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Il Calcio Racconta

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Seconda parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello – Dario Canali – Mattia Zucchiatti) – La Società Ginnastica e Scherma Fortitudo fu una gloriosa polisportiva romana legata agli ambienti del clero capitolino con la sede a Piazza Adriana, alle spalle di Castel Sant’Angelo in un’area donata da Papa Pio X. Dal 1908 il settore giovanile della sezione calcio della società di Rione Borgo ha dato lustro al football capitolino sfornando decine di talenti capaci in futuro di imporsi a livello nazionale. A vestire la maglia rossa bordata di blu in omaggio alla Roma papalina furono tra i tanti Attilio Ferraris IV, Mario De Micheli e Mario Forlivesi che iniziò a calcare il Campo Madonna del Riposo sin da giovanissimo all’età di 16 anni quando la Roma decise di prelevarlo per impiegarlo nella squadra ‘ragazzi’ del club giallorosso. Sotto la guida di Guido Masetti, nell’inedita veste di portiere della prima squadra e allenatore delle giovanili, il 16enne romano muoverà i primi passi nel panorama calcistico iniziando a farsi apprezzare dagli addetti ai lavori.

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L’esordio del giovane Forlivesi sulle colonne di un importante quotidiano sportivo come il Corriere dello Sport risale alla prima partita giocata il 6 dicembre del 1943 con la squadra ragazzi. Un netto 6-0 ai danni della ‘Giovanissima’ ha permesso ai giallorossi di balzare subito in testa nella classifica del rispettivo girone del campionato di categoria e a Mario, autore di una doppietta, di comparire per la prima volta nel tabellino dei marcatori. “Al 6’ è Forlivesi – si legge sul Corriere dello Sport – che con magnifica azione personale si porta il pallone in area e batte il portiere della Giovanissima”. Ma il giovane bomber non è sazio: “Al 24’ è ancora Forlivesi che segna. Difficile dare un giudizio ai giocatori della Roma, ma di questi si può dire che Forlivesi ha dimostrato un’ottima impostazione di gioco ed uno spunto personale in grado di essere alquanto redditizio in partite più impegnative”. Bisogna aspettare solo sette giorni per assistere al bis di Forlivesi che apre le danze contro il ‘Vincere’, club dall’interessante settore giovanile guidato da Nieddu. “I giallorossi rompono il ghiaccio al 21’ del primo tempo con Forlivesi – si legge sul ‘ Corriere dello Sport’ – che non aveva difficoltà a calciare in rete un bel tiro del compagno Romani”. Ma non è finita qui: “L’attacco faceva brillare di giusta luce le buone doti di Romani e Forlivesi, un ragazzo questo che mette nel suo gioco una passione senza fine e degna di particolare considerazione”.

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“Mariuccio”, come spesso veniva chiamato

 

Una passione, quella sottolineata dalla penna dei cronisti romani, che darà i suoi frutti anche una settimana dopo in occasione della terza giornata del girone A. La Roma ragazzi di Masetti chiamata all’impegno contro il Rapid, si sbarazza degli avversari con protagonista, neanche a dirlo, ancora Forlivesi autore di una tripletta in un netto successo per 5-0. Giunta a punteggio pieno e a reti inviolate, la quarta giornata presenta la prima insidia per i ragazzi di Masetti che però riescono a tenere testa alla Lazio, capolista dell’altro girone, continuando una striscia di successi che non fa che confermare il monopolio di giallorossi e biancocelesti nel calcio romano. Di 3-0 il parziale con cui Forlivesi e compagni riescono ad avere la meglio dei bianco verdi dell’Alba grazie ai gol di Cianti (doppietta) e proprio Mario che mantiene saldamente la testa della classifica marcatori per poi mantenerla anche nella giornata successiva, che sarà l’ultima della sua carriera nel settore giovanile. La prima squadra, complice la squalifica di Amedeo Amadei, reo secondo l’accusa di aver dato un calcio al guardialinee, è in procinto di chiamare in pianta stabile il giovane che prima però ha il compito di aiutare i suoi compagni a superare l’ostacolo Montedoro. La Roma ragazzi vince per 3-0 e Mario realizza il gol del congedo: “Al 2’ Forlivesi ricevuto un bel passaggio da Romani, sgusciava tra i terzini, resisteva alla carica e batteva il portiere con un tiro diagonale”.

Lucchese, Juventus e Foggia. Furono queste le tre squadre scelte da tre grandi bandiere della Roma come Amedeo Amadei, Bruno Conti e Francesco Totti per firmare il primo gol con la maglia della Roma. La prima vittima del nostro protagonista invece fu l’Avia nel corso di una partita del 15 gennaio 1944 vissuta sotto un clima di pessimismo dalla tifoseria giallorossa a causa della conferma del ritiro della tessera ad Amedeo Amadei, squalificato a vita. “Oggi e domani, seri ostacoli sul cammino delle due capolista del campionato romano di calcio: la Lazio per la forza dell’avversario, la Roma perché menomata”, si legge sul Corriere dello Sport che presenta la partita tra Avia e Roma sottolineando la “differenza netta di classe” tra le due compagini e l’interesse dell’incontro accentuato dalle “novità nelle file delle due squadre”. E’ l’esordio dei giovani, la grande occasione per i protagonisti della squadra ‘Ragazzi’ di imporsi in prima squadra e questa chance sarà sfruttata proprio da Forlivesi, autore del primo gol (la partita finì 2-0) che ne assicurerà un posto in prima squadra e un interesse sempre più insistente della stampa romana. La Roma inizia il nuovo corso legittimando il primato in classifica e si appresta ad iniziare la fuga ai danni della Lazio fermata sul pareggio dal Tirrenia. “Gli uomini di Degni – scrive il ‘Corriere’ – hanno la prerogativa della giovinezza che se ha come svantaggio l’inesperienza, ha d’altra parte quei vantaggi che nei giovani sono doti comuni e che sono rappresentati da un’unica assommante qualifica: foga”. E la foga certo non mancava a Mario che dieci giorni dopo sarà capace di attrarre su di sé gli occhi e le aspettative della tifoseria nella sfida casalinga contro l’Alba. Aspettative per nulla disattese con una doppietta nel successo per 5-2. “Non conoscevo Forlivesi – esordisce Ennio Mantella sulle colonne del ‘Corriere dello Sport’ – il giovanissimo nuovo centravanti della Roma, se non perché ogni tanto me ne parlava un mio assiduo spettatore di partite ragazzi.

– Un futuro “asso”

– Lo credo

– Anzi è già un “asso”

– Bè adesso esageri

Non conoscevo Forlivesi: lo avevo visto una volta, quanto a me, su in tribuna che assisteva ad una partita di calcio.  

-Il futuro “asso”?

S’era messo a ridere col riso schietto del ragazzo diciassettenne, fresco e colorito. Ma l’ho visto giocare ieri allo stadio nella partita contro l’Alba. Durante la partita gli ho dato un consiglio: ‘Non perdere tempo a rigirarti col pallone ai piedi: appena in area di rigore, tira subito’. Ha detto sì e poi ha sorriso”.

Timidezza e spontaneità fanno da cornice ad un talento fuori dal comune che si ripeterà il 13 febbraio dello stesso anno.

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Roma – Vigili del Fuoco 2-0: Forlivesi alle “prese” con il portiere avversario Francalancia

La Roma batte per 2-0 la Vigili del Fuoco: Borsetti apre le marcature e Forlivesi le chiude con un facile appoggio della sfera nella porta sguarnita. “Il campionato romano ha lanciato diversi giovani che si stanno comportando in modo egregio – si legge sempre sulle colonne del quotidiano romano – Sono giovani che altrimenti avrebbero tardato molto prima di farsi luce e che invece oggi possono competere con i più esperti. Il più giovane di tutti lo ha messo in linea la Roma: si tratta di Forlivesi, centravanti che ha sostituito Amadei e che è passato di colpo dai ragazzi in prima squadra. Alto, snello, agile e oggi tra i migliori”. Ma non c’è vita facile per Mario alle prese con l’esperienza e la durezza degli anziani difensori romani. “Forlivesi ha avuto un collaudo severo contro un sestetto massiccio. Ne è uscito bene come gioco anche se fisicamente è terminato malconcio”, scrive Giorgio Cesaroni confermando il nonnismo delle retroguardie difensive nei confronti dei giovanissimo attaccanti per poi sottolineare “il bel gol e le belle azioni personali che hanno dimostrato una grinta che forse non si credeva nel suo repertorio”.

Dopo tre vittorie consecutive, arriva un inaspettato stop per la Roma che viene fermata sull’1-1 dalla Juventus, squadra in bianco nero e ispirata all’omonima di Torino. Nella partita che segna il ritorno tra i pali di Guido Masetti, non basta il gol del veterano Krieziu ai giallorossi per avere la meglio degli avversari. Forlivesi, sotto tono e schierato fuori ruolo, non riesce ad imporsi e come si legge sul Corriere dello Sport “è finito anche lui per ricadere nella mediocrità dei compagni di squadra”. L’occasione per riacciuffare la testa del girone la Roma la sfrutta il 19 marzo del 1944 quando per ovviare ad una inagibilità dello Stadio Nazionale, i giallorossi sono costretti a giocare la gara di campionato contro il Tirrenia tra le mura biancocelesti della Rondinella. In campo “nemico” gli uomini di Masetti battono gli avversari con il risultato di 4-2 grazie alle reti di Jacobini, Borsetti e Cozzolini (doppietta). Con la Lazio impegnata con la Vigili del Fuoco, la Roma si presenta alla Rondinella il 26 marzo 1944 per giocare contro il Trastevere senza molti titolari e con circa metà della squadra prelevata dalla squadra ragazzi. Oltre ai giovanissimi Fusco, Ferioli, Matteini, Cozzolini c’è il nostro Forlivesi che contribuirà al risultato finale di 7-1 con una tripletta che gli vale gli elogi sui giornali che sottolineeranno l’immutato stile che caratterizza la squadra di Masetti nonostante l’assenza dei veterani. “Questa Roma con una tradizione sulle spalle, con quel suo gioco che non fa grinze, che ti manda in solluchero i sostenitori proprio nei momenti che ci si sta per mettere le mani nei capelli, che innesta giocatori, li cambia, li rimette, li sostituisce senza alterare lo stile che rimane limpido. Mancano gli assi titolari? E come niente fosse dalla sua squadra ragazzi prende Forlivesi, giovinetto studentello diciassettenne, occhi vivaci, colorito biancorosso come mela novembrina, sorriso aperto e schietto come se avesse commesso qualche monelleria e lo innesta in prima squadra.

Sei emozionato?

Ci guardò come se avessimo detto un’eresia. E fu franco nella risposta:

E perché? Non ce ne dovrebbe essere ragione.

Gli si notarono pregi e difetti: un bel palleggio, un bel tiro, un bel gioco di testa. Forlivesi, si scrisse allora, può anche essere il nostro futuro asso. Purché, aggiunsero i soliti pantofolai, non si monti la testa. Balle: cosa volete che si monti la testa. E noi lo esaltammo, sino al punto da farci chiedere a noi stessi se non stessimo esagerando”.

Ma il dibattito sulla convenienza per il calcio italiano di utilizzare o meno i prodotti del calcio giovanile non è figlio solo del nuovo secolo. All’indomani della travolgente vittoria della Roma ai danni dei trasteverini, il Littoriale pone l’accento sull’esempio della Roma e su come “lo squadrone giallorosso che in partenza ha in programma il successo finale, che ha una folla enorme di sostenitori dalle pretese piene, che deve tenere intatta la tradizione della Roma che tutti conoscono e ammirano” sia riuscita nell’impresa di integrare numerosissimi ragazzi del settore giovanile combinando esperienza e gioventù riuscendo a “lasciare intatto il rendimento”. E l’esempio lampante è Mario Forlivesi: “Però, amici, domenica la folla già lo chiamava per nome: “Mario, Mario”. Buon segno. Confidenza derivata dalla considerazione che il ragazzo giocava sul serio bene. E quando si gioca a quel modo, il calcio romano è sicuro di avere un nuovo asso. Purché, si capisce, non si creda già d’esserlo e perché lo si alleni bene. Forlivesi ha la classe dell’autentico centravanti che gioca per la squadra. Gioca per tutti i compagni di linea con una chiarissima visione del momento. Tratta la palla alla brava senza perdersi in inutili funambolismi. Non perde un attimo di tempo: e se gli conviene fa da sé quello che altri non potrebbero, in quel momento, fare. E’ centravanti pratico, spiccio, sicuro: ha eleganza nei movimenti, ha palleggio fitto, ha elasticità, è sicuro. I suoi diciassette anni forse qualche volta gli consiglierebbero di prendere la via del ghiribizzo: ma si vede che sa dominarsi, e rifiuta i gingilli e le merlettature. Di modo che il suo gioco appare solido, sodo, deciso e realistico”. Poi la conclusione: “Perciò s’è detto che il calcio romano avrà domani un nuovo asso visto che di robustezza fisica, grazie a Dio, può anche far sfoggio”.

Con i ritmi del calcio moderno è impensabile che un calciatore possa giocare due partite in due giorni, non era lo stesso negli anni ’40 quando molti calciatori delle squadre ragazzi erano impegnati nel settore giovanile e in prima squadra. Tra questi Forlivesi che tra il 1 e il 2 aprile 1944 fu costretto ad un autentico tour de force al servizio dei colori giallorossi. Il 1 aprile un suo magnifico gol al termine di una travolgente azione personale apre le marcature nella partita delle finali ragazzi tra Roma e Alba poi terminata 3-0, il giorno dopo salta la partita della prima squadra contro l’Elettronica (5-0 il risultato finale in sua assenza) per partire dall’inizio contro la Lazio nella partitissima delle finali ragazzi. Qui le due stelle delle due compagini romane, Rega e Forlivesi, danno vita ad un duello personale tra amici e avversari che vedrà il primo, a scapito di tutti i pronostici, emergere aiutando i biancocelesti alla vittoria finale per 1-0 con un gol di Rosi che condanna la Roma. Decisivo secondo il Littoriale aver fermato Forlivesi: “E’ il pericolo più grande per la Lazio. Fermato lui era logico che il quintetto romanista perdesse in pericolosità”. Ma come sono riusciti i biancocelesti a fermare il promettente attaccante in rampa di lancio? “Si noti come i laziali – si legge sul Littoriale – hanno bloccato il centravanti giallorosso, che ha avuto per l’intero corso dell’incontro, tre avversari alle costole”.

Una triplice marcatura ad uomo che non si ripeterà il 23 aprile quando la Roma viene bloccata sull’1-1 dalla Mater con Forlivesi, reintegrato in prima squadra, autore dell’unico gol dei giallorossi. Complice il ritorno in pianta stabile di Amadei avvenuto grazie al comunicato numero 12 del Comitato provinciale del Coni (F. Grassetti, M. Izzi, G. Pescatore, AS Roma, la grande storia, Newton Editori, 2014) e successiva amnistia. Così non c’è traccia di Mario nelle ultime partite giocate contro Lazio (0-0), Avia (6-1), Alba (6-2) e Vigili del fuoco (4-2) e il giovane attaccante non prenderà nemmeno parte al torneo a quattro che vide la Roma trionfare in finale sul Tirrenia. Con la fine della stagione, i giornali sportivi della Capitale tracciano un bilancio della stagione e dei protagonisti: Mario Forlivesi è inevitabilmente al centro dell’attenzione della stampa. Forse troppo, al punto da spingere un lettore a chiedere minor risonanza mediatica per il giovane attaccante: “Siamo stanchi di leggere i soliti nomi: Forlivesi, Rega II, Romani, Cerroni…Possibile che non ci siano altri giovani meritevoli di citazione”. Non si è fatta attendere la replica del quotidiano: “Ma sì ce ne sono meritevoli di citazione, ma questi sono stati nettamente superati dai soliti ed è giusto che noi parliamo dei migliori”.

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Amichevole Roma – Napoli (2-2) 7 ottobre 1944: L’On. Baldassarre, Commissario della Roma, offre al Commissario del Napoli una Coppa. Riconoscibili i giocatori Krieziu, Forlivesi e Jacobini

Così il 15 agosto c’è spazio per un articolo dal titolo ‘Forlivesi il più bravo dei centravanti’: “Il centravanti è senza dubbio il ruolo su cui si appuntano curiosi e appassionati gli occhi dei tifosi di una squadra. In lui scorgono, chissà perché, il deus ex machina della compagine, lo sfondatore e il realizzatore […] Forse per questo tutti a Roma identificano le due squadre ragazzi di Lazio e Roma in Rega II e Forlivesi che conducono i rispettivi quintetti d’attacco. Sono senza dubbio i migliori di tutti anche se non in senso assoluto, come molti critici vorrebbero, anche perché alle loro spalle c’è un’evidente povertà tecnica che più volte ha raggiunto un grigiore completo. Fra i due, il romanista è nettamente superiore. Egli, che ha goduto anche di una breve ondata di popolarità nella divisione nazionale approfittando della squalifica di Amadei, ha notevoli doti per poter in futuro emergere forse anche in campo nazionale. Giocatore dal fisico poderoso e dall’ottimo scatto, dal bel gioco di testa, da un accorto gioco di distribuzione, dal tiro preciso e potente, ha però due difetti basilari. Primo, mania di strafare, il che molte volte lo porta a giocarsi la palla da solo, invece che passarla al compagno più piazzato, in una inutile corsa alla rete; secondo, la sua innata pesantezza di movimenti che in ultimo stava toccando la goffaggine. Se aggiungiamo a questi difetti una certa elementarità nell’impostazione dei temi d’attacco e una certa tendenza ad aggiustarsi troppo il pallone sotto la rete avversaria ci accorgiamo di trovarsi di fronte ad un giocatore promettente sì ma non davvero di fronte ad un giovanissimo astro. (…) Perciò che Forlivesi curi, in questa momento di impostazione e di sviluppo, sopra ogni cosa la preparazione atletica. Si rechi nei periodi di riposo in qualche pista romana e cominci a saltare e a praticare quella che in gergo sportivo si chiama atletica leggera per attenuare quella certa pesantezza che minaccia di aumentare sempre di più”.

 Il 3 settembre la stagione della Roma riparte con l’amichevole contro la Juventus Roma (4-1 per i giallorossi) e Forlivesi viene provato nell’attacco titolare: “La linea di punta ha bisogno di affiatamento per essere all’altezza del trio di punta che dovrebbe essere composto, stando alle prestazioni di domenica, da Krieziu, Forlivesi e Schiavetti”. Un test più probante per la preparazione della Roma ha luogo il 14 settembre 1944 con l’amichevole contro il Napoli al Vomero vinta dai giallorossi per 2-1 con le reti di Forlivesi e Krieziu. “Forlivesi, non ha ancora diciotto anni, ma è il nuovo asso della Roma: è abile ed esperto”, si legge sul Corriere dello Sport in merito alla gara. Tuttavia, nonostante le ottime premesse nel precampionato Mario non troverà spazio in prima squadra nelle prime gare ufficiali del 1945. Dopo alcune parentesi tra i ‘ragazzi’ però, con la complicità dell’infortunio muscolare di Amadei, Mario riuscirà a giocare la sua ultima partita ufficiale con la Roma l’11 marzo 1945 con tanto di gol: “Il primo gol si aveva al 12’ quando su tiro teso di Urilli, la palla sbatteva contro il palo e rotolava lungo la linea della porta sin che Forlivesi irrompendo di slancio le dava il colpo di grazia”. Il Trastevere è stata l’ultima vittima di Forlivesi: “Il gioco fresco e rapido di Forlivesi riuscirà a fare da toccasana ai mali che affliggono l’attacco della Roma?”, si legge sul Corriere dello Sport alla vigilia del match. E ancora: “Forlivesi si è rimesso ultimamente da una bronchite che l’ha tenuto a letto per parecchi giorni. Ma il ragazzo è bene allenato e gode la piena fiducia dei dirigenti della Roma che vedono così risolto il problema che più li angustiava, data la forzata assenza di Amadei”.

Si ringraziano le famiglie Forlivesi/Iovine/Odorisio per la collaborazione e per le foto messe a nostra disposizione.

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Prima parte

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Terza ed ultima parte

Il 29 Marzo p.v. la terza e ultima puntata, ma prima un documento unico…grazie all’Avv. Gabriele Pescatore

Collezione Gabriele pescatore 1Collezione Gabriele pescatore 2

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Tanta è la stima in Mario che la stampa si chiede: “Amadei o Forlivesi?”

 

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Maggio ’44: Mariuccio infortunato è una notizia

 

quotidiano 5quotidiano 4quotidiano 1

 

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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8 dicembre 1985 – La prima Intercontinentale della Juventus e la protesta di “Le Roi”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – La Juventus di Mister Trapattoni sale sul gradino più alto del mondo e conquista a Tokio la sua prima Coppa Intercontinentale. È l’8 dicembre 1985 e ai calci di rigore batte l’Argentinos Junior squadra di Buenos Aires.  I bianconeri arrivano alla sfida dopo la vittoria nella Coppa dei Campioni nella tragica e dolorosa serata dell’Heysel, e affronta gli argentini vincitori della Libertadores. È questa una partita equilibrata e divertente e il primo tempo finisce sul risultato di 0-0. Gli argentini si portano in vantaggio con Ereos ma vengono raggiunti da “Le Roi” Platini su calcio di rigore. Poi al secondo vantaggio dell’Argentinos, gol di Castro, i bianconeri rispondono con Laudrup dopo un’azione splendida e assist del solito Michel Platini.

Quando il risultato è ancora di 1-1, Michel Platini segna una delle sue reti più belle ma gli viene annullata per fuorigioco di Brio: un capolavoro con “sombrero” in piena area di rigore e tiro al volo di sinistro. Il suo modo di dimostrare la contrarietà al direttore di gara rimane un’immagine scolpita nei ricordi di tutti gli appassionati di calcio: disteso sul campo in silenzio. Una posa delicata e polemica, una posa da “Re”. Ai tempi supplementari il risultato rimane ancorato sul 2-2 e si rende necessaria la lotteria dei calci di rigore. La Juventus segna con Brio, Cabrini, Serena e sbaglia proprio con Laudrup, l’autore del gol del pareggio. Dopo il secondo rigore parato da Tacconi, Platini deve tirare il rigore decisivo e non lo sbaglia. La Juventus è Campione del Mondo per Club.

Curiosità: la gara fu trasmessa in diretta da Canale 5 alle 04:00 di domenica mattina esclusivamente per gli abitanti della Lombardia, interrompendo in qualche modo il monopolio della Rai, perché in quei tempi vigeva il divieto per le emittenti private di trasmettere a livello nazionale.

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I pionieri del calcio a Vicenza: la famiglia Tonini

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Anna Belloni) – Con la pubblicazione del mio libro “Le due divise” mi sono preoccupata di colmare le lacune del periodo intercorso dalla fondazione dell’Associazione Calcio Vicenza nel 1902 fino allo scoppio della Grande Guerra, un periodo che era stato esplorato solamente dal volume “La Nobile Provinciale”, il bel lavoro di Antonio Berto.

Di tutte le vicende e i personaggi dell’epoca che ho incontrato nelle mie ricerche mi è rimasta particolarmente impressa una famiglia, che credo rappresenti una parte fondamentale della storia dei pionieri del calcio a Vicenza.

L’Ing. Virginio Tonini

L’ing. Virginio Tonini era nativo di Modena ed ebbe una lunga carriera come Ingegnere capo del Genio Civile, incarico che lo portò a spostarsi in varie città d’Italia. Si sposò ed ebbe cinque figli: Carolina, Alessandro che fu un famoso ingegnere e pioniere dell’Aereonautica Italiana, Angelo, e i due gemelli Giuseppe e Adolfo. Ad Arezzo l’ing. Tonini si fermò per seguire i lavori di bonifica della Val di Chiana, poi si trasferì a Udine e quindi nel 1905 a Vicenza. Alessandro il figlio maggiore, dopo aver completato gli studi a Liegi, si trasferì a Milano mentre i tre fratelli minori frequentarono le scuole a Vicenza. Certamente quello fu il luogo in cui avvenne il contatto con il calcio del prof. Antonio Libero Scarpa, insegnante di ginnastica principalmente all’Istituto Tecnico Fusinieri, ma in seguito anche al Liceo Classico Pigafetta. Angelo e i gemelli Adolfo e Giuseppe, iniziarono a giocare nell’Olimpia di Vicenza, piccola società poi confluita nel 1908 nell’Associazione Calcio Vicenza. L’Ingegner Virginio non poté fare a meno di essere coinvolto dall’entusiasmo dei suoi tre ragazzi e ricoprì, infatti, la carica di Presidente dell’Associazione Calcio dal 1911 al 1915. Negli anni della presidenza dell’ing. Tonini l’Associazione raggiunse traguardi importantissimi, prima fra tutti la partecipazione alla finale contro la Pro Vercelli, quando le uniche due squadre imbattute dei rispettivi gironi disputarono la finale per l’assegnazione del Campionato Italiano. Il Vicenza perse sia l’incontro di andata che il ritorno, ma per lunghi anni venne considerata come la maestra indiscussa del Girone Orientale e in particolare del Calcio Veneto.

Vediamo di entrare più nello specifico di questi tre grandi giocatori biancorossi

Angelo (Arezzo 26.11.1889 – Milano 18.02.1974) Molti sono gli aneddoti legati a questo giocatore dal carattere esuberante e un po’ bizzarro. Si dice che fosse famoso a Vicenza nei primi anni del secolo scorso per le sue acrobatiche quanto spericolate esibizioni in bicicletta lungo il muretto dei portici di Monte Berico, che terminavano con una frenata su una ruota sola e il manubrio puntato in alto. Alla fine della discesa si radunava ogni volta un capannello di spettatori che lo applaudivano e festeggiavano le sue acrobazie. Angelo frequentò l’Istituto Tecnico Ambrogio Fusinieri, conseguendo il diploma di ragioniere. In campo calcistico fu il più dotato tecnicamente dei tre. Sgusciante ala destra, giocò nell’Associazione Olimpia di Vicenza dal 1906 al 1908, poi dal 1908 al 1911 nell’Associazione Calcio Vicenza e infine, trasferitosi a Milano per motivi di lavoro, anche nell’Unione Sportiva Milanese dal 1911 al 1913. In quel periodo raggiunse infatti il fratello Alessandro, ingegnere aereonautico che lavorava nella progettazione di nuovi velivoli, mentre Angelo si occupava del collaudo e delle prove di volo. Angelo eccelse anche nel campo dell’atletica leggera e partecipò alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 nella specialità del salto in lungo. Purtroppo, a causa di un malessere, il giorno della gara non fu in grado di esprimersi al meglio. Si racconta infatti che avesse trascorso la notte precedente con un atleta giavellottista suo amico alla stazione di Stoccolma alla ricerca dei giavellotti che erano andati persi durante il viaggio nel vagone merci. Il freddo o probabilmente un’intossicazione alimentare gli preclusero la gioia della medaglia, che fu assegnata a un atleta che ottenne misure molto più basse degli standard abituali di Angelo. Ricordiamo che egli fu il primo atleta italiano a superare i sette metri nel salto in lungo e che le sue prestazioni nel salto in alto e nella corsa furono di assoluta eccellenza europea.

Partecipò alla Prima Guerra Mondiale in una Compagnia Automobilisti fino al 1918, quando fu inviato con il Contingente Italiano in Francia. Si stabilì definitivamente a Milano lavorando in una ditta come contabile.

Adolfo, (Arezzo 01.09.1893 – Montecchio Maggiore 30.11.1916) era il classico bravo ragazzo e studente modello. Si diplomò con votazioni altissime presso il Liceo Classico Pigafetta.  Brillante attaccante biancorosso e due volte capocannoniere della squadra, dall’altezza davvero ragguardevole per l’epoca (m. 1,85), era una spina nel fianco delle difese avversarie che non riuscivano a contrastare la sua prestanza fisica, i suoi colpi di testa e la potenza del suo tiro. Chiamato alle armi nel 1915, partecipò come Sottotenente di Complemento Artiglieria da Montagna alla Campagna Italiana in Albania, dove le nostre truppe furono inviate in soccorso dell’esercito serbo, accerchiato dalle truppe austriache. E fu proprio nel clima malsano della Linea di Valona che contrasse la malaria, che lo portò alla morte nel 1916 a soli 23 anni, in un Ospedale alle porte di Vicenza.

Giuseppe – detto Giugio – (Arezzo  01.09.1893 – Vicenza 1980) Gemello di Adolfo. Riconoscibile dal fratello solo per il colore dei capelli, neri per Giuseppe, biondi quelli di Adolfo. Studiò e si diplomò senza brillare all’Istituto Tecnico Industriale Alessandro Rossi come perito elettromeccanico. Il suo unico pensiero non era studiare, ma giocare a calcio. Fu un ottimo calciatore di centrocampo, che anticipò il ruolo del libero moderno davanti alla difesa, figurando sempre tra i migliori in campo. Giocò ininterrottamente nel Vicenza – salvo la pausa per gli eventi bellici – fino al 1921. Partecipò alla Grande Guerra nell’Artiglieria da Montagna e nei reparti automobilisti, combattendo sull’Altopiano di Asiago, in Cadore, sul Grappa, sul Piave. Tornato a casa sano e salvo, si trasferì per un certo periodo a Milano dove frequentò la facoltà di Ingegneria presso il Politecnico, dal momento che erano stati istituti dei corsi abbreviati per permettere a quanti avevano dovuto interrompere gli studi a causa della guerra di terminare il percorso universitario. In quel periodo fu contattato dall’Internazionale, che cercava di ricostruire la squadra dopo la 1° Guerra Mondiale e la perdita di ben 26 tesserati tra i quali l’indimenticabile Capitano Virgilio Fossati, ma Giuseppe rifiutò desideroso di tornare a casa e di sposare finalmente la sua Ausonia. Tornato a Vicenza lavorò come importatore di legname per l’edilizia e dedicò il resto della sua vita affinché non venissero dimenticati gli Eroi biancorossi caduti nella Grande Guerra. Alla sua tenacia, a quella del fratello Angelo e di suo figlio Virginio dobbiamo la stele commemorativa posta nel 1973 all’entrata principale del Romeo Menti, realizzata su un bozzetto di Giovanni Saccarello, nipote di Giuseppe all’epoca appena ventiduenne. Davanti a questa stele che riporta i nomi dei caduti biancorossi della Grande Guerra si è tenuta domenica 25 novembre una piccola cerimonia commemorativa alla presenza del Patron Renzo Rosso, della dirigenza, di una rappresentanza di giocatori dell’attuale rosa e di alcuni familiari dei caduti biancorossi.

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Le foto sono state gentilmente concesse dalla Famiglia Tonini che ringraziamo.

Il libro “Le due divise” può essere acquistato contattando direttamente l’autrice “Anna Belloni” al seguente indirizzo mail: irideleda@libero.it

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29 novembre 1998 – “Il Derby Infinito”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – Zdenek Zeman, il tecnico boemo alla guida della Roma nella stagione 1998/1999, era solito rispondere alla domanda “Mister, ma lei cosa pensa del Derby?” con la seguente risposta: “Il Derby? partita come tutte le altre”. Sarebbe stato molto interessante ascoltare la sua risposta se qualcuno gli avesse posto la stessa domanda all’indomani di una gara che tifosi laziali e romanisti, all’unisono, difficilmente dimenticheranno: parliamo del Derby della Capitale che si disputa il 29 novembre 1998, ricordato anche come il derby “infinito”.

Quella sera va in scena allo stadio Olimpico di Roma una delle stracittadine più emozionanti, incerte e pazzesche che si possa ricordare, quella sera probabilmente viene riscritta una storia che sembrava già avere decretato vinti e vincitori.

I tifosi bianco-celesti, in quel periodo, possono contare su una squadra di primo livello, molto più competitiva rispetto ai dirimpettai giallorossi, basti ricordare alcuni degli elementi di maggiore spicco che compongono la rosa a disposizione di Mister Sven Goran Eriksson: “el matador” Marcelo Salas, il fuoriclasse Roberto Mancini, il fortissimo centrocampista serbo Stankovic, “el tractor” Almeyda ed altri. Inoltre la squadra guidata dal tecnico boemo viene da precedenti disastrosi negli ultimi scontri diretti con la Lazio, tanto che nella stagione precedente subisce quattro (4!) sconfitte consecutive tra campionato e Coppa Italia.

Lo scenario, per i romanisti, si prospetta quindi dei peggiori, non c’è nessun appello, bisogna infrangere un vero e proprio tabù, non si può permettere ai cugini di laziali di calare un pokerissimo che sarebbe passato direttamente agli annali del calcio.

Quella sera lo stadio Olimpico è vestito a festa e le coreografie delle due curve impreziosiscono una cornice di pubblico già bellissima. Proprio una delle due scenografie, quella messa in piedi dalla Curva Nord laziale, richiama ad uno scenario nefasto e allo stesso tempo beffardo per i cugini giallorossi: un enorme Mr. Enrich (questo il nome del tifoso-mascotte-icona del tifo bianco-azzurro, nato da un fumetto inglese e simbolo del gruppo ultras “Irriducibili”) mostra, sullo sfondo di un tavolo verde da gioco, quattro assi di diverso colore, ed uno striscione a corredo recita: “fate il vostro gioco … noi poker servito”. Il riferimento al “gioco” bello, ma poco pratico e infruttuoso, insegnato dal tecnico boemo e il rimando ai quattro derby stravinti nell’annata precedente da parte della Lazio, rappresentano dei messaggi chiari e per nulla subliminali che hanno come unico destinatario la Curva Sud romanista.

Queste premesse non possono non motivare ancora di più la Roma che parte vogliosa di riscatto (del resto come non può essere altrimenti?) nella prima metà del tempo e, al minuto ’25, Marco Delvecchio, punta giallo-rossa (destinato a diventare più tardi il miglior marcatore nella storia romanista dei derby), approfittando di un errore del portiere laziale Marchegiani, pone la sua personalissima firma sulla partita con un goal molto bello, realizzato e festeggiato sotto la curva avversaria. Si sta prospettando forse il riscatto romanista? Non è esattamente così, la gioia dei romanisti dura, infatti, appena lo spazio di tre minuti, il tempo necessario al fuoriclasse bianco-azzurro Roberto Mancini di bucare la porta romanista con uno splendido tiro al volo che mostra (semmai ce ne fosse stato bisogno) la grande classe del numero dieci laziale: è 1 a 1 ed il primo tempo si chiude con questo risultato di parità.

Anche se le avvisaglie del risveglio laziale, nel primo tempo, si sono percepite nitide, la situazione si mette ancor peggio per la truppa di Zeman quando, nella ripresa, ancora una volta, Roberto-goal bissa la sua prodezza al 56mo minuto: da uno spiovente, con un tocco magico, spinge di nuovo la sfera alle spalle del malcapitato portiere romanista Chimenti. I giallo-rossi, incapaci di una pronta e lucida reazione, si rendono presto conto che davvero, a volte, non c’è mai fine al peggio. Per rendere perfetta la festa laziale manca all’appello il bomber Salas che però non si fa attendere molto e che quindi, al minuto ’69, trasforma un rigore, concesso per un fallo (tanto plateale quanto netto) commesso, ai danni dello stesso cileno, dal carneade camerunense Pierre “Chicchino” Wome, pittoresco e grezzo difensore camerunense in forze alla Roma di quel tempo. Cala quindi notte fonda per la squadra del presidente romanista Sensi: il nervosismo sale, così come il desiderio di recuperare il risultato (che a dire la verità sembra ormai scritto) e, forse, proprio la troppa foga agonistica è fatale a Fabio Petruzzi, difensore romano e romanista, non esattamente raffinato tecnicamente, che si fa espellere (col doppio giallo) per un fallo evidente ed evitabile. Sotto di 3 a 1 e con un uomo in meno, neanche il più ottimista dei tifosi della Roma pensa ad un epilogo diverso da una disfatta epocale.

Quella sera però il Dio del calcio (che non è sempre del Boca) decide di indossare una sciarpa dai colori giallo ocra e rosso pompeiano, e quindi di scendere in campo. Pochi minuti più tardi, infatti, il forte centrocampista laziale Dejan Stankovic, pur realizzando un goal del tutto regolare, si vede annullare la segnatura dall’incerto arbitro Farina. Proprio in occasione di questo episodio, tutto cambia e le sliding doors giallorosse si aprono, inaspettatamente, ad uno scenario nuovo e migliore.

Ogni Dio che si rispetti ha però sempre un Messia e il Dio del calcio, quella sera, sceglie per diffondere il suo verbo in terra, un ragazzo ventiduenne nato e cresciuto a Roma e nella Roma, maglietta numero 10 sulle spalle, astro nascente del calcio italiano, e che risponde al nome di Francesco Totti (da Porta Metronia, angolo del quartiere San Giovanni a Roma). È proprio lui ad invertire le sorti in una notte che sembra oramai stregata, a rompere un incantesimo ormai troppo duraturo. Al minuto ’78 serve, all’interno dell’area avversaria, un assist al bacio ad Eusebio Di Francesco (un altro predestinato nella storia romanista) che, con la punta del piede, riesce a mettere dentro il goal del 2-3 che restituisce una flebile speranza di recuperare ai ragazzi di Zeman.

In pochi, oltre ai più accesi supporters giallo-rossi credono, comunque, nella rimonta, perché tanto è lo squilibrio delle forze tecniche in campo, e ormai sono soltanto una decina i minuti che separavano le squadre dalla fine delle ostilità. Ci crede, invece, eccome, il messia in pectore Totti che decide di mettere sulla partita il suo personale sigillo, spingendo, con un tiro carambolato, sporco e magico allo stesso tempo, il pallone per la terza volta oltre le spalle del numero uno biancoceleste. Nei nostri ricordi di innamorati del calcio è nitido il fotogramma di quella palla che rotola piano piano verso la rete, quasi come fosse imprigionata al rallentatore, e che regala ai ragazzi della Sud il tempo di pregustare una rimonta epica e, a quelli della Nord, di preconizzare una beffa purtroppo da ricordare nel tempo. Questa rete è anche la prima (di quella che poi sarà una lunga serie) messa a segno nel derby dal ragazzo di Porta Metronia che entra in questa maniera di diritto nel gotha dei beniamini giallorossi.

Non accade spesso, ma questa volta la squadra meno dotata tecnicamente, ormai alle corde, con un uomo in meno, per di più in un derby, recupera ben due reti agli odiati rivali, più bravi, più pagati, più tutto.

Sarebbe già sufficiente così, ma non è di questo avviso “Super” Marco Delvecchio attaccante romanista, ansioso di diventare capocannoniere assoluto nella storia della stracittadina romana. È proprio lui che, quasi allo scadere, insacca di testa il clamoroso 3-4 ribaltando il risultato a favore della compagine giallo-rossa. L’Olimpico, quello romanista, impazzisce per una manciata di secondi prima che arrivi un fischio dell’arbitro. Forse per pareggiare una precedente decisione sbagliata che aveva penalizzato la Lazio, oppure per mantenere l’ordine pubblico in città chissà, l’arbitro Farina decide che quel gol (seppur regolare) non va convalidato, mettendo in questa maniera salomonicamente fine ad un confronto che già si era infuocato al di sopra dei livelli di guardia.

Forse Mr. Erich che, all’inizio della storia, sfoggiava fiero i suoi quattro assi avrebbe scommesso su un epilogo ben diverso a favore della corazzata laziale ma, quella sera, è entrato in scena il Dio del pallone che ha nominato suo messaggero un giovane ragazzo che da li a venti anni avrebbe scritto in maniera indelebile la storia del calcio in Italia e non solo.

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