Connect with us

La Penna degli Altri

La gelosia di Altafini e la scomoda vita napoletana di Claudio Sala

Published on

WWW.ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Acquistato nel 1968 da Gioacchino Lauro prima dell’interdizione paterna, ripudiato da quasi tutta la squadra, si dice soprattutto dal “geloso” Altafini («È un bel giocatore ma non è né carne né pesce» disse Josè ), venduto poi al Toro di Pianelli per una cifra altissima all’epoca, 480 milioni. Non fu facile la vita napoletana di Claudio Sala, in arte “Il poeta del gol”. Indubbiamente il talento del giocatore brianzolo a Napoli non era del tutto scoppiato se pensiamo che le epiche sfide dei “baffoni”, con Causio, per la maglia numero sette dell’Italia arriveranno solo negli anni ’70. Un duello che il torinista vincerà raramente per “cause ignote” ma vi assicuriamo che, in quanto a sapienza nel dribbling e nel cross, non era da meno al talento leccese della Juventus.

Arrivò da Monza

Quando Claudio sbarcò a Napoli dalla sua Monza, a 21 anni, era un giovanotto imberbe, timoroso di affrontare la sua nuova avventura che lo lanciava in Serie A tra le squadre che contavano ma sicuro delle sue enormi potenzialità. C’era aria di cambiamento e rivoluzione nell’aria, i giovani iniziavano a seguire mode provenienti dal mondo anglosassone, ad ascoltare musica nuova e più ritmata, anche le donne dei calciatori azzardavano le prime minigonne. Il mondo sembrava stesse cambiando e i calciatori italiani pian piano si adeguavano ai venti del mutamento.

Claudio Sala aveva i capelli in puro stile ‘beat’, con una “banana” in testa che gli valse un secondo soprannome. Il mento pronunciato, sorrisi rari, indossava camicie a collo largo e jeans stretti. Insomma, la sua fisionomia sembrava essere uscita da un gruppo che faceva regolarmente serate al Piper di Roma. Invece era un giocatore dalle grandi ambizioni e dal futuro roseo.

“Il piccolo Sivori”

Scorrendo i tabellini delle gare fatte col Napoli, Chiappella prima e Di Costanzo poi, lo impiegarono in quasi tutti i ruoli dell’attacco tranne che nel ruolo di centravanti. Sala, pagato 125 milioni, dimostrò di saper fare tutto coi piedi tanto che il suo primo soprannome fu quello di “piccolo Sivori”. Lì, proprio nella terra dove il campione argentino, nello stesso campionato, lasciò enormi rimpianti. Ma Omar non ne aveva più. Ahinoi, anche a lui era “finita la benzina” e la ventilata ipotesi di diventare il secondo di Parola e il “rischio” di allenare Claudio Sala rimasero tali. Anzi fu proprio il ritiro dal calcio giocato di Omar a far sì che Sala indossasse spesso la maglia numero 10, quella del ‘Cabezon’.

L’attacco atomico

Alla fine dell’anno il giocatore brianzolo totalizzò 24 presenze condite da due reti, una nella vittoriosa trasferta di Varese (1-2) e l’altra nella vittoria interna contro il Pisa (sempre 2 a 1), ultima di campionato. Si parlò di “attacco atomico” perché Chiappella schierò spesso Canè, Juliano, Altafini, Sala e Barison ma a fine torneo le polveri risultarono un po’ bagnate. A Sala veniva chiesto di fare da raccordo tra le punte ed il centrocampo, di vestire i panni del trequartista e della spola tra le bocche di fuoco, quell’anno spuntate, e la mediana dove Bianchi e Montefusco dominavano incontrastati.

Ferlaino non seppe dire di no a Pianelli

Nonostante, quindi, ottime partite, Ferlaino non seppe rifiutare l’affare. Il destino granata era ormai segnato. L’aveva pagato 125 milioni e quando arrivò Pianelli, che voleva a tutti i costi un fantasista che sostituisse Gigi Meroni nel cuore dei tifosi del Torino, che mise sul tavolo quasi mezzo miliardo di vecchie lire, Don Corrado Ferlaino non seppe dirgli di no. Soldi freschi servivano come il pane nelle asfittiche casse societarie del Napoli che aveva un passivo di un miliardo e 800 milioni. Soldi che ovviamente non furono reinvestiti nel mercato successivo perché in maglia azzurra arrivarono Canzi, Monticolo, Hamrin e Manservisi per pochi spiccioli.

I tre allenatori

Intanto Claudio Sala arriva al Torino e non diventa subito un idolo. È vero, è titolare inamovibile con Carelli e Pulici in attacco ma farà per quasi tutto il campionato il centravanti. Si vede, non è il suo ruolo, è portato a manovrare, a saltare l’uomo, a dribblare, a cercare lo scambio col compagno meglio piazzato, a dettare l’ultimo passaggio più che a riceverne per finalizzare. Sente, però, la fiducia degli allenatori. Quella di Cadè, poi quella di Giagnoni prima della definitiva esplosione con Radice dove fu capitano e uomo squadra.

Il primo tecnico lo alterna nei ruoli dell’attacco, spesso da centravanti arretrato alla Hidegkuti, poi Giagnoni gli trova il ruolo che fa per lui con la contemporanea presenza in squadra di Pulici e Graziani. Le punte sono loro, Sala li deve solo servire, è deputato ad essere l’ala destra. È questo l’incipit del romanzo della nuova storia del Toro, del dopo Superga che tutti stavano aspettando, la svolta che muterà i destini di una squadra fino ad arrivare allo scudetto del 1975-76, il capolavoro di Gigi Radice che, in quanto a bel gioco, fu uno dei pochi a contrastare gli azzurri di Vinicio.

I baffi

Fu proprio alla vigilia di quella stagione che Sala mutò il suo look facendosi crescere i baffi ed anche i capelli, un aspetto che non cambiò più e che evidentemente portò bene. Tutti guardarono con simpatia a quella squadra che aveva in formazione tre giocatori che poi saranno molto ben accolti a Napoli  e di cui ancora oggi si parla in termini lusinghieri. Castellini, Caporale e Pecci, come dimenticare questi “Cuori Toro” passati per Napoli?

Era destro naturale ma sembrava un mancino, possedeva un palleggio e una tecnica eccellenti, nell’uno contro uno superava sempre l’avversario. Se aveva spazio saltava l’uomo in agilità, quasi immarcabile quando era in giornata. Il tocco vellutato, il cross fatto col contagiri, l’armonia anche nel dribbling, questo era Claudio Sala che sembrava avere due violini al posto dei piedi. Il suo era un calcio suonato, delizioso come una sinfonia, i suoi cross erano “rime baciate”. Ecco perché, come disse Pecci, per giustificarne il soprannome, diventò il Petrarca del nostro calcio, il “Poeta del gol”.

Vai all’articolo originale

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La Penna degli Altri

Le idee formidabili del patriottico Pozzo …

Published on

CORRIERE DELLA SERA (Mario Sconcerti) – […] Quando l’Italia nel ’38 stava partendo per i Mondiali di Francia, Hitler era in visita a Roma a consolidare l’alleanza con Mussolini. Quando a Zurigo con la Svizzera, 16 mesi dopo si chiudeva la lunga serie di Pozzo, Germania e Unione Sovietica erano già padroni della Polonia, la guerra era cominciata. […] Pozzo era piccolo, grassottello, con grandi occhiali neri. Molto patriottico. Aveva combattuto la Prima guerra mondiale negli alpini, aveva metodi altrettanto militari nel controllare i giocatori, li preparava alla partita con i cori di montagna. Era però un tecnico molto attento. Era andato a prepararsi in Inghilterra dove Chapman aveva inventato il Sistema, il 3-2-2-3, un vero anticipo del 3-4-3 moderno. Pozzo fu un ammiratore del Sistema ma lo giudicò troppo stancante per il calcio italiano. Così rispose inventando il Metodo, squisita intelligenza tattica e inizio indiscutibile dell’intero difensivismo italiano. Pozzo mise due liberi dietro una linea di tre difensori. Un’idea formidabile. Il difensore centrale doveva essere un giocatore doppio, difensore, ma anche iniziatore dell’azione. Di solito con un lungo lancio. Era nato il centromediano metodista. Ai suoi lati giocavano i terzini. Capite? Dietro questa linea già completa di difesa giocavano due liberi, due spazzini dell’area di rigore.

[…] Il giocatore più importante dell’Italia dl Pozzo era Giovanni Ferrari, il regista totale […] Il centravanti era Piola, che è stato con Riva il miglior attaccante della nostra storia. E il numero 10 era Meazza, giocatore eccezionale […]

Continue Reading

La Penna degli Altri

Dino Zoff: “Il Mondiale l’ho vinto grazie ai tuffi sull’asfalto del mio paese”

Published on

CORRIERE DELLO SPORT (Giorgio Marota) – Dino Zoff, indimenticato e indimenticabile numero “Uno”, ha rilasciao un’intervista al Corriere dello Sport, riportiamo di seguito alcune sue dichiarazioni:

[…] “Oggi il calcio è cambiato, io ad esempio ho imparato a fare il portiere in piazza. L’asfalto cambiava sempre la traiettoria del pallone e quando eravamo fortunati c’erano i bastoni per fare i pali. Altrimenti si lavorava con l’immaginazione. Lo sa che grazie alle strade di Mariano del Friuli sono diventato campione del mondo?”

[…] Zoff è l’unico italiano ad aver vinto sia il Mondiale che l’Europeo.

Abbiamo solo quel titolo europeo in bacheca. Non sarebbe ora di vincerne un altro?

“Potevano essere due, o magari tre. Quello dell’80’ arrivava dopo il calcioscomesse e quel clima ci ha condizionato, poi nel 2000 ero CT e l’abbiamo perso al golden gol, in finale contro la Francia. Peccato” […]

Continue Reading

La Penna degli Altri

Fabio Macellari: “L’Inter un sogno. Ronaldo il Fenomeno? Non ho mai visto nessun altro fare le stesse cose”

Published on

Fabio Macellari, difensore, tra le altre, di Lecce, Cagliari, Inter e Bologna, ha rilasciato una intervista al posticipo.it, di seguito alcuni estratti:

Lei ha giocato nell’Inter nella stagione 2000-01: che tipo di esperienza è stata?
“Ci sono stato solamente per un anno perché poi ho scelto di andare al Bologna in prestito. Ero arrivato a Milano per andare in Nazionale, ma non ci sono riuscito. Mi voleva Lippi, ma poi è andato via. Quando è arrivato Tardelli io, Pirlo e Zamorano siamo stati messi da parte: l’Inter è rimasta un sogno irrealizzato. Io sono di Sesto San Giovanni vicino Milano e fin da bambino sognavo di giocare a San Siro. Indossare la maglia dell’Inter è stato bellissimo: da giovane scavalcavo per andare allo stadio, da calciatore ho avuto il privilegio di entrarci direttamente dai box”

Lei ha legato molto con Laurent Blanc all’Inter: come mai?
“Quello è il ricordo più bello della mia esperienza a Milano: condividevo con Laurent la maggior parte del tempo. È una persona speciale, ci trovavamo bene insieme. Durante l’anno la psicologa dell’Inter ci chiamava a turno per tracciare il profilo di ciascuno: ci aveva detto che eravamo i giocatori col carattere più forte. Io e lui eravamo sulla stessa lunghezza d’onda […]”

Lei ha giocato anche con Ronaldo il Fenomeno: che rapporto avevate?
“Ho un ricordo bellissimo. Avevamo lo stesso procuratore Giovanni Branchini e quindi ci conoscevamo prima che io arrivassi a Milano. Per me Luis Nazario è una persona speciale ed è il giocatore che mi ha colpito più di tutti gli altri nella mia carriera: poterlo vedere dal vivo tutti i giorni è stato qualcosa di spaziale”

Ronaldo il Fenomeno è il più grande di sempre secondo lei?
“Bisogna fare delle distinzioni. Ci sono alcuni giocatori che per una determinata caratteristica non possono essere battuti da nessuno: Ronaldo il Fenomeno è uno dei dieci calciatori più forti mai esistiti ed è il numero uno per velocità e tecnica, non ho mai visto nessun altro fare le stesse cose. […] Sopra di tutti c’è Maradona”

Dopo l’Inter lei è andato al Bologna dove ha avuto qualche problema anche fuori dal campo: che cosa è andato storto?
“Purtroppo a Bologna mi sono fatto male nel momento sbagliato: dopo la nona giornata mi sono rotto il ginocchio in allenamento e ho dovuto rinunciare alla convocazione di Trapattoni in Nazionale. Da quel momento in poi mi sono lasciato andare[…] quando molli ci vuole un attimo a buttare via tutto. L’inizio era stato fantastico con Guidolin, l’allenatore più completo che abbia mai avuto. È stato stupido buttarmi in tutt’altra vita, questi errori si pagano. Col senno di poi cambierei qualcosa, ma non si può”

Pensa che il mondo del calcio sia troppo duro nei confronti dei giocatori che hanno fatto uso di cocaina? Le punizioni andrebbero riviste?
“No, secondo me no. Ognuno è responsabile delle sue azioni e sa già a cosa va incontro e cosa deve pagare. C’è chi è stato radiato, io ho scelto di smettere prima ad alti livelli: ho pensato che non era più il caso di andare avanti […]”

Ha un ricordo particolare legato al presidente Cellino?
“Sì, un giorno è arrivato con una Mercedes ad Assemini e gli ho detto che era una macchina bellissima, che però non gli serviva davvero ed era buona per uno sbarbato come me. Mi ha detto che poteva vendermela, io gli ho risposto che costava troppo per me. La domenica successiva avevamo una partita in casa e ci bastava una vittoria per vincere il campionato: lui mi ha detto che se ce la avessimo fatta mi avrebbe regalato la macchina. Abbiamo vinto e lunedì mi ha chiamato Angelo Napoli, il custode del Sant’Elia, per dirmi che dovevo passare a ritirare il Mercedes” […]

Vai all’articolo originale

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: