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Il Calcio Racconta

24 novembre 1992, a Newcastle la prima radiocronaca in diretta dall’estero dell’Ascoli. L’inviato dell’epoca, Andrea Ferretti, ai nostri microfoni.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Nella stagione 1992/93, dopo sei anni di assenza, torna l’Anglo-Italian Inter-League Clubs Competition, più noto alle nostre latitudini come il Torneo Anglo-Italiano. La competizione, dopo aver scritto pagine memorabili nei primi anni ’70, ha perso molto del suo prestigio iniziale al punto che si decide di interromperla nel 1986. Anche la triste notte dell’Heysel del 1985 ha il suo peso nell’indirizzare la decisione. In questa nuova edizione del 1992 sono invitate a partecipare otto squadre della nostra serie B e altrettante dell’analoga categoria inglese, la Division One. Luogo della finale davvero prestigioso: lo Stadio di Wembley.

Tra le società italiane figura l’Ascoli, retrocessa tra i cadetti nella stagione precedente. La compagine del Picchio fa il suo esordio nella competizione contro il Brentford in casa, dove perde malamente per 1-3. Il 24 Novembre è invece attesa dalla complicata e difficile trasferta d’oltremanica a Newcastle nella contea di Tyne and Wear.

Abbiamo preso contatto con Andrea Ferretti, giornalista, inviato all’epoca a seguire l’evento:

“Ricordo bene quella serata, quella partita. Andammo io e mio fratello Bruno, io per realizzare un servizio per il “Guerin Sportivo” con il quale collaboravo all’epoca e mio fratello come inviato del Messaggero. Ricordo che non c’era nessun altro giornalista italiano. Giunti a Londra prendemmo poi un aereo per Newcastle. Ho ancora quel biglietto aereo”.

Altro ricordo nitido di Andrea è la temperatura rigida: “Faceva freddissimo, 8/9 gradi sottozero. Su consiglio di Giancarlo Galavotti, all’epoca corrispondente della Gazzetta dello Sport dall’Inghilterra, mi misi la classica calzamaglia di lana: fu una salvezza. Andai anche al Newcastle Official Club Shop e comprai una felpa, un po’ per tenerla come ricordo un po’ perché faceva freddo e la indossai subito. Conservo ancora sia la felpa sia la busta che mi diedero in negozio”. Siamo un po’ dubbiosi e chiediamo delle “prove”…su WhatsApp ci arriva quanto richiesto.

gli eroi del calcio felpa e maglia.png

“Prima di partire alla volta del Regno Unito” prosegue Andrea, “mi chiamò Valentino Mancini Cilla, il proprietario di “Radio Latte e Miele” il quale mi chiese di effettuare la radiocronaca della partita. Può sembrare banale ma all’epoca non era facilissimo. Quando arrivai in postazione al St. James Park trovai un telefono a tasti tipo quello che avevamo all’epoca in casa. Avevo già esperienza di telecronache e trasmissioni televisive ma non mi ero mai cimentato con una diretta radio. Un impegno davvero più difficile perché bisogna far capire e far vivere la partita a chi sta ascoltando senza il supporto delle immagini. Alla fine fu un grande successo professionale con migliaia di tifosi dell’Ascoli che da casa seguirono le gesta dei nostri calciatori in diretta dal “St. James Park”, per quella che rimane la prima radiocronaca dall’estero dell’Ascoli. Un primato che porto con fierezza”.

Andrea ha anche un altro primato: ”Il 15 maggio 1983 feci in diretta la telecronaca, “pirata” possiamo dire, di Ascoli – Cagliari, scontro salvezza. Lavoravo per RTM TV, un’emittente locale, sapendo di dover fare un servizio che sarebbe poi andato registrato. Invece i tecnici furono geniali e andammo in diretta tv con la mia telecronaca, ma io non lo sapevo. Quel giorno conquistammo una storica salvezza”.

Torniamo al 24 novembre del 1992: “Bisogna dire che il Newcastle era una squadra blasonata e temibile, soprattutto sul loro terreno, anche se quello non era il loro periodo migliore. Avevano come allenatore quel Kevin Keegan, diventato allenatore da pochi mesi, “Pallone d’Oro” nel ’78 e nel ’79. Un calciatore che vinse in pratica tutto in carriera. Sugli spalti c’erano circa 10.000 sostenitori locali, e nessuno per l’Ascoli. L’arbitro era Boggi di Salerno con il quale andammo a cena insieme: una cosa d’altri tempi”.

In campo scese il seguente “Undici” dell’Ascoli: Bizzarri, Mancini, Pascucci, Massimiliano Cacciatori, Fusco, Bosi, Pierantozzi, Cioffi, Bierhoff, Menolascina e Spinelli. Entrarono poi a partita in corso anche Perozzi e Carbone. A disposizione in panchina Lorieri, Curzi, Palestini.

“Nonostante il freddo, o grazie al freddo, la radiocronaca andò bene e anche la partita: vittoria dell’Ascoli per 1-0 con rete di Oliver Bierhoff al 62’. Anzi sfiorammo addirittura il raddoppio con Pierantozzi. A pochi minuti dal termine invece si scatenò una grande rissa: Menolascina subì un fallo pesantissimo e l’allenatore Cacciatori entrò in campo. Si scatenò un grande parapiglia con Keegan che tentò di aggredirlo”.

L’allenatore del Newcastle poi dichiarerà: “Ho tentato di trattenerlo”, riferendosi a Cacciatori, “per evitare che tornasse in Italia in una bara” (Cit. La Stampa, 26 novembre 1992).

“Ho anche il giornale del giorno dopo”, ci confida Andrea, “The Journal, dove si parla solo della rissa che aveva visto coinvolto Keegan, nemmeno un trafiletto sulla partita”. Visto il precedente non chiediamo nessuna “prova” ad Andrea del possesso di questo giornale… infatti dopo poco il cellulare emette il classico suono che preannuncia che la foto è arrivata.

gli eroi del calcio journal 1

“Mancini Cilla mi diede anche un registratore per effettuare le interviste nel dopopartita che andarono in onda dopo un paio di giorni in Radio. Quella partita resta nella storia come la prima radiocronaca diretta dall’estero di una partita dell’Ascoli. Resta anche nel mio Cuore”.

Grazie Andrea per aver condiviso con noi questa storia.

gli eroi del calcio melodia bigliettoCollezione Matteo Melodia

Collezione Fabio Celani

Gli Eroi del Calcio ringraziano:

  • Matteo Melodia che ci ha permesso di prendere visione del biglietto della partita facente parte della sua immensa collezione (vedi qui l’intervista a Matteo Melodia)
  • Fabio Celani che ci ha permesso di poter ammirare la maglia dell’Ascoli utilizzata in questa partita e facente parte della sua splendida collezione. La maglia è stata indossata dal giocatore Curzi che non entrò in campo ma sedette in panchina.

 

 

 

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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21 agosto 1993 – Finale Supercoppa Milan vs Torino a Washington: “Per qualche Dollaro in più”…

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Sono passati quattro anni dalla primavera del 1989 quando, durante una cena di un club di tifosi blucerchiati, nacque l’idea di istituire un nuovo trofeo da disputarsi tra la vincitrice del Campionato di Serie A e la vincitrice della Coppa Italia. Manca un solo anno ai mondiali che si disputeranno negli USA, nasce così l’idea/opportunità di guadagnare “qualche dollaro in più”: si fa giocare la partita nel paese che ospiterà i prossimi mondiali di calcio… “Più per spot che per sport” (Cit. La Stampa, 21 agosto 1993), affinché gli americani si interessino ad esso.

Protagoniste del primo trofeo italiano assegnato in “trasferta” sono il Milan ed il Torino. I Diavoli sono nel pieno del periodo d’oro, sono i detentori del trofeo e partono con i favori del pronostico; vengono dalla vittoria del secondo campionato consecutivo ed era dai tempi della Juventus di Trapattoni che mancava la doppietta. La tripletta invece manca dai tempi del grande Torino e Capello, alla fine della stagione, riazzererà il contatore.

Il Toro dal canto suo ha vinto la sua quinta Coppa Italia riuscendo a superare la Roma in finale dopo le sconfitte con essa subite nel ‘64, ’80 e ‘81. Il Toro supera i giallorossi con un rocambolesco 5 a 5 (aggregato) scaturito dal 3-0 casalingo e dal 5 a 2 dell’Olimpico, ma a causa di problemi societari non è uscito rafforzato dalla campagna acquisti.

Le polemiche che accompagnano la partita riguardano lo spot trasmesso sulle reti Fininvest: oltre a chiudere con un gol del Milan proprio al Toro mostra anche tre granata appena ceduti. Le righe estive dei quotidiani raccontano anche della censura che la Lega ha imposto a Tele+, impedendole di trasmettere le radiocronache della “Gialappa’s band” sull’innovativo secondo canale audio, Nizzola da Washington ha messo la parola fine: “La telecronaca della Gialappa’s del posticipo tv può essere estremamente pericolosa: si potrebbe mettere in ridicolo un arbitro, o un dirigente, o un allenatore, rischiando una violenza inaudita“.

Il Toro è una delle poche squadre ad aver rallentato il Milan in campionato e Mondonico non è certo allenatore che si tira indietro e, oltre alla Coppa Italia conquistata qualche mese prima, aveva portato i granata in finale Uefa nel 1992, perdendola con l’Ajax. Una finale, quella di Amsterdam, scolpita nella memoria e nei cuori per la sua celebre protesta dopo la mancata concessione di un calcio di rigore in terra olandese, e relativa sedia alzata al cielo. Il Milan è… il Milan, ma non avrà Gullit e Van Basten.

Le speranze di assistere ad una partita vera, il cui inizio è fissato alle 14:45 locali, sembrano smorzarsi dopo appena quattro minuti: lancio di Baresi per Savicevic che riesce a mettere al centro senza che Mussi riesca a fermarlo, arriva Marco Simone e segna. Passare in svantaggio con quel Milan era quasi una sentenza, ma il Toro non si arrende e Osio fallisce malamente l’occasione del pari poco dopo. Il Milan nel primo tempo fa qualcosa in più ma il Torino tiene e si affaccia anche dalle parti di Rossi.

Il secondo tempo prosegue sulla falsariga del primo, il Milan prende un palo, il Torino una traversa e negli ultimi minuti l’ultima scintilla: Albertini in area granata non arriva sulla palla, Galli l’afferra e fa partire il contropiede, Silenzi arriva al tiro ma non centra la porta. Qualche fischio sul finale per la melina dei rossoneri.

Il Milan vince così la sua terza SuperCoppa, la seconda consecutiva, davanti a 25.000 spettatori “Made in USA”. Certo ad Hollywood nessuno prenderà mai questo incontro per farne un colossal, ma non è stato neanche un flop. Il Milan nell’edizione precedente in casa aveva fatto 30.000 spettatori, non molti di più.

 

Il biglietto della partita è parte della collezione di Matteo Melodia, che ringraziamo, se vuoi saperne di più su di lui clicca qui

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I “Padroni” del calcio, sintesi storica degli “Sponsor”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Marco Cianfanelli) – Era una mattina di prima estate, quando il caro amico Federico mi scrisse: “Marco dovresti scrivere una articolo per tutti gli amici appassionati di calcio”. Di fronte alla richiesta, senza troppi indugi, risposi “Federico parliamo dei cosiddetti “padroni” dal calcio, raccontiamo della pubblicità nel calcio attraverso le sponsorizzazioni partendo da ciò che avvenne in origine, spiegando i motivi per cui alcune squadre, anche di elevato lignaggio, scelsero di abbinare la propria denominazione, ad esempio, ad una casa automobilistica ovvero ad un’industria alimentare o tessile”.

Il mio intento era quello di suscitare l’interesse di tutti i calciofili parlando di un argomento che nasconde risvolti talvolta poco noti ma che sono la chiara evidenza dei cospicui investimenti di taluni magnati fatti per pura passione o, soprattutto, per meri progetti imprenditoriali.

Questo intento, ossia quello di ricevere profitti legandosi ad uno sponsor, era un obiettivo fin dagli primordi del calcio in Italia, soprattutto per la popolarità di tale sport, “de facto”, dopo gli incerti avvii agli inizi del 1900 considerabile quale “sport nazionale”. A fermare, tuttavia, le mire di diverse società calcistiche vi fu la Federazione Italiana Giuoco Calcio che, a differenza di quanto invece accadeva in altre discipline sportive in naturale simbiosi con le sponsorizzazioni (ad esempio il ciclismo), proibiva ai club nazionali di “adornare” gli indumenti di gioco con marchi estranei al calcio, anche se relativi alle case produttrici delle divise.

I primi segnali di un’evoluzione si registrarono nel 1925 anno in cui il regime fascista dispose l’istituzione dell’Opera Nazionale del Dopolavoro che, per definizione riportata nel proprio Statuto, si prefiggeva di “…curare l’elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo sport…”. Avvalendosi di tale possibilità diverse aziende crearono la propria squadra di calcio che era composta da propri dipendenti oppure contribuirono, in particolare a livello dilettantistico, ad affiancare il loro nome a squadre già esistenti. Sono questi i casi del B.P.D. Colleferro (dopolavoro dell’azienda Bombrini Parodi Delfino sita nella cittadina laziale di Colleferro) e del Marzotto Valdagno (dopolavoro del lanificio vicentino Marzotto, noto come Dopolavoro Aziendale Marzotto Valdagno e, successivamente, come Marzotto Valdagno). Si era, tuttavia, ancora molto lontani dal poter considerare questi abbinamenti come sponsorizzazione ma è innegabile che la nascita della citata istituzione gettò le basi per il futuro abbinamento.

Forti delle iniziative delle pioneristiche associazioni nate sotto l’egida dell’Opera, Nazionale Dopolavoro e nell’intento di aggirare i divieti posti dalla Federazione calcio, prese piede, tra i club calcistici, la possibilità di affiancare il nome di un’azienda alla denominazione della squadra. Infatti, all’epoca – come oggi – nessun veto era previsto nei confronti del nome della squadra che poteva essere scelto liberamente così come lo stemma. Nacquero così a Torino, durante gli anni della seconda guerra mondiale, la Juventus CISITALIA ed il Torino FIAT, connubi poi sciolti alla fine del citato conflitto. Il fine della creazione di tali compagini era quello di proseguire l’attività agonistica in una situazione d’emergenza, evitando, soprattutto, la chiamata alle armi ai propri tesserati, trasformandoli in “calciatori-operai” in modo da non farli deportare. L’emergenza della situazione fece, pertanto, superare anche le barriere campanilistiche creando un connubio TORINO – FIAT inimmaginabile ai giorni nostri. D’altronde, come l’Avvocato Gianni AGNELLI ricorderà in una sua intervista “…io stavo nell’esercito, in guerra, avevo altri pensieri e problemi, altro da fare, da patire, da superare…”, la sua famiglia, in quel periodo, si distaccò momentaneamente dal club bianconero. In aggiunta vi è da rimarcare che mentre la Juventus, a seguito del connubio con CISITALIA, non introdusse varianti sul proprio stemma e sulle maglie, il TORINO, invece, appose sulle sue casacche granata, nel 1944, uno stemma riportante il logo della FIAT.

Dopo le prime schermaglie, nel dopoguerra, anche in considerazione della carenza di specifiche norme al riguardo, la pratica della sponsorizzazione inizia a diffondersi in maniera sempre maggiore. Tra gli esempi più rilevanti e duraturo, quello del Lanerossi Vicenza sodalizio che si contraddistinse fregiando, con la caratteristica lettera “R”- fino alla fine degli anni 80- la propria maglia ed i gagliardetti.

Gagliardetto Lanerossi Vicenza AC

Questa tradizione, interrotta negli anni 90, venne poi nuovamente ripresa in occasione del centenario del club. Analogamente alla compagine vicentina, altre Società portarono alla ribalta binomi che oggi costituiscono memorabile ricordo della storia calcistica nazionale. Tra gli altri citiamo il Simmenthal-Monza (sodalizio attivo nel periodo 1955 – 1964, l’Ozo Mantova (squadra della Società petrolifera OZO), il SAROM Ravenna (compagine che rappresentava una Società di raffinazione con sede in Ravenna) nonché lo Zenit Modena, appartenente ad una Società cremonese produttrice di carburanti e lubrificanti. Vi furono anche altri unioni che non ebbero la stessa fortuna e durata di quelli descritti. Ne è un esempio il Talmone Torino, abbinamento realizzato nella stagione 1958 – 1959 tra i granate e la nota azienda dolciaria piemontese e che ebbe la durata di una sola, nefasta, stagione culminata con la retrocessione in serie B del Torino, proprio in occasione del decimo anniversario della tragedia di Superga. Dalla successiva stagione scomparì dalle casacche granata la grande lettera “T” bianca che richiamava la citata ditta.

A dimostrazione della diffusione del “fenomeno” anche nelle serie minori vi è da citare esempi, più o meno duraturi, di abbinamenti come nel caso della Acquapozzillo Acireale, squadra sponsorizzata dalla locale azienda produttrice di acqua ed antesignana dell’attuale ASD ACIREALE e dell’ASTI Ma.Co.Bi, squadra in cui militò, nei primi anni settanta anche Giancarlo ANTOGNONI.

Soltanto a partire dagli anni 60, la FIGC, al fine di limitare il sempre più crescente ricorso a nuove unioni tra squadre calcistiche e aziende sancì, almeno per le squadre militanti nei campionati di vertice, il bando di questa pratica ad esclusione del Lanerossi Vicenza che, in virtù di una speciale delega continuò a mantenere la sua storica denominazione. La pratica dell’abbinamento, in tempi più recenti, farà una sua apparizione con la squadra del Fondi di proprietà dell’Università Nicolò Cusano, facendo nascere nella stagione 2016-2017 l’Unicusano Fondi che terminò di esistere alla fine della stagione per poi rilevare, nella stagione sportiva 2017 – 2018 la Ternana che per tale passaggio assunse la denominazione di Unicusano Ternana.

A latere giova anche ricordare i casi di alcune squadre riportanti nella propria denominazione il nominativo della proprietà. Citiamo in merito, restando nell’ambito della regione Lazio, la Lodigiani, squadra aziendale della omonima Società edile LODIGIANI oppure altre compagini come il Paluani – CHIEVO ed il Del DUCA – Ascoli.

Alla fine degli anni 70 le Società calcistiche si fecero sempre più riluttanti nei confronti dei divieti posti dalla FIGC agli sponsor ed inseguirono anche stratagemmi particolari pur di aggirare i veti in essere. Tra questi citiamo il caso dell’udinese del patron SANSON (proprietario dell’omonima azienda produttrice di gelati) che nella stagione 1978 – 1979 – per la prima volta in Italia – fece apparire, sui pantaloncini della divisa da gioco il nome dell’azienda aggirando il divieto che faceva riferimento esclusivamente alle maglie e non agli altri capi della tenuta da gioco.

Franco Bonora, Udinese Calcio 1978-79, e lo sponsor Sanson sui pantaloncini

Il tentativo venne prontamente “rintuzzato” dalla FIGC che ordinò l’immediata rimozione della scritta comminando anche una corposa multa alla squadra friulana. No fu però questo il cosiddetto “fuoco di paglia”. Ad agosto del 1979, con il Perugia di Franco D’Attoma cadde, infine, l’ultimo tabù. Il magnate umbro, nell’intento di reperire le risorse finanziarie necessarie per il trasferimento al Perugia di Paolo ROSSI, sottoscrisse un accordo con il gruppo Buitoni – Perugina per far apparire sulle maglie del Perugia il nome del pastificio PONTE. Il machiavellico stratagemma a cui si ricorse fu anche sugellato dalla creazione di una Società ad hoc, la Ponte sportswear che figurando come sponsor tecnico degli umbri e con lo stesso logo dell’azienda alimentare comparì sulle divise da gioco dei grifoni. Era la prima maglia di una squadra di calcio italiana sponsorizzata.

Negli anni seguenti molte altre Società seguirono l’esempio del Perugia (ad esempio Cagliari, Genoa e Torino) fino ad arrivare alla stagione 1981 – 1982 in cui la FIGC consentì finalmente l’esposizione degli sponsor sulle casacche della maggioranza delle squadre di serie A e B. In dado era tratto e da quella stagione – sempre in maniera maggiore- le (una volta) immacolate casacche dei nostri beniamini, diventarono spazi a disposizione di sponsor più o meno benefici.

Tutti i gagliardetti in foto appartengono alla vastissima collezione di Marco Cianfanelli. Se vuoi saperne di più su di lui clicca qui

 

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Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Seconda Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Carlo Brizzi) – Il 1968 è stato un periodo storico che sconvolse il quieto vivere della nazione segnalandosi per fenomeni eversivi. In Francia i cortei di studenti e operai avevano innalzato cartelli con la scritta “L’immaginazione al potere”, ma in Italia questo concetto fu la base di una rivoluzione. Ci trovammo a vivere con sigle quali Brigate Rosse, Lotta Continua e altre, e assistemmo a delitti e rapimenti che sconvolsero l’intera nazione. Ci abituammo a convivere con uno stato di guerra civile ma non abbandonammo l’attenzione al campionato di calcio. Assistemmo quindi con soddisfazione allo sgarbo che la Lazio fece agli squadroni del nord vincendo il campionato nel 1974. Eravamo pronti per il “Campionato del Mondo” dello stesso anno, che si tenne in Germania, dove realizzammo un’altra figura penosa mangiandoci la dote del secondo posto conquistato quattro anni prima. Non ci disperammo perché eravamo attori di un avvenimento storico: in Italia, nel Maggio del 1974, era stato indetto un referendum per stabilire la legalità del divorzio che finalmente divenne legge. Ancora in festa per la battaglia di libertà appena vinta, fummo sconvolti dall’attacco delle BR al cuore dello Stato effettuato il 16 Marzo del 1978 con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro e l’uccisione degli agenti della scorta. Seguì una prigionia dell’esponente democristiano di cinquantacinque giorni in un appartamento di Roma, mentre le forze dell’ordine erano impegnate in una ricerca affannosa e senza esito positivo. L’ultimo oltraggio fu l’annunciato ritrovamento del cadavere di Moro in una via centrale della capitale all’interno di un’automobile. Fu un attacco alla democrazia che però non vacillò e negli anni successivi lo Stato riaffermò la sua supremazia sconfiggendo definitivamente le organizzazioni rivoluzionarie e arrestandone i componenti. L’Italia calcistica superò il triste periodo perché era concentrata sul Mondiale alle porte che si sarebbe tenuto in Argentina. La nostra rappresentativa era molto valida e ispirava una certa fiducia e, infatti, disputammo un buon campionato battendo l’Argentina che l’avrebbe conquistato e finendo al quarto posto per mera sfortuna. La compensazione fortunata venne con l’elezione a Presidente della Repubblica di Sandro Pertini che divenne da subito il presidente più amato dagli italiani. Un uomo eccezionale che seppe dare prova di se nelle circostanze difficili attraversate dalla Repubblica, ed anche partecipare con vena patriottica ai momenti felici. Lo ritroviamo, il nostro Presidente, nella veste di tifoso a un campionato mondiale storico, in Spagna nel 1982. Un’epopea azzurra cominciata in modo insoddisfacente nel girone preliminare per vedere poi montare l’autostima della squadra che si trovò ad affrontare una dopo l’altra, vincendo, l’Argentina di Maradona, il Brasile di Falcao e la Polonia di Boniek che non disputò quella partita per infortunio. Il passo successivo fu la finale contro la Germania che vincemmo 3 a 1 senza storia, dopo avere sbagliato un rigore con Cabrini. L’Italia dette spettacolo, Conti fu giudicato la migliore ala del torneo e Paolo Rossi fu il capocannoniere. Gli Azzurri rientrarono in Italia nell’“Aereo di Stato” ospiti del Presidente Pertini, e furono celebrati con festeggiamenti e onorificenze dalla nazione intera. Il trofeo era tornato tra le nostre mura dopo quarantaquattro anni, in un’Italia che aveva superato la dittatura fascista, una guerra spaventosa e aveva saputo attuare il miracolo della ricostruzione proprio come in quei giorni era stato realizzato il ritorno del nostro sport nazionale a livelli d’eccellenza. Il terrorismo che aveva raggiunto il massimo vigore negli anni settanta aveva dato prova della sua virulenza nell’Agosto del 1980 con lo spaventoso attentato alla stazione di Bologna. Assistevamo compiaciuti alla resa dei conti che portava alla fine dei brigatisti, ma eravamo sbigottiti dalla virulenza della malavita che compieva sequestri di persona a ripetizione mentre a Roma trionfava la banda della Magliana. Un trionfo di altra natura avvenne nel 1983 nella capitale: se la Nazionale italiana aveva impiegato 44 anni per tornare a vincere la Coppa del Mondo, l’Associazione Sportiva Roma ne impiegò 41 per vincere il suo secondo scudetto. La città impazzì, il giallo e il rosso colorarono la città e una quantità enorme di persone, almeno 100.000, festeggiarono l’evento al Circo Massimo. Antonello Venditti scrisse “Grazie Roma”, la più bella canzone mai dedicata a una squadra di calcio, e i romanisti rimasero concentrati sull’evento dell’anno successivo, la Coppa dei Campioni. Il campionato tornò sotto l’egida della Juventus mentre Roma, squadra e città, era tesa al grande evento, la finale della Coppa che si sarebbe tenuta a Roma contro il Liverpool. I cuori romanisti palpitarono fino all’ultimo calcio di rigore tirato fuori, dopo i tempi supplementari, che regalò il trofeo agli inglesi… Eravamo destinati a tornare sotto la supremazia della Juventus? Nemmeno per idea! Il 1985 segnò la rivolta degli umili e la squadra del Verona, che fino allora aveva navigato nelle acque della mediocrità, inaspettatamente si fregiò del titolo di “Campione d’Italia”. L’anno successivo fu folgorato dall’arrivo in Italia del più grande fuoriclasse di tutti i tempi della palla rotonda insieme a O’ Rei Pelé, Diego Armando Maradona! Il Napoli, forte di questo incredibile arrivo, allestì una squadra di alto livello e nel 1987 appuntò sulle maglie lo scudetto tricolore. Era di nuovo l’anno dei mondiali e gli azzurri volarono in Messico in qualità di detentori del titolo ma furono mandati a casa dalla Francia mentre l’Argentina di Maradona vinceva il suo secondo campionato mondiale. Passò alla storia la partita Argentina – Inghilterra per i due goal di Maradona, il primo dei quali segnato furbescamente con un colpo di mano mentre il secondo verrà ricordato come il più bello del secolo, realizzato dopo una serpentina di mezzo campo seminando non so quanti giocatori avversari. Tornammo ai fatti di casa nostra per verificare che la morsa della Juventus sul campionato si era allentata fino a quasi sparire. Il titolo divenne questione tra Inter e Milan, ma poi nel 1990 tornò Maradona a fare mettere al Napoli il sigillo del suo secondo scudetto. Adesso però c’erano di nuovo i mondiali e questa volta a casa nostra! Bennato e la Nannini cantavano “Notti Magiche” mentre l’Italia di Schillaci, allenata da Azeglio Vicini, procedeva suscitando qualche ottimismo, fino a quando nella semifinale giocata a Napoli ci facemmo giocare da un colpo di testa di Caniggia che non era noto per tale specialità. La Germania batté l’Argentina vincendo il titolo, noi ci dovemmo accontentare del terzo posto e cominciammo a fare i conti con i guasti tecnici e finanziari che quella competizione ci aveva lasciato in eredità. Preventivi sforati del doppio (vedi l’Olimpico di Roma) una stazione ferroviaria con relativo ponte d’attraversamento mai utilizzata e altre simili amenità italiche che preannunciavano i tempi bui che sarebbero arrivati di lì a poco. Il Campionato riprese con la sorpresa della simpatia nel nome della Sampdoria. Una formazione con autentici fuoriclasse, quali Vialli, Mancini e Cerezo, allenata da Boskov, quello delle massime tipo… “Rigore è quando arbitro fischia”. La simpatia doriana fu sostituita per tre anni di fila dal 1992 al 1994 più che dal Milan dalla “Rivoluzione Sacchiana” che la squadra lombarda aveva attuato. La squadra milanese, che aveva conosciuto periodi di quasi povertà tecnica, culminata con una retrocessione in serie B, aveva realizzato un’impressionante resurrezione ad opera della nuova proprietà assunta dal potente imprenditore Silvio Berlusconi. Un completo risanamento economico e un primo tentativo di nuovo inquadramento tecnico affidando la squadra a Liedholm, poi era avvenuta la fulminazione di un’idea innovativa affidando la squadra a un allenatore emergente proveniente dal Parma, alfiere di un gioco nuovo e propositivo che realizzò tre scudetti consecutivi e prestigiosi risultati in campo europeo. In quegli anni Milano conquistò gli onori della cronaca anche per uno scandalo di dimensioni mai viste: Tangentopoli. Tutto era cominciato con una mazzetta di modeste dimensioni percepita dall’amministratore, appartenente al Partito Socialista, di un’istituzione benefica di Milano, venne così alla luce un verminaio inimmaginabile. Tutte le attività imprenditoriali erano soggette al pagamento di una tangente ai partiti a danno della comunità. I nomi dei PM milanesi quali Di Pietro, Davigo e Colombo guadagnarono le prime pagine dei giornali e l’intera classe politica italiana venne messa sotto processo. Caddero teste illustri quali Craxi e Forlani, ma anche i pezzi grossi degli altri partiti guadagnarono le loro brave condanne con l’eccezione del Partito Comunista per il quale un eroico funzionario si sacrificò senza compromettere gli alti gradi. Mani Pulite ebbe anche le sue vittime, il presidente dell’Eni Cagliari si tolse la vita in carcere soffocandosi con un sacchetto di plastica, e il capitano d’industria Gardini si sparò un colpo di rivoltella nella sua abitazione milanese. E l’Italia del pallone? La Nazionale era stata affidata ad Arrigo Sacchi, carico dei risultati esaltanti ottenuti con il Milan, e si apprestava ad affrontare i Mondiali che nel 1994 si sarebbero svolti negli Stati Uniti. Questa idea balzana era opera di Henry Kissinger, il segretario di Stato che, per la sua origine austriaca, nutriva un amore per la palla rotonda all’epoca non molto condiviso nella nazione statunitense. Si giocò nel caldo dell’estate americana per interessi mediatici a orari assurdi, combattendo la disidratazione degli atleti con continui rifornimenti d’acqua e qualche necessaria interruzione. Nonostante le non ideali condizioni di gioco gli Azzurri fecero una bellissima competizione terminando secondi dietro il Brasile che vinse ai rigori dopo i tempi supplementari. Il campionato riprese con il ritorno alla vittoria nel 1995 della Juventus che si alternò nella conquista dello scudetto con il Milan, assegnandosi equamente il titolo un anno per uno fino al 1999. Avevamo ancora negli occhi la sfortunata impresa americana che eravamo di nuovo nel clima dei Mondiali, questa volta nella vicina Francia. Ancora una volta gli azzurri si comportarono onorevolmente finendo eliminati nei Quarti dalla Francia che avrebbe poi vinto il titolo. Il ritorno al campionato segnò la novità assoluta del temporaneo allontanamento dal vertice delle squadre del nord e dell’affermazione delle romane, la Lazio nel nuovo secolo, il 2000, e la Roma nel 2001. Ben altro capovolgimento si era realizzato nella politica con la discesa in campo dell’imprenditore Silvio Berlusconi. Il centrodestra aveva preso il governo della nazione, alternandosi con il centrosinistra di Prodi, mentre avevamo eletto Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi. Il Campionato mondiale ci trasportava adesso, nel 2002, in Giappone e Corea e a una disfatta agevolata da un arbitro, tale Moreno, che sarebbe rimasto a lungo nella nostra memoria quale esempio di nefandezza. La Juventus al ritorno dal Mondiale riprese il comando delle operazioni vincendo il campionato 2003/004 ed anche l’anno successivo terminò prima in classifica, ma a quel punto scoppiò lo scandalo. Furono scoperte gravi irregolarità e la Triade, formata da Moggi, Giraudo e Bettega, radiata o costretta alle dimissioni e, udite udite, lo scudetto revocato e la Juventus in serie B. Si può dire che il sogno di gran parte della tifoseria italiana fosse stato esaudito, ma la “Vecchia Signora” seppe controbattere egregiamente alla vicissitudine occorsale. In un solo anno, sotto la guida del tecnico francese Deschamps, tornò nella massima divisione. Eccoci alla storia di ieri, una storia gloriosa realizzata nei Mondiali del 2006 in Germania dove ci presentammo con una squadra formidabile imbottita di campioni quali Totti, Del Piero, Pirlo, Cannavaro, Buffon e, per brevità, rinunciamo di citare tutti gli altri tra i quali non ce ne era nemmeno uno scarso. Ricordiamo con i brividi la semifinale con la Germania padrona di casa, battuta 2 a 0 nei tempi supplementari. E’ nel nostro cuore la finale contro la Francia, rimessa in equilibrio dopo avere patito un rigore generoso, vinta ai rigori, finalmente una vittoria dagli “undici metri”, dopo la famosa “capocciata” di Zidane a Materazzi. Fermiamo qui il nostro racconto, sul culmine più alto toccato dai nostri colori e stendiamo un velo sugli anni successivi, animati da qualche successo di club in campo internazionale ma povero di altre soddisfazioni. Anche in passato abbiamo avuto anni bui dai quali siamo usciti con affermazioni gloriose. Siamo quattro volte “Campioni del Mondo” e una volta “Campioni d’Europa”: l’amore per il calcio è nel nostro sangue, appartiene al nostro DNA e di nuovo momenti gloriosi saluteranno i colori azzurri.

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Prima Parte

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