Connect with us

La Penna degli Altri

5 marzo 2008 – 10 anni fa la Roma trionfava al Bernabeu

Published on

LAROMA24.IT  (Federico Baranello) – Il Santiago Bernabeu evoca partite memorabili, imprese storiche, sfide all’ultimo respiro. Nella sua storia è stato teatro di contese avvincenti come la Finale dell’Europeo e l’Intercontinentale entrambe del ’64, le Finali di Coppa dei Campioni degli anni ’57, ’69 e ’80 e la Finale di Champions del 2010. Anche le finali della prestigiosa, per l’epoca, Coppa Latina del ‘49 e del ’57 hanno trovato in questo stadio la degna cornice. Indimenticabile poi la Finale Mondiale ’82 e l’urlo di Tardelli che ancora riecheggia tra gli spalti. Tutto ciò per chi ama “solo” il calcio. Chi invece ha anche la Roma in fondo al Cuore, in questo stadio ricorderà almeno altre due date importanti: il 30 ottobre 2002 e il 5 marzo 2008. In entrambe le occasioni la compagine giallorossa esce con l’intera posta in palio contro i padroni di casa. Nella gara del 2002 la Roma vince con un gol di Totti, era la partita di ritorno del girone di qualificazione di Champions. Grande impresa, l’ultima italiana ad averci vinto era l’Inter nel ’67, 35 anni prima, ma sulla quale rimase sempre quella sensazione di impresa a metà in quanto i “Blancos” erano già qualificati. Ah sì? C’è questo dubbio? Allora arriviamo al 5 marzo 2008, partita da dentro o fuori.La Roma ha superato la fase a gironi piazzandosi seconda alle spalle del Manchester United. L’urna di Nyon accoppia la squadra giallorossa con i “Blancos”, di sicuro non l’opzione migliore possibile. In casa finisce 2-1, con reti di Pizarro e Mancini. Certamente quando si va a rendere loro visita non si può certo stare tranquilli, qualsiasi sia il risultato di partenza. Il pubblico del Bernabeu inoltre, quando vuole, sa mettere paura. Nonostante l’ambiente la compagine giallorossa sfoggia invece la gara perfetta, condotta in maniera intelligente, accorta ma senza timore. Il gioco si svolge nella metà campo giallorossa e il Real tiene le redini del gioco in mano con grandi fraseggi. In alcune occasioni la Roma si mette paura. Ma diligentemente chiude e riparte…chiude e riparte… Aquilani arriva anche spesso alla conclusione e solo una traversa nega a lui e ai 7.000 innamorati giallorossi al seguito, la possibilità di poter urlare con le braccia al cielo.

Nel secondo tempo la storia è più o meno la stessa, ma con il passare inesorabile dei minuti da un lato sale la tensione per non riuscire a sbloccare il risultato, dall’altra sale la convinzione di potercela fare. Ad un certo punto la mossa che “spacca” la partita. Spalletti da Certaldo sostituisce uno stanco Mancini con un giocoliere: Mirko Vucinic. Il montenegrino fa impazzire i suoi avversari. Comincia a giocare molti palloni e colpisce anche una traversa su cross di Tonetto. Poi nasconde la palla a Pepe che non può far altro che stenderlo e ne consegue l’espulsione per somma di ammonizioni del giocatore delle Merengues. Sempre Vucinic offre in appoggio il pallone a Tonetto per eseguire il cross su cui si avventa Rodrigo Taddei. Il Brasiliano sembra un angelo in volo, arriva dove deve arrivare con uno stacco preciso, un avvitamento elegante, una classe superiore e indirizza il pallone dove è giusto che vada. È 0-1, è apoteosi in quel settore. Quel settore che ha cantato tutta la partita, anche durante l’intervallo.

Come spesso accade, a rovinar una bella storia è questione di attimi …: il gol in fuorigioco di Raul dopo pochi minuti, 1-1 e palla al centro.

Ma questa volta no, la festa non viene rovinata, perché un altro angelo è pronto a prendere il volo… punizione di Panucci e palla tesa al centro, Vucinic si inserisce in quel piccolo spazio vuoto, l’unico, lasciato libero dalla retroguardia spagnola e manda la palla alle spalle di uno sconcertato Casillas. È la palla della vittoria. La Roma passa il turno, la festa può cominciare. Tutti a Fiumicino.

La Penna degli Altri

SS LAZIO, LA NOSTRA STORIA – Il fondatore Luigi Bernardo Maria Saverio Bigiarelli

Published on

LAZIOCHANNEL.IT – Il 20 agosto 1875 nasce a Roma Luigi Bernardo Maria Saverio Bigiarelli. Figlio di Mariano e Rosa Manni e fratello di Giacomo, Pia e Anna. Di lui abbiamo la descrizione fisica che è stata data dai suoi amici. Media statura, occhi azzurri e sinceri, lineamenti regolari e carnagione bruna. Era soprannominato, con tipica ironia romana, “er puntale” a causa di una barba che finiva con una punta molto aguzza. Nel 1895 risulta volontario ordinario nel 12° Bersaglieri. Sergente del 14° Battaglione di Fanteria Africa prese parte alla battaglia di Adua del 1° marzo 1896 in cui vennero uccisi dagli Etiopi più di 5mila soldati italiani.

IL RITORNO A ROMA

Il 29 marzo 1896 Luigi tornò da Massaua a Roma. Suggestionato dal racconto delle gesta degli atleti che avevano preso parte alle Olimpiadi di Atene del 1896, decise di cimentarsi in varie prove sportive ma con una certa predilezione per il podismo. Il luogo di Roma dove maggiormente si praticava lo sport era quello compreso tra la sponda destra del Tevere e la collina di Monte Mario. Qui si trovava l’ampia spianata della Piazza d’Armi in cui la mattina si vedevano i militari impegnati nelle esercitazioni e il pomeriggio gli atleti di varie discipline sportive. Bigiarelli, insieme al fratello, si cimentava in allenamenti atletici di resistenza allo sforzo, gare di velocità e nuoto.

I CIRCOLI SUL TEVERE

Il Tevere con i suoi aristocratici circoli natatori e di canottaggio era il luogo giusto per fare amicizia con altri sportivi. Ed insieme iscriversi alle varie gare che si organizzavano a Roma. Alcuni di questi sportivi, compresi Luigi e Giacomo, facevano parte di un gruppo non ufficiale chiamato Liberi nantes. Tale gruppo faceva base su un barcone ancorato sotto ponte Margherita. Nel periodo più caldo invece si appoggiavano al galleggiante del “Bagno Talacchi” che si trovava sulla sponda opposta. Il nome di questi atleti è stato tramandato dalla tradizione e da qualche documento: Luigi BigiarelliGiacomo BigiarelliOdoacre AloisiAlceste GrifoniGalileo MassaArturo BalestrieriGiulio LefevreEnrico VenierAlberto Mesones. Costoro vengono ricordati come i Fondatori. Con loro vi erano anche altri giovani che facevano parte del gruppo come Olindo BitettiTito MasiniTullio MestorinoGiuseppe ValleRinaldo Fortini.

LE RADICI DELLA SOCIETA’

Il più determinato sicuramente era Luigi. Lui aveva già partecipato a gare di podismo e aveva coperto la Roma-Firenze in 67 ore. Inoltre nel 1899 era divenuto Campione del Lazio di corsa veloce grazie alla vittoria conquistata in una gara sui 120 mt a Villa Pamphili. L’idea di formare una Società Sportiva gli venne a a causa del fatto che il gruppo voleva pendere parte al “Giro di Castel Giubileo” del 21 aprile (Natale di Roma) del 1900, ma il regolamento ne impediva l’iscrizione agli atleti non appartenenti a società sportive ufficiali.

NON SOLO PODISMO

Oltre al podismo Luigi praticava con successo anche il nuoto. I giornali dell’epoca lo citavano come specialista delle gare di fondo. Ad agosto del 1898 si piazzò al secondo posto nel Campionato Roma su un percorso di mt 7.500 che si sviluppava dalla foce dell’Aniene allo scalo della casina sociale della Rari Nantes in Riva Albero Bello. Bigiarelli fu battuto soltanto dal fortissimo Leonardo Forlivesi che impiegò 59 minuti contro i 70 di Luigi. La gara era stata organizzata del giornale La Tribuna e valeva per il titolo di Campione Romano del 1898. Il 14 agosto dello stesso anno Bigiarelli partecipò a una gara di campionato ad Anguillara e si misurò con i ventotto migliori nuotatori italiani giungendo tra i primi.

LA NASCITA DELLA SOCIETA’ PODISTICA LAZIO

Fu proprio Luigi che ebbe l’idea di formare una società negli ultimi giorni del 1899. Lanciò allora la proposta ai compagni che accettarono entusiasti. Le strategie venivano studiate su una panchina di Piazza della Libertà. Sopra il barcone succitato che fu chiamato per la sua modestia, Pippa Nera. Forse deformazione irriverente del nome del circolo remiero Nera che aveva sede nel barcone. Dopo varie discussioni, escludendo volutamente il nome di Roma in quanto già esistente la Ginnastica Roma e, volendo comprendere tutta l’area in cui si trova la capitale, fu deciso di chiamare la nuova società Società Podistica Lazio e i suoi colori furono il bianco e celeste del vessillo della Grecia, nazione in cui era nato l’ideale olimpico e che aveva ospitato le prime Olimpiadi moderne del 1896.

LA NASCITA DELLA S.S. LAZIO

Non si è a conoscenza di chi ebbe l’onore di scegliere il nome e i colori della Società. E’ probabile che fu un’idea comune nata dalle proposte di tutti. Anche se la tradizione vuole che Luigi Bigiarelli abbia scelto i colori e il giovane Olindo Bitetti il nome. La Società nacque ufficialmente il 9 gennaio 1900. Sul luogo di nascita, come segno della nuova Società, fu scritto a lettere grandi con la vernice sul parapetto del fiume S.P. Lazio. La nuova Società aveva persino un inno, intitolato “Inno alla Lazio”, che Balestrieri eseguiva con la sua ocarina ogni volta che un nuovo atleta diveniva socio laziale. Bigiarelli non volle che ci fosse un presidente in quanto secondo lui lo sport era assoluta uguaglianza fisica e intellettuale e quindi negava il concetto di “primus”.

LO STATUTO SOCIETARIO

Il 13 gennaio 1900 vennero stabilite e pubblicate le ventuno regole dello statuto societario. Da quel 9 gennaio la Lazio iniziò quel percorso sportivo, sociale e culturale che non ha eguali ne’ a Roma ne’ in Italia, in Europa e nel Mondo. Nel frattempo la nuova società era cresciuta sia come fama che come numero di soci e quindi si rese necessario il potenziamento delle strutture. Le quote sociali che gli atleti potevano versare per la gestione erano sempre insufficienti e presto iniziarono ad avere gravi problemi finanziari. Vennero venduti anche i trofei vinti e questa decisione non fece contento Luigi che non poteva sopportare un simile gesto in quanto il suo idealismo e la sua concezione dello sport negavano qualsiasi commistione con il denaro.

IL TRASFERIMENTO IN BELGIO

Nel frattempo il fratello Giacomo si dovette trasferire a Bruxelles per i suoi affari legati al commercio e Luigifu costretto a seguirlo. La partenza avvenne nel 1902. Luigi volle portare con sé anche le magliette da gara biancocelesti con la scritta S.P. Lazio sul petto. A Bruxelles vivevano nella zona dei mercati, in Rue de Sainte Catherine n. 6. Negli anni seguenti sia Il Messaggero che la La Gazzetta dello Sport riportarono i successi che Luigi coglieva in Francia e in Belgio in prestigiose gare podistiche internazionali in cui il fondatore prendeva parte iscrivendosi come atleta della Lazio di Roma. Luigi fece registrare il tempo di 2 ore 28 minuti e 32 secondi sui 30 km di marcia che costituì il record mondiale.

IL SOGNO ERA ORMAI REALTA’

Il vecchio ideale fu così propagato in Europa con infinito orgoglio di appartenenza e amore per quei colori. Dopo appena un anno dal suo trasferimento nell’aprile 1903 Luigi e Giacomo Bigiarelli tornarono a Roma dove, come confermano i giornali dell’epoca, fu accolto con grande entusiasmo dalle società podistiche. Ad agosto Luigi e Giacomo partecipano a un match di waterpolo ad Anzio. Luigi Bigiarelli morì giovanissimo, a 32 anni, a Bruxelles il 16 febbraio 1908 probabilmente a causa di una polmonite trascurata. 

IL RICORDO DELLA GAZZETTA DELLO SPORT

“Qui non si parla di una nuova vittoria del forte marciatore romano. Da molto tempo Luigi Bigiarelli aveva abbandonato il suo sport preferito, pur rimanendo un amico appassionato, non dimenticando anche, nei brevi momenti lasciatigli liberi dalla sua professione, la nostra Gazzetta alla quale spesso collaborò. Oggi il suo nome è unito all’angoscioso annuncio della sua morte. A Bruxelles, dove con la sua attività insaziabile era riuscito a far prosperare una buona azienda, il nostro povero amico è stato strappato alla vita nell’ancora giovanissima età di trentadue anni. La notizia commuoverà quanti come noi avendo conosciuto Luigi Bigiarelli ne apprezzarono le doti e la sincera sua passione per ogni manifestazione sportiva e riuscirà non meno dolorosa per quanti ricordano ancora il marciatore elegante e veloce e le sue clamorose vittorie. Luigi Bigiarelli fu con Arturo Balestrieri l’entusiasta fondatore della Società Lazio.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Momenti di gloria: Orati e il suo goal alla Roma di testa nel 1985

Published on

GAZZETTAFANNEWS.IT (Alan Paul Panassiti) – Luciano Orati  (nato a Roma il 20 luglio del 1957) è stato un centrocampista centrale molto forte che ha speso la sua carriera soprattutto in serie C, con un momento di vera gloria  nel Messina di Franco Scoglio con cui giocò due anni in serie B.

Il debutto in D con l’Almas Roma e dopo un anno al Varese con cui colleziona 4 presenze in  B,   passa alla Mestrina ed ancora all’Almas Roma in  C2.

In seguito disputa quattro campionati di  C1  con il Benevento e nel  1985  passa al Messina per sostituire Giorgio   Repetto , dove vince il campionato di C1 nel 85/86 andando in B con i giallorossi, totalizzando 53 presenze e 5 gol.

Nelle stagioni successive torna a giocare in Serie C1 a Foggia, Brindisi e Catanzaro, dove termina la carriera da professionista nel  1993  in Serie C2.

Dopo varie panchine in serie minori come serie D, eccellenza e promozione laziale; attualmente ricopre la carica di assessore allo sport nel comune di  Licenza  suo paese di origine, un piccolo paese di circa 1000 abitanti.

Orati, nella mente dei tifosi giallorossi, è l’uomo che firmò una impresa storica: la vittoria del Messina sulla Roma in Coppa Italia nell’Estate 1985 con una sua rete di testa.  Era la Roma di  Eriksson che arrivò seconda dietro la Juventus dopo una esaltante rimonta che fu vanificata dalla storica sconfitta interna con il già retrocesso Lecce. Vincere al Celeste era impossibile per chiunque.

Che ricordi ha Luciano Orati di quel tempo e di quella partita? 

“Mi ricordo che mi venne a prendere il presidente Massimino in persona per fare il contratto, con Majorana, il suo braccio destro, perché mi volle lui personalmente a Messina e lo devo solo ringraziare, perché era una persona stupenda. Finito il ritiro, dovevamo fare la prima partita in casa. Mi ricordo che quella sera, io stavo in piedi sul pullman che ci portava al Celeste, e vidi un fiume di tifosi che ci applaudiva e ci incitava, ci caricavano. Da lì mi accorsi del calore dei tifosi, sembrava un tifo da serie A sinceramente. Io venivo da Benevento e non avevo mai visto una cosa del genere. Durante la partita il tifo fu infernale, assordante, c’era gente dietro le porte, sui piloni della luce e sui balconi, una cosa fantastica. Io da romano entrai molto carico, perché la Roma pur avendomi opzionato, poi mi mandò lontano, quindi avevo una carica maggiore. Poi andò tutto bene, perché mi accorsi subito del valore della squadra, e fare il gol della vittoria è stata una grande gioia, da brividi. Ancora la sera, dopo la partita, non mi rendevo conto di quello che avevo fatto, avere fatto gol ad una squadra cosi blasonata e vincere è stato fantastico, noi abbiamo veramente goduto quella sera…”.

E invece di Scoglio cosa ti ricordi?

“Io entrai in un gruppo già consolidato, tosto, duro, con grandi qualità in tutti i ruoli e reparti, soprattutto in difesa, dove c’era gente come Rossi e Bellopede, che sembrava Franco Baresi del tempi del Milan migliore, un calciatore che meritava sicuramente di più. Molto era dovuto a Scoglio, che aveva un carisma incredibile. Quando c’era lui nello spogliatoio, non volava una mosca. Era preparatissimo dal punto di vista atletico e tattico, era un precursore dei tempi.  Scoglio in  campo era teatrale, e difendeva tantissimo noi giocatori, come un parafulmine. Non ci poteva toccare nessuno, e quando in conferenza stampa qualche giornalista ci attaccava, lui era subito pronto a subentrare e fare da scudo, perché capiva la forza del gruppo e ci voleva bene come figli. Era un grande psicologo. Ma curava tutto nei particolari pure negli allenamenti: tecnica, tattica e movimenti, e soprattutto le “palle inattive”… certo avevamo pure Catalano e Franco Caccia, e con lui era tutto più facile. Scoglio ci faceva fare tantissimi ritiri  ma fuori dal campo ci lasciava liberi di frequentarci! Aveva solo la vittoria in testa”.

Oggi Luciano, pur avendo il patentino di allenatore, non allena più.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Lazio-Napoli amarcord: i destini incrociati di Ghio e Abbondanza

Published on

ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Lazio-Napoli, 1970: la squadra di Chiappella, spavalda ed offensiva, schiera Ghio titolare e poi fa entrare Abbondanza

Un Napoli da terzo posto

A rievocarli sembra riecheggiare la storia dei ‘nomi’ portata alla ribalta da Massimo Troisi nel suo “Ricomincio da tre”, uno lungo ed uno corto. Sorridiamo ancora oggi, “Massimiliano” e “Ugo” , uno viene scostumato, l’altro educato. Certo, secondo l’attore napoletano, nella scelta del nome c’è tutta la futura educazione del bambino. Noi ne abbiamo scelto due, quattro lettere uno, dieci l’altro. Non abbiamo notizia se Ghio e Abbondanza siano stati dei bambini bravi o meno ma sappiamo che il loro destino si è intrecciato con il Napoli e la Lazio. Il ‘lungo’, chiameremo così Sandrino Abbondanza, napoletano purosangue come un cavallo di razza e il ‘corto’, ovviamente Gianpiero Ghio dalla provincia di Padova, veneto fino al midollo.

Manca il pacioccone ma questa è storia da filastrocca da Zecchino d’oro. Guarda caso, i bambini di tutta Italia la cantavano nel 1970, un anno cruciale per entrambi i protagonisti del nostro racconto. Anno importante e decisivo per entrambi perché Ghio faceva un altro buon campionato con la Lazio al fianco di Chinaglia e convinceva Ferlaino ad acquistarlo (Manservisi più 80 milioni alla società capitolina) mentre Abbondanza, dopo il prestito al Pisa, si apprestava  a tornare all’ovile. Fu così che entrambi si ritrovarono al Napoli, in ritiro insieme, in una squadra che sfiorò lo scudetto. Terza, furto dell’Inter, Gonella alla go…gna per il suo arbitraggio a San Siro e addio sogni di gloria.

Ghio e Abbondanza nelle figurine Panini

Prima di questo loro ‘appuntamento napoletano’, Ghio aveva giocato nella Lazio nei campionati 1968-69 e 1969-70 mettendo a segno 15 gol in 62 gare. Diverso il destino di Abbondanza che sarebbe stato ceduto ai biancocelesti l’anno dopo quello giocato con Ghio a Napoli. Incroci, fatalità, sorte, ambizioni malcelate, esplosioni ritardate, talento sicuro ma non valutato e sprecato. Questi, riassumendo, gli hashtag della coppia incompiuta.  Ghio, nel suo unico anno napoletano, totalizzò 27 gare e mise a segno 4 reti mentre Abbondanza fu schierato solo 12 volte ed andò in rete due volte. In tutto, la sua carriera nel Napoli racconta che, con l’andirivieni che lo contraddistinse per i prestiti al Monza, alla Lazio e al Pisa, totalizzò 35 presenze e 2 reti. L’esiguità di gol messi a segno dai due è un dato di fatto ma entrambi segnarono nella vittoria del Napoli contro il Verona al Bentegodi il 18 aprile 1971. Ghio col dieci e Abbondanza con l’undici timbrarono la vittoria esterna degli azzurri per 2 a 0.

Lazio-Napoli

Lazio-Napoli del 29 novembre 1970 è una gara molto attesa, gli azzurri sono primi in classifica poiché in 7 gare hanno totalizzato 6 vittorie ed un pari, comandano la classifica con 13 punti. Chiappella schiera la miglior formazione possibile ma è orfano di Juliano, infortunatosi due settimane prime a Vicenza. L’assenza del capitano non stravolge la squadra ma il tecnico di Rogoredo è ‘costretto’ a schierare un quintetto d’attacco con Hamrin, Sormani, Altafini, Ghio ed Improta. In pratica, al di là di un ciuccio di fatica come Bianchi, il Napoli ha bisogno che qualcuno degli attaccanti si sacrifichi un po’ in copertura.

Ghio

Nonostante gli azzurri fossero sbilanciati in avanti, la gara non si sblocca dal risultato di partenza, la Lazio di Chinaglia e Wilson, già leader dello spogliatoio, non vuole abdicare di fronte al pubblico amico. L’ultima mossa disperata di Chiappella è proprio quella di inserire Abbondanza che subentrò, a gara in corso, all’”uccellino svedese” Hamrin cercando qualche colpo che potesse mettere gli avanti azzurri davanti a Sulfaro. Invece la gara rimase in equilibrio ed il Napoli raccolse il secondo pari di quel campionato dopo uno 0 a 0 casalingo col Foggia di Montefusco, Bigon e Re Cecconi. Il Napoli visto all’Olimpico fu lo specchio di quel torneo, la sua anima non mutò anche quando rientrò Juliano dopo l’infortunio. Un coraggio che pagò e portò al terzo posto finale.

Una squadra solida

Un’anima fatta di una difesa solidissima, soltanto 19 le reti subite, che si reggeva su Zoff in porta, mastini come Panzanato e Ripari o Monticolo sulle punte avversarie, un libero attento e propositivo come Zurlini, una diga a centrocampo chiamata Ottavio Bianchi, un cervello pensante come Juliano ed una girandola di attaccanti e mezze punte che giocavano seguendo un principio fondamentale. Giocava chi era più in forma. Per questo i numeri sulle maglie diventarono pura opzione e tra Altafini, Sormani, Ghio, Improta, Abbondanza, Hamrin, perfino Umile,l’attacco era quasi sempre diverso.

Dopo l’esperienza non esaltante di Napoli, Ghio finì all’Inter, la squadra cui aveva segnato un goal al San Paolo nella vittoria per 2 a 1 (Pogliana e Jair gli altri marcatori), consapevole che avrebbe fatto la riserva di Boninsegna. Dopo la sfortunata parentesi interista, la sua carriera sembrò in declino con il passaggio all’Atalanta, al Novara, allo Juniorcasale, al Brescia e alla Cavese dove concluse la carriera. Da coach ha allenato per circa 20 anni senza le dovute fortune girovagando un po’ per l’Italia.

Abbondanza, invece, passò proprio alla Lazio a novembre, in uno scambio con Manservisi, ancora lui. Nella capitale Sandrino contribuì in maniera determinante alla promozione in Serie A con 7 reti in 25 partite. Non era ancora la Lazio dei clan e delle pistole, delle feroci partitelle e degli schieramenti politici. Ma Maestrelli, l’allenatore di quel gruppo, stava già plasmando la squadra che poi porterà allo scudetto nel 1973-74. Infatti l’ossatura dei futuri campioni d’Italia si stava già formando con i vari Oddi, Martini, Wilson, Nanni e Chinaglia. A cui si aggiungevano navigati ed esperti giocatori quali Bandoni in porta (che si alternava con Di Vincenzo ), Papadopulo, Facco e Polentes in difesa; Moschino a centrocampo e Massa in attacco.

Abbondanza nella Lazio

Dopo l’ottimo campionato con i biancocelesti il Napoli lo riprese. Stavolta decise di puntare molte fiche sul giocatore originario di Agnano. considerando l’anemico attacco che si ritrovava nel 1972-73 con Damiani, Mariani e Ferradini. Il ritorno in patria del nostro ‘Nemo’ fu salutato con entusiasmo dal pubblico partenopeo. Che si ritrovò con un centrocampo, prima ed unica volta nella storia degli azzurri, formato da soli giocatori napoletani. San Giovanni a Teduccio, Posillipo, Agnano e Torre Annunziata erano i luoghi di provenienza dei nostri baldi paladini azzurri. Juliano, Improta, Abbondanza – che, quando partiva titolare, giocava col numero 9 sulle spalle – e ‘Ciccio’ Esposito. Chiaramente Sandro non fu mai punta nel vero senso del termine. Ma quegli schieramenti da ‘falso nueve’ (un Mertens ante litteram?) fregarono perfino la Panini. Quando, infatti, uscì il fatidico album di calciatori, sotto la figurina di Abbondanza è scritto “centravanti”.

Si disse che molti giocatori nati a Napoli, cresciuti nel vivaio di Lambiase e De Manes, non erano dotati della tenacia e della predisposizione alla sofferenza di Juliano e non riuscirono a tirarsi fuori dalla turbolenza di quei Napoli figli spesso dell’improvvisazione. Ad esempio, si dice che Montefusco fosse tecnicamente più forte di Juliano ma non ne aveva il carattere e la tempra. Anche Abbondanza, che poi sarà un ottimo tecnico delle Giovanili del Napoli lanciando diversi giocatori in Serie A (Taglialatela, Baiano, De Rosa, Ferrante, Ametrano, Floro Flores tra gli altri), aveva dei piedi ‘brasiliani’. Ma forse possedeva uno scarso spirito di sacrificio, un estro eccezionale ma un fisico modesto.


Il ritorno di Abbondanza al Napoli

Ma la sua carriera scivolò inesorabilmente nell’anonimato, addirittura terminando a 31 anni in America, al Toronto Blizzard. Troppo poco per un giocatore nel quale Chiappella credeva ciecamente e che fece debuttare a 20 anni in Serie A. Pensate che quando “Sivorino” (chiamato così per il vizio di giocare con i calzettoni abbassati come il genio argentino) esordì col Bologna andò a ‘chiudere’ un quintetto di attacco formato da Claudio Sala, Juliano, Altafini e Barison. Lui, il più piccolino di tutti, aveva il ‘dieci’ sulle spalle e guardò il San Paolo pieno. Col cuore a mille.

Vai all’articolo originale

 

Continue Reading

più letti