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La Penna degli Altri

11 settembre 1977 – 40 anni fa l’esordio di Ugolotti. L’ex giallorosso a LR24.IT: “Debutto e gol a 19 anni, il sogno di chiunque gioca al calcio”

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) –  L’11 settembre 1977 si gioca la prima partita di campionato della stagione. All’Olimpico va in scena Roma-Torino. Alla fine del primo tempo la Roma è sotto di un gol. A quel punto l’allenatore giallorosso Giagnoni, prima di rientrare negli spogliatoi si rivolge ad un ragazzino di 19 anni che siede in panchina e gli dice “Ugo, scaldati che entri”. Ugo è Ugolotti, Guido Ugolotti. Decidiamo di contattare quel “ragazzino” per farci raccontare direttamente da lui quei momenti. La prima cosa che ci colpisce è l’immagine che ha sul profilo WhatsApp: una foto mentre esulta con la maglia della Roma, la maglia della Pouchain, il “ghiacciolo”. È una foto che conosciamo perfettamente, si tratta dell’esultanza in Roma-Verona del Gennaio 1979 in cui fece una doppietta. Questo ci proietta già in una dimensione particolare, capiamo che quel periodo con i colori giallorossi sulla pelle è rimasto nel cuore di Guido, nel cuore di quel ragazzino. Lo chiamiamo e si dimostra subito disponibile e cordiale nei nostri confronti, iniziamo così ad ascoltare la sua storia: “Sono nato a Massa, ma cresciuto a La Spezia dove la mia famiglia si spostò per motivi relativi al lavoro di mio padre che era un dipendente dell’Enel. Lì cominciai a giocare
con la Migliarinese una società del quartiere di Migliarina a La Spezia. Ero un centrocampista. Fui segnalato a Liedholm e a Bravi che mi scelsero per far parte delle giovanili. Alloggiavo nel pensionato a Ostia Lido dove eravamo una quindicina di ragazzi in tre appartamenti. La mattina si andava a scuola e il pomeriggio ci si allenava al Tre Fontane. Ero giovane e cullavo grandi sogni, come tutti i giovani del resto. Ma non sai mai se avrai la fortuna, la bravura e la possibilità di poterti mettere in mostra. Sono tante le condizioni che si devono verificare”. “Quando sono venuto Bravi mi disse che gli servivano punte, di centrocampisti ne aveva fin troppi. Ero costato otto milioni. Risposi che mi adattavo. Poi ci ho preso gusto: negli allievi e con la squadra primavera ho segnato quasi ottanta gol” (Cit. Guerin Sportivo n. 38 settembre 1977). Guido fa parte delle giovanili della Roma dal ’73 al ’77, poi … “La stagione precedente all’esordio Liedholm mi comincia a chiamare per le partite del giovedì con la “prima squadra” e qualche volta vengo convocato pur andando sempre in Tribuna. Ma questo era un qualcosa che dava speranza perché era la trafila classica, funzionava così. La Roma attingeva molto dal suo vivaio, dalle sue giovanili. La stagione 1977/78 iniziò bene, benissimo. Andai in ritiro a Norcia con Giagnoni e poi noi della Primavera tornammo qualche giorno prima per partecipare al prestigioso torneo “Angelo Miceli” che si svolgeva al Flaminio in cui feci, peraltro, anche parecchi gol”. La Roma dei giovani infatti si aggiudica il torneo battendo in finale il Como per 1-0 con rete proprio di Ugolotti che è anche il miglior giocatore della manifestazione. Pierino Prati decide di lasciare la Roma e per gli attaccanti si crea inevitabilmente più spazio. Ugolotti viene convocato e questa volta invece di andare in Tribuna va in panchina. L’avversario, il Torino, è una squadra di tutto rispetto. Ha finito la stagione precedente seconda con 50 punti a un punto dalla Juventus Campione d’Italia. La terza in classifica, la Fiorentina, è riuscita a racimolare solo 35 punti. È stata la difesa meno battuta con solo 14 gol al passivo. Si presenta con “I gemelli del gol” Pulici e Graziani. Insomma uno squadrone. “L’addio di Prati mi consegna una grande possibilità” continua Ugolotti, “e dalla Tribuna vado in panchina. Un grande passo in avanti considerando che le rose non erano folte come oggi. In panchina andava il secondo portiere e un altro paio di giocatori. Il Torino passa in vantaggio e si va verso la fine del primo tempo quando …“Ugo… scaldati che entri”! Era il momento che aspettavo da tanti anni”. La Roma si ripresenta quindi in campo con un Maggiora in meno e un Ugolotti in più. Trova il pareggio con Di Bartolomei su rigore per atterramento di Musiello e poi “A meno di cinque minuti dalla fine” continua Guido “mi arriva un cross da parte di Bruno Conti. Io avevo seguito l’azione in profondità e la tocco in anticipo sull’uscita del portiere Castellini in diagonale. La palla rotola in rete. Fu boato. Ne segue una corsa sfrenata di un ragazzo che non capisce più niente. Un’esultanza di puro e solo istinto. Il sogno di chiunque gioca al calcio. Esordio e gol a 19 anni aveva davvero dell’incredibile. Ne seguirono giorni particolari con grande attenzione da parte di tutti nei miei confronti, cominciarono le interviste. E poi questa piazza la conosciamo con quanta passione vive le situazioni. Nonostante ciò non cambiò nulla, la sera tornavo sempre al pensionato di Ostia. Ormai ero aggregato alla “prima squadra”. La domenica successiva sono convocato per la partita a Perugia. Con mia grande sorpresa sono schierato subito titolare: avevo giocato bene contro il Torino ma non feci, a parte il gol, una grandissima partita. Ero già contento di essere stato aggregato con la squadra, la “prima squadra”. Devo dire anche che non sentivo le pressioni dell’ambiente, ero giovane e facevo ciò che amavo. Ero tranquillo. Contento e tranquillo”. Da Perugia la Roma torna sconfitta per 3 a 2, ma “Il pareggio di Ugolotti all’11’ è stato una delle cose più notevoli di questa fase: uno splendido colpo di testa in elevazione su punizione battuta da De Nadai e palla proprio sotto la traversa” (Cit. L’Unità, 12 settembre 1977). Arriva il 25 Settembre e il Foggia viene a far visita alla Roma. I giallorossi sudano le proverbiali “sette camicie” ma al 77’ Guido ha il guizzo giusto che consente di avere la meglio su di un ottimo Foggia. Quel ragazzino ha segnato tre gol in tre partite, è capocannoniere della Serie A. E’ felice lui, è felice la Roma che è riuscita a trovare il Bomber semplicemente guardando nel giardino di casa. Nella partita successiva la compagine giallorossa va a rendere visita al Pescara e Ugolotti che parte tra i titolari non fa più notizia. La partita termina 1 – 1 con rete di Di Bartolomei su rigore. Il campionato si ferma due domeniche per la Nazionale e la Roma ne approfitta per organizzare una doppia amichevole con il Lione. E proprio nella prima partita disputata in Francia, nel momento più bello di questa favola, Ugolotti subisce un grave infortunio: “Giagnoni mi disse che non mi voleva far giocare, che non mi avrebbe rischiato. Poi invece a venti minuti dalla fine mi mette dentro. Dopo cinque minuti mi infortunio seriamente. Uno scontro fortuito, non c’è stata cattiveria da parte di nessuno. Un taglio tra due difensori e metto male la gamba: frattura di perone e legamenti. Alle 8,30 della mattina successiva ero in sala operatoria sul lettino del dottor Trillat a Lione. Ricordo il dolore e la delusione. Un gran dolore. Una grande delusione. Mi rassicurarono subito sul fatto che sarei tornato a giocare. In realtà ho imparato a mie spese che come prima non torni più”. Quattro mesi dopo, un tempo che sarà sembrato interminabile a quel ragazzino, Ugolotti rientra con il Pescara e ricomincia da dove aveva smesso. E ricomincia subito con un gol che consente alla Roma di passare in vantaggio. Finirà la stagione con quattro gol all’attivo. Rimarrà ancora a Roma e nella stagione successiva segnerà ancora sei gol e sarà il secondo marcatore dopo Pruzzo:” Dopo che stai tanto tempo fermo, prendi qualche chilo e perdi massa muscolare. Riprendere è dura, e quella successiva fu una stagione di verifica, di consolidamento dopo l’infortunio. All’epoca con un infortunio del genere rischiavi di non poter più giocare a calcio. Alla fine della stagione 79/80 mi resi conto di avere sempre meno spazio allora chiesi alla società di trasferirmi, avevo necessità e voglia di andare a giocare con maggiore continuità. Ero sempre nel giro dell’Under 21 e della Nazionale Olimpica, ma non mi bastava”. Andò a giocare con l’Avellino per poi far ritorno a Roma nella stagione 1981/82. Poi Pisa, Campobasso, Arezzo. Torna alla Roma da all’allenatore delle giovanili nei primi anni novanta:  “Mi ha fatto molto piacere essere l’allenatore delle giovanili, era l’ambiente dove ero cresciuto. Certo le cose erano molto diverse, erano passati quasi trent’anni e l’organizzazione era cambiata. Ai miei tempi la prima squadra attingeva in modo costante alle giovanili, mentre in quel periodo mi sembrava fosse un po’ penalizzato”. E’ sempre un grande piacere ascoltare chi ha vissuto da grande protagonista quel calcio così diverso, spesso raccontato solo dalle radioline e da poche immagini la domenica sera. “Devo molto a Liedholm per avermi scelto” continua Guido, “… e a Giagnoni per aver creduto in me e avermi dato la possibilità di poter esordire. Vivo a Roma ormai da tanti anni e ho sempre a cuore le vicende giallorosse. Anche i miei figli sono tifosi della Roma. Ecco…i tifosi della Roma sono eccezionali, meriterebbero una società ai livelli di Real Madrid e Barcellona. Questo è quello che meritano”. Parola di Ugolotti.

 

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Momenti di gloria: Orati e il suo goal alla Roma di testa nel 1985

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GAZZETTAFANNEWS.IT (Alan Paul Panassiti) – Luciano Orati  (nato a Roma il 20 luglio del 1957) è stato un centrocampista centrale molto forte che ha speso la sua carriera soprattutto in serie C, con un momento di vera gloria  nel Messina di Franco Scoglio con cui giocò due anni in serie B.

Il debutto in D con l’Almas Roma e dopo un anno al Varese con cui colleziona 4 presenze in  B,   passa alla Mestrina ed ancora all’Almas Roma in  C2.

In seguito disputa quattro campionati di  C1  con il Benevento e nel  1985  passa al Messina per sostituire Giorgio   Repetto , dove vince il campionato di C1 nel 85/86 andando in B con i giallorossi, totalizzando 53 presenze e 5 gol.

Nelle stagioni successive torna a giocare in Serie C1 a Foggia, Brindisi e Catanzaro, dove termina la carriera da professionista nel  1993  in Serie C2.

Dopo varie panchine in serie minori come serie D, eccellenza e promozione laziale; attualmente ricopre la carica di assessore allo sport nel comune di  Licenza  suo paese di origine, un piccolo paese di circa 1000 abitanti.

Orati, nella mente dei tifosi giallorossi, è l’uomo che firmò una impresa storica: la vittoria del Messina sulla Roma in Coppa Italia nell’Estate 1985 con una sua rete di testa.  Era la Roma di  Eriksson che arrivò seconda dietro la Juventus dopo una esaltante rimonta che fu vanificata dalla storica sconfitta interna con il già retrocesso Lecce. Vincere al Celeste era impossibile per chiunque.

Che ricordi ha Luciano Orati di quel tempo e di quella partita? 

“Mi ricordo che mi venne a prendere il presidente Massimino in persona per fare il contratto, con Majorana, il suo braccio destro, perché mi volle lui personalmente a Messina e lo devo solo ringraziare, perché era una persona stupenda. Finito il ritiro, dovevamo fare la prima partita in casa. Mi ricordo che quella sera, io stavo in piedi sul pullman che ci portava al Celeste, e vidi un fiume di tifosi che ci applaudiva e ci incitava, ci caricavano. Da lì mi accorsi del calore dei tifosi, sembrava un tifo da serie A sinceramente. Io venivo da Benevento e non avevo mai visto una cosa del genere. Durante la partita il tifo fu infernale, assordante, c’era gente dietro le porte, sui piloni della luce e sui balconi, una cosa fantastica. Io da romano entrai molto carico, perché la Roma pur avendomi opzionato, poi mi mandò lontano, quindi avevo una carica maggiore. Poi andò tutto bene, perché mi accorsi subito del valore della squadra, e fare il gol della vittoria è stata una grande gioia, da brividi. Ancora la sera, dopo la partita, non mi rendevo conto di quello che avevo fatto, avere fatto gol ad una squadra cosi blasonata e vincere è stato fantastico, noi abbiamo veramente goduto quella sera…”.

E invece di Scoglio cosa ti ricordi?

“Io entrai in un gruppo già consolidato, tosto, duro, con grandi qualità in tutti i ruoli e reparti, soprattutto in difesa, dove c’era gente come Rossi e Bellopede, che sembrava Franco Baresi del tempi del Milan migliore, un calciatore che meritava sicuramente di più. Molto era dovuto a Scoglio, che aveva un carisma incredibile. Quando c’era lui nello spogliatoio, non volava una mosca. Era preparatissimo dal punto di vista atletico e tattico, era un precursore dei tempi.  Scoglio in  campo era teatrale, e difendeva tantissimo noi giocatori, come un parafulmine. Non ci poteva toccare nessuno, e quando in conferenza stampa qualche giornalista ci attaccava, lui era subito pronto a subentrare e fare da scudo, perché capiva la forza del gruppo e ci voleva bene come figli. Era un grande psicologo. Ma curava tutto nei particolari pure negli allenamenti: tecnica, tattica e movimenti, e soprattutto le “palle inattive”… certo avevamo pure Catalano e Franco Caccia, e con lui era tutto più facile. Scoglio ci faceva fare tantissimi ritiri  ma fuori dal campo ci lasciava liberi di frequentarci! Aveva solo la vittoria in testa”.

Oggi Luciano, pur avendo il patentino di allenatore, non allena più.

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Lazio-Napoli amarcord: i destini incrociati di Ghio e Abbondanza

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ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Lazio-Napoli, 1970: la squadra di Chiappella, spavalda ed offensiva, schiera Ghio titolare e poi fa entrare Abbondanza

Un Napoli da terzo posto

A rievocarli sembra riecheggiare la storia dei ‘nomi’ portata alla ribalta da Massimo Troisi nel suo “Ricomincio da tre”, uno lungo ed uno corto. Sorridiamo ancora oggi, “Massimiliano” e “Ugo” , uno viene scostumato, l’altro educato. Certo, secondo l’attore napoletano, nella scelta del nome c’è tutta la futura educazione del bambino. Noi ne abbiamo scelto due, quattro lettere uno, dieci l’altro. Non abbiamo notizia se Ghio e Abbondanza siano stati dei bambini bravi o meno ma sappiamo che il loro destino si è intrecciato con il Napoli e la Lazio. Il ‘lungo’, chiameremo così Sandrino Abbondanza, napoletano purosangue come un cavallo di razza e il ‘corto’, ovviamente Gianpiero Ghio dalla provincia di Padova, veneto fino al midollo.

Manca il pacioccone ma questa è storia da filastrocca da Zecchino d’oro. Guarda caso, i bambini di tutta Italia la cantavano nel 1970, un anno cruciale per entrambi i protagonisti del nostro racconto. Anno importante e decisivo per entrambi perché Ghio faceva un altro buon campionato con la Lazio al fianco di Chinaglia e convinceva Ferlaino ad acquistarlo (Manservisi più 80 milioni alla società capitolina) mentre Abbondanza, dopo il prestito al Pisa, si apprestava  a tornare all’ovile. Fu così che entrambi si ritrovarono al Napoli, in ritiro insieme, in una squadra che sfiorò lo scudetto. Terza, furto dell’Inter, Gonella alla go…gna per il suo arbitraggio a San Siro e addio sogni di gloria.

Ghio e Abbondanza nelle figurine Panini

Prima di questo loro ‘appuntamento napoletano’, Ghio aveva giocato nella Lazio nei campionati 1968-69 e 1969-70 mettendo a segno 15 gol in 62 gare. Diverso il destino di Abbondanza che sarebbe stato ceduto ai biancocelesti l’anno dopo quello giocato con Ghio a Napoli. Incroci, fatalità, sorte, ambizioni malcelate, esplosioni ritardate, talento sicuro ma non valutato e sprecato. Questi, riassumendo, gli hashtag della coppia incompiuta.  Ghio, nel suo unico anno napoletano, totalizzò 27 gare e mise a segno 4 reti mentre Abbondanza fu schierato solo 12 volte ed andò in rete due volte. In tutto, la sua carriera nel Napoli racconta che, con l’andirivieni che lo contraddistinse per i prestiti al Monza, alla Lazio e al Pisa, totalizzò 35 presenze e 2 reti. L’esiguità di gol messi a segno dai due è un dato di fatto ma entrambi segnarono nella vittoria del Napoli contro il Verona al Bentegodi il 18 aprile 1971. Ghio col dieci e Abbondanza con l’undici timbrarono la vittoria esterna degli azzurri per 2 a 0.

Lazio-Napoli

Lazio-Napoli del 29 novembre 1970 è una gara molto attesa, gli azzurri sono primi in classifica poiché in 7 gare hanno totalizzato 6 vittorie ed un pari, comandano la classifica con 13 punti. Chiappella schiera la miglior formazione possibile ma è orfano di Juliano, infortunatosi due settimane prime a Vicenza. L’assenza del capitano non stravolge la squadra ma il tecnico di Rogoredo è ‘costretto’ a schierare un quintetto d’attacco con Hamrin, Sormani, Altafini, Ghio ed Improta. In pratica, al di là di un ciuccio di fatica come Bianchi, il Napoli ha bisogno che qualcuno degli attaccanti si sacrifichi un po’ in copertura.

Ghio

Nonostante gli azzurri fossero sbilanciati in avanti, la gara non si sblocca dal risultato di partenza, la Lazio di Chinaglia e Wilson, già leader dello spogliatoio, non vuole abdicare di fronte al pubblico amico. L’ultima mossa disperata di Chiappella è proprio quella di inserire Abbondanza che subentrò, a gara in corso, all’”uccellino svedese” Hamrin cercando qualche colpo che potesse mettere gli avanti azzurri davanti a Sulfaro. Invece la gara rimase in equilibrio ed il Napoli raccolse il secondo pari di quel campionato dopo uno 0 a 0 casalingo col Foggia di Montefusco, Bigon e Re Cecconi. Il Napoli visto all’Olimpico fu lo specchio di quel torneo, la sua anima non mutò anche quando rientrò Juliano dopo l’infortunio. Un coraggio che pagò e portò al terzo posto finale.

Una squadra solida

Un’anima fatta di una difesa solidissima, soltanto 19 le reti subite, che si reggeva su Zoff in porta, mastini come Panzanato e Ripari o Monticolo sulle punte avversarie, un libero attento e propositivo come Zurlini, una diga a centrocampo chiamata Ottavio Bianchi, un cervello pensante come Juliano ed una girandola di attaccanti e mezze punte che giocavano seguendo un principio fondamentale. Giocava chi era più in forma. Per questo i numeri sulle maglie diventarono pura opzione e tra Altafini, Sormani, Ghio, Improta, Abbondanza, Hamrin, perfino Umile,l’attacco era quasi sempre diverso.

Dopo l’esperienza non esaltante di Napoli, Ghio finì all’Inter, la squadra cui aveva segnato un goal al San Paolo nella vittoria per 2 a 1 (Pogliana e Jair gli altri marcatori), consapevole che avrebbe fatto la riserva di Boninsegna. Dopo la sfortunata parentesi interista, la sua carriera sembrò in declino con il passaggio all’Atalanta, al Novara, allo Juniorcasale, al Brescia e alla Cavese dove concluse la carriera. Da coach ha allenato per circa 20 anni senza le dovute fortune girovagando un po’ per l’Italia.

Abbondanza, invece, passò proprio alla Lazio a novembre, in uno scambio con Manservisi, ancora lui. Nella capitale Sandrino contribuì in maniera determinante alla promozione in Serie A con 7 reti in 25 partite. Non era ancora la Lazio dei clan e delle pistole, delle feroci partitelle e degli schieramenti politici. Ma Maestrelli, l’allenatore di quel gruppo, stava già plasmando la squadra che poi porterà allo scudetto nel 1973-74. Infatti l’ossatura dei futuri campioni d’Italia si stava già formando con i vari Oddi, Martini, Wilson, Nanni e Chinaglia. A cui si aggiungevano navigati ed esperti giocatori quali Bandoni in porta (che si alternava con Di Vincenzo ), Papadopulo, Facco e Polentes in difesa; Moschino a centrocampo e Massa in attacco.

Abbondanza nella Lazio

Dopo l’ottimo campionato con i biancocelesti il Napoli lo riprese. Stavolta decise di puntare molte fiche sul giocatore originario di Agnano. considerando l’anemico attacco che si ritrovava nel 1972-73 con Damiani, Mariani e Ferradini. Il ritorno in patria del nostro ‘Nemo’ fu salutato con entusiasmo dal pubblico partenopeo. Che si ritrovò con un centrocampo, prima ed unica volta nella storia degli azzurri, formato da soli giocatori napoletani. San Giovanni a Teduccio, Posillipo, Agnano e Torre Annunziata erano i luoghi di provenienza dei nostri baldi paladini azzurri. Juliano, Improta, Abbondanza – che, quando partiva titolare, giocava col numero 9 sulle spalle – e ‘Ciccio’ Esposito. Chiaramente Sandro non fu mai punta nel vero senso del termine. Ma quegli schieramenti da ‘falso nueve’ (un Mertens ante litteram?) fregarono perfino la Panini. Quando, infatti, uscì il fatidico album di calciatori, sotto la figurina di Abbondanza è scritto “centravanti”.

Si disse che molti giocatori nati a Napoli, cresciuti nel vivaio di Lambiase e De Manes, non erano dotati della tenacia e della predisposizione alla sofferenza di Juliano e non riuscirono a tirarsi fuori dalla turbolenza di quei Napoli figli spesso dell’improvvisazione. Ad esempio, si dice che Montefusco fosse tecnicamente più forte di Juliano ma non ne aveva il carattere e la tempra. Anche Abbondanza, che poi sarà un ottimo tecnico delle Giovanili del Napoli lanciando diversi giocatori in Serie A (Taglialatela, Baiano, De Rosa, Ferrante, Ametrano, Floro Flores tra gli altri), aveva dei piedi ‘brasiliani’. Ma forse possedeva uno scarso spirito di sacrificio, un estro eccezionale ma un fisico modesto.


Il ritorno di Abbondanza al Napoli

Ma la sua carriera scivolò inesorabilmente nell’anonimato, addirittura terminando a 31 anni in America, al Toronto Blizzard. Troppo poco per un giocatore nel quale Chiappella credeva ciecamente e che fece debuttare a 20 anni in Serie A. Pensate che quando “Sivorino” (chiamato così per il vizio di giocare con i calzettoni abbassati come il genio argentino) esordì col Bologna andò a ‘chiudere’ un quintetto di attacco formato da Claudio Sala, Juliano, Altafini e Barison. Lui, il più piccolino di tutti, aveva il ‘dieci’ sulle spalle e guardò il San Paolo pieno. Col cuore a mille.

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Addio Trebbi. Fu nazionale e campione d’Europa ’63

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GAZZETTA DELLO SPORT – “Mario Trebbi è stato campione d’Italia e campione d’Europa con il Milan a Wembley. È’ stato sempre impeccabile, serio e professionale, in tanti anni di maglia rossonera dal 1957 al 1966”. Il Milan ha voluto ricordare così Mario Trebbi, nato a Sesto San Giovanni, leggenda rossonera morta ieri a 78 anni. Magari poco conosciuto al grande pubblico del 2018, Trebbi è stato un difensore importante. Quel giorno di maggio 1963, contro il Benfica nella finale di Coppa dei Campioni, giocò con il numero 3 contro Eusebio. Era cresciuto nel Milan, per cui giocò (e vinse) nella categoria Ragazzi assieme a Trapattoni. In rossonero passò tutta la prima parte della carriera, dal 1958 al 1966: in totale 167 partite ufficiali e 1 gol. In rossonero vinse due scudetti, poi passò al Torino, con cui festeggiò una Coppa Italia, e al Monza.

ITALIA E PANCHINA

Trebbi giocò anche due partite in Nazionale, contro Irlanda del Nord e Austria. A Roma 1960 fu scelto per l’Olimpica, con cui sfiorò una medaglia: l’Italia perse la semifinale con la Jugoslavia e la finale per il terzo posto con l’Ungheria. A fine carriera diventò allenatore, prima con la Civitanovese che ieri lo ha ricordato, poi tra le altre con Alessandria e Siracusa

(Gazzetta dello Sport, 15 Agosto 2018)

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