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Il Calcio Racconta

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Seconda parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello – Dario Canali – Mattia Zucchiatti) – La Società Ginnastica e Scherma Fortitudo fu una gloriosa polisportiva romana legata agli ambienti del clero capitolino con la sede a Piazza Adriana, alle spalle di Castel Sant’Angelo in un’area donata da Papa Pio X. Dal 1908 il settore giovanile della sezione calcio della società di Rione Borgo ha dato lustro al football capitolino sfornando decine di talenti capaci in futuro di imporsi a livello nazionale. A vestire la maglia rossa bordata di blu in omaggio alla Roma papalina furono tra i tanti Attilio Ferraris IV, Mario De Micheli e Mario Forlivesi che iniziò a calcare il Campo Madonna del Riposo sin da giovanissimo all’età di 16 anni quando la Roma decise di prelevarlo per impiegarlo nella squadra ‘ragazzi’ del club giallorosso. Sotto la guida di Guido Masetti, nell’inedita veste di portiere della prima squadra e allenatore delle giovanili, il 16enne romano muoverà i primi passi nel panorama calcistico iniziando a farsi apprezzare dagli addetti ai lavori.

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L’esordio del giovane Forlivesi sulle colonne di un importante quotidiano sportivo come il Corriere dello Sport risale alla prima partita giocata il 6 dicembre del 1943 con la squadra ragazzi. Un netto 6-0 ai danni della ‘Giovanissima’ ha permesso ai giallorossi di balzare subito in testa nella classifica del rispettivo girone del campionato di categoria e a Mario, autore di una doppietta, di comparire per la prima volta nel tabellino dei marcatori. “Al 6’ è Forlivesi – si legge sul Corriere dello Sport – che con magnifica azione personale si porta il pallone in area e batte il portiere della Giovanissima”. Ma il giovane bomber non è sazio: “Al 24’ è ancora Forlivesi che segna. Difficile dare un giudizio ai giocatori della Roma, ma di questi si può dire che Forlivesi ha dimostrato un’ottima impostazione di gioco ed uno spunto personale in grado di essere alquanto redditizio in partite più impegnative”. Bisogna aspettare solo sette giorni per assistere al bis di Forlivesi che apre le danze contro il ‘Vincere’, club dall’interessante settore giovanile guidato da Nieddu. “I giallorossi rompono il ghiaccio al 21’ del primo tempo con Forlivesi – si legge sul ‘ Corriere dello Sport’ – che non aveva difficoltà a calciare in rete un bel tiro del compagno Romani”. Ma non è finita qui: “L’attacco faceva brillare di giusta luce le buone doti di Romani e Forlivesi, un ragazzo questo che mette nel suo gioco una passione senza fine e degna di particolare considerazione”.

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“Mariuccio”, come spesso veniva chiamato

 

Una passione, quella sottolineata dalla penna dei cronisti romani, che darà i suoi frutti anche una settimana dopo in occasione della terza giornata del girone A. La Roma ragazzi di Masetti chiamata all’impegno contro il Rapid, si sbarazza degli avversari con protagonista, neanche a dirlo, ancora Forlivesi autore di una tripletta in un netto successo per 5-0. Giunta a punteggio pieno e a reti inviolate, la quarta giornata presenta la prima insidia per i ragazzi di Masetti che però riescono a tenere testa alla Lazio, capolista dell’altro girone, continuando una striscia di successi che non fa che confermare il monopolio di giallorossi e biancocelesti nel calcio romano. Di 3-0 il parziale con cui Forlivesi e compagni riescono ad avere la meglio dei bianco verdi dell’Alba grazie ai gol di Cianti (doppietta) e proprio Mario che mantiene saldamente la testa della classifica marcatori per poi mantenerla anche nella giornata successiva, che sarà l’ultima della sua carriera nel settore giovanile. La prima squadra, complice la squalifica di Amedeo Amadei, reo secondo l’accusa di aver dato un calcio al guardialinee, è in procinto di chiamare in pianta stabile il giovane che prima però ha il compito di aiutare i suoi compagni a superare l’ostacolo Montedoro. La Roma ragazzi vince per 3-0 e Mario realizza il gol del congedo: “Al 2’ Forlivesi ricevuto un bel passaggio da Romani, sgusciava tra i terzini, resisteva alla carica e batteva il portiere con un tiro diagonale”.

Lucchese, Juventus e Foggia. Furono queste le tre squadre scelte da tre grandi bandiere della Roma come Amedeo Amadei, Bruno Conti e Francesco Totti per firmare il primo gol con la maglia della Roma. La prima vittima del nostro protagonista invece fu l’Avia nel corso di una partita del 15 gennaio 1944 vissuta sotto un clima di pessimismo dalla tifoseria giallorossa a causa della conferma del ritiro della tessera ad Amedeo Amadei, squalificato a vita. “Oggi e domani, seri ostacoli sul cammino delle due capolista del campionato romano di calcio: la Lazio per la forza dell’avversario, la Roma perché menomata”, si legge sul Corriere dello Sport che presenta la partita tra Avia e Roma sottolineando la “differenza netta di classe” tra le due compagini e l’interesse dell’incontro accentuato dalle “novità nelle file delle due squadre”. E’ l’esordio dei giovani, la grande occasione per i protagonisti della squadra ‘Ragazzi’ di imporsi in prima squadra e questa chance sarà sfruttata proprio da Forlivesi, autore del primo gol (la partita finì 2-0) che ne assicurerà un posto in prima squadra e un interesse sempre più insistente della stampa romana. La Roma inizia il nuovo corso legittimando il primato in classifica e si appresta ad iniziare la fuga ai danni della Lazio fermata sul pareggio dal Tirrenia. “Gli uomini di Degni – scrive il ‘Corriere’ – hanno la prerogativa della giovinezza che se ha come svantaggio l’inesperienza, ha d’altra parte quei vantaggi che nei giovani sono doti comuni e che sono rappresentati da un’unica assommante qualifica: foga”. E la foga certo non mancava a Mario che dieci giorni dopo sarà capace di attrarre su di sé gli occhi e le aspettative della tifoseria nella sfida casalinga contro l’Alba. Aspettative per nulla disattese con una doppietta nel successo per 5-2. “Non conoscevo Forlivesi – esordisce Ennio Mantella sulle colonne del ‘Corriere dello Sport’ – il giovanissimo nuovo centravanti della Roma, se non perché ogni tanto me ne parlava un mio assiduo spettatore di partite ragazzi.

– Un futuro “asso”

– Lo credo

– Anzi è già un “asso”

– Bè adesso esageri

Non conoscevo Forlivesi: lo avevo visto una volta, quanto a me, su in tribuna che assisteva ad una partita di calcio.  

-Il futuro “asso”?

S’era messo a ridere col riso schietto del ragazzo diciassettenne, fresco e colorito. Ma l’ho visto giocare ieri allo stadio nella partita contro l’Alba. Durante la partita gli ho dato un consiglio: ‘Non perdere tempo a rigirarti col pallone ai piedi: appena in area di rigore, tira subito’. Ha detto sì e poi ha sorriso”.

Timidezza e spontaneità fanno da cornice ad un talento fuori dal comune che si ripeterà il 13 febbraio dello stesso anno.

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Roma – Vigili del Fuoco 2-0: Forlivesi alle “prese” con il portiere avversario Francalancia

La Roma batte per 2-0 la Vigili del Fuoco: Borsetti apre le marcature e Forlivesi le chiude con un facile appoggio della sfera nella porta sguarnita. “Il campionato romano ha lanciato diversi giovani che si stanno comportando in modo egregio – si legge sempre sulle colonne del quotidiano romano – Sono giovani che altrimenti avrebbero tardato molto prima di farsi luce e che invece oggi possono competere con i più esperti. Il più giovane di tutti lo ha messo in linea la Roma: si tratta di Forlivesi, centravanti che ha sostituito Amadei e che è passato di colpo dai ragazzi in prima squadra. Alto, snello, agile e oggi tra i migliori”. Ma non c’è vita facile per Mario alle prese con l’esperienza e la durezza degli anziani difensori romani. “Forlivesi ha avuto un collaudo severo contro un sestetto massiccio. Ne è uscito bene come gioco anche se fisicamente è terminato malconcio”, scrive Giorgio Cesaroni confermando il nonnismo delle retroguardie difensive nei confronti dei giovanissimo attaccanti per poi sottolineare “il bel gol e le belle azioni personali che hanno dimostrato una grinta che forse non si credeva nel suo repertorio”.

Dopo tre vittorie consecutive, arriva un inaspettato stop per la Roma che viene fermata sull’1-1 dalla Juventus, squadra in bianco nero e ispirata all’omonima di Torino. Nella partita che segna il ritorno tra i pali di Guido Masetti, non basta il gol del veterano Krieziu ai giallorossi per avere la meglio degli avversari. Forlivesi, sotto tono e schierato fuori ruolo, non riesce ad imporsi e come si legge sul Corriere dello Sport “è finito anche lui per ricadere nella mediocrità dei compagni di squadra”. L’occasione per riacciuffare la testa del girone la Roma la sfrutta il 19 marzo del 1944 quando per ovviare ad una inagibilità dello Stadio Nazionale, i giallorossi sono costretti a giocare la gara di campionato contro il Tirrenia tra le mura biancocelesti della Rondinella. In campo “nemico” gli uomini di Masetti battono gli avversari con il risultato di 4-2 grazie alle reti di Jacobini, Borsetti e Cozzolini (doppietta). Con la Lazio impegnata con la Vigili del Fuoco, la Roma si presenta alla Rondinella il 26 marzo 1944 per giocare contro il Trastevere senza molti titolari e con circa metà della squadra prelevata dalla squadra ragazzi. Oltre ai giovanissimi Fusco, Ferioli, Matteini, Cozzolini c’è il nostro Forlivesi che contribuirà al risultato finale di 7-1 con una tripletta che gli vale gli elogi sui giornali che sottolineeranno l’immutato stile che caratterizza la squadra di Masetti nonostante l’assenza dei veterani. “Questa Roma con una tradizione sulle spalle, con quel suo gioco che non fa grinze, che ti manda in solluchero i sostenitori proprio nei momenti che ci si sta per mettere le mani nei capelli, che innesta giocatori, li cambia, li rimette, li sostituisce senza alterare lo stile che rimane limpido. Mancano gli assi titolari? E come niente fosse dalla sua squadra ragazzi prende Forlivesi, giovinetto studentello diciassettenne, occhi vivaci, colorito biancorosso come mela novembrina, sorriso aperto e schietto come se avesse commesso qualche monelleria e lo innesta in prima squadra.

Sei emozionato?

Ci guardò come se avessimo detto un’eresia. E fu franco nella risposta:

E perché? Non ce ne dovrebbe essere ragione.

Gli si notarono pregi e difetti: un bel palleggio, un bel tiro, un bel gioco di testa. Forlivesi, si scrisse allora, può anche essere il nostro futuro asso. Purché, aggiunsero i soliti pantofolai, non si monti la testa. Balle: cosa volete che si monti la testa. E noi lo esaltammo, sino al punto da farci chiedere a noi stessi se non stessimo esagerando”.

Ma il dibattito sulla convenienza per il calcio italiano di utilizzare o meno i prodotti del calcio giovanile non è figlio solo del nuovo secolo. All’indomani della travolgente vittoria della Roma ai danni dei trasteverini, il Littoriale pone l’accento sull’esempio della Roma e su come “lo squadrone giallorosso che in partenza ha in programma il successo finale, che ha una folla enorme di sostenitori dalle pretese piene, che deve tenere intatta la tradizione della Roma che tutti conoscono e ammirano” sia riuscita nell’impresa di integrare numerosissimi ragazzi del settore giovanile combinando esperienza e gioventù riuscendo a “lasciare intatto il rendimento”. E l’esempio lampante è Mario Forlivesi: “Però, amici, domenica la folla già lo chiamava per nome: “Mario, Mario”. Buon segno. Confidenza derivata dalla considerazione che il ragazzo giocava sul serio bene. E quando si gioca a quel modo, il calcio romano è sicuro di avere un nuovo asso. Purché, si capisce, non si creda già d’esserlo e perché lo si alleni bene. Forlivesi ha la classe dell’autentico centravanti che gioca per la squadra. Gioca per tutti i compagni di linea con una chiarissima visione del momento. Tratta la palla alla brava senza perdersi in inutili funambolismi. Non perde un attimo di tempo: e se gli conviene fa da sé quello che altri non potrebbero, in quel momento, fare. E’ centravanti pratico, spiccio, sicuro: ha eleganza nei movimenti, ha palleggio fitto, ha elasticità, è sicuro. I suoi diciassette anni forse qualche volta gli consiglierebbero di prendere la via del ghiribizzo: ma si vede che sa dominarsi, e rifiuta i gingilli e le merlettature. Di modo che il suo gioco appare solido, sodo, deciso e realistico”. Poi la conclusione: “Perciò s’è detto che il calcio romano avrà domani un nuovo asso visto che di robustezza fisica, grazie a Dio, può anche far sfoggio”.

Con i ritmi del calcio moderno è impensabile che un calciatore possa giocare due partite in due giorni, non era lo stesso negli anni ’40 quando molti calciatori delle squadre ragazzi erano impegnati nel settore giovanile e in prima squadra. Tra questi Forlivesi che tra il 1 e il 2 aprile 1944 fu costretto ad un autentico tour de force al servizio dei colori giallorossi. Il 1 aprile un suo magnifico gol al termine di una travolgente azione personale apre le marcature nella partita delle finali ragazzi tra Roma e Alba poi terminata 3-0, il giorno dopo salta la partita della prima squadra contro l’Elettronica (5-0 il risultato finale in sua assenza) per partire dall’inizio contro la Lazio nella partitissima delle finali ragazzi. Qui le due stelle delle due compagini romane, Rega e Forlivesi, danno vita ad un duello personale tra amici e avversari che vedrà il primo, a scapito di tutti i pronostici, emergere aiutando i biancocelesti alla vittoria finale per 1-0 con un gol di Rosi che condanna la Roma. Decisivo secondo il Littoriale aver fermato Forlivesi: “E’ il pericolo più grande per la Lazio. Fermato lui era logico che il quintetto romanista perdesse in pericolosità”. Ma come sono riusciti i biancocelesti a fermare il promettente attaccante in rampa di lancio? “Si noti come i laziali – si legge sul Littoriale – hanno bloccato il centravanti giallorosso, che ha avuto per l’intero corso dell’incontro, tre avversari alle costole”.

Una triplice marcatura ad uomo che non si ripeterà il 23 aprile quando la Roma viene bloccata sull’1-1 dalla Mater con Forlivesi, reintegrato in prima squadra, autore dell’unico gol dei giallorossi. Complice il ritorno in pianta stabile di Amadei avvenuto grazie al comunicato numero 12 del Comitato provinciale del Coni (F. Grassetti, M. Izzi, G. Pescatore, AS Roma, la grande storia, Newton Editori, 2014) e successiva amnistia. Così non c’è traccia di Mario nelle ultime partite giocate contro Lazio (0-0), Avia (6-1), Alba (6-2) e Vigili del fuoco (4-2) e il giovane attaccante non prenderà nemmeno parte al torneo a quattro che vide la Roma trionfare in finale sul Tirrenia. Con la fine della stagione, i giornali sportivi della Capitale tracciano un bilancio della stagione e dei protagonisti: Mario Forlivesi è inevitabilmente al centro dell’attenzione della stampa. Forse troppo, al punto da spingere un lettore a chiedere minor risonanza mediatica per il giovane attaccante: “Siamo stanchi di leggere i soliti nomi: Forlivesi, Rega II, Romani, Cerroni…Possibile che non ci siano altri giovani meritevoli di citazione”. Non si è fatta attendere la replica del quotidiano: “Ma sì ce ne sono meritevoli di citazione, ma questi sono stati nettamente superati dai soliti ed è giusto che noi parliamo dei migliori”.

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Amichevole Roma – Napoli (2-2) 7 ottobre 1944: L’On. Baldassarre, Commissario della Roma, offre al Commissario del Napoli una Coppa. Riconoscibili i giocatori Krieziu, Forlivesi e Jacobini

Così il 15 agosto c’è spazio per un articolo dal titolo ‘Forlivesi il più bravo dei centravanti’: “Il centravanti è senza dubbio il ruolo su cui si appuntano curiosi e appassionati gli occhi dei tifosi di una squadra. In lui scorgono, chissà perché, il deus ex machina della compagine, lo sfondatore e il realizzatore […] Forse per questo tutti a Roma identificano le due squadre ragazzi di Lazio e Roma in Rega II e Forlivesi che conducono i rispettivi quintetti d’attacco. Sono senza dubbio i migliori di tutti anche se non in senso assoluto, come molti critici vorrebbero, anche perché alle loro spalle c’è un’evidente povertà tecnica che più volte ha raggiunto un grigiore completo. Fra i due, il romanista è nettamente superiore. Egli, che ha goduto anche di una breve ondata di popolarità nella divisione nazionale approfittando della squalifica di Amadei, ha notevoli doti per poter in futuro emergere forse anche in campo nazionale. Giocatore dal fisico poderoso e dall’ottimo scatto, dal bel gioco di testa, da un accorto gioco di distribuzione, dal tiro preciso e potente, ha però due difetti basilari. Primo, mania di strafare, il che molte volte lo porta a giocarsi la palla da solo, invece che passarla al compagno più piazzato, in una inutile corsa alla rete; secondo, la sua innata pesantezza di movimenti che in ultimo stava toccando la goffaggine. Se aggiungiamo a questi difetti una certa elementarità nell’impostazione dei temi d’attacco e una certa tendenza ad aggiustarsi troppo il pallone sotto la rete avversaria ci accorgiamo di trovarsi di fronte ad un giocatore promettente sì ma non davvero di fronte ad un giovanissimo astro. (…) Perciò che Forlivesi curi, in questa momento di impostazione e di sviluppo, sopra ogni cosa la preparazione atletica. Si rechi nei periodi di riposo in qualche pista romana e cominci a saltare e a praticare quella che in gergo sportivo si chiama atletica leggera per attenuare quella certa pesantezza che minaccia di aumentare sempre di più”.

 Il 3 settembre la stagione della Roma riparte con l’amichevole contro la Juventus Roma (4-1 per i giallorossi) e Forlivesi viene provato nell’attacco titolare: “La linea di punta ha bisogno di affiatamento per essere all’altezza del trio di punta che dovrebbe essere composto, stando alle prestazioni di domenica, da Krieziu, Forlivesi e Schiavetti”. Un test più probante per la preparazione della Roma ha luogo il 14 settembre 1944 con l’amichevole contro il Napoli al Vomero vinta dai giallorossi per 2-1 con le reti di Forlivesi e Krieziu. “Forlivesi, non ha ancora diciotto anni, ma è il nuovo asso della Roma: è abile ed esperto”, si legge sul Corriere dello Sport in merito alla gara. Tuttavia, nonostante le ottime premesse nel precampionato Mario non troverà spazio in prima squadra nelle prime gare ufficiali del 1945. Dopo alcune parentesi tra i ‘ragazzi’ però, con la complicità dell’infortunio muscolare di Amadei, Mario riuscirà a giocare la sua ultima partita ufficiale con la Roma l’11 marzo 1945 con tanto di gol: “Il primo gol si aveva al 12’ quando su tiro teso di Urilli, la palla sbatteva contro il palo e rotolava lungo la linea della porta sin che Forlivesi irrompendo di slancio le dava il colpo di grazia”. Il Trastevere è stata l’ultima vittima di Forlivesi: “Il gioco fresco e rapido di Forlivesi riuscirà a fare da toccasana ai mali che affliggono l’attacco della Roma?”, si legge sul Corriere dello Sport alla vigilia del match. E ancora: “Forlivesi si è rimesso ultimamente da una bronchite che l’ha tenuto a letto per parecchi giorni. Ma il ragazzo è bene allenato e gode la piena fiducia dei dirigenti della Roma che vedono così risolto il problema che più li angustiava, data la forzata assenza di Amadei”.

Si ringraziano le famiglie Forlivesi/Iovine/Odorisio per la collaborazione e per le foto messe a nostra disposizione.

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Prima parte

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Terza ed ultima parte

Il 29 Marzo p.v. la terza e ultima puntata, ma prima un documento unico…grazie all’Avv. Gabriele Pescatore

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Tanta è la stima in Mario che la stampa si chiede: “Amadei o Forlivesi?”

 

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Maggio ’44: Mariuccio infortunato è una notizia

 

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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20 aprile 1994, golden gol di Orlandini: l’Italia è campione d’Europa Under 21

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Nel 1994 la UEFA sceglie il Campionato Europeo Under 21 per sperimentare il golden goal, la FIFA lo aveva fatto nei suoi tornei giovanili, e nei quarti di finale di quello under 20 dell’anno prima è l’australiano Anthony Carbone al 99° a segnare il primo in assoluto.

La regola inizialmente denominata “Sudden death” si poneva l’obiettivo di trovare un modo migliore dei tiri di rigore per decretare un vincitore in caso di parità nelle partite ad eliminazione diretta. La questione su come risolvere le partite secche è antica come il calcio, sport che abbina la possibilità del “pari” (cosa piuttosto rara nei giochi) alla “scarsezza” di “punti” mediamente segnati in una partita, cosa questa che rende il pari un risultato piuttosto frequente. La Pallamano, la Pallanuoto o il Rugby prevedono il pareggio ma è molto più raro, lo “zero a zero” è poi un risultato forse solo teorico.

Gli sport che non prevedono il pari risolvono spesso le partite con tempi supplementari ad oltranza o anche con il loro equivalente del rigore, ma per quanto si possano protrarre, prima o poi una squadra primeggia. Il calcio ha sperimentato l’avanzamento ad oltranza della partita, ma la difficoltà di segnare un “punto” nel calcio fa sì che con la stanchezza che avanza la possibilità di segnare una rete si assottiglia sempre più, ne sanno qualcosa Benfica e Bordeaux che nel 1950 giocarono una finale di Coppa Latina fino al 146°, quando i portoghesi segnarono su azione di calcio d’angolo. Ma Torino e Legnano nel 1920/21 fecero di meglio: la parità si prolungò sull’1 a 1 fino al 158° quando venne sospesa per l’oscurità (per la cronaca le squadre rinunciarono allo spareggio venendo eliminate entrambe).

Non essendo percorribile procedere ad oltranza il calcio nelle sue manifestazioni ufficiali (almeno quelle FIFA e UEFA) inizialmente applica con regolarità i supplementari, la ripetizione e, come extrema ratio, il “sorteggio”. Soluzioni come i rigori o il Golden Goal erano state sperimentate in tornei minori, UEFA e FIFA non presero però iniziative fino ai primissimi anni 70’ quando introdussero (gradualmente) i rigori. Come però è facile immaginare mano a mano che si abolirono le ripetizioni si fecero sempre più frequenti le partite decise ai rigori e spesso i supplementari si trasformavano in una stanca attesa della “lotteria”. Se lo spettro della ripetizione e del sorteggio faceva sì che se arrivate ai supplementari la partita si chiudesse spesso nell’extra time, il rifugio dei rigori diventa quasi lo sbocco naturale delle partite che terminano i 90° in parità.

Il Mondiale del ‘90 in Italia non brilla per spettacolarità, il Mondiale americano del 1994 ha “brama” di spettacolarità (e forse evitare le partite con il sole a picco e umidità oltre il 100% avrebbe aiutato), ed il tarlo dei rigori che appiattiscono le partite partorisce l’idea del Golden Goal ma per la Coppa del Mondo è troppo tardi, e l’Europeo under 21 del 1994 è la prima vetrina di rilievo della nuova trovata. L’Italia si presenta da vincitrice in carica in un torneo colmo di futuri campioni che si ritroveranno negli anni a venire nel torneo “dei grandi”. Nei quarti di finale l’Italia accede alla fase finale superando ai quarti la Cecoslovacchia in partita doppia (3-0 / 0-1).

La fase finale si svolgerà in Francia, a Montpellier e a Nimes. Gli Azzurrini in semifinale incontrano i padroni di casa francesi in una partita che si chiude sullo zero a zero, si giocano così per la prima volta i tempi supplementari con la Sudden death ma nessuno segna, il test sarà solo rimandato e per questa volta si va ai rigori, dove per la Francia segnano Carotti e Ouédec poi sbaglia Makélélé e Zidane segna, gli italiani segnano tutti: Panucci, Vieri, Berretta, Marcolin e Carbone, l’Italia è in finale.

Rientrati in patria per giocare la domenica di campionato con le rispettive squadre di club, i ragazzi della “Banda Maldini” torneranno nuovamente a Montpellier per disputare il 20 Aprile la finale del torneo.

La partita con la Francia aveva portato Domenech a criticare gli italiani per il gioco un po’ antico ma certo Maldini non cambiò filosofia per la finale: il Portogallo lo ha già affrontato nelle qualificazioni, 2 a 0 in Portogallo per loro, 2 a 1 in casa per noi, si possono battere. La partita non è particolarmente bella. Il Portogallo va vicino al gol con un “autopalo” di Cannavaro che rischia molto nel liberare la difesa, Scarchilli costringe il portiere portoghese Brassard al miracolo ed al 71° su cross di Rui Costa è il portoghese Toni a colpire la traversa. Si va ai supplementari ed entra in scena Pierluigi Orlandini, classe ‘72, bergamasco di nascita e di maglia.

E’ lui che rischia di far terminare la partita dopo appena un minuto di gioco dei supplementari, ma la palla gli capita sul sinistro che non è il suo piede. La partita prosegue così per altri 8 minuti, con l’Italia più convincente rispetto ai primi 90° di gioco; al 99° è di nuovo Orlandini, e di nuovo il suo piede “sbagliato” a far partire dall’esterno destro dell’area il tiro che regala all’Italia il secondo europeo consecutivo (saranno 3 consecutive, e 5 in 12 anni) e che lo consacra alla storia del calcio come primo calciatore ad aver segnato un golden gol.

Il golden gol dopo la gioia del 1994 ci darà cocenti delusioni (Finale degli Europei del 2000 e gli ottavi del mondiale 2002), e dopo un blando tentativo di tenerlo in vita con il “Silver Goal” (con il quale la Grecia vinse il suo titolo europeo), si ritornò ai calci di rigore. Troppo brutto vedere le partite finire così, dannoso togliere l’emozione dei supplementari che si, talvolta sono melina in attesa dei rigori ma talvolta emozionanti ed imprevedibili, troppa la pressione sull’arbitro e sui guardalinee. Dopo la parentesi dei goal d’oro e d’argento le polemiche sui rigori si sono via via spente, e nell’immaginario collettivo da “lotteria” sono passati ad essere considerati comunque una prova di freddezza dei giocatori e di abilità dei portieri, criterio probabilmente più giusto del “chi segna prima vince”, che rimarrà confinato nei cortili quando si sta facendo buio e bisogna tornare a casa “chi segna il prossimo vince”, in fondo un golden goal lo abbiamo segnato tutti.

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19 aprile 1989, prova di forza: Milan vs Real Madrid 5-0

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GLIEROIDELCALCIO.COM – La Sampdoria si è sbarazzata del Malines, il Napoli del Bayern: blucerchiati in finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona e i partenopei a contendersi la Coppa Uefa con lo Stoccarda.

E il Milan? I rossoneri sono alle prese con una difficile partita contro un avversario di tutto rispetto, il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez, dai più considerato la squadra da battere.

L’andata, finita 1-1, si può considerare un buon risultato indubbiamente ma aveva lasciato molto amaro in bocca sia perché i rossoneri avevano imposto il loro gioco sia a causa di alcune decisioni arbitrali quantomeno discutibili. Una partita dove il gol di Van Basten sarebbe da far vedere in tutte le scuole durante le ore di “Arte”: un colpo di testa a 50 centimetri da terra che arriva a “palombella” all’incrocio dei pali.

Il tagliando d’ingresso della partita (Collezione Matteo Melodia)

Il Milan non ha nessuna intenzione di lasciare scampo agli avversari e mette subito le cose in chiaro partendo forte, fortissimo.

“Dalla curva più rossonera dello stadio è salito, prima timido, poi via via più sicuro, il canto dei tifosi del Liverpool: nel minuto di silenzio per i morti di Sheffield, un canto sommesso, imprevisto, commovente” … quattro giorni prima morirono 96 persone all’Hillsborough Stadium di Sheffield, una strage.

Molta supremazia dei padroni di casa e qualche occasione non sfruttata, poi “Il gol che sbloccava il risultato (17′) partiva da un tenace recupero di palla di Tassotti e Gullit in coppia sul filo del fallo laterale. L’olandese appoggiava al centro per Ancelotti e il regista partiva caracollando: saltato Schuster, evitato Gordillo, bum sotto la traversa, con Buyo due metri avanti a far da spettatore”. E’ 1-0.

Dopo sette minuti il raddoppio: “Da una serie di tre corner è venuta la seconda marcatura. Scambio Donadoni-Tassotti (24′), bel centro lungo, oltre la mischia di centro porta, e Rijkaard che svetta sopra tutti schiacciando in porta”.

Al 45’ la partita, ammesso che fosse ancora aperta, si chiude: Donadoni, ubriaca il suo marcatore diretto e crossa al centro per l’olandese Gullit, che insacca di testa. Si può andare ora a bere un the caldo.

La ripresa inizia come era finito il primo tempo e al 49’ il trio olandese fa tutto da solo: Rijkaard lancia per Gullit che di testa fa da torre a Van Basten in area, il quale con due marcatori vicini a lui, controlla con calma e mette dentro con un gran tiro sotto la traversa.

Esce Gullit e entra Virdis ma la musica non cambia. Al 59′ Donadoni dalla destra si accentra e di sinistro insacca con un diagonale rasoterra che il portiere avversario Buyo sembra non riesca nemmeno a vedere.

È 5-0, una partita impressionante dove il Milan sembra uno schiacciasassi ad una prova di forza. Il Real ne esce sovrastato, accerchiato, surclassato, affannato forse addirittura disperato e spaventato.

 “Tre squadre italiane sono finaliste delle tre Coppe europee. Possiamo gonfiare il petto…”.

Già, bei tempi quelli in cui tre italiane avevano la possibilità di aggiudicarsi un trofeo europeo.

(Le frasi in corsivo tra virgolette sono estrapolate da “La Stampa” del 20 aprile 1989)

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1976 – Il Lecce, Mimmo Renna e l’altro “TRIPLETE”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La parola triplete diventa di gran moda in Italia quando Diego Milito, nella finale di Champions League del 2010, che si disputa allo stadio “Bernabeu” di Madrid, permette con la sua doppietta, all’Inter di Mourinho, di aggiudicarsi la coppa dalle “grandi orecchie”, insieme allo scudetto e la Coppa Italia nella stessa annata.

Pochissimi sanno che nella stagione 1975-76, in quartieri più popolari del calcio italiano, un signore di nome Antonio Renna, al secolo Mimmo, realizza un’impresa non lontana (con le debite proporzioni) da quella del suo collega portoghese maggiormente quotato. Non siamo a Milano ovviamente, ma parecchio più a Sud, in Puglia, nell’orgoglioso Salento, nella splendida Lecce, dove oltre al profumo del mare si respira, sempre, profumo di calcio.

La stagione di cui parliamo, infatti, si rivela la più ricca di successi nella storia dei salentini, che centrano uno storico tris del calcio minore. Dopo aver vinto il girone C del campionato di Serie C – impreziosito dall’imbattibilità casalinga, e dal titolo di capocannoniere del torneo per la punta Montenegro – ritornando così in Serie B dopo ben ventisette anni dall’ultima apparizione, il Lecce di mister Renna vince anche la Coppa Italia Semiprofessionisti (serie C) e quindi centra la prima, e fino ad oggi, unica affermazione internazionale per il club salentino, nella Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti.

Le origini della squadra salentina risalgono alla fondazione dello Sporting Club Lecce, nato nel lontano 1908. Nonostante lo scorso 15 marzo siano stati festeggiati i centoundici anni della storia del calcio leccese, fino agli anni ’70, i giallorossi raccolgono soltanto qualche sporadica partecipazione al torneo di serie B negli anni ’30, fino all’ultima apparizione nel campionato cadetto del 1949.

Soltanto nel corso degli anni ’70 si rinverdiscono i fasti del club giallorosso. Nella stagione ‘71-‘72 il Lecce chiude il campionato al secondo posto, e lo stesso accade nelle stagioni ‘72-‘73 e ‘73-‘74. Nell’annata ‘74-‘75 i giallorossi partono con i favori del pronostico, la guida tecnica è quella dell’esperto e stimato Nicola Chiricallo ma, nonostante la rosa moto quotata, i salentini giungono soltanto terzi, dietro il Catania campione e gli odiati cugini baresi.

Malgrado il risultato dell’annata non risulti eccezionale, è proprio nel corso di questo campionato, che vengono poste le basi che permettono al Lecce di vincere tutto quello che si può vincere l’anno successivo.

La meravigliosa e memorabile stagione 1975-76 vede, alla guida del club, il nuovo presidente Antonio Rollo. Si riparte con una squadra molto rinnovata rispetto all’anno precedente, mentre il tecnico rimane Chiricallo. L’avvio del torneo non appare dei migliori e, soprattutto, non sembra un buon viatico per raggiungere l’obiettivo, legittimo, vista la caratura della squadra, di vincere il campionato: dopo sei giornate il Lecce, infatti, ha la miseria di soli 4 punti. L’unica cosa che si può fare quando le cose non vanno è avvicendare la guida tecnica, perché non è possibile spedire a casa la maggior parte dei calciatori. Non va diversamente in questa circostanza, e l’allenatore viene esonerato. Tutti sanno, però, che Nicola Chiricallo, oltre ad essere un grande trainer, è anche una persone di spessore, quindi il compito di trovare un sostituto che possa fare meglio appare, da subito, complicato.

Per la fortuna dei giallorossi la scelta della dirigenza è, però, illuminata, e ricade su una persona di assoluto livello in campo e fuori, che risponde proprio al nome di Antonio “Mimmo” Renna.

Mimmo, leccese doc, dopo una parentesi che sa molto di gavetta in serie D con il Nardò, raggiunge una miracolosa salvezza col il Brindisi, in serie B, nella stagione ‘74-’75, proprio quella che precede la magica annata leccese. Sembra essere, sin da subito, lui il profilo giusto per sostituire l’uscente Chiricallo, ma c’è un problema, inaspettato, che inizialmente impedisce a Renna di sedere sulla panchina giallorossa. Quanto accade oggi ci fa sorridere, ma con retrogusto amaro, se pensiamo a come sia cambiato il calcio nel corso dei decenni. È un’amicizia tra due uomini, infatti, l’elemento che sembra ostativo all’avvicendamento sulla panchina dei giallorossi: quando Renna riceve la telefonata dai dirigenti leccesi che hanno intenzione di ingaggiarlo, la sua risposta è: “No grazie, sono troppo amico di Chiricallo, non posso accettare”, e dall’altra parte replicano “ma Chiricallo lo mandiamo via comunque, caro Renna, vorrà dire che troveremo un altro allenatore … ”. Dopo questa contro risposta il giovane tecnico leccese, seppur rammaricato da una parte, si convince che non sta tradendo il suo amico e collega, e accetta la panchina dei salentini, un sogno che si avvera per un ragazzo nato all’ombra del castello di Carlo V.

È l’inizio di una cavalcata impetuosa. Alla settima giornata di campionato, il 26 ottobre 1975, il Lecce incontra il fortissimo Benevento, e sulla panca siede Renna per il suo esordio allo stadio “Via del mare”. Il Lecce vince di misura (1-0); vince anche la domenica successiva e quella dopo ancora: è fin troppo evidente che la scintilla è scoccata, ed altrettanto evidente che il trend si sta invertendo.

Mister Renna, oltre a sistemare al meglio la squadra in campo, chiede nuovi giocatori per potenziare la squadra, e le scelte sono determinanti: arrivano il forte l’attaccante Loddi dalla Lazio, il fantasioso centrocampista Giannattasio, suo ex compagno nel Brindisi (dove Renna è stato anche allenatore-giocatore, funzionava così a quei tempi), di Vinicio, e il portiere Di Carlo.

Qualche settimana dopo il Lecce va Cosenza e domina con un tennistico 6 – 1. Da quel momento il gruppo di Renna non si ferma più, nonostante un battagliero Benevento che tiene vivo il campionato fino alla penultima giornata: i giallorossi fanno visita agli “omonimi” del Messina, e viene fuori  un salomonico pareggio (1-1), che significa promozione in B dopo ben 27 anni trascorsi negli inferi della serie C. L’ultima partita casalinga è contro il Sorrento, ed è solo un’occasione per fare festa al “Via del mare”, e darsi appuntamento con i tifosi per la stagione successiva, tra i cadetti.

Il Lecce vince quindi il suo girone di campionato ma, come anticipato, la bacheca quell’anno si arricchisce eccezionalmente di altri due titoli.

Foto dal libro “Coppe Anglo italiane – 1968 1976”, Geo Edizioni – Collezione Alessandro Lancellotti

Il secondo titolo, la Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti (Anglo-Italian Semiprofessional Tournament) è una competizione calcistica organizzata tra squadre semiprofessionistiche, congiuntamente, dalle federazioni inglese ed italiana, come complemento al torneo Anglo-Italiano. Questa coppa, istituita nel 1975, vede di fronte i vincitori della Coppa Italia Semiprofessionisti (oggi coppa Italia di C) e quelli della Football Conference inglese (oggi National League), prima categoria non completamente professionistica. La squadra salentina, vincitrice della Coppa Italia semi-professionistica 1975-76 affronta lo Scarborough, formazione del North Yorkshire e campione del Football Association Challenge Trophy, la neo istituita Coppa d’Inghilterra per semiprofessionisti; all’andata, a Scarborough, il 24 settembre 1976, la squadra di casa vince 1-0 con un goal di Harry Dunn. Al ritorno, due settimane più tardi, il Lecce ribalta tutto. Prima, impiega tre quarti dell’incontro per pareggiare i conti con l’andata (autogoal di Deere al minuto ‘66). Si rimane, quindi, in parità fino alla fine dei tempi regolamentari, e i giallorossi trovano la vittoria finale soltanto nel corso dei tempi supplementari, durante i quali il centravanti Gaetano Montenegro si scatena, e mette a segno ben tre goal, ai minuti 101′, 113′ e 115’, assicurando così la vittoria per 4-0, e la vittoria del trofeo agli uomini di Mimmo Renna. La competizione ha però vita breve e si disputa soltanto in due edizioni (1975 e 1976) perché viene soppressa proprio nel ’76, facendo si che il Lecce rimanga, nella storia, l’unica squadra italiana ad averla vinta (l’anno precedente è il Brescia a cercare, senza successo, la vittoria che va, invece, alla formazione del Wycombe).

Il titolo che completa il triplete leccese è, come detto, la Coppa Italia Semiprofessionisti 1975-1976. Il cammino che conduce i giallorossi alla vittoria finale è letteralmente chilometrico, quell’anno il Lecce gioca nel girone numero 28 (su 30 totali sparsi in tutta la penisola), e si trova di fronte Nardò e Monopoli. Una volta superato il primo turno, nelle fasi ad eliminazioni diretta, i salentini incontrano ed eliminano, nell’ordine, Nocerina, Sorrento, Marsala e Ischia, prima di arrivare in finale col Monza e batterlo di misura (1-0). La bacheca ora è davvero piena.

Siamo sicuri che il grande Mimmo Renna, che ci ha lasciato poco più di due mesi fa, sarebbe stato felice di partecipare alla festa di compleanno, da poco trascorsa, per le centoundici candeline del suo Lecce e, altrettanto contento, di sapere che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, ci sono innamorati del pallone, come noi, che trovano più fascinoso e romantico parlare del triplete del Lecce di Mimmo, piuttosto che di quello di Mou. Con tutto il rispetto, caro Josè.

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