TARANTO AMORE MIO: la collezione di maglie di Niko MOLENDINI

IOGIOCOPULITO.IT (Federico Baranello) – Il Mar Grande le bagna la costa esterna, il Mar Piccolo quella interna: siamo a Taranto, la “Città dei due Mari”. Siamo in una città dalle origini antichissime, fondata dagli Spartani e in seguito divenuta colonia della Magna Grecia. Conosciuta anche come “Terra dei delfini” per un antichissimo insediamento di cetacei proprio di fronte, tra gli isolotti di San Pietro e San Paolo. Il delfino quindi assurge a simbolo della città, un simbolo entrato anche nella rappresentazione e logo del Taranto Calcio. Una storia molto travagliata, quella del Club, negli ultimi decenni. Una storia nata nel Luglio del 1927 dalla fusione dell’U.S. Pro Italia e la Audace Foot Ball Club che diede vita all’Associazione Sportiva Taranto. Un club avvolto dalla passione e dall’amore per questi due colori, il rosso e il blu. Colori che hanno riempito, e continuano a riempire, la vita di Niko Molendini, collezionista di maglie del Taranto.

Lo abbiamo raggiunto per farci raccontare la sua passione e la sua “impressionante” collezione.

Niko ha quarantacinque anni (suonati dice lui), sposato con Francesca, e lavora nell’ambito dell’abbigliamento. “Ho una vita normalissima” ci dice Niko, “…famiglia, lavoro, pesca e… Taranto. Amo questa città in tutte le sue sfaccettature”. Niko inizia a elencare i luoghi della sua città: un elenco appassionato che parte dalle Colonne Doriche, sino al Castello Aragonese per poi attraversare il Ponte girevole di San Francesco di Paola che unisce la Città Nuova e la Città Vecchia. Un ponte citato anche da D’Annunzio in “Laudi del Cielo del Mare della Terra e degli Eroi”: “Ma sul ferrato Cardine il tuo Ponte gira e del ferro il tuo Canal rintrona”.

“Ricordo il mio quartiere, Italia Montegranaro, e i luoghi della mia infanzia. Indelebili in me sono le partite a pallone per la strada”, prosegue Niko, “quelle partite che non terminavano mai, con il campo disegnato a terra con i gessi. Le porte erano le saracinesche, o due giubbotti o due sassi. Quanti palloni abbiamo recuperato sotto le macchine in sosta, e quante volte ci siamo invece fermati per far passare le auto per poi ricominciare. Divenuto più grande cominciai a giocare nell’Oratorio di San Giovanni Bosco, un oratorio storico”.

La voce si fa più intensa, commossa: “La passione per questi colori mi è stata trasmessa da mio padre Giovanni. Lui negli anni ’50 e ’60 organizzava i pullman per le trasferte. Un clima differente da oggi, un tifo diverso, genuino e comunque spontaneo. In trasferta non si andava certo nei settori ospiti, non esistevano. Non c’erano scorte, non c’era polizia e si andava in mezzo al pubblico di casa e non sempre erano atmosfere tranquille. Ancora oggi nei racconti di qualcuno più anziano sento parlare dei Pullman che organizzava mio padre. Una bella soddisfazione per me, un misto di orgoglio ed emozione. Agli inizi mio padre quasi mi trascinava allo stadio, ero piccolo. Durante la partita mi distraevo e magari giocavo a calcio con dei barattoli o con palle di carta, insomma dovevo prendere a calci qualcosa. Era il mio vizio, la mia malattia. Andavamo sempre nei settori popolari, su quei tavoloni di legno e tubi innocenti che era lo Stadio Salinella, dal 1978 “Stadio Erasmo Iacovone” dopo il mortale incidente dell’attaccante, prima dell’ammodernamento dell’85. Uno stadio dove il rumore dei piedi sui tavoloni produceva un rumore infernale. Dove quando il Taranto segnava si prendeva la “seduta”, che era di legno, e la si sbatteva ripetutamente contro la struttura di ferro del seggiolino invocando il secondo gol. Quando lo Stadio nell’85 fu ristrutturato questi seggiolini vennero buttati via… tranne uno che ho recuperato, e fa parte della mia collezione. Beh, che dire… Niko è davvero “oltre”!

“Io ero attratto da quei ragazzi che cantavano e ballavano sempre, sotto il sole e sotto l’acqua, incessantemente. Ero attratto dai tamburi, i fumogeni, le urla e i canti. Mi mandavano in estasi. Insomma erano gli “Ultras” ed io volevo essere come loro. Volevo essere uno di loro. Cominciai quindi man mano ad allontanarmi da mio padre, finché alla fine andai là in mezzo. Diventai uno di loro. Eravamo ragazzi e i nostri genitori erano preoccupati quando andavamo in trasferta. Ricordo quando andai a vedere il mio primo Derby con il Bari nell’86, al ritorno in stazione trovammo i nostri genitori ad attenderci dopo che erano stati annunciati per radio alcuni scontri tra tifoserie”.

Niko ci racconta di un calcio che non esiste più:Non esisteva materiale ufficiale all’epoca, c’era un negozio in città che si chiamava “Asso di Coppe” che produceva delle maglie con lo sponsor, la “Publiradio”, primo sponsor ufficiale della storia del Taranto e apparso nella stagione 1982/83. Allo stadio s’incontrava qualcuno con la maglia, ma erano quelle che qualche giocatore o qualche magazziniere aveva loro regalato. Intorno i diciotto anni le trasferte diventarono sempre più abituali per me e, con la squadra che regalava qualche gioia, ci venivano lanciate le maglie in curva a fine partita, un grande classico. A quel punto mi venne la fissa per la maglia, una sorta di bottino di guerra per me. Le mettevo allo stadio, le sfoggiavo, mi piaceva. Poi ho cominciato invece a ritenere questo gesto come una sorta di sacrilegio. Allora ho cominciato a conservarle in un armadietto nella mia stanza, piegate, imbustate… amate, accarezzate e coccolate. Iniziava quel meccanismo dal quale non sono più uscito e cioè quello di recuperare le maglie appunto, di collezionare. Le chiedevo a tutti, conoscenti, parenti, amici. Una corsa sfrenata cercando di accaparrare tutto ciò che capitava. Poi, con il tempo, si arriva a un bivio: o abbandoni o decidi di passare al livello successivo. Io decisi di aumentare il livello. Cominciai a cercarle in modo mirato, quasi scientifico. Iniziarono però anche le difficoltà, perché ci si cominciava a scontrare con il meccanismo del lucro e la follia di alcuni personaggi. Aumentò anche lo stress e il pressing che facevo alle persone che sapevo avevano la maglia che stavo cercando. Mi ricordo una volta che stavo in macchina con mia moglie e passammo davanti ad un centro sportivo, dove stavano giocando a calcetto. C’era un ragazzo con una maglia che mi sembrava interessante. Ho parcheggiato lasciando mia moglie in macchina, sono salito di corsa sulle scale, poi di corsa verso gli spogliatoi per arrivare al campo dove ho fermato la partita per parlare con quel ragazzo: mi resi conto che era una normalissima maglia da negozio. Mi hanno preso per pazzo. Poi ho fatto anche qualche altra pazzia, come quando ho trovato la Pouchain del 1981 e l’ho pagata … va beh non lo dico.”

“Prima dell’arrivo di internet si usava il passaparola al bar, per strada e allo stadio. Ma anche annunci su riviste o giornali. Le trattative erano più o meno lunghe ma si trovava anche chi te le regalava, come ad esempio tanti ex calciatori. C’era più cuore, più sentimento. Poi arriviamo nell’era di Internet e lo scenario cambia abbastanza. Il tutto ora si svolge sui “Social” dove ho trovato nuovi contatti per scambi e ho potuto allargare la mia collezione. Con molti collezionisti ho buoni rapporti, ma in generale le trattative sono brevissime c’è poco margine di contrattazione. Esiste ormai un grande business nel cimelio da calcio purtroppo, ho assistito a trattative esagerate anche solo per un pantaloncino. Certo un po’ è anche colpa nostra, di noi collezionisti. Ci sono quelli che vogliono una determinata cosa e, in virtù di una evidente disponibilità economica, alzano i prezzi in materia esagerata. Quello che non cambia, e che probabilmente non cambierà mai, è il susseguirsi di speranza e attesa nella trattativa”.

Ma questa storia, la storia di Niko, dove lo ha portato? Cosa ha in collezione ora?

“La mia collezione parte dal 1946/47 con una maglia che mi è stata donata dalla moglie del difensore Salvatore Tomaselli. E’ la mia prima maglia della collezione per anzianità, e lo dico con orgoglio”. Questa maglia mette i brividi … aggiungiamo noi.

“Belle e rare sono anche le maglie anni ‘60, in particolare ne ho due della stagione 1968/69 appartenute a Giuseppe Malavasi e, quella bianca, a Nando Di Stefano. Spettacolari!! Mi piacciono poi molto le UMBRO anni ’70, in particolare quelle a maniche lunghe”.

“Ho poi in collezione tre maglie di Erasmo Iacovone, il mito”, qui traspare l’emozione. Iacovone da queste parti significa qualcosa di indescrivibile, tutti sanno la sua storia, anche i bambini. La storia di un ragazzo di 26 anni che stava per diventare padre. Calciatore e Bomber di un Taranto che ambiva alla massima serie. Considerato il giocatore più forte che abbia mai vestito la maglia Rossoblu. Una vita spezzata da un incidente d’auto nel Febbraio del 1978.

“Non faccio una grandissima ricerca per le maglie degli ultimi quindici anni” aggiunge Niko, “non perché non mi interessino, ma perché in qualche modo alla fine “escono fuori”. Il difficile, dove bisogna impegnarsi davvero, è il periodo precedente. Quelle in “lanetta” poi sono difficili da recuperare, ma quando ci si riesce mi emoziono, mi vengono i brividi. Se penso quante ne sono andate distrutte per fare gli stracci per le officine c’è da impazzire”. Non è la prima volta che un collezionista ci racconta di questa “pratica” singolare, chiediamo maggiori dettagli: “Nelle officine meccaniche venivano scaricate balle di stracci per pulire arnesi e macchinari dal grasso che si accumulava. Tra questi stracci capitava di tutto, ed era frequente trovarci brandelli di maglie da calcio anche molto datate”. Una sorta di “mattanza” si potrebbe definire con gli occhi del collezionista.

“Lo scorso Settembre” ci racconta ancora Niko, “…insieme ad un altro collezionista, Carlo Esposito, e allo storico Franco Valdevies, abbiamo organizzato la mostra “Io t’Amo” nella splendida cornice del Castello Aragonese, per i 90 anni del Club. La mostra mi ha dato molto, una soddisfazione enorme. E’ il successo più grande, è stato come raggiungere un sogno, il coronamento della passione. Sono giunte tante persone: tifosi, semplici curiosi, giocatori ed ex giocatori e amici collezionisti. Alcuni hanno percorso centinaia di chilometri per poter essere presenti. Da “Pelle d’oca” sono stai i racconti delle persone più anziane che hanno raccontato le loro storie. Così come i bambini che facevano domande. Passato e futuro di questa terra. Emozione ed orgoglio per me e per noi organizzatori. E’ stato il riconoscimento di 30 anni di collezionismo, di sacrifici, di ricerche, di rinunce e di soldi spesi. Nessun rimpianto sia chiaro, ma ho un sogno, che è quello di un Museo permanente dove si possa pagare un biglietto minimo di ingresso e favorire la ricerca di “pezzi” nuovi, per la storia di questo grande club”.

Questo è il sogno di un uomo che accarezza le maglie…”Ho una grande cura per queste maglie, periodicamente gli faccio prendere aria, le piego, le guardo e ogni volta è come se fosse la prima volta. Questa è la mia emozione. Per conoscere la storia di un club, devi conoscere la storia della maglia: e questa è una maglia gloriosa!”. Questa frase ci arriva come una sentenza. Poi un pensiero alla famiglia…”Il calcio è entrato presto, prestissimo, nella mia vita, e mi ha condizionato molto. Quando hai il calcio come passione occupi molto tempo per seguirlo, spendi denaro e togli tempo alla famiglia. Ringrazio mia moglie Francesca per avermi sopportato e supportato in tutti questi anni nella mia passione”.

Salutiamo e ringraziamo per questo splendido viaggio che ci è stato concesso di poter fare: “Grazie Niko, abbiamo terminato, puoi toglierti la maglia del Taranto ora…” … la risposta non poteva che essere questa ”Ma ce’ si’ stuedeke? Non esist proprio” 🙂

 

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