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Il Calcio Racconta

13 Febbraio 1985 Campobasso è il centro del mondo: ottavi di Coppa Italia Campobasso – Juventus 1-0. Ugolotti in esclusiva a GliEroidelCalcio: “Una piazza che merita un grande progetto”.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Ci sono date che rimangono scolpite nel cuore. Ci sono momenti così profondi che lasciano il segno, situazioni in cui, anche a distanza di anni, ci si ricorda con chi si era, chi ci stava intorno, chi con noi ha condiviso una certa gioia o un certo dolore. Per chi ha le sorti del Campobasso nel cuore uno di questi momenti è sicuramente il 13 febbraio 1985. Una data che nessun abitante di Campobasso, tifoso o no della squadra rappresentante la città, può dimenticare. Stiamo parlando probabilmente del momento più alto della storia rossoblù, gli ottavi di Finale di Coppa Italia contro la Juventus, nel giorno dell’inaugurazione dello Stadio Nuovo Romagnoli di Selvapiana. Sono gli anni ‘8o e la città, designata capoluogo di regione nel 1963, è in piena fase di espansione. In questo periodo avviene, infatti, un importante incremento demografico accompagnato da un ovvio sviluppo edilizio. Si concentrano qui gli uffici della pubblica amministrazione regionale, ma anche i privati con nuovi sportelli bancari e agenzie assicurative. Nel 1982 fu fondata l’Università degli Studi del Molise che contribuì così anche all’aumento della popolazione studentesca.

Insomma un’atmosfera particolare in questi anni avvolge il capoluogo molisano, come ci conferma anche Guido Ugolotti, autore del tiro-partita entrato nella storia, che per l’occasione abbiamo raggiunto. Ugolotti si dimostra, come al solito, estremamente gentile e, dalle sue prime parole, anche orgoglioso del periodo trascorso a Campobasso. “Provenivo da ambienti diversi, Roma su tutti, ma trovai una società eccezionale in tutte le sue componenti. C’era un’atmosfera familiare, un periodo splendido per la città che in quel momento era anche una vetrina per tutta la regione. Per la partita con la Juventus c’era tanta attesa ed euforia, una grande voglia da parte dei tifosi e della cittadinanza di partecipare all’evento. L’inaugurazione del nuovo stadio era già di per sé un avvenimento per la città, in più arrivava lo squadrone bianconero. Una partita importante ma affrontata anche con tranquillità, si era consapevoli della differenza tra noi e loro, quindi nessuna pressione da risultato chiaramente. Anche perché era in campionato che dovevamo dire la nostra. Noi ovviamente eravamo tutti determinati a voler fare bella figura. Prima della partita il Presidente Antonio Molinari e l’allenatore Bruno Mazzia fecero leva proprio sul senso di appartenenza, ponendo l’accento sul fatto che eravamo, in qualche modo, il biglietto da visita dell’intera zona geografica, non solo della città. Ci spronarono a dare il massimo perché fuori c’erano 40.000 persone sugli spalti e una regione intera che ci avrebbe guardato”.

 

ugolotti glieroidelcalcio disegno

Ugolotti visto da Walter Genua (CB Goal Febbraio 1985)

La Juventus che scendeva in terra molisana aveva appena vinto la Supercoppa Uefa ai danni del Liverpool e vincerà la Coppa dei Campioni, sempre con i Reds, nella tragica serata dell’Heysel del Maggio successivo. Insomma una corazzata, una squadra che non autorizzava i campobassani a fantasticare nulla.

 

“Quando scendemmo in campo”, continua Ugolotti, “Ci trovammo in mezzo ad una bolgia indescrivibile ed entusiasmo alle stelle, un colpo d’occhio eccezionale. Io avevo già affrontato la Juventus altre volte, l’avevo battuta con la Roma e segnai anche a Torino quando avevo la maglia del Pisa, ero abbastanza abituato a certe partite. Mi ricordo invece nei volti di alcuni dei miei compagni la meraviglia di avere di fronte una squadra leggendaria, fortissima e con calciatori che molti di loro avevano visto solo in TV. Facevamo la conta per capire chi di loro non fosse stato schierato in campo, in una logica che oggi definiremmo di turnover, ma poi ci rendemmo conto che era comunque una squadra praticamente imbattibile”.

Invece al ‘38 succede ciò che nemmeno i più ottimisti si sarebbero mai azzardati a sognare, cross al centro dell’area, un colpo di testa di un difensore bianconero e la palla si dirige verso Ugolotti… “Sono andato d’istinto verso il pallone”, ci dice Ugolotti, “Stop di petto, palla a terra e tiro verso la porta. Ci fu la deviazione da parte del difensore bianconero, Pioli, e la palla entrò in rete. Un boato unico, indescrivibile. Io feci un’esultanza direi liberatoria. Non avevo fatto tanti gol in quella stagione e con il cambio allenatore trovai più spazio. Fu importante per me, ma soprattutto per la piazza, lo meritava”.

Poi nella partita di ritorno il risultato fu ribaltato, 4-1 per la squadra torinese: “Fu proprio nella partita di ritorno che pensai che forse avremmo potuto passare il turno”, prosegue Ugolotti, “..al ‘15 andammo in vantaggio con Perrone e subito feci due calcoli … avrebbero dovuto farci tre reti se volevano andare avanti nella competizione, abbiamo creduto nel sogno. Loro invece ce ne fecero quattro. Ecco io credo che Campobasso, dove ho ancora molte amicizie, meriti molto di più. Credo meriti un progetto come quello di allora, dove crederci e farci credere l’intera città. Dopo quegli anni non ci sono stati più momenti come quelli purtroppo. È una piazza che ha fame di calcio, un enorme bacino d’affetto: merita un grande progetto”.

campobasso gli eroi del calcio

La pagina scritta quel giorno, innanzi a nomi che hanno fatto la storia del calcio come Trapattoni, Scirea, Cabrini, Tardelli, Paolo Rossi, Platini e Boniek, riecheggerà per l’eternità, così come il commento finale del telecronista locale Gennaro Ventresca, pillole di un altro calcio da tramandare alle generazioni più giovani, un commento fiero, composto ma anche ironico: “Ribadiamo il finale, tra la sorpresa generale e diciamo anche tra qualche muso lungo di tifoso juventino, il Campobasso ha battuto la Regina del calcio italiano, la pluri-scudettata, la Juventus. Con queste ultime scene sul Romagnoli si conclude una giornata che ha del sensazionale perché è andato tutto bene. Risultato che forse non era in previsione che è venuto a rendere ancora più scintillante un giorno glaciale per quanto riguarda la temperatura ma sicuramente tropicale per quanto riguarda il caldo che si è venuto a generare a livello di entusiasmo in questo Stadio”.

 Scrivere una poesia a volte è più semplice di ciò che si pensa.

 

Si ringraziano Guido Ugolotti per aver accettato il nostro invito e Antonio Salvatore per il materiale che ci è stato messo a disposizione.

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Michel Platini ospite a “Che tempo che fa”: “Venivo da un paese in cui non si viveva il calcio come in Italia”

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Fabio Fazio riceve “Le Roi” Michel Platini a “Che tempo che fa” per la presentazione del suo libro “Il Re a nudo”. Scorrono le immagini dei successi dell’ex bianconero che si lascia sopraffare dall’emozione mentre il conduttore gli fa presente come lui sia “come una canzone, un sottofondo della nostra vita, fa parte di tutti”.

“Giocavo con quelli più grandi di me, è così che ho imparato a dribblare”, inizia l’ex Re a raccontarsi, “Venivo da un paese in cui non si viveva il calcio come lo vivete voi, per me è stato un trauma. All’epoca il tifoso in Francia non esisteva, esisteva lo spettatore che andava a vedere la partita, il tifoso che sprona la squadra non esisteva. Un altro mondo per me”.

Dopo aver snocciolato i nomi dei suoi compagni in quel periodo bianconero ha ricordato una frase di Agnelli su di lui, “Abbiamo preso Platini in un paese che non capisce niente di calcio e ci ha insegnato a giocare”. Si è poi tornati al gol annullato nel 1985 durante la finale della Coppa Intercontinentale: “Era validissimo” … e ricorda anche di aver incontrato il guardalinee che aveva fatto annullare la rete qualche tempo dopo a Singapore… “Quasi quasi lo ammazzavo” dice ironicamente.

“Ho fatto l’allenatore della nazionale francese per cinque anni, poi ho smesso, non mi piaceva la vita da C.T.”, prosegue il francese, “Poi mi sono messo al servizio del mio paese per l’organizzazione della Coppa Del Mondo del 1998 che abbiamo vinto (ride)… e poi l’avventura nella Fifa… dove un calciatore finalmente ha la possibilità di difendere il calcio in un mondo di dirigenti. Sono stato l’unico calciatore in quel mondo” …

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14 novembre 1934 – La battaglia di Highbury

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Pensando al 1934 ed alla Nazionale italiana la prima cosa che salta in mente è la vittoria nella coppa del mondo che Pozzo e i suoi conquistano a Roma il 10 Giugno. Nel 1934, come conseguenza di quel mondiale vinto, c’è un’altra partita forse ricordata ancor più della vittoria ai mondiali: la “Battaglia” di Highbury che vide gli azzurri sconfitti per 3 a 2 dai “Maestri” inglesi.

È difficile pensare che una nazionale di blasone come quella Italiana possa avere una sconfitta tra le sue imprese; probabilmente una nazionale come quella Maltese potrebbe ricordare come “imprese” le sconfitte di misura contro nazionali molto più attrezzate, ma perché questo accada ad una nazionale fresca campione del mondo devono entrare in gioco diversi fattori.

In primis deve accadere che il calcio internazionale si trovi nella sua epoca pionieristica o ne sia appena uscito e che gli interessi “paralleli” al calcio più che economici siano legati alla propaganda politica ed ai sentimenti nazionalistici, così accade che i “Maestri” inglesi, come inventori del calcio decidano che per loro sia inutile partecipare ai Mondiali organizzati dalla FIFA, la loro superiorità è tale che non hanno bisogno di confrontarsi con le altre nazioni in un torneo: fintanto che non comporta mancati guadagni che vanno quasi ad inficiare il PIL di una nazione, la rinuncia ai Mondiali di Calcio è una strada percorribile.

Deve anche accadere che i “Maestri” decidano di organizzare una sfida contro i campioni del Mondo in carica quasi ad onorarli della loro attenzione. L’Amichevole (che tanto amichevole non è) deve essere anche organizzata a novembre, uno dei periodi più piovosi in quella che è forse la nazione più piovosa del continente. Deve anche accadere che oltre alla pioggia novembre regali la nebbia nascondendo molte cose all’arbitro svedese Otto Ohlsson, è così che il “centro attacco” inglese Ted Drake dopo due minuti con un intervento deciso rompe il piede all’azzurro Monti che non può essere sostituito perché le sostituzioni non sono previste. Tutto ciò un minuto dopo il rigore calciato dall’inglese Ted Drake e parato da Ceresoli. Gli inglesi comunque dopo aver sbagliato il rigore ed aver azzoppato Monti, rifilano agli Azzurri 3 gol in 9 minuti, trovandosi sul 3 a 0 al 12° minuto. Pozzo corre ai ripari spostando l’ormai immobile Monti prima sulla mediana, poi come ala (per poi toglierlo dal campo).

Nell’elenco degli accadimenti che portano alla “vittoria morale” italiana anche c’è sicuramente il fatto che la Nazionale Italiana può aver messo in preventivo di perdere ma non di essere umiliata, così non si sa quanto con le buone o quanto con le cattive (come ipotizza Gianni Brera), l’undici o meglio il dieci italiano inizia una strenua resistenza riuscendo a chiudere il primo tempo senza subire altre reti.

Nel secondo tempo sulla falsariga di quanto fatto dagli inglesi nel primo tempo l’Italia si porta sul 3 a 2 nel giro di pochi minuti, è Meazza a finalizzare due azioni al 58° ed al 62° ma la rimonta italiana si ferma qui, sarà la traversa ad impedire la rimonta nel finale di partita.

La narrazione tipica del periodo fascista farà il resto, abbondano i racconti dell’epica impresa degli azzurri e dei tifosi italiani al seguito che festeggeranno la “vittoria”. La stampa inglese criticherà invece i suoi per non aver voluto infierire su un avversario ormai domato.

È così che è nato il mito di quella partita e dei Leoni di Highbury rinforzato negli anni da una specie di maledizione che porterà gli italiani a dover attendere 39 anni esatti per consumare la rivincita, gli azzurri dovranno quindi aspettare un’altra epoca ed un’altra storia che vi abbiamo raccontato esattamente un anno fa in questo articolo.

 

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1979…Sangue, spaghetti, cipolle. Questo il calcio in Italia

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “Gioca in Italia e poi muori” è il titolo di uno dei due articoli che il settimanale di informazione tedesco “Der Spiegel” dedica al calcio nel nostro Paese, definito “la più scaltra nazione calcistica del mondo”, perché in essa vige “la legge delle canaglie e dei ciarlatani”. L’altro articolo del settimanale amburghese ha per titolo “Roma olocausto”, per la minaccia di strage che i tifosi della Lazio […] esprimerebbero nei confronti dei rivali locali della Roma, ostentando il braccio levato nel saluto fascista”.

Queste le prime righe dell’articolo apparso su La Stampa del 13 novembre 1979. Un articolo duro, pesante, in cui si fa il punto delle accuse da parte dei quotidiani tedeschi nei confronti dell’Italia e del calcio della penisola. È bene ricordare che siamo a pochi giorni di distanza dall’omicidio, purtroppo, di Vincenzo Paparelli.

Anche lo Spiegel non risparmia critiche e accuse all’Italia del pallone … “Un tifoso, nostalgico delle vittorie azzurre ai mondiali del ’34 e del ’38, avrebbe addirittura implorato “ritorna, o Duce, o liberatore, o dittatore”. Un settimanale importante oggi come allora quando vantava una tiratura di circa un milione di copie, considerato “il verbo”. Un quotidiano temuto e per questo preso sul serio. Ed è per questo che il suo giudizio sul calcio italiano ha fatto discutere. Pistole & Spaghetti … questa è l’immagine che raccontano del nostro paese i quotidiani tedeschi.

Poi si portano una serie di esempi in cui le affermazioni avrebbero trovato conferme negli atteggiamenti: il giocatore Hannes, del Borussia, avrebbe detto che andava ad affrontare l’Inter in quella che sarebbe stata “una lotta con i mangiatori di spaghetti”. Nulla rispetto a quanto invece affermava il presidente dello Stoccarda, che reduce dalla partita di Torino avrebbe detto …”Siamo in guerra. Dobbiamo seriamente riflettere se si debba ancora giocare con certe squadre italiane”. Allo stadio comunale di Torino, i tifosi granata avrebbero apostrofato la squadra ospite come “SS” e “nazisti”. “Guerra, morte, sangue e politica sono il «leitmotiv» dei due articoli”.

Si fa anche riferimento al fatto che esiste un nesso tra il nome dei “granata” torinesi e le bombe a mano; si racconta anche che un giocatore del Napoli avrebbe minacciato un avversario dello Standard Liegi dicendogli: “Conosci Napoli? Laggiù è già pronta la tua tomba”. Inoltre il Torino sarebbe una squadra di karatè dove ci si ispira alla regola “spranga di ferro e frattura delle ossa”. Ma ci si riferisce anche al caso dì Luis Suarez, il quale alcuni anni prima avrebbe colpito al basso ventre Kurrat, giocatore del Borussia Dortmund, e avergli confidato poi a fine partita “Scusa, ma lo vogliono i tifosi, altrimenti mi insultano come un vigliacco”.

Ma addirittura si fa riferimento a quelle che vengono definite “rivelazioni”:

“I campi delle squadre italiane non vengono squalificati (a differenza di altri, come di recente quelli di Atene, San Sebastian e Valencia, -dove i tumulti furono assai più innocui- di quelli di Torino con lo Stoccarda) perché la commissione disciplinare dell’Uefa è presieduta dall’avvocato Alberto Barbe, che dà soltanto multe alle squadre italiane.”

Insomma, “Tutto è lecito sui campi di gioco italiani: se Dante vivesse oggi, avrebbe ambientato il suo “Inferno” in una partita di Coppa con attori italiani. Loro come protagonisti, gli altri sempre come vittime. Nel nostro Paese esiste “un diretto legame tra stadio, ospedale e Vaticano. Nello stadio si scatena il demonio, all’ospedale interviene la Madonna e in Vaticano il Santo Padre impartisce l’assoluzione ai bruti pentiti”.

Poi si arriva alla “perla”: “l’ex attaccante italo-brasiliano Angelo Sormani, stando allo Spiegel, aveva un metodo delicato per mettere fuori combattimento l’avversario: portava nel taschino posteriore dei calzoncini una manciata di cipolle tritate. Quando un avversario era caduto, atterrato da un’accurata puntata alla caviglia, Sormani insaporiva il palmo della mano nella pastetta di cipolle e poi passava amorevolmente il condimento sugli occhi dell’uomo a terra”.

 

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