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La Penna degli Altri

Lazio-Napoli, quello spareggio “cancellato”

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WWW.SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Alla fine degli anni venti, il calcio mondiale cambia strada. Mentre gli inglesi restano chiusi nel loro isolamento, perché da inventori del calcio si rifiutano di confrontarsi con gli altri perché si sentono troppo superiori al resto del mondo pallonaro e si sentono Campioni del Mondo a prescindere, quasi per diritto divino, il resto del mondo si riunisce sotto la FIFA per dar vita al primo campionato del mondo, assegnato nel primo congresso mondiale di Barcellona all’Uruguay, all’unanimità. L’Italia fa parte della FIFA, ma non ha ancora deciso se partecipare o no ad un mondiale che si annuncia molto costoso, perché oltre alle spese di viaggio ci sono da pagare anche gli stipendi dei calciatori, perché le società per cui sono tesserati i giocatori che fanno parte della Nazionale si rifiutano di pagare un paio di mesi di stipendio a calciatori che non possono utilizzare. Il termine per iscriversi a quel primo Mondiale del 1930 scadono il 28 febbraio del 1930, quindi c’è tempo per decidere, ma bisogna arrivare a quell’appuntamento con una struttura diversa da quella che c’è all’epoca in Italia, con un campionato diviso per fasce geografiche tra Nord. Centro e Sud.

La Federcalcio italiana, quindi, sul modello dalla Football Association inglese, decide per l’organizzazione di un campionato unico, quindi la stagione 1928-1929 diventa decisiva per assegnare i 16 posti per la nascente Serie A e poi per la Serie B e la Serie C. Nasce così  la Divisione Nazionale, ovvero due gironi di 16 squadre ciascuno con le prime classificate di ciascun girone destinate a giocarsi la finale con in palio lo scudetto e con le prime 8 classificate di ogni raggruppamento promosse nella nascente Serie A e le altre 8 condannate a finire nel primo campionato di Serie B. In caso di arrivo all’ottavo posto tra più squadre di diversi gruppi, a decidere la qualificazione alla Serie A sarà il numero dei punti conquistati. In caso di arrivo in parità tra due squadre dello stesso girone, però, non è chiaro quale sarà il criterio per determinare la squadra qualificata.

La Lazio, che fin dalla sua nascita fa parte dell’élite del calcio italiano e che ha vinto per 4 volte il Campionato dell’Italia Meridionale giocando tre finali scudetto (la quarta, quella del 1915, è quella mai disputata con titolo assegnato d’ufficio al Genoa) viene inserita nel Girone B, un gruppo di ferro con 5 squadre che avevano già vinto almeno uno scudetto più due potenze economiche come il Venezia e il Brescia, ed infine Lazio e Napoli che da anni si dividevano il dominio del campionato dell’Italia Meridionale. Su pressioni politiche, la neonata Roma (creata dal federale Foschi per volontà di Benito Mussolini) viene inserita nel Girone A, decisamente più abbordabile visto che le uniche squadre di rango superiore sono il Torino e il Milan. Per la Lazio, quindi, si tratta di un’annata di transizione con l’unico obiettivo quello di conquistare uno degli 8 posti utili per l’ingresso nella nascente Serie A.

All’ultima giornata, la Lazio è ottava in classifica, a pari merito con il Napoli e, ironia della sorte, l’ultima partita è proprio Lazio-Napoli, in programma allo Stadio della Rondinella. Il 16 giugno, in uno stadio gremito e presidiato dalle forze dell’ordine a causa della presenza di migliaia di tifosi napoletani, la partita finisce 0-0, con Lazio e Napoli che chiudono appaiate in classifica con 29 punti. E a quel punto, la battaglia sul campo si trasforma in una guerra di carte bollate. La Lazio ha chiuso il campionato con una miglior differenza reti rispetto al Napoli (+8 contro -3), quindi si considera qualificata per la nascente Serie A. Il Napoli fa ricorso, pretendendo e ottenendo di giocarsi la qualificazione in uno spareggio da giocare in campo neutro. A quel punto, fa ricorso anche la Triestina, che è arrivata nona nel Gruppo A, ma con gli stessi punti conquistati da Lazio e Napoli nell’altro girone. Un caos.

Dopo giorni di discussioni, la Federcalcio fissa giorno e data dello spareggio tra Lazio e Napoli. Si gioca a Milano il 23 giugno: partita secca, chi vince va nella nascente Serie A, chi perde finisce in B. Lo Stadio Comunale di Milano è gremito di tifosi napoletani, ma sono presenti anche molti tifosi laziali che espongono uno di primi striscioni della storia del tifo. Un “Forza Lazio” che fa quasi tenerezza rispetto agli striscioni di oggi, ma che è ancora una sorta di saluto tra tifosi di fede biancoceleste e un modo per chiudere qualsiasi discussione, con l’altro che risponde “sempre Forza Lazio”.

La Lazio parte forte e va in vantaggio con un gran tiro del suo capocannoniere, Spivach, che spedisce il pallone in un angolo in cui Valeriani non può arrivare. A quel punto, sale in cattedra Attila Sallustro, il centravanti del Napoli, uno dei tanti oriundi dell’epoca. Sallustro è nato ad Asunciòn, in Paraguay, ma è figlio di emigranti e quando il calcio italiano apre al professionismo si imbarca e torna in Italia in cerca di fortuna calcistica e la trova a Napoli. Sallustro sale in cielo e di testa batte Ezio Sclavi, il capitano della Lazio, uno dei più grandi portieri della storia. La Lazio sbanda, la partita diventa una corrida e Saraceni davanti all’ennesima provocazione reagisce stendendo con un pugno Fenili. Cartellino rosso e Lazio costretta a giocare l’ultima mezz’ora in 10. Il nervosismo cresce e la Lazio rischia di restare addirittura in 8 quando Caimmi e Rier iniziano a litigare. Lo scontro non degenera solo perché Sclavi abbandona la porta e da capitano mette fine alla discussione, convincendo l’arbitro Carraro di Padova che si trattava solo di discussioni tattiche,mentre invece Caimmi aveva insultato Rier perché restava in attacco senza dare una mano al resto della squadra che stava cercando di sopperire all’espulsione di Saraceni.

A 20 minuti dal termine, l’assedio del Napoli produce l’effetto sperato per i partenopei, con Innocenti II che si presenta solo davanti a Sclavi e lo batte in uscita con un preciso rasoterra. La Lazio si butta all’assalto, lasciando praterie per Sallustro e Buscaglia che non trovano la via del gol solo perché Sclavi cala la saracinesca e con le sue parate tiene in vita le speranze di pareggio. A meno di 10 minuti dal termine, Cevenini lancia ad occhi chiusi un pallone nell’area napoletana: sembra un cross senza troppe pretese, ma il pallone all’improvviso cambia traiettoria e si trasforma in un tiro in porta che coglie completamente di sorpresa Valeriani: 2-2. Lazio e Napoli si giocano la qualificazione alla Serie A ai supplementari, i primi nella storia del calcio italiano. Quei minuti extra per la Lazio sono un vero e proprio supplizio, perché gli attacchi del Napoli assumono i connotati di un vero e proprio assedio. Davanti a Sclavi, si susseguono delle mischie furibonde con il portiere che si lancia tra le gambe di compagni e avversari per strappare il pallone rischiando più volte di prendere un calcio in testa. Quando l’arbitro fischia la fine, i giocatori cadono a terra stremati. Non sono bastate due battaglie in una settimana e 210 minuti di gioco per decidere chi tra Lazio e Napoli parteciperà al nascente campionato di Serie A.

Si va verso un terzo “spareggio”, da giocare la settimana successiva sempre a Milano. Ma nei giorni successivi, facendo leva sul sentimento patriottico del regime e sul fatto che Trieste era considerata il simbolo della riscossa italiana, i dirigenti della Triestina convincono la Federcalcio ad aumentare da 16 a 18 il numero delle squadre destinata a partecipare al primo campionato di Serie A. La Federazione accoglie il ricorso della Triestina e ordina non solo l’annullamento dello spareggio tra Lazio e Napoli programmato per il 30 giugno a Milano, ma addirittura la cancellazione dagli atti ufficiali della partita giocata il 23 giugno. Quello spareggio tra Lazio e Napoli, quindi, diventa una sorta di partita fantasma, ricordata negli annali solo per l’impresa compiuta da quei ragazzi che per oltre un’ora hanno resistito in 10 contro 11 agli assalti del Napoli. Una delle tante imprese che hanno reso leggendaria lo storia di questo club.

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19 ottobre 1921, nasce Gunnar Nordahl

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Il 19 Ottobre 1921 nasce a Hornefors in Svezia, Gunnar Nordahl, centravanti del Milan degli anni ’50, unico giocatore nella storia della serie A capace di vincere per 5 volte, e sempre con la maglia del Milan, la classifica dei marcatori.

Arriva in Italia quasi ventottenne: quel 22 gennaio del ’49 ad aspettarlo alla stazione di Milano ci sono 3 mila tifosi rossoneri, lo portano in trionfo sulle spalle, nell’agitazione in quattro finiscono all’ospedale.

La fama dell’asso nato oltre il circolo polare artico, dove la temperatura è sempre sotto zero, è alle stelle. Nella nazionale svedese ha già segnato 43 gol in 33 partite, in campionato si è laureato per 4 volte capocannoniere, ha vinto 4 scudetti e una Coppa di Svezia. Quello che colpisce è la stazza fisica: un metro e 80 per 95 kg e 105 cm di torace.

Campione con la Svezia ai Giochi Olimpici del ’48, destinato alla Juventus, finisce al Milan per un caso. Il club bianconero, all’ultimo, gli preferisce Ploeger, soffiandolo ai rossoneri, e l’avvocato Agnelli per calmare le acque rinuncia all’opzione su di lui. Per il Milan, il ripiego si trasforma in un affare colossale. Nel finale di stagione 1948-49 Nordahl va a segno per 16 volte in 15 gare. È l’antipasto ai 210 gol (in 257 gare) che farà in 8 stagioni con la casacca rossonera. Nella sua bacheca 2 scudetti, 5 titoli di goleador e due Coppe Latine.

Attaccante di rara forza fisica, ama partire da lontano ma lanciato è inarrestabile, una furia che travolge ogni ostacolo. La sua forza atletica fa da contraltare al carattere mite, allegro e generoso, alla correttezza esemplare in campo. L’ultima fase della carriera è legata alla Roma: a 36 anni è difficile pronosticarli grandi imprese, invece realizza 14 gol in 34 partite prima di abbandonare. E così porta il totale a 225 reti in 281 gare (cui si aggiungono le 228 realizzate in Svezia).

Nella storia della Serie A solo due giocatori sono riusciti a segnare più reti: il primo in assoluto è Silvio Piola con 274 reti e il secondo è Francesco Totti con 232. Ma nessuno ha avuto la media reti dello svedese (0,77 reti a partita).

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Le maglie, bagnate, di sangue di sudore…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Una foto in bianco e nero, d’altri tempi, che riporta alla mente un altro calcio giocato da uomini che lottavano con il coltello tra i denti in stadi stracolmi di gente e d’entusiasmo: un calcio di maglie bagnate di sangue e di sudore, realmente, non solo nelle parole del testo di“non mollare mai”. Questa è la foto scattata alla fine di un Lazio-Fiorentina del 19 ottobre del 1969: il giorno della prima doppietta di Giorgio Chinaglia in Serie A, la domenica in cui una Lazietta appena tornata tra le grandi del calcio italiano, trascinata da un gigante italiano cresciuto in Galles, si permette il lusso di battere per 5-1 una Fiorentina che gioca con lo scudetto sul petto. Quel gigante si chiama Giorgio Chinaglia, ed è stato scoperto da Juan Carlos Lorenzo, un personaggio che sembra uscito da una di quelle commedie all’italiana degli anni Sessanta: istrionico, pittoresco, ma soprattutto un po’ folle. Quella foto con i giocatori della Lazio schierati a centrocampo a fine partita per immortalare l’epica impresa, con le maglie fradice di sudore che le fanno sembrare più blu che celesti scure (con un elegantissimo colletto bianco molto british…), diventa la figurina d’apertura della pagina della Lazio dell’album di figurine dei Calciatori della Panini del 1969.

Per Giorgio Chinaglia, reduce da un gol segnato al Milan Campione d’Europa (il suo primo in Serie A), quella è la domenica della definitiva consacrazione. Ma l’avvio di Long John nella Lazio è stato tutt’altro che rose e fiori. Anzi. I tifosi, già scottati da recenti “bufale”, quando lo vedono in campo per la prima volta si guardano perplessi: è sgraziato, è grasso e anche dal punto di vista tecnico lascia molto a desiderare. Ma Juan Carlos Lorenzo, nonostante il giudizio lapidario sul giovane Chinaglia del suo connazionale Omar Sívori (“Chinaglia? Non è un giocatore da Serie A. Mi sembra un elefante chiuso a chiave in un negozio di ceramiche”) è convinto di avere tra le mani un diamante grezzo che deve solo essere lavorato per diventare una pietra di inestimabile valore.

Il feeling tra Giorgione e Lorenzo scatta al primo incontro. Me lo racconta Giorgio in una delle tante serate passate insieme e in cui, tra un bicchiere e l’altro di Chivas Regal, lui ama aprire lo scrigno dei ricordi. E l’episodio risale a quando Chinaglia gioca ancora nell’Internapoli e, anche se ha il passaporto britannico, essendo italiano a tutti gli effetti Giorgio deve andare a fare il militare. Car a Bologna, poi Roma, compagnia atleti, perché è stato convocato nella nazionale di Serie C. A Roma Giorgio si mette subito nei guai. Rientra tardi in caserma dopo esser stato a cena fuori e, per giunta, senza il permesso per uscire. Discute con un superiore, lo spintona e finisce al carcere militare. Quindici giorni in cella di rigore. In quei giorni, grazie a qualche buona amicizia, Juan Carlos Lorenzo riesce a entrare in carcere e a parlare con Chinaglia. Giorgio è una sorta di bue: grande, grosso, ma anche grasso. E in cella di rigore, si mangia poco. Quindi, quando Lorenzo si presenta gli dice: “Prima di parlare di qualsiasi cosa, mi faccia avere un pollo arrosto con patate al forno. Ho una fame che non ci vedo”. Lorenzo esaudisce il desiderio e, con quel gesto, si conquista per sempre la stima e l’affetto di quel gigante scontroso ma onesto e riconoscente.

In quell’estate storica del 1969, in cui tutta l’attenzione del mondo è rivolta alla missione Apollo con destinazione la Luna, la Lazio si raduna a Tor di Quinto il 25 luglio 1969, ovvero cinque giorni dopo lo sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Edwin Aldrin. Tifosi e giornalisti vedono quel gigante il primo giorno, poi Chinaglia sparisce. Lorenzo ha deciso di prepararlo a modo suo: 8-10 ore al giorno di lavoro in una palestra dalle parti di Via Barberini e cura dimagrante. In combutta con il dottor Ziaco, Lorenzo toglie a Chinaglia anche le chiavi dell’ascensore di casa, quindi Giorgio deve fare dieci piani a piedi ogni volta che entra o esce dal suo appartamento. Di pallone, poco o niente. Un tempo nell’amichevole del 24 agosto con la Fiorentina, tribuna il 7 settembre in un derby di Coppa Italia passato alla storia. Con la Roma in vantaggio 1-0, allo stadio va via la luce all’improvviso e Concetto Lo Bello sospende la partita, assegnando di fatto il 2-0 a tavolino ai giallorossi. E qualcuno sostiene che sia stato Juan Carlos Lorenzo stesso a staccare l’interruttore.

In molti a Roma pensano che Chinaglia sia solo l’ennesimo bidone sbarcato nel mondo Lazio, tra l’altro pagato a peso d’oro, un po’ come Tomy, ma Juan Carlos Lorenzo ripete: “Tranquilli, Chinaglia è un fenomeno, garantisco io”. E ha ragione. Lo utilizza a Perugia in Coppa Italia, ma capisce che non è pronto e lo sostituisce con Morrone, poi nelle partite successive gli preferisce Ghio e Fortunato. La Lazio è una squadra giovane e, insieme a Chinaglia e Wilson, Lorenzo fa debuttare anche Papadopulo, Polentes, Oddi e Massa. L’esordio in Serie A di Long John, arriva il 21 settembre del 1969, nella sfortunata trasferta di Bologna. La domenica successiva, Juan Carlos Lorenzo lo promuove titolare e Giorgio Chinaglia lo ripaga segnando il suo primo gol in serie A: un gol storico, perché consente alla Lazio di mettere ko il Milan neo Campione d’Europa, davanti a 65.000 spettatori. Sono 65.000, anche se con enfasi tipica dell’epoca Enrico Ameri nella sua radiocronaca parla di 90.000 spettatori.

[…]

Giorgio è al settimo cielo, diventa subito personaggio e finisce in prima pagina sui giornali sportivi ma anche sui settimanali, con il soprannome di Long John. Questo è un passaggio della sua intervista a «L’Intrepido», che gli dedica la copertina: “Sono stato fortunato, infatti ho trovato una squadra giovane, decisa al rilancio. L’allenatore Lorenzo ha puntato tutto sulla velocità, sullo scatto. Io credo che oggi, a essere in crisi, siano gli squadroni di una volta. Ora vanno le squadre veloci, ubriacanti come Fiorentina e Cagliari e, modestamente, anche Lazio e Roma. Le squadre che partono in quarta con motore su di giri. Noi cerchiamo di farlo. In questa stagione, contro il Bologna, nella prima partita abbiamo perso, ma ci siamo subito rifatti la settimana successiva superando il Milan. Io ho segnato a Cudicini la rete del miracolo. Fu un terremoto”.

[…]

Ma torniamo a quella foto, a quel 19 ottobre del 1969. Quella domenica c’è il sole e fa caldo all’Olimpico, un caldo terribile reso ancora più infernale dalla calca che c’è sugli spalti. La vittoria con il Milan e poi quella successiva, hanno scacciato i fantasmi di una crisi dopo gli scivoloni in trasferta contro Bologna e Cagliari: anche se quel Cagliari non è una provinciale qualsiasi, ma una squadra destinata a conquistare alla fine di quella stagione uno scudetto storico, trascinata da Gigi Riva. Quella domenica, come sempre, arrivo presto all’Olimpico, perché ho solo 7 anni e con il mio abbonamento da Aquilotto ho diritto all’ingresso in Tribuna Tevere ma non ho diritto al posto a sedere su quelle panche numerate. Quindi, devo trovare un posto sulle scale, su quei gradini di marmo bianco che in quella domenica brillano alla luce del sole. La partita inizia alle 14.30, ma armato di santa pazienza e di una preziosa busta preparata con cura da mia madre con dentro i panini, entro in Tevere Numerata all’apertura dei cancelli, alle 10 di mattina: sì, 4 ore e mezza prima dell’inizio della partita. Come passavamo il tempo in quelle ore? Leggendo Topolino, ascoltando le canzoni della Hit Parade diffuse dagli altoparlanti dello stadio e aspettando con pazienza l’ingresso delle squadre per salutare i tifosi e controllare il campo. Era un vero e proprio rito quello e dal momento in cui i giocatori, vestiti in borghese (non c’erano le divise sociali e quasi nessuno arrivava allo stadio in tuta…) uscivano da quel tunnel incastrato tra la Curva Sud e la Tribuna Monte Mario, iniziava il vero conto alla rovescia. E in occasione delle partite di cartello, a quel punto, a quasi un’ora e mezza dal fischio iniziale, lo stadio era già pieno, stracolmo.

Quel Lazio-Fiorentina inizia male, malissimo. Dopo appena 3 minuti segna Chiarugi, uno dei giocatori che calcisticamente parlando ho odiato di più insieme a Oscar “flipper” Damiani: perché ci segnava sempre, perché era uno di quelli che cercavano sempre il calcio di rigore, che simulavano spesso e volentieri e per ingannare l’arbitro (all’epoca, gli scarpini erano tutti neri e per il direttore di gara era difficile distinguere il piede di chi toccava quello di un altro giocatore) arrivavano a simulare, toccandosi con la punta dello scarpino in tacco dell’altro piede per poi franare a terra appena entrati in area se un difensore osava avvicinarsi o tentare l’intervento. Anche quella domenica, Chiarugi ci punisce, dopo appena 3 minuti, al primo tiro in porta. Sembra l’inizio di una goleada da parte dei Campioni d’Italia, invece quel gol è la scossa che serve alla Lazio per liberarsi da pensieri e paure, ed in dieci minuti si passa dalla depressione all’incredulità, all’esaltazione: al 17’ arriva il gol di Nello Governato, detto “il professore”, poi il gol del sorpasso firmato da Cucchi e al 27’ il primo dei 2 gol di Giorgio Chinaglia, quello che di fatto chiude la partita. Poi, nella ripresa arrivano il 4-1 di Morrone in contropiede e il definitivo 5-1 segnato da Chinaglia sotto la Nord con una sorta di pallonetto che beffa Superchi.

[…]

Chinaglia si specializza nel raccogliere “scalpi” importanti, visto che dopo il gol al Milan e la doppietta in quella domenica in cui la Lazio umilia la Fiorentina Campione d’Italia in carica, Long John segna anche all’Inter e alla Juventus, piegate come il Milan tra le mura amiche dell’Olimpico. Alla fine della sua prima stagione, Chinaglia firma 12 reti e guida la Lazio neo promossa verso un inaspettato ottavo posto in classifica e alla qualificazione per la Coppa delle Fiere. I gol di Giorgio non sono passati inosservati, al punto che il ct azzurro Ferruccio Valcareggi lo inserisce nella lista dei 40 papabili per partecipare ai Mondiali di Messico ’70. Ma nella lista dei 22 che partono per quell’avventura, il nome di Chinaglia non c’è, lui resta a casa. L’appuntamento con l’azzurro e con i Mondiali è rinviato. Anche se quello tra Giorgio e la maglia azzurra è un rapporto difficile, conflittuale. Forse perché lui, da ex emigrante, tiene troppo alla Nazionale. “Io sono italiano. Anzi sono doppiamente italiano perché ho vissuto all’estero”. Ma questa, è un’altra storia…

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“Berni”, una vita da partigiano

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CORRIERE TORINO (Mauro Berruto) – Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia, come quei pugni guantati di nero alzati da Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri ai Giochi Olimpici di Città del Messico, proprio cinquanta anni fa. Ci sono gesti che passano alla storia proprio perché non si compiono. Bruno Neri era un calciatore, classe 1910. Un po’ atipico, in verità. Raffinato intellettuale, frequentatore di teatri, musei, pinacoteche e accanito lettore, faceva anche correre bene il pallone, lui mediano cresciuto alla scuola dell’allenatore ungherese Béla Belassa. Raccontano le cronache del tempo, in occasione della sua convocazione in Nazionale: «Neri imposta magnificamente l’azione per Meazza, Ferrari, Piola». Anni duri, quegli anni ’30. Da una parte lo sport, il calcio in particolare, con gli azzurri che diventano Campioni del Mondo nel 1934 e nel 1938, dall’altra la depressione economica, crisi, malcontento. E quando un Paese si ammala di rabbia, c’è sempre qualche forma parassita di propaganda pronta a nutrirsi del dolore della gente. In quel caso la propaganda assume i connotati del fascismo che non è più alle porte, è già nella testa di tutti. O quasi. Bruno Neri, per esempio, nella testa ha altro. Non pensa solo al calcio. Neri gioca, sì, ma parla, ascolta, legge, osserva. Pensa. Nel novembre del 1936 viene convocato con la Nazionale per una partita contro la Germania, a Berlino. Tre mesi prima all’Olympiastadion, ci sono stati i Giochi Olimpici, quelli che il Fuhrer inizialmente non voleva, ma che aveva poi trasformato in un gigantesco show, affidandone il racconto alla regista Leni Riefenstahl. Bruno Neri è in panchina, ha più tempo per pensare. Intuisce, capisce, registra. L’anno dopo viene acquistato dal Torino. Alloggia in città al «Dogana Vecchia» in Via Corte d’Appello, frequenta artisti e intellettuali. Sostiene esami universitari a Napoli dove è iscritto alla facoltà di Lingue Orientali. Nel Torino gioca fino al 1940, poi torna, trentenne, nella sua Faenza e con un po’ di soldi messi da parte compra un’officina. La situazione politica, però, precipita e Bruno Neri, come sempre, decide di impostare l’azione. In questo caso non si tratta di una palla da far arrivare dalle parti di Meazza o di Piola. No. E un’azione di resistenza armata. Bruno Neri diventa il Partigiano «Berni» e, visto che fare da collegamento fra i reparti gli è sempre venuto naturale, fonda un’organizzazione il cui compito è quello di fare da ponte fra le brigate partigiane. II 10 luglio 1944 lui e «Nico», l’amico cestista Vittorio Bellenghi, vanno in avanscoperta. Devono perlustrare una strada per un’operazione di recupero di un lancio di alleati sul Monte Lavane, verificando che non ci siano tedeschi. Ne troveranno, inaspettatamente, una quindicina dietro una curva. Moriranno entrambi, sul campo. Non un campo di calcio, né di basket. Un campo di battaglia, nei pressi dell’eremo di Gamogna, vicino a un cimitero. Il vecchio presidente della Fiorentina, il gerarca fascista Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, aveva capito tutto da un pezzo. Da quel 10 settembre 1931, giorno dell’inaugurazione dello stadio di Firenze, intitolato allo squadrista Giovanni Berta, buttato in Arno da un operaio comunista. Lo aveva capito, il Marchese Ridolfi, quando 14 dei suoi 15 calciatori, tutti disposti in fila, avevano omaggiato la tribuna con il braccio ben teso nel saluto fascista. Uno solo aveva tenuto le braccia abbassate. Uno solo. Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia e ci sono gesti che non si compiono e per i quali la storia, presto o tardi, chiede un prezzo. Pare che il Marchese Ridolfo provasse una certa forma di affetto per Bruno Neri, forse intuendo che avrebbe fatto una brutta fine. Chissà quali furono i suoi pensieri, quando ormai diventato presidente della Federazione Italiana Atletica Leggera e poi della Federazione Italiana Gioco Calcio, lo seppe trucidato, su una strada di campagna, da pallottole naziste. Giù le mani da questa storia, squadristi di ogni tempo. Questo è il fiore, granata, del Partigiano Berni, morto perla libertà.

da Corriere Torino di Mauro Berruto

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