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La Penna degli Altri

La gelosia di Altafini e la scomoda vita napoletana di Claudio Sala

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WWW.ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Acquistato nel 1968 da Gioacchino Lauro prima dell’interdizione paterna, ripudiato da quasi tutta la squadra, si dice soprattutto dal “geloso” Altafini («È un bel giocatore ma non è né carne né pesce» disse Josè ), venduto poi al Toro di Pianelli per una cifra altissima all’epoca, 480 milioni. Non fu facile la vita napoletana di Claudio Sala, in arte “Il poeta del gol”. Indubbiamente il talento del giocatore brianzolo a Napoli non era del tutto scoppiato se pensiamo che le epiche sfide dei “baffoni”, con Causio, per la maglia numero sette dell’Italia arriveranno solo negli anni ’70. Un duello che il torinista vincerà raramente per “cause ignote” ma vi assicuriamo che, in quanto a sapienza nel dribbling e nel cross, non era da meno al talento leccese della Juventus.

Arrivò da Monza

Quando Claudio sbarcò a Napoli dalla sua Monza, a 21 anni, era un giovanotto imberbe, timoroso di affrontare la sua nuova avventura che lo lanciava in Serie A tra le squadre che contavano ma sicuro delle sue enormi potenzialità. C’era aria di cambiamento e rivoluzione nell’aria, i giovani iniziavano a seguire mode provenienti dal mondo anglosassone, ad ascoltare musica nuova e più ritmata, anche le donne dei calciatori azzardavano le prime minigonne. Il mondo sembrava stesse cambiando e i calciatori italiani pian piano si adeguavano ai venti del mutamento.

Claudio Sala aveva i capelli in puro stile ‘beat’, con una “banana” in testa che gli valse un secondo soprannome. Il mento pronunciato, sorrisi rari, indossava camicie a collo largo e jeans stretti. Insomma, la sua fisionomia sembrava essere uscita da un gruppo che faceva regolarmente serate al Piper di Roma. Invece era un giocatore dalle grandi ambizioni e dal futuro roseo.

“Il piccolo Sivori”

Scorrendo i tabellini delle gare fatte col Napoli, Chiappella prima e Di Costanzo poi, lo impiegarono in quasi tutti i ruoli dell’attacco tranne che nel ruolo di centravanti. Sala, pagato 125 milioni, dimostrò di saper fare tutto coi piedi tanto che il suo primo soprannome fu quello di “piccolo Sivori”. Lì, proprio nella terra dove il campione argentino, nello stesso campionato, lasciò enormi rimpianti. Ma Omar non ne aveva più. Ahinoi, anche a lui era “finita la benzina” e la ventilata ipotesi di diventare il secondo di Parola e il “rischio” di allenare Claudio Sala rimasero tali. Anzi fu proprio il ritiro dal calcio giocato di Omar a far sì che Sala indossasse spesso la maglia numero 10, quella del ‘Cabezon’.

L’attacco atomico

Alla fine dell’anno il giocatore brianzolo totalizzò 24 presenze condite da due reti, una nella vittoriosa trasferta di Varese (1-2) e l’altra nella vittoria interna contro il Pisa (sempre 2 a 1), ultima di campionato. Si parlò di “attacco atomico” perché Chiappella schierò spesso Canè, Juliano, Altafini, Sala e Barison ma a fine torneo le polveri risultarono un po’ bagnate. A Sala veniva chiesto di fare da raccordo tra le punte ed il centrocampo, di vestire i panni del trequartista e della spola tra le bocche di fuoco, quell’anno spuntate, e la mediana dove Bianchi e Montefusco dominavano incontrastati.

Ferlaino non seppe dire di no a Pianelli

Nonostante, quindi, ottime partite, Ferlaino non seppe rifiutare l’affare. Il destino granata era ormai segnato. L’aveva pagato 125 milioni e quando arrivò Pianelli, che voleva a tutti i costi un fantasista che sostituisse Gigi Meroni nel cuore dei tifosi del Torino, che mise sul tavolo quasi mezzo miliardo di vecchie lire, Don Corrado Ferlaino non seppe dirgli di no. Soldi freschi servivano come il pane nelle asfittiche casse societarie del Napoli che aveva un passivo di un miliardo e 800 milioni. Soldi che ovviamente non furono reinvestiti nel mercato successivo perché in maglia azzurra arrivarono Canzi, Monticolo, Hamrin e Manservisi per pochi spiccioli.

I tre allenatori

Intanto Claudio Sala arriva al Torino e non diventa subito un idolo. È vero, è titolare inamovibile con Carelli e Pulici in attacco ma farà per quasi tutto il campionato il centravanti. Si vede, non è il suo ruolo, è portato a manovrare, a saltare l’uomo, a dribblare, a cercare lo scambio col compagno meglio piazzato, a dettare l’ultimo passaggio più che a riceverne per finalizzare. Sente, però, la fiducia degli allenatori. Quella di Cadè, poi quella di Giagnoni prima della definitiva esplosione con Radice dove fu capitano e uomo squadra.

Il primo tecnico lo alterna nei ruoli dell’attacco, spesso da centravanti arretrato alla Hidegkuti, poi Giagnoni gli trova il ruolo che fa per lui con la contemporanea presenza in squadra di Pulici e Graziani. Le punte sono loro, Sala li deve solo servire, è deputato ad essere l’ala destra. È questo l’incipit del romanzo della nuova storia del Toro, del dopo Superga che tutti stavano aspettando, la svolta che muterà i destini di una squadra fino ad arrivare allo scudetto del 1975-76, il capolavoro di Gigi Radice che, in quanto a bel gioco, fu uno dei pochi a contrastare gli azzurri di Vinicio.

I baffi

Fu proprio alla vigilia di quella stagione che Sala mutò il suo look facendosi crescere i baffi ed anche i capelli, un aspetto che non cambiò più e che evidentemente portò bene. Tutti guardarono con simpatia a quella squadra che aveva in formazione tre giocatori che poi saranno molto ben accolti a Napoli  e di cui ancora oggi si parla in termini lusinghieri. Castellini, Caporale e Pecci, come dimenticare questi “Cuori Toro” passati per Napoli?

Era destro naturale ma sembrava un mancino, possedeva un palleggio e una tecnica eccellenti, nell’uno contro uno superava sempre l’avversario. Se aveva spazio saltava l’uomo in agilità, quasi immarcabile quando era in giornata. Il tocco vellutato, il cross fatto col contagiri, l’armonia anche nel dribbling, questo era Claudio Sala che sembrava avere due violini al posto dei piedi. Il suo era un calcio suonato, delizioso come una sinfonia, i suoi cross erano “rime baciate”. Ecco perché, come disse Pecci, per giustificarne il soprannome, diventò il Petrarca del nostro calcio, il “Poeta del gol”.

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Monza, omaggio a Gigi Radice: un eroe dimenticato

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ILGIORNO.IT (Dario Crippa) – Il mondo del calcio, il suo mondo, lo ha dimenticato. E non solo perché a 83 anni è ricoverato in una clinica dalla sua Monza e il morbo di Alzheimer ha ormai da tempo divorato la sua mente. C’è anche un’altra ragione: ed è che Gigi Radice è sempre stato un uomo scomodo. Incapace di compromessi. Senza infingimenti. In un mondo del calcio sempre più viscido e scivoloso (copyright Romano Cazzaniga, suo storico vice allenatore) aveva litigato con tutti o quasi i dirigenti che aveva incrociato. E che spesso lo hanno tradito.

È anche per rendere merito al profeta del calcio totale all’italiana (lo importò lui nell’asfittica “palla lunga e pedalare” in salsa nostrana) che gli hanno dedicato finalmente un libro, “Gigi Radice-Il calciatore, l’allenatore, l’uomo dagli occhi di ghiaccio”, Priuli & Verlucca Editore), che è stato presentato giovedì mattina alloSporting Club di Monza davanti ad alcuni dei suoi amici e affetti più cari. E non è un caso che ci fosse mezza Brianza. Come ha ricordato il sindaco Dario Allevi, amico di famiglia, “a Monza ha iniziato la sua carriera da allenatore nel 1966 con una promozione in serie B, qui l’ha chiusa nel 1997 con l’ultima promozione in B della storia biancorosssa”. E qui ha ricevuto l’ultima pedata nel sedere della sua storia, con un esonero doloroso. “Non era social”, ha ironizzato uno dei suoi ragazzi di un tempo, Patrizio Sala da Bellusco, ex centrocampista nel Torino dello Scudetto 1976. “Non era capace di compromessi”, ha chiosato Gino Strippoli, uno dei due autori del libro. “Era un precursore – ha spiegato il giornalista Carlo Pellegatti -, capace di portare il pressing in Italia dieci anni prima di tutti”. Uno di cui – ha precisato l’ex direttore sportivo Giorgio Vitali – Arrigo Sacchi, il rivoluzionario del calcio, “andava a spiare gli allenamenti: faceva il fuorigioco e il riscaldamento prepartita“.

Una mattinata agra e commovente quella di giovedì. Perché la verità è che Gigi Radice, uomo rude e coraggioso, burbero e schietto, era stato già dimenticato da un pezzo. Accantonato come un ferro vecchio. “Perché? Perché è sempre stato controcorrente, incapace di accettare compromessi – ha ribadito Strippoli -: Radice rappresentò una vera innovazione nel calcio italiano. Questo libro è nato dalla rabbia, non volevamo fosse dimenticato e la famiglia Radice ci ha aperto casa”. “Un’operazione di cuore – ha aggiunto Francesco Bramardo, coautore del libro -: un omaggio, un tributo a una persona ancora in vita. Il suo fu un calcio eroico, ma abbiamo voluto raccontare tutto Radice: marito e padre, uomo di sguardi e poche parole”. Un allenatore atipico che amava la cultura, faceva leggere i suoi giocatori “e che arrivò addirittura a istituire una biblioteca nello spogliatoio del suo Torino”.

I momenti più divertenti sono stati affidati ad alcuni dei suoi “ragazzi”. “Nel 1969 fu il primo a imporre il doppio allenamento al mercoledì. Era intransigente” rammenta Romano Cazzaniga da Roncello, che fu prima suo portiere e poi allenatore in seconda. E poi Patrizio Sala: “A 18 anni mi portò al Toro dal Monza. Mi ha fatto salire su quel treno e mi ci ha fatto rimanere per 5 anni. Non era social, era un uomo da campo. Ricordo a Napoli, venivo da una brutta partita a Perugia, e mi disse: “ritorna il ragazzo umile della Brianza”. E ne uscì una grande partita”. Già, la Brianza, terra di cui era imbevuta ogni cellula di Gigi Radice: figlio di operai, cresciuto al Villaggio Snia di Cesano Maderno prima di metter su casa a Monza con la sua Nerina, conosciuta all’asilo. Brianza nel sangue, come il suo bomber Paolino “Pupi” Pulici, pure lui da Roncello, 172 reti solo in con la maglia granata: “Fra noi c’era un rapporto da brianzoli, prima delle partite ci davamo una testata, diceva che così quello che pensava mi sarebbe entrato in testa più facilmente. Tante volte con Gigi si discuteva in allenamento, ma poi mi diceva: ‘Fa’ quello che ti pare, basta che poi la butti dentro'”. Da giocatore, Radice era una promessa: corretto, combattivo, leale, al Milan vinse scudetto e Coppa dei Campioni, ma un infortunio gli spezzò menisco e carriera. Filippo Galli da Villasanta, grande difensore del Milan di Sacchi, lo incrociò quando era ancora un ragazzino della Primavera: “Radice allenava il Milan e con lui feci il primo ritiro della mia vita con la prima squadra. E mi fece esordire in Germania in un’amichevole. Mi ha trasmesso la meritocrazia… e poi mio papà era tifoso del Toro!”. E poi tanta commozione, in mezzo ai filmati d’epoca e alle parole della famiglia Radice. La moglie Nerina Giussani: “Non sapeva cucinare, ma è stato un bravo marito e un bravo padre”, le figlie Betty e Cristina, il figlio più piccolo Ruggero, discreta carriera da calciatore: “Papà è qui a 300 metri e spero che gli arrivi almeno un po’ di questa energia”. Commozione e lacrime. Sipario

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Il “cameriere” di Wembley…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Molti tifosi di calcio (basta guardare gli ascolti televisivi) oggi snobbano la Nazionale. Che lo facciano i tifosi, oramai televisivamente bombardati di calcio per 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana ci sta. Ma che quella maglia azzurra abbia perso gran parte del suo reale significato anche tra i giocatori, no. Una volta, indossare la maglia della Nazionale significava realizzare un sogno, ma era anche un riscatto sociale e una rivalsa verso chi, all’estero, ci considerava solo dei mafiosi o dei fanulloni, degli emigrati che potevano essere utilizzati solo come manovalanza a basso costo da spedire nelle miniere di carbone in Germania, in Belgio e in Galles, oppure per fare i lavori più umili nelle cucine dei ristoranti o, al massimo, per fare i camerieri. E alcuni di quei giocatori che indossavano la maglia della Nazionale negli anni Sessanta/Settanta, erano figli di emigrati o a loro volta erano stati degli emigrati. Primo fra tutti, Giorgio Chinaglia.

Anche se è nato come succede solo nelle favole, il rapporto di Giorgio Chinaglia con la maglia azzurra è stato un rapporto difficile, tormentato, durato appena tre anni e finito come nel peggiore degli incubi. Ma è stato caratterizzato da un’impresa entrata nella storia del calcio italiano, da una notte degna di un racconto fiabesco e da un’impresa che solo a ricordarla mette i brividi. Teatro di quella favola, lo stadio di Wembley, il tempio del calcio mondiale.

Emigrato in Galles da bambino con tutta la famiglia, come decine e decine di migliaia di italiani che dopo la Guerra lasciavano il paese in cerca di lavoro e di fortuna, Giorgio ha vissuto storie tipiche di quegli anni e vissute da migliaia di “paisà”. Sì,perché quello era il nomignolo dato agli italiani che sbarcavano negli Stati Uniti, in Germania o nel Regno Unito, il nomignolo usato in senso dispregiativo affibbiato a gente costretta a fare lavori a volte umilianti proprio perché era di origine italiana. Come ho scritto prima, uomini che morivano nei pozzi delle miniere di carbone, donne che facevano le pulizie, ma anche bambini usati come sguatteri. Giorgio compreso…

“La mia non è stata un’infanzia facile. A Cardiff pioveva sempre e io odiavo la pioggia, perché inzuppava quella suola di cartone che mettevo nelle scarpe per coprire i buchi che si aprivano in quella di cuoio correndo per inseguire un pallone. C’erano pochi soldi a casa, quindi mi dovevo arrangiare. A Cardiff mi allenavo dopo pranzo, nel pomeriggio facevo le pulizie allo stadio e pulivo anche le scarpe dei giocatori della prima squadra, inchinandomi a raccogliere qualche moneta di mancia che mi lanciavano sul pavimento sporco dello spogliatoio, perché ero italiano. E proprio perché italiano, anche se ero grosso e mi hanno subito dirottato verso il rugby, alla fine ho scelto il calcio. Perché tirar frustrate a quel pallone rotondo mi creava un dolce turbamento, specie quando il pallone finiva in fondo alla rete. E ogni gol era una sorta di rivincita contro il destino che mi aveva fatto finire lì”.

In Galles Giorgio ha giocato con la maglia del Cardiff City e poi in Serie B inglese con quella dello Swansea, ma dopo appena 5 presenze e un gol segnato, all’età di 19 anni  il presidente dello Swansea, Glen Davies,  lo boccia e gli regala il cartellino, dicendo a Mario Chinaglia: “Suo figlio non è portato per giocare a calcio e non diventerà mai un professionista”.

A quel punto, Giorgio ha due sole possibilità: smettere di giocare e dedicarsi al ristorante aperto dal padre in Galles con i soldi guadagnati lavorando in miniera, oppure fare l’emigrante al contrario e tornare in Italia per provare a sfondare. Sceglie la strada del ritorno a casa e trova un ingaggio nella squadra rivale della città in cui è nato: lui è di Carrara, la terra del marmo, ma va a giocare nella Massese in Serie C per circa 250.000 lire al mese. Da allora, la scalata è rapida. Prima Napoli e subito dopo Lazio, portato a Roma da Juan Carlos Lorenzo. Esordio in Serie A nel 1969 e 12 gol segnati nella prima stagione laziale. Nel 1972, grazie a Tommaso Maestrelli che lo trasforma in un attaccante moderno, da capocannoniere di Serie B Giorgio fa l’esordio in Nazionale e l’inizio della storia sembra la trama di una fiaba. A Sofia, il 21 giugno del 1972, alla fine del primo tempo chiuso con l’Italia sotto per 1-0, Valcareggi decide di buttare Giorgio nella mischia al posto di Anastasi. E lui fa subito il Chinaglia. Passano appena 5 minuti e Long John segna il gol del pareggio. Prima di lui, solo una volta un giocatore di Serie B ha indossato la maglia azzurra ma nessuno, arrivando dal campionato cadetto, ha segnato all’esordio. E Chinaglia fa molto di più, perché dopo il gol alla Bulgaria si ripete il 20 settembre all’Olimpico contro la Jugoslavia e il 7 ottobre contro il Lussemburgo. Era dai tempi di Silvio Piola che un giocatore della Lazio non segnava un gol con la maglia azzurra, Chinaglia da esordiente ne segna tre nelle prime tre partite, impresa mai riuscita a nessuno in passato. Ma il vero appuntamento con la storia è quello del 14 novembre del 1973.

A giugno del 1973, in occasione dei festeggiamenti per i 75 anni della Federcalcio, l’Italia ha affrontato e battuto nel giro di appena tre giorni il Brasile Campione del Mondo all’Olimpico e l’Inghilterra a Torino: sempre per 2-0, con Giorgio relegato a indossare i panni del comprimario. Il 14 novembre l’Italia è attesa a Wembley dagli inglesi per la rivincita. E l’attesa per quella partita è enorme. Zoff non subisce gol da nove partite e l’atmosfera è incandescente, perché dopo i fatti di Lazio-Ipswich, gli incidenti in campo e la rissa tra giocatori che ha portato alla squalifica della Lazio da tutte le competizioni europee, i giornali inglesi alla vigilia della partita ci massacrano. Ci danno degli animali e, commentando la presenza sugli spalti di Wembley di migliaia di tifosi italiani e di Chinaglia in campo, alcuni tabloid titolano così per presentare quella sfida: “30.000 camerieri a tifare Italia”.

Giorgio, che emigrante lo è stato sul serio e non ha dimenticato certe umiliazioni subite, con quella maglia azzurra e il 9 cucito sulle spalle gioca la partita della vita. Per lui, per Tommaso e, soprattutto, per quelle migliaia di italiani sugli spalti, quei “paisà” che quando urlano a squarciagola “Italia, Italia” vengono sommersi dai fischi e dagli ululati degli inglesi. Long John si batte come un leone, lotta su ogni pallone, corre, sbuffa e si mette al servizio della squadra come mai ha fatto in vita sua. Vuole fare gol, ma soprattutto vuole vincere, perché in 75 anni di storia l’Italia non è mai riuscita a battere gli inglesi in Inghilterra. Nonostante l’impegno di Giorgio, la partita sembra destinata a finire sullo 0-0, quando accade l’impensabile, quel tocco di magia che cambia il finale alla storia trasformandola appunto in una favola.

Mancano tre minuti al fischio finale, gli azzurri sono arroccati a difesa della porta con Zoff che para tutto, ma Chinaglia ha ancora la forza per un’ultima carica: incassa la testa tra le spalle, si ingobbisce (come dicevano i tifosi laziali all’epoca…), punta Hughes, lo supera e invece che al centro come fa sempre va sulla destra e da posizione quasi impossibile lascia partite un destro potentissimo che Shilton riesce solo a respingere, ma proprio sui piedi di Fabio Capello che, da pochi metri, mette dentro di piatto destro. Giorgio, pazzo di gioia, corre verso la panchina con le braccia allargate. Invece che andare ad abbracciare Capello, i compagni corrono tutti verso Long John: un mucchio selvaggio vicino alla panchina. A tempo quasi scaduto, Giorgio riceve palla al limite della nostra area, salta un avversario, supera con un pallonetto Hughes ed è avviato solo verso Shilton con metà campo libera davanti, ma l’arbitro portoghese Maques Lobo fischia la fine. In altre occasioni Giorgio sarebbe corso come una furia verso il direttore di gara che gli aveva negato un gol praticamente fatto, invece corre verso la panchina. Lo abbracciano tutti, anche un invasore solitario, seguito a ruota da altre decine di italiani che entrano sul terreno finalmente violato di Wembley per festeggiare un successo storico, sventolando bandiere tricolori e portando in trionfo il “paisà” che ha consentito alla nazionale azzurra di sbancare Wembley e di umiliare gli odiati inglesi, regalando a tutti gli emigrati italiani giorni e settimane di gloria, di rivincita.

In questo filmato, c’è la sintesi dell’incontro e gli ultimi minuti di quell’incredibile partita. Mettete il volume al massimo, ascoltate la voce dei telecronisti e, soprattutto in sottofondo quel grido “Italia, Italia” coperto da fischi e da ululati. E, soprattutto, guardate Giorgio, il ”cameriere” che serve a Capello il pallone della storica vittoria…

https://www.youtube.com/watch?v=I19AbYY75YI

Giorgio, al rientro in Italia viene accolto come un eroe, rubando la scena anche a Capello che ha segnato il gol che ha fatto la storia. E all’aeroporto viene portato in trionfo. Anni dopo, in un’intervista, rivedendo quella foto che ho usato per questo articolo, quasi con le lacrime agli occhi Giorgio mi confessa: “Quella vittoria a Wembley mi ha regalato una delle più grandi gioie della mia vita. Sicuramente la più bella soddisfazione che mi sono tolto con la maglia azzurra e brividi che non mi ha regalato neanche il primo gol in Nazionale”.

Nata come una favola, la storia di Chinaglia con la Nazionale si chiude come nel peggiore degli incubi allo Stadio Olimpico di Monaco di Baviera, con quel gestaccio a Valcareggi che lo sostituisce al 69’ della sfida con Haiti, con l’Italia in vantaggio per 2-1. È il 15 giugno del 1974, appena 7 mesi e un giorno dopo l’impresa di Wembley. E il rapporto tra Chinaglia e la Nazionale si chiude in pratica lì, nel peggiore dei modi. Ma, a modo suo, Long John è entrato comunque nella storia…

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“Così ho scoperto la tomba del fondatore del Vicenza”

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IL GIORNALE DI VICENZA (Alessandro Lancellotti) – Ventidue anni fa cominciai a fare ricerche storiche sul Vicenza calcio: in questi anni ho ricostruito tutti i tabellini girando per biblioteche ed emeroteche e quindi copiandoli dai giornali dell’epoca. Oltre ai tabellini mi sono sempre interessate le anagrafiche dei calciatori che vestirono la nostra gloriosa maglia, e prendendo i nomi trovati nelle ricerche, ho cercato di ricostruire le carriere e le date di nascita e di morte degli sportivi in maglia biancorossa. Un lavoro certosino e complesso che necessitava anche di conferme. Un metodo infallibile è il reperimento ad esempio della tomba. Spesso mi sono recato al Cimitero Maggiore di Vicenza, dove riposano molti vicentini illustri da Andrea Palladio a Mariano Rumor (per citarne un paio) e dove riposano anche moltissimi calciatori e dirigenti della nostra amata squadra cittadina.

Fino agli anni ’40 la grande maggioranza dei calciatori proveniva dalla città o dalle zone limitrofe. Tre anni fa cominciai ad andare spesso in viale Trieste per effettuare ricerche. La prima lapide che trovai fu quella di Alfonso Santagiuliana: facile da individuare perché sopra la lapide è scolpita una scarpa da calcio. Seguì il ritrovamento delle sepolture di Berto Menti (nella fotoceramica con una R di Lanerossi sul petto). Trovai poi le tombe di Pietro Spinato e Bruno Quaresima: il primo massimo e ineguagliato cannoniere del Vicenza, il secondo prolifico attaccante degli anni ‘30 e ‘40. Trovai anche moltissime altre sepolture: Carta, Ronzani, Bedendo per dire il nome di alcuni calciatori. Questi ultimi tutti nella parte nuova del cimitero maggiore di Vicenza.

Lo scorso 2 novembre in occasione della commemorazione dei defunti, recandomi in cimitero nella parte vecchia mi sono addentrato in una sala buia sulla destra dedicata ai loculi dei Caduti. E sorpresa: davanti al monumento delle vittime dei bombardamenti del Secondo conflitto mondiale, trovai una sepoltura fondamentale per la tifoseria. In questa sala poco illuminata (sospettando la mancanza di luce ho portato con me una torcia) dove le sepolture partono da metà del 1800, tra garibaldini e militi della Grande Guerra, ecco la sorpresa: a metà della sala lessi il nome Tito Buy: è lui il padre del Vicenza calcio. Questa illustre figura era una persona di spicco dell’epoca della Vicenza dei primi del ‘900, come racconta la scrittrice Anna Belloni nel suo libro “Le due divise”: fu il Preside dell’Istituto Commerciale ora Ambrogio Fusinieri. In gioventù garibaldino e anche poeta: partecipò con l’eroe dei due mondi alle battaglie di Bezzecca nel 1866 (dove fu decorato con la medaglia di Bronzo da Garibaldi in persona) e anche alle battaglie di Mentana e dell’Agro Romano. Dopo essere stato soldato volontario in camicia rossa e aver finito la sua carriera militare, arrivò in città per svolgere la professione d’insegnante. Era originario di San Secondo Parmense piccolo paese in provincia di Parma. Legò la sua vita alla città del Palladio e rimase direttore dell’istituto tecnico fino al 1921.

Negli anni dell’insegnamento conobbe il professor Antonio Libero Scarpa, insegnante di educazione fisica presso la palestra Umberto I. Grazie a Buy e Scarpa prese il via lo sport del pallone anche a Vicenza. Queste le cronache nei giornali dell’epoca. Il giornale “La provincia di Vicenza” annunciava, che in data 9 marzo 1902 ci sarebbe stata un’assemblea tra i soci alle ore 11, presso la Palestra di Santa Caterina. L’assemblea aveva come obiettivo quello di formare l’associazione del calcio in Vicenza. Due giorni dopo la stessa testata riportava le seguenti frasi: “Ieri nella palestra di Santa Caterina davanti a circa cento soci è stato redatto lo statuto dell’associazione del calcio in Vicenza Acv, il tutto presieduto dal Dottor Tito Buy”. Gli altri soci erano altri personaggi di spicco della Vicenza del primo ‘900: tra loro Lampertico, il senatore Fogazzaro, il commendator Paolo Lioy, il dottor Morello, il cavalier Orefice e vice presidente del consesso era il professor Antonio Libero Scarpa.

In quello statuto del Vicenza c’era scritto: “E stata fondata l’Associazione del Calcio in Vicenza dai colori sociali granata e bianco”, poi diventati bianco e rosso come il gonfalone cittadino, e una cronaca della “Educazione fisica” riportava queste parole: “Dopo Milano, Genova e Torino questa è la prima associazione del Calcio fondata in una città secondaria in Italia”. Il calcio aveva unito due uomini, due sportivi, che grazie alla loro passione diedero vita ad una realtà calcistica destinata a diventare orgoglio e gioia per tutti i cittadini berici. Tito Buy morì nel 1923: tutta la città di Vicenza accorse al suo funerale. Le sue spoglie riposano nella parte vecchia del Cimitero Maggiore e sulla sua lapide ci sono scolpite delle parole che ricordano la sua vita.

Da “Il Giornale di Vicenza” del 16 novembre 2018

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