28 novembre 1990: le ultime veroniche di Bruno Conti

LAROMA24.IT (Federico Baranello) – Il 28 novembre 1990 la Roma riceve allo stadio Olimpico i “Girondini” di Bordeaux per gli Ottavi di Finale di Coppa Uefa. Nei due turni precedenti la compagine giallorossa ha già eliminato Benfica e Valencia.

Il campo è in condizioni disastrose per le piogge abbattutesi nei giorni precedenti. Piove e fa freddo, ma l’accoglienza della Sud è pirotecnica.

In panchina oltre a Muzzi, Piacentini, Cervone e Stefano Pellegrini siede un’icona del calcio mondiale, un Campione del Mondo, un Campione d’Italia, una leggenda: Bruno Conti.

In questa stagione non ha ancora giocato una partita ufficiale e la sua speranza è ovviamente quella di poter “calpestare” l’erba del suo stadio, l’erba di casa sua. La sua speranza è la speranza dell’intero popolo giallorosso.

La Roma non gioca benissimo ma il “Tedesco che vola”, al secolo Rudi Voeller, apre le marcature complice una disavventura del portiere avversario. Poi gonfierà la rete altre due volte per una magnifica tripletta. Anche Manuel Gerolin, in serata di grazia, sigla una doppietta. Alla fine per i Girondini sarà una vera e propria “mattanza sportiva”: 5-0.

Durante la partita, oltre all’evergreen “laziale cambia canale”, i cori dei tifosi invitano l’allenatore ad avvalersi delle prestazione di “Marazico”, oltre a proporlo come Sindaco di Roma.

Al 33’ del secondo tempo l’allenatore Ottavio Bianchi invita Bruno Conti a scaldarsi. Alzarsi per scaldarsi e far esplodere l’Olimpico come ad un gol è un tutt’uno.

Il telecronista per la Rai, Giorgio Martino, esclama a gran voce : “Bruno Conti si è alzato. Bianchi è stato convinto dall’affetto del pubblico di Roma a far preparare Bruno Conti. Trentacinque anni, non ha mai giocato quest’anno una partita ufficiale. E sul 5-0 Bianchi si concede anche la possibilità di accontentare platealmente il pubblico”.

La Roma vince e in campo sta per entrare il “Folletto di Nettuno”: What else?

Al 35’ esce Salsano e il “Bruno Nazionale” fa il suo ingresso in campo, lo stadio è solo per lui.

Ha un volto molto tirato, emozionato, sembra un esordio e invece sarà un addio. Gioca alla sua maniera, facendo un paio di finte che mettono a sedere l’avversario. Con Voeller si rende protagonista di uno scambio in velocità che risulterà essere la più bella azione della partita. In un’altra fase di gioco fa tre entrate in scivolata. Ha voglia di dimostrare al mondo la sua forma fisica, di dimostrare al mondo che può ancora essere utile alla causa.

L’arbitro, l’olandese Blankenstein, fischia la fine della partita. Solo parecchio tempo più tardi saprà di aver avuto l’onore di dirigere l’ultima gara di Bruno Conti.

Si, l’ultima gara, perché non gli fu concesso di giocare più per tutta la stagione. Non uno scampolo di gara in campionato, non un minuto nella doppia Finale Uefa persa con l’Inter, ne’ in quella vittoriosa di Coppa Italia contro la Sampdoria.

Nella sua ultima stagione ha sempre evitato le polemiche con l’allenatore, solo più tardi dirà: “Avrei gradito un’utilizzazione durante le gare ufficiali di campionato e di coppa; un’utilizzazione limitata nel tempo, dieci minuti o un quarto d’ora, solo per dimostrare alla gente che anch’io avevo lavorato sodo durante la settimana. A trentacinque anni non potevo certo pretendere di disputare una partita intera; non tanto perché non sarei riuscito ad arrivare fino in fondo, bensì perché ritenevo giusto che l’allenatore portasse avanti le proprie idee dal punto di vista tecnico e tattico e che si preoccupasse di dare spazio ai giovani…Mi resta nella testa e nel cuore il coro dell’Olimpico in occasione di Roma-Bordeaux: tutti scandivano il mio nome, mi volevano in campo. Una cosa stupenda”(Cit. Bruno Conti – Il calcio, la mia vita – S. Rossi, 1991).

Dopo sedici anni, 401 presenze e 47 gol, finisce la sua avventura sui campi di calcio. Ma non viene meno il ricordo delle sue corse con i capelli al vento, dei suoi repentini dribbling e improvvisi cambi di direzione che ubriacavano gli avversari di turno. Il suo modo di giocare con il pallone, “come fa un gatto con il gomitolo” (Cit. Gianni Brera).

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