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La Penna degli Altri

Addio a Gustavo Giagnoni, idolo del Torino che sfiorò lo scudetto

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ILFOGLIO.IT (Giovanni Battistuzzi) – L’ex allenatore è stato sempre un controsenso, uno che si concentrava sull’essenziale, sul campo, sugli aspetti pratici, ma che poi veniva apprezzato e ricordato più per atteggiamenti e eventi extracalcistici

Non era vanitoso o modaiolo, eppure se lo ricordano tutti come “l’allenatore col colbacco”. Non era violento, eppure se lo ricordano per un pugno a Franco Causio. Gustavo Giagnoni nel mondo calcistico è stato sempre un controsenso, uno che si concentrava sull’essenziale, sul campo, sugli aspetti pratici del gioco del calcio, ma che poi, in un modo o nell’altro, veniva apprezzato più per come si poneva, per quei momenti nei quali “mi si chiudeva la vena e sragionavo”. Proprio come accadde contro la Juventus, quando Causio, che giocava sull’ala vicina alle panchine, andò a sbeffeggiarlo dopo il gol di Cuccureddu e Giagnoni, allora sulla panchina del Torino, gli mollò un destro sullo zigomo. Venne espulso, una volta uscito dal campo però venne portato in trionfo dalla tifoseria granata. Era il 9 dicembre 1973, il Toro perse 1-0 e il suo allenatore non fu mai amato così tanto. Neppure il secondo posto in campionato di due anni prima a un punto dai bianconeri, neppure il cosiddetto tremendismo granata, la squadra che correva, lottava, menava e non si arrendeva, poté competere con quel pugno. Gustavo Giagnoni passò una vita a ripetere che non era mai stato fiero di quello che aveva fatto, ma nessuno gli badò, perché era già diventato simbolo della squadra del popolo che si rivolta a quella dei padroni, e contro i simboli non ci si può fare niente. Giagnoni negli ultimi anni iniziò a scherzarci su. Ha smesso oggi, a Mantova, la città che lo aveva adottato, quella che ha amato più di tutte.

A Mantova si era ritrovato seguendo il pallone e scappando dalla tonaca. I suoi genitori lo avevano mandato in seminario, lo volevano prete, ma Giagnoni alle messe religiose preferiva quelle laiche della domenica pomeriggio, quelle che si celebravano in un campo non sempre verde. Quando lo vide giocare in parrocchia l’ex ala sinistra della Nazionale italiana campione del mondo nel 1938, Gino Colaussi, lo volle all’Olbia. Sosteneva potesse diventare un grandissimo, perché “aveva quella dote rara di posizionarsi in campo nel modo più utile alla squadra”. Da Olbia partì e scese prima a Reggio Emilia, in quarta serie, poi si trasferì a Mantova, sempre in quarta serie. Pensava di essere il Lombardia, si ritrovò in Brasile. Perché con Edmondo Fabbri in panchina quella squadra aveva iniziato a giocare così bene che sembrava di vedere la Seleçao, anche perché la seconda maglia della formazione agevolava il confronto, quanto meno cromatico: gialla e verde. La chiamarono il “Piccolo Brasile” e Giagnoni guidava la difesa, la sistemava come Fabbri ordinava, la rendeva ermetica. In quattro anni si ritrovò in serie A e “nemmeno me ne accorsi. Furono quattro anni incredibili”.

Smise di giocare a 32 anni e i dirigenti del Mantova gli proposero di allenare. Partì dalle giovanili, si ritrovò dopo poco in prima squadra. Tre stagioni, una salvezza ottenuta quando pareva disperata, una promozione mancata, la serie A ottenuta sul campo, ma mai goduta. Si trasferì al Torino, rischiò di vincere uno scudetto, ma “con una Juventus iperfavorita dagli arbitri c’è poco da fare. E’ sempre così, ogni tanto giocano in dodici”.

Giagnoni non le ha mai mandate a dire. Anzi. Sapeva benissimo come farsi ben volere, aveva occhio e orecchio per capire l’ambiente. Anche per questo è stato amatissimo ovunque è andato, quasi che con lui non contassero i risultati, ma solo la persona. Raccontò a TuttoToro: “Quando giunsi a Torino trovai una situazione davvero poco felice. L’ambiente era sfiduciato e, per molte ragioni, il pubblico era arrabbiato con la squadra. Non avete idea di come possano essere tremendi i tifosi granata quando sono arrabbiati! Ebbene, io mi resi conto di non avere molte alternative: se volevo ‘sopravvivere’ a quell’ambiente dovevo per forza assecondare la carica di agonismo represso che si respirava e dunque iniziai ad assumere un atteggiamento aggressivo ed intransigente che servì, da un lato, a caricare a dovere la squadra e dall’altro a farmi ‘adottare’ dai tifosi cui piacque questo mio volto ringhioso che però, lo ribadisco, non mi appartiene né per carattere né per cultura”.

Poi arrivò il colbacco. O meglio poi si accorsero del colbacco. Perché quel colbacco Giagnoni se lo portava in giro da Mantova – “fu un regalo di un amico mantovano perché sapeva che con il freddo mi faceva male la testa” – ma soltanto a Torino divenne un oggetto sacro, forse scaramantico, sicuramente identitario. “I tifosi, conquistati dal mio atteggiamento che, ripeto, dovetti quasi per forza assumere, iniziarono addirittura ad indossare in massa il colbacco che portavo in quanto a Torino il clima d’inverno mi risultava freddo. Divenne una specie di ‘moda da stadio’ e, quando me ne resi conto, fui costretto ad assecondare questa moda indossando il colbacco anche quando, francamente, non sarebbe stato strettamente necessario”.

A Torino Giagnoni visse il suo periodo migliore, una cosa sola con i suoi uomini, con i tifosi, con la città. Il suo calcio per funzionare aveva bisogno di questo, perché era fatto più di identità e sacrificio che di tattica, più di voglia di non mollare che di schemi. Passò per il Milan, per il Bologna, per la Roma, per un’altra decina di squadre, ma non funzionò mai. Prima di salutare la panchina si ritrovò nel febbraio del 1990 a Cremona. Lì riuscì nell’impresa di riportare in serie A una Cremonese che stazionava a metà classifica senza grandi ambizioni. L’ultimo colpo da maestro, prima del finale triste dell’ennesima retrocessione. Dalla panchina si spostò in un ufficio del club e non volle più allenare nonostante le offerte ricevute. Anni dopo, intervistato dalla Rai si stupì che ancora in molti lo chiamassero: “La cosa incredibile è che mi vorrebbero ancora. Non si sono dimenticati di me”. Difficile dimenticarsi di uno come Giagnoni.

Quando divenne allenatore del Torino nel 2005, Gianni De Biasi lo indicò addirittura come modello: “Mi ispiro a Giagnoni. Ho imparato a conoscerlo e ad apprezzarlo a Palermo, quando sono stato suo giocato­re: stagione 1983-’84. Il mister amava il dialogo e il confronto con i suoi giocatori, era sangui­gno e irascibile, come credo di essere io. Anzi: come ero io, l’e­sperienza ha un po’ placato i bollori ardenti. Giagnoni non scendeva a compromessi, era genuino ma sapeva farsi ri­spettare: una figura vecchio stampo, tuttavia penso che cer­ti valori non passino mai di moda”.

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Quel 18 giugno nel quale la Ternana scrisse la storia del calcio umbro

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CALCIOFERE.IT – Un articolo di Emanuele Lombardini per calciofere.it ci ricorda come il 18 giugno 1972 la Ternana, battendo il Novara per 3-1, conquistava per la prima volta nella sua storia la serie A.

La squadra di Corrado Viciani e del presidente Giorgio Taddei era “senza stelle, ma con giocatori capaci di vincere con la forza del gruppo”.

La Ternana è la prima squadra umbra a raggiungere la serie A, il Perugia dovrà attendere la stagione 1974/75. L’autore poi cita un articolo dell’epoca tratto da Tuttosport …“Ha vinto la Ternana, ha vinto Viciani il meraviglioso pubblico ternano. Quel pubblico che è stato vicinissimo alla squadra sin dall’inizio ed ha invaso gli stadi di tutta Italia per sostenere il proprio undici. Corrado Viciani, il tecnico che ha sempre tenuto i piedi in terra e che  è riuscito a caricare gli atleti al punto giusto, è stato di una compostezza esemplare. Al suo posto, qualcuno avrebbe potuto perdere la testa”.

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Il 17 giugno 1970 la partita del secolo, Italia-Germania 4-3

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ILVALOREITALIANO.IT (Carlo Saccomando) – Una partita universalmente nota come “la partita del secolo”… parliamo ovviamente di Italia – Germania 4-3 giocata esattamente 49 anni fa allo stadio Atzeca di Città del Messico. Un incontro valevole come semifinale mondiale del 1970, in Messico, davanti ad un pubblico di ben 102.444 spettatori e oltre 30 milioni di telespettatori. Insomma il primo mondiale davvero “live”. Perché è considerata la “partita del secolo“?  … si chiede Carlo Saccomando nell’articolo, splendido, pubblicato oggi da ilvaloreitaliano.it…

“Le componenti che hanno reso questo evento epico sono diverse e nello stesso tempo complicate da spiegare tutte. Sicuramente il risultato finale di 4-3, per la maniera nel quale è maturato, ha contributo in gran parte alla straordinarietà dell’accaduto. In più si consideri la rivalità calcistica, che aumenterà sempre di più negli anni a venire, oltre che a quella politica, figlia di rapporti diplomatici instaurati tra i due stati dalla loro nascita, nella seconda metà dell’Ottocento, sino all’alleanza durante la seconda guerra mondiale. Una collaborazione arenata prima della fine del conflitto mondiale e terminata amaramente, come i fatti di storia insegnano. È molto calzante una frase apparsa sul quotidiano Repubblica nel 2016, che dice così: ” “Loro, si dice, ci amano ma non ci stimano. Noi, si dice, li stimiamo ma non possiamo amarli.”

Nell’articolo si ripercorre il cammino delle due squadre sino alla storica sfida, avvenuta alla nostra mezzanotte “con 25 gradi di temperatura, un’umidità da tenerti incollata la maglietta al corpo come una seconda pelle e si giocava ad un’altitudine di circa 2.200 mt , tale da fiaccarti il respiro e renderti poco lucido se non sei abituato. Altri particolari che arricchiscono il significato di questo incontro”. 

Poi l’autore si concentra sulla descrizione della gara e racconta la fantastica girandola di emozione e di reti: prima Boninsegna, poi il pareggio di Schnellinger, lasciato incredibilmente da solo in pieno recupero al 93′. Quindi i supplementari, dove la Germania si porta in vantaggio, con gol di Gerd Müller. Dopo solo quattro minuti arriva il pareggio Burgnich e, un minuto prima del termine del primo supplementare, una straordinaria azione di Gigi Riva in contropiede regala ancora all’Italia il vantaggio. Al”inizio del secondo tempo supplementare la Germania Ovest trova con Seeler. Dopo neanche un minuto sigla il definitivo 4-3…. “Fu un’azione corale, la più bella della competizione per gli azzurri, a far scaturire il gol vittoria: palla rimessa in gioco dal centro campo, undici passaggi, nessun intervento dei tedeschi e conclusione di Gianni Rivera, che da centro area di piatto destro spiazzò Maier. La partita nonostante non venga ricordata negli annali tra le più spettacolari a livello di gioco, viene considerata ancora oggi tra le più emozionanti ed influenti nella storia del calcio professionistico. Non a caso i tifosi messicani per onorare l’avvenimento decisero di murare una lapide all’esterno dello Stadio Azteca per ricordare una partita che aveva esaltato il gusto latino-americano per lo spettacolo e la battaglia”.

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La triste storia del portiere Giuliani

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SPORTVITERBO.IT – Giuliano Giuliani era il solitario della compagnia, non solo per il ruolo che aveva in campo. Sulla Coppa Uefa del Napoli (17 maggio 1989) e sullo scudetto del 1990 ci sono anche i suoi guantoni. Ma pochi anni dopo oggi sono 20 da quel 14 novembre 1996 – “Giulio” è morto al reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. A 38 anni se l’è portato via una complicazione polmonare, dopo che aveva accompagnato a scuola la figlia Gessica. Giuliani aveva l’Aids- contagio forse verificatosi in Argentina – e il suo fisico era già minato dal 1994, quando si era ritirato sui colli bolognesi. Il calcio italiano lo ha rimosso ancora prima della sua morte, come sua unica vittima per il virus killer. Era un buonissimo portiere secondo l’allenatore Osvaldo Bagnoli, che lo aveva allenato al Verona per tre anni. Sia a Verona che a Napoli, Giuliani aveva rimpiazzato Garella, in una sorta di rincorsa che nella seconda metà degli anni 80 lo aveva consacrato come uno dei migliori, subito dopo la coppia Zenga-Tacconi. Aveva fatto la riserva dello juventino all’Olimpiade di Seul 1988, prima di finire alla corte di Maradona. Le sue idee sempre avanti: voleva creare un raggio laser per misurare la distanza della barriera, aveva un negozio di abbigliamento, disegnava le maglie con cui giocava e le commercializzava. Sul campo era tra i 4-5 migliori: non era uno showman che si atteggiava, ma era un portiere essenziale. Ha lasciato un bel ricordo tra i suoi compagni. I calcio lo ha dimenticato perché in quegli anni si scappava da quella malattia.

Giuliani era stato cresciuto dagli zii ad Arezzo e aveva iniziato per emulare Albertosi. Diplomato geometra, era esploso nel Como, frequentava la Milano da bere ed era sposato con Raffaella, modella e conduttrice tv.

Tutti si sono dimenticati di quel portiere morto da solo – nel novembre del 1996- nel reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Emarginato non solo da tutto il mondo del calcio, che aveva lasciato, ma anche dai suoi ex compagni e amici come ha denunciato la moglie. Un destino triste, come quello probabilmente di tante altre persone meno famose che negli anni 90 pagarono sulla loro pelle il dilagarsi di quella malattia sconosciuta. Giuliani a Napoli non fu una comparsa: vinse l’Uefa nell’89 e lo scudetto del 90. Si fece apprezzare per essere l’esatto opposto del suo predecessore Garella. Amato dai compagni anche per la sua sobrietà. Avrebbe pagato una sola notte di follia, l’unica in cui, disse, tradi la moglie. Insieme a tutta la squadra azzurra partecipò al matrimonio di Maradona. La moglie lo lasciò quando lui confessò di aver contratto la malattia, salvo riavvicinarsi a lui quando il male divenne sempre più invasivo.

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