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La Penna degli Altri

11 MARZO 1962 – 55 anni fa il primo gol in campionato per De Sisti. ‘Picchio’ a LR24.IT: “Così iniziò la mia avventura alla Roma…”

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – “Fiero come un antico romano il diciannovenne Giancarlo De Sisti esce dall’Olimpico in compagnia dell’allenatore Carniglia. Il ragazzo ha segnato contro la Fiorentina il suo primo gol in Serie A, permettendo alla Roma di tornare alla vittoria sui viola in casa dopo quasi dieci anni”. Così la rivista “Il Calcio e il Ciclismo Illustrato”, del 18 marzo 1962, dedica la copertina al giovanissimo astro nascente De Sisti, dopo il primo gol in Serie A in Roma – Fiorentina dell’11 marzo 1962.

Picchio ha già segnato in una partita ufficiale, l’8 marzo del 1961 in Roma – Bologna di Coppa Italia (3-0) mettendo la firma sulla terza rete giallorossa. Tuttavia il primo gol nella massima “serie” ha un sapore diverso, è un po’ come il primo bacio, rimane sulla pelle. Decidiamo di rivivere quel momento con le parole e i ricordi di chi ne è stato l’attore principale, quel “fiero antico romano”. Lo raggiungiamo quindi per l’occasione. De Sisti ci racconta di come è iniziata la sua avventura nel calcio ma non prima di aver pronunciato, con grande fierezza “Provengo da una famiglia di romanisti”: questo la dice lunga sul personaggio che abbiamo davanti. “Sono nato al Quadraro, nei pressi del Monte del Grano” ci dice, “dove in periodo di guerra ci si riparava durante i bombardamenti. Nel quartiere le strade non erano asfaltate, erano di terra. Altri tempi certo, si giocava per strada, si giocava a pallone. Nelle vie del mio quartiere cominciavo, a 10 anni, ad essere conosciuto per come giocavo al calcio. Ero bravo già da ragazzino e quelli più grandi, che facevano la classica “conta” per fare le squadre, mi sceglievano sempre per primo. Allora cominciai anche a credere di avere della stoffa. Purtroppo (ride) dovevo fare i conti con mia madre: tornavo sempre tutto sporco e sudato, allora lei mi bucava il pallone. Per fortuna papà me lo ricomprava ogni volta. Feci un provino poi con la “Forlivesi”, una sorta di piccola società satellite della Roma nata in onore di Mario Forlivesi (giocatore della Roma venuto a mancare a soli diciotto anni nel 1945). Mi tesserarono all’istante. Avevamo il campo in Via dei Sabelli a San Lorenzo. Il campionato era già iniziato e giocai i restanti sei mesi circa. Poi venne la Roma, che mi voleva tra le giovanili, e mi prelevò pagando la “Forlivesi” con una fornitura di mute da gioco e scarpini per tutti i giocatori della società. Iniziò quindi la mia avventura in giallorosso”.

Nella Roma il ragazzino del Quadraro fa tutta la trafila delle giovanili e arriva alla Juniores, antesignana della Primavera, con la quale conquista due Scudetti, nella stagione 1959/60 e 1960/61. Per tutti i compagni di squadra il suo modo di giocare è simile al movimento di una trottola che gira velocemente e per lungo tempo, appunto un “Picchio”, per dirla alla romana. E questo sarà il soprannome che lo accompagnerà per tutta la carriera. “Sono stato fortunato” continua Picchio, “ad incontrare personaggi come Del Moro, Masetti e Boldizsar, professionisti e soprattutto uomini a cui devo molto”. Nella seconda stagione che trascorre con le giovanili avviene anche l’esordio in Serie A il 12 febbraio 1961: “Non un buon esordio, perdemmo ad Udine 2-1. Dissi a Giuliano, il nostro mediano, di cercare di darmi la palla sui piedi e non lunga dove mi anticipavano sempre. Non riuscimmo a giocare in questo modo purtroppo. Insomma alla fine andai fuori squadra. Continuai ad allenarmi sempre con grande impegno e serietà. Io non stavo nella pelle, facevo il campionato “riserve” con campioni quali Ghiggia, Selmosson, Manfredini e Schiaffino. I miei idoli. Non mi sembrava vero. Gli stessi compagni della prima squadra si accorsero di come io mi stessi allenando e dei miei progressi, oltre che delle mie qualità. Giocai nuovamente l’ultima di campionato contro la Fiorentina a Firenze, sempre nel 1961. I “Viola” cominciano ad essere una costante nella mia vita. Il giovedì precedente la gara vengo convocato in prima squadra e faccio tutte le sessioni di allenamento. Lojacono ha la febbre. Capisco che posso giocare, anzi ne sono certo. Mi alleno alla grandissima. Il sabato Mister Foni comunica alla squadra, a sorpresa, che avrebbe giocato Lojacono. Ci fu una sorta di ammutinamento. Losi e Guarnacci in particolare, pur non avendo nulla da eccepire sulle qualità tecniche di Ramon, fecero presente che l’argentino non poteva essere in forma, e che il “ragazzino” invece scalpitava ed era pronto. Alla fine giocai io. I primi 10 minuti non toccai palla, giocai in linea con Schiaffino. L’uruguaiano allora mi si avvicinò e mi disse di mettermi in diagonale rispetto a lui e di avanzare dieci metri. Cominciai a giocare tantissimi palloni. Vincemmo 1 a 0 con gol di Menichelli e feci una partita straordinaria”. Picchio raccoglie gli elogi da parte di tutti, in particolare dall’allenatore: “…ha mostrato a tutti i compagni come ci si deve impegnare e come si deve correre e con i suoi passaggi li ha sempre messi in moto spingendoli in avanti” (Cit. Corriere dello Sport, 5 giugno 1961). Dopo ventiquattro anni la Roma rivince a Firenze.

La stagione successiva è ormai in prima squadra e registra 11 presenze e un gol in campionato, il suo primo gol. È l’11 marzo 1962, all’Olimpico si gioca Roma – Fiorentina. Ancora i “Viola” nel destino di Picchio. Cinquantamila spettatori sugli spalti, un cielo coperto e qualche goccia di pioggia fanno da cornice alla contesa. I giallorossi partono subito forte con un’azione targata Menichelli-De Sisti, e solo una traversa salva “Albertosi da un colpo di testa di Menichelli da due passi dopo un’entusiasmante azione degli stessi due ragazzi fatti in casa” (Cit. Corriere dello Sport, 12 marzo 1962). Si, due ragazzi “fatti in casa”, due figli di Roma. Dopo pochi minuti, esattamente al 15’, il gol di De Sisti. In questa azione i figli di Roma diventano tre. La voce di De Sisti, nell’emozione del ricordo si fa più intensa, più bella, ci emoziona: “Orlando imposta l’azione e serve Menichelli sulla sinistra che riceve e crossa verso il limite dell’area. Io ero dentro la lunetta, spostato sulla destra. Controllo la palla di destro e lascio partire il tiro che s’insacca a fil di palo dietro Albertosi. E’ difficile esprimere il mio sentimento in quel momento. Ero soffocato dalla gioia, vennero tutti ad abbracciarmi. Avevo segnato io, ma era come se avesse segnato uno qualsiasi di noi. Aveva segnato un romano, un concittadino, uno che aveva fatto il raccattapalle. Fu un’esplosione collettiva. Alcuni di quelli che abbracciavo erano miei idoli. Stavo toccando il cielo con un dito”. Prosegue: “Non sono mai stato un giocatore che infiammava le folle. Sono stato un calciatore concreto, equilibratore, che ha sempre cercato l’organizzazione di gioco. Non ero un giocatore da 9 in pagella e poi da 5 la partita successiva. Ero costante, un giocatore sempre da 6 ½ -7 ”.

Nella Capitale vince la Coppa delle Fiere e la prima Coppa Italia nella storia della Roma quella del ’64. E’ costretto ad abbandonare Roma per esigenze di bilancio e migra a Firenze. Con i Viola diventa anche Campione d’Italia, vince una Coppa Italia e una Mitropa Cup. In Nazionale diventa campione d’Europa nel ’68. Sempre con la maglia Azzurra è in campo in quella che fu definita la “Partita del Secolo”, Italia-Germania 4-3, e la relativa e successiva finale persa con il Brasile ai mondiali del ’70. Un mondiale da protagonista, da titolare, mentre altri facevano la “staffetta” (Mazzola-Rivera). Nel cuore porta sempre i colori giallorossi e nel 1974 torna a Roma. In quella stagione segna il gol vittoria nel Derby del primo dicembre. A fine partita i tifosi lo chiamano sotto la curva e lo omaggiano di un elmo da antico romano.

Un viaggio, quello di Picchio, iniziato dal Quadraro sino alla Hall of Fame giallorossa. Un viaggio fiero, come quello di un antico romano.

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Lazio-Napoli amarcord: i destini incrociati di Ghio e Abbondanza

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ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Lazio-Napoli, 1970: la squadra di Chiappella, spavalda ed offensiva, schiera Ghio titolare e poi fa entrare Abbondanza

Un Napoli da terzo posto

A rievocarli sembra riecheggiare la storia dei ‘nomi’ portata alla ribalta da Massimo Troisi nel suo “Ricomincio da tre”, uno lungo ed uno corto. Sorridiamo ancora oggi, “Massimiliano” e “Ugo” , uno viene scostumato, l’altro educato. Certo, secondo l’attore napoletano, nella scelta del nome c’è tutta la futura educazione del bambino. Noi ne abbiamo scelto due, quattro lettere uno, dieci l’altro. Non abbiamo notizia se Ghio e Abbondanza siano stati dei bambini bravi o meno ma sappiamo che il loro destino si è intrecciato con il Napoli e la Lazio. Il ‘lungo’, chiameremo così Sandrino Abbondanza, napoletano purosangue come un cavallo di razza e il ‘corto’, ovviamente Gianpiero Ghio dalla provincia di Padova, veneto fino al midollo.

Manca il pacioccone ma questa è storia da filastrocca da Zecchino d’oro. Guarda caso, i bambini di tutta Italia la cantavano nel 1970, un anno cruciale per entrambi i protagonisti del nostro racconto. Anno importante e decisivo per entrambi perché Ghio faceva un altro buon campionato con la Lazio al fianco di Chinaglia e convinceva Ferlaino ad acquistarlo (Manservisi più 80 milioni alla società capitolina) mentre Abbondanza, dopo il prestito al Pisa, si apprestava  a tornare all’ovile. Fu così che entrambi si ritrovarono al Napoli, in ritiro insieme, in una squadra che sfiorò lo scudetto. Terza, furto dell’Inter, Gonella alla go…gna per il suo arbitraggio a San Siro e addio sogni di gloria.

Ghio e Abbondanza nelle figurine Panini

Prima di questo loro ‘appuntamento napoletano’, Ghio aveva giocato nella Lazio nei campionati 1968-69 e 1969-70 mettendo a segno 15 gol in 62 gare. Diverso il destino di Abbondanza che sarebbe stato ceduto ai biancocelesti l’anno dopo quello giocato con Ghio a Napoli. Incroci, fatalità, sorte, ambizioni malcelate, esplosioni ritardate, talento sicuro ma non valutato e sprecato. Questi, riassumendo, gli hashtag della coppia incompiuta.  Ghio, nel suo unico anno napoletano, totalizzò 27 gare e mise a segno 4 reti mentre Abbondanza fu schierato solo 12 volte ed andò in rete due volte. In tutto, la sua carriera nel Napoli racconta che, con l’andirivieni che lo contraddistinse per i prestiti al Monza, alla Lazio e al Pisa, totalizzò 35 presenze e 2 reti. L’esiguità di gol messi a segno dai due è un dato di fatto ma entrambi segnarono nella vittoria del Napoli contro il Verona al Bentegodi il 18 aprile 1971. Ghio col dieci e Abbondanza con l’undici timbrarono la vittoria esterna degli azzurri per 2 a 0.

Lazio-Napoli

Lazio-Napoli del 29 novembre 1970 è una gara molto attesa, gli azzurri sono primi in classifica poiché in 7 gare hanno totalizzato 6 vittorie ed un pari, comandano la classifica con 13 punti. Chiappella schiera la miglior formazione possibile ma è orfano di Juliano, infortunatosi due settimane prime a Vicenza. L’assenza del capitano non stravolge la squadra ma il tecnico di Rogoredo è ‘costretto’ a schierare un quintetto d’attacco con Hamrin, Sormani, Altafini, Ghio ed Improta. In pratica, al di là di un ciuccio di fatica come Bianchi, il Napoli ha bisogno che qualcuno degli attaccanti si sacrifichi un po’ in copertura.

Ghio

Nonostante gli azzurri fossero sbilanciati in avanti, la gara non si sblocca dal risultato di partenza, la Lazio di Chinaglia e Wilson, già leader dello spogliatoio, non vuole abdicare di fronte al pubblico amico. L’ultima mossa disperata di Chiappella è proprio quella di inserire Abbondanza che subentrò, a gara in corso, all’”uccellino svedese” Hamrin cercando qualche colpo che potesse mettere gli avanti azzurri davanti a Sulfaro. Invece la gara rimase in equilibrio ed il Napoli raccolse il secondo pari di quel campionato dopo uno 0 a 0 casalingo col Foggia di Montefusco, Bigon e Re Cecconi. Il Napoli visto all’Olimpico fu lo specchio di quel torneo, la sua anima non mutò anche quando rientrò Juliano dopo l’infortunio. Un coraggio che pagò e portò al terzo posto finale.

Una squadra solida

Un’anima fatta di una difesa solidissima, soltanto 19 le reti subite, che si reggeva su Zoff in porta, mastini come Panzanato e Ripari o Monticolo sulle punte avversarie, un libero attento e propositivo come Zurlini, una diga a centrocampo chiamata Ottavio Bianchi, un cervello pensante come Juliano ed una girandola di attaccanti e mezze punte che giocavano seguendo un principio fondamentale. Giocava chi era più in forma. Per questo i numeri sulle maglie diventarono pura opzione e tra Altafini, Sormani, Ghio, Improta, Abbondanza, Hamrin, perfino Umile,l’attacco era quasi sempre diverso.

Dopo l’esperienza non esaltante di Napoli, Ghio finì all’Inter, la squadra cui aveva segnato un goal al San Paolo nella vittoria per 2 a 1 (Pogliana e Jair gli altri marcatori), consapevole che avrebbe fatto la riserva di Boninsegna. Dopo la sfortunata parentesi interista, la sua carriera sembrò in declino con il passaggio all’Atalanta, al Novara, allo Juniorcasale, al Brescia e alla Cavese dove concluse la carriera. Da coach ha allenato per circa 20 anni senza le dovute fortune girovagando un po’ per l’Italia.

Abbondanza, invece, passò proprio alla Lazio a novembre, in uno scambio con Manservisi, ancora lui. Nella capitale Sandrino contribuì in maniera determinante alla promozione in Serie A con 7 reti in 25 partite. Non era ancora la Lazio dei clan e delle pistole, delle feroci partitelle e degli schieramenti politici. Ma Maestrelli, l’allenatore di quel gruppo, stava già plasmando la squadra che poi porterà allo scudetto nel 1973-74. Infatti l’ossatura dei futuri campioni d’Italia si stava già formando con i vari Oddi, Martini, Wilson, Nanni e Chinaglia. A cui si aggiungevano navigati ed esperti giocatori quali Bandoni in porta (che si alternava con Di Vincenzo ), Papadopulo, Facco e Polentes in difesa; Moschino a centrocampo e Massa in attacco.

Abbondanza nella Lazio

Dopo l’ottimo campionato con i biancocelesti il Napoli lo riprese. Stavolta decise di puntare molte fiche sul giocatore originario di Agnano. considerando l’anemico attacco che si ritrovava nel 1972-73 con Damiani, Mariani e Ferradini. Il ritorno in patria del nostro ‘Nemo’ fu salutato con entusiasmo dal pubblico partenopeo. Che si ritrovò con un centrocampo, prima ed unica volta nella storia degli azzurri, formato da soli giocatori napoletani. San Giovanni a Teduccio, Posillipo, Agnano e Torre Annunziata erano i luoghi di provenienza dei nostri baldi paladini azzurri. Juliano, Improta, Abbondanza – che, quando partiva titolare, giocava col numero 9 sulle spalle – e ‘Ciccio’ Esposito. Chiaramente Sandro non fu mai punta nel vero senso del termine. Ma quegli schieramenti da ‘falso nueve’ (un Mertens ante litteram?) fregarono perfino la Panini. Quando, infatti, uscì il fatidico album di calciatori, sotto la figurina di Abbondanza è scritto “centravanti”.

Si disse che molti giocatori nati a Napoli, cresciuti nel vivaio di Lambiase e De Manes, non erano dotati della tenacia e della predisposizione alla sofferenza di Juliano e non riuscirono a tirarsi fuori dalla turbolenza di quei Napoli figli spesso dell’improvvisazione. Ad esempio, si dice che Montefusco fosse tecnicamente più forte di Juliano ma non ne aveva il carattere e la tempra. Anche Abbondanza, che poi sarà un ottimo tecnico delle Giovanili del Napoli lanciando diversi giocatori in Serie A (Taglialatela, Baiano, De Rosa, Ferrante, Ametrano, Floro Flores tra gli altri), aveva dei piedi ‘brasiliani’. Ma forse possedeva uno scarso spirito di sacrificio, un estro eccezionale ma un fisico modesto.


Il ritorno di Abbondanza al Napoli

Ma la sua carriera scivolò inesorabilmente nell’anonimato, addirittura terminando a 31 anni in America, al Toronto Blizzard. Troppo poco per un giocatore nel quale Chiappella credeva ciecamente e che fece debuttare a 20 anni in Serie A. Pensate che quando “Sivorino” (chiamato così per il vizio di giocare con i calzettoni abbassati come il genio argentino) esordì col Bologna andò a ‘chiudere’ un quintetto di attacco formato da Claudio Sala, Juliano, Altafini e Barison. Lui, il più piccolino di tutti, aveva il ‘dieci’ sulle spalle e guardò il San Paolo pieno. Col cuore a mille.

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Addio Trebbi. Fu nazionale e campione d’Europa ’63

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GAZZETTA DELLO SPORT – “Mario Trebbi è stato campione d’Italia e campione d’Europa con il Milan a Wembley. È’ stato sempre impeccabile, serio e professionale, in tanti anni di maglia rossonera dal 1957 al 1966”. Il Milan ha voluto ricordare così Mario Trebbi, nato a Sesto San Giovanni, leggenda rossonera morta ieri a 78 anni. Magari poco conosciuto al grande pubblico del 2018, Trebbi è stato un difensore importante. Quel giorno di maggio 1963, contro il Benfica nella finale di Coppa dei Campioni, giocò con il numero 3 contro Eusebio. Era cresciuto nel Milan, per cui giocò (e vinse) nella categoria Ragazzi assieme a Trapattoni. In rossonero passò tutta la prima parte della carriera, dal 1958 al 1966: in totale 167 partite ufficiali e 1 gol. In rossonero vinse due scudetti, poi passò al Torino, con cui festeggiò una Coppa Italia, e al Monza.

ITALIA E PANCHINA

Trebbi giocò anche due partite in Nazionale, contro Irlanda del Nord e Austria. A Roma 1960 fu scelto per l’Olimpica, con cui sfiorò una medaglia: l’Italia perse la semifinale con la Jugoslavia e la finale per il terzo posto con l’Ungheria. A fine carriera diventò allenatore, prima con la Civitanovese che ieri lo ha ricordato, poi tra le altre con Alessandria e Siracusa

(Gazzetta dello Sport, 15 Agosto 2018)

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Luigi Burlando, il “ragazzo del ’99” che meravigliò l’Italia

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IOGIOCOPULITO.IT (Matteo Calautti) – L’attuale generazione gode della fortuna di aver potuto contemplare da vicino atleti di livello straordinario. Si pensi per esempio ai vari Michael Phelps nel nuoto, Cristiano Ronaldo nel calcio, Usain Bolt della corsa e Roger Federer nel tennis. Tutti atleti magnifici e dall’impatto mediatico pazzesco nella loro disciplina di competenza. Tuttavia, nella storia dello sport c’è stato un caso italiano di eclettismo più unico che raro. Si sta parlando di Luigi Burlando, atleta genovese che alle Olimpiadi di Anversa del 1920 riscrisse la storia dello sport nostrano.

Nato a Genova nel 1899, Luigi Burlando fu costretto ad affrontare un’infanzia difficile. La morte della madre quando ancora era poco più che un bambino lo costrinse a badare ai suoi fratelli. Forse fu proprio la ricerca della leggerezza perduta che, dopo aver trovato lavoro nel porto, lo spinse prima a frequentare i campi da calcio dell’Audace Genova e poi ad accettare la proposta dell’Andrea Doria, una delle due società calcistiche più prestigiose nella Genova di allora. Due campionati in cui il mediano si fa le ossa, togliendosi anche la soddisfazione di un giovane esordio all’età di 16 anni mentre il mondo intorno a lui stava cambiando. Infatti, una volta scoppiata la Prima Guerra Mondiale venne chiamato alle armi in quanto ″ragazzo del ’99″, precisamente nel reparto di artiglieria sul Piave.

Luigin, come veniva soprannominato dagli amici, tornato sano e salvo all’Andrea Doria, fece il suo esordio in Nazionale di calcio alle Olimpiadi di Anversa nel 1920. Ma non solo. Infatti, negli anni precedenti l’atleta genovese si era contraddistinto a livello nazionale anche per le sue doti da pallanuotista, venendo così convocato in terra belga in entrambe le selezioni italiane. Un caso più unico che raro nello sport nostrano, ma anche uno dei più particolari della storia dello sport. Sì, lo statunitense Johnny Weissmuller (come molti altri) partecipò per esempio alle Olimpiadi sia come nuotatore che come pallanuotista, conquistando anche delle medaglie. Ma si trattava comunque di due sport in primis non così differenti, in secundis non entrambi di squadra. Il buon Burlando si trovò così costretto a partecipare a sfide di differente natura anche ad una distanza di poche ore. Tuttavia questo record non gli bastava. Due anni dopo, durante la vittoria per 4-2 contro i campioni olimpici del Belgio a Milano, infatti entrò di diritto nella storia del calcio grazie ad un goal di testa da oltre 40 metri di prima su rilancio di un colpevole Jean De Bie.

Dopo l’esperienza olimpica, Burlando ricevette la chiamata che gli cambiò la vita intera: quella del Genoa del leggendario William Garbutt. La sua esperienza in Rossoblù fu caratterizzata da11 stagioni, 234 presenze e 9 goal, per un totale di due Scudetti consecutivi nelle stagioni 1922/23 e 1923/24 e di una finale persa durante in occasione delle ″interminabili″ (ed oscure) sfide con il Bologna in epoca fascista. Se con Ottavio Barbieri ed Ettore Leale formava il leggendario terzetto della mediana rossoblù sui campi di calcio, nelle piscine continuava a dominare con la calottina dell’Andrea Doria, conquistando cinque Scudetti tra il 1921 ed il 1926. Un albo d’oro che nelle precedenti annate era stato monopolizzato, ironia della sorte, proprio dalla sezione pallanuotistica del Genoa, inaugurata nel 1911 dal presidente rossoblù Edoardo Pasteur e scioltasi nel 1922.

Ma non solo calcio e pallanuoto. Burlando, oltre ad essere un amante della ginnastica pura, riuscì a competere a livello nazionale anche nella scherma con il bastone e nella savate, sport di combattimento meglio conosciuto come boxe francese. Per quanto riguarda questa disciplina, nata a Marsiglia nel XVIII secolo, l’atleta genovese si laureò perfino campione italiano nel 1921 e 1922, biennio nel quale divenne anche campione italiano di pallanuoto con l’Andrea Doria.

Terminata la sua carriera agonistica, come poteva fermarsi un uomo che aveva fatto dello sport la sua vita? Il buon Luigin non ci mise molto a decidere di rimanere nell’ambiente. Già sul finire della carriera divenne consigliere ed osservatore del Genoa, nonché responsabile del settore giovanile rossoblù nella stagione 1930/31. Il suo carisma nello spogliatoio e la sua esperienza sotto la Lanterna portarono la società ad eleggerlo perfino allenatore-giocatore nella stagione successiva, affiancato dal campione argentino Guillermo Stábile nel suo periodo di degenza in seguito al suo grave infortunio alla gamba destra, subito durante una amichevole contro l’Alessandria. Questa prima esperienza con il Grifone terminò a gennaio, mese nel quale la società lo sollevò dall’incarico di allenatore (rimanendo comunque in rosa come giocatore) per far posto all’austriaco Karl Rumbold.

In seguito rientrò nell’ambiente della Nazionale divenendo uno stretto collaboratore di Vittorio Pozzo, commissario tecnico azzurro che conquistò due Mondiali consecutivi tra il 1934 ed il 1938, rispettivamente in Italia e Francia. Anche se non più da giocatore, Burlando divenne così campione del mondo per la prima volta nel 1938 allo Stade Olympique de Colombes di Parigi, grazie alla vittoria in finale contro l’Ungheria. L’ex commissario tecnico della Nazionale, durante un’intervista rilasciata negli anni Sessanta, lo dipinse così: «È l’immagine della schiettezza, della lealtà e della sincerità». «Mai avuto un aiutante simile in vita mia», continuò l’amico e collega, «mi capisce, mi interpreta e mi aiuta a creare nella squadra quell’ambiente di comprensione, di intesa, di fraternità che sta alla base dei nostri successi».

Nella stagione 1940/41 divenne nuovamente (anche se temporaneamente) allenatore della squadra di cui era diventato una bandiera: il Genoa. Chiamato dalla società per subentrare sulla panchina Rossoblù al suo ex capitano e compagno di mille avventure Ottavio Barbieri, Burlando condusse il Genoa ad un tranquillo decimo posto in Serie A. Questa fu la sua ultima esperienza sportiva degna di nota nella sua lunghissima carriera. Morì nella sua Genova nel 1967, a causa di un male incurabile.

Aldo Merlo, famoso giornalista genovese e genoano, lo dipinse con le seguenti parole: «Forse l’unico personaggio sportivo effettivamente decoubertiniano. Ed aveva vinto tutte le sue battaglie». Il corrispondente genovese de La Stampa, invece, lo descrisse in occasione della sua morte come «una delle figure più significative dello sport genovese di tutti i tempi».

Un unicum della storia dello sport italiano. Un unicum la cui leggenda si perde nella notte dei tempi.

 

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