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Amedeo Stenti, libero gentiluomo, ora gioca in paradiso

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WWW.ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Da lassù hanno giocato in anticipo, come un portiere che ai suoi tempi chiamava la palla all’ultimo difensore. “Mia, è mia!” gridava prima Claudio Bandoni e poi Dino Zoff all’indirizzo di Amedeo Stenti quando era sicuro di raccogliere il cross degli avversari o quando usciva per sbrogliare una situazione di pericolo. Amedeo, dopo quell’urlo quasi disumano del portiere, si girava, si assicurava che la sfera fosse tra le braccia di Claudio o di Dino e chiamava tutto il reparto al rispetto del suo ruolo. Pogliana era pronto a  partire sulla sinistra, Nardin ricominciava a seguire l’ala mancina come un segugio e Dino Panzanato si piazzava, come un falco sulla preda, sul centravanti. Lui, Amedeo, restava dietro tutti, guardava il Napoli salire, manovrare ed attaccare dalle spalle. Lui ed i suoi 181 cm di altezza che ne facevano un corazziere, un pilastro della difesa partenopea.

Un predestinato

La sua fu una carriera fulminante che si snodò essenzialmente in tre tappe fondamentali. Undici anni filati, 5 stagioni a Vicenza, 4 a Napoli e 2 a Verona. Prima, però, da ragazzo sbarbato e garbato, aveva esordito nella Civitavecchiese a 16 anni prima di passare tra i semi professionisti della Tevere Roma nel 1959. L’anno dopo i biancorossi del Vicenza lo acquistano e qui vi rimane per cinque anni collezionando 127 presenze e tre reti. A venti anni è già un libero affermato, un predestinato. Fiore gli mette gli occhi addosso e nell’estate del 1965 lo prende per sostituire Ronzon che non dà più le necessarie garanzie.

Di Stenti che scalpitava alle sue spalle si accorse anche troppo Ronzon che andò in crisi per l’inopinata concorrenza che gli era capitata tra i piedi. L’esperto difensore non aveva tutti i torti, sentì sfiducia intorno a sé dopo il bellissimo campionato della promozione e dopo gli attestati di stima di Fiore. Un presidente pirotecnico che addirittura disse “Eri e resti il miglior libero d’Italia”, mentre comprava Stenti. Ovviamente Pesaola li provò entrambi nel ruolo ma in cuor suo aveva già scelto. Era Stenti il nuovo battitore libero del Napoli, Ronzon non poteva far altro che retrocedere a terzino destro o giocare nel suo vecchio ruolo quando si presentava l’occasione.

Verona, per svernare

Quando passò al Verona, nel 1969, non incrociò mai il suo destino con quello del Napoli. Giocò due anni nella squadra scaligera ma in tutti e quattro gli incontri con gli azzurri non scese mai in campo. In fondo la sua carriera l’aveva chiusa nel Napoli, nella fredda Verona c’era andato solo per svernare, solo per dimostrare che poteva ancora giocare a buoni livelli. Invece per lui, con sole 24 presenze in due anni, per una lunga serie di infortuni tra cui una maledetta borsite, fu l’atto finale di una carriera bella e soddisfacente.

Civitavecchia, il suo luogo natale, lo ha pianto molto al funerale. Lì, nella città laziale, lo considerano il più forte giocatore civitavecchiese che abbia mai calcato i campi di Serie A. Lì, dove la maggior parte del lavoro si svolge al porto, dove partono navi e traghetti, barche e pescherecci, Amedeo Stenti è stato e rimane un mito. Lo hanno adorato e voluto bene fino agli ultimi giorni ed ancora lo ricordano per le passeggiate che faceva in città.

La squadra di Pesaola

Sì, lo hanno chiamato d’anticipo, dai cieli azzurri. Un brutto incidente automobilistico, giorni di coma irreversibile e poi la fine. Stenti, libero di uno dei  Napoli più belli della storia, secondo posto dietro il Milan nel 1967-68, avrebbe potuto finire la sua partita in modo diverso se non fosse accaduta quella sinistra disgrazia. Lui e quella ‘nidiata’ di giocatori nati quando la Seconda Guerra Mondiale doveva ancora terminare. Avrebbe potuto ancora rivedersi ed abbracciarsi con qualcuno dei campioni di quei meravigliosi anni ’60, ridere come si faceva in quello spogliatoio tenuto su dalla cantilenante voce del “Petisso”, preoccuparsi per una gara difficile, andare in ritiro senza battere ciglio perché si stava bene insieme, condividere le uscite con i compagni di squadra sul golfo di Napoli, vivere la città ed i suoi caldi tifosi come fece in quei bellissimi quattro anni tra le fila degli azzurri.

Purtroppo quella squadra sta perdendo i pezzi e qualche lacrimuccia sta rigando il viso dei tifosi che snocciolano ancora, per averla vissuta da vicino e non solo sugli almanacchi, quella formazione. “Zoff, Nardin, Pogliana, Stenti, Panzanato, Girardo…” come il “5 Maggio”, come la “Cavallina storna”, come un rosario.

Di quella squadra, Barison nel 1979, Sivori nel 2005, Nardin nel 2014, seguiti da Pesaola nel 2015 si sono avviati, si stanno divertendo in Paradiso. Adesso arriva anche lui, con quella faccia da attore della “Commedia all’italiana”, dei film in bianco e nero che descrivevano un’altra Italia, quella del ‘boom economico’, della spensieratezza, della guerra lasciata finalmente alle spalle, di una serenità acquisita solo dopo la fame vera, delle Vespe e degli elettrodomestici, della famiglia unita, dello stadio senza incidenti. Chissà cosa racconterà lassù il ‘sor’ Amedeo con quel viso pulito e il sorriso sempre pronto.

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Monza, omaggio a Gigi Radice: un eroe dimenticato

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ILGIORNO.IT (Dario Crippa) – Il mondo del calcio, il suo mondo, lo ha dimenticato. E non solo perché a 83 anni è ricoverato in una clinica dalla sua Monza e il morbo di Alzheimer ha ormai da tempo divorato la sua mente. C’è anche un’altra ragione: ed è che Gigi Radice è sempre stato un uomo scomodo. Incapace di compromessi. Senza infingimenti. In un mondo del calcio sempre più viscido e scivoloso (copyright Romano Cazzaniga, suo storico vice allenatore) aveva litigato con tutti o quasi i dirigenti che aveva incrociato. E che spesso lo hanno tradito.

È anche per rendere merito al profeta del calcio totale all’italiana (lo importò lui nell’asfittica “palla lunga e pedalare” in salsa nostrana) che gli hanno dedicato finalmente un libro, “Gigi Radice-Il calciatore, l’allenatore, l’uomo dagli occhi di ghiaccio”, Priuli & Verlucca Editore), che è stato presentato giovedì mattina alloSporting Club di Monza davanti ad alcuni dei suoi amici e affetti più cari. E non è un caso che ci fosse mezza Brianza. Come ha ricordato il sindaco Dario Allevi, amico di famiglia, “a Monza ha iniziato la sua carriera da allenatore nel 1966 con una promozione in serie B, qui l’ha chiusa nel 1997 con l’ultima promozione in B della storia biancorosssa”. E qui ha ricevuto l’ultima pedata nel sedere della sua storia, con un esonero doloroso. “Non era social”, ha ironizzato uno dei suoi ragazzi di un tempo, Patrizio Sala da Bellusco, ex centrocampista nel Torino dello Scudetto 1976. “Non era capace di compromessi”, ha chiosato Gino Strippoli, uno dei due autori del libro. “Era un precursore – ha spiegato il giornalista Carlo Pellegatti -, capace di portare il pressing in Italia dieci anni prima di tutti”. Uno di cui – ha precisato l’ex direttore sportivo Giorgio Vitali – Arrigo Sacchi, il rivoluzionario del calcio, “andava a spiare gli allenamenti: faceva il fuorigioco e il riscaldamento prepartita“.

Una mattinata agra e commovente quella di giovedì. Perché la verità è che Gigi Radice, uomo rude e coraggioso, burbero e schietto, era stato già dimenticato da un pezzo. Accantonato come un ferro vecchio. “Perché? Perché è sempre stato controcorrente, incapace di accettare compromessi – ha ribadito Strippoli -: Radice rappresentò una vera innovazione nel calcio italiano. Questo libro è nato dalla rabbia, non volevamo fosse dimenticato e la famiglia Radice ci ha aperto casa”. “Un’operazione di cuore – ha aggiunto Francesco Bramardo, coautore del libro -: un omaggio, un tributo a una persona ancora in vita. Il suo fu un calcio eroico, ma abbiamo voluto raccontare tutto Radice: marito e padre, uomo di sguardi e poche parole”. Un allenatore atipico che amava la cultura, faceva leggere i suoi giocatori “e che arrivò addirittura a istituire una biblioteca nello spogliatoio del suo Torino”.

I momenti più divertenti sono stati affidati ad alcuni dei suoi “ragazzi”. “Nel 1969 fu il primo a imporre il doppio allenamento al mercoledì. Era intransigente” rammenta Romano Cazzaniga da Roncello, che fu prima suo portiere e poi allenatore in seconda. E poi Patrizio Sala: “A 18 anni mi portò al Toro dal Monza. Mi ha fatto salire su quel treno e mi ci ha fatto rimanere per 5 anni. Non era social, era un uomo da campo. Ricordo a Napoli, venivo da una brutta partita a Perugia, e mi disse: “ritorna il ragazzo umile della Brianza”. E ne uscì una grande partita”. Già, la Brianza, terra di cui era imbevuta ogni cellula di Gigi Radice: figlio di operai, cresciuto al Villaggio Snia di Cesano Maderno prima di metter su casa a Monza con la sua Nerina, conosciuta all’asilo. Brianza nel sangue, come il suo bomber Paolino “Pupi” Pulici, pure lui da Roncello, 172 reti solo in con la maglia granata: “Fra noi c’era un rapporto da brianzoli, prima delle partite ci davamo una testata, diceva che così quello che pensava mi sarebbe entrato in testa più facilmente. Tante volte con Gigi si discuteva in allenamento, ma poi mi diceva: ‘Fa’ quello che ti pare, basta che poi la butti dentro'”. Da giocatore, Radice era una promessa: corretto, combattivo, leale, al Milan vinse scudetto e Coppa dei Campioni, ma un infortunio gli spezzò menisco e carriera. Filippo Galli da Villasanta, grande difensore del Milan di Sacchi, lo incrociò quando era ancora un ragazzino della Primavera: “Radice allenava il Milan e con lui feci il primo ritiro della mia vita con la prima squadra. E mi fece esordire in Germania in un’amichevole. Mi ha trasmesso la meritocrazia… e poi mio papà era tifoso del Toro!”. E poi tanta commozione, in mezzo ai filmati d’epoca e alle parole della famiglia Radice. La moglie Nerina Giussani: “Non sapeva cucinare, ma è stato un bravo marito e un bravo padre”, le figlie Betty e Cristina, il figlio più piccolo Ruggero, discreta carriera da calciatore: “Papà è qui a 300 metri e spero che gli arrivi almeno un po’ di questa energia”. Commozione e lacrime. Sipario

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Il “cameriere” di Wembley…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Molti tifosi di calcio (basta guardare gli ascolti televisivi) oggi snobbano la Nazionale. Che lo facciano i tifosi, oramai televisivamente bombardati di calcio per 24 ore al giorno e sette giorni alla settimana ci sta. Ma che quella maglia azzurra abbia perso gran parte del suo reale significato anche tra i giocatori, no. Una volta, indossare la maglia della Nazionale significava realizzare un sogno, ma era anche un riscatto sociale e una rivalsa verso chi, all’estero, ci considerava solo dei mafiosi o dei fanulloni, degli emigrati che potevano essere utilizzati solo come manovalanza a basso costo da spedire nelle miniere di carbone in Germania, in Belgio e in Galles, oppure per fare i lavori più umili nelle cucine dei ristoranti o, al massimo, per fare i camerieri. E alcuni di quei giocatori che indossavano la maglia della Nazionale negli anni Sessanta/Settanta, erano figli di emigrati o a loro volta erano stati degli emigrati. Primo fra tutti, Giorgio Chinaglia.

Anche se è nato come succede solo nelle favole, il rapporto di Giorgio Chinaglia con la maglia azzurra è stato un rapporto difficile, tormentato, durato appena tre anni e finito come nel peggiore degli incubi. Ma è stato caratterizzato da un’impresa entrata nella storia del calcio italiano, da una notte degna di un racconto fiabesco e da un’impresa che solo a ricordarla mette i brividi. Teatro di quella favola, lo stadio di Wembley, il tempio del calcio mondiale.

Emigrato in Galles da bambino con tutta la famiglia, come decine e decine di migliaia di italiani che dopo la Guerra lasciavano il paese in cerca di lavoro e di fortuna, Giorgio ha vissuto storie tipiche di quegli anni e vissute da migliaia di “paisà”. Sì,perché quello era il nomignolo dato agli italiani che sbarcavano negli Stati Uniti, in Germania o nel Regno Unito, il nomignolo usato in senso dispregiativo affibbiato a gente costretta a fare lavori a volte umilianti proprio perché era di origine italiana. Come ho scritto prima, uomini che morivano nei pozzi delle miniere di carbone, donne che facevano le pulizie, ma anche bambini usati come sguatteri. Giorgio compreso…

“La mia non è stata un’infanzia facile. A Cardiff pioveva sempre e io odiavo la pioggia, perché inzuppava quella suola di cartone che mettevo nelle scarpe per coprire i buchi che si aprivano in quella di cuoio correndo per inseguire un pallone. C’erano pochi soldi a casa, quindi mi dovevo arrangiare. A Cardiff mi allenavo dopo pranzo, nel pomeriggio facevo le pulizie allo stadio e pulivo anche le scarpe dei giocatori della prima squadra, inchinandomi a raccogliere qualche moneta di mancia che mi lanciavano sul pavimento sporco dello spogliatoio, perché ero italiano. E proprio perché italiano, anche se ero grosso e mi hanno subito dirottato verso il rugby, alla fine ho scelto il calcio. Perché tirar frustrate a quel pallone rotondo mi creava un dolce turbamento, specie quando il pallone finiva in fondo alla rete. E ogni gol era una sorta di rivincita contro il destino che mi aveva fatto finire lì”.

In Galles Giorgio ha giocato con la maglia del Cardiff City e poi in Serie B inglese con quella dello Swansea, ma dopo appena 5 presenze e un gol segnato, all’età di 19 anni  il presidente dello Swansea, Glen Davies,  lo boccia e gli regala il cartellino, dicendo a Mario Chinaglia: “Suo figlio non è portato per giocare a calcio e non diventerà mai un professionista”.

A quel punto, Giorgio ha due sole possibilità: smettere di giocare e dedicarsi al ristorante aperto dal padre in Galles con i soldi guadagnati lavorando in miniera, oppure fare l’emigrante al contrario e tornare in Italia per provare a sfondare. Sceglie la strada del ritorno a casa e trova un ingaggio nella squadra rivale della città in cui è nato: lui è di Carrara, la terra del marmo, ma va a giocare nella Massese in Serie C per circa 250.000 lire al mese. Da allora, la scalata è rapida. Prima Napoli e subito dopo Lazio, portato a Roma da Juan Carlos Lorenzo. Esordio in Serie A nel 1969 e 12 gol segnati nella prima stagione laziale. Nel 1972, grazie a Tommaso Maestrelli che lo trasforma in un attaccante moderno, da capocannoniere di Serie B Giorgio fa l’esordio in Nazionale e l’inizio della storia sembra la trama di una fiaba. A Sofia, il 21 giugno del 1972, alla fine del primo tempo chiuso con l’Italia sotto per 1-0, Valcareggi decide di buttare Giorgio nella mischia al posto di Anastasi. E lui fa subito il Chinaglia. Passano appena 5 minuti e Long John segna il gol del pareggio. Prima di lui, solo una volta un giocatore di Serie B ha indossato la maglia azzurra ma nessuno, arrivando dal campionato cadetto, ha segnato all’esordio. E Chinaglia fa molto di più, perché dopo il gol alla Bulgaria si ripete il 20 settembre all’Olimpico contro la Jugoslavia e il 7 ottobre contro il Lussemburgo. Era dai tempi di Silvio Piola che un giocatore della Lazio non segnava un gol con la maglia azzurra, Chinaglia da esordiente ne segna tre nelle prime tre partite, impresa mai riuscita a nessuno in passato. Ma il vero appuntamento con la storia è quello del 14 novembre del 1973.

A giugno del 1973, in occasione dei festeggiamenti per i 75 anni della Federcalcio, l’Italia ha affrontato e battuto nel giro di appena tre giorni il Brasile Campione del Mondo all’Olimpico e l’Inghilterra a Torino: sempre per 2-0, con Giorgio relegato a indossare i panni del comprimario. Il 14 novembre l’Italia è attesa a Wembley dagli inglesi per la rivincita. E l’attesa per quella partita è enorme. Zoff non subisce gol da nove partite e l’atmosfera è incandescente, perché dopo i fatti di Lazio-Ipswich, gli incidenti in campo e la rissa tra giocatori che ha portato alla squalifica della Lazio da tutte le competizioni europee, i giornali inglesi alla vigilia della partita ci massacrano. Ci danno degli animali e, commentando la presenza sugli spalti di Wembley di migliaia di tifosi italiani e di Chinaglia in campo, alcuni tabloid titolano così per presentare quella sfida: “30.000 camerieri a tifare Italia”.

Giorgio, che emigrante lo è stato sul serio e non ha dimenticato certe umiliazioni subite, con quella maglia azzurra e il 9 cucito sulle spalle gioca la partita della vita. Per lui, per Tommaso e, soprattutto, per quelle migliaia di italiani sugli spalti, quei “paisà” che quando urlano a squarciagola “Italia, Italia” vengono sommersi dai fischi e dagli ululati degli inglesi. Long John si batte come un leone, lotta su ogni pallone, corre, sbuffa e si mette al servizio della squadra come mai ha fatto in vita sua. Vuole fare gol, ma soprattutto vuole vincere, perché in 75 anni di storia l’Italia non è mai riuscita a battere gli inglesi in Inghilterra. Nonostante l’impegno di Giorgio, la partita sembra destinata a finire sullo 0-0, quando accade l’impensabile, quel tocco di magia che cambia il finale alla storia trasformandola appunto in una favola.

Mancano tre minuti al fischio finale, gli azzurri sono arroccati a difesa della porta con Zoff che para tutto, ma Chinaglia ha ancora la forza per un’ultima carica: incassa la testa tra le spalle, si ingobbisce (come dicevano i tifosi laziali all’epoca…), punta Hughes, lo supera e invece che al centro come fa sempre va sulla destra e da posizione quasi impossibile lascia partite un destro potentissimo che Shilton riesce solo a respingere, ma proprio sui piedi di Fabio Capello che, da pochi metri, mette dentro di piatto destro. Giorgio, pazzo di gioia, corre verso la panchina con le braccia allargate. Invece che andare ad abbracciare Capello, i compagni corrono tutti verso Long John: un mucchio selvaggio vicino alla panchina. A tempo quasi scaduto, Giorgio riceve palla al limite della nostra area, salta un avversario, supera con un pallonetto Hughes ed è avviato solo verso Shilton con metà campo libera davanti, ma l’arbitro portoghese Maques Lobo fischia la fine. In altre occasioni Giorgio sarebbe corso come una furia verso il direttore di gara che gli aveva negato un gol praticamente fatto, invece corre verso la panchina. Lo abbracciano tutti, anche un invasore solitario, seguito a ruota da altre decine di italiani che entrano sul terreno finalmente violato di Wembley per festeggiare un successo storico, sventolando bandiere tricolori e portando in trionfo il “paisà” che ha consentito alla nazionale azzurra di sbancare Wembley e di umiliare gli odiati inglesi, regalando a tutti gli emigrati italiani giorni e settimane di gloria, di rivincita.

In questo filmato, c’è la sintesi dell’incontro e gli ultimi minuti di quell’incredibile partita. Mettete il volume al massimo, ascoltate la voce dei telecronisti e, soprattutto in sottofondo quel grido “Italia, Italia” coperto da fischi e da ululati. E, soprattutto, guardate Giorgio, il ”cameriere” che serve a Capello il pallone della storica vittoria…

https://www.youtube.com/watch?v=I19AbYY75YI

Giorgio, al rientro in Italia viene accolto come un eroe, rubando la scena anche a Capello che ha segnato il gol che ha fatto la storia. E all’aeroporto viene portato in trionfo. Anni dopo, in un’intervista, rivedendo quella foto che ho usato per questo articolo, quasi con le lacrime agli occhi Giorgio mi confessa: “Quella vittoria a Wembley mi ha regalato una delle più grandi gioie della mia vita. Sicuramente la più bella soddisfazione che mi sono tolto con la maglia azzurra e brividi che non mi ha regalato neanche il primo gol in Nazionale”.

Nata come una favola, la storia di Chinaglia con la Nazionale si chiude come nel peggiore degli incubi allo Stadio Olimpico di Monaco di Baviera, con quel gestaccio a Valcareggi che lo sostituisce al 69’ della sfida con Haiti, con l’Italia in vantaggio per 2-1. È il 15 giugno del 1974, appena 7 mesi e un giorno dopo l’impresa di Wembley. E il rapporto tra Chinaglia e la Nazionale si chiude in pratica lì, nel peggiore dei modi. Ma, a modo suo, Long John è entrato comunque nella storia…

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“Così ho scoperto la tomba del fondatore del Vicenza”

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IL GIORNALE DI VICENZA (Alessandro Lancellotti) – Ventidue anni fa cominciai a fare ricerche storiche sul Vicenza calcio: in questi anni ho ricostruito tutti i tabellini girando per biblioteche ed emeroteche e quindi copiandoli dai giornali dell’epoca. Oltre ai tabellini mi sono sempre interessate le anagrafiche dei calciatori che vestirono la nostra gloriosa maglia, e prendendo i nomi trovati nelle ricerche, ho cercato di ricostruire le carriere e le date di nascita e di morte degli sportivi in maglia biancorossa. Un lavoro certosino e complesso che necessitava anche di conferme. Un metodo infallibile è il reperimento ad esempio della tomba. Spesso mi sono recato al Cimitero Maggiore di Vicenza, dove riposano molti vicentini illustri da Andrea Palladio a Mariano Rumor (per citarne un paio) e dove riposano anche moltissimi calciatori e dirigenti della nostra amata squadra cittadina.

Fino agli anni ’40 la grande maggioranza dei calciatori proveniva dalla città o dalle zone limitrofe. Tre anni fa cominciai ad andare spesso in viale Trieste per effettuare ricerche. La prima lapide che trovai fu quella di Alfonso Santagiuliana: facile da individuare perché sopra la lapide è scolpita una scarpa da calcio. Seguì il ritrovamento delle sepolture di Berto Menti (nella fotoceramica con una R di Lanerossi sul petto). Trovai poi le tombe di Pietro Spinato e Bruno Quaresima: il primo massimo e ineguagliato cannoniere del Vicenza, il secondo prolifico attaccante degli anni ‘30 e ‘40. Trovai anche moltissime altre sepolture: Carta, Ronzani, Bedendo per dire il nome di alcuni calciatori. Questi ultimi tutti nella parte nuova del cimitero maggiore di Vicenza.

Lo scorso 2 novembre in occasione della commemorazione dei defunti, recandomi in cimitero nella parte vecchia mi sono addentrato in una sala buia sulla destra dedicata ai loculi dei Caduti. E sorpresa: davanti al monumento delle vittime dei bombardamenti del Secondo conflitto mondiale, trovai una sepoltura fondamentale per la tifoseria. In questa sala poco illuminata (sospettando la mancanza di luce ho portato con me una torcia) dove le sepolture partono da metà del 1800, tra garibaldini e militi della Grande Guerra, ecco la sorpresa: a metà della sala lessi il nome Tito Buy: è lui il padre del Vicenza calcio. Questa illustre figura era una persona di spicco dell’epoca della Vicenza dei primi del ‘900, come racconta la scrittrice Anna Belloni nel suo libro “Le due divise”: fu il Preside dell’Istituto Commerciale ora Ambrogio Fusinieri. In gioventù garibaldino e anche poeta: partecipò con l’eroe dei due mondi alle battaglie di Bezzecca nel 1866 (dove fu decorato con la medaglia di Bronzo da Garibaldi in persona) e anche alle battaglie di Mentana e dell’Agro Romano. Dopo essere stato soldato volontario in camicia rossa e aver finito la sua carriera militare, arrivò in città per svolgere la professione d’insegnante. Era originario di San Secondo Parmense piccolo paese in provincia di Parma. Legò la sua vita alla città del Palladio e rimase direttore dell’istituto tecnico fino al 1921.

Negli anni dell’insegnamento conobbe il professor Antonio Libero Scarpa, insegnante di educazione fisica presso la palestra Umberto I. Grazie a Buy e Scarpa prese il via lo sport del pallone anche a Vicenza. Queste le cronache nei giornali dell’epoca. Il giornale “La provincia di Vicenza” annunciava, che in data 9 marzo 1902 ci sarebbe stata un’assemblea tra i soci alle ore 11, presso la Palestra di Santa Caterina. L’assemblea aveva come obiettivo quello di formare l’associazione del calcio in Vicenza. Due giorni dopo la stessa testata riportava le seguenti frasi: “Ieri nella palestra di Santa Caterina davanti a circa cento soci è stato redatto lo statuto dell’associazione del calcio in Vicenza Acv, il tutto presieduto dal Dottor Tito Buy”. Gli altri soci erano altri personaggi di spicco della Vicenza del primo ‘900: tra loro Lampertico, il senatore Fogazzaro, il commendator Paolo Lioy, il dottor Morello, il cavalier Orefice e vice presidente del consesso era il professor Antonio Libero Scarpa.

In quello statuto del Vicenza c’era scritto: “E stata fondata l’Associazione del Calcio in Vicenza dai colori sociali granata e bianco”, poi diventati bianco e rosso come il gonfalone cittadino, e una cronaca della “Educazione fisica” riportava queste parole: “Dopo Milano, Genova e Torino questa è la prima associazione del Calcio fondata in una città secondaria in Italia”. Il calcio aveva unito due uomini, due sportivi, che grazie alla loro passione diedero vita ad una realtà calcistica destinata a diventare orgoglio e gioia per tutti i cittadini berici. Tito Buy morì nel 1923: tutta la città di Vicenza accorse al suo funerale. Le sue spoglie riposano nella parte vecchia del Cimitero Maggiore e sulla sua lapide ci sono scolpite delle parole che ricordano la sua vita.

Da “Il Giornale di Vicenza” del 16 novembre 2018

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