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Il Calcio Racconta

IL SANNIO NELLA COPPA ITALO-INGLESE DAL PROFUMO D’EUROPA – Prima Parte: IL BENEVENTO E I MITICI MATCH DEL 1976 CON WIMBLEDON E NUNEATON BOROUGH

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Alessandro Lancellotti) – La Coppa di lega italo inglese nacque nel 1969 da un’idea del dirigente sportivo Gigi Peronace ex portiere della Reggina trasferitosi in Inghilterra ed esperto di calcio d’oltre manica. L’episodio che diede l’input fu la vittoria dello Swindon Town in coppa di lega che all’epoca militava in Third Division sull’Arsenal per 3-1 e la qualificazione alla Coppa delle Fiere. Lo Swindon per regolamento non potè parteciparvi e grazie a questa sconfitta nacque il torneo. Le partite si giocarono per venticinque anni dal 1970 al 1995-96. Nel corso degli anni l’evento cambiò parecchie volte nome: da Torneo Anglo-Italiano a Coppa Anglo-Italiana, Alitalia Challange Club, Talbot Challange Club, Memorial Gigi Peronace ed infine Coppa Anglo Italiana. Nelle prime 5 stagioni vi giocavano le squadre delle massime categorie e il primo vincitore in assoluto fu lo Swindon Town che il 28 Maggio 1970 si impose per 3-0 contro il Napoli di Altafini e Montefusco e si consolò per la non qualificazione alla Coppa delle Fiere.

Nel 1976 vi fu un cambiamento: cominciarono a giocare le squadre semiprofessioniste di entrambi i campionati, le compagini che sognavano l’Europa ora potevano giocare tra di loro per una coppa.

Benevento programma Benevento programma 2

(Programma Ufficiale del Torneo Anglo Italiano del 1976)

Il semiprofessionismo durò per undici anni poi il torneo si fermò nel 1986 per riprendere nel 1992 fino al 1996 con squadre professionistiche.

In ventuno edizioni l’Italia si aggiudicò sedici tornei mentre l’Inghilterra cinque. L’ultimo vincitore fu il Genoa nel 1995-96 che si impose per 5-2 sul Port Vale a Wembley, il Modena 1981 e 1982 (vittorie su Poole Town e Sutton United e quindi può vantare due tornei). Altre squadre italiane che si aggiudicarono il Torneo furono: Cosenza, Francavilla, Pontedera, Monza, Lecco, Triestina, Brescia, Cremonese, Roma, Udinese e Piacenza.

Dopo il 1995-96 il Torneo non si disputò più lasciando un vuoto tra gli appassionati del calcio d’oltre manica che vedevano i loro beniamini italiani giocare con le squadre della “Terra d’Albione”.

Nel Torneo 1976 per l’Italia vi parteciparono le squadre della Serie C di tutti i gironi: il Monza (poi vincitore) e  l’Udinese (girone A), Teramo e Pistoiese (girone B), Benevento e Siracusa (girone C). Per l’Inghilterra parteciparono Wimbledon, Strafford Renger, Scarborough, Enfield, Wycombe Wanders e Nuneaton Borough provenienti dalle categorie minori inglesi (North Premier League, Isthmian League, Southern League).

La formula era: due gare (andata e ritorno), due in Inghilterra e due in Italia con due squadre inglesi prese dal girone. Si qualifica la prima dei due gironi, quella che otteneva più punti nella classifica delle squadre della stessa nazionalità.

Nel maggio 1976 anche il Sannio sportivo rappresentato dal Benevento si preparava a fare il suo esordio in Europa: i giallorossi  militavano  nel girone C della terza serie, nel campionato precedente si erano classificati quarti e il presidente era Italo Antonio Bocchini e in panchina sedeva l’allenatore istriano Piero Santin. Giocavano allo stadio “Gennaro Meomartini”, e tra i giocatori vi erano Enrico Cannata, Roberto Ranzani e a centrocampo Carlo Domenico Sartori giocatore originario di Caderzone Terme (Tn) cresciuto nelle giovanili del Manchester United.

Tre giorni dopo aver pareggiato a reti bianche il derby con la Casertana (a Caserta), partita valevole per la 33a giornata di campionato, il Benevento già partito  alla volta dell’Inghilterra si preparava al match contro il Wimbledon che, insieme al Nuneaton Borough, fu avversaria dei sanniti nel Torneo Anglo Italiano 1976.

Il Wimbledon stava diventando la famosa squadra che tutti gli appassionati di calcio inglese conoscono, quella soprannominata “Crazy Gang”, vincitrice della finale di FA Cup (Coppa d’Inghilterra) nel 1988 contro il Liverpool.

Sedici anni interrotti in Premier Leauge e giocatori simbolo come il gallese Vinnie Jones poi attore, l’irlandese Lawrie Sanchez o il portiere David Beasant detto Lurch per la somiglianza con il maggiordomo della famiglia Adams (entrato nella storia per aver parato il rigore che valse la Coppa all’attaccante dei Reds Aldrigge).

Allo stadio Plough Lane a Londra il 4 Maggio 1976 per il match valevole per la prima giornata si impose il Wimbledon sul Benevento per 4-0: il primo tempo finì a reti bianche ma poi i padroni di casa si scatenarono passando in vantaggio al 54’ con un rigore trasformato da Roger Connel, cinque minuti dopo Billy Holmes segnò la seconda rete e al 67’ Keiorn Sommers mise la firma alla terza rete. Chiuse la partita al 74’ John Leslie.

Wimbledon foto

Wimbledon

Queste le formazioni scese in campo:

Wimbledon: Guy, Tilley, Bryant, Donadlson, Edwards, Basset, Rice, Cooke, Connel, Holmes, Leslie (46°Sommers).

All: Batsford

Benevento: Orazi, Casani, Fracassi, Bovari, Fontana, Cannata, Iancarelli, Sartori, Fichera, Magina, Binetti.

All: Santin

Arbitro: Guider

Marcatori: 54’ Connel (R), 59’ Holmes, 67’ Sommers, 74’ Leslie.

I Sanniti tornarono in Italia per disputare  due gare valevoli per la 34a e 35a giornata di campionato: il 9 e il 16 maggio entrambe in casa e finite in pareggio contro Acireale e Messina 1-1 (56° Penzo, 57° Tancredi A) la prima  e 0- 0 la seconda. Ripartirono alla volta dell’Inghilterra  non più con destinazione Londra capitale ma nella contea del Warwickshire nella città di Nuneaton (a 14 km da Coventry con una popolazione di  81.000 abitanti). La squadra locale militava in Southern League il 19 maggio al Manor Park si imposero i bianco blu locali grazie ad una rete di S.Bennet al 58’.

Nuontoun Borough

Nuneaton Borough

Queste le formazioni scese in campo:

Nuneaton Borough: Knight, Stephens, Lewis, Oakes, Bennett, Flett, Goodwin, Peake, Turpie, Vincent,Hawkins.

Benevento: Orazi, Cazzani, Fracassi, Bovari, Fontana, Caruso, Iancarelli, Magnina, Fichera, Cannata, Binetti.

Arbitro: Jackson

Marcatore: 58’ Bennett

Dopo le due sconfitte in Terra d’Albione il Benevento tornò in Italia per finire il campionato che si stava giocando testa a testa contro il Lecce: perse due partite di fila contro il Bari 3-0 (50’  Sciannimanico, 57’ Florio, 80’ Sigarin), contro il Cosenza 2-0 (27’ Bompani, 64’ Villa) e vinse l’ultima partita in casa contro il Barletta 1-0 (giocata a Cava de’ Tirreni, rete al 61’ di Penzo). Quest’ultima vittoria non bastò, e i giallorossi si classificarono secondi a 53 punti e il campionato fu vinto dal Lecce con 55 punti. Così sfumò il sogno promozione in serie B.

Ad una settimana dalla fine del campionato il 13 giugno 1976 fu la volta delle squadre inglesi in Campania.

I primi ad essere affrontati furono i “Crazy Gang” di Wimbledon nella gara valevole per la terza giornata che si presentavano allo stadio Gennaro Meomartini: i gialloblu passarono in vantaggio al 57’ con Roger Connel, ma a dieci minuti dalla fine della gara Giuseppe Fichera segnò la rete del pareggio per la gioia dei tifosi.

 

Procolo

Procolo Iancarelli Pozzuoli 19-5-1949 nella stagione 1975-76 al Benevento 18 presenze 6 reti

 

Le squadre in campo:

Benevento: Orazi, Cornaro, Fracassi (61’Caruso), Bovari, Zana, Ranzani, Iancarelli, Magnina, Franceschelli, Cannata, Fichera.

Wimbledon: Guy, Tilley, Bryant, Donaldson, Edwards, Bassett, Leslie(36 Rice), Cooke, Connel, Sorners,Holmes.

Arbitro: Gussani

Marcatori: 12 Connel, 33 Fichera

Tre giorni dopo  per l’ultima gara, quella della quarta giornata gli steregoni si vendicarono delle sconfitta in Inghilterra contro il Nuneaton Borough vincendo addirittura 5-1. Fichera che dopo il goal col Wimbledon aveva preso gusto a segnare, aprì le marcature al 4’. Come all’andata Bennett pareggiò sei minuti dopo. Si andò a riposo con il punteggio di 1-1 ma Fichera scatenato nella ripresa segnò tre reti al 51’ al 61’ e al 78’ al 54’ segnò anche Iancarelli.

 

 

Bruno Orazi

Orazi Bruno Ascoli 6-3-1951 al Benevento nella stagione 75-76

Queste le formazioni:

 

Benevento: Orazi (77 Melillo), Cazzani, De Falco, Bovari, Fontana, Cannata, Iancarelli, Magnina, Binetti, Caruso (70 Moscatiello), Fichera.

Nuneaton Borough: Knight,Sthepens, Briscoe, Baxster, Peake, Bennett, Taylor Cooper (70 Evans),Warom, Pheleps, Smithers (63 Thomas).

Arbitro: Colasanti

Marcatori: 4’ Fichera, 11’ Bennet, 51 Fichera, 54’ Iancarelli, 61’ Fichera, 78’ Fichera.

Fichera 2

Fichera Giuseppe 
14-2-1950 Catania 20 presenze nel Benevento 1975-76

Finì così il cammino europeo del Benevento al Torneo Anglo Italiano: la squadra di Santin si classificò quinta con quattro punti a pari merito col Siracusa, mentre gli avversari di Wimbledon e Nuneaton Borough si classificarono primi nel loro girone a 7 punti. Passarono i gialloblu che persero la finalissima contro il Monza per 1-0 il 19 giugno 1976 grazie a una rete di Casagrande (al 72’).

 

Il personaggio da ricordare

Carlo Domenico Sartori, detto Charly, nato a Caderzone Terme (TN) il 10 febbraio 1948. Trasferitosi in Inghilterra da bambino crebbe calcisticamente nelle giovanili del Manchester United di ruolo centrocampista. Esordì con i Red Devils nel campionato 1968-69. Fu compagno di squadra di giocatori del calibro di Bobby Charlton campione del mondo con l’Inghilterra nel 1966 e pallone d’oro. Sempre nello stesso anno giocò con lo scozzese Denis Law, scoperto da Peronace, che disputò anche un campionato in serie A con il Torino nel 1961-62, diventato poi bomber dello United con 171 reti in undici stagioni e con George Best il campione Nord Irlandese che non ha bisogno di presentazioni genio e sregolatezza: 11 stagioni al Manchester United vincitore della Coppa dei Campioni 1967-68 contro il Benfica di Eusebio.

 

Sartori

Sartori con la maglia dei Red Devils

 

Sartori esordì in First Division il 9 ottobre 1968 a White Heart Lane nella gara tra United e Thottenham finita 2-2. Agli ordini dell’allenatore sir Matt Busby, rimase  sino alla stagione 1972-73, collezionò 39 presenze e 6 reti, la prima segnata contro l’Anderlecht il 27 novembre 1968 in Coppa dei Campioni. In campionato segnò contro l’Arsenal all’Old Trafford il 10 gennaio1970 nella gara che vide la vittoria 2-1 dei Red Devils sui Gunners. Nella stessa stagione segnò una rete contro il Middlesbrough in una partita valida per il sesto turno di FA Cup  e una contro lo Stoke City sempre in campionato. Nella stagione seguente segnò due reti: contro il Nottigham Forest il 14 novena re 1970 nella partita vinta al City Ground, l’altra il 19 dicembre 1970 nel match perso in casa 3-1 contro l’Arsenal.

Dopo l’Inghilterra tornò in Italia dove fu prima giocatore del Bologna con il quale esordì in serie A il 7 ottobre 1973 a Roma. Con i rossoblu fece due presenze in campionato e quattro in Coppa Italia, edizione vinta dalla squadra all’epoca guidata da Pesaola.

Dopo l’anno con i Felsinei si trasferì alla Spal dove rimase solo una stagione in serie B, collezionando 21 presenze e una rete. Nel campionato 1975-76 si trasferì all’ambizioso Benevento che puntava alla promozione in serie B collezionando 27 presenze e 3 reti segnate contro Crotone, Lecce e Potenza. Al Torneo Anglo Italiano tornò a giocare in due campi inglesi dopo la sua esperienza nello United.

Dopo la stagione in serie C coi Sanniti si trasferì in serie B nelle fila del neopromosso Lecce dove rimase tre stagioni segnando sedici reti. Dopo il Salento si trasferì a Rimini: con i biancorossi rimase tre stagioni una in C1 e due in B. Finita questa esperienza si trasferì a Trento dove la squadra militava in C1: vi rimase due stagioni per poi appendere gli scarpini al chiodo nella stagione 1983-84 a 34 anni.

Sartori Iancarelli

Iancarelli e Sartori

Curiosità: nel 1983 George Best collezionò tre presenze nel Nuneaton Borough, segnando una rete.

Best con Maglia Neuntaon

Best nel 1983 Al Nuneaton

 

IL SANNIO NELLA COPPA ITALO-INGLESE DAL PROFUMO D’EUROPA – Seconda Parte: IL CAMPOBASSO NELLA TERRA D’ALBIONE NEL 1980

Fonti consultate: Archivo Lancellotti, Fabrizio Schmid, Nicola Salerno, Paolo Bartolomei, numero unico torneo Anglo Italiano 1976, Corriere dello Sport, siti internet Nuneaton Borugh : NuneatonMemoiries.co.uk  Wimbledon :www.historicaldons.com

Classe ’82, tifoso del Vicenza, appassionato di statistica calcistica e collaboratore di vari programmi radiofonici e televisivi oltre a quotidiani. Laureato in Storia e laureando in Demo Etno Antropologia. Nutre amore particolare per gli inni musicali delle squadre di calcio di cui colleziona i vinili. Cultore dei marchi e delle sponsorizzazioni nel mondo del calcio. Vanta citazioni in numerosi libri sulla storia del calcio. Insomma un “folle” appassionato del gioco più bello del mondo.

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21 agosto 1993 – Finale Supercoppa Milan vs Torino a Washington: “Per qualche Dollaro in più”…

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Sono passati quattro anni dalla primavera del 1989 quando, durante una cena di un club di tifosi blucerchiati, nacque l’idea di istituire un nuovo trofeo da disputarsi tra la vincitrice del Campionato di Serie A e la vincitrice della Coppa Italia. Manca un solo anno ai mondiali che si disputeranno negli USA, nasce così l’idea/opportunità di guadagnare “qualche dollaro in più”: si fa giocare la partita nel paese che ospiterà i prossimi mondiali di calcio… “Più per spot che per sport” (Cit. La Stampa, 21 agosto 1993), affinché gli americani si interessino ad esso.

Protagoniste del primo trofeo italiano assegnato in “trasferta” sono il Milan ed il Torino. I Diavoli sono nel pieno del periodo d’oro, sono i detentori del trofeo e partono con i favori del pronostico; vengono dalla vittoria del secondo campionato consecutivo ed era dai tempi della Juventus di Trapattoni che mancava la doppietta. La tripletta invece manca dai tempi del grande Torino e Capello, alla fine della stagione, riazzererà il contatore.

Il Toro dal canto suo ha vinto la sua quinta Coppa Italia riuscendo a superare la Roma in finale dopo le sconfitte con essa subite nel ‘64, ’80 e ‘81. Il Toro supera i giallorossi con un rocambolesco 5 a 5 (aggregato) scaturito dal 3-0 casalingo e dal 5 a 2 dell’Olimpico, ma a causa di problemi societari non è uscito rafforzato dalla campagna acquisti.

Le polemiche che accompagnano la partita riguardano lo spot trasmesso sulle reti Fininvest: oltre a chiudere con un gol del Milan proprio al Toro mostra anche tre granata appena ceduti. Le righe estive dei quotidiani raccontano anche della censura che la Lega ha imposto a Tele+, impedendole di trasmettere le radiocronache della “Gialappa’s band” sull’innovativo secondo canale audio, Nizzola da Washington ha messo la parola fine: “La telecronaca della Gialappa’s del posticipo tv può essere estremamente pericolosa: si potrebbe mettere in ridicolo un arbitro, o un dirigente, o un allenatore, rischiando una violenza inaudita“.

Il Toro è una delle poche squadre ad aver rallentato il Milan in campionato e Mondonico non è certo allenatore che si tira indietro e, oltre alla Coppa Italia conquistata qualche mese prima, aveva portato i granata in finale Uefa nel 1992, perdendola con l’Ajax. Una finale, quella di Amsterdam, scolpita nella memoria e nei cuori per la sua celebre protesta dopo la mancata concessione di un calcio di rigore in terra olandese, e relativa sedia alzata al cielo. Il Milan è… il Milan, ma non avrà Gullit e Van Basten.

Le speranze di assistere ad una partita vera, il cui inizio è fissato alle 14:45 locali, sembrano smorzarsi dopo appena quattro minuti: lancio di Baresi per Savicevic che riesce a mettere al centro senza che Mussi riesca a fermarlo, arriva Marco Simone e segna. Passare in svantaggio con quel Milan era quasi una sentenza, ma il Toro non si arrende e Osio fallisce malamente l’occasione del pari poco dopo. Il Milan nel primo tempo fa qualcosa in più ma il Torino tiene e si affaccia anche dalle parti di Rossi.

Il secondo tempo prosegue sulla falsariga del primo, il Milan prende un palo, il Torino una traversa e negli ultimi minuti l’ultima scintilla: Albertini in area granata non arriva sulla palla, Galli l’afferra e fa partire il contropiede, Silenzi arriva al tiro ma non centra la porta. Qualche fischio sul finale per la melina dei rossoneri.

Il Milan vince così la sua terza SuperCoppa, la seconda consecutiva, davanti a 25.000 spettatori “Made in USA”. Certo ad Hollywood nessuno prenderà mai questo incontro per farne un colossal, ma non è stato neanche un flop. Il Milan nell’edizione precedente in casa aveva fatto 30.000 spettatori, non molti di più.

 

Il biglietto della partita è parte della collezione di Matteo Melodia, che ringraziamo, se vuoi saperne di più su di lui clicca qui

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I “Padroni” del calcio, sintesi storica degli “Sponsor”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Marco Cianfanelli) – Era una mattina di prima estate, quando il caro amico Federico mi scrisse: “Marco dovresti scrivere una articolo per tutti gli amici appassionati di calcio”. Di fronte alla richiesta, senza troppi indugi, risposi “Federico parliamo dei cosiddetti “padroni” dal calcio, raccontiamo della pubblicità nel calcio attraverso le sponsorizzazioni partendo da ciò che avvenne in origine, spiegando i motivi per cui alcune squadre, anche di elevato lignaggio, scelsero di abbinare la propria denominazione, ad esempio, ad una casa automobilistica ovvero ad un’industria alimentare o tessile”.

Il mio intento era quello di suscitare l’interesse di tutti i calciofili parlando di un argomento che nasconde risvolti talvolta poco noti ma che sono la chiara evidenza dei cospicui investimenti di taluni magnati fatti per pura passione o, soprattutto, per meri progetti imprenditoriali.

Questo intento, ossia quello di ricevere profitti legandosi ad uno sponsor, era un obiettivo fin dagli primordi del calcio in Italia, soprattutto per la popolarità di tale sport, “de facto”, dopo gli incerti avvii agli inizi del 1900 considerabile quale “sport nazionale”. A fermare, tuttavia, le mire di diverse società calcistiche vi fu la Federazione Italiana Giuoco Calcio che, a differenza di quanto invece accadeva in altre discipline sportive in naturale simbiosi con le sponsorizzazioni (ad esempio il ciclismo), proibiva ai club nazionali di “adornare” gli indumenti di gioco con marchi estranei al calcio, anche se relativi alle case produttrici delle divise.

I primi segnali di un’evoluzione si registrarono nel 1925 anno in cui il regime fascista dispose l’istituzione dell’Opera Nazionale del Dopolavoro che, per definizione riportata nel proprio Statuto, si prefiggeva di “…curare l’elevazione morale e fisica del popolo, attraverso lo sport…”. Avvalendosi di tale possibilità diverse aziende crearono la propria squadra di calcio che era composta da propri dipendenti oppure contribuirono, in particolare a livello dilettantistico, ad affiancare il loro nome a squadre già esistenti. Sono questi i casi del B.P.D. Colleferro (dopolavoro dell’azienda Bombrini Parodi Delfino sita nella cittadina laziale di Colleferro) e del Marzotto Valdagno (dopolavoro del lanificio vicentino Marzotto, noto come Dopolavoro Aziendale Marzotto Valdagno e, successivamente, come Marzotto Valdagno). Si era, tuttavia, ancora molto lontani dal poter considerare questi abbinamenti come sponsorizzazione ma è innegabile che la nascita della citata istituzione gettò le basi per il futuro abbinamento.

Forti delle iniziative delle pioneristiche associazioni nate sotto l’egida dell’Opera, Nazionale Dopolavoro e nell’intento di aggirare i divieti posti dalla Federazione calcio, prese piede, tra i club calcistici, la possibilità di affiancare il nome di un’azienda alla denominazione della squadra. Infatti, all’epoca – come oggi – nessun veto era previsto nei confronti del nome della squadra che poteva essere scelto liberamente così come lo stemma. Nacquero così a Torino, durante gli anni della seconda guerra mondiale, la Juventus CISITALIA ed il Torino FIAT, connubi poi sciolti alla fine del citato conflitto. Il fine della creazione di tali compagini era quello di proseguire l’attività agonistica in una situazione d’emergenza, evitando, soprattutto, la chiamata alle armi ai propri tesserati, trasformandoli in “calciatori-operai” in modo da non farli deportare. L’emergenza della situazione fece, pertanto, superare anche le barriere campanilistiche creando un connubio TORINO – FIAT inimmaginabile ai giorni nostri. D’altronde, come l’Avvocato Gianni AGNELLI ricorderà in una sua intervista “…io stavo nell’esercito, in guerra, avevo altri pensieri e problemi, altro da fare, da patire, da superare…”, la sua famiglia, in quel periodo, si distaccò momentaneamente dal club bianconero. In aggiunta vi è da rimarcare che mentre la Juventus, a seguito del connubio con CISITALIA, non introdusse varianti sul proprio stemma e sulle maglie, il TORINO, invece, appose sulle sue casacche granata, nel 1944, uno stemma riportante il logo della FIAT.

Dopo le prime schermaglie, nel dopoguerra, anche in considerazione della carenza di specifiche norme al riguardo, la pratica della sponsorizzazione inizia a diffondersi in maniera sempre maggiore. Tra gli esempi più rilevanti e duraturo, quello del Lanerossi Vicenza sodalizio che si contraddistinse fregiando, con la caratteristica lettera “R”- fino alla fine degli anni 80- la propria maglia ed i gagliardetti.

Gagliardetto Lanerossi Vicenza AC

Questa tradizione, interrotta negli anni 90, venne poi nuovamente ripresa in occasione del centenario del club. Analogamente alla compagine vicentina, altre Società portarono alla ribalta binomi che oggi costituiscono memorabile ricordo della storia calcistica nazionale. Tra gli altri citiamo il Simmenthal-Monza (sodalizio attivo nel periodo 1955 – 1964, l’Ozo Mantova (squadra della Società petrolifera OZO), il SAROM Ravenna (compagine che rappresentava una Società di raffinazione con sede in Ravenna) nonché lo Zenit Modena, appartenente ad una Società cremonese produttrice di carburanti e lubrificanti. Vi furono anche altri unioni che non ebbero la stessa fortuna e durata di quelli descritti. Ne è un esempio il Talmone Torino, abbinamento realizzato nella stagione 1958 – 1959 tra i granate e la nota azienda dolciaria piemontese e che ebbe la durata di una sola, nefasta, stagione culminata con la retrocessione in serie B del Torino, proprio in occasione del decimo anniversario della tragedia di Superga. Dalla successiva stagione scomparì dalle casacche granata la grande lettera “T” bianca che richiamava la citata ditta.

A dimostrazione della diffusione del “fenomeno” anche nelle serie minori vi è da citare esempi, più o meno duraturi, di abbinamenti come nel caso della Acquapozzillo Acireale, squadra sponsorizzata dalla locale azienda produttrice di acqua ed antesignana dell’attuale ASD ACIREALE e dell’ASTI Ma.Co.Bi, squadra in cui militò, nei primi anni settanta anche Giancarlo ANTOGNONI.

Soltanto a partire dagli anni 60, la FIGC, al fine di limitare il sempre più crescente ricorso a nuove unioni tra squadre calcistiche e aziende sancì, almeno per le squadre militanti nei campionati di vertice, il bando di questa pratica ad esclusione del Lanerossi Vicenza che, in virtù di una speciale delega continuò a mantenere la sua storica denominazione. La pratica dell’abbinamento, in tempi più recenti, farà una sua apparizione con la squadra del Fondi di proprietà dell’Università Nicolò Cusano, facendo nascere nella stagione 2016-2017 l’Unicusano Fondi che terminò di esistere alla fine della stagione per poi rilevare, nella stagione sportiva 2017 – 2018 la Ternana che per tale passaggio assunse la denominazione di Unicusano Ternana.

A latere giova anche ricordare i casi di alcune squadre riportanti nella propria denominazione il nominativo della proprietà. Citiamo in merito, restando nell’ambito della regione Lazio, la Lodigiani, squadra aziendale della omonima Società edile LODIGIANI oppure altre compagini come il Paluani – CHIEVO ed il Del DUCA – Ascoli.

Alla fine degli anni 70 le Società calcistiche si fecero sempre più riluttanti nei confronti dei divieti posti dalla FIGC agli sponsor ed inseguirono anche stratagemmi particolari pur di aggirare i veti in essere. Tra questi citiamo il caso dell’udinese del patron SANSON (proprietario dell’omonima azienda produttrice di gelati) che nella stagione 1978 – 1979 – per la prima volta in Italia – fece apparire, sui pantaloncini della divisa da gioco il nome dell’azienda aggirando il divieto che faceva riferimento esclusivamente alle maglie e non agli altri capi della tenuta da gioco.

Franco Bonora, Udinese Calcio 1978-79, e lo sponsor Sanson sui pantaloncini

Il tentativo venne prontamente “rintuzzato” dalla FIGC che ordinò l’immediata rimozione della scritta comminando anche una corposa multa alla squadra friulana. No fu però questo il cosiddetto “fuoco di paglia”. Ad agosto del 1979, con il Perugia di Franco D’Attoma cadde, infine, l’ultimo tabù. Il magnate umbro, nell’intento di reperire le risorse finanziarie necessarie per il trasferimento al Perugia di Paolo ROSSI, sottoscrisse un accordo con il gruppo Buitoni – Perugina per far apparire sulle maglie del Perugia il nome del pastificio PONTE. Il machiavellico stratagemma a cui si ricorse fu anche sugellato dalla creazione di una Società ad hoc, la Ponte sportswear che figurando come sponsor tecnico degli umbri e con lo stesso logo dell’azienda alimentare comparì sulle divise da gioco dei grifoni. Era la prima maglia di una squadra di calcio italiana sponsorizzata.

Negli anni seguenti molte altre Società seguirono l’esempio del Perugia (ad esempio Cagliari, Genoa e Torino) fino ad arrivare alla stagione 1981 – 1982 in cui la FIGC consentì finalmente l’esposizione degli sponsor sulle casacche della maggioranza delle squadre di serie A e B. In dado era tratto e da quella stagione – sempre in maniera maggiore- le (una volta) immacolate casacche dei nostri beniamini, diventarono spazi a disposizione di sponsor più o meno benefici.

Tutti i gagliardetti in foto appartengono alla vastissima collezione di Marco Cianfanelli. Se vuoi saperne di più su di lui clicca qui

 

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Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Seconda Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Carlo Brizzi) – Il 1968 è stato un periodo storico che sconvolse il quieto vivere della nazione segnalandosi per fenomeni eversivi. In Francia i cortei di studenti e operai avevano innalzato cartelli con la scritta “L’immaginazione al potere”, ma in Italia questo concetto fu la base di una rivoluzione. Ci trovammo a vivere con sigle quali Brigate Rosse, Lotta Continua e altre, e assistemmo a delitti e rapimenti che sconvolsero l’intera nazione. Ci abituammo a convivere con uno stato di guerra civile ma non abbandonammo l’attenzione al campionato di calcio. Assistemmo quindi con soddisfazione allo sgarbo che la Lazio fece agli squadroni del nord vincendo il campionato nel 1974. Eravamo pronti per il “Campionato del Mondo” dello stesso anno, che si tenne in Germania, dove realizzammo un’altra figura penosa mangiandoci la dote del secondo posto conquistato quattro anni prima. Non ci disperammo perché eravamo attori di un avvenimento storico: in Italia, nel Maggio del 1974, era stato indetto un referendum per stabilire la legalità del divorzio che finalmente divenne legge. Ancora in festa per la battaglia di libertà appena vinta, fummo sconvolti dall’attacco delle BR al cuore dello Stato effettuato il 16 Marzo del 1978 con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro e l’uccisione degli agenti della scorta. Seguì una prigionia dell’esponente democristiano di cinquantacinque giorni in un appartamento di Roma, mentre le forze dell’ordine erano impegnate in una ricerca affannosa e senza esito positivo. L’ultimo oltraggio fu l’annunciato ritrovamento del cadavere di Moro in una via centrale della capitale all’interno di un’automobile. Fu un attacco alla democrazia che però non vacillò e negli anni successivi lo Stato riaffermò la sua supremazia sconfiggendo definitivamente le organizzazioni rivoluzionarie e arrestandone i componenti. L’Italia calcistica superò il triste periodo perché era concentrata sul Mondiale alle porte che si sarebbe tenuto in Argentina. La nostra rappresentativa era molto valida e ispirava una certa fiducia e, infatti, disputammo un buon campionato battendo l’Argentina che l’avrebbe conquistato e finendo al quarto posto per mera sfortuna. La compensazione fortunata venne con l’elezione a Presidente della Repubblica di Sandro Pertini che divenne da subito il presidente più amato dagli italiani. Un uomo eccezionale che seppe dare prova di se nelle circostanze difficili attraversate dalla Repubblica, ed anche partecipare con vena patriottica ai momenti felici. Lo ritroviamo, il nostro Presidente, nella veste di tifoso a un campionato mondiale storico, in Spagna nel 1982. Un’epopea azzurra cominciata in modo insoddisfacente nel girone preliminare per vedere poi montare l’autostima della squadra che si trovò ad affrontare una dopo l’altra, vincendo, l’Argentina di Maradona, il Brasile di Falcao e la Polonia di Boniek che non disputò quella partita per infortunio. Il passo successivo fu la finale contro la Germania che vincemmo 3 a 1 senza storia, dopo avere sbagliato un rigore con Cabrini. L’Italia dette spettacolo, Conti fu giudicato la migliore ala del torneo e Paolo Rossi fu il capocannoniere. Gli Azzurri rientrarono in Italia nell’“Aereo di Stato” ospiti del Presidente Pertini, e furono celebrati con festeggiamenti e onorificenze dalla nazione intera. Il trofeo era tornato tra le nostre mura dopo quarantaquattro anni, in un’Italia che aveva superato la dittatura fascista, una guerra spaventosa e aveva saputo attuare il miracolo della ricostruzione proprio come in quei giorni era stato realizzato il ritorno del nostro sport nazionale a livelli d’eccellenza. Il terrorismo che aveva raggiunto il massimo vigore negli anni settanta aveva dato prova della sua virulenza nell’Agosto del 1980 con lo spaventoso attentato alla stazione di Bologna. Assistevamo compiaciuti alla resa dei conti che portava alla fine dei brigatisti, ma eravamo sbigottiti dalla virulenza della malavita che compieva sequestri di persona a ripetizione mentre a Roma trionfava la banda della Magliana. Un trionfo di altra natura avvenne nel 1983 nella capitale: se la Nazionale italiana aveva impiegato 44 anni per tornare a vincere la Coppa del Mondo, l’Associazione Sportiva Roma ne impiegò 41 per vincere il suo secondo scudetto. La città impazzì, il giallo e il rosso colorarono la città e una quantità enorme di persone, almeno 100.000, festeggiarono l’evento al Circo Massimo. Antonello Venditti scrisse “Grazie Roma”, la più bella canzone mai dedicata a una squadra di calcio, e i romanisti rimasero concentrati sull’evento dell’anno successivo, la Coppa dei Campioni. Il campionato tornò sotto l’egida della Juventus mentre Roma, squadra e città, era tesa al grande evento, la finale della Coppa che si sarebbe tenuta a Roma contro il Liverpool. I cuori romanisti palpitarono fino all’ultimo calcio di rigore tirato fuori, dopo i tempi supplementari, che regalò il trofeo agli inglesi… Eravamo destinati a tornare sotto la supremazia della Juventus? Nemmeno per idea! Il 1985 segnò la rivolta degli umili e la squadra del Verona, che fino allora aveva navigato nelle acque della mediocrità, inaspettatamente si fregiò del titolo di “Campione d’Italia”. L’anno successivo fu folgorato dall’arrivo in Italia del più grande fuoriclasse di tutti i tempi della palla rotonda insieme a O’ Rei Pelé, Diego Armando Maradona! Il Napoli, forte di questo incredibile arrivo, allestì una squadra di alto livello e nel 1987 appuntò sulle maglie lo scudetto tricolore. Era di nuovo l’anno dei mondiali e gli azzurri volarono in Messico in qualità di detentori del titolo ma furono mandati a casa dalla Francia mentre l’Argentina di Maradona vinceva il suo secondo campionato mondiale. Passò alla storia la partita Argentina – Inghilterra per i due goal di Maradona, il primo dei quali segnato furbescamente con un colpo di mano mentre il secondo verrà ricordato come il più bello del secolo, realizzato dopo una serpentina di mezzo campo seminando non so quanti giocatori avversari. Tornammo ai fatti di casa nostra per verificare che la morsa della Juventus sul campionato si era allentata fino a quasi sparire. Il titolo divenne questione tra Inter e Milan, ma poi nel 1990 tornò Maradona a fare mettere al Napoli il sigillo del suo secondo scudetto. Adesso però c’erano di nuovo i mondiali e questa volta a casa nostra! Bennato e la Nannini cantavano “Notti Magiche” mentre l’Italia di Schillaci, allenata da Azeglio Vicini, procedeva suscitando qualche ottimismo, fino a quando nella semifinale giocata a Napoli ci facemmo giocare da un colpo di testa di Caniggia che non era noto per tale specialità. La Germania batté l’Argentina vincendo il titolo, noi ci dovemmo accontentare del terzo posto e cominciammo a fare i conti con i guasti tecnici e finanziari che quella competizione ci aveva lasciato in eredità. Preventivi sforati del doppio (vedi l’Olimpico di Roma) una stazione ferroviaria con relativo ponte d’attraversamento mai utilizzata e altre simili amenità italiche che preannunciavano i tempi bui che sarebbero arrivati di lì a poco. Il Campionato riprese con la sorpresa della simpatia nel nome della Sampdoria. Una formazione con autentici fuoriclasse, quali Vialli, Mancini e Cerezo, allenata da Boskov, quello delle massime tipo… “Rigore è quando arbitro fischia”. La simpatia doriana fu sostituita per tre anni di fila dal 1992 al 1994 più che dal Milan dalla “Rivoluzione Sacchiana” che la squadra lombarda aveva attuato. La squadra milanese, che aveva conosciuto periodi di quasi povertà tecnica, culminata con una retrocessione in serie B, aveva realizzato un’impressionante resurrezione ad opera della nuova proprietà assunta dal potente imprenditore Silvio Berlusconi. Un completo risanamento economico e un primo tentativo di nuovo inquadramento tecnico affidando la squadra a Liedholm, poi era avvenuta la fulminazione di un’idea innovativa affidando la squadra a un allenatore emergente proveniente dal Parma, alfiere di un gioco nuovo e propositivo che realizzò tre scudetti consecutivi e prestigiosi risultati in campo europeo. In quegli anni Milano conquistò gli onori della cronaca anche per uno scandalo di dimensioni mai viste: Tangentopoli. Tutto era cominciato con una mazzetta di modeste dimensioni percepita dall’amministratore, appartenente al Partito Socialista, di un’istituzione benefica di Milano, venne così alla luce un verminaio inimmaginabile. Tutte le attività imprenditoriali erano soggette al pagamento di una tangente ai partiti a danno della comunità. I nomi dei PM milanesi quali Di Pietro, Davigo e Colombo guadagnarono le prime pagine dei giornali e l’intera classe politica italiana venne messa sotto processo. Caddero teste illustri quali Craxi e Forlani, ma anche i pezzi grossi degli altri partiti guadagnarono le loro brave condanne con l’eccezione del Partito Comunista per il quale un eroico funzionario si sacrificò senza compromettere gli alti gradi. Mani Pulite ebbe anche le sue vittime, il presidente dell’Eni Cagliari si tolse la vita in carcere soffocandosi con un sacchetto di plastica, e il capitano d’industria Gardini si sparò un colpo di rivoltella nella sua abitazione milanese. E l’Italia del pallone? La Nazionale era stata affidata ad Arrigo Sacchi, carico dei risultati esaltanti ottenuti con il Milan, e si apprestava ad affrontare i Mondiali che nel 1994 si sarebbero svolti negli Stati Uniti. Questa idea balzana era opera di Henry Kissinger, il segretario di Stato che, per la sua origine austriaca, nutriva un amore per la palla rotonda all’epoca non molto condiviso nella nazione statunitense. Si giocò nel caldo dell’estate americana per interessi mediatici a orari assurdi, combattendo la disidratazione degli atleti con continui rifornimenti d’acqua e qualche necessaria interruzione. Nonostante le non ideali condizioni di gioco gli Azzurri fecero una bellissima competizione terminando secondi dietro il Brasile che vinse ai rigori dopo i tempi supplementari. Il campionato riprese con il ritorno alla vittoria nel 1995 della Juventus che si alternò nella conquista dello scudetto con il Milan, assegnandosi equamente il titolo un anno per uno fino al 1999. Avevamo ancora negli occhi la sfortunata impresa americana che eravamo di nuovo nel clima dei Mondiali, questa volta nella vicina Francia. Ancora una volta gli azzurri si comportarono onorevolmente finendo eliminati nei Quarti dalla Francia che avrebbe poi vinto il titolo. Il ritorno al campionato segnò la novità assoluta del temporaneo allontanamento dal vertice delle squadre del nord e dell’affermazione delle romane, la Lazio nel nuovo secolo, il 2000, e la Roma nel 2001. Ben altro capovolgimento si era realizzato nella politica con la discesa in campo dell’imprenditore Silvio Berlusconi. Il centrodestra aveva preso il governo della nazione, alternandosi con il centrosinistra di Prodi, mentre avevamo eletto Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi. Il Campionato mondiale ci trasportava adesso, nel 2002, in Giappone e Corea e a una disfatta agevolata da un arbitro, tale Moreno, che sarebbe rimasto a lungo nella nostra memoria quale esempio di nefandezza. La Juventus al ritorno dal Mondiale riprese il comando delle operazioni vincendo il campionato 2003/004 ed anche l’anno successivo terminò prima in classifica, ma a quel punto scoppiò lo scandalo. Furono scoperte gravi irregolarità e la Triade, formata da Moggi, Giraudo e Bettega, radiata o costretta alle dimissioni e, udite udite, lo scudetto revocato e la Juventus in serie B. Si può dire che il sogno di gran parte della tifoseria italiana fosse stato esaudito, ma la “Vecchia Signora” seppe controbattere egregiamente alla vicissitudine occorsale. In un solo anno, sotto la guida del tecnico francese Deschamps, tornò nella massima divisione. Eccoci alla storia di ieri, una storia gloriosa realizzata nei Mondiali del 2006 in Germania dove ci presentammo con una squadra formidabile imbottita di campioni quali Totti, Del Piero, Pirlo, Cannavaro, Buffon e, per brevità, rinunciamo di citare tutti gli altri tra i quali non ce ne era nemmeno uno scarso. Ricordiamo con i brividi la semifinale con la Germania padrona di casa, battuta 2 a 0 nei tempi supplementari. E’ nel nostro cuore la finale contro la Francia, rimessa in equilibrio dopo avere patito un rigore generoso, vinta ai rigori, finalmente una vittoria dagli “undici metri”, dopo la famosa “capocciata” di Zidane a Materazzi. Fermiamo qui il nostro racconto, sul culmine più alto toccato dai nostri colori e stendiamo un velo sugli anni successivi, animati da qualche successo di club in campo internazionale ma povero di altre soddisfazioni. Anche in passato abbiamo avuto anni bui dai quali siamo usciti con affermazioni gloriose. Siamo quattro volte “Campioni del Mondo” e una volta “Campioni d’Europa”: l’amore per il calcio è nel nostro sangue, appartiene al nostro DNA e di nuovo momenti gloriosi saluteranno i colori azzurri.

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Prima Parte

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