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La Penna degli Altri

25 marzo 1973 – 45 anni fa l’esordio di “Kawasaki” Rocca in serie A

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – La sofferenza di Francesco Rocca è, purtroppo, proverbiale. Proverbiale però è anche l’amore che i tifosi giallorossi ancora provano per “Kawasaki”. Tante le manifestazioni in tal senso a partire dal suo addio al calcio nel 1981 dove in cinquantamila si stringono intorno al suo dolore, non solo fisico, dovuto ad un ritiro così anticipato, troppo anticipato. Occhi lucidi e cuore gonfio di tristezza per tutti: per Francesco chiaramente, ma anche per tutta la sua gente nell’ultima apparizione nello stadio in cui da bambino scavalcava per ammirare i suoi idoli. Centomila mani che battono tra di loro accompagnate dall’urlo “Francesco, Francesco”.
Ancora oggi è ricordato con grande affetto e amore, anche dalle quelle generazioni di tifosi giallorossi più giovani, che mai lo hanno visto giocare, ma che lo hanno “vissuto”, dramma infortunio compreso, dai racconti dei padri. È tra i primi giocatori ad essere inserito nella Hall of Fame ufficiale giallorossa… lui risponde con la mano chiusa che batte sul Cuore nel giro d’Onore dopo oltre 30 anni dall’ultima volta in campo… l’amore è senza tempo.

Un amore così non poteva non trovare posto nella splendida coreografia nel derby del Gennaio 2015: “Figli di Roma, capitani e bandiere, questo è il mio vanto che non potrai mai avere”. E non è un caso che tutto questo lo abbia portato a dire: “In tanti hanno fatto carriera nella Roma…io c’ho fatto l’amore”. Un amore che lo prende e lo rapisce sin da bambino: “Mi sembra ieri che correvo appresso ai giocatori della Roma, da sempre la mia squadra del cuore. Qualcuno di questi oggi gioca con me, ma prima mi intruppavo con cento altri ragazzini per farmi fare un autografo. Mi sembravano degli dèi, uomini di un altro pianeta. Per vederli giocare, non è che avessi molti soldi, saltavo reti, muretti. In questo dito ho ancora un taglio che mi feci per entrare un giorno da…portoghese allo stadio. Chi avrebbe mai pensato che invece mi sarei trovato accanto a loro, avrei addirittura diviso la loro vita senza neppure dover pagare il biglietto?” (Cit. l’Intrepido, Maggio 1975, di Enzo Tortora). Un amore che lo porta, a soli 15 anni, a marinare la scuola per presenziare i funerali di Giuliano Taccola.
Francesco tira i primi calci nel paese natio, San Vito Romano, per poi passare al Genazzano e poi al Bettini Quadraro, una sorta di succursale della Juventus. La società torinese non crede in lui, anzi l’Osservatore lo scarta perché crede che sarebbe diventato lento e grasso. La Roma invece è pronta a scommettere sulle potenzialità del giovane e cede il 50% del portiere Alessandrelli alla Juventus e acquisisce il 100% del ragazzo di San Vito Romano.

Grande gioia per lui tifoso della Roma che da ragazzino scavalcava i cancelli pur di vedere la sua squadra del Cuore. La Roma gli offre vitto e alloggio al pensionato ad Ostia e 20.000 lire al mese per due anni. Il padre vorrebbe lui facesse l’Idraulico e che continuasse comunque gli studi, ma Francesco ha un sogno: vestire la maglia della Roma. Allora il patto è questo: si allena con la Roma cercando di farsi valere in questi due anni e contemporaneamente frequenta la scuola. Inizia quindi l’avventura.
L’allenatore della prima squadra è in questo momento il Mago Herrera il quale, una volta al mese, si reca al Tre Fontane a vedere i ragazzi che possono fare il “salto” in prima squadra che all’epoca si allenava al Flaminio. Un giorno, durante uno di questi “sopralluoghi” del Mago al Tre Fontane, gli occhi di HH si posano su Francesco Rocca. Un giorno in cui la pioggia la fa da padrone e quell’ “Ala Tornante”, come si chiamava all’epoca, schierato a destra, sfoggia una grandissima partita. Al termine il segretario dell’allenatore informa il giovane Francesco della decisione: “Da domani ti alleni al Flaminio”. Questo, per quel ragazzo, significa partire da Ostia la mattina alle 5,30 per raggiungere lo Stadio Flaminio, allenarsi, e poi tornare a Ostia al pensionato di Via dei Promontori. Alle 18 invece deve ripartire verso Roma dove frequenta le scuole serali. Alle 23, al termine delle lezioni, di nuovo verso Ostia. Il sacrificio e la parola data alla famiglia di continuare a studiare contrassegnano Francesco.
Poi la prima convocazione, tra i “sedici” di Herrera che vanno in ritiro pre-partita. Quei ritiri a Grottaferrata, con giocatori del calibro di Ginulfi, Bet, Santarini, Amarildo, Cordova, Vieri e Del Sol. Infine l’esordio, in una giornata amara per i colori della capitale. HH gli concede la possibilità di calcare l’erba della Serie A il 25 marzo 1973 a San Siro contro il Milan.

La Roma perde per 3-1 ma lui ne esce comunque con alcuni commenti positivi: “Rocca si è battuto bene, ma non ha trovato collaborazione…” (Cit. Stampa Sera, 26 marzo 1973).
Dalla stagione successiva diventa titolare inamovibile. Con il numero “3” stampato dietro la maglia mette in campo ciò che la natura gli ha donato: velocità e rapidità che gli valgono il soprannome di “Kawasaki”. Difensore attento e pronto a far ripartire l’azione in velocità, in grande velocità, seguito dal “rombo” della sua moto. Con la costanza e l’applicazione negli allenamenti perfeziona anche la tecnica e la potenza atletica. Conquista in questo periodo anche la Nazionale. È ormai un beniamino dei tifosi. Ma lui mantiene i piedi ben saldi a terra, nessun volo pindarico anzi: ” So che oggi tutto mi va bene, ma domani potrebbe improvvisamente cambiare. La mia è una professione nella quale la fortuna gioca un ruolo determinante…” (Cit. l’Intrepido, Maggio 1975, di Enzo Tortora).
Niente di più profetico…purtroppo. Oggi però godiamoci l’esordio.

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14 novembre 1934, la battaglia di Highbury

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Si gioca a Londra l’amichevole di calcio Italia-Inghilterra, passata alla storia come la “battaglia di Highbury”.

I Maestri inglesi contro i Campioni del Mondo. Pozzo fiuta l’inganno e vorrebbe declinare un invito stuzzicante perchél’intenzione dell’Inghilterra è quella di sconfiggere gli azzurri per privarli idealmente del titolo di Campioni del Mondo. Ma la sfida solletica molto l’ambiente politico. Mussolini in persona si dichiara favorevole alla sfida: bisogna andare a Londra. Batterli o comunque non perdere, e Pozzo non può dire di no.

Le premesse della sfida anticipano l’acre battaglia che si svilupperà sul campo. Gli inglesi preparano tutto per benino e annunciano a sorpresa che l’incontro verrà disputato non a Wembley, stadio maestoso e imperiale, certamente sede degnissima per accogliere l’Italia Campione del Mondo, ma in quella autentica trappola di fango che è il campo dell’Arsenal. E ovviamente viene scelto il mese di novembre, nelle peggiori condizioni atmosferiche possibili, per mettere gli azzurri in difficoltà estreme.

L’Italia scende in campo senza troppi tremorisebbene dopo pochi minuti accada l’imponderabile: il maestoso centromediano Luisito Monti, che detta i tempi della difesa, s’infortuna e i padroni di casa vanno in rete tre volte, al 3′ e al 10′ con Brook, al 12′ con Drake.

Tuttavia nella ripresa l’Italia si trasforma: Meazza segna una doppietta sfiorando ripetutamente, con Guaita e Ferrari, il gol del clamoroso pareggio. Gli oltre 61 mila spettatori di Highbury applaudono i 22 eroi in campo, senza distinzioni di maglia. L’Italia del calcio ha guadagnato il rispetto di tutto il pubblico britannico. I leoni di Highbury escono dalla cronaca di una partita infernale e entrano direttamente nella leggenda del calcio mondiale. Gli inglesi vincono la sfida, ma l’Italia si dimostra una squadra vera.

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Antonio Marcolini, bomber nella storia del Savona ma non solo

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SAVONANEWS.IT (Roberto Vassallo) – L’ex attaccante scomparso nella notte verrà ricordato come uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria degli appassionati: la Serie B con il Bari e i successi con gli Striscioni e la Cairese le pagine più belle di una lunga carriera.

Un triste risveglio ha scosso stamane il mondo del calcio savonese. La notizia della scomparsa di Antonio Marcolini si è infatti rapidamente diffusa in tutta la nostra provincia, lasciando esterrefatti appassionati e addetti ai lavori del “pallone” locale. Il perché è facilmente comprensibile: l’ex attaccante del Savona è uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia degli Striscioni, ma non solo.

Nato a Verona il 24 ottobre del 1950, Marcolini ha esordito nel calcio dei grandi con la maglia biancoblu collezionando qualche presenza in prima squadra tra il 1967 e il 1969. Dopo una stagione al Rapallo, l’affermazione all’ombra della Torretta (in Serie C) che gli vale la chiamata del Bari in Serie B: due stagioni nella serie cadetta con i pugliesi, dopodiché ancora tanta terza serie con un lungo peregrinare fra Grosseto, Alessandria, Pro Vasto e Triestina prima del ritorno al “Bacigalupo” nella stagione 1978-’79, la prima della Serie C2.

Un’annata particolare per gli striscioni, iniziata in piena crisi societaria e raddrizzata con l’avvento di Michele Viano alla presidenza e di Valentino Persenda in panchina: punti fermi di quella rifondazione biancoblu furono l’ex milanista Pierino Prati e proprio Marcolini, capaci di condurre la squadra ad una salvezza da brividi ottenuta solamente all’ultima giornata con il 2-0 rifilato in trasferta al Derthona.

Un’altra salvezza (questa volta più comoda) in Serie C2 nella stagione successiva è invece il preludio al passaggio tra i dilettanti, alla Cairese. Tre stagioni in gialloblu ricche di soddisfazioni: la vittoria del campionato di Prima Categoria ’80-’81 (con l’invidiabile score di 29 presenze e 34 reti) e della Promozione ’81-’82, a cui si aggiunge una stagione di alto livello in Serie D.

Infine Albenga, Varazze (in versione allenatore giocatore) e Carcarese seguite dall’esperienza come tecnico alla guida del Quiliano. Poi spazio al figlio Michele, ex calciatore professionista (in serie A con Bari, Atalanta e Chievo Verona) e oggi allenatore (l’ultima esperienza nella passata stagione alla guida dell’Alessandria con cui ha vinto la Coppa Italia di Serie C).

Questa notte il tragico epilogo di una vita vissuta sui campi di calcio, laddove ha saputo lasciare un ricordo che sempre vivrà nella memoria dei tanti che hanno corso al suo fianco o che semplicemente lo hanno visto giocare.

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Correva l’anno 1930: Stabile arrivava al Genoa

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GENOACFC.IT – Lo chiamavano ‘El Filtrador’ per l’abilità a incunearsi tra i difensori. Usava la fantasia come ago per pungere gli avversari. Le cronache raccontano che quando Guillermo Stabile sbarcò a Ponte dei Mille ci fossero migliaia di tifosi genoani in festa ad attendere il centravanti della nazionale argentina. Il primo capo-cannoniere nella storia dei Campionati del Mondo (8 gol in 4 partite in Uruguay). Era il 14 novembre del 1930. Il presidente di allora, Guido Sanguineti, lo aveva raggiunto a Barcellona, durante il viaggio di nozze, per scortarlo sino a Genova via nave. Due giorni dopo al Ferraris si giocava una partita con il Bologna. ‘El Filtrador’ si presentò con una tripletta. Così. Tanto per gradire. Il primo passo verso l’ingresso nella Hall of Fame del club di calcio più antico in Italia.

Finte e proprietà di palleggio, dribbling e numeri d’autore. Una visione di gioco sopraffina che gli permetteva di vedere oltre i confini altrui. Solo i ripetuti infortuni, tra gambe spezzate e lesioni al ginocchio, frenarono parzialmente la parabola di Guillermo con i colori rossoblù. Una storia che esce dagli anni Trenta perpetuandosi sino ai nostri giorni. I capelli impomatati, lo sguardo fiero. Una famiglia di dieci fratelli di origine italiana. Era nato a Buenos Aires. La città della “Boca” e delle casette che ricordavano la Liguria. Al Genoa iniziò la carriera di allenatore come vice durante il mandato di un altro fuori-concorso come Luigin Burlando. Ancora oggi è l’allenatore che ha vinto il maggior numero di volte (6) la Coppa America. Vanta una serie di conquiste. E oltre un centinaio di panchine con la nazionale argentina.

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