Connect with us

La Penna degli Altri

17 maggio 1980 – La terza Coppa Italia: si apre l’era Viola

Published on

LAROMA24.IT (Federico Baranello) – “Dopo 120 minuti di gioco e una lunga serie di rigori che ha trattenuto con il fiato sospeso, in angoscia, l’Olimpico colmo di folla, la Roma ha vinto la Coppa Italia battendo il Torino per 3-2. Lo stadio, dopo la parata decisiva di Tancredi su tiro dal dischetto di Zaccarelli, è impazzito di tifo e mille fiaccole nella notte calante hanno salutato il posto in Europa della formazione Giallorossa”. Questo l’incipit de “La Stampa” all’indomani della Finale del 17 maggio 1980 con la quale la Roma vince la sua terza Coppa Italia e per la seconda volta contro il Torino dopo la finale del 1964.
Che Roma è quella della stagione 1979/80? Con il senno di poi è una squadra, o meglio una società, che sdoganerà la “Rometta” anni ’70 verso la permanenza più o meno stabile nel calcio che conta, e proprio questa vittoria ne segna lo spartiacque. E’una stagione che nasce con un nuovo presidente, Dino Viola, il ritorno in panchina del Barone Liedholm e alcuni acquisti più o meno criticati come Amenta, Turone, Benetti. Ma arriva anche “Carletto” Ancelotti e c’è il rientro a “casa” di Bruno Conti. In campionato occupa le posizioni di vertice per parecchio tempo ma chiude poi al 7° posto complice un finale di stagione davvero disgraziato.
Ma torniamo alla Coppa Italia, alla sua trentatreesima edizione, l’ultima a “Finale Unica” nella Capitale prima che tale consuetudine sia ripristinata nel 2007/08.
La prima fase è a gironi, sette per la precisione, e la Roma se la deve vedere con Perugia, Ascoli, Sampdoria e Bari, tutte con partite “secche” dal 26 agosto al 9 di settembre del 1979.
La prima partita va in archivio con una punizione del solito Agostino: Perugia-Roma 0-1.
Il 2 Settembre in un Olimpico stracolmo l’Ascoli, trascinata da Maurizio Iorio (che passerà alla Roma nella stagione dello scudetto), impone un pareggio: 2 – 2 con doppiette di Pruzzo e dello stesso Iorio. Nella terza giornata all’Olimpico la Roma liquida per 2-1 la Sampdoria con reti di Pruzzo e Di Bartolomei. Nell’ultima giornata la Roma vince per 1 a 0 a Bari con gol del solito Di Bartolomei con la solita punizione.
La classifica vede Roma a 7 Punti, Ascoli a 6, Perugia a 4, Sampdoria a 2 e Bari con 1 solo punto.
Ai quarti la Roma se le deve vedere con i Campioni d’Italia in carica: il Milan. Il 21 Novembre del 1979, di mercoledì, a Milano si gioca l’andata all’insolito orario delle 13:30 per paura che possa calare la nebbia: la Roma rifila un roboante 4 – 0 ai padroni di casa con reti di Benetti, autogol di Bet, Conti e Ugolotti. Da segnalare un fitto lancio di oggetti verso le squadre che rientrano nel tunnel che porta agli spogliatoi a fine partita da parte dei sostenitori del Milan che non hanno “gradito” il risultato del campo.
La partita di ritorno finisce 2-2. La Roma va sul 2-0 grazie ad un’autorete di Minoia e a un gol di Pruzzo. Poi Capello e Bigon ristabiliscono la parità. Ma per capire come è stata giocata la partita basta leggere il commento del giorno dopo su “La Stampa”: “E’ stato poco più che un allenamento fra Roma e Milan che poco o nulla avevano da chiedere a questa partita………..E’ nata così una partita senza scopo. Si doveva giocare e si è giocato”.
La Roma è quindi in semifinale e l’avversario è la Ternana che aveva eliminato i più quotati Fiorentina (nella fase a gironi) e Napoli (nei quarti di finale).
Il 5 marzo 1980 la Roma si reca al Liberati di Terni con un buon seguito di sostenitori giallorossi nonostante si giochi di mercoledì. A 7’ dalla fine la Roma sta soccombendo per 1-0 ma “favorito da una serie di rimpalli, Giovannelli pescava Benetti in area. L’ex Juventino si lanciava sulla sfera e con una puntata riusciva a superare Mascella in uscita”(Cit. La Stampa 6 marzo 1980).
Forti del pareggio conquistato in trasferta, e con un gol segnato fuori casa, il 23 Aprile si gioca il ritorno. La Roma viene da tre sconfitte consecutive in campionato e c’è aria di contestazione.
I giallorossi non brillano durante tutto il corso della partita, ma per fortuna sbloccano il risultato al 7° del primo tempo con Pruzzo, che risulta il migliore in campo, il quale si ripete anche allo scadere del primo tempo: 2-0 e Roma in finale.
La Finale è in programma a Roma il 17 Maggio alle 17,30 e, così come nella finale del 1964, la Roma affronta il Torino che ha battuto ai rigori la Juventus.
Dopo 120 minuti di battaglia in campo tra i ventidue protagonisti il risultato è ancorato sullo 0-0. Per la compagine Capitolina è una sorta di beffa perché ha comandato e imposto il proprio gioco relegando il Torino nella sua metà campo per quasi tutto l’incontro, sfiorando il gol con Conti e con Pruzzo, colpendo due pali con Ancelotti e Di Bartolomei addirittura durante i supplementari. Si rende quindi necessaria la lotteria dei calci di rigore, una soluzione spesso ingrata e ingenerosa.
Si effettua il sorteggio: la porta è quella sotto la curva Nord e la Roma è la prima a calciare. Ci vuole un po’ prima che si cominci, perché l’arbitro esige che si metta della segatura sul dischetto del rigore che ormai è quasi sparito e non si vede più. Ma questo non fa che aumentare la tensione. Finalmente sul pallone va Giovannelli ma Terraneo neutralizza. Mandorlini invece non sbaglia: Torino in vantaggio dopo la prima serie.
Nella seconda serie di rigori sia Bruno Conti sia Mariani non sprecano il loro tiro: 2 – 1 per il Torino. Alla terza serie De Nadai calcia malamente e Terraneo neutralizza. A questo punto il Toro ha la possibilità di allungare, ma il tiro di Greco è intercettato da Tancredi che si distende come una molla per impattare il pallone. Ancora Toro in vantaggio ma la Roma rimane in corsa.
Alla quarta serie Di Bartolomei, fatto entrare di proposito al 1° minuto dei tempi supplementari, sbaglia incredibilmente facendosi parare il tiro, proprio lui che è lo specialista. Nessuno pensa più che la Roma possa alzare il trofeo. A dare nuova speranza questa volta è Graziani che spedisce direttamente fuori. Siamo ancora sul 2-1 per il Torino e manca solo l’ultima serie.
Sul dischetto arriva Santarini il quale insacca spiazzando il portiere. È pareggio, ma il Toro ha ancora un rigore da calciare. Sul dischetto si presenta Eraldo Pecci: tiro e parata di Tancredi che si accartoccia sul pallone come a dire “è mio”. È il pareggio e si va verso i rigori ad oltranza.
Tutti seguono le mosse di Ancelotti che sistema il pallone sul dischetto, indietreggia e tira: è gol e Roma in vantaggio.
Ora la responsabilità passa o dai piedi di Zaccarelli o dalle mani di Tancredi. Il tiro di Zaccarelli è accompagnato dai fischi: Tancredi compie un tuffo sulla sinistra e para! È l’apoteosi, la Roma vince la sua terza Coppa Italia, dopo quella del 1964 e del 1969. Sugli spalti è un tripudio di bandiere. Il Presidente Viola è portato in trionfo. La Roma rientra anche nel giro delle Coppe Europee. Le manifestazioni di entusiasmo e i festeggiamenti proseguono sino a notte fonda.
È questa una vittoria molto particolare arrivata dopo anni duri, faticosi, culminati nella stagione precedenti in cui i giallorossi hanno lottato realmente per rimanere nella massima serie fino al gol liberazione di Pruzzo con l’Atalanta. Ma si respirava aria di rinnovamento: sono gli anni della presidenza Viola, della maglia della Pouchain, del lupetto di Gratton e del nuovo Centro Sportivo di Trigoria. Con questa vittoria si apre al vera e propria epopea della grande Roma degli anni ’80, segnando il passaggio dalla “Rometta” alla “Maggica”.

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La Penna degli Altri

19 ottobre 1921, nasce Gunnar Nordahl

Published on

SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Il 19 Ottobre 1921 nasce a Hornefors in Svezia, Gunnar Nordahl, centravanti del Milan degli anni ’50, unico giocatore nella storia della serie A capace di vincere per 5 volte, e sempre con la maglia del Milan, la classifica dei marcatori.

Arriva in Italia quasi ventottenne: quel 22 gennaio del ’49 ad aspettarlo alla stazione di Milano ci sono 3 mila tifosi rossoneri, lo portano in trionfo sulle spalle, nell’agitazione in quattro finiscono all’ospedale.

La fama dell’asso nato oltre il circolo polare artico, dove la temperatura è sempre sotto zero, è alle stelle. Nella nazionale svedese ha già segnato 43 gol in 33 partite, in campionato si è laureato per 4 volte capocannoniere, ha vinto 4 scudetti e una Coppa di Svezia. Quello che colpisce è la stazza fisica: un metro e 80 per 95 kg e 105 cm di torace.

Campione con la Svezia ai Giochi Olimpici del ’48, destinato alla Juventus, finisce al Milan per un caso. Il club bianconero, all’ultimo, gli preferisce Ploeger, soffiandolo ai rossoneri, e l’avvocato Agnelli per calmare le acque rinuncia all’opzione su di lui. Per il Milan, il ripiego si trasforma in un affare colossale. Nel finale di stagione 1948-49 Nordahl va a segno per 16 volte in 15 gare. È l’antipasto ai 210 gol (in 257 gare) che farà in 8 stagioni con la casacca rossonera. Nella sua bacheca 2 scudetti, 5 titoli di goleador e due Coppe Latine.

Attaccante di rara forza fisica, ama partire da lontano ma lanciato è inarrestabile, una furia che travolge ogni ostacolo. La sua forza atletica fa da contraltare al carattere mite, allegro e generoso, alla correttezza esemplare in campo. L’ultima fase della carriera è legata alla Roma: a 36 anni è difficile pronosticarli grandi imprese, invece realizza 14 gol in 34 partite prima di abbandonare. E così porta il totale a 225 reti in 281 gare (cui si aggiungono le 228 realizzate in Svezia).

Nella storia della Serie A solo due giocatori sono riusciti a segnare più reti: il primo in assoluto è Silvio Piola con 274 reti e il secondo è Francesco Totti con 232. Ma nessuno ha avuto la media reti dello svedese (0,77 reti a partita).

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Le maglie, bagnate, di sangue di sudore…

Published on

SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Una foto in bianco e nero, d’altri tempi, che riporta alla mente un altro calcio giocato da uomini che lottavano con il coltello tra i denti in stadi stracolmi di gente e d’entusiasmo: un calcio di maglie bagnate di sangue e di sudore, realmente, non solo nelle parole del testo di“non mollare mai”. Questa è la foto scattata alla fine di un Lazio-Fiorentina del 19 ottobre del 1969: il giorno della prima doppietta di Giorgio Chinaglia in Serie A, la domenica in cui una Lazietta appena tornata tra le grandi del calcio italiano, trascinata da un gigante italiano cresciuto in Galles, si permette il lusso di battere per 5-1 una Fiorentina che gioca con lo scudetto sul petto. Quel gigante si chiama Giorgio Chinaglia, ed è stato scoperto da Juan Carlos Lorenzo, un personaggio che sembra uscito da una di quelle commedie all’italiana degli anni Sessanta: istrionico, pittoresco, ma soprattutto un po’ folle. Quella foto con i giocatori della Lazio schierati a centrocampo a fine partita per immortalare l’epica impresa, con le maglie fradice di sudore che le fanno sembrare più blu che celesti scure (con un elegantissimo colletto bianco molto british…), diventa la figurina d’apertura della pagina della Lazio dell’album di figurine dei Calciatori della Panini del 1969.

Per Giorgio Chinaglia, reduce da un gol segnato al Milan Campione d’Europa (il suo primo in Serie A), quella è la domenica della definitiva consacrazione. Ma l’avvio di Long John nella Lazio è stato tutt’altro che rose e fiori. Anzi. I tifosi, già scottati da recenti “bufale”, quando lo vedono in campo per la prima volta si guardano perplessi: è sgraziato, è grasso e anche dal punto di vista tecnico lascia molto a desiderare. Ma Juan Carlos Lorenzo, nonostante il giudizio lapidario sul giovane Chinaglia del suo connazionale Omar Sívori (“Chinaglia? Non è un giocatore da Serie A. Mi sembra un elefante chiuso a chiave in un negozio di ceramiche”) è convinto di avere tra le mani un diamante grezzo che deve solo essere lavorato per diventare una pietra di inestimabile valore.

Il feeling tra Giorgione e Lorenzo scatta al primo incontro. Me lo racconta Giorgio in una delle tante serate passate insieme e in cui, tra un bicchiere e l’altro di Chivas Regal, lui ama aprire lo scrigno dei ricordi. E l’episodio risale a quando Chinaglia gioca ancora nell’Internapoli e, anche se ha il passaporto britannico, essendo italiano a tutti gli effetti Giorgio deve andare a fare il militare. Car a Bologna, poi Roma, compagnia atleti, perché è stato convocato nella nazionale di Serie C. A Roma Giorgio si mette subito nei guai. Rientra tardi in caserma dopo esser stato a cena fuori e, per giunta, senza il permesso per uscire. Discute con un superiore, lo spintona e finisce al carcere militare. Quindici giorni in cella di rigore. In quei giorni, grazie a qualche buona amicizia, Juan Carlos Lorenzo riesce a entrare in carcere e a parlare con Chinaglia. Giorgio è una sorta di bue: grande, grosso, ma anche grasso. E in cella di rigore, si mangia poco. Quindi, quando Lorenzo si presenta gli dice: “Prima di parlare di qualsiasi cosa, mi faccia avere un pollo arrosto con patate al forno. Ho una fame che non ci vedo”. Lorenzo esaudisce il desiderio e, con quel gesto, si conquista per sempre la stima e l’affetto di quel gigante scontroso ma onesto e riconoscente.

In quell’estate storica del 1969, in cui tutta l’attenzione del mondo è rivolta alla missione Apollo con destinazione la Luna, la Lazio si raduna a Tor di Quinto il 25 luglio 1969, ovvero cinque giorni dopo lo sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Edwin Aldrin. Tifosi e giornalisti vedono quel gigante il primo giorno, poi Chinaglia sparisce. Lorenzo ha deciso di prepararlo a modo suo: 8-10 ore al giorno di lavoro in una palestra dalle parti di Via Barberini e cura dimagrante. In combutta con il dottor Ziaco, Lorenzo toglie a Chinaglia anche le chiavi dell’ascensore di casa, quindi Giorgio deve fare dieci piani a piedi ogni volta che entra o esce dal suo appartamento. Di pallone, poco o niente. Un tempo nell’amichevole del 24 agosto con la Fiorentina, tribuna il 7 settembre in un derby di Coppa Italia passato alla storia. Con la Roma in vantaggio 1-0, allo stadio va via la luce all’improvviso e Concetto Lo Bello sospende la partita, assegnando di fatto il 2-0 a tavolino ai giallorossi. E qualcuno sostiene che sia stato Juan Carlos Lorenzo stesso a staccare l’interruttore.

In molti a Roma pensano che Chinaglia sia solo l’ennesimo bidone sbarcato nel mondo Lazio, tra l’altro pagato a peso d’oro, un po’ come Tomy, ma Juan Carlos Lorenzo ripete: “Tranquilli, Chinaglia è un fenomeno, garantisco io”. E ha ragione. Lo utilizza a Perugia in Coppa Italia, ma capisce che non è pronto e lo sostituisce con Morrone, poi nelle partite successive gli preferisce Ghio e Fortunato. La Lazio è una squadra giovane e, insieme a Chinaglia e Wilson, Lorenzo fa debuttare anche Papadopulo, Polentes, Oddi e Massa. L’esordio in Serie A di Long John, arriva il 21 settembre del 1969, nella sfortunata trasferta di Bologna. La domenica successiva, Juan Carlos Lorenzo lo promuove titolare e Giorgio Chinaglia lo ripaga segnando il suo primo gol in serie A: un gol storico, perché consente alla Lazio di mettere ko il Milan neo Campione d’Europa, davanti a 65.000 spettatori. Sono 65.000, anche se con enfasi tipica dell’epoca Enrico Ameri nella sua radiocronaca parla di 90.000 spettatori.

[…]

Giorgio è al settimo cielo, diventa subito personaggio e finisce in prima pagina sui giornali sportivi ma anche sui settimanali, con il soprannome di Long John. Questo è un passaggio della sua intervista a «L’Intrepido», che gli dedica la copertina: “Sono stato fortunato, infatti ho trovato una squadra giovane, decisa al rilancio. L’allenatore Lorenzo ha puntato tutto sulla velocità, sullo scatto. Io credo che oggi, a essere in crisi, siano gli squadroni di una volta. Ora vanno le squadre veloci, ubriacanti come Fiorentina e Cagliari e, modestamente, anche Lazio e Roma. Le squadre che partono in quarta con motore su di giri. Noi cerchiamo di farlo. In questa stagione, contro il Bologna, nella prima partita abbiamo perso, ma ci siamo subito rifatti la settimana successiva superando il Milan. Io ho segnato a Cudicini la rete del miracolo. Fu un terremoto”.

[…]

Ma torniamo a quella foto, a quel 19 ottobre del 1969. Quella domenica c’è il sole e fa caldo all’Olimpico, un caldo terribile reso ancora più infernale dalla calca che c’è sugli spalti. La vittoria con il Milan e poi quella successiva, hanno scacciato i fantasmi di una crisi dopo gli scivoloni in trasferta contro Bologna e Cagliari: anche se quel Cagliari non è una provinciale qualsiasi, ma una squadra destinata a conquistare alla fine di quella stagione uno scudetto storico, trascinata da Gigi Riva. Quella domenica, come sempre, arrivo presto all’Olimpico, perché ho solo 7 anni e con il mio abbonamento da Aquilotto ho diritto all’ingresso in Tribuna Tevere ma non ho diritto al posto a sedere su quelle panche numerate. Quindi, devo trovare un posto sulle scale, su quei gradini di marmo bianco che in quella domenica brillano alla luce del sole. La partita inizia alle 14.30, ma armato di santa pazienza e di una preziosa busta preparata con cura da mia madre con dentro i panini, entro in Tevere Numerata all’apertura dei cancelli, alle 10 di mattina: sì, 4 ore e mezza prima dell’inizio della partita. Come passavamo il tempo in quelle ore? Leggendo Topolino, ascoltando le canzoni della Hit Parade diffuse dagli altoparlanti dello stadio e aspettando con pazienza l’ingresso delle squadre per salutare i tifosi e controllare il campo. Era un vero e proprio rito quello e dal momento in cui i giocatori, vestiti in borghese (non c’erano le divise sociali e quasi nessuno arrivava allo stadio in tuta…) uscivano da quel tunnel incastrato tra la Curva Sud e la Tribuna Monte Mario, iniziava il vero conto alla rovescia. E in occasione delle partite di cartello, a quel punto, a quasi un’ora e mezza dal fischio iniziale, lo stadio era già pieno, stracolmo.

Quel Lazio-Fiorentina inizia male, malissimo. Dopo appena 3 minuti segna Chiarugi, uno dei giocatori che calcisticamente parlando ho odiato di più insieme a Oscar “flipper” Damiani: perché ci segnava sempre, perché era uno di quelli che cercavano sempre il calcio di rigore, che simulavano spesso e volentieri e per ingannare l’arbitro (all’epoca, gli scarpini erano tutti neri e per il direttore di gara era difficile distinguere il piede di chi toccava quello di un altro giocatore) arrivavano a simulare, toccandosi con la punta dello scarpino in tacco dell’altro piede per poi franare a terra appena entrati in area se un difensore osava avvicinarsi o tentare l’intervento. Anche quella domenica, Chiarugi ci punisce, dopo appena 3 minuti, al primo tiro in porta. Sembra l’inizio di una goleada da parte dei Campioni d’Italia, invece quel gol è la scossa che serve alla Lazio per liberarsi da pensieri e paure, ed in dieci minuti si passa dalla depressione all’incredulità, all’esaltazione: al 17’ arriva il gol di Nello Governato, detto “il professore”, poi il gol del sorpasso firmato da Cucchi e al 27’ il primo dei 2 gol di Giorgio Chinaglia, quello che di fatto chiude la partita. Poi, nella ripresa arrivano il 4-1 di Morrone in contropiede e il definitivo 5-1 segnato da Chinaglia sotto la Nord con una sorta di pallonetto che beffa Superchi.

[…]

Chinaglia si specializza nel raccogliere “scalpi” importanti, visto che dopo il gol al Milan e la doppietta in quella domenica in cui la Lazio umilia la Fiorentina Campione d’Italia in carica, Long John segna anche all’Inter e alla Juventus, piegate come il Milan tra le mura amiche dell’Olimpico. Alla fine della sua prima stagione, Chinaglia firma 12 reti e guida la Lazio neo promossa verso un inaspettato ottavo posto in classifica e alla qualificazione per la Coppa delle Fiere. I gol di Giorgio non sono passati inosservati, al punto che il ct azzurro Ferruccio Valcareggi lo inserisce nella lista dei 40 papabili per partecipare ai Mondiali di Messico ’70. Ma nella lista dei 22 che partono per quell’avventura, il nome di Chinaglia non c’è, lui resta a casa. L’appuntamento con l’azzurro e con i Mondiali è rinviato. Anche se quello tra Giorgio e la maglia azzurra è un rapporto difficile, conflittuale. Forse perché lui, da ex emigrante, tiene troppo alla Nazionale. “Io sono italiano. Anzi sono doppiamente italiano perché ho vissuto all’estero”. Ma questa, è un’altra storia…

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

“Berni”, una vita da partigiano

Published on

CORRIERE TORINO (Mauro Berruto) – Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia, come quei pugni guantati di nero alzati da Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri ai Giochi Olimpici di Città del Messico, proprio cinquanta anni fa. Ci sono gesti che passano alla storia proprio perché non si compiono. Bruno Neri era un calciatore, classe 1910. Un po’ atipico, in verità. Raffinato intellettuale, frequentatore di teatri, musei, pinacoteche e accanito lettore, faceva anche correre bene il pallone, lui mediano cresciuto alla scuola dell’allenatore ungherese Béla Belassa. Raccontano le cronache del tempo, in occasione della sua convocazione in Nazionale: «Neri imposta magnificamente l’azione per Meazza, Ferrari, Piola». Anni duri, quegli anni ’30. Da una parte lo sport, il calcio in particolare, con gli azzurri che diventano Campioni del Mondo nel 1934 e nel 1938, dall’altra la depressione economica, crisi, malcontento. E quando un Paese si ammala di rabbia, c’è sempre qualche forma parassita di propaganda pronta a nutrirsi del dolore della gente. In quel caso la propaganda assume i connotati del fascismo che non è più alle porte, è già nella testa di tutti. O quasi. Bruno Neri, per esempio, nella testa ha altro. Non pensa solo al calcio. Neri gioca, sì, ma parla, ascolta, legge, osserva. Pensa. Nel novembre del 1936 viene convocato con la Nazionale per una partita contro la Germania, a Berlino. Tre mesi prima all’Olympiastadion, ci sono stati i Giochi Olimpici, quelli che il Fuhrer inizialmente non voleva, ma che aveva poi trasformato in un gigantesco show, affidandone il racconto alla regista Leni Riefenstahl. Bruno Neri è in panchina, ha più tempo per pensare. Intuisce, capisce, registra. L’anno dopo viene acquistato dal Torino. Alloggia in città al «Dogana Vecchia» in Via Corte d’Appello, frequenta artisti e intellettuali. Sostiene esami universitari a Napoli dove è iscritto alla facoltà di Lingue Orientali. Nel Torino gioca fino al 1940, poi torna, trentenne, nella sua Faenza e con un po’ di soldi messi da parte compra un’officina. La situazione politica, però, precipita e Bruno Neri, come sempre, decide di impostare l’azione. In questo caso non si tratta di una palla da far arrivare dalle parti di Meazza o di Piola. No. E un’azione di resistenza armata. Bruno Neri diventa il Partigiano «Berni» e, visto che fare da collegamento fra i reparti gli è sempre venuto naturale, fonda un’organizzazione il cui compito è quello di fare da ponte fra le brigate partigiane. II 10 luglio 1944 lui e «Nico», l’amico cestista Vittorio Bellenghi, vanno in avanscoperta. Devono perlustrare una strada per un’operazione di recupero di un lancio di alleati sul Monte Lavane, verificando che non ci siano tedeschi. Ne troveranno, inaspettatamente, una quindicina dietro una curva. Moriranno entrambi, sul campo. Non un campo di calcio, né di basket. Un campo di battaglia, nei pressi dell’eremo di Gamogna, vicino a un cimitero. Il vecchio presidente della Fiorentina, il gerarca fascista Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, aveva capito tutto da un pezzo. Da quel 10 settembre 1931, giorno dell’inaugurazione dello stadio di Firenze, intitolato allo squadrista Giovanni Berta, buttato in Arno da un operaio comunista. Lo aveva capito, il Marchese Ridolfi, quando 14 dei suoi 15 calciatori, tutti disposti in fila, avevano omaggiato la tribuna con il braccio ben teso nel saluto fascista. Uno solo aveva tenuto le braccia abbassate. Uno solo. Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia e ci sono gesti che non si compiono e per i quali la storia, presto o tardi, chiede un prezzo. Pare che il Marchese Ridolfo provasse una certa forma di affetto per Bruno Neri, forse intuendo che avrebbe fatto una brutta fine. Chissà quali furono i suoi pensieri, quando ormai diventato presidente della Federazione Italiana Atletica Leggera e poi della Federazione Italiana Gioco Calcio, lo seppe trucidato, su una strada di campagna, da pallottole naziste. Giù le mani da questa storia, squadristi di ogni tempo. Questo è il fiore, granata, del Partigiano Berni, morto perla libertà.

da Corriere Torino di Mauro Berruto

Continue Reading

più letti