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La Penna degli Altri

28 febbraio 1988 – Roma vs Juventus 2-0 e la doppietta di Stefano Desideri. Il giocatore: “Momenti indimenticabili della vita”. INTERVISTA

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – Sfogliando i giornali di fine Febbraio del 1988 possiamo notare come ci siano alcune notizie che la fanno da padrone: il “Delitto del Canaro”, lo scandalo delle “Carceri d’Oro” e Massimo Ranieri che vince il Festival di Sanremo con Perdere l’Amore. Quotidiani in cui si notano le offerte di Titoli di Stato con rendimenti che viaggiano a due cifre. Troviamo titoli che celebrano la bella e brava pattinatrice tedesca dell’Est, si perché c’è ancora il muro a Berlino, Khatarina Witt che vince la medaglia d’oro nel “Pattinaggio di Figura” alle Olimpiadi a Calgary. Non mancano ovviamente titoli che incensano “Tomba la Bomba”, vincitore di due ori nella stessa Olimpiade, sia nello Slalom Gigante sia nello Slalom Speciale. Ma c’è anche spazio per un Eroe con la casacca giallorossa, protagonista di una doppietta che permette alla Roma di superare la Juventus: Stefano Desideri.

roma juve bigliettoRoma – Juventus non è mai una partita normale e non lo è nemmeno il 28 febbraio 1988. Una partita che nei primi anni ’80 risulta essere sempre decisiva per lo scudetto. “Era la partita più sentita, se ne parlava per mesi quando i due Presidenti cominciavano a stuzzicarsi”, ci racconta Stefano Desideri raggiunto per l’occasione, “Insomma si arrivava alla partita molto carichi. E carichi erano i tifosi. Erano i tempi in cui gli stadi erano pieni, non si giocava mai con meno di 50.000 spettatori all’Olimpico, e le coreografie ti lasciavano a bocca aperta”.
Anche in questa giornata i tifosi giallorossi preparano una coreografia molto particolare, nonostante si stesse vivendo in curva Sud una spaccatura originata dall’acquisto di Lionello Manfredonia. Ne deriva una coreografia comunque particolare: gli appartenenti al CUCS-GAM, cioè coloro che non ne vogliono sapere di vedere Manfredonia indossare la maglia della Roma, utilizzano dei cappelli molto alti gialli e rossi, il resto della curva, insieme a tutto lo stadio, invece adotta la coreografia del Vecchio CUCS con dei tondi di cartone girevoli ad effetto spirale attaccati ad una stecca di plastica. Tanto per parlare di qualcosa di diverso in Tevere appare lo striscione relativo allo stadio: “PER UNA GRANDE ROMA SI ALLA ROMANINA”, dopo trent’anni siamo allo stesso punto.

desideriDurante la gara la Roma ha una maggiore supremazia territoriale, ma non riesce a sfruttarla e il primo tempo si conclude a reti inviolate. Nel secondo tempo invece, al 18’, Gerolin s’invola sulla destra e scodella al centro un pallone alto, morbido… ”Mi sono avventato sul pallone”, ricorda Stefano, “Sono saltato con la speranza di prendere il pallone e mandarlo verso la porta. Non ero vicino, ero tra il limite e il dischetto del rigore. Ne è nata una parabola imprendibile per Tacconi che appena accenna alla parata. Poi desiste rendendosi conto che il pallone si stava infilando all’incrocio dei pali. Che grande emozione ho provato”.
A questo punto della contesa la compagine giallorossa gioca con più scioltezza, sfruttando gli spazi con le ripartenze, e proprio da una di queste al ’78 …”Si sviluppa un’azione sulla destra, faccio 30/40 metri in volata” ricorda Stefano, “poi la palla arriva a Boniek che mi vede arrivare e mi serve una palla filtrante. Ancora un’accelerazione e rubo il tempo a Cabrini e di sinistro la metto dentro in mezza scivolata. È gol. È di nuovo gol, è doppietta. Si sono susseguite tante emozioni… i boati dei tifosi, gli abbracci dei compagni, i complimenti del Mister e i saluti verso il pubblico da Eroe, perché così mi sentivo, un Eroe. Sono i momenti indimenticabili della vita. Quel giorno giocai con la maglia numero 10, per la squalifica di Giannini. Una maglia importante, un numero pesante. Credo di averla davvero onorata”.

Stefano Desideri ha piacere nel ricordare questa gara e quei momenti nella Roma, anche un velo di malinconia per il tempo ormai passato …“Ero un ragazzo che stava vivendo un momento fantastico, un ragazzo romano, romanista e cresciuto nel settore giovanile. Stavo coronando il mio sogno”.
Ci racconta anche un aneddoto: “Proprio in quei giorni, forse proprio il giorno dopo, Renzo Arbore invitò me e Manuel (Gerolin) a partecipare a INDIETRO TUTTA! Aveva saputo che noi due seguivamo la trasmissione e che ne eravamo diventati dei fan. Partecipammo alla puntata, in mezzo al pubblico, con una bombetta in testa senza che nessuno ci riconoscesse, ci divertimmo anche molto. Il giorno dopo ci presentiamo regolarmente all’allenamento. Alla fine il Mister, Liedholm, dopo la seduta ci spiega altri dettagli e alla fine congeda l’intero gruppo. Quando stavamo per andarcene si gira e dice – ”A proposito, chi di voi due era Cacao e chi Meravigliao? -”. Rimanemmo di sasso. Il Mister sapeva che c’eravamo andati e ci prendeva anche in giro. Ovviamente i compagni ci presero per i fondelli fin dentro lo spogliatoio e anche oltre”.

Riportiamo Stefano Desideri ai giorni nostri, alla situazione della squadra attuale: “E’ difficile capire cosa manchi alla Roma per essere ancora più competitiva. Negli ultimi anni abbiamo assistito all’alternanza di tanti allenatori e giocatori, ma ogni anno siamo alle prese nel cercare di capire se è un problema tecnico, fisico o di mentalità. Io credo che bisognerebbe ricominciare dalla cultura della vittoria tramite la cultura della sconfitta. Mi spiego: la sconfitta deve essere una pesantezza quasi insopportabile, devi esserne ferito. Solo quello può darti la forza di volerti rifare, solo quello può far tirare fuori ciò che si ha dentro. Non so se è la soluzione, ma è la strada che io percorrerei. Ecco io credo che l’attuale allenatore ha proprio questo, lo conosco bene, e so quanto soffre, con ardore e dignità sta combattendo per superare le difficoltà. Lui rispecchia questo, vive la sconfitta in maniera pesante, fisica. In una stagione però ci sono gare che diventano un “passpartout”, e l’occasione è la gara con lo Shakhtar”.
Parola di Stefano Desideri.

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Il più grande museo di Maradona in un seminterrato

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MUNDODEPORTIVO.COM (Sergi Sole’) – “El mayor museo de Maradona, en un sótano de Nápoles”… così il Mundo Deportivo, quotidiano sportivo spagnolo,  esprime incredulità e meraviglia per questo fantastico luogo dedicato a Maradona.

“In un seminterrato, a quattro chilometri dall’aeroporto, nel sobborgo settentrionale di Secondigliano in cui disoccupazione e insicurezza raggiungono picchi molto alti, si nasconde il più grande museo dedicato a Diego Armando Maradona mai conosciuto. Un santuario …”

Decine di maglie del Napoli, del Barcellona, del Boca Juniors, del Siviglia, scarpini, guanti per resistere al freddo di Mosca contro lo Spartak, fasce da capitano, foto, autografi, borse, sciarpe, libri, ritagli di giornale, il tutto tra pareti azzurre.

La famiglia Vignati ha raccolto tutto il materiale durante i sette anni, dal 1984 al 1991, di Diego a Napoli. In particolare, Massimo, sesto di undici fratelli, mantiene vivo il ricordo e la passione per il Pibe de Oro in memoria del padre, Mario Silvio Vignati, custode al San Paolo per 37 anni. Sua madre Lucia, invece, era la cuoca di Diego, e sua sorella Raffaella che invece seguiva Dalma e Gianinna, le figlie di Maradona.

“Diego era come un fratello per me. Il lunedì giocavamo a “calcetto” e il martedì mi portava all’allenamento. Utilizzavamo la sua Ferrari. Avevo 10 anni quando è arrivato. Ho trascorso molto tempo insieme a lui…” ricorda Massimo, che dice anche che ha rifiutato parecchi soldi per le “reliquie” di Maradona.

Il Museo è “Inesistente nelle guide turistiche di una città colorata con i graffiti del volto argentino, la collezione costringerebbe a trascorrere un’intera mattinata scoprendo cosa c’è dietro gli oltre 300 oggetti regalati quasi tutti dallo stesso Diego”, prosegue il quotidiano spagnolo.

Alla domanda se teme per la sicurezza della sua collezione quando lascia la sua casa per lavoro, Massimo Vignati è chiarissimo: “Non ho paura e nessuno ha mai cercato di derubarci. Maradona è rispettato a Napoli. Diego non lo tocca nessuno”.

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Storia di Levratto, l’attaccante italiano che sfondava (davvero) le reti

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ESQUIRE.COM (Luigi Ippoliti) – […] la memoria collettiva tende troppo spesso a scordarsi di un nome a cui è legato un soprannome tanto semplice quanto emblematico: Virgilio Felice Levratto, detto Sfondareti.

Un vero bomber che tirava così forte da sfondare veramente le reti. Nato a Carcare in provincia di Savona, è passato alla storia per un paio di episodi incredibili e per una canzone scritta molti anni dopo, nel 1949.

Allora, siamo tra gli anni ’20 e gli anni ’40, i palloni erano dozzinali e di cuoio e non iper sofisticati come lo sono ora, e la cosa può aver inciso sul fatto che lui abbia potuto sfondare realmente le porte.

[…] In un’intervista rilasciata al Secolo XIX, alla domanda “Come faceva ad avere quel tiro così potente?”, il nipote di Virgilio Felice Levratto risponde: “Da piccolo si allenava con una palla durissima creata con le frattaglie del macellaio da cui lavorava”.

[…] Virgilio Felice Levratto era alto, muscoloso, imponente. Dominava gli avversari.

Nel 1922 si gioca la prima finale di Coppa Italia, tra il Vado Ligure e l’Udinese. È una partita tosta, difficile, che non si sblocca. Siamo ai tempi supplementari, momenti concitati. È il ‘118esimo. Virgilio Felice Levratto ha diciotto anni, è un ragazzino. Riceve palla da fuori aria e calcia un tiro potentissimo di sinistro. La palla entra in rete. Qui accade per la prima volta la magia che lo renderà immortale: la rete si sfonda, il pubblico non crede a ciò che ha appena visto. Il Vado Ligure vince la sua prima e unica Coppa Italia. Virgilio Felice Levratto diventa mito.

Due anni dopo, nel 1924, ci sono le Olimpiadi a Parigi. Levratto […] viene convocato in Nazionale. Sul due a zero per l’Italia contro il Lussemburgo, tira una bordata assurda verso la porta e la palla colpisce in faccia Etienne Bausch, che cade a terra […] con la lingua tranciata in due. I medici riescono a riattaccargli la lingua in qualche modo.

[…] Andiamo più avanti nel tempo. Levratto ha smesso di giocare ed è il vice allenatore della Fiorentina per cinque anni. Conosce il Quartetto Cedra, che nel 1959 scrive una canzone dal nome Che centrattacco, dove si narrano le gesta di un immaginario Spartaco della quinta b, che arriva a giocare in Serie A e in Nazionale […] Levratto viene preso come paragone positivo, come modello che puoi solo sognare di superare […]

Il ritornello iper orecchiabile dice: “Oh, Oh, oh, oh che centrattacco / Oh oh oh oh, tu sei un cerbiatto / Sei meglio di Levratto ogni tiro va nel sacco / Oh, oh, oh, oh, che centrattacco”. Nella coscienza degli italiani di quegli anni, Levratto era davvero qualcosa di unico. Un giocatore che, nonostante non abbia avuto una carriera folgorante, è stato circondato da un’epica che purtroppo con lo scorrere dei decenni si è rarefatta.

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La trattativa per Maradona tra retroscena, intrighi e bluff

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CORRIERE DEL MEZZOGIORNO (Carmelo Prestisimone) – […] Che cosa non è successo per quel sentiero romantico, tribolato che ha portato Diego Armando Maradona a spogliarsi della maglia blaugrana dei catalani e a vestire quella azzurra? Di tutto e di più. Una pagina di storia del calcio moderno, che ha un prologo lunghissimo […]

Franco Esposito è stato il segugio ideale che ha raccontato per 28 giorni in quel lontano giugno del 1984 dalle colonne de Il Mattino […] «Ero a Montreal al Varsity Stadium nel Quebec al seguito della Nazionale Italiana di calcio – comincia a raccontare Esposito […] Dalla tribuna stampa ascolto l’annuncio dello speaker che mi richiama in sala stampa, nel ventre dello stadio, per una comunicazione urgente. Vado alla cornetta e c’è il collega Romolo Acampora dalla redazione di via Chiatamone. Mi segnala che il Napoli ha avviato la trattativa per l’acquisto di Maradona. L’argentino è a New York con il Barcellona e tu domani sarai lì, facci una bella intervista», mi dice. In realtà Dieguito è nel New Jersey allo Sheraton. “Io entusiasta lascio il Canada e volo per la Grande Mela […] ho un vero e proprio colpo di fortuna: becchiamo Maradona all’ingresso dell’hotel. Ci avviciniamo con una password: Gianni Di Marzio (che lo scoprì per primo e lo propose al Napoli due anni prima), ci ha detto di salutarti, gli diciamo. Diego si concede, l’intervista è ricchissima. All’epoca non c’erano telefonini e faccio una collect call, una chiamata a pagamento del destinatario, al giornale. Riccardo Cassero è felice, Acampora esulta».

[…] «Io e i miei colleghi diventiamo trottole […] Ci sono fax fasulli o trabocchetti, le attuali fake news da verificare con il tesoriere del Barcellona Tusquets a firmare comunicati stampa […] Dino Celentano da Napoli incoraggia la trattativa per il Pibe e il tandem Juliano-Ferlaino non demorde».

[…] “È il trenta giugno dell’84, anzi no è il primo luglio, sono le 2,30 del mattino. Ferlaino tira fuori il colpo di genio, l’invenzione all’alba. Il plico fasullo contenente cartaccia con quello contenente il contratto vero che ci mostra. Dodici miliardi al Barcellona e ottocento milioni all’anno per il Pibe de Oro. Diego Armando Maradona è del Napoli…”

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