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Il Calcio Racconta

IL SANNIO NELLA COPPA ITALO-INGLESE DAL PROFUMO D’EUROPA – Prima Parte: IL BENEVENTO E I MITICI MATCH DEL 1976 CON WIMBLEDON E NUNEATON BOROUGH

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Alessandro Lancellotti) – La Coppa di lega italo inglese nacque nel 1969 da un’idea del dirigente sportivo Gigi Peronace ex portiere della Reggina trasferitosi in Inghilterra ed esperto di calcio d’oltre manica. L’episodio che diede l’input fu la vittoria dello Swindon Town in coppa di lega che all’epoca militava in Third Division sull’Arsenal per 3-1 e la qualificazione alla Coppa delle Fiere. Lo Swindon per regolamento non potè parteciparvi e grazie a questa sconfitta nacque il torneo. Le partite si giocarono per venticinque anni dal 1970 al 1995-96. Nel corso degli anni l’evento cambiò parecchie volte nome: da Torneo Anglo-Italiano a Coppa Anglo-Italiana, Alitalia Challange Club, Talbot Challange Club, Memorial Gigi Peronace ed infine Coppa Anglo Italiana. Nelle prime 5 stagioni vi giocavano le squadre delle massime categorie e il primo vincitore in assoluto fu lo Swindon Town che il 28 Maggio 1970 si impose per 3-0 contro il Napoli di Altafini e Montefusco e si consolò per la non qualificazione alla Coppa delle Fiere.

Nel 1976 vi fu un cambiamento: cominciarono a giocare le squadre semiprofessioniste di entrambi i campionati, le compagini che sognavano l’Europa ora potevano giocare tra di loro per una coppa.

Benevento programma Benevento programma 2

(Programma Ufficiale del Torneo Anglo Italiano del 1976)

Il semiprofessionismo durò per undici anni poi il torneo si fermò nel 1986 per riprendere nel 1992 fino al 1996 con squadre professionistiche.

In ventuno edizioni l’Italia si aggiudicò sedici tornei mentre l’Inghilterra cinque. L’ultimo vincitore fu il Genoa nel 1995-96 che si impose per 5-2 sul Port Vale a Wembley, il Modena 1981 e 1982 (vittorie su Poole Town e Sutton United e quindi può vantare due tornei). Altre squadre italiane che si aggiudicarono il Torneo furono: Cosenza, Francavilla, Pontedera, Monza, Lecco, Triestina, Brescia, Cremonese, Roma, Udinese e Piacenza.

Dopo il 1995-96 il Torneo non si disputò più lasciando un vuoto tra gli appassionati del calcio d’oltre manica che vedevano i loro beniamini italiani giocare con le squadre della “Terra d’Albione”.

Nel Torneo 1976 per l’Italia vi parteciparono le squadre della Serie C di tutti i gironi: il Monza (poi vincitore) e  l’Udinese (girone A), Teramo e Pistoiese (girone B), Benevento e Siracusa (girone C). Per l’Inghilterra parteciparono Wimbledon, Strafford Renger, Scarborough, Enfield, Wycombe Wanders e Nuneaton Borough provenienti dalle categorie minori inglesi (North Premier League, Isthmian League, Southern League).

La formula era: due gare (andata e ritorno), due in Inghilterra e due in Italia con due squadre inglesi prese dal girone. Si qualifica la prima dei due gironi, quella che otteneva più punti nella classifica delle squadre della stessa nazionalità.

Nel maggio 1976 anche il Sannio sportivo rappresentato dal Benevento si preparava a fare il suo esordio in Europa: i giallorossi  militavano  nel girone C della terza serie, nel campionato precedente si erano classificati quarti e il presidente era Italo Antonio Bocchini e in panchina sedeva l’allenatore istriano Piero Santin. Giocavano allo stadio “Gennaro Meomartini”, e tra i giocatori vi erano Enrico Cannata, Roberto Ranzani e a centrocampo Carlo Domenico Sartori giocatore originario di Caderzone Terme (Tn) cresciuto nelle giovanili del Manchester United.

Tre giorni dopo aver pareggiato a reti bianche il derby con la Casertana (a Caserta), partita valevole per la 33a giornata di campionato, il Benevento già partito  alla volta dell’Inghilterra si preparava al match contro il Wimbledon che, insieme al Nuneaton Borough, fu avversaria dei sanniti nel Torneo Anglo Italiano 1976.

Il Wimbledon stava diventando la famosa squadra che tutti gli appassionati di calcio inglese conoscono, quella soprannominata “Crazy Gang”, vincitrice della finale di FA Cup (Coppa d’Inghilterra) nel 1988 contro il Liverpool.

Sedici anni interrotti in Premier Leauge e giocatori simbolo come il gallese Vinnie Jones poi attore, l’irlandese Lawrie Sanchez o il portiere David Beasant detto Lurch per la somiglianza con il maggiordomo della famiglia Adams (entrato nella storia per aver parato il rigore che valse la Coppa all’attaccante dei Reds Aldrigge).

Allo stadio Plough Lane a Londra il 4 Maggio 1976 per il match valevole per la prima giornata si impose il Wimbledon sul Benevento per 4-0: il primo tempo finì a reti bianche ma poi i padroni di casa si scatenarono passando in vantaggio al 54’ con un rigore trasformato da Roger Connel, cinque minuti dopo Billy Holmes segnò la seconda rete e al 67’ Keiorn Sommers mise la firma alla terza rete. Chiuse la partita al 74’ John Leslie.

Wimbledon foto

Wimbledon

Queste le formazioni scese in campo:

Wimbledon: Guy, Tilley, Bryant, Donadlson, Edwards, Basset, Rice, Cooke, Connel, Holmes, Leslie (46°Sommers).

All: Batsford

Benevento: Orazi, Casani, Fracassi, Bovari, Fontana, Cannata, Iancarelli, Sartori, Fichera, Magina, Binetti.

All: Santin

Arbitro: Guider

Marcatori: 54’ Connel (R), 59’ Holmes, 67’ Sommers, 74’ Leslie.

I Sanniti tornarono in Italia per disputare  due gare valevoli per la 34a e 35a giornata di campionato: il 9 e il 16 maggio entrambe in casa e finite in pareggio contro Acireale e Messina 1-1 (56° Penzo, 57° Tancredi A) la prima  e 0- 0 la seconda. Ripartirono alla volta dell’Inghilterra  non più con destinazione Londra capitale ma nella contea del Warwickshire nella città di Nuneaton (a 14 km da Coventry con una popolazione di  81.000 abitanti). La squadra locale militava in Southern League il 19 maggio al Manor Park si imposero i bianco blu locali grazie ad una rete di S.Bennet al 58’.

Nuontoun Borough

Nuneaton Borough

Queste le formazioni scese in campo:

Nuneaton Borough: Knight, Stephens, Lewis, Oakes, Bennett, Flett, Goodwin, Peake, Turpie, Vincent,Hawkins.

Benevento: Orazi, Cazzani, Fracassi, Bovari, Fontana, Caruso, Iancarelli, Magnina, Fichera, Cannata, Binetti.

Arbitro: Jackson

Marcatore: 58’ Bennett

Dopo le due sconfitte in Terra d’Albione il Benevento tornò in Italia per finire il campionato che si stava giocando testa a testa contro il Lecce: perse due partite di fila contro il Bari 3-0 (50’  Sciannimanico, 57’ Florio, 80’ Sigarin), contro il Cosenza 2-0 (27’ Bompani, 64’ Villa) e vinse l’ultima partita in casa contro il Barletta 1-0 (giocata a Cava de’ Tirreni, rete al 61’ di Penzo). Quest’ultima vittoria non bastò, e i giallorossi si classificarono secondi a 53 punti e il campionato fu vinto dal Lecce con 55 punti. Così sfumò il sogno promozione in serie B.

Ad una settimana dalla fine del campionato il 13 giugno 1976 fu la volta delle squadre inglesi in Campania.

I primi ad essere affrontati furono i “Crazy Gang” di Wimbledon nella gara valevole per la terza giornata che si presentavano allo stadio Gennaro Meomartini: i gialloblu passarono in vantaggio al 57’ con Roger Connel, ma a dieci minuti dalla fine della gara Giuseppe Fichera segnò la rete del pareggio per la gioia dei tifosi.

 

Procolo

Procolo Iancarelli Pozzuoli 19-5-1949 nella stagione 1975-76 al Benevento 18 presenze 6 reti

 

Le squadre in campo:

Benevento: Orazi, Cornaro, Fracassi (61’Caruso), Bovari, Zana, Ranzani, Iancarelli, Magnina, Franceschelli, Cannata, Fichera.

Wimbledon: Guy, Tilley, Bryant, Donaldson, Edwards, Bassett, Leslie(36 Rice), Cooke, Connel, Sorners,Holmes.

Arbitro: Gussani

Marcatori: 12 Connel, 33 Fichera

Tre giorni dopo  per l’ultima gara, quella della quarta giornata gli steregoni si vendicarono delle sconfitta in Inghilterra contro il Nuneaton Borough vincendo addirittura 5-1. Fichera che dopo il goal col Wimbledon aveva preso gusto a segnare, aprì le marcature al 4’. Come all’andata Bennett pareggiò sei minuti dopo. Si andò a riposo con il punteggio di 1-1 ma Fichera scatenato nella ripresa segnò tre reti al 51’ al 61’ e al 78’ al 54’ segnò anche Iancarelli.

 

 

Bruno Orazi

Orazi Bruno Ascoli 6-3-1951 al Benevento nella stagione 75-76

Queste le formazioni:

 

Benevento: Orazi (77 Melillo), Cazzani, De Falco, Bovari, Fontana, Cannata, Iancarelli, Magnina, Binetti, Caruso (70 Moscatiello), Fichera.

Nuneaton Borough: Knight,Sthepens, Briscoe, Baxster, Peake, Bennett, Taylor Cooper (70 Evans),Warom, Pheleps, Smithers (63 Thomas).

Arbitro: Colasanti

Marcatori: 4’ Fichera, 11’ Bennet, 51 Fichera, 54’ Iancarelli, 61’ Fichera, 78’ Fichera.

Fichera 2

Fichera Giuseppe 
14-2-1950 Catania 20 presenze nel Benevento 1975-76

Finì così il cammino europeo del Benevento al Torneo Anglo Italiano: la squadra di Santin si classificò quinta con quattro punti a pari merito col Siracusa, mentre gli avversari di Wimbledon e Nuneaton Borough si classificarono primi nel loro girone a 7 punti. Passarono i gialloblu che persero la finalissima contro il Monza per 1-0 il 19 giugno 1976 grazie a una rete di Casagrande (al 72’).

 

Il personaggio da ricordare

Carlo Domenico Sartori, detto Charly, nato a Caderzone Terme (TN) il 10 febbraio 1948. Trasferitosi in Inghilterra da bambino crebbe calcisticamente nelle giovanili del Manchester United di ruolo centrocampista. Esordì con i Red Devils nel campionato 1968-69. Fu compagno di squadra di giocatori del calibro di Bobby Charlton campione del mondo con l’Inghilterra nel 1966 e pallone d’oro. Sempre nello stesso anno giocò con lo scozzese Denis Law, scoperto da Peronace, che disputò anche un campionato in serie A con il Torino nel 1961-62, diventato poi bomber dello United con 171 reti in undici stagioni e con George Best il campione Nord Irlandese che non ha bisogno di presentazioni genio e sregolatezza: 11 stagioni al Manchester United vincitore della Coppa dei Campioni 1967-68 contro il Benfica di Eusebio.

 

Sartori

Sartori con la maglia dei Red Devils

 

Sartori esordì in First Division il 9 ottobre 1968 a White Heart Lane nella gara tra United e Thottenham finita 2-2. Agli ordini dell’allenatore sir Matt Busby, rimase  sino alla stagione 1972-73, collezionò 39 presenze e 6 reti, la prima segnata contro l’Anderlecht il 27 novembre 1968 in Coppa dei Campioni. In campionato segnò contro l’Arsenal all’Old Trafford il 10 gennaio1970 nella gara che vide la vittoria 2-1 dei Red Devils sui Gunners. Nella stessa stagione segnò una rete contro il Middlesbrough in una partita valida per il sesto turno di FA Cup  e una contro lo Stoke City sempre in campionato. Nella stagione seguente segnò due reti: contro il Nottigham Forest il 14 novena re 1970 nella partita vinta al City Ground, l’altra il 19 dicembre 1970 nel match perso in casa 3-1 contro l’Arsenal.

Dopo l’Inghilterra tornò in Italia dove fu prima giocatore del Bologna con il quale esordì in serie A il 7 ottobre 1973 a Roma. Con i rossoblu fece due presenze in campionato e quattro in Coppa Italia, edizione vinta dalla squadra all’epoca guidata da Pesaola.

Dopo l’anno con i Felsinei si trasferì alla Spal dove rimase solo una stagione in serie B, collezionando 21 presenze e una rete. Nel campionato 1975-76 si trasferì all’ambizioso Benevento che puntava alla promozione in serie B collezionando 27 presenze e 3 reti segnate contro Crotone, Lecce e Potenza. Al Torneo Anglo Italiano tornò a giocare in due campi inglesi dopo la sua esperienza nello United.

Dopo la stagione in serie C coi Sanniti si trasferì in serie B nelle fila del neopromosso Lecce dove rimase tre stagioni segnando sedici reti. Dopo il Salento si trasferì a Rimini: con i biancorossi rimase tre stagioni una in C1 e due in B. Finita questa esperienza si trasferì a Trento dove la squadra militava in C1: vi rimase due stagioni per poi appendere gli scarpini al chiodo nella stagione 1983-84 a 34 anni.

Sartori Iancarelli

Iancarelli e Sartori

Curiosità: nel 1983 George Best collezionò tre presenze nel Nuneaton Borough, segnando una rete.

Best con Maglia Neuntaon

Best nel 1983 Al Nuneaton

 

IL SANNIO NELLA COPPA ITALO-INGLESE DAL PROFUMO D’EUROPA – Seconda Parte: IL CAMPOBASSO NELLA TERRA D’ALBIONE NEL 1980

Fonti consultate: Archivo Lancellotti, Fabrizio Schmid, Nicola Salerno, Paolo Bartolomei, numero unico torneo Anglo Italiano 1976, Corriere dello Sport, siti internet Nuneaton Borugh : NuneatonMemoiries.co.uk  Wimbledon :www.historicaldons.com

Classe ’82, tifoso del Vicenza, appassionato di statistica calcistica e collaboratore di vari programmi radiofonici e televisivi oltre a quotidiani. Laureato in Storia e laureando in Demo Etno Antropologia. Nutre amore particolare per gli inni musicali delle squadre di calcio di cui colleziona i vinili. Cultore dei marchi e delle sponsorizzazioni nel mondo del calcio. Vanta citazioni in numerosi libri sulla storia del calcio. Insomma un “folle” appassionato del gioco più bello del mondo.

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14 novembre 1973: la prima sui “Maestri”. Racconto emotivo di un’impresa.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Raccontando Inghilterra Italia del ‘73 non si narrano le gesta di un calcio che non c’è più, guardando la partita vengono meno alcune certezze circa la minore intensità delle partite del passato. L’abolizione del retropassaggio di vent’anni dopo ha senz’altro contribuito alla riduzione di giocate prudenti, contenitive e noiose, ma quel 14 novembre del 1973 nessuno dei ventidue in campo aveva intenzione di fare giocate prudenti, contenitive o noiose. Rivedendo l’incontro, o vedendo per chi come chi scrive all’epoca non era nato, ci si gusta un Wembley gremito di passione per le partite internazionali, la “fanfara” che mentre le squadre escono per la fine del primo tempo entra a passo fiero tra le fila dei giocatori, spettatori che invadono il campo a fine partita per andare ad abbracciare i beniamini.

Al 15° poi, quando Nando Martellini ci ricorda il minuto e il risultato, ci si gusta anche il rinverdire di quel senso di rabbia che si provava quando, accendendo la TV a partita iniziata, non c’era modo di sapere quale fosse il risultato fino a che il telecronista non si degnava di ricordarlo; chiunque abbia visto partite prima dell’avvento del televideo ha vissuto questa “frustrazione”.

Oggi verrebbe da chiedersi come sia possibile che un incontro amichevole possa essere così sentito sia dal pubblico sia dai giocatori, le risposte sono molte e a titolo non esaustivo proviamo a trovarne qualcuna.

I 30.000 tifosi italiani presenti che fanno sentire il grido “Italia Italia” in diversi momenti, sono migranti di un mondo nel quale per rientrare a casa nella terra di Albione non si avevano a disposizione voli low cost. Inoltre Italia e Inghilterra sono nazioni che quarant’anni prima si erano fatte la guerra; certo la Seconda Guerra Mondiale a differenza della prima non lasciò spiriti di rivalsa tra vincitori e vinti, ma nel ‘73 sono vivi i ricordi ed attuali i racconti di quel figlio fatto prigioniero o ucciso dagli inglesi come quelli dell’altro morto ad Anzio per liberare Roma.

Sul piano calcistico le partite internazionali stanno aumentando in quegli anni per via delle qualificazioni agli europei per nazioni, ma si parla ancora di poche squadre e quindi di poche partite. Per intenderci fino al 1990 le qualificazioni mondiali/europei vedevano coinvolte 32 squadre UEFA contro le 52 di oggi. Nel 1973 si viene da un calcio nel quale in una stagione la nazionale poteva disputare anche solo 5 incontri, chiaro quindi che ogni partita fosse già di per sé un evento.

Il prezioso tagliando valido per l’ingresso (Collezione Matteo Melodia)

Ma al di là delle considerazioni sociologiche o statistiche, prima di ogni cosa c’è la rivalità tra le due nazionali, una rivalità antica. Nel primo incontro del 1933 gli italiani freschi vincitori della Coppa Internazionale affrontarono per la prima volta “I Maestri” che all’epoca, proprio perché “Maestri”, non partecipavano ai tornei. A Roma fu 1 a 1 con gli inglesi che si dichiarano sorpresi dalla forza degli Azzurri. Si organizzò quindi una replica dell’incontro a Londra per l’autunno/inverno del ‘34, quella che sarà la “Battaglia di Highbury”. Disputata anch’essa il 14 Novembre ma del 1934, la data nel ‘73 non fu casuale, com’è noto finì 3 a 2 per gli inglesi. Gli italiani giocarono di fatto in 10 per la frattura al piede di Monti e nel secondo tempo, definitivamente in 10 contro 11, tramutarono una probabile disfatta (si era sul 3 a 0 per gli inglesi con 3 gol nei primi 12 minuti) in una mancata rimonta che la stampa internazionale raccontò come vittoria morale azzurra.

Tutte queste sfaccettature messe insieme fecero forse meno dei titoli dei tabloid che etichettarono gli Azzurri come “squadra di camerieri”, riferendosi al passato di Chinaglia che come figlio di emigranti a Cardiff lavorò appunto come cameriere. Questi e altri innumerevoli motivi di rivalità prendono forma nelle parole pronunciate da Nando Martellini in apertura di telecronaca:

“Telespettatori italiani buonasera.

La Nazionale Italiana per la decima volta di fronte agli inglesi, per la seconda a Wembley.

La partita è in programma come amichevole, in restituzione della visita fatta dalla Nazionale Inglese a Torino nel giugno scorso; e già questo ricordo serve a far dubitare del carattere squisitamente amichevole dell’incontro.

Gli inglesi vorrebbero cancellare quello 0-2 due che rappresentò il crollo della loro imbattibilità nei nostri confronti ma c’è poi – determinante – la considerazione della Coppa del Mondo: gli inglesi sono fuori, eliminati dalla Polonia; gli azzurri si sono qualificati. E’ ovvia la posizione capestro degli inglesi: battendoci possono far valere l’indubbia sfortuna che li ha lasciati a casa, altrimenti la loro condanna diviene definitiva e le loro ambizioni calcistiche definitivamente ridimensionate.

Insomma se i nove precedenti incontri non erano stati propriamente amichevoli questo decimo si presenta come il meno amichevole di tutti, tanto è il prestigio che le due nazioni vi puntano sopra: I vincitori della Rimet del ‘66 contro i secondi del ‘70 in Messico”.

C’è di più, i sudditi di Sua Maestà sono ahi loro sotto scacco, in una posizione che sembra scritta da Paolo Villaggio. Fatti salvi i fortunati possessori di uno dei 120.000 tagliandi, gli altri potranno vedersi la partita solo in differita e per di più neanche tutta: durante la partita, saranno costretti a vedersi una registrazione della cerimonia nuziale di una principessa:

“Londra ha vissuto oggi una delle sue grandi giornate per il matrimonio della figliola della regina. L’avvenimento ha fatto passare in secondo piano finora alla tv alla radio e sui giornali la partita di Wembley. Ma ora che ci siamo dentro e che le telecamere della BBC […], si sono accese anche sui 120 mila spettatori di Wembley ci accorgiamo che l’interesse del paese era vivissimo anche per Inghilterra Italia di calcio, che viene a rifinire un giorno davvero importante per la capitale inglese.

Mentre noi trasmettiamo sui teleschermi italiani in diretta, in Inghilterra passa ancora in televisione una registrazione della cerimonia nuziale di stamane. La partita andrà in differita è punteggiata più tardi”.

Il gagliardetto originale della partita (Collezione Marco Cianfanelli)

Vedendo Inghilterra Italia del 1973 si capisce perfettamente cosa significhi giocare in contropiede contro una squadra aggressiva, si vede e quasi si tocca con mano il perché se si pensa a uno stereotipo dei modi di giocare al calcio, una partita tra Italia e Inghilterra giocata a Londra non può che esserne l’esempio primo.

Si badi, contropiede non significa catenaccio, certo senza Zoff, imbattuto da 827 minuti, in porta sarebbe stato meno facile, ma la tradizione dei portieri italiani ci consente di allevare numeri uno che siano tali a livello mondiale. Impressionante è anche Burgnich in difesa, come Rivera un maestro a centrocampo. Chinaglia riparte come un carro armato dotato di motore turbo e Capello che mostra la sua concretezza e serietà sul campo e marcatore al minuto 86 del gol partita.

Novanta minuti di agonismo, che trovano la loro prima e forse unica pausa al 43° quando s’infortuna Osgood. Dare oggi la cronaca di una partita raccontata mille volte è superfluo, ma se questa sera avete un’ora e mezza di tempo preparatevi una frittatona di cipolle e una familiare Peroni gelata, annunciate a casa che è serata di rutto libero. Nessuna “Corazzata Kotiomkin”, nessuna principessa che si sposa. Si gioca Inghilterra Italia signori, zitti tutti.

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Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Siamo arrivati al quinto appuntamento del nostro viaggio nell’”Evoluzione della tecnica calcistica”. Negli appuntamenti precedenti abbiamo approfondito la dotazione tecnica dei primi footballers e abbiamo cercato di capire come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque. Abbiamo poi effettuato una panoramica sull’evoluzione del Regolamento del Gioco e analizzato le varie “scuole” nel mondo. E in Europa? Scopriamolo in questo appuntamento.

Buona lettura.

L’elite europea

Nel vecchio Continente, negli anni Venti, si affermavano le scuole del calcio Danubiano, cioè gli stili nazionali di Ungheria, Austria e Cecoslovacchia. Il gioco della scuola danubiana era fatto di eleganti passaggi di prima, di buon palleggio e tecnica individualistica con la palla al piede. Un breve filmato dei primi anni Trenta mostra la nazionale della Cecoslovacchia andare a rete contro l’Inghilterra: i pochi e precisi passaggi e la bellezza del goal al volo, richiamano un calcio spettacolare, raffinato e davvero moderno. Gli stessi maestri inglesi trovarono filo da torcere in incontri amichevoli con le squadre danubiane di Austria e Ungheria, così che dovettero a loro volta migliorare soprattutto l’impostazione tattica del gioco, pur mantenendo il loro calcio maschio e vigoroso. Quasi un paradosso, il tecnico che contribuì allo sviluppo della scuola calcistica danubiana fu l’inglese Jmmy Hogan, al quale si legarono le fortune prima dell’Ungheria e poi della fortissima Austria del 1930, la famosa nazionale soprannominata Wunderteam.

La supremazia dei maestri inglesi, tuttavia, resisteva ancora poiché, come ebbe modo di osservare l’austriaco Ugo Maesl –altro grande maestro di calcio dell’epoca–  il gioco dei Danubiani era meno veloce e garantiva meno copertura in difesa. Tale lacuna del calcio continentale, se così si potrebbe definire, fu colmata dal grande tecnico del calcio italiano Vittorio Pozzo, sempre negli anni Trenta. Pozzo impostò la nazionale italiana con una linea difensiva all’epoca unica al mondo. Negli anni fra il 1930 e 1935 la Nazionale azzurra faceva perno sulla difesa della fortissima Juventus, vincitrice di ben 5 titoli nazionali consecutivi.

Secondo gli storici, altre due perle della tecnica calcistica trovano origine nella seconda metà degli anni Trenta: la rovesciata all’indietro, detta anche “a bicicletta”, e il “doppio passo”. L’inventore della rovesciata a bicicletta fu il centravanti brasiliano Leonidas, mentre la tecnica del doppio passo fu inventata e praticata dall’italiano Amedeo Biavati. La rovesciata all’indietro era assai spettacolare e fu adottata da molti altri giocatori. In Italia il primo fu Silvio Piola, mentre più tardi Carlo Parola ne divenne l’icona.

Il “doppio passo” di Amedeo Biavati era una finta eseguita muovendo il piede lateralmente davanti al pallone; Biavati simulava con il sinistro una roteazione per calciare la palla, ma senza toccarla: beffardamente la calciava con il destro, lasciando disorientato l’avversario per quella frazione di secondo che bastava a superarlo. Nel corso degli anni furono molte le varianti dell’originario doppio passo; ma sostanzialmente la tecnica si rifà alla finta di Biavati degli anni Trenta.

Sempre nel 1938, un breve filmato del Mondiale di Francia mostra una spettacolare giocata del terzino Domingos da Guia: costui superava un avversario con un palleggio aereo, lo evitava con una finta e, prima che la palla ricadesse, rilanciava per la sua squadra. Tale deliziosa giocata oggi sarebbe chiamata “sombrero”.

Considerato nella sua globalità, ammesso e non concesso, il calcio degli anni Trenta si potrebbe considerare moderno così come lo intendiamo oggi. La differenza ovviamente sta nelle diverse velocità del gioco: il calcio di oggi è estremamente più veloce di quel calcio; ma la tecnica rimane sostanzialmente la stessa. Ciò che oggi si può apprezzare in una partita calcio, è la bellezza di una tecnica antica applicata a grandi velocità un tempo impensabili; e sono perciò improponibili i paragoni fra le velocità del gioco di quei tempi con le velocità di oggi.

Giunti a questo punto, è tempo di ricordare brevemente alcuni giocatori fuoriclasse europei degli anni Trenta, in grado di fare cose straordinarie con la palla, quindi virtuosi della tecnica. Nella fig. A.14 ce ne sono tre: il portiere Zamora, il regista-attaccante Meazza e l’attaccante puro Sindelar.

Lo spagnolo Ricardo Zamora fu per molti versi il prototipo del portiere moderno. Dotato di grande personalità, fu il primo portiere-regista della propria difesa. Tecnicamente, esibiva parate di pugno nelle mischie più focose, e prese plastiche in tuffo –all’epoca le squadre giocavano con i terzini molto arretrati e richiedevano meno uscite dei portieri. Zamora aveva una dote in più: “ipnotizzava” l’avversario durante l’effettuazione del calcio di rigore; era una sorta di condizionamento istrionico che avrebbe fatto la fama di altri portieri nel Dopoguerra. Un aneddoto racconta che Zamora difendeva la porta della Spagna contro l’Inghilterra nel 1929; nella focosa partita si fratturò lo sterno –con avversari di tale prestigio non era mai “amichevole”–, ma rimase stoicamente nella sua porta nonostante il gran dolore fisico. La Spagna trionfò 4-3 e fu la prima nazionale a battere gli inglesi fuori dalla loro Isola.

Fig. A.14: Zamora, Meazza e Sindelar: tre grandi del calcio. Si ritrovarono tutti al Mondiale del 1934.

Giuseppe Meazza, detto anche “el Peppin” o “Balila”, fu il più grande giocatore italiano fra le due guerre, ricordato in tutte le epoche per antonomasia, come autentica ed eterna icona del calcio italiano. All’inizio Meazza fu un attaccante puro, un inarrivabile centravanti; poi arretrò e fu il raffinatissimo interno di regia che il calcio italiano maggiormente ricorda. La sua tecnica calcistica si esprimeva nel dribbling elegante, nei cambi di direzione improvvisi che disorientavano l’avversario. Ma soprattutto, Meazza esibiva un tocco di palla delizioso, che in epoche successive sarebbe stata caratteristica imprescindibile dei grandi numeri 10 del calcio mondiale.

Nella memoria dei tifosi, Meazza fu leggendario per il dribbling al portiere avversario; quest’ultimo era chiamato fuori dalla porta in una sorta di sfida duale, come un torero con il toro. Era dotato anche di un buon colpo di testa, che però disdegnava per non “destabilizzare” la sua pettinatura… Il calcio era anche questo!

L’attaccante austrico Matthias Sindelar fu soprannominato der Papierene, “carta velina”, perché con il suo fisico quasi gracile riusciva a incunearsi fra le maglie più strette delle difese avversarie con una classe inimitabile. Si diceva che era dotato di gran fiuto e rara intelligenza calcistica. Sindelar praticava spesso il tunnel ai danni dell’avversario ed era capace di dribblare molto stretto. Era un ambidestro dotato di un eccellente tocco di palla, tanto che i tifosi dicevano che aveva i “piedi di Mozart”. Se Zamora fu l’archetipo del portiere moderno, Sindelar lo fu senz’altro dell’attaccante.

Zamora, Meazza, Sindelar. Messi insieme, questi tre grandi giocatori europei degli anni Venti-Trenta impersonavano la tecnica moderna del calcio, che appunto soddisferebbe lo spettatore del Duemila.

A questo punto, sarebbe tuttavia un errore pensare che i maestri inglesi, nello stesso periodo, non avessero giocatori squisitamente tecnici. Il calcio inglese degli anni Trenta si componeva di tecnica, forza fisica e corsa; i giocatori di gran qualità erano molti. Sul finire degli anni Trenta, in Inghilterra, l’emblema del “calcio perfetto” fu impersonato dal fuoriclasse  Stanley Matthews. Nel 1934 a soli 19 anni entrò a far parte della squadra nazionale, e si tratta ancor oggi del più longevo giocatore di calcio di tutti i  tempi. Il dribbling stretto era la sua specialità: si diceva che fosse capace di dribblare sulla moneta da 1 penny.

Fig. A.15: Stanley Matthews nel 1950.

Matthews giocò dagli anni Trenta ai Cinquanta; fu perfetto nel ruolo di ala destra; una recente biografia filmata ne mostra virtuosismi di gran intelligenza calcistica. Pelé disse di lui che “fu l’uomo che insegnò il calcio a tutti noi”.

La lunga e prestigiosa storia del calcio dei “maestri inglesi”, negli anni di inizio Novecento e fino agli anni Trenta, fu costellata da autentiche leggende: ricordiamo qui Billy Meredith, Aex James, Dixi Dean e Tommy Lawton, solo per citarne alcuni.

Matthews fu forse il giocatore più completo fino al 1950; poi comparvero altri fuoriclasse, da Puskas a Kubala, da Di Stefano a Pelé. Nel frattempo, arrivavano anche in Europa i palloni con la valvola di gonfiatura, tutti chiusi e senza le stringhe.

Qui l’inglese Stanley Matthews chiude idealmente il paragrafo sull’élite europea. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, fra Sudamerica ed Europa, il calcio aveva raggiunto la maturità, adottando quella fisionomia moderna cui oggi siamo abituati tutti noi sportivi, appassionati e tifosi; il football era divenuto the beautiful game, “il bel gioco” come Pelé l’avrebbe chiamato in seguito.

Dagli anni Cinquanta ad oggi, la tecnica calcistica sarebbe stata più o meno affinata, ma mai veramente rivoluzionata. Alla tecnica fu preferita la tattica e il perseguimento di una sempre maggiore velocità di gioco; il calcio diveniva sempre più atletico. E rimaneva “maschio” anche se sempre più praticato dalle donne.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

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9 novembre 1988 – Malgrado Belgrado

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Tutto poteva finire prima di cominciare e invece, il 9 novembre 1988 a Belgrado, si gioca la partita di ritorno del primo turno di Coppa Campioni tra Stella Rossa e Milan che cambierà la storia del club rossonero.

Il Milan veniva dal primo campionato vinto dell’era Berlusconi e, per avviare un ciclo assolutamente significativo, aveva disperato bisogno di vincere la Coppa o quantomeno di arrivare in finale. Per questo la società, durante l’estate, aveva allestito una squadra stellare composta prima di tutto dai tre giovani olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard. Berlusconi si era innamorato di Gullit, pagandolo una cifra vicina ai 10 miliardi di lire, ma l’Ajax lo aveva “costretto” a prendere anche Van Basten per un miliardo e mezzo. Quest’ultimo dimostrerà con il tempo le sue caratteristiche da campione, anche se il tecnico rossonero Sacchi non lo vedrà mai di buon occhio perché poco inquadrabile nei suoi ferrei schemi.

Nonostante queste costose operazioni di mercato però, il Milan stava per essere sbattuto fuori da quella Coppa dei Campioni poiché, nella partita di andata a San Siro, lo squadrone rossonero aveva sottovalutato gli slavi, non potendo sapere che tra di loro c’erano due giovanissimi ventenni che erano destinati a diventare stelle del calcio mondiale, il capitano Dragan Stojkovic e Dejan Savicevic, portando a casa solo un 1-1 (gol di Stojkovic e replica di Virdis poco dopo).

Il biglietto della partita (Collezione Matteo Melodia)

A Belgrado, nel temutissimo e caldissimo stadio Marakana, al 57° minuto era sotto di un gol segnato da Savicevic e con un uomo in meno per via dell’espulsione di Virdis, praticamente partita chiusa e Milan fuori dalla Coppa.

Da qui però, la storia cambia.

Il clima per i rossoneri è ostile, la squadra sembra intimorita e appare in affanno rispetto agli slavi che, al contrario, sono tonici e tengono le redini del gioco. Il primo tempo si chiude sullo 0-0, un risultato che fa comodo ai padroni di casa. Il Milan ha ancora 45’ per cambiare l’inerzia della partita, invece le cose precipitano: passano pochi minuti e Dejan Savicevic dalla distanza supera Giovanni Galli. Stella Rossa in vantaggio.

Improvvisamente sul campo cala un nebbione fittissimo che non si vedeva da anni e, dopo qualche tentativo a procedere, l’arbitro al 12” del secondo tempo, prima sospende la partita e poi lo annulla completamente per rigiocarla il giorno dopo, come prevede il regolamento UEFA.

Gli uomini della Stella Rossa erano psicologicamente stanchi, mentre i giocatori del Milan erano euforici per lo scampato pericolo, recuperando anche Gullit dall’infortunio che gli aveva impedito di giocare nel precedente match, mentre dovrà comunque rinunciare a Virdis, espulso per un fallo visto solo dal guardialinee nella nebbia del giorno prima e ad Ancelotti invece diffidato.

Nonostante questo la squadra di casa, fortissima e determinata, riuscì a pareggiare dopo il gol di Van Basten con Stojcovic, ma ai rigori furono battuti, garantendo di fatto al Milan la trionfale galoppata fino alla vittoria della Coppa. Da lì in avanti, infatti, elimerà Werder Brema, Real Madrid e in finale travolgerà a Barcellona lo Steaua Bucarest per 4-0, tornando sul tetto d’Europa.

La nebbia a Belgrado c’è una volta ogni dieci anni e se quel giorno non fosse calata eccezionalmente sul Marakana, probabilmente il glorioso ciclo di vittorie del Milan sarebbe andata in maniera diversa cambiando irrimediabilmente la storia recente del calcio italiano e del nostro paese.

Si ringrazia Matteo Melodia per la consueta collaborazione.

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