Connect with us

Il Calcio Racconta

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Prima parte

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello – Dario Canali) – Domenica 11 gennaio 2015 all’Olimpico va in scena il Derby. La stracittadina, inutile negarlo, non è mai una partita come le altre. Per tanti anni ha rappresentato l’unico vero obiettivo stagionale. Oggi molte cose sono cambiate ma questa contesa mantiene comunque il suo fascino. La si attende con ansia, la si vive fortemente, con passione. Si scommette con il postino, con il barista, con il “pizzicarolo” sotto casa, con il collega d’ufficio. In quest’occasione particolare la Curva Sud prepara una delle più particolari ed emozionanti coreografie di sempre. Sedici “pezze”, raffiguranti i volti di altrettanti giocatori giallorossi, sono accompagnate da una significativa didascalia sotto la curva: “Figli di Roma, capitani e bandiere… questo è il mio vanto che non potrai mai avere!”.

1415RomaLazie_fototifo_04_af

I sedici calciatori raffigurati sulle “pezze”: De Micheli, Carpi, Taccola, Giannini, Bernardini, Ferraris IV, Amadei, Losi, Volk, Conti, Rocca, Di Bartolomei, Masetti, De Sisti, De Rossi, Totti

Sedici volti che hanno fatto e continuano a fare la storia della Roma. Sedici uomini con storie molto diverse tra loro, ma con un unico denominatore comune: la Roma. Storie che in alcuni casi diventano tragedie come quelle di Attilio Ferraris, di Agostino Di Bartolomei e Giuliano Taccola…morti premature. Come quella di Mario Forlivesi, una storia che non ha fatto in tempo a entrare in quella coreografia, una storia che sfugge alle luci della notorietà e che merita di essere ricordata.Mario è un figlio di Roma il cui destino ha tolto lui la possibilità di diventare capitano della compagine giallorossa. Mario nella sua breve vita non ha fatto in tempo a diventare una bandiera della Roma. Chi è appassionato della storia del sodalizio giallorosso conosce la vicenda, ma la maggior parte dei tifosi non conosce nemmeno il nome, e non per colpa loro: se n’è parlato sempre troppo poco. Una vicenda assolutamente particolare e tragica che ebbe grande eco all’epoca in cui accadde. Eppure non tutti sanno che a Roma c’è stato un periodo in cui questo ragazzo era sulla bocca di tutti. Incarnava il sogno di ogni ragazzino. Un sogno che non cambia con il passare degli anni, delle generazioni: quello di indossare la maglia della propria squadra del cuore e addirittura esserne il centravanti. Cioè colui che più degli altri ha il compito di finalizzare la manovra con l’ultimo tocco. Chi non lo ha sognato? Quante stanze sono state trasformate nel campo di calcio per le nostre sfide? Ognuno di noi da bambino, accompagnato dalla propria fantasia, ha giocato partite immaginarie: s’iniziava salutando il pubblico assiepato vicino l’armadio e poi, azioni su azioni alternando il nostro nome con quello dei nostri beniamini, si arrivava al gol. Un gol mai banale ovviamente. Poi di corsa verso la curva vicino la scrivania piena di tifosi che urlavano il nostro nome. Un urlo che abbiamo tutti sentito per davvero. Un sogno cui Mario è arrivato, così come arrivarono le prime convocazioni, le prime partite… i primi gol. La consacrazione da promessa a giocatore vero. I primi titoli dei giornali per lui. “Hai visto Forlivesi?” riecheggia nei bar, nelle strade, negli uffici, nelle botteghe, al mercato. Poi una malattia, un’orrenda malattia come lo sono tutte, toglie a Mario la vita. Una vita che sarebbe stata sicuramente di successo visto le premesse. Una vita appena iniziata, stroncata in quel momento in cui si comincia ad assaporare la consapevolezza di essere uomo.

Una storia così non può rimanere nell’oblio, nel dimenticatoio. Non può e non deve. E non lo sarà. Promessa questa fatta davanti a lui, sulla sua tomba. Nessuna pretesa di essere esaustivi, ma con l’ambizione di far conoscere meglio la storia di un figlio di Roma.

La famiglia, le origini

Mario Forlivesi nasce a Roma il 5 febbraio 1927, nello stesso anno di fondazione dell’Associazione Sportiva Roma. Una registrazione, quella relativa alla sua nascita, avvenuta solo nel 1929 a seguito della sentenza emessa dal Tribunale Civile e Penale di Roma in data 15 settembre del 1927 con la quale si autorizza a ricevere la tardiva denuncia di nascita. Un atto che finalmente mette la parola fine alla ricerca della sua corretta data di nascita.

Dallo stesso atto si evince come Mario sia nato in una casa sita a Roma in Via Flaminia n. 45 da Remo Forlivesi e Beatrice Patrizi.

Remo Forlivesi nasce a Roma il 17 aprile 1888 ed è figlio di Teodoro Gaetano noto scultore di fine ‘800. Teodoro Gaetano Forlivesi è autore della famosa Tomba del Conte di Basterot sita nella Basilica di San Clemente in Laterano e del busto di Giordano Bruno al Pincio, opera quest’ultima realizzata insieme ad Augusto Senepa. Fu molto attivo anche in Germania dove soggiornò per molto tempo. Alcune delle sue opere sono in possesso di collezionisti privati.

Torniamo a Remo, il papà: “Portiere di ruolo. Studente. Residente in Via della Maddalena n. 42, piano 2° e più tardi in Via Flaminia n. 45. Nel 1908 fu chiamato alle armi e nel 1910 era telegrafista effettivo. Congedato, fu richiamato per mobilitazione il 22 maggio 1915 e assegnato al 3° reggimento telegrafisti del genio militare. Fu congedato definitivamente nel 1919. Decorato con la Medaglia commemorativa nazionale per la guerra 1915-18 e con la Croce al merito. Il 5 gennaio 1936 fu insignito della Medaglia interalleata della Vittoria. Titolare della Lazio nella stagione 1908/09. Gioca, spesso come riserva, fino al 1914. Vince le prestigiose coppe Tosti e Viscogliosi-Baccelli nel 1908. Nella Lazio da sempre, si era distinto inizialmente come forte nuotatore e pioniere della Pallanuoto” (Cit. Laziowiki.org).

 Si, il padre di Mario è stato giocatore della Lazio.

Un uomo, Remo Forlivesi, che ha a cuore la patria e lo sport. Così come tutta la famiglia Forlivesi che sembra partecipare a tutte le iniziative sportive a Roma: ciclismo, podismo, nuoto, pallanuoto e ovviamente il calcio. In tutte le specialità primeggiano Remo, il gemello Romolo e l’altro fratello Leonardo. L’arte dello scultore Teodoro sembra scolpire il fisico e l’entusiasmo dei figli. Remo, il papà di Mario, muore il 24 giugno 1944 a seguito di una caduta dalla bicicletta. Una banalissima caduta che inizialmente sembrava cosa di poco conto e che poi invece, nel giro di poche ore, lo conduce alla morte ad appena cinquantasei anni.

famiglia mario

Mario, il più piccolo in alto, insieme alla sua splendida famiglia

Mario ha anche un fratello, Sergio, e due sorelle, Laura e Franca. Anche Sergio è un appassionato di calcio e lo ritroviamo come allenatore delle squadre giovanili della Lazio nella metà degli anni ’70.

Insomma, tutta la famiglia Forlivesi sembra avere una passione verso i colori biancocelesti, ma non Mario. Lui cresce nella Fortitudo dove “L’Omo de Fero”, Ferraris IV, aveva mantenuto ottimi rapporti e con la quale aveva militato da ragazzo. E insieme a Mario nell’Elettronica, squadra in cui Ferraris è tornato a giocare a quarant’anni circa, affronta proprio la Roma durante il Campionato Romano di Guerra. Presumibilmente fu proprio Ferraris IV a segnalarlo a Masetti, suo grandissimo amico, che guidava la “Squadra Ragazzi” della Roma. Allora, se è andata così, siamo assolutamente certi che gli ha trasmesso anche il significato di quella maglia.

forlivesi amadei

Forlivesi e Amadei: lo sguardo tra il giovane e l’affermato campione

Nasce quindi la sua storia con la Roma, contrassegnata da tanti, tantissimi, impegni tra la Formazione Ragazzi, la Formazione Riserve e la Prima Squadra. Un talento naturale, forse ancora acerbo, ma di grande effetto già nelle sue prime partite dove aveva il compito di sostituire l’esperto Amadei, il quale non lesinava consigli al suo giovane compagno di squadra.

 

 Questa è la prima parte della storia di Mario, oggi 5 Febbraio, nella ricorrenza della nascita: una storia in tre parti che ci accompagnerà sino al 29 Marzo p.v., giorno della ricorrenza della sua scomparsa. Una storia che non rimarrà nell’oblio.

mario dedicaluciana forlivesi

Una bellissima foto di Mario con dedica alla cugina Luciana alla quale era molto legato. Lei, presente sino agli ultimi istanti di vita di Mario, è venuta a mancare proprio in questi giorni. Dedichiamo a entrambi questo nostro ricordo.

Si ringraziano le famiglie Forlivesi/Iovine/Odorisio per la collaborazione e per le foto messe a nostra disposizione.

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Seconda parte

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Terza ed ultima parte

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

Continue Reading
7 Comments

7 Comments

  1. Rob Ted 😉

    5 Febbraio 2018 at 8:56

    Bellissimo ricordo… Fede, si sente la passione nel ricordo di questo “Capitano mancato”

    T’abbraccio.

  2. glieroidelcalcio

    5 Febbraio 2018 at 9:10

    Grazie!

  3. fototedeschi

    5 Febbraio 2018 at 9:13

    Ho letto e pure commentato … bellissimo !!!Come ho scritto nel , commento si sente l’amore e la passione … pe sti colori  😉😉😉👍👍👍

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

  4. fototedeschi

    5 Febbraio 2018 at 9:14

    Un Capitano Mancato !

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

  5. Anonimo

    5 Febbraio 2018 at 19:00

    Bell’articolo mi é piaciuto

  6. Marcello

    5 Febbraio 2018 at 19:01

    Bell’articolo mi é piaciuto

  7. Pingback: “Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Terza ed ultima parte – GLI EROI DEL CALCIO

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il Calcio Racconta

20 aprile 1994, golden gol di Orlandini: l’Italia è campione d’Europa Under 21

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Nel 1994 la UEFA sceglie il Campionato Europeo Under 21 per sperimentare il golden goal, la FIFA lo aveva fatto nei suoi tornei giovanili, e nei quarti di finale di quello under 20 dell’anno prima è l’australiano Anthony Carbone al 99° a segnare il primo in assoluto.

La regola inizialmente denominata “Sudden death” si poneva l’obiettivo di trovare un modo migliore dei tiri di rigore per decretare un vincitore in caso di parità nelle partite ad eliminazione diretta. La questione su come risolvere le partite secche è antica come il calcio, sport che abbina la possibilità del “pari” (cosa piuttosto rara nei giochi) alla “scarsezza” di “punti” mediamente segnati in una partita, cosa questa che rende il pari un risultato piuttosto frequente. La Pallamano, la Pallanuoto o il Rugby prevedono il pareggio ma è molto più raro, lo “zero a zero” è poi un risultato forse solo teorico.

Gli sport che non prevedono il pari risolvono spesso le partite con tempi supplementari ad oltranza o anche con il loro equivalente del rigore, ma per quanto si possano protrarre, prima o poi una squadra primeggia. Il calcio ha sperimentato l’avanzamento ad oltranza della partita, ma la difficoltà di segnare un “punto” nel calcio fa sì che con la stanchezza che avanza la possibilità di segnare una rete si assottiglia sempre più, ne sanno qualcosa Benfica e Bordeaux che nel 1950 giocarono una finale di Coppa Latina fino al 146°, quando i portoghesi segnarono su azione di calcio d’angolo. Ma Torino e Legnano nel 1920/21 fecero di meglio: la parità si prolungò sull’1 a 1 fino al 158° quando venne sospesa per l’oscurità (per la cronaca le squadre rinunciarono allo spareggio venendo eliminate entrambe).

Non essendo percorribile procedere ad oltranza il calcio nelle sue manifestazioni ufficiali (almeno quelle FIFA e UEFA) inizialmente applica con regolarità i supplementari, la ripetizione e, come extrema ratio, il “sorteggio”. Soluzioni come i rigori o il Golden Goal erano state sperimentate in tornei minori, UEFA e FIFA non presero però iniziative fino ai primissimi anni 70’ quando introdussero (gradualmente) i rigori. Come però è facile immaginare mano a mano che si abolirono le ripetizioni si fecero sempre più frequenti le partite decise ai rigori e spesso i supplementari si trasformavano in una stanca attesa della “lotteria”. Se lo spettro della ripetizione e del sorteggio faceva sì che se arrivate ai supplementari la partita si chiudesse spesso nell’extra time, il rifugio dei rigori diventa quasi lo sbocco naturale delle partite che terminano i 90° in parità.

Il Mondiale del ‘90 in Italia non brilla per spettacolarità, il Mondiale americano del 1994 ha “brama” di spettacolarità (e forse evitare le partite con il sole a picco e umidità oltre il 100% avrebbe aiutato), ed il tarlo dei rigori che appiattiscono le partite partorisce l’idea del Golden Goal ma per la Coppa del Mondo è troppo tardi, e l’Europeo under 21 del 1994 è la prima vetrina di rilievo della nuova trovata. L’Italia si presenta da vincitrice in carica in un torneo colmo di futuri campioni che si ritroveranno negli anni a venire nel torneo “dei grandi”. Nei quarti di finale l’Italia accede alla fase finale superando ai quarti la Cecoslovacchia in partita doppia (3-0 / 0-1).

La fase finale si svolgerà in Francia, a Montpellier e a Nimes. Gli Azzurrini in semifinale incontrano i padroni di casa francesi in una partita che si chiude sullo zero a zero, si giocano così per la prima volta i tempi supplementari con la Sudden death ma nessuno segna, il test sarà solo rimandato e per questa volta si va ai rigori, dove per la Francia segnano Carotti e Ouédec poi sbaglia Makélélé e Zidane segna, gli italiani segnano tutti: Panucci, Vieri, Berretta, Marcolin e Carbone, l’Italia è in finale.

Rientrati in patria per giocare la domenica di campionato con le rispettive squadre di club, i ragazzi della “Banda Maldini” torneranno nuovamente a Montpellier per disputare il 20 Aprile la finale del torneo.

La partita con la Francia aveva portato Domenech a criticare gli italiani per il gioco un po’ antico ma certo Maldini non cambiò filosofia per la finale: il Portogallo lo ha già affrontato nelle qualificazioni, 2 a 0 in Portogallo per loro, 2 a 1 in casa per noi, si possono battere. La partita non è particolarmente bella. Il Portogallo va vicino al gol con un “autopalo” di Cannavaro che rischia molto nel liberare la difesa, Scarchilli costringe il portiere portoghese Brassard al miracolo ed al 71° su cross di Rui Costa è il portoghese Toni a colpire la traversa. Si va ai supplementari ed entra in scena Pierluigi Orlandini, classe ‘72, bergamasco di nascita e di maglia.

E’ lui che rischia di far terminare la partita dopo appena un minuto di gioco dei supplementari, ma la palla gli capita sul sinistro che non è il suo piede. La partita prosegue così per altri 8 minuti, con l’Italia più convincente rispetto ai primi 90° di gioco; al 99° è di nuovo Orlandini, e di nuovo il suo piede “sbagliato” a far partire dall’esterno destro dell’area il tiro che regala all’Italia il secondo europeo consecutivo (saranno 3 consecutive, e 5 in 12 anni) e che lo consacra alla storia del calcio come primo calciatore ad aver segnato un golden gol.

Il golden gol dopo la gioia del 1994 ci darà cocenti delusioni (Finale degli Europei del 2000 e gli ottavi del mondiale 2002), e dopo un blando tentativo di tenerlo in vita con il “Silver Goal” (con il quale la Grecia vinse il suo titolo europeo), si ritornò ai calci di rigore. Troppo brutto vedere le partite finire così, dannoso togliere l’emozione dei supplementari che si, talvolta sono melina in attesa dei rigori ma talvolta emozionanti ed imprevedibili, troppa la pressione sull’arbitro e sui guardalinee. Dopo la parentesi dei goal d’oro e d’argento le polemiche sui rigori si sono via via spente, e nell’immaginario collettivo da “lotteria” sono passati ad essere considerati comunque una prova di freddezza dei giocatori e di abilità dei portieri, criterio probabilmente più giusto del “chi segna prima vince”, che rimarrà confinato nei cortili quando si sta facendo buio e bisogna tornare a casa “chi segna il prossimo vince”, in fondo un golden goal lo abbiamo segnato tutti.

Continue Reading

Il Calcio Racconta

19 aprile 1989, prova di forza: Milan vs Real Madrid 5-0

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM – La Sampdoria si è sbarazzata del Malines, il Napoli del Bayern: blucerchiati in finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona e i partenopei a contendersi la Coppa Uefa con lo Stoccarda.

E il Milan? I rossoneri sono alle prese con una difficile partita contro un avversario di tutto rispetto, il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez, dai più considerato la squadra da battere.

L’andata, finita 1-1, si può considerare un buon risultato indubbiamente ma aveva lasciato molto amaro in bocca sia perché i rossoneri avevano imposto il loro gioco sia a causa di alcune decisioni arbitrali quantomeno discutibili. Una partita dove il gol di Van Basten sarebbe da far vedere in tutte le scuole durante le ore di “Arte”: un colpo di testa a 50 centimetri da terra che arriva a “palombella” all’incrocio dei pali.

Il tagliando d’ingresso della partita (Collezione Matteo Melodia)

Il Milan non ha nessuna intenzione di lasciare scampo agli avversari e mette subito le cose in chiaro partendo forte, fortissimo.

“Dalla curva più rossonera dello stadio è salito, prima timido, poi via via più sicuro, il canto dei tifosi del Liverpool: nel minuto di silenzio per i morti di Sheffield, un canto sommesso, imprevisto, commovente” … quattro giorni prima morirono 96 persone all’Hillsborough Stadium di Sheffield, una strage.

Molta supremazia dei padroni di casa e qualche occasione non sfruttata, poi “Il gol che sbloccava il risultato (17′) partiva da un tenace recupero di palla di Tassotti e Gullit in coppia sul filo del fallo laterale. L’olandese appoggiava al centro per Ancelotti e il regista partiva caracollando: saltato Schuster, evitato Gordillo, bum sotto la traversa, con Buyo due metri avanti a far da spettatore”. E’ 1-0.

Dopo sette minuti il raddoppio: “Da una serie di tre corner è venuta la seconda marcatura. Scambio Donadoni-Tassotti (24′), bel centro lungo, oltre la mischia di centro porta, e Rijkaard che svetta sopra tutti schiacciando in porta”.

Al 45’ la partita, ammesso che fosse ancora aperta, si chiude: Donadoni, ubriaca il suo marcatore diretto e crossa al centro per l’olandese Gullit, che insacca di testa. Si può andare ora a bere un the caldo.

La ripresa inizia come era finito il primo tempo e al 49’ il trio olandese fa tutto da solo: Rijkaard lancia per Gullit che di testa fa da torre a Van Basten in area, il quale con due marcatori vicini a lui, controlla con calma e mette dentro con un gran tiro sotto la traversa.

Esce Gullit e entra Virdis ma la musica non cambia. Al 59′ Donadoni dalla destra si accentra e di sinistro insacca con un diagonale rasoterra che il portiere avversario Buyo sembra non riesca nemmeno a vedere.

È 5-0, una partita impressionante dove il Milan sembra uno schiacciasassi ad una prova di forza. Il Real ne esce sovrastato, accerchiato, surclassato, affannato forse addirittura disperato e spaventato.

 “Tre squadre italiane sono finaliste delle tre Coppe europee. Possiamo gonfiare il petto…”.

Già, bei tempi quelli in cui tre italiane avevano la possibilità di aggiudicarsi un trofeo europeo.

(Le frasi in corsivo tra virgolette sono estrapolate da “La Stampa” del 20 aprile 1989)

Continue Reading

Il Calcio Racconta

1976 – Il Lecce, Mimmo Renna e l’altro “TRIPLETE”

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La parola triplete diventa di gran moda in Italia quando Diego Milito, nella finale di Champions League del 2010, che si disputa allo stadio “Bernabeu” di Madrid, permette con la sua doppietta, all’Inter di Mourinho, di aggiudicarsi la coppa dalle “grandi orecchie”, insieme allo scudetto e la Coppa Italia nella stessa annata.

Pochissimi sanno che nella stagione 1975-76, in quartieri più popolari del calcio italiano, un signore di nome Antonio Renna, al secolo Mimmo, realizza un’impresa non lontana (con le debite proporzioni) da quella del suo collega portoghese maggiormente quotato. Non siamo a Milano ovviamente, ma parecchio più a Sud, in Puglia, nell’orgoglioso Salento, nella splendida Lecce, dove oltre al profumo del mare si respira, sempre, profumo di calcio.

La stagione di cui parliamo, infatti, si rivela la più ricca di successi nella storia dei salentini, che centrano uno storico tris del calcio minore. Dopo aver vinto il girone C del campionato di Serie C – impreziosito dall’imbattibilità casalinga, e dal titolo di capocannoniere del torneo per la punta Montenegro – ritornando così in Serie B dopo ben ventisette anni dall’ultima apparizione, il Lecce di mister Renna vince anche la Coppa Italia Semiprofessionisti (serie C) e quindi centra la prima, e fino ad oggi, unica affermazione internazionale per il club salentino, nella Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti.

Le origini della squadra salentina risalgono alla fondazione dello Sporting Club Lecce, nato nel lontano 1908. Nonostante lo scorso 15 marzo siano stati festeggiati i centoundici anni della storia del calcio leccese, fino agli anni ’70, i giallorossi raccolgono soltanto qualche sporadica partecipazione al torneo di serie B negli anni ’30, fino all’ultima apparizione nel campionato cadetto del 1949.

Soltanto nel corso degli anni ’70 si rinverdiscono i fasti del club giallorosso. Nella stagione ‘71-‘72 il Lecce chiude il campionato al secondo posto, e lo stesso accade nelle stagioni ‘72-‘73 e ‘73-‘74. Nell’annata ‘74-‘75 i giallorossi partono con i favori del pronostico, la guida tecnica è quella dell’esperto e stimato Nicola Chiricallo ma, nonostante la rosa moto quotata, i salentini giungono soltanto terzi, dietro il Catania campione e gli odiati cugini baresi.

Malgrado il risultato dell’annata non risulti eccezionale, è proprio nel corso di questo campionato, che vengono poste le basi che permettono al Lecce di vincere tutto quello che si può vincere l’anno successivo.

La meravigliosa e memorabile stagione 1975-76 vede, alla guida del club, il nuovo presidente Antonio Rollo. Si riparte con una squadra molto rinnovata rispetto all’anno precedente, mentre il tecnico rimane Chiricallo. L’avvio del torneo non appare dei migliori e, soprattutto, non sembra un buon viatico per raggiungere l’obiettivo, legittimo, vista la caratura della squadra, di vincere il campionato: dopo sei giornate il Lecce, infatti, ha la miseria di soli 4 punti. L’unica cosa che si può fare quando le cose non vanno è avvicendare la guida tecnica, perché non è possibile spedire a casa la maggior parte dei calciatori. Non va diversamente in questa circostanza, e l’allenatore viene esonerato. Tutti sanno, però, che Nicola Chiricallo, oltre ad essere un grande trainer, è anche una persone di spessore, quindi il compito di trovare un sostituto che possa fare meglio appare, da subito, complicato.

Per la fortuna dei giallorossi la scelta della dirigenza è, però, illuminata, e ricade su una persona di assoluto livello in campo e fuori, che risponde proprio al nome di Antonio “Mimmo” Renna.

Mimmo, leccese doc, dopo una parentesi che sa molto di gavetta in serie D con il Nardò, raggiunge una miracolosa salvezza col il Brindisi, in serie B, nella stagione ‘74-’75, proprio quella che precede la magica annata leccese. Sembra essere, sin da subito, lui il profilo giusto per sostituire l’uscente Chiricallo, ma c’è un problema, inaspettato, che inizialmente impedisce a Renna di sedere sulla panchina giallorossa. Quanto accade oggi ci fa sorridere, ma con retrogusto amaro, se pensiamo a come sia cambiato il calcio nel corso dei decenni. È un’amicizia tra due uomini, infatti, l’elemento che sembra ostativo all’avvicendamento sulla panchina dei giallorossi: quando Renna riceve la telefonata dai dirigenti leccesi che hanno intenzione di ingaggiarlo, la sua risposta è: “No grazie, sono troppo amico di Chiricallo, non posso accettare”, e dall’altra parte replicano “ma Chiricallo lo mandiamo via comunque, caro Renna, vorrà dire che troveremo un altro allenatore … ”. Dopo questa contro risposta il giovane tecnico leccese, seppur rammaricato da una parte, si convince che non sta tradendo il suo amico e collega, e accetta la panchina dei salentini, un sogno che si avvera per un ragazzo nato all’ombra del castello di Carlo V.

È l’inizio di una cavalcata impetuosa. Alla settima giornata di campionato, il 26 ottobre 1975, il Lecce incontra il fortissimo Benevento, e sulla panca siede Renna per il suo esordio allo stadio “Via del mare”. Il Lecce vince di misura (1-0); vince anche la domenica successiva e quella dopo ancora: è fin troppo evidente che la scintilla è scoccata, ed altrettanto evidente che il trend si sta invertendo.

Mister Renna, oltre a sistemare al meglio la squadra in campo, chiede nuovi giocatori per potenziare la squadra, e le scelte sono determinanti: arrivano il forte l’attaccante Loddi dalla Lazio, il fantasioso centrocampista Giannattasio, suo ex compagno nel Brindisi (dove Renna è stato anche allenatore-giocatore, funzionava così a quei tempi), di Vinicio, e il portiere Di Carlo.

Qualche settimana dopo il Lecce va Cosenza e domina con un tennistico 6 – 1. Da quel momento il gruppo di Renna non si ferma più, nonostante un battagliero Benevento che tiene vivo il campionato fino alla penultima giornata: i giallorossi fanno visita agli “omonimi” del Messina, e viene fuori  un salomonico pareggio (1-1), che significa promozione in B dopo ben 27 anni trascorsi negli inferi della serie C. L’ultima partita casalinga è contro il Sorrento, ed è solo un’occasione per fare festa al “Via del mare”, e darsi appuntamento con i tifosi per la stagione successiva, tra i cadetti.

Il Lecce vince quindi il suo girone di campionato ma, come anticipato, la bacheca quell’anno si arricchisce eccezionalmente di altri due titoli.

Foto dal libro “Coppe Anglo italiane – 1968 1976”, Geo Edizioni – Collezione Alessandro Lancellotti

Il secondo titolo, la Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti (Anglo-Italian Semiprofessional Tournament) è una competizione calcistica organizzata tra squadre semiprofessionistiche, congiuntamente, dalle federazioni inglese ed italiana, come complemento al torneo Anglo-Italiano. Questa coppa, istituita nel 1975, vede di fronte i vincitori della Coppa Italia Semiprofessionisti (oggi coppa Italia di C) e quelli della Football Conference inglese (oggi National League), prima categoria non completamente professionistica. La squadra salentina, vincitrice della Coppa Italia semi-professionistica 1975-76 affronta lo Scarborough, formazione del North Yorkshire e campione del Football Association Challenge Trophy, la neo istituita Coppa d’Inghilterra per semiprofessionisti; all’andata, a Scarborough, il 24 settembre 1976, la squadra di casa vince 1-0 con un goal di Harry Dunn. Al ritorno, due settimane più tardi, il Lecce ribalta tutto. Prima, impiega tre quarti dell’incontro per pareggiare i conti con l’andata (autogoal di Deere al minuto ‘66). Si rimane, quindi, in parità fino alla fine dei tempi regolamentari, e i giallorossi trovano la vittoria finale soltanto nel corso dei tempi supplementari, durante i quali il centravanti Gaetano Montenegro si scatena, e mette a segno ben tre goal, ai minuti 101′, 113′ e 115’, assicurando così la vittoria per 4-0, e la vittoria del trofeo agli uomini di Mimmo Renna. La competizione ha però vita breve e si disputa soltanto in due edizioni (1975 e 1976) perché viene soppressa proprio nel ’76, facendo si che il Lecce rimanga, nella storia, l’unica squadra italiana ad averla vinta (l’anno precedente è il Brescia a cercare, senza successo, la vittoria che va, invece, alla formazione del Wycombe).

Il titolo che completa il triplete leccese è, come detto, la Coppa Italia Semiprofessionisti 1975-1976. Il cammino che conduce i giallorossi alla vittoria finale è letteralmente chilometrico, quell’anno il Lecce gioca nel girone numero 28 (su 30 totali sparsi in tutta la penisola), e si trova di fronte Nardò e Monopoli. Una volta superato il primo turno, nelle fasi ad eliminazioni diretta, i salentini incontrano ed eliminano, nell’ordine, Nocerina, Sorrento, Marsala e Ischia, prima di arrivare in finale col Monza e batterlo di misura (1-0). La bacheca ora è davvero piena.

Siamo sicuri che il grande Mimmo Renna, che ci ha lasciato poco più di due mesi fa, sarebbe stato felice di partecipare alla festa di compleanno, da poco trascorsa, per le centoundici candeline del suo Lecce e, altrettanto contento, di sapere che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, ci sono innamorati del pallone, come noi, che trovano più fascinoso e romantico parlare del triplete del Lecce di Mimmo, piuttosto che di quello di Mou. Con tutto il rispetto, caro Josè.

Continue Reading

Newsletter

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: