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Il Calcio Racconta

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Prima parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello – Dario Canali) – Domenica 11 gennaio 2015 all’Olimpico va in scena il Derby. La stracittadina, inutile negarlo, non è mai una partita come le altre. Per tanti anni ha rappresentato l’unico vero obiettivo stagionale. Oggi molte cose sono cambiate ma questa contesa mantiene comunque il suo fascino. La si attende con ansia, la si vive fortemente, con passione. Si scommette con il postino, con il barista, con il “pizzicarolo” sotto casa, con il collega d’ufficio. In quest’occasione particolare la Curva Sud prepara una delle più particolari ed emozionanti coreografie di sempre. Sedici “pezze”, raffiguranti i volti di altrettanti giocatori giallorossi, sono accompagnate da una significativa didascalia sotto la curva: “Figli di Roma, capitani e bandiere… questo è il mio vanto che non potrai mai avere!”.

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I sedici calciatori raffigurati sulle “pezze”: De Micheli, Carpi, Taccola, Giannini, Bernardini, Ferraris IV, Amadei, Losi, Volk, Conti, Rocca, Di Bartolomei, Masetti, De Sisti, De Rossi, Totti

Sedici volti che hanno fatto e continuano a fare la storia della Roma. Sedici uomini con storie molto diverse tra loro, ma con un unico denominatore comune: la Roma. Storie che in alcuni casi diventano tragedie come quelle di Attilio Ferraris, di Agostino Di Bartolomei e Giuliano Taccola…morti premature. Come quella di Mario Forlivesi, una storia che non ha fatto in tempo a entrare in quella coreografia, una storia che sfugge alle luci della notorietà e che merita di essere ricordata.Mario è un figlio di Roma il cui destino ha tolto lui la possibilità di diventare capitano della compagine giallorossa. Mario nella sua breve vita non ha fatto in tempo a diventare una bandiera della Roma. Chi è appassionato della storia del sodalizio giallorosso conosce la vicenda, ma la maggior parte dei tifosi non conosce nemmeno il nome, e non per colpa loro: se n’è parlato sempre troppo poco. Una vicenda assolutamente particolare e tragica che ebbe grande eco all’epoca in cui accadde. Eppure non tutti sanno che a Roma c’è stato un periodo in cui questo ragazzo era sulla bocca di tutti. Incarnava il sogno di ogni ragazzino. Un sogno che non cambia con il passare degli anni, delle generazioni: quello di indossare la maglia della propria squadra del cuore e addirittura esserne il centravanti. Cioè colui che più degli altri ha il compito di finalizzare la manovra con l’ultimo tocco. Chi non lo ha sognato? Quante stanze sono state trasformate nel campo di calcio per le nostre sfide? Ognuno di noi da bambino, accompagnato dalla propria fantasia, ha giocato partite immaginarie: s’iniziava salutando il pubblico assiepato vicino l’armadio e poi, azioni su azioni alternando il nostro nome con quello dei nostri beniamini, si arrivava al gol. Un gol mai banale ovviamente. Poi di corsa verso la curva vicino la scrivania piena di tifosi che urlavano il nostro nome. Un urlo che abbiamo tutti sentito per davvero. Un sogno cui Mario è arrivato, così come arrivarono le prime convocazioni, le prime partite… i primi gol. La consacrazione da promessa a giocatore vero. I primi titoli dei giornali per lui. “Hai visto Forlivesi?” riecheggia nei bar, nelle strade, negli uffici, nelle botteghe, al mercato. Poi una malattia, un’orrenda malattia come lo sono tutte, toglie a Mario la vita. Una vita che sarebbe stata sicuramente di successo visto le premesse. Una vita appena iniziata, stroncata in quel momento in cui si comincia ad assaporare la consapevolezza di essere uomo.

Una storia così non può rimanere nell’oblio, nel dimenticatoio. Non può e non deve. E non lo sarà. Promessa questa fatta davanti a lui, sulla sua tomba. Nessuna pretesa di essere esaustivi, ma con l’ambizione di far conoscere meglio la storia di un figlio di Roma.

La famiglia, le origini

Mario Forlivesi nasce a Roma il 5 febbraio 1927, nello stesso anno di fondazione dell’Associazione Sportiva Roma. Una registrazione, quella relativa alla sua nascita, avvenuta solo nel 1929 a seguito della sentenza emessa dal Tribunale Civile e Penale di Roma in data 15 settembre del 1927 con la quale si autorizza a ricevere la tardiva denuncia di nascita. Un atto che finalmente mette la parola fine alla ricerca della sua corretta data di nascita.

Dallo stesso atto si evince come Mario sia nato in una casa sita a Roma in Via Flaminia n. 45 da Remo Forlivesi e Beatrice Patrizi.

Remo Forlivesi nasce a Roma il 17 aprile 1888 ed è figlio di Teodoro Gaetano noto scultore di fine ‘800. Teodoro Gaetano Forlivesi è autore della famosa Tomba del Conte di Basterot sita nella Basilica di San Clemente in Laterano e del busto di Giordano Bruno al Pincio, opera quest’ultima realizzata insieme ad Augusto Senepa. Fu molto attivo anche in Germania dove soggiornò per molto tempo. Alcune delle sue opere sono in possesso di collezionisti privati.

Torniamo a Remo, il papà: “Portiere di ruolo. Studente. Residente in Via della Maddalena n. 42, piano 2° e più tardi in Via Flaminia n. 45. Nel 1908 fu chiamato alle armi e nel 1910 era telegrafista effettivo. Congedato, fu richiamato per mobilitazione il 22 maggio 1915 e assegnato al 3° reggimento telegrafisti del genio militare. Fu congedato definitivamente nel 1919. Decorato con la Medaglia commemorativa nazionale per la guerra 1915-18 e con la Croce al merito. Il 5 gennaio 1936 fu insignito della Medaglia interalleata della Vittoria. Titolare della Lazio nella stagione 1908/09. Gioca, spesso come riserva, fino al 1914. Vince le prestigiose coppe Tosti e Viscogliosi-Baccelli nel 1908. Nella Lazio da sempre, si era distinto inizialmente come forte nuotatore e pioniere della Pallanuoto” (Cit. Laziowiki.org).

 Si, il padre di Mario è stato giocatore della Lazio.

Un uomo, Remo Forlivesi, che ha a cuore la patria e lo sport. Così come tutta la famiglia Forlivesi che sembra partecipare a tutte le iniziative sportive a Roma: ciclismo, podismo, nuoto, pallanuoto e ovviamente il calcio. In tutte le specialità primeggiano Remo, il gemello Romolo e l’altro fratello Leonardo. L’arte dello scultore Teodoro sembra scolpire il fisico e l’entusiasmo dei figli. Remo, il papà di Mario, muore il 24 giugno 1944 a seguito di una caduta dalla bicicletta. Una banalissima caduta che inizialmente sembrava cosa di poco conto e che poi invece, nel giro di poche ore, lo conduce alla morte ad appena cinquantasei anni.

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Mario, il più piccolo in alto, insieme alla sua splendida famiglia

Mario ha anche un fratello, Sergio, e due sorelle, Laura e Franca. Anche Sergio è un appassionato di calcio e lo ritroviamo come allenatore delle squadre giovanili della Lazio nella metà degli anni ’70.

Insomma, tutta la famiglia Forlivesi sembra avere una passione verso i colori biancocelesti, ma non Mario. Lui cresce nella Fortitudo dove “L’Omo de Fero”, Ferraris IV, aveva mantenuto ottimi rapporti e con la quale aveva militato da ragazzo. E insieme a Mario nell’Elettronica, squadra in cui Ferraris è tornato a giocare a quarant’anni circa, affronta proprio la Roma durante il Campionato Romano di Guerra. Presumibilmente fu proprio Ferraris IV a segnalarlo a Masetti, suo grandissimo amico, che guidava la “Squadra Ragazzi” della Roma. Allora, se è andata così, siamo assolutamente certi che gli ha trasmesso anche il significato di quella maglia.

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Forlivesi e Amadei: lo sguardo tra il giovane e l’affermato campione

Nasce quindi la sua storia con la Roma, contrassegnata da tanti, tantissimi, impegni tra la Formazione Ragazzi, la Formazione Riserve e la Prima Squadra. Un talento naturale, forse ancora acerbo, ma di grande effetto già nelle sue prime partite dove aveva il compito di sostituire l’esperto Amadei, il quale non lesinava consigli al suo giovane compagno di squadra.

 

 Questa è la prima parte della storia di Mario, oggi 5 Febbraio, nella ricorrenza della nascita: una storia in tre parti che ci accompagnerà sino al 29 Marzo p.v., giorno della ricorrenza della sua scomparsa. Una storia che non rimarrà nell’oblio.

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Una bellissima foto di Mario con dedica alla cugina Luciana alla quale era molto legato. Lei, presente sino agli ultimi istanti di vita di Mario, è venuta a mancare proprio in questi giorni. Dedichiamo a entrambi questo nostro ricordo.

Si ringraziano le famiglie Forlivesi/Iovine/Odorisio per la collaborazione e per le foto messe a nostra disposizione.

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Seconda parte

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Terza ed ultima parte

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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7 Comments

7 Comments

  1. Rob Ted 😉

    5 Febbraio 2018 at 8:56

    Bellissimo ricordo… Fede, si sente la passione nel ricordo di questo “Capitano mancato”

    T’abbraccio.

  2. glieroidelcalcio

    5 Febbraio 2018 at 9:10

    Grazie!

  3. fototedeschi

    5 Febbraio 2018 at 9:13

    Ho letto e pure commentato … bellissimo !!!Come ho scritto nel , commento si sente l’amore e la passione … pe sti colori  😉😉😉👍👍👍

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

  4. fototedeschi

    5 Febbraio 2018 at 9:14

    Un Capitano Mancato !

    Inviato da smartphone Samsung Galaxy.

  5. Anonimo

    5 Febbraio 2018 at 19:00

    Bell’articolo mi é piaciuto

  6. Marcello

    5 Febbraio 2018 at 19:01

    Bell’articolo mi é piaciuto

  7. Pingback: “Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Terza ed ultima parte – GLI EROI DEL CALCIO

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Il calcio femminile vietato dal regime

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giovanni Di Salvo) – Il 22 novembre 1933 in Italia calava ufficialmente il sipario sul neonato calcio femminile. Infatti il regime fascista, che già dai primi di ottobre ne aveva di fatto vietato la sua diffusione, rende “pubblica” la sua decisione attraverso le colonne del “Littoriale” (l’odierno Corriere dello Sport), che rappresentava la voce ufficiale del CONI.

Di seguito la parte più significativa dell’articolo apparso in prima pagina ed in cui la massima istituzione sportiva italiana, presieduta da Achille Starace, provava a “motivare” la sua scelta:

“Si può affermare dunque che il C.O.N.I., pur non contrastando il naturale, spontaneo, libero fiorire di una attività femminile nostrana, ossequiosa sempre delle norme che il Regime ha dettato per l’educazione civile della donna, ne segue d’anno in anno le manifestazioni con il fermo proposito di mantenere nei limiti di quegli esercizi nei quali, nelle Olimpiadi moderne, sono state con onore ammesse le donne.

Sarebbe invero antitetico con il dovere del C.O.N.I., ché quello di ottenere che una nazionale florida e vivente, quale è l’Italia, affermi in ognuna delle prove olimpiche la propria efficienza e maturità sportiva, che in Italia si ostacolassero legittime manifestazioni, di una metodica attività sportiva femminile, quando educatori, politici, fisiologhi, tecnici, uomini insomma di specchiata responsabilità, in ogni altra nazione civile, hanno proclamato utili gli esercizi sportivi permessi alle donne nelle Olimpiadi, alla integrazione morale e fisica delle migliori qualità muliebri. Tali esercizi sono: alcune prove, proporzionalmente e scientificamente ridotte, di atletica leggera; il fioretto per la scherma; il pattinaggio artistico; la ginnastica collettiva; alcune prove di nuoto; il tennis.

In ossequio a tale programma, e conscio dei doveri che il Regime gli ha affidati, il C.O.N.I. ha sempre represso, o fatto reprimere, qualsiasi tentativo sporadico di introdurre in Italia uno “spettacolare” sportivo femminile, che del resto, non esitiamo ad affermarlo, sarebbe stato condannato dal nostro pubblico. Anche recentemente il C.O.N.I. ha perentoriamente vietato esibizioni pubbliche di calcio femminile, come per il passato ha fatto per il pugilato.”

Il calcio femminile era giunto in Italia, in netto ritardo rispetto ad altri paesi europei come Inghilterra e Francia, agli inizi del 1933 grazie ad un gruppo di ragazze milanesi che aveva fondato il Gruppo Femminile Calcistico. Le novelle calciatrici indossavano gonne e sottane ed in porta utilizzavano dei ragazzini quindicenni.

L’11 giugno 1933 le calciatrici milanesi giocarono la prima partita davanti al grande pubblico: G.S. Cinzano-G.S. Ambrosiano. Il match si replicò il 9 luglio e tra gli spettatori vi erano anche alcuni dirigenti dello Sparta Praga, a Milano per la semifinale della Mitropa Cup.

Il calcio femminile cominciò a diffondersi tanto che la società Serenissima di Alessandria dopo l’estate costituì una sua squadra.

Ai primi di ottobre era stato programmato un incontro di calcio proprio tra le milanesi e le alessandrine ma alla fine la partita saltò proprio per l’intromissione del CONI, esplicitata poi nell’articolo riportato sopra.

Tale divieto determinò la fine sia del Gruppo Femminile Calcistico che della sezione femminile della Serenissima.

Si ritornerà a parlare di calcio femminile solo nel dopoguerra ovvero dopo la caduta del regime fascista.

Per chi volesse approfondire l’argomento:

“Le pioniere del calcio. La storia di un gruppo di donne che sfidò il regime fascista” della Bradipolibri (Prefazione scritta dal CT della nazionale Milena Bertolini)

“Quando le ballerine danzavano col pallone. La storia del calcio femminile” della GEO Edizioni (Prefazione scritta dal Vice Presidente L.N.D. Delegato per il Calcio Femminile Sandro Morgana).

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21 novembre 1999 – La Roma strapazza la Lazio nell’ultimo derby del millennio

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – A dispetto di quanto sostiene qualcuno, il derby di Roma, non è mai stata una partita come tutte le altre. La città ha sempre vissuto con trepidazione gli incroci tra le due squadre capitoline: una, la Roma, che rappresenta il popolo, la passione della gente che popola i vecchi rioni, e che porta i colori della città stessa; mentre, un’altra, la Lazio, che incarna, invece, lo spirito delle élite, dei quartieri più altolocati, le tradizioni legate all’Impero, e il vanto di aver portato, prima di chiunque altro, il calcio nella capitale. Due rette parallele, insomma, che non si sono mai sfiorate, l’una con l’altra.

Storicamente, le stracittadine, vista la forte rivalità tra le due fazioni, sono quasi sempre incontri nervosi, equilibrati e raramente spettacolari, dove a farla da padrona è più la paura di perdere, che la voglia di superare l’avversario.

Il prezioso tagliando d’ingresso

Alla soglie degli anni duemila però, le cose cambiano, gli equilibri si spezzano, e la sequenza infinita di pareggi, che caratterizza i primi anni ’90, viene interrotta da alcune partite spettacolari, caratterizzate da risultati pirotecnici, complici, da una parte, la forte ascesa verso le posizioni di vertice in Italia, prima dei biancoazzurri di patron Cragnotti, e poi dei giallorossi, del compianto presidente Sensi, e, dall’altra, la presenza sulle panchine delle due squadre, di allenatori meno inclini alla tattica, e più votati allo spettacolo, rispetto al passato.

La stracittadina che va in scena il 21 novembre 1999 allo Stadio Olimpico di Roma, oltre a certificare il ritorno della Roma sui palcoscenici che contano, dopo anni trascorsi nelle retrovie, ad osservare le gesta dei cugini laziali, spesso in lotta per il titolo, viene ricordata, anche, come l’ultimo derby del millennio.

La Lazio e la Roma sono, come poche altre volte accaduto nella storia, compagini fortissime. Cragnotti e Sensi, allestiscono due squadre zeppe di campioni: Nesta, Simeone, Veron, Nedved, Salas, solo alcuni dei fuoriclasse a disposizione dell’allenatore svedese, della Lazio, Sven Goran Eriksson, mentre Aldair, Cafù, Candelà, Totti, Montella, sono, invece, solo alcuni di quelli a disposizione di Fabio Capello, quest’ultimo, alla sua prima annata, sulla panchina giallorossa, e chiamato a riportare, il prima possibile, i giallorossi, in vetta al campionato.

Di rado le due squadre capitoline si trovano a duellare per i vertici della classifica, sempre appannaggio della Juventus, e delle milanesi. Proprio per questo motivo, e per la storica rivalità cittadina, quel giorno all’Olimpico si registra il tutto esaurito, quasi 78.000 spettatori sugli spalti, atmosfera incredibile, e tifo nelle curve da lasciare senza fiato. Una menzione speciale merita quanto si vede nella curva Sud, quella romanista; forse, uno degli spettacoli più belli nella storia delle scenografie della stracittadina: un telone gigantesco, con lo sfondo bianco, su cui appare il disegno di un gruppo di guerrieri che si appresta a combattere, contornato da un mare di cartoncini gialli e rossi, e la frase impressa sullo striscione, alla base dell’enorme drappo, che recita: “Tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma”, ispirata ad un verso del poeta Orazio Flacco Quinto (in latino “Possis nihil Urbe Roma visere maius”), che venne musicata anche da Puccini, e ripresa nelle strofe dell’Inno a Roma. Quella frase appare quasi profetica, perché è davvero difficile vedere qualcosa di più grande, e prorompente, della Roma scesa in campo, quel giorno, sul prato dell’Olimpico.

Nonostante la squadra di Eriksson preceda in classifica quella di Capello (Lazio capolista a più cinque punti sui giallorossi) e abbia i favori del pronostico, la Roma appare subito in palla ed in grado di sovvertirlo. I tre attaccanti della nazionale italiana, lì davanti, sono inarrestabili: il capitano Francesco Totti, (“Super”) Marco Delvecchio e Vincenzo Montella (alias “aeroplanino”), confezionano una delle migliori prestazioni corali, della loro carriera, in casacca giallorossa.

Non ci sono schermaglie, l’avvio della Roma è bruciante, e al 7’ minuto i giallorossi sono già in vantaggio, grazie a Marco Delvecchio che, servito da una perfetta verticalizzazione del prezioso, e mai giustamente apprezzato Cristiano Zanetti, batte il portiere laziale Marchegiani con un imprendibile sinistro a fil di palo. I biancazzurri accusano il colpo, abbozzano una timida reazione, ma passano solo altri quattro minuti e, questa volta, è “aeroplanino” Montella a punire ancora la Lazio, scattando sul filo del fuorigioco, e insaccando con un pallonetto di classe cristallina, la porta difesa dall’estremo difensore laziale, che si impegna, comunque, in una disperata, quanto vana, uscita.

I tifosi sugli spalti non credono ai loro occhi, sono solo trascorsi undici minuti e già il destino dell’incontro appare segnato: quelli giallorossi se li stropicciano, e pregustano già un lunedì mattina al bar, con colazione pagata e sfottò per i cugini, mentre quelli biancocelesti cominciano, invece, ad assaporare una giornata, ed una settimana a venire, tremendamente amara.

Sarebbe legittimo ipotizzare una reazione della fortissima, ed esperta, squadra di Eriksson, invece, sono i ragazzi di Capello che, pur amministrando la gara, sfiorano, al culmine di un’azione meravigliosa, la terza marcatura con l’indiavolato Delvecchio. Lui stesso, però, poco dopo, non sbaglia e, al minuto ventisei, riprendendo un pallone calciato da Totti, porta a tre le segnature della Roma. Il risultato maturato è così repentino ed eclatante, che neanche Marco ci crede e, durante i festeggiamenti per il goal, propone una strana esultanza, in cui simula, infatti, di prendersi a schiaffi da solo, e sembra voler dire … tutto troppo bello per essere vero!

Basterebbero già tre segnature per affossare l’avversario, ma, quel giorno, Vincenzo Montella non vuole essere da meno del suo compagno di reparto, già marcatore di due reti, e approfitta, quindi, della tenuta vacanziera della difesa laziale: trascorrono solo altri tre minuti, e lo scugnizzo di Pomigliano, sfruttando al massimo un rilancio lungo, e senza pretese, del difensore Mangone, brucia sullo scatto lo stordito Mihajlovic, dribbla il portiere biancazzurro, e insacca a porta vuota, ancora una  volta.

Nonostante ci sia ancora un quarto d’ora circa, prima dell’intervallo, la Lazio riesce a non prendere altri goal, e la prima frazione di gioco si chiude quindi sul 4-0 per la Roma, risultato davvero clamoroso, a queste latitudini.

I biancoazzurri, nella ripresa, ci provano a riprendere le redini della partita, almeno per evitare punteggi tennistici, e salvare l’onore. La Lazio si fa quindi sotto e, al sesto minuto, l’arbitro concede ai ragazzi di Eriksson un rigore, per un fallo di mano in area di Aldair, che Sinisa Mihajlovic trasforma sotto la curva Sud romanista, nonostante il bravo Antonioli intuisca la traiettoria. I tifosi romanisti provano sulla pelle un piccolo brivido, e nell’anticamera del cervello di alcuni, i più pessimisti forse, comincia ad albergare un timore di rimonta, da parte degli odiati cugini.

Al 15′ è ancora il serbo a insidiare la porta giallorossa con una punizione, che il portiere giallorosso riesce miracolosamente a respingere, con l’ausilio del palo, e quindi a salvare. Forse è proprio in questa circostanza, che si spengono, definitivamente, le flebili speranze laziali di recuperare la partita.

La Lazio, nonostante tutto, continua a spingere, principalmente per onore di firma, ma la Roma vince, e i suoi tifosi possono cominciare a sognare, che il condottiero Fabio Capello, da Pieris, riporti nella capitale, sponda romanista, un tricolore che manca, ormai, da molti, troppi, lustri.

I biancazzurri, alla prima sconfitta in questo campionato, escono, comunque, demoralizzati e ridimensionati da questo Derby. In classifica, la compagine laziale viene così raggiunta a quota 21 punti dalla Juventus, mentre la Roma, salendo terza a 19 punti, propone fortemente anche la sua, di candidatura, per la vittoria finale del titolo.

Nonostante la sonora sconfitta, la Lazio riprende comunque il suo cammino virtuoso e cancella, almeno in parte, quanto accaduto. Alla fine dell’anno si toglie, infatti, la soddisfazione più grande, ovvero quella di laurearsi campione d’Italia a scapito della Juventus. La Roma, dovrà attendere, invece, un altro anno per portarsi a casa lo scudetto.

Mai come questa volta, chi vince una battaglia, non può certo raccontare di avere vinto la guerra.

 

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Il “vecchio” Brugnera

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “Dire oggi che Brugnera è l’ultimo alfiere del grande Cagliari di Gigi Riva non sembra proprio un eufemismo. Per chi ricorda i sardi campioni d’Italia non sembra neanche esagerato dire che una buona fetta di quelle imprese memorabili furono propiziate grazie alla sapienza tecnica e stilistica di questo oggi anziano campione che, all’età di 33 anni e mezzo, riesce ad interpretare la figura del libero nel modo più completo ed efficace, distinguendosi come il migliore del campionato”.

Inizia così l’articolo dedicato a “Il vecchio Brugnera” su Il Messagero Sardo del novembre 1979, a firma Claudio Arnone.

Una bellissima vignetta celebra il calciatore nell’atto di “dirigere” la squadra con tanto di megafono. Nato a Venezia nel 1946 ha legato la sua carriera alla maglia rossoblù, scrivendo il proprio nome sullo Scudetto del 1970. Nell’estate del 1968 si trasferisce al Cagliari insieme al portiere Albertosi dalla Fiorentina. In Sardegna ha vissuto momenti di altissimo livello ma anche momenti fortemente negativi come la retrocessione in B. 338 presenze con il Cagliari tra massima serie e cadetteria insieme a 33 reti segnate e, ancora oggi, occupa il 12º posto della classifica marcatori dei sardi, insieme a Sergio Gori.

Continua l’articolo…” Basta vederlo giostrare in campo, anche quando la difesa rossoblù è scomposta, il buon Mario riesce a rimanere lucido ragionatore e, con la sua freddezza, ad erigersi da solo alle folate offensive avversarie”.

Durante questa intervista Brugnera ha 33 anni … “A me piace molto giocare al calcio e lo farò sino a quando mi divertirò”, dice, “E siccome ancora non mi sento “vecchio”, spero di continuare così ancora per qualche anno. Dirò di più. Quando Tiddia mi ha prospettato la opportunità di giocare da libero non ho fatto nessun commento né ho avuto attimi di smarrimento perché sapevo di potercela fare, ma soprattutto, di continuare a divertirmi e di dare il mio contributo alle fortune del Cagliari”.Il calciatore si sofferma poi sulla situazione del momento del Cagliari molto positiva “… è prematuro montarsi la testa”, e poi si lascia andare ad un giudizio su Tiddia, “E’ uno che non ha nulla da invidiare ai vari Radice, Castagner e via dicendo”. L’intervista si chiude con la risposta di Brugnera alla domanda “Ha intenzione di giocare al calcio per molto tempo?” … “Fino a quando mi accorgerò di essere utile all’allenatore ed alla squadra. Beninteso dovrò anche trovare quegli stimoli che mi possano appagare del tempo che io in piego in questa professione, nonché il gusto del gioco che sta alla base di tutto”.

Parole sante aggiungiamo noi.

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