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Il Calcio Racconta

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Terza ed ultima parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello – Dario Canali – Mattia Zucchiatti) – Prima della gara con il Trastevere dell’11 marzo 1945 abbiamo visto come la stampa romana sia preoccupata delle condizioni del giovane attaccante giallorosso: “Forlivesi si è rimesso ultimamente da una bronchite che l’ha tenuto a letto per parecchi giorni. Ma il ragazzo è bene allenato e gode la piena fiducia dei dirigenti della Roma …”. La compagine giallorossa s’impone con un 2-0 e una delle reti porta proprio la firma del nostro Mario. Pochi giorni prima della contesa quindi il ragazzo aveva avuto problemi di salute ma questo non gli aveva impedito di scendere in campo e di firmare uno dei due gol vittoria. Non c’è dato sapere se il suo fisico fosse già minato dalla malattia che lo porterà alla morte il 29 Marzo successivo, ma sicuramente non era al massimo della forma.

forlivesi foto articoloLa Signora Vilma Forlivesi, cugina di Mario, da noi raggiunta per l’occasione ci racconta: “Io e la mia famiglia abitavamo a Via Montello e la famiglia di Mario a Via Sabotino, nel quartiere Prati. Eravamo vicinissimi e frequentavamo le stesse amicizie. Tra noi c’era anche Corrado Mantoni, il noto presentatore TV, che all’epoca era un radiofonico dell’Eiar, era poco più grande di noi. Qualche giorno prima che venisse a mancare”, prosegue la Signora Vilma con evidente commozione, “Io e Mario facemmo una corsa sulle scale per vedere chi riusciva ad arrivare prima all’appartamento dove abitavamo noi. Arrivai prima io e pensai che mi avesse fatto vincere perché ero più piccola di lui. Mario era uno sportivo, non potevo vincere. Arrivò un po’ dopo molto affaticato. Non mi aveva fatto vincere. Con il tempo ho capito che stava male davvero. Era un ragazzo davvero buono e generoso. Eravamo in tempo di guerra e Mario, giocatore professionista, riceveva dalla Roma una sorta di “Super Alimento”, che lui divideva in casa con i genitori e fratelli, ma anche con mia madre (la zia di Mario). La Signora Beatrice, la mamma di Mario, per tutti Bice, non andava mai a vedere il figlio giocare perché temeva che il figlio si potesse fare male”.

forlivesi a torso nudo sorridenteforlivesi casual

Lo assiste nei giorni della malattia Luciana Forlivesi, sorella di Vilma. Luciana ha sempre raccontato alla famiglia quei momenti di grande sofferenza. In particolare l’ultimo desiderio di Mario: una bomba alla crema, preparata da Luciana stessa. Ma quando la cugina torna dalla cucina con la bomba pronta Mario è già spirato.

Il giorno 31 marzo il Corriere dello Sport rende la notizia della morte di Mario di dominio pubblico. Se prima ci si chiedeva con tono enfatico “Hai visto Forlivesi?” alludendo alle sue prodezze nell’ambito del rettangolo verde, ora la stessa domanda viene rivolta con voce roca e occhi lucidi. Nessuno ci vuole credere, eppure Mario non c’è più.

Hai visto Forlivesi? Aveva appena 18 anni, compiuti il mese precedente… “ … una breve malattia l’ha schiantato. Così forte così robusto, espressione di gran salute, non ha resistito al male che l’ha ghermito proprio quando la vita gli si apriva piena di roseo avvenire, proprio quando, e nello studio e nello sport, iniziava a raccogliere i frutti d’un serio lavoro…Ragazzone di gran salute, alto, occhi sempre ridenti, ben robusto, era l’espressione del giovanissimo che nel calcio ha roseo avvenire: roseo avvenire per quella serietà che lo distingueva negli allenamenti e nello studio.” (Cit. Corriere dello Sport, 31 marzo 1945).

Sono le 22:45 del 29 Marzo quando il cuore di Mario si ferma a causa della malattia, una meningite. Non fa in tempo a essere l’eroe che poteva diventare, non fa in tempo per quell’ultima bomba con la crema che la cugina Luciana ha amorevolmente preparato. I suoi occhi si chiudono. I funerali si svolgono il lunedì successivo, 2 Aprile, con un corteo funebre che parte dalla casa della famiglia, in Via Sabotino 17, sino alla Basilica del Sacro Cuore di Cristo Re di Viale Mazzini. Un lungo e addolorato corteo che accompagna Mario in chiesa. Ai funerali intervengono tutti gli sportivi della Capitale, gente comune e atleti di ogni disciplina. Le società della Roma e della Lazio partecipano al gran completo con calciatori e dirigenti, così come le altre squadre del Campionato Romano e Laziale. Presenti anche le squadre dei ragazzi e ovviamente la Fortitudo.

registro funebre della chiesa

Dal Registro Funebre della Basilica del Sacro Cuore di Cristo Re di Viale Mazzini

Dopo le esequie Mario viene sepolto al Cimitero del Verano, nella zona denominata “Bassopiano Pincetto”, molto vicino dove, due anni dopo, verrà sepolto Ferraris IV, uno dei “Figli di Roma” diventato poi “Capitano” e poi “Bandiera”. Mario è un figlio di Roma che non ha fatto in tempo a diventare Capitano e Bandiera. Ma noi facciamo ancora in tempo a non dimenticare la sua storia. Questa è la nostra promessa a Mario.

Ciao Uccio

Si ringraziano le famiglie Forlivesi/Iovine/Odorisio per la collaborazione e per le foto messe a nostra disposizione.

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Prima parte

“Hai visto Forlivesi?”, storia di un figlio di Roma – Seconda parte

annuncio morte

Dal Corriere dello Sport del 31 marzo 1945

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Dal Corriere dello Sport del 1 aprile 1945

 

corriere sport 2

Dal Corriere dello Sport del 2 aprile 1945

 

corriere sport 1

Dal Corriere dello Sport del 5 aprile 1945

 

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Il Certificato di Morte dal Registro dell’Epoca

 

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Con questa puntata continuiamo il nostro viaggio nell’ “Evoluzione della tecnica calcistica” cercando di rispondere sempre alla stessa domanda: l’evoluzione del pallone da calcio è andata di pari passo con l’evoluzione della tecnica calcistica? Nella prima parte (qui) abbiamo affrontato l’argomento analizzando l’abbigliamento dei footballers: le scarpe da giuoco, i parastinchi e la divisa.

Come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque? Si colpiva come oggi?

Cerchiamo di scoprirlo…

Tocchi e passaggi con la palla… o spintoni, calcioni e placcaggi…?

Il calcio all’epoca dei pionieri era rudimentale, per cui il giocatore doveva fare due cose: allontanare in avanti la palla dalla propria “zona di meta” cioè dalla difesa, e tentare di farla passare attraverso la porta avversaria, marcando il goal cioè il punto.

Ma oltre a calciare di punta, come abbiamo visto, avevano i footballers altre tecniche per calciare bene la palla? Si poteva parlare di “tocco”?

Oltre al forte colpo di punta, i pionieri calciavano anche di piatto, piano, per passare vicino o portare avanti la palla. Più raramente, c’era il colpo sotto d’interno per “alzare” la palla, come spiegano i diagrammi della fig. A. 8a.

Fig. A.8a: (grafica T. Lanza) – Calcio alla palla nell’epoca dei pionieri. La punta produceva un tiro molto preciso.

In seguito il calcio di punta cadde in disuso e, per ottenere tiri ben direzionati a parabola, si cominciò a calciare con l’interno al punto dell’alluce (v. schema della figura A.8b).

Fig. A.8b: (grafica T. Lanza) – Il tiro di punta fu sostituito dal calcio di interno-punta, a sua volta molto preciso.

 Il football, raffinandosi, richiedeva calzature sempre più snelle e leggere per favorire la corsa. Il calcio al volo, e il calcio in corsa, erano tecniche ancora poco adottate alla fine dell’Ottocento.

Da sempre, il numero dei goal segnava il destino di una partita. Le porte dell’epoca erano senza la rete, e spesso anche senza la traversa, per cui una cordicella tesa, legata fra i due pali a 2,44 mt di altezza dal suolo, delimitava la zona del goal. Spesso veniva chiesto l’aiuto dei “giudici di porta” per convalidare il punto: questi signori erano dei volontari appassionati del gioco i quali, seduti dietro la porta, controllavano che il pallone passasse realmente attraverso i pali e sotto la cordicella.

Altra curiosità dell’epoca, era il modo con cui si delimitava il terreno di gioco:

non con linee tracciate, ma con quattro bandierine conficcate a terra ai vertici del rettangolo di gioco; e in corrispondenza della linea mediana del campo, erano poste altre due bandierine. La tracciatura delle linee, con gesso o segatura, sarebbe arrivata ben più tardi. Quando il pallone usciva oltre la linea (immaginaria) delle bandierine, era concessa la rimessa laterale; se la palla batteva contro l’asta di una bandierina rimanendo in campo, il gioco continuava. Le quattro bandiere del calcio d’angolo ancora oggi esistenti, rappresentano il retaggio più antico del regolamento del calcio.

Le corse “con la palla al piede” all’inizio divertivano più chi le praticava che non gli spettatori intorno. Ma sarebbe un grande errore credere oggi che il football delle origini non avesse appassionato e scatenato il tifo: quando il gruppone dei giocatori si avvicinava a una porta, l’adrenalina degli astanti saliva, e la gioia urlata esplodeva nel momento del goal; era l’espressione più genuina e ancestrale del tifo. A ragione oggi tutti gli storici concordano che tifo e calcio nacquero insieme.

Football e rugby

Le mischie si verificavano spesso, non solo in area ma anche a centro campo, con spintoni e placcaggi più tipici del rugby che del calcio. Secondo lo storico inglese David Russel, alle origini era quasi impossibile distinguere le due discipline.

E qui è necessario richiamare un po’ di storia, e mettere in ordine alcune date.

Il 26 ottobre 1863 i rappresentanti di 6 importanti collegi inglesi (altre fonti sostengono ben 11) si riunirono a Cambridge, e fondarono la Football Association. I delegati del collegio di Rugby, però, si dissociarono quasi subito, poiché nella prima codifica del regolamento prevalse il divieto di giocare la palla con le mani. I rugbisti, invece, pretendevano di poter giocare la palla proprio con le mani e portarla avanti tenendola fra le braccia, per lunghi tratti del campo. La scissione portò alla separazione netta dei due sport, e nel 1871 fu fondata la Rugby Union.

Anche se il gioco con le mani fu vietato, era tuttavia ancora facile confondere i due sport, già popolarissimi sul finire dell’Ottocento; ciò è confermato da diverse raffigurazioni artistiche dell’epoca prodotte in Inghilterra, nelle quali scene di football mostrano nutrite mischie di persone che si contendono un pallone, talvolta ovale, sia con le mani che con i piedi; e buona parte dei giocatori sono raffigurati a terra, perfino calpestati! Nella fig. A.9 abbiamo la prima illustrazione calcistica apparsa su un quotidiano italiano: è uno dei primissimi disegni del famoso illustratore Beltrame, eseguito dal vivo durante una partita di calcio a Milano nel 1902.

Fig. A.9: (archivio T. Lanza) – Prima illustrazione del football in Italia: Milano 1902 partita Milan-Torinese.

L’illustrazione a colori di Beltrame è ricchissima di dettagli, con le divise rossonere dei milanisti e il pallone a losanghe; ma è evidente che il gioco, agli occhi dell’illustratore, doveva apparire più una partita di rugby che di calcio. Scene come questa erano comuni in Inghilterra agli albori del football.

L’evoluzione del calcio in generale, sul finire dell’Ottocento fu prolifera e perfino rapida, attraverso le sfide tra scuole diverse e grazie ai continui aggiornamenti al regolamento del gioco. Le origini e la parentela col rugby, tuttavia, spiegano la tendenza dei primi footballers inglesi a praticare un tipo di gioco propriamente finalizzato a conquistare terreno; quindi, calcio “in avanti” lungo e potente. Fu questa una caratteristica fondamentale dell’evoluzione sia del gioco che delle tattiche.

Lo storico scozzese Ged O’Brien enfatizza lo stupore dei giocatori inglesi in una delle primissime sfide tra Scozia e Inghilterra, a Glasgow: quando gli inglesi erano in possesso di palla, puntavano l’avversario per dribblarlo in una sorta di sfida duale; gli scozzesi invece no: appena si avvicinava l’avversario, allontanavano la palla verso un compagno di lato per poi chiudere il triangolo appena più avanti (v. diagrammi della fig. A.10). Il gioco degli scozzesi si fondava su corsa, passaggi corti, e poco dribbling. Oggi anche gli storici inglesi concordano nel ritenere che la scuola scozzese dei pionieri fu la maggiore protagonista nell’evoluzione degli schemi del gioco e anche delle prime tecniche calcistiche. E questo contribuì non poco ad accrescere l’antica rivalità –non solo sportiva –fra Inghilterra e Scozia.

Sempre all’epoca dei pionieri, durante le fasi di gioco, il pallone veniva stoppato soprattutto con la suola dello stivale! Ma ben presto si arrivò a fermare la palla con il piatto di un piede, per poi calciarla con l’altro oppure portarla avanti. Lo stop di piede è probabilmente una delle tecniche più antiche, perché a quei tempi il gioco si svolgeva per il 90% a rasoterra; lo conferma anche un rarissimo spezzone di film di calcio del 1901 in Inghilterra, in cui si distingue un giocatore che stoppa a terra e rilancia la palla, con una tecnica molto simile se non identica a quella dei giocatori di oggi. Gli stop aerei, gli agganci, e perfino i colpi di testa vennero più tardi; tuttavia, un altro spezzone del 1902 mostra la tecnica del calcio all’indietro, o “rovesciata”, nel contesto effettuata per allontanare la palla dalla difesa… sostanzialmente, erano utili tutti i tipi di pedata al pallone: bastava scagliarlo lontano.

Secondo accreditati autori inglesi, lo sviluppo della tecnica calcistica ebbe il suo apice nel Nord dell’Inghilterra, fra il 1880 e il 1900. E le spinte maggiori arrivarono dal Professionismo, che si affermò inesorabile malgrado vari tentativi per arginarlo. Le folle di supporters e fans erano in continuo aumento e, da spettatori paganti, chiedevano sempre miglior football, ben giocato da sempre più bravi footballers –che appunto venivano pagati profumatamente.

Ma torniamo ad analizzare l’evoluzione della tecnica calcistica. Immaginiamo ora di assistere ad una partita di calcio nel 1880, in Inghilterra. Che cosa accadeva se la palla arrivava a mezza altezza e non rasoterra? Il giocatore la lasciava passare, perdendola fatalmente?  No. Notizie romantiche sul football delle origini, e mai realmente provate da foto, ci riportano che non esisteva lo stop di petto, ma si praticava una sorta di stop aereo, mediante un singolo tocco di mano, un “aiutino”!

Dunque, nel 1863 fu stabilito che il pallone non dovesse esser giocato con le mani (spinto avanti o portato in braccio o ribattuto), ma per alcuni anni resistette la pratica di stoppare la palla con una mano per buttarla a terra verso i piedi. E questa concessione, vera e propria deroga non scritta del regolamento, la dice lunga sugli sforzi dei codificatori della Football Association per tenere uniti gli appassionati e magari attirarli dalla rivale disciplina del rugby. Ecco dunque un’altra traccia che ci indica come il calcio delle origini era in continuo sviluppo; come tutti gli altri sport, anche il football si prese il suo tempo per abbellirsi e affinarsi.

Fig. A.10: (grafica T. Lanza) – Primi schemi nel gioco del calcio. Il modello inglese (1) prevedeva il superamento dell’avversario mediante un dribbling secco (tecnica virtuosa), o con la palla buttata in avanti e poi “scatto rapido” per arrivare prima dell’avversario (tecnica puramente fisica). Ben diversamente, la tecnica scozzese (2) faceva allontanare la palla verso il compagno vicino che l’avrebbe subito restituita oltre l’avversario, chiudendo il passaggio (triangolazione). La tecnica scozzese oggi si chiama “uno-due” e fu l’autentica rivoluzione storica nel modo di giocare al calcio, aprendo allo sviluppo dei cosiddetti schemi.

Proviamo a concludere, riassumendo in una sorta di tabella cronologica i principali passi nell’evoluzione del gioco. Si noterà che non vi sono date definitive, sia per la mancanza di dati certi, ma soprattutto perché le tecniche si svilupparono anche molto diversamente nel tempo e nello spazio (fra Inghilterra e Continente, fra Europa e Sudamerica).

1870-1880 – Periodo in cui in Inghilterra il football si distacca nettamente dal rugby. Non più placcaggi ma, secondo fonti non confermate, si tollera lo stop di mano (non sempre praticato). Si ammira il dribbling stretto per saltare l’avversario, che però è poco praticato; al dribbling è ancora preferita la corsa e la fuga; ciò porta alle entrate in tackle talvolta anche violente. E’ molto praticata la carica di spalla, perfino quella da tergo. Il gioco è molto duro e combattuto.

1872         – In Scozia si pratica il calcio giocato con passaggi e triangolazioni, e risulta essere “molto efficace per giungere alla méta”, cioè al goal.

Dopo 1880 – Si comincia a far uso del tiro di testa. Compaiono le prima fasciature alla testa dei giocatori per proteggersi dalle dure stringhe in cuoio dei palloni.

1885-1900 – Diffusione del calcio fuori dall’Inghilterra. Fondazione dei primi club europei e poco dopo sudamericani. Nascono e cominciano a svilupparsi gli stili di gioco nazionali, le cosiddette “scuole”; le quali, due decenni dopo, evidenzieranno le notevoli differenze fra il calcio sudamericano e quello europeo.

1890-1900 – Da tempo nessuno pratica più lo stop di mano; si affina lo stop di piede, eseguito sia con la suola che con il piatto. Sempre con il piatto del piede, la palla viene anche spinta e guidata, soprattutto a centro campo. Si segnano reti anche di testa, quasi sempre su calcio d’angolo. Compare lo stop con il petto.

1883-1919 – Il calcio assume una prima fisionomia moderna, con schemi elaborati. Si sviluppano le tattiche e i primi “moduli”. I giocatori hanno sempre più un proprio ruolo tattico; il goalkeeper – in italiano “guardiano” e poi “portiere” – si specializza nelle prese delle palle alte e nelle parate in tuffo, quasi sempre ribattute a pugni chiusi.

1910-1925 – Il calcio Sudamericano si compone soprattutto di palleggi e di passaggi “al volo”. La scuola sudamericana dell’Uruguay inventa la finta di corpo in corsa, e ciò contribuisce a rendere sempre più spettacolare il gioco. Gli inglesi eseguono forti passaggi rasoterra effettuati con l’esterno del piede, e anche tiri a rete; la tecnica esisteva già nel calcio pionieristico inglese di fine Ottocento.

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Sulle orme di Eugenio Danese. Il figlio Giampietro: “Vi racconto mio padre e come ha coniato la “Zona Cesarini”

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “Non è un calciatore ma della Roma ha sempre parlato col cuore sulle labbra”. Così l’Istituto Luce in un servizio del 1967 presenta Eugenio Danese, illustre giornalista sportivo, in occasione della festa dei quarant’anni dell’AS Roma al Palazzetto dello Sport. Tra calciatori, ex presidenti, ragazzi delle giovanili e personaggi della politica (Andreotti), c’è anche lui: l’unico giornalista presente presentato come se appartenesse a quell’entità giallorossa che nel 1967 festeggiava quarant’anni di vita. Nato a Verona nel 1904, si trasferì prima a Lugo per poi iniziare la carriera di giornalista sportivo a Roma. Ne abbiamo parlato con Giampietro Danese, suo figlio nonché memoria storica della sua lunga carriera.

Giornalista e romanista. Veronese, come Masetti e Carpi

Amava scherzare dicendo che era romanista solo per utilità e motivi economici. Perché se vinceva la Roma, il Tifone vendeva di più e incassava maggiormente. Ma secondo me era una bugia: era romanista davvero, nel profondo. E non c’è un vero e proprio perché, nessuno ragiona su che squadra tifare. Come quando vai allo stadio per la prima volta, ascolti ‘Roma, Roma, Roma’ e ti innamori. E non poteva essere altrimenti.

Spiegaci meglio

Mio padre e mia madre si sono conosciuti e innamorati in Via Uffici del Vicario, un luogo importante per la Roma. Inoltre conosceva molti giocatori: il suo pupillo è stato Fulvio Bernardini, uno col cervello in mano, un giocatore di un’eleganza mai vista. Comunque la Roma non ha mai smesso di seguirla: anche a fine carriera continuava ad aggiornare le statistiche a mano con le sue matite rosse e blu.

Quali sono i primi ricordi dell’inizio della carriera di suo padre?

A Casal de pazzi c’era la redazione della ‘Settimana Incom’ e papà aveva il compito di curare la moviola a mano con le mollette di legno dello stendipanni: c’era la pellicola in celluloide che si poteva incendiare facilmente, lui aveva una lametta per tagliare per poi usare una colla per attaccarla simile allo smalto delle donne. Una volta appese le passava in una pressa e usava le mollette per tenere insieme tutto. La prima moviola in Italia l’ha fatta papà”.

Un precursore. A lui è attribuita anche l’invenzione dell’espressione ‘Zona Cesarini’.

Come si può riassumere la frase ‘gol che cambia il risultato negli ultimi 5 minuti di gioco’ con due parole? Lui ci è riuscito con il nome di un argentino, Cesarini, che era solito segnare negli ultimi minuti di gioco. Un termine ancora oggi utilizzato.

Poi l’episodio leggendario con Sclavi.

“Ennio Mantella, un altro giornalista, aveva scritto una cosa falsa su Ezio Sclavi che però aveva attribuito l’articolo a Danese. Quando s’incontrarono volarono insulti e ci fu una promessa a duello. Entrambi erano fortissimi con la spada e a quel tempo i duelli finivano alla prima goccia di sangue. Papà lo toccò a un polso e il combattimento finì. Sclavi scoprì solo giorni dopo che non era stato mio padre a scrivere l’articolo, poi divennero grandi amici.

Seguì in prima persona il Mondiale del 1950, quello deciso da Ghiggia.

Ghiggia sembrava rachitico quasi, ma che talento. Quello fu un grande evento. Seguì con i suoi servizi l’intera competizione e la finale compresa. Un ambiente incredibile. Ci furono morti dopo la vittoria dell’Uruguay: alcuni per il dispiacere tra le fila dei brasiliani, altri, uruguaiani, che non hanno retto la gioia. Una curiosità: in uno dei servizi si vede anche mia madre che mangiava un panino.

Poi la tragedia di Superga…

Doveva prendere quell’aereo. Aveva incontrato un gobbo che gli augurò ‘buon viaggio’. Lui era scaramantico e decise di non partire. Nella trasmissione della domenica sera esordì: “E adesso che tutto è finito, e come è finito”. E’ incredibile trasmettere per radio il pathos come ha fatto lui. E il Tifone uscì con il titolo: “Non credevamo di amarli tanto” con un’illustrazione di Geleng, un grande amico di Fellini e di papà. L’illustrazione scomparve nel nulla e lui rimase legato al fatto di non aver mai preso quell’aereo e di non essere morto con gli altri.

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14 ottobre 1993 – Viene a mancare Paolo Mantovani … “U Presidente”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Maurizio Medulla) – Scrivere su Paolo Mantovani è qualcosa che mi è sempre risultato difficile, forse per il grande rispetto che ho sempre avuto verso l’uomo e verso il Presidente.

Non era simpatico, era scontroso, spesso scostante, ma aveva una logica solare che all’inizio sembrava impossibile da seguire, ma che a poco a poco riusciva a farti comprendere. Alla base l’amore per la Sampdoria, per i tifosi, per i giocatori, che spesso trattava in modo paterno.

Per capire chi sia stato Paolo Mantovani e cosa abbia rappresentato, basta chiedere alla gente di Genova, ai meno giovani, a quelli che lo hanno conosciuto. Dopo che hai posto la domanda, capisci dal luccichio degli occhi, dallo sguardo fiero di chi ti risponde con orgoglio: U Presidente!!

A volte mi chiedo se siano stati i successi sportivi a renderlo così grande, e mi rispondo sempre nello stesso modo: Lui ha reso i successi sportivi della Sampdoria immensi.

Era un uomo libero, libero dai suoi bisogni, libero dalle debolezze, libero da una città che spesso gli è stata nemica, un uomo senza compromessi, che ha posto sempre davanti a tutto i suoi tifosi, la sua gente, la Sampdoria.

Molte sono state le sue frasi celebri ma quella che ricordo con grande orgoglio e con un briciolo di pudore è: Il patrimonio più grande della Sampdoria sono i suoi Tifosi.

Eppure non lesinò attacchi alla tifoseria, attacchi anche pesanti che lasciarono il segno. Voleva che il primo scudetto fosse il comportamento della gente, solo con un comportamento esemplare si sarebbero raggiunti risultati importanti.

E questi risultati arrivarono, passo dopo passo, coppa Italia dopo coppa Italia, passando da una serata europea in terra di Svezia, con la coppa delle Coppe alzata al cielo da Gianluca Vialli e Roberto Mancini, per lo scudetto del 19 maggio 1991, alla finale di coppa dei Campioni del 20 maggio 1992. Persa per le statistiche, ma vinta dai trentacinquemila di Wembley, il momento più alto della storia blucerchiata.

Le uniche parole di quella sera furono: i tifosi della Sampdoria hanno perso a Wembley ed hanno cantato, finché i tifosi canteranno non ci saranno problemi per il futuro.

Ricordo la sua grande amicizia con Luzzara, Presidente della Cremonese e con Dino Viola, Presidente della Roma. Con quest’ultimo giocò una partita a poker sulla questione Cerezo. Credo si siano divertiti tutti, Cerezo compreso. E ancora oggi i tifosi della Roma e della Samp si chiedono: ma Cerezo quanti anni ha ??

Paolo Mantovani è stato molto altro, molto più che il Presidente di una squadra di calcio. Pochi personaggi hanno lasciato un segno di sé così tangibile nelle vicende che hanno attraversato. Difficile fare un ritratto del Presidente e ancora più difficile farlo di un uomo, che voleva essere complesso. L’altro Mantovani viene fuori dai ricordi personali di chi ha avuto il piacere di conoscerlo e frequentarlo.

Lui divenne Presidente il 3 luglio del 1979 ed io ero un giovane che cercava a gomitate di farsi largo nella vita dei grandi, avevo già avuto il piacere di conoscerlo nella sua veste di addetto stampa, cappotto che assolutamente non gli calzava per i non buoni rapporti con una stampa genovese, che era ampiamente schierata dalla parte rossoblu.

Spesso lui e il vice Presidente Montefiori bazzicavano un bar aperitivi vicino a casa mia, era il periodo del calcio mercato e quel giorno lo incrociai. Quell’uomo mi incuteva sempre una sorta di timore reverenziale, i giornali lo definivano il Paperon dei Paperoni, ed io umile tifoso mi avvicinai e chiesi: Presidente, buona sera, come andiamo?

Si voltò verso di me facendomi arrossire, mi guardò e mi rispose con grande gentilezza. Mi raccontò che era stato al calcio mercato a Milano, che era andato per comprare delle patate ed invece era tornato con dei carciofi, e che quindi aveva capito che il calcio mercato non faceva per lui.

Rimasi a bocca aperta non capendo nulla di quanto mi aveva detto. Ripensai a quel momento con delusione, ma mi sbagliavo. Da quella sessione di calcio mercato arrivarono otto giocatori e tutti gli addetti ai lavori accreditarono la Sampdoria favorita per la risalita in serie A, anche se Mantovani non frequentò mai il calcio mercato nei vari alberghi di Milano.

Eravamo all’alba dell’era della Sampd’oro. Un solco lungo 14 anni, un ricordo che resta indelebile nel mio cuore e in quello di tutti coloro che come me lo hanno vissuto.

Se ne è andato troppo presto, il 14 ottobre 1993, a soli 63 anni.

Non dimenticherò mai quel giorno. Era una giornata cupa, con una tramontana fredda che sferzava il mare, il cielo era come me, dopo che avevo ricevuto quella telefonata. Avevo una gran voglia di piangere.

Il Presidente ci aveva lasciato.

Mi precipitai all’ospedale Galliera di Genova, in pochi minuti la notizia fece il giro di Genova e come me tanti amici di stadio, di gradinata, arrivarono. In silenzio, nel giro di poche ore migliaia di persone erano davanti al nosocomio, con le lacrime agli occhi.

A distanza di tanto tempo, sorrido ogni volta che penso a Lui e rivedo il suo viso davanti alla gradinata sud, rivedo il suo modo gentile di salutare togliendosi il cappello, di alzare la mano per abbracciare tutti, la sua gradinata, i suoi ragazzi.

Ovunque Lei sia, Presidente, resta e resterà sempre nel mio cuore.

Ciao Paolo.

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