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La Penna degli Altri

Lazio-Napoli, quello spareggio “cancellato”

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WWW.SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Alla fine degli anni venti, il calcio mondiale cambia strada. Mentre gli inglesi restano chiusi nel loro isolamento, perché da inventori del calcio si rifiutano di confrontarsi con gli altri perché si sentono troppo superiori al resto del mondo pallonaro e si sentono Campioni del Mondo a prescindere, quasi per diritto divino, il resto del mondo si riunisce sotto la FIFA per dar vita al primo campionato del mondo, assegnato nel primo congresso mondiale di Barcellona all’Uruguay, all’unanimità. L’Italia fa parte della FIFA, ma non ha ancora deciso se partecipare o no ad un mondiale che si annuncia molto costoso, perché oltre alle spese di viaggio ci sono da pagare anche gli stipendi dei calciatori, perché le società per cui sono tesserati i giocatori che fanno parte della Nazionale si rifiutano di pagare un paio di mesi di stipendio a calciatori che non possono utilizzare. Il termine per iscriversi a quel primo Mondiale del 1930 scadono il 28 febbraio del 1930, quindi c’è tempo per decidere, ma bisogna arrivare a quell’appuntamento con una struttura diversa da quella che c’è all’epoca in Italia, con un campionato diviso per fasce geografiche tra Nord. Centro e Sud.

La Federcalcio italiana, quindi, sul modello dalla Football Association inglese, decide per l’organizzazione di un campionato unico, quindi la stagione 1928-1929 diventa decisiva per assegnare i 16 posti per la nascente Serie A e poi per la Serie B e la Serie C. Nasce così  la Divisione Nazionale, ovvero due gironi di 16 squadre ciascuno con le prime classificate di ciascun girone destinate a giocarsi la finale con in palio lo scudetto e con le prime 8 classificate di ogni raggruppamento promosse nella nascente Serie A e le altre 8 condannate a finire nel primo campionato di Serie B. In caso di arrivo all’ottavo posto tra più squadre di diversi gruppi, a decidere la qualificazione alla Serie A sarà il numero dei punti conquistati. In caso di arrivo in parità tra due squadre dello stesso girone, però, non è chiaro quale sarà il criterio per determinare la squadra qualificata.

La Lazio, che fin dalla sua nascita fa parte dell’élite del calcio italiano e che ha vinto per 4 volte il Campionato dell’Italia Meridionale giocando tre finali scudetto (la quarta, quella del 1915, è quella mai disputata con titolo assegnato d’ufficio al Genoa) viene inserita nel Girone B, un gruppo di ferro con 5 squadre che avevano già vinto almeno uno scudetto più due potenze economiche come il Venezia e il Brescia, ed infine Lazio e Napoli che da anni si dividevano il dominio del campionato dell’Italia Meridionale. Su pressioni politiche, la neonata Roma (creata dal federale Foschi per volontà di Benito Mussolini) viene inserita nel Girone A, decisamente più abbordabile visto che le uniche squadre di rango superiore sono il Torino e il Milan. Per la Lazio, quindi, si tratta di un’annata di transizione con l’unico obiettivo quello di conquistare uno degli 8 posti utili per l’ingresso nella nascente Serie A.

All’ultima giornata, la Lazio è ottava in classifica, a pari merito con il Napoli e, ironia della sorte, l’ultima partita è proprio Lazio-Napoli, in programma allo Stadio della Rondinella. Il 16 giugno, in uno stadio gremito e presidiato dalle forze dell’ordine a causa della presenza di migliaia di tifosi napoletani, la partita finisce 0-0, con Lazio e Napoli che chiudono appaiate in classifica con 29 punti. E a quel punto, la battaglia sul campo si trasforma in una guerra di carte bollate. La Lazio ha chiuso il campionato con una miglior differenza reti rispetto al Napoli (+8 contro -3), quindi si considera qualificata per la nascente Serie A. Il Napoli fa ricorso, pretendendo e ottenendo di giocarsi la qualificazione in uno spareggio da giocare in campo neutro. A quel punto, fa ricorso anche la Triestina, che è arrivata nona nel Gruppo A, ma con gli stessi punti conquistati da Lazio e Napoli nell’altro girone. Un caos.

Dopo giorni di discussioni, la Federcalcio fissa giorno e data dello spareggio tra Lazio e Napoli. Si gioca a Milano il 23 giugno: partita secca, chi vince va nella nascente Serie A, chi perde finisce in B. Lo Stadio Comunale di Milano è gremito di tifosi napoletani, ma sono presenti anche molti tifosi laziali che espongono uno di primi striscioni della storia del tifo. Un “Forza Lazio” che fa quasi tenerezza rispetto agli striscioni di oggi, ma che è ancora una sorta di saluto tra tifosi di fede biancoceleste e un modo per chiudere qualsiasi discussione, con l’altro che risponde “sempre Forza Lazio”.

La Lazio parte forte e va in vantaggio con un gran tiro del suo capocannoniere, Spivach, che spedisce il pallone in un angolo in cui Valeriani non può arrivare. A quel punto, sale in cattedra Attila Sallustro, il centravanti del Napoli, uno dei tanti oriundi dell’epoca. Sallustro è nato ad Asunciòn, in Paraguay, ma è figlio di emigranti e quando il calcio italiano apre al professionismo si imbarca e torna in Italia in cerca di fortuna calcistica e la trova a Napoli. Sallustro sale in cielo e di testa batte Ezio Sclavi, il capitano della Lazio, uno dei più grandi portieri della storia. La Lazio sbanda, la partita diventa una corrida e Saraceni davanti all’ennesima provocazione reagisce stendendo con un pugno Fenili. Cartellino rosso e Lazio costretta a giocare l’ultima mezz’ora in 10. Il nervosismo cresce e la Lazio rischia di restare addirittura in 8 quando Caimmi e Rier iniziano a litigare. Lo scontro non degenera solo perché Sclavi abbandona la porta e da capitano mette fine alla discussione, convincendo l’arbitro Carraro di Padova che si trattava solo di discussioni tattiche,mentre invece Caimmi aveva insultato Rier perché restava in attacco senza dare una mano al resto della squadra che stava cercando di sopperire all’espulsione di Saraceni.

A 20 minuti dal termine, l’assedio del Napoli produce l’effetto sperato per i partenopei, con Innocenti II che si presenta solo davanti a Sclavi e lo batte in uscita con un preciso rasoterra. La Lazio si butta all’assalto, lasciando praterie per Sallustro e Buscaglia che non trovano la via del gol solo perché Sclavi cala la saracinesca e con le sue parate tiene in vita le speranze di pareggio. A meno di 10 minuti dal termine, Cevenini lancia ad occhi chiusi un pallone nell’area napoletana: sembra un cross senza troppe pretese, ma il pallone all’improvviso cambia traiettoria e si trasforma in un tiro in porta che coglie completamente di sorpresa Valeriani: 2-2. Lazio e Napoli si giocano la qualificazione alla Serie A ai supplementari, i primi nella storia del calcio italiano. Quei minuti extra per la Lazio sono un vero e proprio supplizio, perché gli attacchi del Napoli assumono i connotati di un vero e proprio assedio. Davanti a Sclavi, si susseguono delle mischie furibonde con il portiere che si lancia tra le gambe di compagni e avversari per strappare il pallone rischiando più volte di prendere un calcio in testa. Quando l’arbitro fischia la fine, i giocatori cadono a terra stremati. Non sono bastate due battaglie in una settimana e 210 minuti di gioco per decidere chi tra Lazio e Napoli parteciperà al nascente campionato di Serie A.

Si va verso un terzo “spareggio”, da giocare la settimana successiva sempre a Milano. Ma nei giorni successivi, facendo leva sul sentimento patriottico del regime e sul fatto che Trieste era considerata il simbolo della riscossa italiana, i dirigenti della Triestina convincono la Federcalcio ad aumentare da 16 a 18 il numero delle squadre destinata a partecipare al primo campionato di Serie A. La Federazione accoglie il ricorso della Triestina e ordina non solo l’annullamento dello spareggio tra Lazio e Napoli programmato per il 30 giugno a Milano, ma addirittura la cancellazione dagli atti ufficiali della partita giocata il 23 giugno. Quello spareggio tra Lazio e Napoli, quindi, diventa una sorta di partita fantasma, ricordata negli annali solo per l’impresa compiuta da quei ragazzi che per oltre un’ora hanno resistito in 10 contro 11 agli assalti del Napoli. Una delle tante imprese che hanno reso leggendaria lo storia di questo club.

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10 dicembre 1975 – La Fiorentina trionfa nella Coppa di Lega italo-inglese

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TUTTOCALCIONEWS.IT (Pasquale Barbato) -Una competizione che al momento non esiste più, ma che nel corso del tempo ha visto numerose squadre italiane trionfare e conquistare il trofeo. Si tratta della coppa di Lega italo-inglese che metteva a confronto la vincitrice della Coppa Italia e quella della Coppa d’Inghilterra.

Nel 1975 toccò a Fiorentina e West Ham – tra gli Hammers giocava il padre di Franck Lampard –  sfidarsi per vincere il titolo. Il 10 dicembre di quell’anno, la squadra Viola riuscì a trionfare sulla squadra inglese. Nella gara d’andata di Firenze, decisiva fu la rete di Vincenzo Guerini, mentre in quella di ritorno a segnare e regalare la vittoria alla formazione toscana fu Walter Speggiorin.

Questa la Fiorentina allenata da Carlo Mazzone: Mattolini, Galdiolo, Tendi, Pellegrini, Della Martira, Beatrice, Desolati, Merlo, Casarsa, Antognoni, Speggiorin. La coppa di Lega italo-inglese si tratta dell’ultimo trofeo internazionale vinto dalla formazione toscana.

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Termoli storia & amarcord: il calcio in bianco e nero e il rito quindicinale dei tifosi

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TERMOLIONLINE.IT (Luigi De Gregorio) – TERMOLI. Il telefono designato per la gioia e dolore degli appassionati di calcio era quello del Bar dello sport. L’assiepamento era forte e già con molto anticipo rispetto al termine della partita.L’attesa era quella riservata oggi ad una star della musica.

A dirla tutta, a prescindere dal risultato, il tutto era un rito per la Termoli del calcio che si ripeteva una domenica si ed una domenica no.

IL LUOGO. In piena coerenza il rito non poteva che avvenire nel bar dello Sport. Quale? Uno ce n’era. In fondo al Corso Nazionale, poco prima di poter svoltare a sinistra per andare sul piano di Sant’Antonio.

L’occupazione in massa del bar era praticamente una ressa che si estendeva sul marciapiede e sul corso antistanti il locale. Iniziava almeno mezz’ora prima del termine della partita. Che era uguale per tutte le partite di calcio della nazione di qualsiasi livello (seria A, serie B, serie C etc.): inizio h 1430; termine alle 1615. (La puntualità delle partite di calcio e l’inizio della benedizione del papà in San Pietro – h 1200 sono le due cose che hanno sempre funzionato in Italia, tralasciando l’attuale rivoluzione nel settore calcio)

L’ATTESA. Si parlava ovviamente di calcio. Si vociava. Si pronosticava. Tutto ad alto volume in un crescendo continuo per superarsi in decibel, tutti contro tutti. Insomma un casino. Che però d’incanto scompariva quando il super termolese rappresentante dei tifosi termolesi entrava nella cabina telefonica in attesa della chiamata del corrispondente tifoso – accompagnatore- uomo tuttofare che aveva seguito la squadra in trasferta ed avrebbe dovuto comunicare il risultato.

Dopo le 16.30 ogni minuto che passava era una freccia al cuore dei tifosi. Perché si sa chi deve dare notizie negative tende a darle in ritardo. Non mancavano le giustificazioni ottimistiche: forse il primo telefono utile è lontano dal campo sportivo, forse l’unico telefono del paese della squadra ospitante non funziona. Ovviamente i più pessimisti:abbiamo perso e basta!

IL RISULTATO. Finalmente squilla il telefono. Colui che annuncerà la novella ai tifosi in sala entra in cabina chiedendo di fare silenzio. Subito obbedito, una quiete tombale. Brevissimo tempo. Meno di un minuto. Esce dalla cabina. Viso nero e sguardo accigliato. Tutti hanno compreso la sconfitta. Il dubbio: con onore o una mazzata? Una voce dalla sala a quanto abbiamo perso? La risposta Tre a zero suonava come un annuncio mortuario.

LA FINE (o quasi) DELL’EVENTO. La domenica sportiva era terminata. I più si riversavano sul Corso per il passeggio. Oppure andavano a cinema. Od altro.

I chiu sfegat-t continuavano a parlare di calcio e della partita non avendo nessuna notizia a riguardo (tranne che il risultato), come facessero una frittata senza avere le uova. Ed attendevano il bus di ritorno della squadra, fosse anche previsto per la mezzanotte. Un calcio parlato senza immagini. Che tempi. Ma c’era la radio per le partite nazionali.

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9 dicembre 1990, il Milan torna sul tetto del mondo

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Con una doppietta di Frank Rijkaard e con un gol di Giovanni Stroppa, il Milan si aggiudica per la terza volta la Coppa Intercontinentale battendo a Tokyo 3-0 l’Olympia di Asunción.

Quello di Tokyo fu l’ottavo e ultimo trofeo vinto in carriera da Arrigo Sacchi. Otto trofei conquistati con il Milan nell’arco di 28 mesi.

Ecco le date di tutte le vittorie di Sacchi: il 15 maggio 1988 lo scudetto (sul Napoli), il 24 maggio 1989 la Coppa dei Campioni (4-0 alla Steaua Bucarest), il 14 giugno 1989 la Supercoppa europea (3-1 alla Sampdoria), il 7 dicembre 1989 la Supercoppa europea (1-0 al Barcellona), il 17 dicembre 1989 la Coppa Intercontinentale (1-0 sul Nacional Medellín), il 23 maggio 1990 la Coppa dei Campioni (1-0 sul Benfica), il 29 novembre 1990 la Supercoppa europea (2-0 sulla Sampdoria) e infine il 9 dicembre 1990 la Coppa Intercontinentale (3-0 sull’Olimpia di Assunción).

Nato a Fusignano il 1° aprile 1946, Arrigo Sacchi fu voluto personalmente sulla panchina del Milan dal presidente Silvio Berlusconi e l’arrivo del tecnico romagnolo coincisero con l’epopea degli olandesi (Van Basten, Gullit e Rijkaard) che portarono il Milan sul tetto del mondo.

Nell’estate del 1991, il Ct lasciò il Milan e si rese disponibile per succedere ad Azeglio Vicini sulla panchina della Nazionale. Sacchi esordì con la Nazionale il 13 novembre 1991, dopo che Vicini mancò la qualificazione agli Europei del 1992. Sacchi, aiutato da campioni del calibro di Baggio, Baresi e Maldini, ottenne uno storico secondo posto ai Mondiali americani del 1994, perdendo ai rigori con il Brasile di Romário, Bebeto e Dunga. L’avventura in azzurro si concluse nel 1996 dopo la sconfitta con la Bosnia, ma soprattutto dopo i deludenti Europei d’Inghilterra. Nell’autunno dello stesso anno tornò in sella al Milan subentrando a Óscar Tábarez; poi la breve avventura all’Atletico Madrid e l’addio dopo 3 partite alla guida del Parma.

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