli anni 80 lo spinge verso la Roma del Presidente Dino Viola che proprio durante il Mundial spagnolo se ne innamora. Il tesseramento non è cosa facile: il presidente Viola deve ingaggiare una lunga battaglia legale con le istituzioni calcistiche per far annullare un provvedimento che ne invalida il tesseramento per superati limiti di tempo per la presentazione dei necessari documenti.

A Roma Toninho trova una città ancora in festa per lo Scudetto e insieme a Falcao il centrocampo della compagine giallorossa suona musica carioca. Stessa musica, ma i due interpreti usano strumenti diversi: uno elegante e sempre a testa alta, sembra sempre accarezzi il pallone, l’altro con i calzini sempre abbassati con l’andatura sgraziata a tratti traballante, da ‘pantera rosa’ (altro appellativo consegnato agli annali). Strumenti diversi ma che suonano all’unisono.

Nella prima stagione l’ex Atletico Mineiro segna 6 reti tra cui quella del pareggio del 2-2 nel derby del Febbraio 1984, il derby di uno degli striscioni più belli “Ciao …’nvidiosi” (con tanto di manina in segno di saluto). La Roma va sotto di due gol, poi accorcia le distanze Di Bartolomei su rigore e infine al 51° un errore di un non noto giocatore avversario “….apriva la strada a Conti e Graziani, il cui cross ispirava Cerezo per un felice tiro-gol” (Cit. Corriere dello Sport del 27/02/1984). Non crediamo che il termine felice utilizzato per definire il tiro di Toninho sia utilizzato a caso anzi, il suo modo di giocare, di partecipare alle azioni, di correre e quelle interviste sempre con il sorriso fanno si che la parola felice sia quanto di più corretto si possa utilizzare quando si parla di lui. Anche quando calcia il pallone verso la porta.

In realtà all’inizio soffre di qualche problema di ambientamento, la classica “saudade”. La Curva se ne accorge e allora nel Febbraio 1984 in occasione di Roma–Sampdoria (quante volte ricorrono i blucerchiati nella vita di Toninho…) prepara una coreografia da libro “Cuore”, uno striscione rosso con lettere gialle: “VAI NESSA TONINHO, A TORCIDA TE DA UNA FORCA !”. E’ l’inizio di una storia d’amore che a distanza di anni ancora resiste.

In Coppa dei Campioni si presenta al suo pubblico con un gol strepitoso, quello del 3 a 0 al Goteborg; dopo aver ricevuto il pallone da Ciccio Graziani lancia Conti e avanza, come a chiedere la chiusura del triangolo, invece lascia passare la palla di ritorno e continua ad avanzare, la palla arriva a Vincenzi che la ripassa a Cerezo, altro velo magistrale di Falcao, ancora un paio di tocchi e la palla è in rete. Azione da manuale del calcio o da Play Station per i più giovani.

Ancora un gol in questa competizione contro la Dinamo Berlino in casa (3-0), sino ad arrivare alla mai troppo stramaledetta finale con il Liverpool dove la sua generosità, in modo particolare nei supplementari, gli presenta il conto servendogli dei crampi che non gli consentono di tirare i calci di rigore.

Dopo la sconfitta-beffa ai rigori in Finale di Coppa Campioni arriva la Finale di Coppa Italia nel giugno 1984. In questa edizione segna una doppietta contro il Padova, il gol vittoria a Reggio Emilia con la Reggiana e una splendida doppietta a Milano con il Milan. Nell’andata della finale a Verona (1-1) Cerezo sigla il gol giallorosso su “un capovolgimento di fronte, Cerezo da una trentina di metri sorprendeva tutti con un gran destro all’incrocio dei pali che freddava Garella, assolutamente impotente di fronte alla prodezza del brasiliano” (Cit. La Stampa 22 Giugno 1984). La Roma vince poi all’Olimpico (1-0) e alzerà finalmente al cielo la Coppa Italia.

La stagione successiva, la seconda di Cerezo in maglia giallorossa, sarà un po’ travagliata per lui ma anche per tutto l’ambiente giallorosso. Non ci sono più né Capitan Di Bartolomei né il Barone Liedholm. Con Eriksson la Roma finisce al settimo posto. Il terzo campionato con la maglia giallorossa, quello dell’85/86 sfumato in casa con il Lecce, si rivela comunque di soddisfazione per Cerezo. Sigla una doppietta contro la Fiorentina all’Olimpico e anche il gol del 3-0 alla Juventus del 16 Marzo 1986, “quello dove Pruzzo se tolse la maglia!”.

Da ricordare i due rigori sbagliati contro l’Inter (uno fuori e uno parato) che non influiscono però sul risultato perché la Roma vince comunque 3-1. Lo stadio, guidato dalla Curva Sud, intona ancora una volta un coro di sostegno incitando il suo nome a gran voce: “Cerezo, Cerezo!”. Le cose belle durano poco si dice e la storia tra la Roma e Cerezo non fa eccezione ma il suo epilogo regala un momento avvincente, un momento da altri tempi. Toninho risponde alla convocazione della Seleçao per gli imminenti mondiali di Mexico ’86. Un infortunio però lo costringe a disertare la manifestazione del Mondiale e si ripresenta nella Capitale per allenarsi e recuperare dall’infortunio. Il 14 Giugno arriva all’Olimpico la Sampdoria per la gara di ritorno della Finale di Coppa Italia, l’andata è finita 2-1 per i blucerchiati. La Roma si presenta con una formazione “riempita” di giovani per l’assenza dei titolari impegnati proprio per i mondiali. Il primo tempo si chiude 1-0 per la Roma con gol su rigore di Desideri. A 5 minuti dalla fine Eriksson decide di farlo entrare, forse solo per la passerella finale ma dopo pochi minuti è 2-0: “….l’Olimpico esplode d’entusiasmo: un preciso cross di Impallomeni viene raccolto di testa da Cerezo che regala una grande soddisfazione alla squadra in cui ha giocato per l’ultima volta, insaccando imparabilmente”(Cit. La Stampa 15/06/1986).

Toninho esulta ormai a torso nudo verso la Sud che incita a gran voce il suo nome facendolo scoppiare in lacrime, un saluto che sentimentalmente non poteva essere più bello. Un saluto ad uomo che aveva scelto il giorno del Natale di Roma per venire al mondo. Da l’addio al calcio giocato nel 1997 a 42 anni passando per le conquiste di due Coppe Italia, una Coppa delle Coppe e lo storico Scudetto del 1991, e annessa Supercoppa, con la Sampdoria.

In Brasile poi vince la Coppa Libertadores nel 1993 e due Coppe Intercontinentali (92 e 93) con il San Paolo. Meno fortunata la sua esperienza da allenatore in giro per il mondo in paesi quali il Brasile, il Giappone, Arabia Saudita e Emirati Arabi.

Toninho in sole tre stagioni conquista il popolo giallorosso, che ancora oggi lo ricorda come uno dei più forti centrocampisti mai visti, tanto da entrare anche in lizza per un posto nella Hall Of Fame, comunque poi non a lui assegnato.

Tanta acqua è passata sotto i ponti della Città Eterna da quando Toninho difendeva il Giallo e il Rosso della nostra maglia, ma ogni volta che si arriva alla fine dell’anno la domanda rimane sempre la stessa: “Secondo te dove lo festeggia il Capodanno Toninho Cerezo?”.

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Lazio-Napoli amarcord: i destini incrociati di Ghio e Abbondanza

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ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Lazio-Napoli, 1970: la squadra di Chiappella, spavalda ed offensiva, schiera Ghio titolare e poi fa entrare Abbondanza

Un Napoli da terzo posto

A rievocarli sembra riecheggiare la storia dei ‘nomi’ portata alla ribalta da Massimo Troisi nel suo “Ricomincio da tre”, uno lungo ed uno corto. Sorridiamo ancora oggi, “Massimiliano” e “Ugo” , uno viene scostumato, l’altro educato. Certo, secondo l’attore napoletano, nella scelta del nome c’è tutta la futura educazione del bambino. Noi ne abbiamo scelto due, quattro lettere uno, dieci l’altro. Non abbiamo notizia se Ghio e Abbondanza siano stati dei bambini bravi o meno ma sappiamo che il loro destino si è intrecciato con il Napoli e la Lazio. Il ‘lungo’, chiameremo così Sandrino Abbondanza, napoletano purosangue come un cavallo di razza e il ‘corto’, ovviamente Gianpiero Ghio dalla provincia di Padova, veneto fino al midollo.

Manca il pacioccone ma questa è storia da filastrocca da Zecchino d’oro. Guarda caso, i bambini di tutta Italia la cantavano nel 1970, un anno cruciale per entrambi i protagonisti del nostro racconto. Anno importante e decisivo per entrambi perché Ghio faceva un altro buon campionato con la Lazio al fianco di Chinaglia e convinceva Ferlaino ad acquistarlo (Manservisi più 80 milioni alla società capitolina) mentre Abbondanza, dopo il prestito al Pisa, si apprestava  a tornare all’ovile. Fu così che entrambi si ritrovarono al Napoli, in ritiro insieme, in una squadra che sfiorò lo scudetto. Terza, furto dell’Inter, Gonella alla go…gna per il suo arbitraggio a San Siro e addio sogni di gloria.

Ghio e Abbondanza nelle figurine Panini

Prima di questo loro ‘appuntamento napoletano’, Ghio aveva giocato nella Lazio nei campionati 1968-69 e 1969-70 mettendo a segno 15 gol in 62 gare. Diverso il destino di Abbondanza che sarebbe stato ceduto ai biancocelesti l’anno dopo quello giocato con Ghio a Napoli. Incroci, fatalità, sorte, ambizioni malcelate, esplosioni ritardate, talento sicuro ma non valutato e sprecato. Questi, riassumendo, gli hashtag della coppia incompiuta.  Ghio, nel suo unico anno napoletano, totalizzò 27 gare e mise a segno 4 reti mentre Abbondanza fu schierato solo 12 volte ed andò in rete due volte. In tutto, la sua carriera nel Napoli racconta che, con l’andirivieni che lo contraddistinse per i prestiti al Monza, alla Lazio e al Pisa, totalizzò 35 presenze e 2 reti. L’esiguità di gol messi a segno dai due è un dato di fatto ma entrambi segnarono nella vittoria del Napoli contro il Verona al Bentegodi il 18 aprile 1971. Ghio col dieci e Abbondanza con l’undici timbrarono la vittoria esterna degli azzurri per 2 a 0.

Lazio-Napoli

Lazio-Napoli del 29 novembre 1970 è una gara molto attesa, gli azzurri sono primi in classifica poiché in 7 gare hanno totalizzato 6 vittorie ed un pari, comandano la classifica con 13 punti. Chiappella schiera la miglior formazione possibile ma è orfano di Juliano, infortunatosi due settimane prime a Vicenza. L’assenza del capitano non stravolge la squadra ma il tecnico di Rogoredo è ‘costretto’ a schierare un quintetto d’attacco con Hamrin, Sormani, Altafini, Ghio ed Improta. In pratica, al di là di un ciuccio di fatica come Bianchi, il Napoli ha bisogno che qualcuno degli attaccanti si sacrifichi un po’ in copertura.

Ghio

Nonostante gli azzurri fossero sbilanciati in avanti, la gara non si sblocca dal risultato di partenza, la Lazio di Chinaglia e Wilson, già leader dello spogliatoio, non vuole abdicare di fronte al pubblico amico. L’ultima mossa disperata di Chiappella è proprio quella di inserire Abbondanza che subentrò, a gara in corso, all’”uccellino svedese” Hamrin cercando qualche colpo che potesse mettere gli avanti azzurri davanti a Sulfaro. Invece la gara rimase in equilibrio ed il Napoli raccolse il secondo pari di quel campionato dopo uno 0 a 0 casalingo col Foggia di Montefusco, Bigon e Re Cecconi. Il Napoli visto all’Olimpico fu lo specchio di quel torneo, la sua anima non mutò anche quando rientrò Juliano dopo l’infortunio. Un coraggio che pagò e portò al terzo posto finale.

Una squadra solida

Un’anima fatta di una difesa solidissima, soltanto 19 le reti subite, che si reggeva su Zoff in porta, mastini come Panzanato e Ripari o Monticolo sulle punte avversarie, un libero attento e propositivo come Zurlini, una diga a centrocampo chiamata Ottavio Bianchi, un cervello pensante come Juliano ed una girandola di attaccanti e mezze punte che giocavano seguendo un principio fondamentale. Giocava chi era più in forma. Per questo i numeri sulle maglie diventarono pura opzione e tra Altafini, Sormani, Ghio, Improta, Abbondanza, Hamrin, perfino Umile,l’attacco era quasi sempre diverso.

Dopo l’esperienza non esaltante di Napoli, Ghio finì all’Inter, la squadra cui aveva segnato un goal al San Paolo nella vittoria per 2 a 1 (Pogliana e Jair gli altri marcatori), consapevole che avrebbe fatto la riserva di Boninsegna. Dopo la sfortunata parentesi interista, la sua carriera sembrò in declino con il passaggio all’Atalanta, al Novara, allo Juniorcasale, al Brescia e alla Cavese dove concluse la carriera. Da coach ha allenato per circa 20 anni senza le dovute fortune girovagando un po’ per l’Italia.

Abbondanza, invece, passò proprio alla Lazio a novembre, in uno scambio con Manservisi, ancora lui. Nella capitale Sandrino contribuì in maniera determinante alla promozione in Serie A con 7 reti in 25 partite. Non era ancora la Lazio dei clan e delle pistole, delle feroci partitelle e degli schieramenti politici. Ma Maestrelli, l’allenatore di quel gruppo, stava già plasmando la squadra che poi porterà allo scudetto nel 1973-74. Infatti l’ossatura dei futuri campioni d’Italia si stava già formando con i vari Oddi, Martini, Wilson, Nanni e Chinaglia. A cui si aggiungevano navigati ed esperti giocatori quali Bandoni in porta (che si alternava con Di Vincenzo ), Papadopulo, Facco e Polentes in difesa; Moschino a centrocampo e Massa in attacco.

Abbondanza nella Lazio

Dopo l’ottimo campionato con i biancocelesti il Napoli lo riprese. Stavolta decise di puntare molte fiche sul giocatore originario di Agnano. considerando l’anemico attacco che si ritrovava nel 1972-73 con Damiani, Mariani e Ferradini. Il ritorno in patria del nostro ‘Nemo’ fu salutato con entusiasmo dal pubblico partenopeo. Che si ritrovò con un centrocampo, prima ed unica volta nella storia degli azzurri, formato da soli giocatori napoletani. San Giovanni a Teduccio, Posillipo, Agnano e Torre Annunziata erano i luoghi di provenienza dei nostri baldi paladini azzurri. Juliano, Improta, Abbondanza – che, quando partiva titolare, giocava col numero 9 sulle spalle – e ‘Ciccio’ Esposito. Chiaramente Sandro non fu mai punta nel vero senso del termine. Ma quegli schieramenti da ‘falso nueve’ (un Mertens ante litteram?) fregarono perfino la Panini. Quando, infatti, uscì il fatidico album di calciatori, sotto la figurina di Abbondanza è scritto “centravanti”.

Si disse che molti giocatori nati a Napoli, cresciuti nel vivaio di Lambiase e De Manes, non erano dotati della tenacia e della predisposizione alla sofferenza di Juliano e non riuscirono a tirarsi fuori dalla turbolenza di quei Napoli figli spesso dell’improvvisazione. Ad esempio, si dice che Montefusco fosse tecnicamente più forte di Juliano ma non ne aveva il carattere e la tempra. Anche Abbondanza, che poi sarà un ottimo tecnico delle Giovanili del Napoli lanciando diversi giocatori in Serie A (Taglialatela, Baiano, De Rosa, Ferrante, Ametrano, Floro Flores tra gli altri), aveva dei piedi ‘brasiliani’. Ma forse possedeva uno scarso spirito di sacrificio, un estro eccezionale ma un fisico modesto.


Il ritorno di Abbondanza al Napoli

Ma la sua carriera scivolò inesorabilmente nell’anonimato, addirittura terminando a 31 anni in America, al Toronto Blizzard. Troppo poco per un giocatore nel quale Chiappella credeva ciecamente e che fece debuttare a 20 anni in Serie A. Pensate che quando “Sivorino” (chiamato così per il vizio di giocare con i calzettoni abbassati come il genio argentino) esordì col Bologna andò a ‘chiudere’ un quintetto di attacco formato da Claudio Sala, Juliano, Altafini e Barison. Lui, il più piccolino di tutti, aveva il ‘dieci’ sulle spalle e guardò il San Paolo pieno. Col cuore a mille.

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Addio Trebbi. Fu nazionale e campione d’Europa ’63

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GAZZETTA DELLO SPORT – “Mario Trebbi è stato campione d’Italia e campione d’Europa con il Milan a Wembley. È’ stato sempre impeccabile, serio e professionale, in tanti anni di maglia rossonera dal 1957 al 1966”. Il Milan ha voluto ricordare così Mario Trebbi, nato a Sesto San Giovanni, leggenda rossonera morta ieri a 78 anni. Magari poco conosciuto al grande pubblico del 2018, Trebbi è stato un difensore importante. Quel giorno di maggio 1963, contro il Benfica nella finale di Coppa dei Campioni, giocò con il numero 3 contro Eusebio. Era cresciuto nel Milan, per cui giocò (e vinse) nella categoria Ragazzi assieme a Trapattoni. In rossonero passò tutta la prima parte della carriera, dal 1958 al 1966: in totale 167 partite ufficiali e 1 gol. In rossonero vinse due scudetti, poi passò al Torino, con cui festeggiò una Coppa Italia, e al Monza.

ITALIA E PANCHINA

Trebbi giocò anche due partite in Nazionale, contro Irlanda del Nord e Austria. A Roma 1960 fu scelto per l’Olimpica, con cui sfiorò una medaglia: l’Italia perse la semifinale con la Jugoslavia e la finale per il terzo posto con l’Ungheria. A fine carriera diventò allenatore, prima con la Civitanovese che ieri lo ha ricordato, poi tra le altre con Alessandria e Siracusa

(Gazzetta dello Sport, 15 Agosto 2018)

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Luigi Burlando, il “ragazzo del ’99” che meravigliò l’Italia

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IOGIOCOPULITO.IT (Matteo Calautti) – L’attuale generazione gode della fortuna di aver potuto contemplare da vicino atleti di livello straordinario. Si pensi per esempio ai vari Michael Phelps nel nuoto, Cristiano Ronaldo nel calcio, Usain Bolt della corsa e Roger Federer nel tennis. Tutti atleti magnifici e dall’impatto mediatico pazzesco nella loro disciplina di competenza. Tuttavia, nella storia dello sport c’è stato un caso italiano di eclettismo più unico che raro. Si sta parlando di Luigi Burlando, atleta genovese che alle Olimpiadi di Anversa del 1920 riscrisse la storia dello sport nostrano.

Nato a Genova nel 1899, Luigi Burlando fu costretto ad affrontare un’infanzia difficile. La morte della madre quando ancora era poco più che un bambino lo costrinse a badare ai suoi fratelli. Forse fu proprio la ricerca della leggerezza perduta che, dopo aver trovato lavoro nel porto, lo spinse prima a frequentare i campi da calcio dell’Audace Genova e poi ad accettare la proposta dell’Andrea Doria, una delle due società calcistiche più prestigiose nella Genova di allora. Due campionati in cui il mediano si fa le ossa, togliendosi anche la soddisfazione di un giovane esordio all’età di 16 anni mentre il mondo intorno a lui stava cambiando. Infatti, una volta scoppiata la Prima Guerra Mondiale venne chiamato alle armi in quanto ″ragazzo del ’99″, precisamente nel reparto di artiglieria sul Piave.

Luigin, come veniva soprannominato dagli amici, tornato sano e salvo all’Andrea Doria, fece il suo esordio in Nazionale di calcio alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma non solo. Infatti, negli anni precedenti l’atleta genovese si era contraddistinto a livello nazionale anche per le sue doti da pallanuotista, venendo così convocato in terra belga in entrambe le selezioni italiane. Un caso più unico che raro nello sport nostrano, ma anche uno dei più particolari della storia dello sport. Sì, lo statunitense Johnny Weissmuller (come molti altri) partecipò per esempio alle Olimpiadi sia come nuotatore che come pallanuotista, conquistando anche delle medaglie. Ma si trattava comunque di due sport in primis non così differenti, in secundis non entrambi di squadra. Il buon Burlando si trovò così costretto a partecipare a sfide di differente natura anche ad una distanza di poche ore. Tuttavia questo record non gli bastava. Due anni dopo, durante la vittoria per 4-2 contro i campioni olimpici del Belgio a Milano, infatti entrò di diritto nella storia del calcio grazie ad un goal di testa da oltre 40 metri di prima su rilancio di un colpevole Jean De Bie.

Dopo l’esperienza olimpica, Burlando ricevette la chiamata che gli cambiò la vita intera: quella del Genoa del leggendario William Garbutt. La sua esperienza in Rossoblù fu caratterizzata da11 stagioni, 234 presenze e 9 goal, per un totale di due Scudetti consecutivi nelle stagioni 1922/23 e 1923/24 e di una finale persa durante in occasione delle ″interminabili″ (ed oscure) sfide con il Bologna in epoca fascista. Se con Ottavio Barbieri ed Ettore Leale formava il leggendario terzetto della mediana rossoblù sui campi di calcio, nelle piscine continuava a dominare con la calottina dell’Andrea Doria, conquistando cinque Scudetti tra il 1921 ed il 1926. Un albo d’oro che nelle precedenti annate era stato monopolizzato, ironia della sorte, proprio dalla sezione pallanuotistica del Genoa, inaugurata nel 1911 dal presidente rossoblù Edoardo Pasteur e scioltasi nel 1922.

Ma non solo calcio e pallanuoto. Burlando, oltre ad essere un amante della ginnastica pura, riuscì a competere a livello nazionale anche nella scherma con il bastone e nella savate, sport di combattimento meglio conosciuto come boxe francese. Per quanto riguarda questa disciplina, nata a Marsiglia nel XVIII secolo, l’atleta genovese si laureò perfino campione italiano nel 1921 e 1922, biennio nel quale divenne anche campione italiano di pallanuoto con l’Andrea Doria.

Terminata la sua carriera agonistica, come poteva fermarsi un uomo che aveva fatto dello sport la sua vita? Il buon Luigin non ci mise molto a decidere di rimanere nell’ambiente. Già sul finire della carriera divenne consigliere ed osservatore del Genoa, nonché responsabile del settore giovanile rossoblù nella stagione 1930/31. Il suo carisma nello spogliatoio e la sua esperienza sotto la Lanterna portarono la società ad eleggerlo perfino allenatore-giocatore nella stagione successiva, affiancato dal campione argentino Guillermo Stábile nel suo periodo di degenza in seguito al suo grave infortunio alla gamba destra, subito durante una amichevole contro l’Alessandria. Questa prima esperienza con il Grifone terminò a gennaio, mese nel quale la società lo sollevò dall’incarico di allenatore (rimanendo comunque in rosa come giocatore) per far posto all’austriaco Karl Rumbold.

In seguito rientrò nell’ambiente della Nazionale divenendo uno stretto collaboratore di Vittorio Pozzo, commissario tecnico azzurro che conquistò due Mondiali consecutivi tra il 1934 ed il 1938, rispettivamente in Italia e Francia. Anche se non più da giocatore, Burlando divenne così campione del mondo per la prima volta nel 1938 allo Stade Olympique de Colombes di Parigi, grazie alla vittoria in finale contro l’Ungheria. L’ex commissario tecnico della Nazionale, durante un’intervista rilasciata negli anni Sessanta, lo dipinse così: «È l’immagine della schiettezza, della lealtà e della sincerità». «Mai avuto un aiutante simile in vita mia», continuò l’amico e collega, «mi capisce, mi interpreta e mi aiuta a creare nella squadra quell’ambiente di comprensione, di intesa, di fraternità che sta alla base dei nostri successi».

Nella stagione 1940/41 divenne nuovamente (anche se temporaneamente) allenatore della squadra di cui era diventato una bandiera: il Genoa. Chiamato dalla società per subentrare sulla panchina Rossoblù al suo ex capitano e compagno di mille avventure Ottavio Barbieri, Burlando condusse il Genoa ad un tranquillo decimo posto in Serie A. Questa fu la sua ultima esperienza sportiva degna di nota nella sua lunghissima carriera. Morì nella sua Genova nel 1967, a causa di un male incurabile.

Aldo Merlo, famoso giornalista genovese e genoano, lo dipinse con le seguenti parole: «Forse l’unico personaggio sportivo effettivamente decoubertiniano. Ed aveva vinto tutte le sue battaglie». Il corrispondente genovese de La Stampa, invece, lo descrisse in occasione della sua morte come «una delle figure più significative dello sport genovese di tutti i tempi».

Un unicum della storia dello sport italiano. Un unicum la cui leggenda si perde nella notte dei tempi.

 

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