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La Penna degli Altri

20 ottobre 1891 – 125 anni fa nasceva Renato Sacerdoti. La figlia: “Per papà la Roma era il Grande Amore”

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – Nel celebre inno di Campo Testaccio c’è una strofa, l’ultima, spesso dimenticata e che non viene più cantata: ‘Semo giallorossi e lo sapranno tutti l’avversari de st’artranno. Fin che Sacerdoti ce stà accanto, porteremo sempre er vanto, Roma nostra brillerà‘. Potrebbero bastare queste poche righe per capire cosa abbia significato Renato Sacerdoti, uno dei presidenti più importanti della storia giallorossa.

Nato a Roma il 20 ottobre 1891, è uno dei pionieri del calcio romano oltre ad essere tra i padri fondatori dell’AS Roma. È nella dirigenza del Football Club di Roma, o Roman utilizzando una modalità prettamente anglofona, una delle tre società che danno vita al sodalizio giallorosso. Il suo nome figura nell’ormai famoso documento conosciuto come “Ordine del giorno n.1” del 22 Luglio 1927, a firma Italo Foschi, con il quale si definiscono e distribuiscono le cariche sociali. Il nome di Sacerdoti è presente, e non poteva essere diversamente, nella “Commissione di Finanza”. È lui infatti a concedere un finanziamento di cinquecentomila lire oltre a un avallo di garanzia per un ulteriore prestito di cinquantamila concesso dal Banco Crostarosa. Questo è il suo primo atto da romanista. Questo è il suo primo atto d’amore verso i colori giallorossi. Collezionerà tredici stagioni alla presidenza della società capitolina suddivise in due mandati, 1928/35 e 1951/58, risultando secondo solo a Franco Sensi in termini di longevità nella carica di Presidente.

Nel primo mandato ha il difficile compito di sostituire Italo Foschi e grazie alle sue doti di leader, unite a capacità organizzative, oltre a quelle finanziarie, inizia la sua fiera e orgogliosa gestione dell’AS Roma.

Papà è stato, ed è tuttora, il mio grande amore”, ci racconta la figlia Dott.ssa Mariella Sacerdoti, “E il grande amore di papà è stato la Roma”. La signora Sacerdoti, una splendida e gentile signora, ci riceve nella sua casa. Appena varchiamo la porta il nostro sguardo si posa su una targa: “Gli ex calciatori della A.S. Roma in memoria del loro presidente Renato Sacerdoti – Frascati 21 – 06 – 73”. Una targa al “Sor Renato” due anni dopo la sua scomparsa. Vicino alla targa un piatto d’argento: “I ragazzi della A.S.Roma al loro Presidente – Roma 12 11 1956”. “La Roma era una grande famiglia” esclama la signora Sacerdoti “Ci si incontrava con i giocatori e i loro cari. Ma anche con tutti quelli che a vario titolo lavoravano nella società. A Natale per tutti i bambini di questa grande famiglia c’era sempre un pensiero. Papà poi aiutava sempre tutti. Ricordo anche di come s’impegnò per ottenere l’assistenza da parte della F.I.G.C. per Amos Cardarelli ammalatosi gravemente. Lo aiutò molto”. Quella targa e quel piatto rappresentano questo, l’amore dei suoi giocatori.

Nella prima campagna acquisti della sua gestione Sacerdoti ha il grande merito di riportare nella capitale, verso la sponda giusta questa volta, Fulvio Bernardini. Il suo nome è anche legato alle intramontabili e leggendarie stagioni al Testaccio da lui fortemente voluto e realizzato. Famose sono le sue reazioni in occasioni particolari e dopo alcune sconfitte. Se necessario sa prendere decisioni forti e impopolari ed è in grado di infliggere pene severe anche se i destinatari dei provvedimenti sono nomi altisonanti dello spogliatoio. È il caso di Bernardini e Ferraris IV che, rei di aver guidato alcuni compagni ad un ammutinamento, ricevono sette mesi di fermo il primo e due il secondo, successivamente condonati per l’intervento della Federazione.

Nel 1935 è costretto a cedere il timone della società, accusato di aver compiuto alcuni movimenti valutari considerati illeciti dal regime fascista, ma fondamentalmente per le sue origini ebraiche. In seguito viene mandato al confino.

Il sogno Scudetto diventa realtà nel 1942 quando Sacerdoti però non è in società: ne gioisce ma il rammarico è grande. Dopo l’8 settembre del ’43, per sfuggire alla cattura, si rifugia dai frati nella Chiesa di San Pietro in Montorio: “Qui, indossati gli indumenti talari, fece una vita di grande povertà e sacrificio. Rimase con i frati per oltre un anno”, prosegue la signora Sacerdoti, “Fu un’esperienza davvero dura, anche per me. Ho ancora negli occhi quella volta che lo vidi, con i sandali ai piedi. Fu davvero scioccante per me che ero una bambina”.

Nel 1949 ottiene, dopo una causa, il reintegro nel club divenendone vicepresidente. Sua l’idea della “Tessera Vitalizia” dove si ha diritto, dietro un corrispettivo, al voto in assemblea e a frequentare la sede sociale, oltre ovviamente all’ingresso allo stadio. Una sorta di primordiale “Azionariato popolare”. Nel campionato 1950/51 la Roma conosce l’onta della serie B: “Ricordo i giorni della retrocessione, e ricordo le pressioni di Giulio Andreotti affinché mio padre tornasse a fare il Presidente. Papà non era convinto, diceva che non aveva più voglia. Poi il suo senso del dovere e in modo particolare l’amore che nutriva per la Roma lo portarono ad accettare di nuovo l’incarico. A Verona, l’ultima giornata, conquistammo il punto necessario per tornare in A. Che festa, che giornata. Andammo in treno ad inseguire un sogno. Io c’ero, io ero sempre presente. Figuriamoci cosa sarebbe accaduto in caso contrario; con papà già normalmente se la Roma perdeva regnava il silenzio in casa, non si poteva parlare. Al contrario, quando vinceva, potevamo fare anche qualche richiesta”, racconta la signora Sacerdoti.

Nel 1953, durante una riunione di tifosi tenuta a Testaccio dichiara con il suo classico tono: “Poche ore fa, prima di venire tra voi, sono stato informato che uno dei più grandi giocatori del mondo, vestirà, all’inizio del torneo, la maglia gloriosa della Roma…”. La folla a stento riesce a trattenere il fiato. Un tifoso grida, interrompendo le parole del Presidente: “Dicce er nome…”. “Porta lo stesso nome del nostro beneamato Presidente del Consiglio”, risponde ad alta voce Sacerdoti. “Alcide” fa eco la folla. Si ode di lontano qualche Palmiro ed anche un Pietro, ma Sacerdoti copre tutte le voci: “E’ Alcide Chiggia, campione del mondo, con la nazionale dell’Uruguay…” (Cit. Vita segreta della Roma, G. Tramontano, 1964). E a Roma si sogna di nuovo.

In questo suo secondo mandato riesce a trasformare la Roma in una Polisportiva importante: alla sessione calcio affianca il Rugby, il Basket, l’atletica leggera, il nuoto e la pallanuoto con la quale vince lo scudetto.

Purtroppo non riesce a costruire una squadra che possa lottare per i primi posti, come gli riuscì nel periodo di Testaccio. Comincia a montare anche una certa “protesta” nei suoi confronti. Nel 1958, a causa di un delicato intervento agli occhi, lascia la presidenza. Rimane dirigente della Roma sino al 1967. Viene a mancare il 13 ottobre 1971.

La signora Sacerdoti ci mostra altre “reliquie”. Nei suoi occhi traspare l’emozione del ricordo. Ci guarda, con quell’aria di chi ti sta preannunciando una frase importante, e lo è: “Io la Roma la sento sulla pelle” e si passa una mano sul braccio. Ci avviamo verso la porta, ringraziamo. Salutiamo con una convinzione: anche se non è più tra noi, da lassù “Sacerdoti ce stà accanto, porteremo sempre er vanto, Roma nostra brillerà”.

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Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

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GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

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Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

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Roma, quel gol di Mihajlovic che appartiene alla storia

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ILMESSAGGERO.IT (Mimmo Ferretti) – Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna che domani sera sarà di scena all’Olimpico contro la Roma, vanta un passato giallorosso che risale all’inizio degli Anni Novanta. Voluto a tutti i costi da Vujadin Boskov, il serbo arrivò nella Capitale nell’estate nel 1992 proveniente dalla Stella Rossa di Belgrado al termine di una trattativa che, per strascichi giudiziari legati al pagamento del cartellino del giocatore, si è protratta ben oltre il giorno del suo addio, nel 1994, per andare alla Sampdoria. Con la maglia della Roma, Mihajlovic ha disputato 69 partite, realizzando 7 reti. E una di queste vale la pena ricordarla perché, ancora oggi, regala al serbo un primato nella storia giallorossa.

Si tratta della rete che Sinisa realizzò in Coppa Italia il 26 agosto del 1992 contro il Taranto allo stadio Olimpico. Vittoria degli uomini di Boskov per 4-1, e Mihajlovic, all’esordio in una gara ufficiale con la maglia della Roma, su calcio di punizione firmò il vantaggio dopo appena 4 minuti di gioco. Ebbene, quel gol è il più veloce in assoluto segnato da un esordiente romanista.

Qualche anno fa, esattamente il 23 ottobre del 2011, l’esordiente Erik Lamela ha segnato il gol più veloce in campionato, dopo 7 minuti di Roma-Palermo 1-0, ma in assoluto la rete al Taranto dell’esordiente Mihajlovic resta sul gradino più alto del podio.

Nella storia della Roma vanno ricordati molti altri esordienti subito in gol. Come, ad esempio, Roberto Pruzzo, 27 agosto 1978 (Roma-Ascoli 2-1, Coppa Italia), il compianto Pedro Manfredini, 6 settembre 1959 (Roma-Cagliari 4-0, Coppa Italia) e, più recentemente, Stephan El Shaarawy, 30 gennaio 2016 (Roma-Frosinone 3-1, Serie A).
Da segnalare che il giovane Filippo Scardina, oggi al Fano, ha segnato dopo 8 minuti dal suo esordio in Europa League, 16 dicembre 2009 (Cska Sofia-Roma 0-3). Un gol indimenticabile, non solo per lui.

Ecco i 56 giocatori della Roma che hanno segnato all’esordio ufficiale

25/09/1927 – Luigi Ziroli – Divisione Nazionale, 1ª gior. di andata: Roma-Livorno 2-0

25/09/1927 – Cesare Augusto Fasanelli – Div. Naz, 1ª gior di andata: Roma-Livorno 2-0

15/07/1928 – Bruno Ricci – Coppa CONI, 12ª gior. del gir. elim.: Roma-Pro Patria 5-1

30/09/1928 – Fulvio Bernardini – Div. Naz., 1ª giornata di andata: Roma-Legnano 4-1

30/09/1928 – Rodolfo Volk – Div. Naz., 1ª giornata di andata: Roma-Legnano 4-1

13/10/1929 – Luigi Ossoinach – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Cremonese 9-0

18/09/1932 – Elvio Banchero – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Casale 2-0

08/10/1933 – Ernesto Tomasi – Serie A, 5ª giornata di andata: Roma-Casale 2-0

16/06/1935 – Renato Cattaneo – Coppa dell’Europa Cen, and. ott: Roma-Ferencvaros 3-1

29/09/1935 – Otello Subinaghi – Serie A, 2ª giornata di andata: Genoa-Roma 2-1

09/02/1936 – Dante Di Benedetti – Serie A, 3ª giornata di ritorno: Napoli-Roma 1-2

03/01/1937 – Gastone Prendato – Serie A, 14ª giornata di andata: Roma-Lucchese 3-0

12/09/1937 – Danilo Michelini –  Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Fiorentina 4-0

25/09/1938 – Luciano Alghisi – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Milan 1-0

17/09/1939 – Miguel Angel Pantò – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Bologna 2-0

17/09/1939 – Antonio Campilongo – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Bologna 2-0

27/10/1940 – Omero Carmellini – Serie A, 4ª giornata di andata: Roma-Venezia 5-2

19/09/1948 – Mario Tontodonati – Serie A, 1ª giornata di andata: Bologna-Roma 1-2

11/09/1949 – Giancarlo Bacci – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Pro Patria 2-0

11/09/1949 – Adriano Zecca – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Pro Patria 2-0

10/09/1950 – Luigi Ganassi – Serie A, 1ª giornata andata: Bologna-Roma 3-1

09/09/1951 – Carlo Galli – Serie B, 1ª giornata di andata Roma-Fanfulla 2-1

14/09/1952 – Helge Bronée – Serie A, 1ª giornata di andata: Triestina-Roma 2-3

13/09/1953 – Alcides Ghiggia – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Genoa 4-0

29/06/1954 – Istvan Nyers – Mitropa Cup, andata ottavi: Vojvodina-Roma 4-1

18/09/1955 – Dino Da Costa – Serie A, 1ª gior. di andata: Roma-Lane Rossi Vicenza 4-1

30/10/1955 – Adelmo Prenna – Serie A, 7ª giornata di andata: Roma-Juventus 1-1

16/09/1956 – Gunnar Nordahl – Serie A, 1ª giornata di andata: Genoa-Roma 1-1

06/09/1959 – Pedro Manfredini – Coppa Italia, primo turno: Roma-Cagliari 4-0

18/09/1960 – Francisco Ramon Lojacono – Coppa Italia, Sedicesimi: Napoli-Roma 1-2

01/11/1960 – Giampaolo Menichelli – Coppa delle Fiere, ottavi ritorno.: Roma-Union St.Gilloise 4-1

03/10/1962 – Cataldo Di Virgilio – Coppa Italia, sedicesimi: Roma-Catanzaro 3-1

04/11/1962 – John Charles – Serie A, 9ª giornata di andata: Roma-Bologna 3-1

24/09/1967 – Giuliano Taccola – Serie A, 1ª giornata di andata: Inter-Roma 1-1

06/09/1970 – Roberto Vieri – Coppa Italia, 2° turno girone eliminatorio: Roma-Lazio 2-0

11/09/1977 – Guido Ugolotti – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Torino 2-1

27/08/1978 – Roberto Pruzzo – C. Italia, 1° turno girone eliminatorio: Roma-Ascoli 2-1

18/08/1982 – Maurizio Iorio – Coppa Italia, 1° turno girone eliminatorio: Spal-Roma 0-1

14/04/1983 – Paolo Baldieri – Coppa Italia, ritorno Ottavi di finale: Roma-Avellino 5-3

21/08/1983 – Francesco Vincenzi – Coppa Italia, 1° turno gir. eliminaz: Rimini-Roma 1-3

25/08/1985 – Zbigniew Boniek – C. Italia, 2° turno gir eliminatorio: Roma-Catanzaro 4-1

21/08/1988 – Renato Portaluppi – C. Italia, 1° turno girone eliminatorio: Prato-Roma 1-3

26/08/1992 – Sinisa Mihajlovic – C. Italia, and. 2° turno eliminatorio: Roma-Taranto 4-1

26/08/1992 – Silvano Benedetti – C. Italia, and 2° turno eliminatorio: Roma-Taranto 4-1

27/08/1995 – Marco Branca – Serie A, 1ª giornata andata: Sampdoria-Roma 1-1

09/09/1998 – Gustavo Bartelt – Coppa Italia, sedicesimi andata Chievo Verona-Roma 2-2

14/09/2000 – Walter Samuel – Coppa Uefa, andata 1° turno: Nova Gorica-Roma 1-4

28/09/2000 – Gabriel Omar Batistuta – Coppa Uefa, ritorno 1° turno Roma-Nova Gorica 7-0

14/09/2003 – Christian Chivu – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Brescia 5-0

14/09/2003 – John Carew – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Brescia 5-0

28/08/2005 – Shabani Nonda – Serie A, 1ª giornata di andata: Reggina-Roma 0-3

16/12/2009 – Filippo Maria Scardina – Europa League, prima fase: Cska Sofia-Roma 0-3

23/10/2011 – Eric Lamela – Serie A, 8ª giornata di andata: Roma-Palermo 1-0

26/08/2012 – Nico Lopez – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Catania 2-2

01/09/2013 – Adem Ljajic – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Hellas Verona 3-0

30/01/2016 – Stephan El Shaarawy – Serie A, 3ª gior. di ritorno: Roma-Frosinone 3-1

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