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Il Calcio Racconta

Alberto Brignoli…l’angelo caduto dal cielo

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giorgio Muresu) – E’ il 3 dicembre 2017 e sono da poco trascorse le 14.15. A tavola ci si gode il pranzo della domenica mentre al “Ciro Vigorito” di Benevento, davanti a 15.000 spettatori, si sta consumando “l’antipasto” della 15^ giornata di Serie A tra le “streghe” giallorosse del Sannio, patria dell’omonimo famoso liquore, e il plurititolato Milan, Campione d’Europa per ben sette volte.

Alla sfida le squadre arrivano con aspettative diverse. Il Benevento, reduce da 14 sconfitte in altrettante partite, cerca il primo punto in classifica e paga a caro prezzo il ruolo di matricola del massimo campionato. I giallorossi recriminano per qualche punto perso immeritatamente per strada: su tutti, i pareggi sfumati con Bologna (a tempo scaduto, per inopinabile decisione del neo-introdotto arbitro telematico “VAR”) e Sassuolo (sempre al fotofinish), oltre alle recenti sconfitte, più che onorevoli e di misura, maturate a Bergamo con l’Atalanta e allo Juventus Stadium, al cospetto dei campioni uscenti, dopo aver chiuso il primo tempo addirittura in vantaggio.

Il Milan, dopo la “faraonica” campagna acquisti d’estate da 200 milioni di Euro, non ha ancora trovato la giusta alchimia per insinuarsi ai primi posti della classifica e colleziona una striscia di risultati e prestazioni deludenti che costringono la Società, come spesso accade, ad avvicendare l’allenatore Vincenzo Montella e a cercare di rilanciarsi con la soluzione “casalinga” Gennaro Gattuso, la cui prima partita in Serie A, da non fallire, coincide proprio con la sfida ai sanniti.

Destini incrociati anche quelli dei due allenatori: neanche un anno e mezzo prima, infatti, Roberto De Zerbi (chiamato a sostituire al Benevento Marco Baroni, anch’egli vittima dell’impietosa serie di sconfitte) e Gennaro Gattuso si erano resi protagonisti di un incontro ad alta tensione nel campionato di Lega PRO, durante il match tra Pisa e Foggia, sfiorando la rissa.

La partita viaggia sul filo dell’equilibrio: il Milan gestisce la palla ma il Benevento chiude bene gli spazi e cerca, con coraggio, i varchi giusti per far male alla retroguardia rossonera.

Come già accaduto, però, i giallorossi pagano lo scotto dell’inesperienza e a pochi minuti dalla fine del primo tempo si ritrovano in svantaggio dopo un doppio colpo di testa di Giacomo Bonaventura.

A inizio ripresa, però i padroni di casa reagiscono e scendono in campo più determinati, trovando il pari con George Puscas. Ancora una volta, tuttavia, sono costretti a capitolare e inseguire, neanche dieci minuti dopo, sul colpo di testa di Nicola Kalinic. Il pari, adesso, anche contro un Milan “ferito”, ha davvero il sapore d’impresa sportiva.

I minuti scorrono inesorabili e il Milan si ritrova a giocare l’ultimo quarto d’ora in 10 per la doppia ammonizione del difensore Alessio Romagnoli. Il Benevento, ormai, attacca con la forza della disperazione e, non avendo più nulla da perdere, fa salire in area anche il proprio estremo difensore, chiamato a gran voce dai compagni della panchina.

E’ il minuto ‘95. Il Benevento beneficia di un calcio di punizione dal vertice dell’area. Alberto Brignoli, classe 1991 da Trescore Balneario, a pochi passi dal Lago d’Iseo, arrivato nell’estate in prestito dalla Juventus, si fa coraggio ed entra in area di rigore per creare confusione, liberare spazio ai compagni di squadra, provarci.

Danilo Cataldi ha il compito di indirizzare l’ultima drammatica parabola verso la porta rossonera e proprio Brignoli, attaccante improvvisato, si tuffa – da portiere – e disegna un perfetto colpo di testa che s’insacca alle spalle del ben più noto e pagato “collega” Gianluigi Donnarumma.

Il pubblico, pur in tripudio, è incredulo. E’ l’apoteosi. Gennaro Gattuso, scaglia tutta la sua rabbia e amarezza contro la panchina mentre i compagni dell’eroe di giornata lo inseguono, indicandolo.

Il Benevento ha fatto il primo punto della sua vita in Serie A e a regalarglielo è stato il suo portiere, con un filmato che già impazza sui social network e che certamente farà il giro del mondo.

A fine partita il “colibrì”, così lo chiamano, paragonandolo al volatile più piccolo e leggero del pianeta, dirà: “Ho chiuso gli occhi e sono saltato”. Di più. E’ rimasto sospeso in aria in un attimo interminabile per realizzare ciò che sembrava impossibile. Umile fino alla fine, rispettando la cocente frustrazione di Donnarumma, ha preferito non chiedere al collega neppure la maglia, al fischio finale.

Qualcuno, nel rivederlo, avrà richiamato alla mente l’immagine del film “Tre uomini e una gamba”, con l’improbabile “inzuccata” messa a segno da Aldo Baglio, uscito dalla sabbia, durante un improvvisato Italia-Marocco sulla spiaggia. O ancora, facendo un passo più indietro, il fantozziano Italia-Inghilterra che il più famoso ragioniere è costretto a perdersi per l’irrinunciabile proiezione della corazzata Potemkin… “Nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche. Si diceva che l’Italia stava vincendo per venti a zero e che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d’angolo”…

Oggi, lontano dalla finzione cinematografica (e forse, proprio per questo, con più gusto), il narratore reciterebbe: “Si diceva che il Benevento aveva pareggiato all’ultimo minuto e che aveva segnato anche il portiere Brignoli, di testa, su calcio di punizione”. E’ tutto vero. E’ la magia del calcio.

Non ce ne vogliano i tifosi del Milan, ma alla domanda, spesso rivolta agli appassionati (malati?) di calcio, su quale sia il motivo che li spinge a seguire questo sport con così tanta passione, la risposta non può che essere “per raccontare storie che sanno di favola”, come quella di Alberto Brignoli: l’Angelo caduto dal cielo.

Giorgio Muresu è nato a Roma più di quaranta giri di terra fa. Ha un'innata passione per ogni forma di sport, trasmessagli probabilmente dai geni del nonno materno, due volte olimpionico nella marcia dei 50 km prima che iniziassero ad accendersi i primi televisori in bianco e nero. Papà di due gioielli, avvocato, di giorno è un infaticabile bancario. Si professa “Romanista non ortodosso”, schiavo del risultato, romantico devoto de “Gli Eroi del Calcio”, per il quale ogni tanto si fregia di scrivere.

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Michel Platini ospite a “Che tempo che fa”: “Venivo da un paese in cui non si viveva il calcio come in Italia”

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Fabio Fazio riceve “Le Roi” Michel Platini a “Che tempo che fa” per la presentazione del suo libro “Il Re a nudo”. Scorrono le immagini dei successi dell’ex bianconero che si lascia sopraffare dall’emozione mentre il conduttore gli fa presente come lui sia “come una canzone, un sottofondo della nostra vita, fa parte di tutti”.

“Giocavo con quelli più grandi di me, è così che ho imparato a dribblare”, inizia l’ex Re a raccontarsi, “Venivo da un paese in cui non si viveva il calcio come lo vivete voi, per me è stato un trauma. All’epoca il tifoso in Francia non esisteva, esisteva lo spettatore che andava a vedere la partita, il tifoso che sprona la squadra non esisteva. Un altro mondo per me”.

Dopo aver snocciolato i nomi dei suoi compagni in quel periodo bianconero ha ricordato una frase di Agnelli su di lui, “Abbiamo preso Platini in un paese che non capisce niente di calcio e ci ha insegnato a giocare”. Si è poi tornati al gol annullato nel 1985 durante la finale della Coppa Intercontinentale: “Era validissimo” … e ricorda anche di aver incontrato il guardalinee che aveva fatto annullare la rete qualche tempo dopo a Singapore… “Quasi quasi lo ammazzavo” dice ironicamente.

“Ho fatto l’allenatore della nazionale francese per cinque anni, poi ho smesso, non mi piaceva la vita da C.T.”, prosegue il francese, “Poi mi sono messo al servizio del mio paese per l’organizzazione della Coppa Del Mondo del 1998 che abbiamo vinto (ride)… e poi l’avventura nella Fifa… dove un calciatore finalmente ha la possibilità di difendere il calcio in un mondo di dirigenti. Sono stato l’unico calciatore in quel mondo” …

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14 novembre 1934 – La battaglia di Highbury

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Pensando al 1934 ed alla Nazionale italiana la prima cosa che salta in mente è la vittoria nella coppa del mondo che Pozzo e i suoi conquistano a Roma il 10 Giugno. Nel 1934, come conseguenza di quel mondiale vinto, c’è un’altra partita forse ricordata ancor più della vittoria ai mondiali: la “Battaglia” di Highbury che vide gli azzurri sconfitti per 3 a 2 dai “Maestri” inglesi.

È difficile pensare che una nazionale di blasone come quella Italiana possa avere una sconfitta tra le sue imprese; probabilmente una nazionale come quella Maltese potrebbe ricordare come “imprese” le sconfitte di misura contro nazionali molto più attrezzate, ma perché questo accada ad una nazionale fresca campione del mondo devono entrare in gioco diversi fattori.

In primis deve accadere che il calcio internazionale si trovi nella sua epoca pionieristica o ne sia appena uscito e che gli interessi “paralleli” al calcio più che economici siano legati alla propaganda politica ed ai sentimenti nazionalistici, così accade che i “Maestri” inglesi, come inventori del calcio decidano che per loro sia inutile partecipare ai Mondiali organizzati dalla FIFA, la loro superiorità è tale che non hanno bisogno di confrontarsi con le altre nazioni in un torneo: fintanto che non comporta mancati guadagni che vanno quasi ad inficiare il PIL di una nazione, la rinuncia ai Mondiali di Calcio è una strada percorribile.

Deve anche accadere che i “Maestri” decidano di organizzare una sfida contro i campioni del Mondo in carica quasi ad onorarli della loro attenzione. L’Amichevole (che tanto amichevole non è) deve essere anche organizzata a novembre, uno dei periodi più piovosi in quella che è forse la nazione più piovosa del continente. Deve anche accadere che oltre alla pioggia novembre regali la nebbia nascondendo molte cose all’arbitro svedese Otto Ohlsson, è così che il “centro attacco” inglese Ted Drake dopo due minuti con un intervento deciso rompe il piede all’azzurro Monti che non può essere sostituito perché le sostituzioni non sono previste. Tutto ciò un minuto dopo il rigore calciato dall’inglese Ted Drake e parato da Ceresoli. Gli inglesi comunque dopo aver sbagliato il rigore ed aver azzoppato Monti, rifilano agli Azzurri 3 gol in 9 minuti, trovandosi sul 3 a 0 al 12° minuto. Pozzo corre ai ripari spostando l’ormai immobile Monti prima sulla mediana, poi come ala (per poi toglierlo dal campo).

Nell’elenco degli accadimenti che portano alla “vittoria morale” italiana anche c’è sicuramente il fatto che la Nazionale Italiana può aver messo in preventivo di perdere ma non di essere umiliata, così non si sa quanto con le buone o quanto con le cattive (come ipotizza Gianni Brera), l’undici o meglio il dieci italiano inizia una strenua resistenza riuscendo a chiudere il primo tempo senza subire altre reti.

Nel secondo tempo sulla falsariga di quanto fatto dagli inglesi nel primo tempo l’Italia si porta sul 3 a 2 nel giro di pochi minuti, è Meazza a finalizzare due azioni al 58° ed al 62° ma la rimonta italiana si ferma qui, sarà la traversa ad impedire la rimonta nel finale di partita.

La narrazione tipica del periodo fascista farà il resto, abbondano i racconti dell’epica impresa degli azzurri e dei tifosi italiani al seguito che festeggeranno la “vittoria”. La stampa inglese criticherà invece i suoi per non aver voluto infierire su un avversario ormai domato.

È così che è nato il mito di quella partita e dei Leoni di Highbury rinforzato negli anni da una specie di maledizione che porterà gli italiani a dover attendere 39 anni esatti per consumare la rivincita, gli azzurri dovranno quindi aspettare un’altra epoca ed un’altra storia che vi abbiamo raccontato esattamente un anno fa in questo articolo.

 

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1979…Sangue, spaghetti, cipolle. Questo il calcio in Italia

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “Gioca in Italia e poi muori” è il titolo di uno dei due articoli che il settimanale di informazione tedesco “Der Spiegel” dedica al calcio nel nostro Paese, definito “la più scaltra nazione calcistica del mondo”, perché in essa vige “la legge delle canaglie e dei ciarlatani”. L’altro articolo del settimanale amburghese ha per titolo “Roma olocausto”, per la minaccia di strage che i tifosi della Lazio […] esprimerebbero nei confronti dei rivali locali della Roma, ostentando il braccio levato nel saluto fascista”.

Queste le prime righe dell’articolo apparso su La Stampa del 13 novembre 1979. Un articolo duro, pesante, in cui si fa il punto delle accuse da parte dei quotidiani tedeschi nei confronti dell’Italia e del calcio della penisola. È bene ricordare che siamo a pochi giorni di distanza dall’omicidio, purtroppo, di Vincenzo Paparelli.

Anche lo Spiegel non risparmia critiche e accuse all’Italia del pallone … “Un tifoso, nostalgico delle vittorie azzurre ai mondiali del ’34 e del ’38, avrebbe addirittura implorato “ritorna, o Duce, o liberatore, o dittatore”. Un settimanale importante oggi come allora quando vantava una tiratura di circa un milione di copie, considerato “il verbo”. Un quotidiano temuto e per questo preso sul serio. Ed è per questo che il suo giudizio sul calcio italiano ha fatto discutere. Pistole & Spaghetti … questa è l’immagine che raccontano del nostro paese i quotidiani tedeschi.

Poi si portano una serie di esempi in cui le affermazioni avrebbero trovato conferme negli atteggiamenti: il giocatore Hannes, del Borussia, avrebbe detto che andava ad affrontare l’Inter in quella che sarebbe stata “una lotta con i mangiatori di spaghetti”. Nulla rispetto a quanto invece affermava il presidente dello Stoccarda, che reduce dalla partita di Torino avrebbe detto …”Siamo in guerra. Dobbiamo seriamente riflettere se si debba ancora giocare con certe squadre italiane”. Allo stadio comunale di Torino, i tifosi granata avrebbero apostrofato la squadra ospite come “SS” e “nazisti”. “Guerra, morte, sangue e politica sono il «leitmotiv» dei due articoli”.

Si fa anche riferimento al fatto che esiste un nesso tra il nome dei “granata” torinesi e le bombe a mano; si racconta anche che un giocatore del Napoli avrebbe minacciato un avversario dello Standard Liegi dicendogli: “Conosci Napoli? Laggiù è già pronta la tua tomba”. Inoltre il Torino sarebbe una squadra di karatè dove ci si ispira alla regola “spranga di ferro e frattura delle ossa”. Ma ci si riferisce anche al caso dì Luis Suarez, il quale alcuni anni prima avrebbe colpito al basso ventre Kurrat, giocatore del Borussia Dortmund, e avergli confidato poi a fine partita “Scusa, ma lo vogliono i tifosi, altrimenti mi insultano come un vigliacco”.

Ma addirittura si fa riferimento a quelle che vengono definite “rivelazioni”:

“I campi delle squadre italiane non vengono squalificati (a differenza di altri, come di recente quelli di Atene, San Sebastian e Valencia, -dove i tumulti furono assai più innocui- di quelli di Torino con lo Stoccarda) perché la commissione disciplinare dell’Uefa è presieduta dall’avvocato Alberto Barbe, che dà soltanto multe alle squadre italiane.”

Insomma, “Tutto è lecito sui campi di gioco italiani: se Dante vivesse oggi, avrebbe ambientato il suo “Inferno” in una partita di Coppa con attori italiani. Loro come protagonisti, gli altri sempre come vittime. Nel nostro Paese esiste “un diretto legame tra stadio, ospedale e Vaticano. Nello stadio si scatena il demonio, all’ospedale interviene la Madonna e in Vaticano il Santo Padre impartisce l’assoluzione ai bruti pentiti”.

Poi si arriva alla “perla”: “l’ex attaccante italo-brasiliano Angelo Sormani, stando allo Spiegel, aveva un metodo delicato per mettere fuori combattimento l’avversario: portava nel taschino posteriore dei calzoncini una manciata di cipolle tritate. Quando un avversario era caduto, atterrato da un’accurata puntata alla caviglia, Sormani insaporiva il palmo della mano nella pastetta di cipolle e poi passava amorevolmente il condimento sugli occhi dell’uomo a terra”.

 

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