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La Penna degli Altri

17 maggio 2000 – Il surreale addio al Principe Giannini

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – Il 17 maggio del 2000 doveva essere la notte in cui i tifosi della Roma avevano la possibilità di tributare al Principe Giuseppe Giannini il doveroso “saluto”. Un saluto ad un giocatore che per 15 stagioni ha portato sulla pelle la maglia Giallorossa. Un ragazzo diventato poi il Capitano di tante battaglie. Un Capitano amato e discusso. Una fascia portata con grande amore ma anche tra mille tormenti. Una storia in maglia giallorossa in cui era troppo giovane per essere nella rosa scudetto dell’82/83 pur avendo esordito in serie A nell’82. E troppo in là con gli anni 2000/2001. La festa è diventata invece un inferno: risse, cariche, devastazioni.

Il suo “Addio” al calcio si svolge a tre giorni dalla vittoria dello scudetto della squadra dell’allora presidente Cragnotti e il clima è di contestazione verso la gestione Sensi.

Prima della partita un corteo organizzato dai gruppi più rappresentativi della Curva Sud, parte da piazzale degli Eroi e, alla testa di circa un migliaio di partecipanti, uno striscione che rammenta, semmai ce ne fosse bisogno, che “Roma resta Giallorossa”. Durante il percorso sino all’Olimpico continui cori sia contro la compagine di Formello sia avversi alla dirigenza giallorossa, in particolare il presidente Franco Sensi. Giunti a Viale dei Gladiatori gli animi sono già talmente surriscaldati che vengono presi di mira anche i campi di tennis del Foro Italico, dove si stanno svolgendo gli Internazionali di tennis, con un fitto lancio di oggetti, costringendo gli organizzatori a sospendere gli incontri. Rosella Sensi, amministratore delegato, in assenza del papà Franco impegnato con l’operazione che porterà la Roma a Piazza Affari, è il bersaglio dei fischi durante la consegna da parte di Giannini di un mazzo di fiori. Sempre lei la destinataria dei cori in cui si domanda “Batistuta dove sta?”.

In questo clima inizia la serata dedicata al Principe.

Dallo spogliatoio al campo il Principe avrà ripensato al suo esordio, peraltro sfortunato, avvenuto nel Gennaio 1982 contro il Cesena all’Olimpico: la Roma perse 1-0 e il gol prese avvio da un’azione in cui ci fu un’incomprensione tra il Principe e il Divino Falcao. Gli sarà tornata in mente la tripletta nella finale di Coppa Italia persa con il Torino, ma anche il gol di testa con annessa corsa sotto la Sud in Coppa Uefa contro lo Slavia Praga. Non avrà poi certo dimenticato il gol sul campo del Foggia, un gol che scacciò gli incubi della B.

La partita ha inizio e uno striscione in Sud recita «Facile amarti, impossibile dimenticarti».

Da una parte una Roma amarcord tra cui Tancredi, Righetti, Bruno Conti, Prohaska, Maldera, Chierico, Desideri e Voeller. Dall’altra una rappresentativa della Nazionale ‘90 tra cui Tacconi, Baresi, Bergomi, De Napoli, Schillaci, Vierchowod e Carnevale. Il Principe indossa la maglia azzurra e la scaletta prevede che indossi quella della Roma nel secondo tempo. Il primo tempo si conclude 1 – 1 con gol di Voeller e Carnevale.

L’intervallo, con le premiazioni, sarà fatale a quello che doveva essere il giusto epilogo del Giannini Day. Donna Flora, moglie dell’indimenticato ed indimenticabile presidente Dino Viola, omaggia Giannini, il quale si incammina in un giro d’onore. Il Principe visibilmente commosso raccoglie gli applausi ma in molti cominciano ad invadere il campo. In pochi minuti centinaia di tifosi si riversano sul terreno di gioco. Per un po’ nessuna traccia dei tutori dell’ordine e ogni tentativo di respingerli è lasciato agli appelli dei giocatori che però cadono nel vuoto. Anche Giannini ci prova: “Se non uscite dal campo non possiamo continuare questa festa“, ma poi è costretto a desistere e si avvia in lacrime verso gli spogliatoi.

Dopo un quarto d’ora circa intervengono gli agenti in tenuta antisommossa e chi si era riversato in campo viene respinto e “accompagnato” a riguadagnare il proprio posto. Lo scenario però è davvero desolante e drammaticamente triste: intere zolle di prato sono diventate bottino di guerra e trofeo da mostrare agli altri, le panchine distrutte, le porte divelte. Non si può ricominciare a giocare a calcio, la festa non può riprendere. Il Principe torna in campo per l’ultimo messaggio, in lacrime, mentre abbraccia Bruno Conti e Francesco Totti:

Scusate, sono emozionato, nervoso. Purtroppo, per un eccesso d’ amore, per uno sfogo della rabbia di questi giorni… non doveva finire così, doveva finire con qualcosa di meglio..però vi ringrazio“.

In curva, con lettere strappate ad altre scritte, compare uno striscione con scritto “Scusa”, ma ormai il danno è fatto.

Con la maglia della Roma colleziona 318 presenze e 49 gol in campionato più tre Coppe Italia (83/84, 84/85, 90/91).

I romanisti non lo hanno dimenticato, entra nella Hall of Fame nella categoria Centrocampisti nel 2013 e la Curva Sud non è da meno e lo inserisce nella splendida coreografia dell’ultimo Derby: “capitani”, “figli di Roma” e “bandiere”.

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Non sono andato a letto presto: vita e assist di Gianfranco Zigoni

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GIOCOPULITO.IT  (Paolo Marcacci) […] “Metto fuori classifica io, Pelé e Maradona perché calcisticamente siamo tre extraterrestri”

[…] Zigo, al secolo Gianfranco Zigoni, trevigiano di Oderzo; uomo infinitamente più speciale dei cliché da George Best di provincia […] Non può bastare qualche eccesso da arricchito per far dire di te, anche a distanza di decenni, che eri e sarai per sempre unico

[…] perché il talento e la predestinazione non sono né un merito, né una colpa. Zigo può solo raccontare che quando la domenica era quella giusta, faceva il vuoto attorno a sé, soprattutto quando partiva da posizione defilata per poi accentrarsi in un ricamo di dribbling. […] a chi se lo trovava di fronte poteva far passare il pallone da ogni parte.

[…] Dove sarebbe arrivato se il talento fosse andato a braccetto con la costanza?

[…] Gianfranco Zigoni e le regole: l’aria spaesata della figurina ai tempi della sua prima Juventus; meno presenze che sveglie mattutine, i capelli tagliati corti secondo il dogma bonipertiano; tinca del Piave mai così fuor d’acqua.

[…] I capelli lunghi erano il suo tratto in comune con Gesù Cristo e Che Guevara […] lui che non era certo un santo e non poteva definirsi comunista, perché i soldi gli erano piaciuti subito, quando cominciarono a piovergli nelle tasche.

[…] La pelliccia […] se la fece regalare da una signora di Verona, che in quel modo volle sdebitarsi con Zigo per una notte d’amore clandestino in cui si rivelò amante impareggiabile.

[…] Primo giorno di febbraio del 1976, il Verona riceve la Fiorentina; a Valcareggi, tecnico scaligero, basta un’occhiata per capire che Zigo ha visto il letto all’alba, forse.

[…] Quando il “Valca” gli dice, coi suoi modi paterni, che per quel pomeriggio ha deciso di portarselo in panchina, Zigo decide a sua volta che sopra la tuta indosserà la pelliccia, proprio quella: bianca, voluminosa, forse di zibellino. I compagni non ci credono

[…] All’ingresso in campo, il pubblico veronese vede la grande chiazza bianca, lucida e pelosa, con in cima un cappello da cowboy che esalta il profilo affilato. Sembra che ci sia Bob Dylan tra Valcareggi e gli altri giocatori gialloblù in tuta.

[…] Prima di arrivare al Verona […] Zigo si era fidanzato anche col pubblico della Roma: due anni, quarantotto presenze, dodici gol ma soprattutto le ovazioni dello Stadio Olimpico nelle domeniche pomeriggio in cui il ponentino spirava nella stessa direzione del talento di Zigo, che contribuì anche alla vittoria del Torneo Anglo – Italiano del 1972.

[…] La maglia azzurra l’aveva meritata e ottenuta, Zigo […] tre convocazioni, una sola gara disputata: trasferta in Romania, serata ispirata, da par suo. La notte prima della gara, al bancone del tetro bar dell’albergo, Juliano lo aveva beccato con una generosa dose di whisky nel bicchiere.

– Ma sei matto? –

– Non sono matto, sono Zigoni. –

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Alemao: “La monetina di Bergamo? Non sopporto quella monetina”

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IL MATTINO (Pino Taormina) – L’ex calciatore del Napoli, Ricardo Rogerio de Brito, più conosciuto come Alemao, a causa della capigliatura bionda e la carnagione chiara da “tedesco” che in portoghese si dice appunto “alemao”, ha rilasciato alcune dichiarazioni al quotidiano Il Mattino. Di seguito le sue parole: “La monetina di Bergamo? Non sopporto quella monetina, quasi mi ricordano solo per quello in Italia. Non feci nessuna scena, non finsi, mi colpì in pieno in testa e rimediai un taglio. Rimasi a bordo campo dolorante. Bigon mi sostituì dopo pochi istanti, decise il medico che dovevo uscire, non io. Rifarei ogni cosa, non feci sceneggiate. Il Milan non ha mai mandato giù quello scudetto perso, ma è solo un alibi quel 2-0 a tavolino con l’Atalanta. Non lo persero per quella gara”.

“Accettare una sconfitta non è mai semplice”, prosegue il brasiliano, “neppure dopo 30 anni. Era ancora tutto da giocare il destino del campionato anche dopo Bergamo. Loro (il Milan, ndr) a Bologna cosa fecero quella domenica? 0-0 e con il gol di Marronaro che l’arbitro non vide. E quella che cosa fu? E poi a Verona persero la testa quando vincevano per 1-0. Ricordano solo quello che vogliono, ma la verità è che lo scudetto lo vinse la squadra più forte. Ero infastidito da alcune voci che mi volevano al Genoa. Non capivo. Avevo vissuto un anno drammatico, perché per una Epatite B a Napoli ho rischiato di morire. Venni ricoverato con urgenza e in quei giorni al Policlinico, travolto dall’amore dei tifosi, promisi che avrei fatto di tutto per regalare una vittoria. E rientrai dopo tre mesi, in tempo per la cavalcata finale della Coppa Uefa, con il mio gol a Stoccarda. Che cosa scattò in noi? L’orgoglio, perché eravamo noi contro tutti. […] Dopo Bergamo tutti si scatenarono contro il Napoli e contro di me. Ma questo ci aiutò a trovare compattezza e non ci fermammo più: la domenica decisiva andammo a Bologna e io feci uno dei 4 gol. Più di mezzo stadio era azzurro, ricordo i cori delle curve e i boati ogni volta che a Verona succedeva qualcosa. Con la Lazio fu solo una formalità”.

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Conosci quest’uomo?

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IL SOLE 24 ORE (Paco Guarnaccia) – Roberto Mancini ha rilasciato una bella e lunga intervista a “Il Sole 24 Ore”, dove si ripercorre la sua splendida carriera e si commenta lo stato attuale in cui versa il nostro paese. Di seguito un estratto.

[…] Qual è stata la più importante, nelle vesti di calciatore?

Il campionato con la Sampdoria (nel 1990) senza alcun dubbio. È stata un’impresa impossibile da pensare e, forse, anche impossibile da ripetere.

[…] Chi era il difensore avversario più duro da incontrare quando giocava? Riccardo Ferri. Contro di lui era sempre difficile: era bravo tecnicamente, veloce e – diciamo – picchiava il giusto. Eravamo molto amici visto che avevamo fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili insieme. Del resto, Pietro Vierchowod giocava con me alla Samp

E quello più difficile da affrontare da Mister, invece?

Difficile dirlo, perché solitamente un allenatore basa la preparazione della partita studiando la squadra avversaria in generale. Poi certo, può succedere di incontrare Messi, che se è in giornata, non puoi fare nulla. Ecco, direi che pensi un po’ di più al singolo giusto se incontri giocatori come Messi, Cristiano Ronaldo o Ronaldo l’altro, “il Fenomeno”. Anzi, a pensarci bene, direi lui: è stato il calciatore migliore in assoluto a essere arrivato in Italia dopo Maradona. Io ho sfidato quel Ronaldo sia da giocatore sia da allenatore. Mi ricordo la finale di Coppa Uefa del 1998 a Parigi contro l’Inter. Giocavo nella Lazio e in campionato li avevamo dominati vincendo q-o in casa nostra, all’Olimpico, e 5-1 a San Siro. Poi siamo arrivati in finale e lui quel giorno lì… Ecco, direi che era abbastanza in forma…

[…] … Genova

È stata la città dove ho vissuto di più, in un momento particolare: abbiamo costruito una squadra impensabile che poteva contare su un presidente come Enrico Mantovani, che era il migliore al mondo.

[…] A proposito di gol, quelli da lei segnati. I suoi preferiti?

Ne ho fatti tanti… Sicuramente il gol di destro al volo contro il Napoli di Maradona, nel 1990, quando con la Samp vincemmo al San Paolo. Ma il più particolare è stato quello di tacco che ho realizzato con la maglia della Lazio a Buffon in un Parma-Lazio del 1999

Era la Lazio, quella, che si aggiudicò il secondo scudetto nella storia del club.

Una squadra spettacolare, un gruppo che avrebbe dovuto vincere molto di più rispetto a quello che ha ottenuto. C’erano grandi giocatori ed erano tutti bravi ragazzi

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