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Il Calcio Racconta

23 giugno 1998 – L’ultimo gol del “Divin Codino” Baggio in Nazionale

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Il 23 giugno 1998 la Nazionale disputa l’ultima partita della prima fase a gruppi del mondiale di Francia. Allo Stade de France si gioca Italia Austria. Gli Azzurri dopo il pari in extremis contro il Cile hanno liquidato per 3 a 0 i “Leoni d’Africa” e devono confermare di voler fare un mondiale da protagonisti.

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“VINCERE PER FARE PAURA”

“…l’Austria è il modo più spiccio e più nobile per qualificarsi in carrozza ed evitare il Brasile negli ottavi”

Così titola “La Stampa” alla vigilia della partita. Cesare Maldini non rischia il tridente e per la prima volta schiera titolare Del Piero lasciando in panchina Baggio che nelle prime due partite ha giocato da titolare.

Ci penso giorno e notte. […] a (quasi) 31 anni non devo sprecare nulla, ogni occasione è buona”. Baggio non può chiudere la sua esperienza Mondiale con il rigore di Pasadena, con il “Ma questo è matto” rivolto a Sacchi quando lo sostituì dopo l’espulsione di Pagliuca contro la Norvegia. Tantoméno con l’appellativo di  “coniglio bagnato”, che poco elegantemente gli affibbiò Gianni Agnelli.

Baggio non è il titolare designato, ma si è conquistato un posto tra i convocati nonostante non fosse stata un’estate facile quella che aveva preceduto il mondiale francese. Al Milan viene chiamato Capello che dovrà, ma non riuscirà, risollevare i rossoneri dopo l’undicesimo posto della stagione precedente. Roberto Baggio non rientra nei piani, è in procinto di approdare al Parma di Ancelotti, ma “Carlo Magno” bloccherà il suo trasferimento e, 10 anni dopo, nella sua autobiografia commenterà così l’episodio:  “Se avessi la macchina del tempo, tornerei indietro e Baggio eccome se lo prenderei”.

Baggio si trasferisce al Bologna, ma non è così semplice. Ulivieri, contrariamente al Presidente Gazzoni e ai tifosi rossoblù, non vorrebbe Baggio il quale, forse per accontentare il nuovo allenatore, si taglia il codino, ma non basterà e nel mese di gennaio Ulivieri sarà ad un passo dall’esonero.

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“Baggio: La mia rivincita sarà il Mondiale”

Il 23 Gennaio Baggio parlerà così a Roberto Beccantini in un’intervista a “La Stampa”, e la rivincita la conquisterà grazie alle 22 reti segnate, suo record personale, ma anche grazie all’entusiasmo che suscita il suo nome.

“Roberto Baggio è uno di tutti, la faccia conosciuta, il funambolo che riceve cinquanta lettere alla settimana solo dalla Cina. L’Internazionale che vorrebbe la nazionale” (Cit. Repubblica.it, 28 febbraio 1998).

Così come i tifosi rossoblù, l’intera “Italia del pallone”, o quantomeno una buona parte, si schierò per la convocazione di Baggio. Vennero addirittura  lanciate pionieristiche petizioni su Internet e vi fu anche un endorsement di Fabrizio Frizzi che ospitò il giocatore a “Domenica In” pochi giorni prima delle convocazioni.

“Bentornato caro Baggio” 

(Cit. Repubblica.it, 22 Maggio 1998)

La convocazione arriva, a scapito di Chiesa e Casiraghi. Baggio apprende la notizia dal Televideo ed è entusiasta: sa che non sarà il titolare e parla da giocatore esperto…“Questo è il Mondiale di Del Piero, io sono qui soltanto per essere utile alla causa”.

Complice un infortunio rimediato in Finale di Champions Del Piero è fermo ai box. Baggio parte titolare: si procura e realizza un rigore che da agli Azzurri il pari in extremis contro il Cile e contro il Camerun realizza l’assist per il 2 a 1 di Vieri prima di essere sostituito da Del Piero al 65°.

“Del Piero ha fatto vedere tante cose buone. L’ho avvicendato con Roberto Baggio al momento giusto…e Roberto sta sfruttando il suo buon momento…”. Cesare Maldini è ottimista e ha tutti gli elementi per esserlo. Gli austriaci sono stati uno degli avversari più ostici della nostra Nazionale, ci vollero 20 anni per batterli, ma se la vittoria per 3-0 degli Azzurri nella Coppa Internazionale del 1931 fu un evento, oggi anche un pareggio sarebbe una delusione, al di là del primo posto nel girone.

La partita è dura ma non cattiva, il grave infortunio di Nesta in apertura non è un buon presagio e il primo tempo si chiude sullo 0 a 0 con poche emozioni.

“Dopo un primo tempo modello antipasto freddo, una ripresa in cui dalla pastasciutta siamo arrivati al dopo caffè [con] Il gol di Vieri al 3°.[…] Poi, Maldini ha cominciato a muovere la scacchiera. […] Via Del Piero e dentro, a furor di stadio, Roberto Baggio. [la partita] è una sofferenza. […] Italia tutta timori e contropiede, Italia stolta al 37‘ quando Moriero non ha chiuso a dovere un triangolo iniziato da Inzaghi, fallendo così il 2-0. A quel punto è cominciata la partita di Roberto Baggio, che non aveva beccato mai il pallone. Gol al 45°, un piatto destro su assist di Inzaghi. Al 46° rigore per gli austriaci fallo di Costacurta su Reinmayr e gol di Herzog. Al 47‘ lo slalom che ha fatto saltare il cuore dello stadio intero, Baggino che è andato via come ai bei tempi, tre avversari saltati con la leggerezza di un ballerino, poi l’assist per Inzaghi, anticipato al momento del tiro. Ma che importa, lo stadio era tutto in piedi per Baggio, per quei piedi dove il buon calcio non muore mai.” (Cit. l’Unità, 24 giugno 1998)

Le pagelle diranno: Baggio R. 8 – il lungo dribbling che devasta la difesa austriaca è il calcio puro, il calcio che i serial killer della tattica e del podismo frenetico non uccideranno mai.

Roberto Baggio segna il gol che dà il primo posto nel girone, la vittoria numero 300 della Nazionale, il suo ventisettesimo gol, il suo nono ai mondiali, il suo ultimo con la Nazionale. Roberto Baggio lo fa con uno stadio che lo acclama, lo fa in una partita decisiva di un mondiale di calcio.

“Del Piero Baggio, la staffetta dei sorrisi”

Alex: “Mi ha aiutato prima della gara”. Robi: “Ho raccolto i frutti del suo lavoro e non ho bisogno del Viagra  . 

“Sette reti nella prima fase della qualificazione. Era dal 1950 che la squadra azzurra non segnava cosi’ tanto. Con il gol realizzato contro l’ Austria l’ ex Codino ha raggiunto Rossi a quota nove centri messi a segno durante i Mondiali Vieri. e’ al quarto centro ” Sono felice non per me ma perchè la squadra va” (Cit. Corriere della Sera,  24 giugno 1998).

C’è un entusiasmo motivato su questa Nazionale, la Norvegia per blasone non fa paura anche se è imbattuta da 17 partite. Baggio non gioca, Del Piero non brilla, Maldini infastidito dai cori pro-Baggio inserirà Chiesa. L’Italia vince per 1-0 e ora deve affrontare la Francia a Parigi. I rigori saranno fatali ma il rammarico di quel mondiale rimane il “più bel non gol” di Baggio contro la Francia.  Dirà di aver tolto lo sguardo da Barthez mentre questi stava avanzando e di non essersi accorto che era rimasto a metà strada, altrimenti avrebbe fatto rimbalzare il pallone e tirato.

Del Piero-Baggio, duello inutile

Dopo l’eliminazione non mancano umori opposti a quelli di pochi giorni prima. Umori che forse tengono poco conto di come, sul piano sportivo, perdere ai rigori contro i padroni di casa che vinceranno poi il Mondiale, valga quasi come vincere. Ma questa è un’altra storia che ci interessa meno, forse perché di “eroico” ha ben poco.

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Si ringrazia Matteo Melodia per la concessione del biglietto della partita Italia – Austria appartenente alla sua collezione. Se ne vuoi sapere di più sulla sua collezione, e su di lui, puoi leggere l’intervista qui.

Nato a Roma nel 1975 si appassiona ben presto al calcio ed allo sport in generale. La prima partita di calcio che vede in diretta è Italia-Germania dell'82, il primo "libro" che consuma è l'Almanacco Illustrato del calcio di quello stesso anno. Vive con la sua compagna ed i suoi 2 figli a Roma e di professione è informatico. A chi sottolinea gli errori altrui o si deprime per i propri risponde con una frase di Newton "Non ho fallito, ho solo scoperto una soluzione che non funziona". Da oltre 10 anni collabora con Wikipedia, da lettore de "Gli Eroi del Calcio" ne diventa collaboratore.

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Menti: una famiglia, uno stadio

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Anna Belloni) – Il 5 settembre scorso è ricorso il 99mo anniversario della nascita di un ex giocatore biancorosso particolarmente caro a tifosi vicentini: Romeo Menti, al quale è intitolato lo stadio di Vicenza.

Per comprendere appieno l’importanza di questo grandissimo campione e della sua famiglia nella storia della società biancorossa bisogna risalire alle sue origini. I coniugi Menti vivevano nei primi anni del novecento in Via Legione Antonini, dove gestivano un’osteria. Era una famiglia numerosa, con sette figli da crescere, di cui cinque maschi: Pietro il maggiore, e poi Mario, Umberto, Guido e Romeo.

Nel 1919, stante la distruzione durante la Grande Guerra del vecchio campo di gioco di Borgo Casale requisito a scopi militari, per gentile concessione di Giacomo Sartea (in seguito Presidente della società) che donò il terreno adiacente alla famosa birreria, venne inaugurato il campo di San Felice chiamato anche “campo de carbonea” perché il terreno era stato ricoperto con il materiale di scarto di una vicina fonderia.

Troppa era la vicinanza con l’abitazione della famiglia Menti e troppo forte la tentazione dei ragazzi per non attraversare la strada e intrufolarsi nel campo di gioco. Imparò a giocare per primo Pietro, poi via via tutti gli altri. Romeo era l’ultimo, il più piccolo.

Riporto la breve e bellissima intervista rilasciata negli anni sessanta da Silvio Griggio (grande goleador biancorosso classe 1906) sul calcio di quei tempi.

Ero ancora un ragazzino ed abitavo in Corso San Felice, poco lontano dal vecchio Campo Comunale appena costruito dopo la Prima Guerra Mondiale. Noi ragazzini eravamo sempre là, a guardare i “grandi” che giocavano e naturalmente noi volevamo imitarli. Finiti gli allenamenti, cercavamo di disputare delle partitine fra di noi ma …. c’era un anziano signore e giocatore (aveva ben 30 anni) che pretendeva da parte nostra “del lavoro manuale” per permetterci di scorazzare nel campo. E così Vallesella, perché era proprio lui, prima di darci un pallone e poi dirigerci nelle nostre accese dispute ci faceva portare carriuole di carbonina e pirite per livellare il terreno di gioco e poi, badile in mano, a coprire le innumerevoli buche. Ricordo sempre questi particolari perché i nostri “pionieri” volevano insegnarci il sacrificio e la disciplina per procurarci le attrezzature che allora erano “minime“ se non inesistenti (tratto da “La Nobile Provinciale “ di Antonio Berto).

L’A.C. Vicenza accoglie nei suoi ranghi prima Mario (classe 1913, inserito nei ranghi dal 1930 al 1933 ma con solo 5 presenze in campo) e poi Umberto (classe 1917) che esordisce a sedici anni in prima squadra nella stagione 1932. Nel 1935 a soli 17 anni viene ceduto alla Juventus. Nello stesso anno inizia la sua carriera anche il piccolo Romeo (classe 1919), che l’8 settembre, a pochi giorni dal compimento del suo sedicesimo compleanno, gioca nella prima delle due partite di inaugurazione del Campo del Littorio contro la squadra ungherese del Soroksar. Umberto Menti ritorna a Vicenza in prestito nel campionato 1937/1938 ed è l’unica stagione in cui gioca con il fratello Romeo. Poi passa al Milan, al Napoli, al Padova e ritorna a Vicenza nel 1950 per iniziare la sua carriera di allenatore. Nel 1971/1972 è l’allenatore artefice di una sofferta permanenza in serie A del suo amato Lanerossi.

Romeo Menti invece rimane tre anni a Vicenza collezionando 79 presenze e ben 34 gol. Un giocatore giovanissimo e dotato di un talento eccezionale come lui non poteva certo passare inosservato e così viene ceduto a malincuore alla Fiorentina per 68.000 lire, un bel mucchio di soldi per quell’epoca!  Romeo Menti gioca a Firenze tre anni, poi viene ceduto al Torino. Due brevissime tappe al Milan e alla Juve Stabia durante il periodo più travagliato della seconda Guerra Mondiale, poi nel campionato 1945/1946 torna al suo grande amore, la Fiorentina. Dal 1946 al 1949 gioca ancora nel “Grande Torino”, la squadra degli “Invincibili”, collezionando 81 presenze e 31 gol. Conta anche sette presenze nella Nazionale Azzurra dove segna 5 reti. Il 27 febbraio 1949 la Nazionale Italiana incontra il Portogallo e il capitano lusitano Ferreira esprime il desiderio di avere come ospite alla sua partita di addio al calcio la squadra più forte del mondo. Fu così che il Grande Torino gioca a Lisbona il suo ultimo incontro, che termina 4 a 3. Ed è proprio di Romeo Menti l’ultimo gol – su rigore – degli “Invincibili”. Al rientro in Italia l’aereo e tutti i suoi 31 passeggeri si schiantano sulla collina di Superga e del Grande Torino rimane solamente il ricordo indelebile e la storia di una squadra leggendaria che rimase imbattuta per sei campionati.

Nel luglio del 1949 il Comune di Vicenza decide di intitolare lo Stadio Comunale a Romeo Menti come a un “Eroe del Calcio”, ma per un disguido dell’epoca la delibera di intitolazione ufficiale viene approvata formalmente solamente nel 2017.

Luigi “Bagolina” Menti

Nel Vicenza giocò anche un nipote dei fratelli Menti, Luigi “Bagolina” Menti, indimenticabile alla destra della “Nobile Provinciale” e vincitore per due anni consecutivi con i suoi giovani compagni del Lanerossi Vicenza guidati dallo zio Umberto Menti, del prestigioso Torneo di Viareggio. Luigi giocò con l’amata maglia biancorossa dal 1952 al 1969, nonostante le lusinghe dei più grossi club italiani, collezionando ben 314 presenze (di cui ben 308 in serie A, record assoluto per la società biancorossa), secondo solo a Giulio Savoini. Fu un raro esempio di attaccamento alla maglia e di fedeltà alla sua città, un uomo che pospose sempre gli interessi personali al bene della squadra. Una guida esemplare per la miriade di ragazzi che hanno avuto l’onore di essere allenati da lui nelle giovanili del Vicenza.

 

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18 settembre 1963 – L’esordio dell’Inter in Coppa dei Campioni

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Dario Canali) – Molti ultra cinquantenni, e sessantenni in particolar modo, pur nati lontano da Milano hanno il cuore nerazzurro. Nel mondo dello spettacolo ricordiamo, ad esempio, Paolo Bonolis e Fiorello ma anche il giornalista Enrico Mentana e il politico Ignazio La Russa. Erano bambini negli anni ‘60 e proprio in quegli anni comincia l’escalation della grande Inter che conquista e affascina gli adolescenti dell’epoca.

La costruzione della “Grande Inter” è, però, dura e laboriosa; il magnate del petrolio Angelo Moratti cambia allenatori e campioni in “serie”, prima di trovare la formula giusta.

Con il “Mago” Helenio Herrera in panchina e il geniale direttore Italo Allodi nella stanza dei bottoni, nasce una squadra straordinaria, cui l’inattesa esplosione del giovane talento indigeno Sandrino Mazzola, figlio del grande Valentino, assicura il completamento offensivo ed anche il legame con il grande passato del calcio italiano.

Suarez e Jair assicurano il genio e la fantasia, mentre Picchi e Burgnich la consistenza e la ruvidità necessari per accompagnare l’estro che senza questi “ausili” sarebbe bello ma non vincente.

L’Inter, per la prima volta nella sua storia, nel 1963 partecipa alla Coppa dei Campioni. Vi possono partecipare solo le squadre vincenti del campionato nella propria nazione oltre la squadra detentrice. Chi si aggiudicherà il trofeo affronterà poi la vincente Sud Americana della Coppa Libertadores nella mitica Coppa Intercontinentale.

Nel Maggio 1963 l’Inter conquista il suo ottavo scudetto, il primo della coppia Moratti-Allodi, e arriva davanti alle due odiate rivali, Juventus e Milan. Finalmente, dopo nove anni di astinenza, la Milano nerazzurra torna a sorridere e a breve vincerà altri due campionati consecutivi entrando nella storia come appunto la “Grande Inter”.

Il Milan, comunque, partecipa anch’esso alla Coppa dei Campioni, malgrado il terzo posto deludente in campionato, in quanto ne è il detentore: pochi mesi prima ha infatti vinto la competizione, prima Italiana a riuscirci, in un’epica finale con il Benfica.

In questa edizione partecipano 31 squadre e per questo il Milan detentore approda direttamente agli ottavi, oltretutto, contro un abbordabile Ifk Norrkoping. Avversari più ostici e accreditati sono il Benfica, il Real Madrid, l’Everton e lo stesso Milan. Il sorteggio non sembra benigno, purtroppo, per l’Inter. I nerazzurri debuttano infatti al “Goodison Park” di Liverpool contro l’Everton, i campioni d’Inghilterra. Dalla nascita del 1955 e sino al 1992 la competizione sarà ad eliminazione diretta. Ci sono due partite, andata e ritorno, ed una grande squadra può uscire di scena già nei sedicesimi e questo è il fascino di questa formula che vedrà le squadre di Milano protagoniste… molte volte la Coppa dimorerà sotto la Madonnina. Data la situazione politica partecipano due squadre tedesche: il Borussia Dortmund in rappresentanza dell’ovest e lo Jena per l’est. La Jugoslavia è ancora unita e rappresentata dal Partizan Belgrado cosi come la Cecoslovacchia è rappresentata dal Dukla Praga. Proprio lo sport, e soprattutto la Coppa dei Campioni per il calcio, rappresenta uno dei pochi momenti di incontro, ma anche di sfida, tra est e ovest. Il calcio non conosce muri.

Il “Goodison Park” di Liverpool, stadio dell’Everton, ospiterà poi anche tre gare del mondiale 1966 e ancora oggi, sia pure dopo delle modifiche, è la casa dell’Everton. La squadra di Liverpool ha vinto, nella stagione precedente, il campionato per la sesta volta nella sua storia, con ampio distacco sul Tottenham secondo e lasciando i cugini del Liverpool a 17 punti di distanza.

Il preziosissimo tagliando d’ingresso della collezione di Matteo Melodia

Ecco le formazioni della gara del 18 Settembre, la prima, appunto, di tante battaglie nerazzurre spesso vincenti:

Everton: West, Parker, Harris, Gabriel, Labone, Kay, Scott, Stevens, Young, Vernon, Temple. Allenatore: Chatterich

Inter: Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suarez, Szymaniak. Allenatore: Helenio Herrera

Arbitro: Gyula Gere (Ungheria). Stadio esaurito in ogni ordine di posti.

Notiamo nella formazione interista i tre stranieri: Jair brasiliano di estro, il Maestro del centrocampo lo Spagnolo Luisito Suarez ed il tedesco Szymaniak. I campioni di presenze e fedeltà nerazzurra: Mazzola, Burgnich e Facchetti, che faranno la storia della squadra, e il capitano Armando Picchi. Ricordiamo anche Milani e Corso non presenti nell’undici dell’esordio. Presente già il più grande cuore nerazzurro di sempre: Peppino Prisco sempre accanto alla squadra. Dal 1963 al 2001 vice presidente dell’Inter.

Cronaca dell’incontro:

Sono gli inglesi a battere il calcio d’inizio ma è di Burgnich il primo tiro in porta, pallone alto sopra la traversa. Al 3’ Temple scatta sulla sinistra e traversa, Sarti prende il pallone e Steven lo colpisce fortunatamente senza grosse conseguenze. Gli Inglesi non scherzano, nemmeno fisicamente, spinti dal proprio pubblico ma…prevalere su Burgnich, Guarneri o Picchi non è cosa facile.

Al 13’ tiro di Suarez e pallone in calcio d’angolo. Al 22’ Tagnin serve Jair al limite dell’area, tiro di sinistro e pallone fuori di poco. Al 24’ bella azione nerazzurra condotta da Picchi e conclusa malamente da Jair. Malgrado si giochi in trasferta (e che trasferta!) Herrera fa avanzare, e non poche volte, Picchi, Tagnin e lo stesso Burgnich a cercare i compagni con lanci in area. Al 27’ Suarez fa quello che gli riesce meglio …lancia benissimo Jair il quale tira, West riesce a deviare in angolo. Al 32’ Suarez con un tiro da lontano sfiora il palo e al 34’ il portiere inglese rifila una gomitata a Jair. Gordon West non è Tony Banks o Peter Shilton ma sbarra la porta dell’Everton, squadra con cui giocherà ben 335 partite in 11 anni.

Al 40’ gli inglesi riescono a venir fuori dalla propria metà campo, si conquistano un calcio di punizione, tira Vernon e Sarti para. Al 42’ tiro di Parker, Sarti para ma non trattiene e pallone in angolo. Primo tempo combattuto ed equilibrato 0-0.

Non è certamente l’Inter catenaccio e contropiede che molti hanno raccontato ma è una squadra che ribatte colpo su colpo. Il Mago cerca subito la vittoria e fa capire di che pasta è fatta questa esordiente in Coppa Campioni. Ad inizio ripresa Suarez lancia Jair solo davanti al portiere che riesce a fermarlo. Con il passar dei minuti l’incontro si accende e sono frequenti gli scontri: gli inglesi attaccano con l’Inter che si difende con calma e ordine. L’Inter può così colpire in contropiede. Al 64’ Jair s’incunea in area avversaria, salta anche il portiere, passa la palla a Mazzola che però manca di decisione nell’andare sulla sfera. Al 73’ lancio di Suarez per Jair il quale è completamente solo, rallenta, tira a rete e il portiere inglese riesce a deviare in calcio d’angolo. Al 76’ ancora un grandissimo lancio di Suarez, il valore di questo giocatore è stato decantato ma mai abbastanza, per Jair che però tira alto. Al 78’ segna Vernon ma l’arbitro annulla per fuori gioco dello stesso calciatore che non protesta. La durezza degli Inglesi, ed ancora di più negli anni 60, è risaputa ma anche la correttezza e la mancanza di “sceneggiate” in occasioni come questa fanno parte del loro modo di affrontare questo sport. Sul finire bella azione di Di Giacomo e Mazzola, bellissimo tiro di quest’ultimo e altrettanto bella parata di West, pallone in angolo e fischio finale dell’arbitro Ungherese.

Mazzola risulterà decisivo con i suoi gol in questa annata in Coppa Campioni. Partita che finisce in pareggio 0-0, punteggio che lascia aperte tutte le ipotesi per il ritorno ma con una Inter combattiva che giocherà a S. Siro e questo è un grande vantaggio per la compagine di Moratti.

La cronaca dell’incontro è tratta dal sito Storiainter.com

 

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Olbia, Cagliari e Gigi Riva: Michele Moro e il suo calcio romantico (Intervista)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Riccardo Balloi) – “Gli Eroi del Calcio” fa tappa in Sardegna Settentrionale, nel capoluogo della Gallura, Olbia. Abbiamo incontrato Michele Moro, classe 1949, centrocampista che per quindici anni ha calcato i campi di serie B e C. Uomo di sport della generazione dei romantici, quando il calcio era aggregazione, quando il calcio era gioventù per tutte le età. Oggi in pensione, dopo avere appeso le scarpette al chiodo è stato allenatore e scopritore di talenti nella sua amata isola, nonché collaboratore nella filiera d’allevamento di cozze, in cui la sua azienda di famiglia operava.

Michele, partiamo dall’inizio. Com’è arrivato nel calcio professionistico?

Nel 1964, a quindici anni, fui portato al Cagliari, nell’epoca in cui i rossoblù cominciavano la loro grande espansione ed evoluzione. La città, che nel dopoguerra si era risollevata dalla fame, negli anni sessanta si evolveva a grande punto d’approdo per i colossi commerciali del Continente, e con lei la sua squadra. Io fui scoperto da Tognò, allora allenatore in seconda. Il calciomercato come lo conosciamo ai giorni nostri, a quei tempi forse non era nemmeno pensabile. A parte alcune eccezioni, i presidenti erano appassionati, grandi lavoratori, e anche dei buoni diplomatici. La compravendita dei calciatori, spesso, era la testa o la coda di accordi, favori e scambi tra le aziende. Molti dirigenti delle squadre erano al contempo funzionari di ditta, rivali sportivi ma colleghi di lavoro. C’era una certa lealtà e, se vogliamo, collaborazione. La crescita del Cagliari andava, in sostanza, di pari passo con l’apertura di filiali regionali, uffici, sedi staccate di grandi aziende.

Le giovanili del Cagliari. Cosa era il Cagliari, solo sei anni prima dello storico scudetto?

Il Cagliari era un’isola felice, che crebbe per merito di dirigenti abili ed estremamente astuti. La squadra fu costruita con un sistema di scambi e con un’intelaiatura di giovani che venivano mandati a fare la gavetta in prestito nelle serie minori. Io giocavo nella De Martino, quella che allora era la Seconda Squadra, ed oltre al calciatore, avevo un’altra mansione.

Qualcosa mi dice che sta per deliziarci con la prima curiosità…

Noi giovani, al giovedì, avevamo il compito di “sformare”. Le scarpe dei calciatori della prima squadra, in quell’epoca in cui le calzature erano in cuoio e pelle, alla prima calzata rischiavano di essere piuttosto fastidiose e scomode, quindi noi avevamo il compito di indossarle per dare la forma ed ammorbidirle. Io portavo il numero 41/42. Sformavo le scarpe di Cera e Greatti.

A diciott’anni esordì in prima squadra, contro l’Atalanta nella stagione 1967/68.

Ero la riserva naturale di uno dei centrocampisti più forti in circolazione, Pierluigi Cera. In quell’occasione era infortunato, e fui chiamato all’esordio. Quella fu la mia unica apparizione nella Massima Serie. Da quanto ero emozionato, già subito dopo il triplice fischio ricordavo ben poco del match. Figuriamoci oggi.

Giocai anche in Coppa delle Fiere, contro l’Ajduk Spalato. Quando ero più grande partecipai alle tournée precampionato in America. Fu lì che imparai sulla mia pelle, anzi sui miei stinchi e sui denti, che il calcio era un gioco maschio, dove vinceva chi aveva i piedi più buoni e i gomiti più duri.

Poi cosa successe?

Successe che poco tempo dopo, in una partita con la De Martino, mi ruppi il perone.

Cosa ci vuole dire del capoluogo sardo di quell’epoca?

Cagliari l’ho conosciuta bene. Ci ho vissuto, ma soprattutto ci ho giocato. Ancora oggi le società dilettantistiche giocano nei campi che ho calcato anch’io, ed è stato così che l’ho potuta vivere: al campo. Naturalmente, noi che eravamo una selezione, andavamo a vincere ovunque. Johannes, Ferrini, sono tutte polisportive che ancora oggi sfornano dei talenti che poi vengono prelevati dai professionisti. Ricordo anche la Pacini, che ecco, era l’unica squadra che ci dava del filo da torcere. Ricordo il campo dell’Uragano di Pirri, nell’attuale via Vesalio. Era pieno di canali e buche. Nelle giornate piovose, nei pressi del centrocampo c’era un vero e proprio corso d’acqua. Cagliari era popolare.

Ha giocato per anni tra serie B e serie C, fu ceduto dal Cagliari?

No, il Cagliari dava in prestito i suoi giocatori per una stagione, alla fine della quale si rientrava.

Catanzaro, Olbia, Pescara, Crotone, Lucchese eccetera. Quante ne ha vissute?

Tantissime, ogni calciatore potrebbe scrivere un libro. Quando giocavo a Crotone nella stagione 1975/76, nel girone d’andata affrontammo il Lecce. Un mio compagno fu sostituito per un infortunio causato da un intervento piuttosto violento di un giallorosso. Io promisi all’autore del fallo che quella partita non l’avrebbe finita, ma non la finii nemmeno io. Il guardalinee mi segnalò al direttore di gara e fui espulso e squalificato per tre giornate. Al ritorno, ancora agguerriti per quella vicenda, ne successe un’altra. Noi non avevamo più nulla da chiedere al nostro campionato, il Lecce invece era in lotta per la promozione. Giocammo col coltello tra i denti, li costringemmo al pareggio e la loro promozione sfumò.

La prego, un altro soltanto.

Giocavo a Catanzaro, stagione 1968/69. In tutta la Calabria era viva la diatriba per l’assegnazione del capoluogo di regione, che avrebbe trovato il culmine qualche tempo dopo, in quelli che vengono chiamati i Moti di Reggio. Il campanilismo si era collegato alla politica. E noi, in quello scenario, avremmo affrontato la Reggina. Si giocò in campo neutro ad Acireale, pertanto per raggiungere la sede della gara dovemmo attraversare Reggio Calabria. Lo stadio era tutto amaranto, perdemmo con un gol di mano in Zona Cesarini. Protestammo, ma l’arbitro ci disse “ora battete il calcio d’inizio e io fischio la fine, poi ci vediamo negli spogliatoi”. Ci ritrovammo a riunione, da soli col direttore di gara, che ci disse: “questa partita dovevate perderla, se no da qui non sareste usciti vivi!”.

Gli arbitri e il gioco maschio, senza telecamere e VAR, com’era?

Semplice, quando il gioco era fermo evitavamo proteste troppo veementi, ma quando la palla era in gioco, gli parlavamo mentre correvamo. Immaginerete le discussioni da caffè letterario…

La sua partita memorabile?

A parte l’esordio in serie A, del quale, ripeto, ricordo poco, vado fiero di tante gare. Una in particolare è quando nella stagione 1972/73, con la Lucchese giocammo contro la Spal. Società estremamente blasonata e influente nei piani dirigenziali del calcio, col leggendario presidente Massa. Facemmo una grande gara e vincemmo. Ecco, fare punti a Ferrara, per quei tempi, era impresa da annali.

Un allenatore che ricorda con particolare simpatia?

Castelletti, ex terzino della Fiorentina. Ma credo che in molti ne abbiano un felice ricordo come me: persona stimata da tutti, un punto di riferimento a Coverciano, nella Toscana che negli anni ’70 come oggi, era Il Calcio.

Il nostro “portale” è letto da tanti sportivi, ma anche tanti collezionisti, scarpe, maglie e palloni…

Ho un ricordo particolare sulle scarpe. Quando col Cagliari andavamo in ritiro ad Asiago, dalle vicine manifatture venivano gli imprenditori, ci mettevamo a sedere e ci prendevano le misure dei piedi. Pochi giorni dopo ci facevano avere le scarpe. Tepa Sport, Pantofola d’oro, Ferrari, la loro più grande pubblicità era vedere i loro prodotti sui piedi dei giocatori del Grande Cagliari. Ah, e quando pioveva tanto, il nostro magazziniere – che era anche sarto e calzolaio- inchiodava ai tacchetti delle protesi per evitare che scivolassimo. Le Adidas non le conoscevamo nemmeno.

Ci perdoni, ma non possiamo fare a meno di chiederle di Gigi Riva, con cui lei ha giocato.

Ma, cosa dire di un personaggio così conosciuto. Quando ero in ritiro con la prima squadra, ero il più piccolo, e spesso ero affidato a lui. Mi portava al campo, a tavola sedevamo vicini. C’era un giornalista, il cui unico compito era scrivere un pezzo al giorno su Rombo di Tuono. Ad un certo punto Gigi gli disse: “senti, è inutile che mi intervisti tutti i giorni. Tu sei qui e mi vedi, scrivi quello che ti pare, ma sappi che se scrivi qualcosa che non è vero, salti la porta e non ti avvicinerai mai più”.
Poi, l’aneddoto che oggi è sulla bocca di tutti, sul rifiuto di Riva alla Juventus. E’ tutto vero. Lui rifiutò perché Cagliari era la sua casa, la gente lo amava e lui non avrebbe mai voluto deluderli. E poi i soldi, a quei tempi, nulla erano a confronto dei formaggi, dei prosciutti, del pesce fresco, delle tavolate in famiglia, degli omaggi popolari che riceveva. La ricchezza, e non è demagogia, non era determinata solo dai soldi. Nenè, ad esempio, era pagato in dollari, ed aveva un ingaggio più alto di quello di Riva. Ricordo che quando uscivamo, si avvicinava la gente, e mi permetta un registro colloquiale: c’era chi lo voleva a compare, chi a padrino, chi a testimone di nozze, chi lo invitava a battesimi o matrimoni. Pensate che quando il Cagliari vinceva a Milano o a Torino, tornavamo sull’isola e la città era in festa, vedevamo i volti della brava gente, di giovani e adulti, di ladri e delinquenti, mescolarsi in un’unica entità, che credo oggi sia difficile descrivere.
Ricordo un’affermazione di Riva al giornalista Murgia: “alla Juve non ci vado anche perché non hanno squadra, non cambia nulla se comprano me”. Era un’epoca sportiva in cui il Cagliari poteva farsi beffe della Vecchia Signora.

Altro?

Ti accontento subito. Nel 1967 andammo in ritiro a Bardonecchia, in vista di due trasferte, a Milano e Torino. Passavamo il tempo ad allenarci e a concentrarci, immaginerai. E invece no. C’era la neve, e noi giocammo a “palloccate” per tutto il tempo. Poi andavamo allo stadio e vincevamo. Eravamo Il Cagliari. 

Finì la sua carriera all’Olbia. Cosa successe, poi?

Cominciai a fare l’allenatore e giocatore. Era il 1980. Accettai di collaborare con L’Olbia, in una delicata fase di cambio di presidenza. Arrivai assieme ad altri giocatori esperti. Posi come unica condizione la ricerca e valorizzazione dei giovani sardi. Iniziavo a captare un’aria nuova e quello era il mio tentativo per difendere i valori sportivi in cui avevo sempre creduto. Questo patto fu rispettato per due anni scarsi. Nel mentre io, come d’altronde anche i miei colleghi, avevo un secondo lavoro nell’azienda di famiglia. Iniziarono i primi prestiti onerosi dalle società più grosse. La meritocrazia, la valorizzazione dei vivai locali lasciò il posto al Dio Denaro, e l’Olbia s’imbottì di ragazzini -alcuni meritevoli ed altri meno- provenienti dalle società delle categorie superiori, e riceveva premi in denaro per farli giocare. Fu a quel punto che decisi di allontanarmi.

L’Olbia oggi, società satellite del Cagliari. Cosa ne pensa?

Ringrazio Giulini per avere salvato l’Olbia e avergli dato la possibilità di tornare in terza serie. Ma non condivido le scelte societarie. Personaggi che dell’Olbia calcistica hanno grandi competenze, che per una vita vi si sono dedicate, sono stati lasciati fuori dall’organigramma. Torniamo sempre al solito discorso: non si valorizzano i vivai del territorio. Il calcio è delle SPA. E infatti il pubblico non è più numeroso come una volta. Tifo ancora l’Olbia ma non vado “al campo”.

La sua Olbia oggi…

Olbia è una città che vive di sudditanza. Il fatto che oggi sia definita il capoluogo della Costa Smeralda è tutto dire. È una città al servizio delle élite. Per me è e dovrebbe essere molto di più, e restituita agli olbiesi.

I nostri più sentiti omaggi a Michele Moro, alla sua Olbia, ed al suo Olbia.

E noi restiamo qui, cresciamo ed invecchiamo, sempre alla ricerca del ricordo sportivo di qualcun altro, che ascolteremo col petto gonfio, come fossimo stati noi a viverlo. Forse stolti, ma sicuri che ciò che è stato, un giorno tornerà.

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