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Il Calcio Racconta

10 giugno 1968 – L’Italia è Campione d’Europa: Giancarlo De Sisti a Gli Eroi del Calcio

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Quando si dice “1968” il pensiero si sposta verso gli anni della contestazione; è uno di quei casi dove una serie di numeri sostituiscono una parola o, come in questo caso, un concetto. Si perché è universalmente riconosciuto che quei quattro numeri indicano certamente un periodo, un anno in particolare, ma ancor di più un’idea. Un’idea che diventa la protesta degli operai contro l’oppressione del “padrone-capitalista”, che fa scendere gli studenti in piazza, che mette di fronte figli e padri. Un’idea cavalcata dalle donne che vogliono essere libere di poter affrontare qualsiasi tema senza tabù e che per questo lottano. Le piazze si riempiono quindi di ideali da perseguire: sovvertire l’ordine delle cose è il vero “must”. E non c’è angolo al mondo in cui questo vento di rinnovamento, dove uragano e dove leggera brezza, non sia presente. Purtroppo in questo periodo alcuni termini entrano nella quotidianità e nella cronaca quali manganelli, molotov, cariche, bombe, scontri, lacrimogeni e tanti altri. Anche i lutti, purtroppo, non mancano.

Proprio dall’analisi di questo periodo inizia il nostro viaggio insieme a Giancarlo De Sisti, “Picchio” come venne soprannominato a Roma: “C’era una insoddisfazione latente a più livelli, in ambito giovanile in particolare. I ragazzi cercavano di portare avanti delle battaglie ideologiche. Era in atto una rivoluzione culturale. Noi, come calciatori, avevamo ovviamente la possibilità di aggiornarci sia tramite la TV sia tramite i giornali, ma le società cercavano di isolarci, di proteggerci, ci tenevano ai margini di questi accadimenti. Devo anche dire che erano pochi davvero i calciatori che in quel periodo s’interessavano di politica. Al contempo però proprio in questo periodo, 3 luglio 1968, nasce l’Associazione Italiana Calciatori, con l’intento di tutelare e assistere gli appartenenti alla categoria. Io sono stato tra i fondatori di questa associazione insieme a Bulgarelli, Mazzola, Rivera, Castano, Losi, Mupo, Sereni, Corelli e Sergio Campana. Le società erano davvero potenti, non c’era lo svincolo, ma nemmeno la previdenza e l’assistenza per i calciatori. Un disagio avvertito in maniera particolare da coloro che erano meno in vista o comunque meno fortunati per problemi relativi agli infortuni. Da quel momento le nostre idee e proposte sono state portate all’attenzione dei presidenti delle società e della Lega. Qualcuno ci prese per matti, ci dicevano che nessuno ci avrebbe mai ricevuto. Invece…”.

figurina de sistiQuel ’68 porta in dote anche un Campionato Europeo: “Ho un ricordo bellissimo visto come si è concluso…”, prosegue De Sisti, “… e per quello che ancora oggi riesce a suscitare a me e a tutti gli appassionati italiani. Un trofeo che arrivava dopo una lunga fase di silenzio, dopo trent’anni dal precedente successo, il Mondiale del ’38”. I Mondiali d’Inghilterra del ‘66 e la cocente eliminazione patita contro la Corea del Sud erano ancora ben impressi nella mente dei calciatori e dei tifosi e, nel frattempo, Valcareggi aveva sostituito Edmondo Fabbri, con l’obiettivo di ricostruire il gruppo partendo proprio da quelle ceneri. “Valcareggi, ex calciatore, un professionista serio e competente. Un uomo tranquillo che ci dava tanti suggerimenti” ci tiene a sottolineare il nostro “Picchio”.

Tra le mani Valcareggi si ritrova un gran bel gruppo di giocatori tra cui nomi come Albertosi, Burgnich, Domenghini, Juliano, Rosato, Boninsegna, Prati, Riva, Rivera, Mazzola, Facchetti e tanti altri oltre De Sisti naturalmente.

L’Italia passa ai quarti dopo aver vinto a mani basse (in sei partite 5 vittorie e 1 pareggio) il girone per le qualificazioni con Romania, Svizzera e Cipro. “Feci l’esordio a Cosenza contro il Cipro, vincemmo per 5-0 e feci la mia parte, insomma andò bene”, ci riferisce De Sisti. Da La Stampa del 2 novembre del 1967: “…Il fiorentino ha giocato con decisione e abilità. Un esordio più fortunato non poteva sognare”.Poi giocai contro la Svizzera”, prosegue Picchio, “facemmo 2-2. Non feci una grandissima partita, con Juliano ci pistammo un po’ i piedi. Tornai un po’ indietro giustamente nelle preferenze del Mister e rimasi in attesa di tempi migliori. Insomma mi rimisi in fila”.

A questo punto gli Azzurri trovano la Bulgaria: sconfitta per 2-3 a Sofia e vittoria per 3-0 a Napoli. Siamo alla fase finale e proprio all’Italia viene assegnata l’organizzazione. Sono tre le piazze, e relativi stadi, in cui si giocherà: Roma, Firenze e Napoli. Gli Azzurri incontrano in semifinale l’Unione Sovietica vincitrice del titolo Europeo nel 1960 e finalista nel 1964. I Russi si riveleranno un avversario davvero difficile da affrontare. Infatti, pur nella splendida bolgia del tifo napoletano, non si riesce a sbloccare il risultato. La contesa termina 0 – 0 e all’epoca non si usava ricorrere ai rigori. I due capitani vengono invece convocati negli spogliatoi dall’arbitro tedesco Tschenscher per lanciare la monetina, foriera di grandi gioie e altrettante delusioni. Sarà la sorte dunque a decidere chi volerà in finale. Il pubblico rimane muto in attesa della “sentenza”… poi Facchetti spunta di nuovo in campo correndo e saltando…è il segnale che l’Italia ce l’ha fatta. Gli Azzurri sono in finale!

Nell’altra semifinale di Firenze la Jugoslavia supera i Campioni del Mondo in carica, l’Inghilterra di Bobby Charlton, dimostrando una notevole consistenza tecnica e atletica.

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Il biglietto della Finale giocata a Roma tra Italia e Jugoslavia l’8 giugno 1968 (Collezione Melodia)

L’Italia e la Jugoslavia si affrontano quindi per decretare chi tra loro è la miglior formazione del Vecchio Continente nella Finale programmata all’Olimpico di Roma dell’8 Giugno.

La partita è nettamente dominata dagli jugoslavi e verso la fine del primo tempo andiamo in svantaggio con una rete di Dzaijc. Gli azzurri hanno difficoltà a reagire e barcollano ma la Jugoslavia non riesce ad infliggere il fatidico “colpo di grazia” e, nel finale, con le poche forze residue Domenghini, detto “Domingo”, pareggia. Il risultato rimane congelato sull’1-1 ed è necessario ripetere la partita. Si gioca due giorni dopo, il 10 giugno.

“E qui arriva di nuovo la mia occasione”, ci racconta De Sisti con rinnovato vigore e una voce densa di orgoglio, “Una tappa fondamentale per me e la mia carriera. Il sogno di ogni bambino, quello di arrivare a vestire la maglia della Nazionale in una Finale. Eravamo in ritiro nel centro di Pugilato di Fiuggi. In quei giorni avevo captato qualcosa, avevo avuto delle sensazioni. A volte un allenatore nei giorni che precedono le gare può guardarti in maniera particolare, può dire delle parole che interpretandole ti fanno capire che ci sta pensando. Infatti mi chiamò il giorno prima della gara:

Valcareggi – Te la senti di giocare domani?

De Sisti – Certo che me la sento Mister, sono pronto!

Valcareggi – Ricordati che non si può sbagliare…

De Sisti – Ce la metterò tutta, farò del mio meglio!

Ero felicissimo …

Loro non a caso erano denominati “I brasiliani d’Europa”, erano sembrati irresistibili nelle “uscite” precedenti. Il Mister prepara la gara in maniera eccezionale e fa una scelta coraggiosa e innovativa: cambia mezza squadra sostituendo cinque giocatori su undici rispetto alla prima gara. Escono Prati, Castano, Ferrini, Juliano e Lodetti ed entriamo io, Riva, Salvadore, Rosato, e Mazzola. Valcareggi capisce che servono energie fresche e non indugia. Una scelta coraggiosa e vincente. Il nuovo inserimento diede quindi freschezza ma fu anche accompagnato da una diversa collocazione in campo. Fu un grande vantaggio per noi. Si ebbe subito la sensazione che non avessero la facilità che avevano trovato nella gara precedente e la stanchezza finì fatalmente per incidere sulla loro prestazione. Il risultato fu una maggiore iniziativa da parte nostra e anche una maggiore copertura. Riva segna più o meno subito e poi il gol di Anastasi…proprio su mio passaggio e un suo grandissimo controllo e tiro. Due gol splendidi”.

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Il biglietto della “Ripetizione della Finale” tra Italia e Jugoslavia del 10 giugno 1968 (Collezione Melodia)

E’ 2-0, e l’Italia è Campione d’Europa per la prima e, a tutt’oggi, anche l’unica, volta…”I festeggiamenti furono improvvisati, e per questo ancora più belli, una gioia popolare immensa. Vennero fatte una specie di torce con i giornali e ne risultò uno spettacolo incredibile. Una fiaccolata che avvolse lo stadio Olimpico. Sensazioni ed emozioni uniche. Sono stato tra i fortunati, perché ho avuto la possibilità di giocare la ripetizione della Finale che ha regalato la vittoria di un Europeo. Era la mia terza partita con la maglia Azzurra. Mi prendo i miei meriti ma non dimentico tutti quei calciatori che ci sono stati prima, quelli che mi hanno preceduto e che hanno reso possibile il successo. Mi prendo i miei meriti certo, ma devo riconoscere che quelli che mi hanno preceduto mi hanno permesso di arrivare al sogno…lode a loro”.

Lasciamo un De Sisti emozionato e fiero. Salutiamo e ringraziamo un uomo che ha contribuito a scrivere il 1968.

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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2 Comments

2 Comments

  1. Rob Ted 😉

    10 Giugno 2018 at 9:43

    👍👍👍😁
    Appena posso mi leggo tutto … Il 1968 un anno particolare per me…

    A presto Fede

  2. Anonimo

    10 Giugno 2018 at 18:08

    Grande Fede

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13 luglio 1979 – Il Presidente D’Attoma porta Paolo Rossi al Perugia cambiando per sempre le regole del gioco

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello)- “II giocatore Paolo Rossi com’era desiderio della Federazione, degli sportivi, delle società e suo personale, giocherà in serie A il prossimo campionato. Il Vicenza e il Perugia hanno raggiunto oggi a Milano un accordo, con la formula del prestito, in base al quale la società umbra si è assicurata per una stagione sportiva le prestazioni del centravanti della nazionale. L’annuncio viene dato in maniera congiunta attraverso questo comunicato dal Vicenza, dal Perugia, e dal giocatore stesso il quale è stato informato di tutte le clausole del contratto che approva. Il Vicenza ringrazia così il Perugia ma non dimentica lo spirito di franca e leale sportività che ha animato tutte le società intervenute in questa fase, in particolare Napoli, Lazio, Roma e Bologna con le quali è stato possibile instaurare un dialogo franco, costruttivo e serio. Alla fine il Vicenza ha ritenuto più idonea la soluzione prospettata dal Perugia: squadra competitiva che lo scorso anno si è classificata al secondo posto; possibilità di tornei europei per il giocatore: città, come Vicenza, non stressante per un uomo che sta pagando in mancata tranquillità un pesante prezzo alla gloria sportiva; prestito per una stagione e quindi apertura massima per il futuro di Paolo Rossi; offerta al Vicenza buona per il presente e interessante per le prospettive in funzione degli obiettivi del Vicenza stesso, che continuano a non prescindere da un rapporto di cordiale collaborazione con Rossi. Queste le clausole del contratto: al Perugia in prestito annuale rinnovabile da parte del Perugia. Al Vicenza 500 milioni, più le prestazioni di Redeghieri e Cacciatori, uno dei quali in comproprietà (entrambi se il Perugia rinnoverà il prestito di Rossi a fine stagione, per l’identica somma di 500 milioni)”.

Un comunicato che mette fine ad una vicenda tormentata del calcio mercato 1979. Una vicenda che cambia per sempre le regole del gioco, del calcio mercato e dei diritti televisivi e di sponsorizzazioni su cui si basa ancora oggi il sistema calcio.

Analizziamo la situazione: Paolo Rossi è un giocatore importante degli Azzurri di Bearzot, che nel mondiale argentino del ’78 ha convinto grazie alle sue prestazioni. Il Vicenza di Giussy Farina lo ha riscattato, l’anno precedente, superando la Juventus alle “buste” e valutando il giovane calciatore oltre 5 miliardi del vecchio conio. Nell’ultima giornata di campionato il Vicenza soccombe per 2-0 contro l’Atalanta. Il verdetto è spietato: è serie B. Può un calciatore di queste “dimensioni” giocare tra i cadetti? Inoltre il Vicenza ha il problema di dover saldare ancora una buona parte dell’acquisto del calciatore stesso alla Juventus. La società biancorossa si trova quindi nella necessità di rimpinguare le casse mentre tutte le società sono alla finestra sperando di poter avere la meglio sfruttando le necessità dl “venditore”.

A sorpresa la spunta il Perugia. Come ha fatto? Ce lo dice il Presidente D’Attoma…”Non ci voleva credere nessuno a questo affare…comprare Rossi con i soldi degli altri. Noi abbiamo trovato un paio di ditte che ci sponsorizzeranno per intero l’affare, non ci rimetteremo una lira, anzi ne guadagneremo sopra considerando i prevedibili aumenti sia degli incassi e sia degli abbonamenti” (Cit. La Stampa, 14 luglio 1979). Banale? Forse oggi si, ma non nel 1979.

D’Attoma trova la chiave di volta per gestire la situazione modificando per sempre, di fatto, il calcio. Infatti, con la modalità indicata e cioè “comprare con i soldi degli altri”, ha inventato le sponsorizzazioni.

Dapprima stringe un accordo con il Pastificio Ponte che finanzia la società in cambio della presenza del logo “PONTE” sulle maglie dei giocatori: il pastificio diviene il primo sponsor nella nostra storia del calcio. La federazione colpisce con una multa la società perugina perché sulle maglie può comparire solo lo sponsor tecnico, cioè il logo dell’azienda che produce le maglie. L’articolo 16 del regolamento della federazione calcistica contemplava infatti la possibilità di poter inserire sulle maglie, per un massimo di 12 centimetri quadrati, il nome dello sponsor tecnico. Allora D’Attoma crea la linea “Ponte Sportwear” rendendo possibile l’esposizione del marchio sulle maglie dei calciatori. Così facendo la Ponte paga la “pubblicità” facendo arrivare nelle casse della società del Perugia un importo tale che anche la multa da 20 milioni di lire inflitta è nulla. Nel 1981 la FIGC approva un regolamento che permette di sdoganare le sponsorizzazioni sulle maglie.

Inoltre, lo scatenatissimo Presidente D’Attoma si rivolge ad un’agenzia perugina di pubblicità, la C.P.A. che, da quel momento, si sarebbe occupata di gestire l’immagine della società Perugia per trarne dei profitti economici: amichevoli, vendita dei diritti venduti a TV private, incremento della pubblicità allo stadio; altre modalità di “sfruttamento” dell’immagine del Perugia Calcio.

Queste le mosse del Perugia e del Presidente D’Attoma che riuscì a portarsi Paolo Rossi in casa cambiando per sempre il calcio mercato e la storia degli sponsor nel calcio.

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“Poveri ma belli” – Giampiero Gasperini e il coraggio di Galeone

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto dal libro “Poveri ma belli – Il Pescara di Galeone dalla polvere al sogno”, di Lucio Biancatelli edito da “Ultra Sport”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi un estratto, molto breve ma pregno di contenuto, dal Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

                                           ——————————————-

Capitolo 2, Giampiero Gasperini – Il coraggio di Galeone,

 

“Fino al 1985 il modulo di gioco in Italia era abbastanza uniforme», racconta Gasperini. «Il marcatore, il libero, il terzino fluidificante, il tornante a destra e i tre centrocampisti (il regista, l’incontrista sul 10 avversario, e il 10, il più estroso) infine i due attaccanti. Questo era il  calcio all’Italiana che ci ha portato a vincere il mondiale, con Conti da una parte, Cabrini dall’altra, Oriali e Tardelli a centrocampo con Antognoni “regista”. A metà anni Ottanta ha cominciato a diffondersi, tra mille difficoltà, la zona, con molte resistenze e scetticismi da parte di chi difendeva il sistema di gioco tradizionale. Arrivato a Pescara il mio primo allenatore fu Enrico Catuzzi. Nel 1985 il Pescara era l’unica tra la A e la B a giocare in quel modo. Poi dopo arrivò Galeone che sposò quel modo di giocare. Nel 1986-87 si affiancò al Pescara il Parma di Sacchi. In C c’era qualche altra realtà come Zeman a Licata. Con la promozione del Pescara e l’arrivo di Sacchi al Milan dei campioni, piano piano questa idea di calcio si diffuse. Il calcio italiano in quegli anni quasi si divise, fu quasi una guerra di religione, poi pian piano si spostò tutto dalla parte della zona”.

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Qui puoi leggere il primo estratto

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Amichevole tra selezioni di Italia e Svizzera del 30 Aprile 1899: nuove evidenze

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Della partita del 30 aprile 1899 di Torino, tra una selezione svizzera e una italiana, si è già avuto modo di parlare numerose volte. Si tratta di un argomento affrontato sia in pubblicazioni autorevoli, come ‘L’Età dei Pionieri, Football 1898-1908’, a cura della Fondazione Genoa, sia da siti internet tematici, come “Calcio Romantico” e sia da giornali online, come quello in cui ci troviamo, GliEroidelCalcio.com. Io stesso ho avuto modo di scrivere un articolo, sotto forma di breve racconto, che è stato pubblicato su PianetaGenoa1893, il 30 aprile 2019, nella ricorrenza dei 120 anni di quella partita, grazie al suo Direttore, Marco Liguori, sempre molto disponibile a dare spazio ai miei contributi e, sempre in quella data ne parlammo anche qui su GliEroidelCalcio.com.

Si tratta di una vicenda, a mio avviso, di grande interesse, che è forse necessario riassumere, seppure rapidamente, a beneficio di chi non avesse  letto  il  suddetto  articolo  e di chi, in generale, non conoscesse i risvolti di quell’importante evento storico e sportivo. Nel 1899, cinque giocatori del Genoa, cinque giocatori torinesi e un giocatore di Milano parteciparono all’amichevole Italia-Svizzera, svoltasi allo Stadio Velodromo di Torino e la squadra italiana si presentò in campo con la maglia del Genoa, a quei tempi a strisce bianche e blu, per onorare quelli che erano i detentori del titolo di Campioni d’Italia. Non si trattò di un match tra due nazionali, ma di un incontro tra due selezioni formate appunto da giocatori, di differenti nazionalità, che praticavano il calcio nel campionato italiano e in quello elvetico. E l’evento ha lasciato tracce di sé nella pubblicistica di quel periodo: “La Gazzetta dello Sport”, “La Stampa” e “La Gazzetta del Popolo”. In quella occasione, l’Italia schierò la formazione seguente: Beaton, De Galleani, Dobbie, Bosio, Spensley, Pasteur, Leaver, Weber, Kilpin, Savage, Agar. Mentre la Svizzera scese in campo con i seguenti giocatori: Therdicon, Williams, Suter, Schmid, Butler, Gamper, Iweins, Collison, Dewitt, Dégerine, Madler.

Numerosi storici, ed appassionati della materia, in molte occasioni hanno sottolineato come quell’incontro avesse visto la presenza di personaggi dall’indiscutibile importanza per la storia del calcio italiano. Tra i partecipanti si potevano infatti individuare James Spensley e Edoardo Pasteur: figure guida nella Storia del Grifone; ma anche Edoardo Bosio, iniziatore del calcio nella città della Mole, e fondatore del Torino Football and Cricket Club. Insieme a loro va poi sicuramente citato, Herbert Kilpin, che di lì a qualche mese avrebbe fondato la squadra del Milan.

A proposito del mio articolo, va forse detto che esso aveva avuto il merito di rilevare un aspetto che ai più era sfuggito, e cioè quello di attribuire, probabilmente per la prima volta in assoluto, gli stessi meriti, la stessa importanza e lo stesso status di iniziatore del football a François Dégerine, fondatore, nel 1900, della sezione calcio del Servette di Ginevra. Il club elvetico esisteva, infatti, fin dal 1890, ma solo come squadra di rugby. Probabilmente il fatto di essere riuscito a colmare quella lacuna era dipeso dal mio interesse per i rapporti tra calcio svizzero e calcio italiano e per le ricerche che ho fatto in materia, sfociate in un libro che ha visto le stampe grazie al sostegno di Gianluca Iuorio e della sua Urbone Publishing. Ricerche che mi hanno appunto permesso di capire la statura di chi, nelle pubblicazioni italiane, era presentato come uno dei semplici partecipanti a quell’evento sportivo (al limite precisando che si trattava del capitano della selezione elvetica). Mentre, in relazione alla storia del calcio europeo, era una figura di primo piano, allo stesso livello delle altre personalità appena citate, legate al calcio italiano. Tra l’altro, pur avendo consultato due libri sulla storia del Servette e uno sulla storia della nazionale svizzera, fino allo scorso Aprile non ero riuscito a trovare una sola foto di Dégerine. E devo dire che la cosa mi aveva stupito, perché stiamo parlando di una figura storica che fu giornalista sportivo, fondatore della sezione calcio di un club, e allenatore della nazionale elvetica. Eppure anche utilizzando siti web enciclopedici e motori di ricerca di immagini internet (che di solito risultano rapidi ed efficaci, anche se non sempre attendibili), non riuscivo a trovare una singola foto di Dégerine. Alla fine, però, la mia tenacia è stata premiata perché sono riuscito a trovare un documento in cui questo personaggio compare in una rara foto delle squadre di calcio e di rugby del Servette, risalente all’inizio del secolo scorso. Questo, tra l’altro mi ha anche permesso di riconoscerlo nella foto della formazione svizzera presente a Torino. Perché, fino, ad allora, pur essendo certo della sua presenza in quella partita, non ero in grado di individuarlo. È stata una bella sensazione, perché in un lavoro di ricerca è sempre piacevole potere dare a un volto un nome preciso.

Però, ricordo pure che già in occasione della stesura di quel mio primo articolo sull’argomento, pubblicato appunto su PianetaGenoa, nella fase di consultazione del materiale preparatorio, in realtà avevo avuto l’impressione che fossero almeno due gli atleti svizzeri, scesi in campo a Torino quell’anno, ad avere svolto un ruolo fondamentale nella storia del calcio. Oltre a quello di François Dégerine, anche il nome di un altro partecipante svizzero all’incontro di calcio dell’aprile 1899, mi sembrava riconducibile alle vicende fondative di un altro importante club europeo. Sto parlando del giocatore che, nella formazione svizzera attestata dalla stampa dell’epoca, faceva parte del gruppo di atleti provenienti da Zurigo. Mi riferisco quindi a Gamper.  Si tratta di un cognome che, per gli studiosi e per gli appassionati della storia del calcio, è associato indissolubilmente alla nascita del Barcellona. Ed infatti esistevano su internet e su carta stampata dei riferimenti alla partecipazione di Gamper alla partita di Torino del 1899. D’altra parte, però, i suddetti riferimenti non affrontavano in modo dettagliato, approfondito e circostanziato la questione. Nei miei vari lavori di ricerca sulla storia del calcio, mi è capitato di trovare errori di omonimia, di parentela, di scambio di persona o di città. A dire il vero, pur non sentendomi di escludere completamente l’eventualità di un caso di omonimia, ritenevo la cosa abbastanza improbabile, sebbene non del tutto impossibile. Inoltre, ulteriori incertezze mi derivavano dal fatto che in molte pubblicazioni italiane dell’epoca, che ho letto personalmente, il nome attribuito al giocatore zurighese fosse “Camper” e non “Gamper”. I dubbi che potesse trattarsi quindi di due persone diverse non erano completamente infondati, sebbene la spiegazione più plausibile potesse essere che i giornalisti italiani, autori di quegli articoli, avessero fatto un errore di trascrizione del nome. Infine, anche rispetto alla città di residenza, c’erano incongruenze: secondo alcune fonti, nel 1899, “il Gamper fondatore del Barcellona” aveva già smesso di vivere a Zurigo da circa un anno, per trasferirsi all’estero. Per cui “il Gamper zurighese”, sceso in campo a Torino nel 1899, avrebbe anche potuto essere un altro.

Ed in effetti, lo scorso aprile, al momento della pubblicazione del suddetto articolo/racconto sulla partita amichevole italo-svizzera del 1899, furono propri questi timori a spingermi alla decisione di accantonare momentaneamente la questione dell’effettiva presenza, o meno, del fondatore del Barcellona a quell’incontro di calcio internazionale. L’intenzione di risolvere l’interrogativo però era rimasta. Ed è per questo che recentemente ho ripreso le ricerche sull’argomento. A questo proposito, sento l’obbligo di dire che un primo incoraggiamento, che andava in questo senso, l’ho ricevuto dal giornalista della Redazione Sportiva della Radiotelevisione della Svizzera Italiana, Giacomo Moccetti, che quindi voglio ringraziare pubblicamente. Invito, quello di Mocetti, seguito da un secondo incoraggiamento, ad opera di Federico Baranello, Direttore Responsabile de Glieroidelcalcio.com, che non solo mi ha messo a disposizione una serie di importanti strumenti di ricerca, ma mi ha prontamente segnalato le fonti esistenti.  Per cui, penso che un mio secondo ringraziamento pubblico debba essere rivolto soprattutto a lui. Anche grazie a questo sostegno, oggi, dopo avere seguito una serie di piste d’indagine, mi sento di poter dire che, effettivamente, a quella partita di calcio prese parte quello che, di lì a poco, sarebbe divenuto il fondatore e giocatore del grande club catalano. Mi sembra un aspetto molto interessante da mettere in evidenza, proprio perché è frutto di una serie di verifiche che ha preso in esame tutte le incongruenze del caso.

Hans Gamper era svizzero e, prima di stabilirsi in Catalogna e fondare il Barcellona, aveva praticato il calcio a Basilea e a Zurigo. Nel periodo in cui fu organizzato il match amichevole italo-svizzero, pur avendo interessi e affari economici anche altrove (in particolare a Lione), Gamper viveva a Zurigo. Questi aspetti, legati alle generalità e alle vicende biografiche, attribuivano dunque un’alta probabilità al fatto che potesse essere lui il giocatore della selezione svizzera indicato, con quel nome e con quella città di provenienza, nelle formazioni delle squadre pubblicate da “La Stampa” e “La Gazzetta dello Sport”. Si è soliti dire che “due indizi fanno una prova”. Da questo punto di vista, come già detto, cognome e città di provenienza potevano, già di per sé, essere considerati due indizi molto importanti. Questo anche perché, da mia verifica negli archivi dei cognomi svizzeri, è risultato non esistere nessun “Camper”.  Il nome così riportato va sicuramente interpretato come un errore di trascrizione. Mentre va considerato corretto quello di “Gamper”, reperibile per esempio in una locandina dell’incontro, presente in una pubblicazione della Fondazione Genoa. Nel suddetto archivio di cognomi svizzeri, con circa 48.500 voci repertoriate, di famiglia “Camper” non ce n’è nemmeno una, mentre i “Gamper” sono nell’ordine di diverse decine, di cui molti zurighesi.

Ma direi che la “prova provata” è stata fornita da un semplice “riconoscimento facciale”. Riconoscimento fatto non con chissà quali strumenti d’analisi tecnologica ma con una elementare visione comparata di alcune vecchie foto. L’uovo di Colombo è stato prendere una foto di Gamper fatta a Zurigo nel 1896, prenderne una della formazione svizzera scesa in campo a Torino nell’aprile del 1899 (dove risultava appunto il suo nome) e, infine, prenderne una della formazione del Barcellona nel 1903; formazione di cui, incontestabilmente, Gamper faceva parte. Da una rapida comparazione di queste tre foto è risultato evidente che nei tre scatti era stata immortalata la stessa persona, cioè Joan Hans Gamper.

Ed è quindi suggestivo pensare che, nell’ambito di quella singola partita, giocata a Torino nel 1899, si incontrarono figure centrali nella storia del Genoa (Edoardo Pasteur e James Spensley), del Milan (Herbert Kilpin), di Torino (Edoardo Bosio), del Servette di Ginevra (François Dégerine) e del Barcellona (Joan Hans Gamper). Insomma, per certi aspetti, fu un vero e proprio consesso europeo di iniziatori del calcio. E forse non è casuale che a pochi mesi da quella partita furono fondati il Barcellona (novembre 1899), il Milan (dicembre 1899), nacque la Sezione Calcio del Servette di Ginevra (gennaio del 1900) e, sempre nel 1900, ci fu la fusione tra Internazionale Torino e F.C. Torinese, squadra, quest’ultima, che sei anni dopo avrebbe contribuito alla nascita del Torino. Forse, in qualche modo, quell’incontro di grandi personalità del mondo del calcio, allora emergente, che ebbe luogo nella capitale sabauda, funzionò da catalizzatore di forze fino ad allora inespresse.

Il mio amato Genoa, invece, esisteva già da sei anni ed aveva già vinto anche un paio di titoli.

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