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Gli Eroi del Collezionismo

Il Regno delle figurine e il suo Re: il più grande collezionista al mondo e il suo tesoro senza tempo

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IOGIOCOPULITO.IT (Federico Baranello) – “Ce l’ho”, “mi manca”, “ce l’ho”, “mi manca”… quante volte abbiamo pronunciato questo ritornello? Tutti noi abbiamo collezionato almeno una volta le figurine dei calciatori. Quanti ricordi, quante emozioni. Il profumo della colla che si sprigionava all’apertura del pacchetto rimane come un segno indelebile della nostra infanzia. Non lo si dimentica più, come il sugo domenicale della nonna. Indimenticabili sono anche quelle lunghe trattative che caratterizzavano gli scambi. E poi i giochi con le “figu” con l’obiettivo di accaparrarsi quelle degli amici o dei compagni di classe. Si poteva vincere girando di scatto la figurina e sperare di avere quella con il numero più alto, oppure ribaltando quelle dell’avversario con una botta “secca”, o soffiando, sul tavolo. Ci si divertiva anche quando, dopo averle fatte scivolare da un muro, si discuteva quale fosse atterrata più vicino al muro stesso. La fantasia non aveva limite ai giochi che si facevano con le figurine. Altro che PlayStation. Si aspettava un pacchetto di figurine come si aspettava il Natale. E spesso era una sorta di premio che i genitori ci davano per esserci comportati “bene”. Infine quella sensazione di soddisfazione nell’attaccare la figurina che permetteva di completare l’album. Una soddisfazione mista a malinconia, perché completare un album significava terminare l’emozione, in attesa della stagione successiva: “E la cosa stupenda è che questo si ripete continuamente, c’è sempre un’altra stagione…E che male c’è in questo? Anzi, è piuttosto confortante se ci pensi…“(Cit. Nick Hornby, Febbre a 90°). Questa passione, man mano che si cresce, conosce il tramonto. In altri casi è invece l’alba di qualcosa di più importante. Così è stato per Gianni Bellini: il Re delle figurine. Un Re con tanto di investitura da parte del “Times”: “Gianni Bellini is a grand-father with the passion of a schoolboy. The Italian print worker is considered the world’s greatest collector of Panini footballer stickers” (Cit. The Times, 10 giugno 2014).

“Ho 54 anni, sposato da 34, una figlia di 33 e un nipotino che comincia ad affacciarsi al mondo delle figurine dei calciatori”, ci confida Gianni, “Ho iniziato a comprargliele e devo confessare che qualche volta il pacchetto lo apro io… sai quell’odore…Io gli ho spiegato che il pacchetto si apre, si “annusa” e poi i doppioni si devono scambiare con gli altri. Queste sono le regole del gioco e cerco di tramandargliele. Lavoro da quasi quarant’anni in una tipografia e abito a San Felice sul Panaro, provincia di Modena. Un paese che negli ultimi anni è salito tristemente agli onori della cronaca per via del tremendo terremoto del maggio 2012 che qui fece tre vittime. Io e la mia famiglia siamo stati più fortunati perché nulla di grave è successo alla nostra casa. Ho riscoperto però in quel periodo il valore della solidarietà”. Qui la voce si fa seriosa: “In quei giorni ho ricevuto tanti messaggi, tante telefonate: da alcuni esponenti della FIGC, dalla Panini, dai tanti collezionisti in ogni parte del mondo. Tutti, oltre a manifestare la loro solidarietà appunto e dichiarandosi dispiaciuti per quanto successo, si sono interessati a me e alla mia famiglia. In tanti ci hanno messo a disposizione le loro case. È proprio vero che ci si ritrova nei brutti momenti, nei momenti di difficoltà”. Gianni fa una piccola pausa, poi riprende, “Ho tifato Milan sino all’avvento delle Pay-Tv, poi il calcio moderno non mi ha più trasmesso ciò che mi trasmetteva prima, troppo business. Ho seguito il Modena anche in trasferta nel periodo che dalla C è salito in A nel 2002. Seguo molto anche la Nazionale e quando riesco vado a vederla. In generale ora seguo le squadre della nostra zona, meno blasonate ma forse un calcio più vero, più vicino a quello che io amo.

Ma come si diventa il più grande collezionista al mondo in questo ambito? ”Negli anni ’70 la Panini per promozione regalava gli album. Ovviamente ne arrivò uno anche nella nostra casa e lo prese mio fratello che è un po’ più grande di me. Ricordo, come fosse ora, la prima figurina che io vidi, la prima che io toccai: il mitico Sergio Carantini del Lanerossi Vicenza, bandiera del calcio biancorosso degli anni sessanta e inizi settanta, scomparso nel 2015. Era l’album del 71/72. Da lì ho iniziato la mia avventura con gli album. Ricordo poi che, diversamente da oggi, non esistevano gli aggiornamenti per il calcio mercato. Allora io prendevo un doppione di un giocatore trasferito, ritagliavo il viso e il nome e lo attaccavo su un giocatore doppione della nuova squadra. Erano di fatto gli aggiornamenti, un po’ arrangiati ma efficaci. Ho un aneddoto da raccontare circa l’album del 72/73, un album a cui, proprio per questo aneddoto, sono particolarmente legato. Mi mancava solo una figurina per completarlo, Ivano Bordon, mitico portiere dell’Inter. Avevo 495 doppioni e il compagno di classe che lo aveva doppio ne voleva cinquecento in cambio. Comprai un pacchetto per raggiungere il numero necessario. Lo apro…chi ti trovo dentro? Ivano Bordon. Ero talmente felice che regalai comunque tutti i miei doppioni a quel compagno di classe. Ora ho circa 4.000 album di cui circa 2.500 solo Panini, gli altri 1.500 circa sono edizioni diverse come Vanderhout, Navarrete, Bergmann Verlag, Topps, F.K.S., AGE Educatif, Salo, Epoch, Ediciones Este e Mabilgrafica, solo per citarne i maggiori”.

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“Sino al 1984 sono stato un collezionista abbastanza tranquillo. Poi è scattata una molla evidentemente, qualcosa. Ho cominciato ad inserire degli annunci su riviste e giornali, anche esteri. Li la svolta…cominciai a ricevere lettere a non finire, oltre 500 a settimana con il postino che mi diceva che se le volevo dovevo recarmi in posta, lui non le avrebbe più consegnate. In alcuni casi l’ho rincorso per farmi consegnare la corrispondenza, c’era il “frutto” degli scambi e degli acquisti, ma anche le richieste di informazione da parte di altri collezionisti. Ho contatti con la Panini qui a Modena, li conosco perfettamente, ci scambiamo opinioni, collaboriamo. È davvero una fortuna averli così vicino a me. Io ho una rete di oltre 250 corrispondenti in tutto il mondo. Solo in Brasile ne ho 15, perché ogni regione fa il suo Album: quello del Campionato Paulista, quello Carioca, quello Pernambucano e così via. Poi ci sono quelli dei diversi club come il Corinthians, del Palmeiras, dell’Internacional per citarne qualcuno. Solo per ricordare ai miei corrispondenti di prendermi l’album nuovo invio 4 mail l’anno ad ognuno. Solo queste mail, per tutti i 250 corrispondenti, sono mille. Poi rispondono, mi chiedono. Io rispondo di nuovo. In un anno invio oltre 5.000 mail. Dedico a questa attività oltre 3 ore al giorno di media. Ma sono indietro con oltre 150.000 figurine da attaccare. Solo per recuperare tutti gli album nuovi e relative figurine servono tra i 3.000 e i 4.000 euro l’anno. Ma questa è la mia passione”. Gianni è un fiume in piena tanta è la passione e l’entusiasmo. I numeri che ci racconta sono impressionanti, numeri da capogiro: 5.000 album, 250 corrispondenti in oltre 60 paesi, 150.000 figurine ancora da attaccare e ogni giorno ne arrivano di nuove. Oltre tre ore al giorno di lavoro a cui va sommato anche l’impegno economico. Ma dove tiene tutta questa quantità di album e figurine… “Vi ricordate il film “Fantozzi contro tutti” in cui la moglie aveva riempito la casa di pane perché innamorata del panettiere? Beh casa mia è un po’ così, invece delle posate nel cassetto trovi le figurine” ci racconta in maniera scherzosa Gianni, “A parte gli scherzi ho una stanza solo per me e le mie collezioni: il mio Regno. Poi da quando mia figlia si è sposata la sua stanza è diventata la stanza degli ospiti…e gli ospiti sono le mie figurine. In garage poi ho una specie di “Caveau” dove tengo le cose meno importanti. Li ci sono interi scatoloni con la corrispondenza, intendo proprio le lettere ricevute, scambiate nel corso di questi tanti anni da collezionista. Devo dirlo, devo essere sincero: la mia vera fortuna è di avere accanto mia moglie Giovanna. Una moglie che ha capito la mia passione e non mi ha mai creato un problema. Quando mi arriva qualcosa di nuovo, di speciale, io sono felice, ma lei fa finta di nulla sembra distaccata, non interessata. Poi il giorno dopo mi chiede “Cosa ti è arrivato? Chi te lo ha mandato? Come lo hai contattato?”. Ecco lei è il mio grande punto di appoggio e per questo io la ringrazio. Da qualche anno poi faccio le mostre e lei viene con me. Mentre io mi soffermo con gli organizzatori dal punto di vista tecnico, decidiamo cosa far vedere e cosa mettere in evidenza, lei ormai segue la parte organizzativa: fa le foto dei locali, partecipa all’organizzazione della sala e alla disposizione del materiale. Insomma è una collaboratrice davvero importante per me. Una volta, come tutte le coppie del mondo, ci fu una discussione. Lei andò nella mia stanza, prese un album e me lo strappò davanti gli occhi, volendo colpirmi nel mio punto più debole. Dopo dieci giorni gli ripresentai l’album nuovo, lo recuperai in tempo record. Mi guardò e mi disse “Neanche il gusto di farti un dispetto”, e ci mettemmo a ridere. Non ricordo nemmeno perché litigammo”. Ma noi uomini non lo capiamo di solito.

“Un giorno mi contattò il figlio di un noto industriale, non faccio nomi chiaramente. Mi chiese di poter vedere la collezione. Prendemmo appuntamento e venne a casa mia. Trascorremmo insieme un paio d’ore e si mostrò molto interessato. Ci prendemmo poi un caffè seduti intorno ad un grande tavolo che ho in cucina. C’era anche mia moglie. Parlando, parlando mi disse che era interessato a rilevare tutto, tutta la mia collezione. Prese il blocchetto degli assegni e mi disse “Metta lei la cifra”. C’ho pensato una frazione di secondo, ma mia moglie inaspettatamente mi faceva segno di no con il capo. Declinai l’offerta. Non rividi più quella persona, sono passati oltre dieci anni.

“Ho album che provengono da tutto il mondo e le particolarità sono tantissime. In Australia per esempio ho dei corrispondenti ma recentemente, per recuperare alcuni album, mi sono rivolto a Federico Piovaccari che nel 2015 si trasferì ai Western Sydney Wanderers. Dal Giappone ho tutti gli album a partire dal 1985, sono di una qualità superiore a partire dalla consistenza della carta sino alle statistiche presenti sugli album”…certo una sofisticazione da intenditori. “Sono molto legato all’album di Mexico 70’, è stato il primo album internazionale della Panini. Anche quello del campionato belga del 1972/73 è un album strepitoso per l’epoca. Talmente mi piace che ne ho diverse copie. E poi tanti, tanti altri provenienti da tutto il mondo. “.

C’è anche un grande lavoro di manutenzione:Ogni stagione sposto tutti gli album per arearli e spolverarli. Cambio loro posizione, quelli sotto li sposto sopra e viceversa. Un lavoro di circa 10 giorni, anche perché poi rivedendoli riaffiorano alcuni ricordi e allora comincio a sfogliarli. Un po’ come si fa quando si sistemano le scatole con le foto di famiglia: sai quando inizi e mai quando finisci. Per me è la stessa cosa.”

“Nel corso degli anni sono cambiato come collezionista, come sono cambiato come uomo ovviamente. All’inizio ero puro entusiasmo: rincorrevo il postino per sapere se erano arrivate lettere, buste, pacchi. Facevo 300/400 km in macchina per andarmi a prendere un album, una figurina, non badando nemmeno troppo alle condizioni di conservazione. Ora sono indubbiamente più professionale, ho un “nome” e le persone mi conoscono e sanno come voglio i “pezzi”.”

Anche le cifre che girano intorno le figurine sono cifre di tutto rispetto “Un album di Mexico ’70 in buone condizioni può arrivare intorno i 3.500/4.000 euro. Una singola figurina anche un centinaio d’euro. I primi scudetti del 62/63 possono valere intorno i 150 euro l’uno. Poi ci sono le rarità, come per esempio nel 2003 la Panini preparò l’album del campionato inglese pensando di aver vinto i diritti per poterlo stampare. Poi l’asta non andò effettivamente secondo i loro desideri e gli album erano però già stampati. Distrussero tutto ma qualche copia si trova e vale intorno i 2.500 euro, pur essendo un album recente”.

Gianni ci racconta anche alcune curiosità:Ci sono alcuni evidenti errori nelle collezioni dei calciatori. Ne cito due a titolo di esempio. C’è una figurina di Ernesto Castano, giocatore della Juventus, nell’album 69/70. La stessa foto è stata utilizzata per la figurina dell’album 70/71 con la differenza che il giocatore si trasferì nel Lanerossi Vicenza. Quest’ultima figurina è stata stampata al contrario con una maglia del Vicenza. Oppure è divertente come nell’album dei Mondiali del ’78 in Argentina viene utilizzata una foto per Archie Gemmill, giocatore scozzese, e la stessa foto è stata utilizzata per Italia ’90, ben dodici anni dopo. Tutti sanno che la figurina di Pizzaballa è un icona delle figurine “rare”, ma pochi sanno che la prima figurina della Panini fu Bruno Bolchi dell’Inter. Curioso è anche l’album dei Mondiali 2006 che nella versione Israeliana si sfoglia al contrario. Tra le curiosità segnaliamo anche la partecipazione di Gianni ad un film, “Mi manca Riva. Viaggio di un collezionista di figurine”, nel 2012 regia di G. Gagliardi.

La figurina, specchio della società: così sono i calciatori e così è il mondo, o viceversa? Le Panini ci fanno compagnia dalla Dolce Vita anni ’60, una società speranzosa post bellica, sino ai nostri giorni, dove la speranza sembra terminata. Ma qual è il futuro delle figurine in un epoca dove ci sono album virtuali? “I numeri dicono che il futuro della figurina è roseo”, aggiunge il nostro “Re”, “le statistiche indicano che il trend è in forte ascesa, continuamente. Il mio sogno? Mi piacerebbe creare un Museo. Non è detto che il mio sogno non si realizzi, ci sto lavorando”.

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Il Museo del Bari al San Nicola. Tra speranza e realtà

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Museo del Bari, ci siamo? Forse è la volta buona. La commissione nominata per l’affidamento in concessione dello Stadio San Nicola ha terminato i lavori e ha valutato positivamente la proposta pervenuta dal patron biancorosso De Laurentis articolata su due macroaree: l’utilizzo dell’impianto per le gare casalinghe del Bari e l’identificazione dello Stadio come un luogo di aggregazione e di interesse culturale e sportivo. Una gestione quinquennale quindi dell’impianto di proprietà comunale. Al via quindi iniziative quali la diffusione della cultura dello sport, attraverso percorsi di formazione all’etica, incontri con professionisti quali medici dello sport, nutrizionisti, preparatori atletici, arbitri di calcio, organi federali e psicologi oltre ad attività culturali, anche a scopo benefico, come concerti convegni e mostre.

A ciò si aggiunge … “oltre all’allestimento, in uno dei locali dello Stadio San Nicola, di uno spazio che ospiterà il Museo storico fotografico dello Stadio San Nicola e i cimeli delle squadre del Bari”, come testualmente riportato dal comunicato stampa del comune.

Noi de glieroidelcalcio, ci siamo messi subito in contatto con un esponente dell’Associazione “Museo del Bari”, Egidio Franco che ci ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Abbiamo parlato con il Presidente, e siamo in attesa di incontrarlo di nuovo alla luce dell’ufficialità della concessione comunale”. Il nostro interlocutore ci illustra la realtà e il patrimonio in possesso dell’Associazione …” Passione ed amicizia sono gli elementi principali che hanno dato vita al Museo del Bari. Io, Francesco Girone e Roberto Vaira siamo i promotori di questa iniziativa che nasce con un solo ed unico scopo e cioè quello di rendere fruibile alla città, ai tifosi e a tutti gli sportivi quanto siamo riusciti a raccogliere. Un patrimonio di oltre 750 maglie, cimeli, foto, palloni della Bari calcistica. Una memoria storica fino ad ora bistrattata, svenduta, disonorata che, grazie alla pazienza e alla continua ricerca fatta anche di tanti sacrifici personali ed economici, è stata quasi totalmente recuperata e che ora si spera con l’aiuto della Ssc Bari e del Comune possa essere messa a disposizione di tutti.

Un gradevole ed emozionante percorso che parte dalla maglia in lanetta di Magnanini del 1950, in assoluto la maglia più datata, sino ad arrivare alle attuali maglie slim di Simmeri & company. Il tutto passando da Igor Protti e Sandro Tovalieri, tra i più amati di sempre, le cui maglie non potevano mancare. Si passa poi ai nazionali Zambrotta, Bonucci e al tanto discusso Antonio Cassano… ma anche Ingesson, Franco Mancini, Giovanni Loseto, Giorgio De Trizio… 110 anni di storia raccontata da maglie che solo a guardarle dispensano emozioni.”

In bocca al lupo al Museo del Bari. Noi tifiamo per voi.

Vai al comunicato stampa del Comune di Bari

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Nuovi ingressi “centenari” nella collezione di gagliardetti di Marco Cianfanelli

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Il recente ritrovamento, e aggiunta nella sua splendida e unica collezione, da parte di Marco Cianfanelli di tre labari storici, ci offre la possibilità di addentrarci nel calcio “pioneristico” dei primi anni ’10 e, in anteprima assoluta, di poter ammirare questi tre capolavori.

Un calcio pittoresco ed anche un po’ naif dove i calciatori indossavano uniformi da gioco anche diverse da loro, pur conservandone i colori sociali, con i portieri bardati da divise che promettevano una “singolar tenzone” contro agguerritissimi avversari.

Marco, grazie per donarci questa splendida opportunità di poter vedere in anteprima questi fantastici gagliardetti. Quali spunti sono sottesi da queste tre meraviglie? “La prima testimonianza è quella che in quel periodo le Società già realizzavano gagliardetti da donare alla squadra avversaria. Nella carenza di testimonianze documentali (foto, articoli dell’epoca etc.) questi labari provano che sin dai primi campionati disputati (erano quelli di Prima Divisione in attesa della Divisione Nazionale che subentrò a partire dalla stagione 1926-1927) venivano donati oggetti finemente decorati alla squadra avversaria. Quanto precede offre lo spunto anche per un’ulteriore considerazione che conferisce rarità ed elevato interesse collezionistico a questo materiale. Al di là di documentazione cartacea od altro materiale realizzato all’epoca come ad esempio i distintivi sociali, questi labari, in effetti, non solo tramandano una storia ultracentenaria ma sono anche tra le pochissime e certe testimonianze di memorabilia associata ad un determinato evento. Ciò è deducibile dalle date recate sui gagliardetti ciascuna corrispondente a gare disputate, rispettivamente, da Milan e Inter nei gironi regionali del campionato di Prima Divisione”.

“Altro aspetto affascinante, ancora sotto approfondimento”, continua Marco, “riguarda le iscrizioni e taluni particolari dei gagliardetti. All’epoca evidentemente erano concesse anche divagazioni in merito alla denominazione sociale. Cito questo riferendomi ai gagliardetti del Milan che riportano l’acronimo MFC – Milan Football Club sebbene all’epoca la denominazione sociale dei rossoneri era Milan Foot-Ball & Cricket Club ovvero MFBCC. Allora perché questa divagazione? Probabilmente per un semplice tentativo di abbreviarne la denominazione come, peraltro, era stile dei giornali di quel periodo che citando i rossoneri utilizzavano semplicemente la dicitura Milan Club. In aggiunta, in entrambe i gagliardetti milanisti il logo è privo dell’anno di fondazione nonché dell’acronimo della denominazione sociale nella parte superiore dell’ovale. In entrambe i citati casi si tralasciano dettagli che invece appartengono allo stemma societario dell’epoca, senza però snaturare la straordinaria bellezza e la meravigliosa ed unica testimonianza storica di questi oggetti”.

Marco, oltre a questi due un altro interessante spunto riguarda il labaro interista del 1919 che molto assomiglia ad un analogo del 1911, che già abbiamo visto nella tua collezione in passato… “Si, vero ne avevo già uno simile. Diciamo che qui oltre allo stemma centrale, splendidamente realizzato con piccole sfere dorate riunite a formare l’acronimo IFCM – Inter Football Club Milano, vi è una davvero inusuale presenza di due coccarde. Mi è difficile spiegarne l’esatto significato ed una possibile giustificazione potrebbe ricondurre a vittorie nerazzurre in competizioni di particolare rilievo. Avrebbe, pertanto, senso l’unica coccarda di cui si fregia il labaro del 1911 (l’Inter aveva infatti vinto il campionato nella stagione precedente), mentre le due apposte sul gagliardetto del 1919 non sono riconducibili ad alcuna rilevante ulteriore vittoria (solo al termine della stagione 1919-1920 l’Inter conquistò il suo secondo titolo). Oltre a questo, occorrerebbe una divagazione sul significato delle coccarde riportanti il tricolore che nel periodo del Risorgimento venivano utilizzate per adornare abiti e cappelli di patrioti a richiamare l’attaccamento alla Patria. Potrebbe, pertanto, essere plausibile che le coccarde anziché rappresentative di vittorie siano un segno tangibile della tradizione della squadra riportandone i colori sociali, almeno nella loro colorazione originaria”.

A latere di disquisizioni puramente estetiche, vi è da dire che il fascino reale di questi labari è connesso con i protagonisti all’epoca delle due compagini milanesi…

“Verissimo. I gagliardetti del Milan, infatti, fanno venire in mente le gesta di grandissimi giocatori come Louis Van Hege che vanta, nella militanza al Milan, una prolificità incredibile superiore al gol a partita (97 gol a fronte di 88 partite disputate). Il belga militò con i rossoneri per cinque stagioni (dal 1910 al 1915) prima di rientrare in Belgio in corrispondenza dello scoppio del primo conflitto mondiale ove si distinse per particolari meriti. Il labaro del 1911 si riferisce all’incontro disputato presso l’Arena Civica contro il Genoa e che vide protagonista proprio il forte attaccante con una doppietta”.

“L’ulteriore labaro del Milan riguarda sempre una partita disputata contro il Genova, anche questa terminata con una vittoria rossonera per 4-0. Le cronache dell’epoca parlano di una clamorosa ed inaspettata vittoria del Milan contro i rossoblù reduci da una serie di risultati positivi ed indubbiamente la squadra più forte in quel periodo. Di quel Milan, oltre al bomber Van Hege, faceva parte un altro grande calciatore, il difensore Renzo De Vecchi che militò nel Milan dal 1909 al 1913, anno in cui si trasferì proprio al Genoa alla giovane età di 19 anni. Il figlio di Dio, come veniva soprannominato dai tifosi rossoneri per il suo gioco entusiasmante, ebbe anche una lunga militanza in maglia azzurra (43 partite dal 1910 al 1925) vestendone anche, in diverse occasioni, la fascia di capitano”.

“Il gagliardetto dell’Inter, ultimo dei tre nuovi arrivi, si riferisce alla partita di Prima Divisione – fase regionale disputata il 19 ottobre contro il Brescia. Si trattava del campionato della ripresa dopo il termine del primo conflitto mondiale e la stagione culminò con il secondo titolo conquistato dall’Inter che prevalse nella finale di Bologna contro un coriaceo Livorno. Tra i veterani della squadra, oltre allo svizzero naturalizzato italiano Aebi e Campelli, spiccano i cinque fratelli Cevenini tra cui Luigi, soprannominato “Zizi” per la sua proverbiale loquacità, fu indubbiamente il più famoso, riuscendo a disputare 29 partite in nazionale con un bottino di 11 reti. I fratelli Cevenini stabilirono, nel 1920, un record mai eguagliato. Il 26 dicembre 1920 scesero, infatti, tutti in campo nella sfida stracittadina contro l’Us Milanese.”

Formazione Inter 1919/20

Tante storie di un calcio di altri tempi riportato ad oggi attraverso la passione di tanti “folli” collezionisti che preservano, come spesso amiamo dire, da un oblio altrimenti certo la memoria del calcio dei pionieri.  Grazie a te Marco e alla tua splendida follia.

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Simone Gallus, il Cagliari e il suo “Museo Rossoblù”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (dal nostro corrispondente Riccardo Balloi) – Quartu Sant’Elena è la terza città della Sardegna per numero di abitanti. È una continuità urbanistica della città di Cagliari, di cui, assieme ad altre cittadine, forma l’area metropolitana. Per arrivare al Museo Rossoblù di Simone Gallus quindi, partendo dal centro città, ho impiegato mezz’ora di automobile. Il posto si trova in mezzo alle palazzine, in una zona poco trafficata, come uno di quei negozi che ancora resistono lontano dai punti turistici o dai centri commerciali.

Ma è tutt’altro che un negozio. Mentre attraversavo la strada per guadagnare l’ingresso, ho provato a mettere da parte il sentimentalismo del tifoso cagliaritano e la pazzia del collezionista di palloni quale sono ma, una volta entrato, nel vedere quel locale così ordinato a formare un percorso culturale, il sorriso di Simone, la sua passione e la sua voglia di raccontare tutto sui suoi pezzi, l’istinto ha prevalso, e chi se ne frega delle velleità da giornalista dilettante quale sono. Il calcio è cultura del popolo, storia di una città, dei suoi usi e costumi, un museo come questo è un libro di storia, e voglio pensare non sia un caso che sia situato in periferia, ma magari sbaglio, sono un tifoso romantico. Potrei elucubrare sulle centinaia di maglie che Simone custodisce, e di cui ricorda alla perfezione come ne è venuto in possesso e quando furono usate, inquadrandole nella loro epoca sportiva. Potrei parlare della maglia con lo stemma in onore della Chapecoense, di quella per Davide Astori, di quella di Dario Silva col nome sopra il numero e sotto il soprannome “sa pibinca” (la scimmia), che la tifoseria affettuosamente diede al beniamino uruguaiano, le maglie antiche con lo sponsor attaccato sopra quello precedente. Ed ancora della maglia di Gigi Riva, le lanette pesanti dei portieri, i palloni, le scarpe con i tacchetti inchiodati a mano, la giacca di Zeman, nella cui tasca interna ha rinvenuto la lista ufficiale di gara con la formazione del Napoli, del grosso librone con le firme dei visitatori, quelli illustri o i semplici tifosi come noi. Potrei, ed infatti un poco lo ho fatto. Mentre mi trovavo lì, con lui che parlava, mostrava, saltava da una corsia all’altra per mostrarmi questo o quello, ho rivisto nei ricordi quella partita in cui vincemmo con la Fiorentina, e il Cobra Tovalieri fu chiamato sotto la Curva Nord per un applauso, nonostante a Cagliari i nomi dei calciatori non vengano mai fatti nei cori. Ho ricordato la scritta “Cobra” che doveva essere nascosta per regolamentazioni della Lega, e rivista lì, da Simone, al Museo Rossoblù. “Il Museo Rossoblù, ma che diavolo di museo è, un museo di cimeli sportivi? A Cagliari i musei archeologici o d’arte la domenica sono tutti chiusi ma è aperto quello di una squadra di calcio?”. Qualcuno penserà questo, ma io no. Io penso che la passione di una persona che per il solo bene della memoria storica della sua squadra e di un’isola intera ha messo in piedi tutto questo solamente con il suo sforzo, sia essa stessa cultura, una cavalcata lunga (quasi) un secolo attraverso il vissuto di milioni di tifosi, e di qualche migliaio di calciatori. Ed ora che mi sono messo in ridicolo come solo i tifosi, collezionisti, nostalgici, giornalisti inesperti e dilettanti possono fare, posso lasciare la scena alla galleria fotografica.

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