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La Penna degli Altri

20 giugno 1948 – 70 anni fa l’ultimo gol di Amadei in giallorosso

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LAROMA24.IT (Federico Baranello) – C’è stato un uomo che è stato insignito dell’appellativo di “Ottavo Re di Roma” prima ancora di Falcao, prima ancora di Totti: Amedeo Amadei. Arriva nella capitale in bicicletta da Frascati per partecipare, a insaputa della famiglia, alla leva annuale della Roma a Testaccio nel 1935. Dopo il provino, la società giallorossa decide che necessita delle sue “gambe” proprio come il padre necessità invece delle sue “braccia” nel forno di famiglia. Saranno le sorelle a convincere il padre a non impedire al giovane Amedeo la possibilità di far parte dei giovani della Roma accollandosi loro la parte di lavoro del “Fornaretto”.
Il 2 maggio 1937 avviene il suo esordio in Serie A contro la Fiorentina (2-2): “Amadei è una ottima promessa, ha lavorato con volontà e precisione, e non si è emozionato. Certo manca di esperienza…” (Cit. Il Littoriale, 3 maggio 1937). Ha solo 15 anni, nove mesi e sette giorni ed è ancora oggi il più giovane esordiente nella massima serie. La settimana successiva i giallorossi sono travolti dalla Lucchese 5-1 ma Amadei segna il primo dei suoi cento gol in campionato con la maglia della Roma e, vista la giovane età, anche questo è un record ancora imbattuto. Nella sua splendida carriera attraversa l’epopea di Testaccio, il primo scudetto della compagine giallorossa, la guerra e la Roma in crisi finanziaria del periodo post-bellico. Un autentico genio del calcio nostrano, dotato di un tiro devastante associato a rara velocità. Chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare lo paragona al più contemporaneo Salah, anche se più tecnico dell’egiziano… questo ci raccontano e questo riportiamo. Basti pensare che il suo movimento tipico è aggirare l’avversario toccando la palla a sinistra e scattando sulla destra per poi ricongiungersi con il pallone. Il sodalizio giallorosso lo spedisce a Bergamo per farsi “le ossa” con l’Atalanta in serie B. Poi torna e conquista la maglia da titolare.

È l’autentico trascinatore, a soli vent’anni, della trionfale stagione dello scudetto del ’42: i compagni lo lanciano negli spazi e lui s’invola siglando 18 reti.
Durante la semifinale di Coppa Italia contro il Torino nel 1943 viene convalidato un gol molto dubbio ai granata. Ne segue una mischia e qualcuno colpisce il guardalinee. Ne farà le spese Amadei che viene squalificato a vita. Solo tempo dopo si saprà che fu Dagianti il colpevole. Nel 1944 godrà di un’amnistia ma nel frattempo è scoppiata la guerra. Il calcio nazionale si ferma e riprende su base locale; i calciatori si dividono parte degli incassi per vivere.

Nel frattempo segna gol a grappoli, sino all’ultima stagione. Sino al suo ultimo gol contro la Lucchese il 20 giugno 1948. La Roma è alle prese con un campionato problematico, dove lo spettro della retrocessione si palesa in maniera evidente. Alla terz’ultima di campionato si affrontano i toscani a Lucca (2-2). La Roma è sull’1-1 quando “Su lunga rimessa laterale di Fusco, che aveva attratto i difensori lucchesi nei pressi della rimessa medesima, Amadei evidentemente prevenuto sulla lunghezza e sulla direzione del lancio, era pronto a scattare ed a piantare tutti in asso. Il centravanti avanzava una diecina di metri col pallone, senza avversari davanti a sé, salvo il portiere, che veniva battuto da pochi passi con un esatto tiro di destro che entrava in rete alla sinistra di Piani” (Cit. Il Calcio Illustrato, n. 27 del 27/06/1948).

La Roma subirà poi la rete del pareggio, ma per Amadei sarà la rete numero 100 in campionato con la compagine giallorossa. Sarà anche la sua ultima rete con la maglia della squadra che sempre ha amato e che per sempre amerà, contribuendo alla salvezza in quest’ultimo campionato con diciannove reti.

Nel dopoguerra la Roma ha nel solo Amadei l’unica fonte per fronteggiare la crisi e decide di venderlo. Viene ceduto all’Inter e poi al Napoli ma, con la Roma nel cuore, ogni volta puntualizza che potrà decidere di non scendere in campo contro la compagine giallorossa nel caso in cui quest’ultima sia in difficoltà di classifica: “Non potete pretendere che io pugnali mia madre”. Altro calcio, altri sentimenti.

Scontato l’inserimento nella Hall of Fame giallorossa, dopo 234 battaglie e 111 gol nelle varie competizioni, trova posto nella coreografia del derby dell’11 gennaio 2015 “Figli di Roma, capitani e bandiere, questo è il mio vanto che non potrai mai avere“, a testimonianza di un amore mai terminato.

Del resto se nel film Totò e i Re di Roma del 1951 viene citato Amadei, dallo stesso Totò, nella lista dei Re di Roma…un motivo ci sarà.

(foto asromaultras.org)

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L’epoca d’oro del calcio italiano

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancini) – Come nelle belle fiabe per bambini, anche questa storia inizia con “c’era una volta”. Ed in effetti di favole si tratta, con tutti gli elementi che caratterizzano il genere narrativo. Ci sono i cattivi, i posti incantevoli, gli eroi indimenticabili, manca, quasi sempre però, il lieto fine. Comunque, c’era una volta un calcio italiano che stava crescendo, e le cui squadre dominavano in giro per l’Europa. Ma la cosa più bella ed affascinante è che a far da protagoniste non c’erano solamente le grandi squadre, ma anche e soprattutto le più piccole. Nell’anno 1988 la prima provinciale prova a bussare alle porte del paradiso.

L’Atalanta, nella stagione precedente, è incappata in un’annata strana: in campionato la squadra non si esprime secondo le potenzialità, anche se qualche individualità spicca comunque, come Magrin che andrà a sostituire poi un certo Platini con il 10 sulle spalle in maglia juventina. Arriva una dolorosa retrocessione, bilanciata in parte dalla cavalcata in Coppa Italia, che vede gli orobici arrivare in finale, al cospetto del Napoli di Maradona fresco campione d’Italia. Sconfitta nella doppia finale, la squadra si qualifica comunque per la coppa delle coppe e nella stagione 87/88 disputerà una competizione europea e la Serie B, caso assai raro che resterà anche l’ultimo.

Venduto Magrin alla Juve, la formazione orobica sembra leggermente più povera di talento, ma in panchina arriva un allenatore tosto e ed emergente come Emiliano Mondonico, che forgia la squadra a sua immagine e somiglianza. Quella Atalanta è quadrata e frizzante allo stesso tempo, in Serie B rimane sempre nelle posizioni di testa e secondo pronostico riconquista la promozione in Serie A. In Europa sembra una cenerentola, ed anche le avversarie sembrano sottovalutarla: inizia la propria cavalcata con gli sconosciuti gallesi del Merthyr Tydfil, e viene sconfitta nella trasferta d’andata, in uno “stadio” che sembra uno dei campi comunali di tanti paesi italiani. Al ritorno i nerazzurri ribaltano il risultato e lo stesso iter seguono con i greci dell’Ofi creta, regalandosi la sfida dei quarti con il blasonato Sporting Lisbona, una delle favorite per la vittoria finale.

Qui l’avventura prende i contorni della favola, i portoghesi vengono aggrediti letteralmente allo stadio “Atleti Azzurri d’Italia”, e sconfitti per 2-0 non riusciranno a ribaltare la situazione nel ritorno, anzi verranno puniti da un gol in contropiede di Cantarutti, che proietterà gli orobici in semifinale contro il Malines. Sembra un accoppiamento buono, le altre due semifinaliste sono il Marsiglia e l’Ajax campione in carica. All’andata in Belgio un gol dello svedese Stromberg alimenta le speranze di finale nonostante la sconfitta. A Bergamo basta l’1-0, che arriva già nel primo tempo con un rigore di Garlini. Nell’intervallo chiedono a Mondonico se si sente già a Strasburgo per la finale, il mister atalantino fa gli scongiuri e sembra quasi prevedere quello che accade di lì a poco: i nerazzurri giocano una ripresa di gran livello, mettono nuovamente alle strette i belgi, colpiscono anche un palo, ma a metà secondo un tremendo uno-due firmato da Rutjers ed Emmers (che giocherà poi in Italia nel Perugia di Gaucci) spezza i sogni atalantini e manda i belgi a giocare (e vincere) la finale di Strasburgo contro l’Ajax.

Rimane questo, però, il miglior piazzamento di una squadra italiana di Serie B in una delle coppe europee.
La storia di quel periodo di coppe, è anche, come detto, la storia del trionfo del calcio italiano, quello del campionato più bello del mondo. Può così capitare che Torino e Genoa, due squadre che appena un paio di stagioni prima militavano in Serie B, possano spingersi fino alle semifinali e combattere ad armi pari con team blasonati come Ajax e Real Madrid. Accade nella coppa Uefa 91/92, ed in questa storia rientra ancora Mondonico, che allena i granata, ed Osvaldo Bagnoli, il mago della bovisa, avvezzo alle imprese da underdog avendo allenato il Verona dello scudetto, ora condottiero del Genoa.

I rossoblu si erano qualificati alla Coppa UEFA grazie al loro miglior campionato dal dopoguerra, con uno scintillante quarto posto nel 90/91 oscurato però dallo scudetto dei concittadini sampdoriani. L’avventura in Coppa UEFA viene vista come un simpatico diversivo, anche Bagnoli l’affronta in modo disincantato, ma assume contorni indimenticabili quando ai quarti di finale i genoani estromettono il Liverpool, diventando la prima squadra italiana ad espugnare “Anfield Road”. L’avventura s’interromperà in semifinale, per mano del giovane Ajax di Bergkamp. In finale i lancieri incontreranno i granata allenati da Mondonico, che nella doppia semifinale aveva estromesso nientemeno che il Real Madrid di Butragueño grazie al gol di Casagrande al Bernabeu e alla magica notte del “Delle Alpi” al ritorno, culminata in un 2-0 indimenticabile per il popolo granata.

La doppia finale vede il Torino pareggiare in casa 2-2 e poi andare ad Amsterdam per un ritorno in cui il classico cuore toro è pari solo alla sfortuna, con pali e traverse (l’ultimo legno colpito da Sordo a tempo scaduto) ed un’immagine che rimane scolpita nella memoria di tutti gli appassionati, con Mondonico che alza al cielo di Amsterdam una sedia in segno di protesta contro il destino avverso. Le amare parole di capitan Cravero a fine gara riassumono perfettamente quanto visto in campo: “solo il Torino può perdere una finale in questo modo”. Dopo queste grandi cavalcate, ma senza la gioia del lieto fine, è tempo finalmente per una provinciale di varcare i confini della provincia stessa, per mostrarsi all’Europa intera. Nel 92/93 il Parma di Nevio Scala è proprio il prototipo della provinciale di lusso, una squadra frizzante, che gioca bene, piena di talenti pronti ad esplodere. Nell’anno precedente ha vinto la Coppa Italia battendo la Juve, ribaltando al “Tardini” la sconfitta dell’andata.

Si affaccia per la seconda volta nella storia delle coppe europee dopo l’avventura UEFA terminata al primo turno nell’anno precedente con un gol subito al 90’ dai bulgari del CSKA Sofia. Nella Coppa delle Coppe del 92/93, i ducali costruiscono la le loro fortune in trasferta, vincendo tre delle quattro gare esterne della competizione, compresa quella di semifinale contro i favoriti dell’Altetico Madrid. Nella finale di Wembley un’altra cenerentola, l’Anversa, attende i gialloblu. È la favola italiana a prevalere grazie alle reti di Melli, Minotti e Grun. Da qui in avanti il Parma lascerà lo status di provinciale per diventare una delle principali realtà degli anni 90’.

La Coppa delle Coppe di quegli anni è terreno fertile per le sorprese, venendo alimentata dalle coppe nazionali, oramai relegate a competizione di secondo livello in quasi tutte le leghe europee. Capita così che il Vicenza vinca inaspettatamente la Coppa Italia 97 regalandosi un’avventura europea tutta da raccontare. L’undici di Guidolin è la squadra sorpresa delle stagioni precedenti, si è fatta anche un paio di settimane in testa alla classifica, ed ha innestato su un tessuto di squadra competitivo un bomber di lusso come Pasquale Luiso, il toro di Sora, che aveva fatto piangere il Milan l’anno precedente con una rovesciata spettacolare, portando all’esonero di Tabarez. Il calcio semplice ma efficace tanto caro a Guidolin gira l’Europa, trovando per la verità ostacoli non insormontabili come Legia Varsavia, Shakhtar, (non ancora quello dei brasiliani) e Roda.

Giunge fino alle semifinali con il Chelsea. Sembra quasi una partita di Serie A. Celebre, nei Blues, le presenze di Zola e Di Matteo, allenati da Luca Vialli, per l’occasione anche giocatore in un primo esperimento da “player manager” che troverà il suo unico acuto proprio in questa stagione. Dopo aver battuto gli inglesi al Menti grazie al gol del “piccolo ZidaneZauli, i biancorossi entrano a Stamford Bridge senza timori reverenziali, ed un’incornata di Luiso porta i vicentini in vantaggio all’intervallo (a soli 45’ dalla finale di Stoccolma). Ma proprio come per l’Atalanta dieci anni prima, nella ripresa il sogno si frantuma, complice un gol annullato a Luiso per fuorigioco inesistente e le tre reti messe a segno dagli inglesi, che alzeranno al cielo la coppa grazie ad un gol di “magic Box” Zola nella finale contro lo Stoccarda. Stessa delusione toccherà al Bologna l’anno seguente, e sarà anche l’ultimo acuto di una piccola nelle coppe europee, prima della modernizzazione che porterà la UEFA a prediligere le squadre blasonate nelle coppe per massimizzare gli introiti. Quello è davvero un bel Bologna allenato da una vecchia volpe come Carletto Mazzone, e nonostante sia nella stagione post-Baggio, il talento non manca: è arrivato Beppe Signori, ci sono giovani di prospettiva come Binotto e gente d’esperienza come Fontolan, Marocchi e Paganin.

I rossoblu iniziano la loro avventura partendo da lontanissimo, dalla bizzarra Coppa Intertoto sperimentale che fornisce tre pass per la coppa UEFA. Dopo aver ottenuto il posto UEFA, estromettendo anche la Samp in un derby fratricida, la banda di Mazzone inizia a girare l’Europa, eliminando formazioni blasonate come Betis, Sporting Lisbona e Lione giungendo alle semifinali al cospetto del Marsiglia. Dopo uno 0-0 sul campo del “Velodrome” i rossoblu attendono i francesi al “Dall’Ara”. Dopo appena 17 minuti è un gol di Paramatti a far esplodere lo stadio, e sembra un segno del destino che proprio quel ragazzo, dal cognome così particolare e che veste la maglia del Bologna dai tempi della Serie C, possa portare i suoi nella finale di Mosca dove li attende il Parma per quello che sarebbe uno storico derby regionale.La storia però prende una strada inattesa: mancano solo tre minuti alla finale e Antonioli stende Maurice in area. Rigore, che viene calciato da Blanc per due volte prima di mandare i francesi al mattatoio contro il miglior Parma della storia nella finale di Mosca. Signori avrebbe sul piede la palla che porterebbe il Bologna in Russia, la spara però fuori e l’epilogo è reso più triste dalla mega rissa finale, frutto di tensione e frustrazione per un traguardo scivolato dalle mani quando lo si poteva ormai stringere.

Questo sarà l’ultimo squillo di una piccola in Europa. Da lì in poi le cavalcate europee saranno molto meno frequenti e comunque ad appannaggio delle grandi squadre. Rimane la bellezza di quelle notti, in cui ci si scopriva tifosi appassionati dell’Atalanta, del Vicenza o del Bologna di turno, ed era bello, perché era quasi come tifare la nazionale. Ed era bello, perché le favole piacciono a tutti, anche quando si cresce.

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La Penna degli Altri

Calcio da ascoltare: Riccardo Cucchi

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RIVISTAUNDICI.COM (Alessandro Cappelli) – «Fin quando ho fatto radio mi capitava di essere riconosciuto per la mia voce, magari entravo in un bar per un caffè o salivo sul taxi e mi dicevano “Ehi, lei è quello che fa la partita”. Oppure, “Ti ho ascoltato ieri”». La voce di Riccardo Cucchi è inconfondibile: l’insindacabile pulizia nella dizione, il ritmo vivace, forse anche l’abitudine a sentirla durante le partite. Una voce protagonista in oltre trent’anni di radiocronache a Tutto il calcio minuto per minuto. «Poi l’anno scorso ho fatto tv alla Domenica Sportiva e la gente ha iniziato a dirmi “Ti ho visto ieri”, io rispondevo, “ma mi hai anche ascoltato?”, e spesso non ricevevo nessuna risposta. La differenza è questa: alla radio ti ascoltano, alla tv ti guardano, ma a volte nessuno ascolta».

[…]

La radio, come strumento, potrebbe avere più punti di contatto con i libri che con la tv. Se non altro per l’assenza di immagini.

Fondamentalmente radio e libri hanno una cosa in comune: la parola. Tutto ruota intorno alla parola che viene pronunciata, o scritta. Se alla radio dico “cavallo”, ti immagini un cavallo, ma lo immagini come vuoi tu. Così si crea un filo diretto tra colui che parla e coloro che ascoltano. E così anche nel libro. Questo permette di far partire quel meccanismo magnifico che è la fantasia.

In Radiogol ricorda moltissime interviste a grandi personaggi del mondo del calcio, tra questi Mazzone, Ancelotti, Pascutti, Maradona. Uno che l’ha colpita di più di altri?

Non saprei dirlo, non me la sento di fare una graduatoria. Penso che ci sia da imparare da ogni persona che si incontra. Penso sia molto importante sapersi relazionare, ascoltare, apprendere qualsiasi cosa che possa essere utile a crescere. Ho avuto la fortuna di incontrare una persona che a quei tempi affascinava tutti come Maradona. Ma è stato altrettanto interessante incontrare Ancelotti: l’ho incontrato quando giocava, poi quando era vice di Sacchi, infine da allenatore. Lui trasmette quella sana umanità di stampo emiliano che lo caratterizza. È ironico, saggio, tranquillo. Ti dirò: so che a Napoli c’è nostalgia di Sarri, ma credo che i napoletani si innamoreranno di Ancelotti, riuscirà a fare qualcosa di importante, entrerà nella storia del Napoli, per la sua capacità di allenare la squadra, ma in un certo senso anche di allenare il pubblico ad un certo modo di concepire il calcio. La saggezza, la calma, la quiete che trasmette Carlo a volte è così forte che può condizionare la squadra e l’ambiente.

C’è anche una lista lunghissima di luoghi da lei visti e vissuti durante tutti questi anni. Penso a Berlino Est, a Genova, Atlanta, Kiev, Seul. Anche questo è il bello del giornalismo.

Ho avuto la fortuna di poter viaggiare tanto, entrare in relazione con culture diverse, imparare a entrare in contatto con le diversità. Questo ti permette di aumentare le capacità di lettura della realtà, oltre a rispettare le persone e le culture. Ed è anche una grande esperienza storica: ho avuto la fortuna di attraversare quel muro, parlo del Muro di Berlino. Prima dell’89 rappresentava qualcosa di difficile da capire, per il mondo Occidentale, cosa accadesse al di là Muro. E poi lasciami dire un’altra cosa. Il giornalista è un testimone, cioè uno che le cose le racconta quando le vede. Bisogna muoversi, viaggiare. Il giornalismo da computer vede una realtà già filtrata, e la legge in questo modo.

[…]

In Radiogol ritornano più volte due concetti fondamentali per chi fa radio: il primo è quello della sintesi, la capacità di raccontare usando poche parole. È una qualità che si sta perdendo?

Il concetto fondamentale è proprio l’uso della parola. Ho l’impressione che ci si stia disabituando all’uso della parola, in tutti i campi. Si parla troppo, o non si parla affatto. Lavorando in radio ho imparato che le parole da usare devono essere quelle giuste, nel numero ma anche nello spazio e nel tempo. Bisogna avere un’unità di misura corretta. Diciamoci la verità, proprio come nella vita, a volte servono molte parole, altre volte ne bastano pochissime. Le parole sono importanti. Non sciupiamole.

Il secondo: raccontare senza essere protagonisti, restando imparziali, ma allo stesso tempo bisogna anche emozionarsi per emozionare.

Questo insegnamento dell’emozione per emozionare lo devo ad Enrico Ameri. Lui e Sandro Ciotti non erano insegnanti, erano dei narratori, quindi molte cose ho dovuto “rubarle”. Ma Ameri mi disse: «Quando entrerai in uno stadio e non sentirai l’emozione lungo la schiena comincia a pensare che forse è il momento di smettere». Io non ho mai smesso di emozionarmi, è andata avanti fino all’ultima partita a San Siro (Inter-Empoli, 12 febbraio 2017, ndr). Ho vissuto una grande emozione. Perché ci si avvicina al calcio per amore di una squadra, ma poi ci si innamora del calcio stesso. Io sono un innamorato del calcio, mi piace vederlo. Poi però bisogna anche rispettare le passioni di tutti. Ho lavorato in una radio che trasmetteva da Trento a Caltanissetta: chiunque ascolti partecipa emotivamente e tifa, quindi ho cercato di esaltare chi vinceva ma ho cercato di non essere mai severo con chi perdeva. Bisogna capire tutti.

In questi anni sono cambiate molte cose. Una su tutte: il gioco.

È cambiato più di una volta. Da appassionato/tifoso ho visto il calcio degli anni ‘60, l’Inter di Herrera che vinceva con “difesa e contropiede” in Italia e in Europa. Era un calcio molto diverso da quello di ora. Molto più diretto. Poi penso ai giorni nostri e all’arrivo del Barcellona di Guardiola, per esempio, che era difficilissimo da raccontare. Era una squadra che toccava la palla quaranta volte prima di tirare, spostava la palla in 20/30 metri per poi attaccare con tocchi fulminei. E con questi cambiamenti si trasforma anche il mestiere del radiocronista, che deve raccontare tutto questo, la rete fitta di passaggi, mantenere un ritmo alto per non annoiare l’ascoltatore, nominare tutti i giocatori che la toccano. È tutto un altro modo di giocare ma anche di raccontarlo.

Nel frattempo è cambiato anche tutto quel che c’è attorno al calcio. L’organizzazione, gli eventi, il marketing, il “calcio-spezzatino”. Quanto è distante la Serie A di trent’anni fa da quella di oggi?

Una volta la partita era un evento. Prima non c’erano nemmeno le dirette, si seguiva tutto alla radio. C’era meno calcio in generale. Quindi c’era più attesa. E l’attesa è già di per sé un’emozione. Oggi sei tramortito dalle tante partite trasmesse. C’è tanto calcio, questo significa che ovviamente c’è una maggiore offerta, questo è buono. Diventa negativo se questo focus sul business non tiene conto della passione dei tifosi. Se il tifoso viene trasformato da appassionato in cliente pagante, in bancomat cui attingere soldi in cambio della sua passione, questi rischia di stancarsi, si sentirà sfruttato. Se si tira molto la corda si rischia di spezzare. Lo stiamo vedendo anche in questi giorni con la nuova ripartizione dei diritti tv: le persone si lamentano perché non riescono a vedere le partite con il servizio che vorrebbero. Siamo sicuri che la domanda sarà sempre così elevata, disposta a spendere certe cifre, per di più in periodi di difficoltà economica? Su questo credo che ci si debba interrogare.

Il rapporto tra lei e il calcio in tv forse non è mai stato dei migliori. Cito dal libro: «Il campo era verde brillante, come lo avevo immaginato alla radio. La tv mi aveva quasi convinto che fosse grigio».

Io sono cresciuto in un calcio in cui c’era solo la radio, in cui era impossibile vedere la partita se non allo stadio. Solo alla fine degli anni cinquanta è arrivata la tv in bianco e nero. E poco dopo ho scoperto il campo dal vivo. Sono un grande fruitore di calcio, lo ammetto, ma ritengo che il calcio più  bello sia quello che si vede allo stadio perché scegli tu cosa vuoi vedere, perché l’inquadratura della tv ti limita, per forza. Non vedi tante cose. Poi credo che l’emozione possa arrivare soltanto da una voce, una voce che emerge in un boato dello stadio. E grida “Rete!”. In quel momento qualunque cuore comincia a battere forte. Credo che quell’emozione unica sia l’essenza stessa del calcio.

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Perché il calcio totale poteva nascere solo in Olanda

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RIVISTAUNDICI.COM (David Winner) – Chi ha creato il calcio totale? Be’, in un certo senso tutti, e in particolar modo Cruijff. Fu un traguardo collaborativo. Quando l’ho chiesto a Velibor Vasovic, nel 1999, ha risposto senza indugi. «Ora che siamo un po’ più anziani dobbiamo raccontare la verità» insisteva. «L’architetto di quel calcio era Michels. E io sono quello che l’ha aiutato di più.»

La storia di quanto è successo a questa squadra negli anni Settanta è troppo conosciuta per ripercorrerla nel dettaglio. L’Ajax diventò la più grande squadra di club che il mondo avesse mai visto giocare. Vinse la Coppa dei campioni per tre anni consecutivi, e avrebbe continuato a vincere se nel 1973 Cruijff, offeso perché i suoi compagni avevano eletto l’ala Piet Keizer come loro capitano, non se ne fosse andato al Barcellona. Anni più tardi, riflettendoci a mente fredda, ho percepito una sorta di connessione tra l’arte e l’architettura dei Paesi Bassi e gli straordinari schemi di gioco messi in campo dalle grandi squadre olandesi. Mentre lavoravo al libro, ho parlato con artisti, architetti, accademici, e alla fine ho trovato una risposta. L’utilizzo intelligente e singolare che gli olandesi facevano dello spazio sul campo da gioco rispecchiava secoli di gestione e sfruttamento dello spazio limitato di cui il loro Paese disponeva.

Lo storico dell’arte Rudi Fuchs, allora direttore del museo di arte moderna Stedelijk, mi spiegò il perché di questa sensibilità. Tutti i Paesi e tutte le culture godono di una propria personale prospettiva, – disse. «Gli psicologi negano l’esistenza di simili differenze, ma nell’arte e nella cultura olandese è una cosa evidente. Chiedi a un qualunque cittadino dei Paesi Bassi di disegnarti l’orizzonte e quello traccerà una linea dritta. Se lo chiedi a qualcuno dello Yorkshire o della Toscana o di qualunque altro posto, ti ritroverai con protuberanze e colline. Un blu scandinavo sarà freddo e metallico, del tutto diverso da un blu italiano. I dipinti italiani sono pieni di colori rossi e caldi, ma quando il rosso appare nelle opere di un artista nordico come Munch, ha il colore del sangue nella neve».

L’influenza di queste particolarità climatiche e geografiche è tale da riflettersi anche nel calcio. «Il catenaccio è come un dipinto di Tiziano – morbido, seducente e languido. Gli italiani ti accolgono, ti blandiscono e ti cullano in un morbido abbraccio, per poi segnare un gol che sembra una pugnalata. Gli olandesi costruiscono schemi geometrici. In un quadro di Vermeer, la perla luccica. Si può dire, in effetti, che il luccichio della perla sia la vera ragione di un Vermeer. L’intero dipinto porta a questo dettaglio, allo stesso modo in cui nel calcio ogni tocco porta alla rovesciata di Van Basten». (Si riferisce a uno dei più leggendari gol segnati dal protetto di Cruijff, Marco van Basten, nel 1986 contro il Den Bosch, la squadra che rappresenta la città dell’artista medievale Hieronymus Bosch: una rovesciata acrobatica perfetta che spedì il pallone all’incrocio dei pali). Per dare un senso alla vasta piattezza della propria terra, dice Fuchs, gli olandesi perfezionarono un sistema per calibrare le distanze a partire dall’orizzonte, calcolando lo spazio risultante e riservando un’attenzione meticolosa a ogni oggetto presente all’interno di esso. Come le persone che avevano drenato la terra e creato i polder, Cruijff e gli altri maestri olandesi dello spazio calcistico come Dennis Bergkamp, Ronald Koeman, i fratelli Mühren e Robin van Persie si affacciavano sul campo da gioco con una sensibilità autenticamente olandese, rispecchiando l’approccio di generazioni di artisti olandesi, da Saenredam, pittore di austeri interni di chiese, a Piet Mondrian, creatore di astrazioni geometriche. In seguito, Michels e Cruijff si trasferirono al Barcellona, e si portarono dietro le loro conoscenze. Quando negli anni Ottanta Cruijff ci tornò in veste di allenatore, educò una nuova generazione di giocatori, tra cui il più importante fu Pep Guardiola, che a sua volta trasmise quella saggezza alle generazioni che lo seguirono: Xavi, Iniesta e Sergio Busquets in Spagna; per poi fare lo stesso al Bayern Monaco e al Manchester City.

Grazie ad altri apostoli e discepoli di Cruijff (e talvolta di Michels – basti pensare a Louis van Gaal, ex giocatore ed ex allenatore dell’Ajax), il modo olandese di pensare, insegnare e giocare il calcio si è diffuso in tutto il mondo. Come la cristianità era penetrata più o meno ovunque, adattandosi alle culture locali, così interi paesi hanno adottato i metodi olandesi, aggiungendoci alcuni tocchi propri.

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