Connect with us

La Penna degli Altri

11 MARZO 1962 – 55 anni fa il primo gol in campionato per De Sisti. ‘Picchio’ a LR24.IT: “Così iniziò la mia avventura alla Roma…”

Published on

LAROMA24.IT (Federico Baranello) – “Fiero come un antico romano il diciannovenne Giancarlo De Sisti esce dall’Olimpico in compagnia dell’allenatore Carniglia. Il ragazzo ha segnato contro la Fiorentina il suo primo gol in Serie A, permettendo alla Roma di tornare alla vittoria sui viola in casa dopo quasi dieci anni”. Così la rivista “Il Calcio e il Ciclismo Illustrato”, del 18 marzo 1962, dedica la copertina al giovanissimo astro nascente De Sisti, dopo il primo gol in Serie A in Roma – Fiorentina dell’11 marzo 1962.

Picchio ha già segnato in una partita ufficiale, l’8 marzo del 1961 in Roma – Bologna di Coppa Italia (3-0) mettendo la firma sulla terza rete giallorossa. Tuttavia il primo gol nella massima “serie” ha un sapore diverso, è un po’ come il primo bacio, rimane sulla pelle. Decidiamo di rivivere quel momento con le parole e i ricordi di chi ne è stato l’attore principale, quel “fiero antico romano”. Lo raggiungiamo quindi per l’occasione. De Sisti ci racconta di come è iniziata la sua avventura nel calcio ma non prima di aver pronunciato, con grande fierezza “Provengo da una famiglia di romanisti”: questo la dice lunga sul personaggio che abbiamo davanti. “Sono nato al Quadraro, nei pressi del Monte del Grano” ci dice, “dove in periodo di guerra ci si riparava durante i bombardamenti. Nel quartiere le strade non erano asfaltate, erano di terra. Altri tempi certo, si giocava per strada, si giocava a pallone. Nelle vie del mio quartiere cominciavo, a 10 anni, ad essere conosciuto per come giocavo al calcio. Ero bravo già da ragazzino e quelli più grandi, che facevano la classica “conta” per fare le squadre, mi sceglievano sempre per primo. Allora cominciai anche a credere di avere della stoffa. Purtroppo (ride) dovevo fare i conti con mia madre: tornavo sempre tutto sporco e sudato, allora lei mi bucava il pallone. Per fortuna papà me lo ricomprava ogni volta. Feci un provino poi con la “Forlivesi”, una sorta di piccola società satellite della Roma nata in onore di Mario Forlivesi (giocatore della Roma venuto a mancare a soli diciotto anni nel 1945). Mi tesserarono all’istante. Avevamo il campo in Via dei Sabelli a San Lorenzo. Il campionato era già iniziato e giocai i restanti sei mesi circa. Poi venne la Roma, che mi voleva tra le giovanili, e mi prelevò pagando la “Forlivesi” con una fornitura di mute da gioco e scarpini per tutti i giocatori della società. Iniziò quindi la mia avventura in giallorosso”.

Nella Roma il ragazzino del Quadraro fa tutta la trafila delle giovanili e arriva alla Juniores, antesignana della Primavera, con la quale conquista due Scudetti, nella stagione 1959/60 e 1960/61. Per tutti i compagni di squadra il suo modo di giocare è simile al movimento di una trottola che gira velocemente e per lungo tempo, appunto un “Picchio”, per dirla alla romana. E questo sarà il soprannome che lo accompagnerà per tutta la carriera. “Sono stato fortunato” continua Picchio, “ad incontrare personaggi come Del Moro, Masetti e Boldizsar, professionisti e soprattutto uomini a cui devo molto”. Nella seconda stagione che trascorre con le giovanili avviene anche l’esordio in Serie A il 12 febbraio 1961: “Non un buon esordio, perdemmo ad Udine 2-1. Dissi a Giuliano, il nostro mediano, di cercare di darmi la palla sui piedi e non lunga dove mi anticipavano sempre. Non riuscimmo a giocare in questo modo purtroppo. Insomma alla fine andai fuori squadra. Continuai ad allenarmi sempre con grande impegno e serietà. Io non stavo nella pelle, facevo il campionato “riserve” con campioni quali Ghiggia, Selmosson, Manfredini e Schiaffino. I miei idoli. Non mi sembrava vero. Gli stessi compagni della prima squadra si accorsero di come io mi stessi allenando e dei miei progressi, oltre che delle mie qualità. Giocai nuovamente l’ultima di campionato contro la Fiorentina a Firenze, sempre nel 1961. I “Viola” cominciano ad essere una costante nella mia vita. Il giovedì precedente la gara vengo convocato in prima squadra e faccio tutte le sessioni di allenamento. Lojacono ha la febbre. Capisco che posso giocare, anzi ne sono certo. Mi alleno alla grandissima. Il sabato Mister Foni comunica alla squadra, a sorpresa, che avrebbe giocato Lojacono. Ci fu una sorta di ammutinamento. Losi e Guarnacci in particolare, pur non avendo nulla da eccepire sulle qualità tecniche di Ramon, fecero presente che l’argentino non poteva essere in forma, e che il “ragazzino” invece scalpitava ed era pronto. Alla fine giocai io. I primi 10 minuti non toccai palla, giocai in linea con Schiaffino. L’uruguaiano allora mi si avvicinò e mi disse di mettermi in diagonale rispetto a lui e di avanzare dieci metri. Cominciai a giocare tantissimi palloni. Vincemmo 1 a 0 con gol di Menichelli e feci una partita straordinaria”. Picchio raccoglie gli elogi da parte di tutti, in particolare dall’allenatore: “…ha mostrato a tutti i compagni come ci si deve impegnare e come si deve correre e con i suoi passaggi li ha sempre messi in moto spingendoli in avanti” (Cit. Corriere dello Sport, 5 giugno 1961). Dopo ventiquattro anni la Roma rivince a Firenze.

La stagione successiva è ormai in prima squadra e registra 11 presenze e un gol in campionato, il suo primo gol. È l’11 marzo 1962, all’Olimpico si gioca Roma – Fiorentina. Ancora i “Viola” nel destino di Picchio. Cinquantamila spettatori sugli spalti, un cielo coperto e qualche goccia di pioggia fanno da cornice alla contesa. I giallorossi partono subito forte con un’azione targata Menichelli-De Sisti, e solo una traversa salva “Albertosi da un colpo di testa di Menichelli da due passi dopo un’entusiasmante azione degli stessi due ragazzi fatti in casa” (Cit. Corriere dello Sport, 12 marzo 1962). Si, due ragazzi “fatti in casa”, due figli di Roma. Dopo pochi minuti, esattamente al 15’, il gol di De Sisti. In questa azione i figli di Roma diventano tre. La voce di De Sisti, nell’emozione del ricordo si fa più intensa, più bella, ci emoziona: “Orlando imposta l’azione e serve Menichelli sulla sinistra che riceve e crossa verso il limite dell’area. Io ero dentro la lunetta, spostato sulla destra. Controllo la palla di destro e lascio partire il tiro che s’insacca a fil di palo dietro Albertosi. E’ difficile esprimere il mio sentimento in quel momento. Ero soffocato dalla gioia, vennero tutti ad abbracciarmi. Avevo segnato io, ma era come se avesse segnato uno qualsiasi di noi. Aveva segnato un romano, un concittadino, uno che aveva fatto il raccattapalle. Fu un’esplosione collettiva. Alcuni di quelli che abbracciavo erano miei idoli. Stavo toccando il cielo con un dito”. Prosegue: “Non sono mai stato un giocatore che infiammava le folle. Sono stato un calciatore concreto, equilibratore, che ha sempre cercato l’organizzazione di gioco. Non ero un giocatore da 9 in pagella e poi da 5 la partita successiva. Ero costante, un giocatore sempre da 6 ½ -7 ”.

Nella Capitale vince la Coppa delle Fiere e la prima Coppa Italia nella storia della Roma quella del ’64. E’ costretto ad abbandonare Roma per esigenze di bilancio e migra a Firenze. Con i Viola diventa anche Campione d’Italia, vince una Coppa Italia e una Mitropa Cup. In Nazionale diventa campione d’Europa nel ’68. Sempre con la maglia Azzurra è in campo in quella che fu definita la “Partita del Secolo”, Italia-Germania 4-3, e la relativa e successiva finale persa con il Brasile ai mondiali del ’70. Un mondiale da protagonista, da titolare, mentre altri facevano la “staffetta” (Mazzola-Rivera). Nel cuore porta sempre i colori giallorossi e nel 1974 torna a Roma. In quella stagione segna il gol vittoria nel Derby del primo dicembre. A fine partita i tifosi lo chiamano sotto la curva e lo omaggiano di un elmo da antico romano.

Un viaggio, quello di Picchio, iniziato dal Quadraro sino alla Hall of Fame giallorossa. Un viaggio fiero, come quello di un antico romano.

La Penna degli Altri

14 novembre 1934, la battaglia di Highbury

Published on

SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Si gioca a Londra l’amichevole di calcio Italia-Inghilterra, passata alla storia come la “battaglia di Highbury”.

I Maestri inglesi contro i Campioni del Mondo. Pozzo fiuta l’inganno e vorrebbe declinare un invito stuzzicante perchél’intenzione dell’Inghilterra è quella di sconfiggere gli azzurri per privarli idealmente del titolo di Campioni del Mondo. Ma la sfida solletica molto l’ambiente politico. Mussolini in persona si dichiara favorevole alla sfida: bisogna andare a Londra. Batterli o comunque non perdere, e Pozzo non può dire di no.

Le premesse della sfida anticipano l’acre battaglia che si svilupperà sul campo. Gli inglesi preparano tutto per benino e annunciano a sorpresa che l’incontro verrà disputato non a Wembley, stadio maestoso e imperiale, certamente sede degnissima per accogliere l’Italia Campione del Mondo, ma in quella autentica trappola di fango che è il campo dell’Arsenal. E ovviamente viene scelto il mese di novembre, nelle peggiori condizioni atmosferiche possibili, per mettere gli azzurri in difficoltà estreme.

L’Italia scende in campo senza troppi tremorisebbene dopo pochi minuti accada l’imponderabile: il maestoso centromediano Luisito Monti, che detta i tempi della difesa, s’infortuna e i padroni di casa vanno in rete tre volte, al 3′ e al 10′ con Brook, al 12′ con Drake.

Tuttavia nella ripresa l’Italia si trasforma: Meazza segna una doppietta sfiorando ripetutamente, con Guaita e Ferrari, il gol del clamoroso pareggio. Gli oltre 61 mila spettatori di Highbury applaudono i 22 eroi in campo, senza distinzioni di maglia. L’Italia del calcio ha guadagnato il rispetto di tutto il pubblico britannico. I leoni di Highbury escono dalla cronaca di una partita infernale e entrano direttamente nella leggenda del calcio mondiale. Gli inglesi vincono la sfida, ma l’Italia si dimostra una squadra vera.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Antonio Marcolini, bomber nella storia del Savona ma non solo

Published on

SAVONANEWS.IT (Roberto Vassallo) – L’ex attaccante scomparso nella notte verrà ricordato come uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria degli appassionati: la Serie B con il Bari e i successi con gli Striscioni e la Cairese le pagine più belle di una lunga carriera.

Un triste risveglio ha scosso stamane il mondo del calcio savonese. La notizia della scomparsa di Antonio Marcolini si è infatti rapidamente diffusa in tutta la nostra provincia, lasciando esterrefatti appassionati e addetti ai lavori del “pallone” locale. Il perché è facilmente comprensibile: l’ex attaccante del Savona è uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia degli Striscioni, ma non solo.

Nato a Verona il 24 ottobre del 1950, Marcolini ha esordito nel calcio dei grandi con la maglia biancoblu collezionando qualche presenza in prima squadra tra il 1967 e il 1969. Dopo una stagione al Rapallo, l’affermazione all’ombra della Torretta (in Serie C) che gli vale la chiamata del Bari in Serie B: due stagioni nella serie cadetta con i pugliesi, dopodiché ancora tanta terza serie con un lungo peregrinare fra Grosseto, Alessandria, Pro Vasto e Triestina prima del ritorno al “Bacigalupo” nella stagione 1978-’79, la prima della Serie C2.

Un’annata particolare per gli striscioni, iniziata in piena crisi societaria e raddrizzata con l’avvento di Michele Viano alla presidenza e di Valentino Persenda in panchina: punti fermi di quella rifondazione biancoblu furono l’ex milanista Pierino Prati e proprio Marcolini, capaci di condurre la squadra ad una salvezza da brividi ottenuta solamente all’ultima giornata con il 2-0 rifilato in trasferta al Derthona.

Un’altra salvezza (questa volta più comoda) in Serie C2 nella stagione successiva è invece il preludio al passaggio tra i dilettanti, alla Cairese. Tre stagioni in gialloblu ricche di soddisfazioni: la vittoria del campionato di Prima Categoria ’80-’81 (con l’invidiabile score di 29 presenze e 34 reti) e della Promozione ’81-’82, a cui si aggiunge una stagione di alto livello in Serie D.

Infine Albenga, Varazze (in versione allenatore giocatore) e Carcarese seguite dall’esperienza come tecnico alla guida del Quiliano. Poi spazio al figlio Michele, ex calciatore professionista (in serie A con Bari, Atalanta e Chievo Verona) e oggi allenatore (l’ultima esperienza nella passata stagione alla guida dell’Alessandria con cui ha vinto la Coppa Italia di Serie C).

Questa notte il tragico epilogo di una vita vissuta sui campi di calcio, laddove ha saputo lasciare un ricordo che sempre vivrà nella memoria dei tanti che hanno corso al suo fianco o che semplicemente lo hanno visto giocare.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Correva l’anno 1930: Stabile arrivava al Genoa

Published on

GENOACFC.IT – Lo chiamavano ‘El Filtrador’ per l’abilità a incunearsi tra i difensori. Usava la fantasia come ago per pungere gli avversari. Le cronache raccontano che quando Guillermo Stabile sbarcò a Ponte dei Mille ci fossero migliaia di tifosi genoani in festa ad attendere il centravanti della nazionale argentina. Il primo capo-cannoniere nella storia dei Campionati del Mondo (8 gol in 4 partite in Uruguay). Era il 14 novembre del 1930. Il presidente di allora, Guido Sanguineti, lo aveva raggiunto a Barcellona, durante il viaggio di nozze, per scortarlo sino a Genova via nave. Due giorni dopo al Ferraris si giocava una partita con il Bologna. ‘El Filtrador’ si presentò con una tripletta. Così. Tanto per gradire. Il primo passo verso l’ingresso nella Hall of Fame del club di calcio più antico in Italia.

Finte e proprietà di palleggio, dribbling e numeri d’autore. Una visione di gioco sopraffina che gli permetteva di vedere oltre i confini altrui. Solo i ripetuti infortuni, tra gambe spezzate e lesioni al ginocchio, frenarono parzialmente la parabola di Guillermo con i colori rossoblù. Una storia che esce dagli anni Trenta perpetuandosi sino ai nostri giorni. I capelli impomatati, lo sguardo fiero. Una famiglia di dieci fratelli di origine italiana. Era nato a Buenos Aires. La città della “Boca” e delle casette che ricordavano la Liguria. Al Genoa iniziò la carriera di allenatore come vice durante il mandato di un altro fuori-concorso come Luigin Burlando. Ancora oggi è l’allenatore che ha vinto il maggior numero di volte (6) la Coppa America. Vanta una serie di conquiste. E oltre un centinaio di panchine con la nazionale argentina.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: