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Calcio, Arte & Società

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Seconda Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Carlo Brizzi) – Il 1968 è stato un periodo storico che sconvolse il quieto vivere della nazione segnalandosi per fenomeni eversivi. In Francia i cortei di studenti e operai avevano innalzato cartelli con la scritta “L’immaginazione al potere”, ma in Italia questo concetto fu la base di una rivoluzione. Ci trovammo a vivere con sigle quali Brigate Rosse, Lotta Continua e altre, e assistemmo a delitti e rapimenti che sconvolsero l’intera nazione. Ci abituammo a convivere con uno stato di guerra civile ma non abbandonammo l’attenzione al campionato di calcio. Assistemmo quindi con soddisfazione allo sgarbo che la Lazio fece agli squadroni del nord vincendo il campionato nel 1974. Eravamo pronti per il “Campionato del Mondo” dello stesso anno, che si tenne in Germania, dove realizzammo un’altra figura penosa mangiandoci la dote del secondo posto conquistato quattro anni prima. Non ci disperammo perché eravamo attori di un avvenimento storico: in Italia, nel Maggio del 1974, era stato indetto un referendum per stabilire la legalità del divorzio che finalmente divenne legge. Ancora in festa per la battaglia di libertà appena vinta, fummo sconvolti dall’attacco delle BR al cuore dello Stato effettuato il 16 Marzo del 1978 con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro e l’uccisione degli agenti della scorta. Seguì una prigionia dell’esponente democristiano di cinquantacinque giorni in un appartamento di Roma, mentre le forze dell’ordine erano impegnate in una ricerca affannosa e senza esito positivo. L’ultimo oltraggio fu l’annunciato ritrovamento del cadavere di Moro in una via centrale della capitale all’interno di un’automobile. Fu un attacco alla democrazia che però non vacillò e negli anni successivi lo Stato riaffermò la sua supremazia sconfiggendo definitivamente le organizzazioni rivoluzionarie e arrestandone i componenti. L’Italia calcistica superò il triste periodo perché era concentrata sul Mondiale alle porte che si sarebbe tenuto in Argentina. La nostra rappresentativa era molto valida e ispirava una certa fiducia e, infatti, disputammo un buon campionato battendo l’Argentina che l’avrebbe conquistato e finendo al quarto posto per mera sfortuna. La compensazione fortunata venne con l’elezione a Presidente della Repubblica di Sandro Pertini che divenne da subito il presidente più amato dagli italiani. Un uomo eccezionale che seppe dare prova di se nelle circostanze difficili attraversate dalla Repubblica, ed anche partecipare con vena patriottica ai momenti felici. Lo ritroviamo, il nostro Presidente, nella veste di tifoso a un campionato mondiale storico, in Spagna nel 1982. Un’epopea azzurra cominciata in modo insoddisfacente nel girone preliminare per vedere poi montare l’autostima della squadra che si trovò ad affrontare una dopo l’altra, vincendo, l’Argentina di Maradona, il Brasile di Falcao e la Polonia di Boniek che non disputò quella partita per infortunio. Il passo successivo fu la finale contro la Germania che vincemmo 3 a 1 senza storia, dopo avere sbagliato un rigore con Cabrini. L’Italia dette spettacolo, Conti fu giudicato la migliore ala del torneo e Paolo Rossi fu il capocannoniere. Gli Azzurri rientrarono in Italia nell’“Aereo di Stato” ospiti del Presidente Pertini, e furono celebrati con festeggiamenti e onorificenze dalla nazione intera. Il trofeo era tornato tra le nostre mura dopo quarantaquattro anni, in un’Italia che aveva superato la dittatura fascista, una guerra spaventosa e aveva saputo attuare il miracolo della ricostruzione proprio come in quei giorni era stato realizzato il ritorno del nostro sport nazionale a livelli d’eccellenza. Il terrorismo che aveva raggiunto il massimo vigore negli anni settanta aveva dato prova della sua virulenza nell’Agosto del 1980 con lo spaventoso attentato alla stazione di Bologna. Assistevamo compiaciuti alla resa dei conti che portava alla fine dei brigatisti, ma eravamo sbigottiti dalla virulenza della malavita che compieva sequestri di persona a ripetizione mentre a Roma trionfava la banda della Magliana. Un trionfo di altra natura avvenne nel 1983 nella capitale: se la Nazionale italiana aveva impiegato 44 anni per tornare a vincere la Coppa del Mondo, l’Associazione Sportiva Roma ne impiegò 41 per vincere il suo secondo scudetto. La città impazzì, il giallo e il rosso colorarono la città e una quantità enorme di persone, almeno 100.000, festeggiarono l’evento al Circo Massimo. Antonello Venditti scrisse “Grazie Roma”, la più bella canzone mai dedicata a una squadra di calcio, e i romanisti rimasero concentrati sull’evento dell’anno successivo, la Coppa dei Campioni. Il campionato tornò sotto l’egida della Juventus mentre Roma, squadra e città, era tesa al grande evento, la finale della Coppa che si sarebbe tenuta a Roma contro il Liverpool. I cuori romanisti palpitarono fino all’ultimo calcio di rigore tirato fuori, dopo i tempi supplementari, che regalò il trofeo agli inglesi… Eravamo destinati a tornare sotto la supremazia della Juventus? Nemmeno per idea! Il 1985 segnò la rivolta degli umili e la squadra del Verona, che fino allora aveva navigato nelle acque della mediocrità, inaspettatamente si fregiò del titolo di “Campione d’Italia”. L’anno successivo fu folgorato dall’arrivo in Italia del più grande fuoriclasse di tutti i tempi della palla rotonda insieme a O’ Rei Pelé, Diego Armando Maradona! Il Napoli, forte di questo incredibile arrivo, allestì una squadra di alto livello e nel 1987 appuntò sulle maglie lo scudetto tricolore. Era di nuovo l’anno dei mondiali e gli azzurri volarono in Messico in qualità di detentori del titolo ma furono mandati a casa dalla Francia mentre l’Argentina di Maradona vinceva il suo secondo campionato mondiale. Passò alla storia la partita Argentina – Inghilterra per i due goal di Maradona, il primo dei quali segnato furbescamente con un colpo di mano mentre il secondo verrà ricordato come il più bello del secolo, realizzato dopo una serpentina di mezzo campo seminando non so quanti giocatori avversari. Tornammo ai fatti di casa nostra per verificare che la morsa della Juventus sul campionato si era allentata fino a quasi sparire. Il titolo divenne questione tra Inter e Milan, ma poi nel 1990 tornò Maradona a fare mettere al Napoli il sigillo del suo secondo scudetto. Adesso però c’erano di nuovo i mondiali e questa volta a casa nostra! Bennato e la Nannini cantavano “Notti Magiche” mentre l’Italia di Schillaci, allenata da Azeglio Vicini, procedeva suscitando qualche ottimismo, fino a quando nella semifinale giocata a Napoli ci facemmo giocare da un colpo di testa di Caniggia che non era noto per tale specialità. La Germania batté l’Argentina vincendo il titolo, noi ci dovemmo accontentare del terzo posto e cominciammo a fare i conti con i guasti tecnici e finanziari che quella competizione ci aveva lasciato in eredità. Preventivi sforati del doppio (vedi l’Olimpico di Roma) una stazione ferroviaria con relativo ponte d’attraversamento mai utilizzata e altre simili amenità italiche che preannunciavano i tempi bui che sarebbero arrivati di lì a poco. Il Campionato riprese con la sorpresa della simpatia nel nome della Sampdoria. Una formazione con autentici fuoriclasse, quali Vialli, Mancini e Cerezo, allenata da Boskov, quello delle massime tipo… “Rigore è quando arbitro fischia”. La simpatia doriana fu sostituita per tre anni di fila dal 1992 al 1994 più che dal Milan dalla “Rivoluzione Sacchiana” che la squadra lombarda aveva attuato. La squadra milanese, che aveva conosciuto periodi di quasi povertà tecnica, culminata con una retrocessione in serie B, aveva realizzato un’impressionante resurrezione ad opera della nuova proprietà assunta dal potente imprenditore Silvio Berlusconi. Un completo risanamento economico e un primo tentativo di nuovo inquadramento tecnico affidando la squadra a Liedholm, poi era avvenuta la fulminazione di un’idea innovativa affidando la squadra a un allenatore emergente proveniente dal Parma, alfiere di un gioco nuovo e propositivo che realizzò tre scudetti consecutivi e prestigiosi risultati in campo europeo. In quegli anni Milano conquistò gli onori della cronaca anche per uno scandalo di dimensioni mai viste: Tangentopoli. Tutto era cominciato con una mazzetta di modeste dimensioni percepita dall’amministratore, appartenente al Partito Socialista, di un’istituzione benefica di Milano, venne così alla luce un verminaio inimmaginabile. Tutte le attività imprenditoriali erano soggette al pagamento di una tangente ai partiti a danno della comunità. I nomi dei PM milanesi quali Di Pietro, Davigo e Colombo guadagnarono le prime pagine dei giornali e l’intera classe politica italiana venne messa sotto processo. Caddero teste illustri quali Craxi e Forlani, ma anche i pezzi grossi degli altri partiti guadagnarono le loro brave condanne con l’eccezione del Partito Comunista per il quale un eroico funzionario si sacrificò senza compromettere gli alti gradi. Mani Pulite ebbe anche le sue vittime, il presidente dell’Eni Cagliari si tolse la vita in carcere soffocandosi con un sacchetto di plastica, e il capitano d’industria Gardini si sparò un colpo di rivoltella nella sua abitazione milanese. E l’Italia del pallone? La Nazionale era stata affidata ad Arrigo Sacchi, carico dei risultati esaltanti ottenuti con il Milan, e si apprestava ad affrontare i Mondiali che nel 1994 si sarebbero svolti negli Stati Uniti. Questa idea balzana era opera di Henry Kissinger, il segretario di Stato che, per la sua origine austriaca, nutriva un amore per la palla rotonda all’epoca non molto condiviso nella nazione statunitense. Si giocò nel caldo dell’estate americana per interessi mediatici a orari assurdi, combattendo la disidratazione degli atleti con continui rifornimenti d’acqua e qualche necessaria interruzione. Nonostante le non ideali condizioni di gioco gli Azzurri fecero una bellissima competizione terminando secondi dietro il Brasile che vinse ai rigori dopo i tempi supplementari. Il campionato riprese con il ritorno alla vittoria nel 1995 della Juventus che si alternò nella conquista dello scudetto con il Milan, assegnandosi equamente il titolo un anno per uno fino al 1999. Avevamo ancora negli occhi la sfortunata impresa americana che eravamo di nuovo nel clima dei Mondiali, questa volta nella vicina Francia. Ancora una volta gli azzurri si comportarono onorevolmente finendo eliminati nei Quarti dalla Francia che avrebbe poi vinto il titolo. Il ritorno al campionato segnò la novità assoluta del temporaneo allontanamento dal vertice delle squadre del nord e dell’affermazione delle romane, la Lazio nel nuovo secolo, il 2000, e la Roma nel 2001. Ben altro capovolgimento si era realizzato nella politica con la discesa in campo dell’imprenditore Silvio Berlusconi. Il centrodestra aveva preso il governo della nazione, alternandosi con il centrosinistra di Prodi, mentre avevamo eletto Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi. Il Campionato mondiale ci trasportava adesso, nel 2002, in Giappone e Corea e a una disfatta agevolata da un arbitro, tale Moreno, che sarebbe rimasto a lungo nella nostra memoria quale esempio di nefandezza. La Juventus al ritorno dal Mondiale riprese il comando delle operazioni vincendo il campionato 2003/004 ed anche l’anno successivo terminò prima in classifica, ma a quel punto scoppiò lo scandalo. Furono scoperte gravi irregolarità e la Triade, formata da Moggi, Giraudo e Bettega, radiata o costretta alle dimissioni e, udite udite, lo scudetto revocato e la Juventus in serie B. Si può dire che il sogno di gran parte della tifoseria italiana fosse stato esaudito, ma la “Vecchia Signora” seppe controbattere egregiamente alla vicissitudine occorsale. In un solo anno, sotto la guida del tecnico francese Deschamps, tornò nella massima divisione. Eccoci alla storia di ieri, una storia gloriosa realizzata nei Mondiali del 2006 in Germania dove ci presentammo con una squadra formidabile imbottita di campioni quali Totti, Del Piero, Pirlo, Cannavaro, Buffon e, per brevità, rinunciamo di citare tutti gli altri tra i quali non ce ne era nemmeno uno scarso. Ricordiamo con i brividi la semifinale con la Germania padrona di casa, battuta 2 a 0 nei tempi supplementari. E’ nel nostro cuore la finale contro la Francia, rimessa in equilibrio dopo avere patito un rigore generoso, vinta ai rigori, finalmente una vittoria dagli “undici metri”, dopo la famosa “capocciata” di Zidane a Materazzi. Fermiamo qui il nostro racconto, sul culmine più alto toccato dai nostri colori e stendiamo un velo sugli anni successivi, animati da qualche successo di club in campo internazionale ma povero di altre soddisfazioni. Anche in passato abbiamo avuto anni bui dai quali siamo usciti con affermazioni gloriose. Siamo quattro volte “Campioni del Mondo” e una volta “Campioni d’Europa”: l’amore per il calcio è nel nostro sangue, appartiene al nostro DNA e di nuovo momenti gloriosi saluteranno i colori azzurri.

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Prima Parte

Romano, scrittore, romanziere, poeta. Con le sue opere ha partecipato a importanti premi letterari in Italia e all’estero. Dai genitori toscani ha ereditato l’amore per le terre delle origini familiari, Anghiari in particolare di cui è “Cittadino Onorario”. L’altra passione, il calcio, che fa da falsariga alle vicende della vita: mano nella mano con il papà a festeggiare lo scudetto della Roma del 1942. www.carlobrizzi.it

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Dalla bandierina (Uno)

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GLIEROIDELCALCIO.COM – (Federico Baranello) – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi video-intervista con l’autore qui), un estratto del libro “Tredici gol dalla bandierina” di Ettore Castagna, edito da Rubettino. Il testo, tratto dall’omonimo capitolo, racconta la particolare parabola del pallone calciato dalla bandierina da parte di Massimo Palanca e delle sensazioni dei portieri, quasi un privilegio per loro.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato la possibilità di pubblicare questo estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Buona lettura.

Federico Baranello

Dalla bandierina (Uno)

Ma è vero che hai fatto tredici gol dalla bandierina, Massimè? È proprio vero? Certo, lo hanno detto tutti i giornali e io faccio fatica a pensare che è vero. Tredici sono tanti. Possibile che i portieri non lo sanno? Possibile mai che i portieri non s’organizzano e dicono: «Massimè, mo’ basta! Che ti pensi che fai fesso pure a me oggi?»

E invece no. La palla parte, vola, sta in aria un poco, poi gira, gira di un modo che non si può dire, gira che pare che va da un’altra parte. Ma poi gira giusto. Giusto e non sbagliato. Ed entra. Tredici sguardi tutti uguali dei portieri, tredici sguardi come per dire: proprio a mmia ’sta disgrazia? Proprio a mmia sta pigghiata ppo’ culu? Sì, così è, la palla gira. Sta in aria e gira. Il fatto è che ci mette troppo tempo e il portiere nel frattempo si pensa qualcosa. Si distrae. Magari si pensa che quella palla può stare in aria per sempre. Sospesa in aria, fuori dalla legge gravitazionale. Con uno stadio intero che la guarda senza aspettarsi niente, sospendendo ogni volontà. Anzi cancellandola.

Lo stadio non vuole nulla mentre vede quella palla volare. Non vuole che prenda terra sospendendo le speranze, staccando la spina al sogno. Ma si sbagliano. Credono di volere nulla ma qualcosa inceppa le intenzioni. Una tempesta opposita nella quale la curva nord e la curva ovest si trovano in equilibrio perfetto. Due voleri contrari che tirano la corda e lei sta ferma.

Quella palla ruota contro la mia porta, ti prego dio della bandierina e del margine dell’area allontanala dalla linea del gol. Quella palla ruota contro la porta del nemico, ti prego dio del fischio d’inizio e del fischio finale fa che trapassi la sua linea debole. Lo vedi allora come due grandi volontà si oppongono e si annullano. Positivo e negativo, principio e fine, il caffè e la birra, il culo e una colomba.

Massimè, ecco che la palla resta in aria. La palla che hai calciato tu. Il portiere la guarda e spera che ci resti per sempre, che annulli il futuro, le passioni, le malattie, le bollette dell’Enel, la cellulite della moglie, pure il rubinetto che perde perché un calciatore non ha tempo di pensare ai rubinetti.

La casa è lontana, ci tornerai a fine carriera, vai a pensare al rubinetto? Devi pensare alla Juventus, al Milan, al Lanerossi Vicenza, alla Sampdoria. Devi pensare che non vuoi che tuo figlio faccia il calciatore. I soldi del calcio vanno bene ma tantomeglio se sei notaio. Un notaio non deve valutare la traiettoria di una palla dalla bandierina. Non c’è lo stadio che grida cornuto, cambia mestiere, coglione, vaffanculo, bravo. Nessuno ti fa segno di qualcosa, ti chiama da dietro la rete, si aspetta la giornata buona da te, si aspetta di voler dimenticare o voler ricordare. Perché è allegro, è triste per un gol. Meno ancora, per un dribbling. Meno ancora perché prima di battere una rimessa laterale ti sei voltato e hai salutato da quella parte. Dove si trova lui. C’è una clausola preventiva sul contratto e il notaio sempre saprà come va a finire.

Il tiro a effetto non è contemplato. Niente traiettorie impre-viste per un rogito, una donazione, un testamento. Un notaio non calcia mai dalla bandierina provando le variabili alle regole della gravità, della rotazione, del peso, della traiettoria dei corpi. Non aspetta che la palla si decida a scendere, che imbuchi l’angolo del suo destino, che le Moire smettano di filare.

Il portiere è colto dalla contemplazione di quello spazio scheggiato e incrinato. Il pallone ha individuato una frattura fra ascisse e ordinate e sopra una mensola immateriale si è posato ruotando. Guarda un poco a quella velocità come non si vedono tutti quegli esagoni neri che lo compongono! Bianco pare… Vola, vola la palumba! Quanti esagoni neri ci sono ogni due, tre, cinque, più esagoni bianchi? Nemmeno Massimeddu lo sa, lui che il pallone lo ha calciato non lo sa. Di sicuro non ci ha mai pensato. Il pallone sbianca rotando ma anche dalla distanza si vede che a ogni cambiamento di stato e di rotta muta pure il suo colore. Gli esagoni neri tingono diversamente il grigio della sfera quando la palla parte dall’angolo poi fa il primo tenue giro, poi si sospende sull’area di rigore mentre lassotto tutta un’umanità scalcia, sgomita o contempla guardando in aria alla ricerca della migliore posizione. Poi si scurisce. Quello è il segno che la palla sta provando l’intenzione di terminare il volo. Quel colore chiama a uscire dalla contemplazione se hai vegliato sull’intera traiettoria, se sei stato consapevole per tutto il tempo del suo volo e hai saputo che, per quanto perfetto, avrebbe avuto un termine. Quello è il segnale.

Se invece il tuo respiro è stato intercettato dal colmo della parabola, allora non tornerà a terra prima del pallone stesso. E con esso la tua intenzione, il tuo pensiero, il tuo senso del tempo. Il tiro a effetto avrà trafitto l’anima del portiere. Ma non di potenza, come dicono che Piola sfondasse le reti. Ne attira i sensi e poi affascina la sua coscienza di veglia. L’anima si è sospesa anch’essa con la rotazione della sfera desiderando che tale fosse per sempre.

Perde l’anima il portiere per un attimo e il suo corpo aspetta senza sapere di preciso cosa fare. Quando la ringoia con fatica, la palla sta già̀ scurendo il suo grigio. L’anima non vuole tornare a terra ma deve, non può lasciare il portiere privo del sé in area di rigore. Basta quel diaframma di tempo per distrarlo e il lampo minimo è trascorso.

La palla è in rete e niente egli ne sa sino a quando non sente grida tutt’intorno. Sono solo tredici i portieri che hanno avuto questa percezione, questo privilegio, questo accesso alla contemplazione. Hanno percepito il bello nella sconfitta. Tutti gli altri o hanno vegliato troppo intercettando la parabola e guadagnando giusto un breve applauso o hanno visto passare solamente un tiro sbagliato che si è perso altrove.

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Sanremo 1964, “Una canzone per la vostra squadra”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello – Alessandro Lancellotti) – Si sono appena spenti i riflettori sulla 69° edizione della manifestazione canora di Sanremo. Come al solito abbiamo assistito a polemiche sia prima che dopo la manifestazione stessa, abbiamo ascoltato buone canzoni alternate ad altre meno piacevoli ma in generale è stata, come al solito, una manifestazione che mantiene sempre il suo fascino e il suo carico di “seguito”. Perché ne parliamo? Beh, per raccontarvi che nel 1964, al termine della classica edizione di quell’anno, si è svolta una manifestazione dal titolo “Una canzone per la vostra squadra”.

“Diciotto canzoni per diciotto squadre di calcio sono state presentate questa sera al teatro “Ariston”, affollato di tifosi, dirigenti sportivi e calciatori, da alcuni dei più noti cantanti italiani, con l’accompagnamento dell’orchestra De Martino. Era la finale del concorso “Una canzone per la vostra squadra”; lanciato dall’organizzatore degli ultimi festival sanremesi, Gianni Ravera, fra tutti gli sportivi italiani”. Così recita “La Stampa” del 24 marzo 1964, a pochi giorni dalla conclusione del più noto Festival della Canzone Italiana.

Non si è trattato di una gara bensì di una parata di canzoni, presentate da due speaker dello sport, Nicolò Carosio e Nando Martellini. Tra le duemila persone presenti all’Ariston anche vecchie glorie del calcio come Mario Gianni Allemandi, De Prà, Balonceri, Pitto, Burlando, Vanz, Slavati, Levratto, e dirigenti di alcune squadre, come l’on. Catella, presidente della Juventus, l’allenatore del Torino Rocco oltre a giornalisti e alcuni calciatori.

Per la manifestazione, ideata da Gianni Ravera con il patrocinio dell’Assessorato al Turismo di Sanremo, sono stati scelti diciotto testi tra i cinquemila proposti da altrettanti tifosi, rivisti tecnicamente da parolieri professionisti e musicati da note firme della musica leggera italiana e, ovviamente, interpretati da diciotto cantanti molto noti.

Insomma inni e canzoni sportive sul palcoscenico dell’Ariston tra gli stendardi delle diciotto squadre di serie A alle quali sono dedicate le canzoni.

Ecco dunque i titoli delle canzoni, i nomi dei musicisti e quelli degli interpreti e, di alcune, anche le copertine dei vinili dell’epoca.

Canzoni e cantanti :

  1. Il Bologna è un grande squadrone (Gianni Morandi);
  2. Punto e basta (Messina), (Corrado Lojacono);
  3. Che Mantova! (Fabrizio Ferretti);
  4. Forza, forza Lanerossi (Vicenza), (Quartetto Radar);
  5. Forza Toro (Nilla Pizzi);
  6. Canarino và (Modena), (Equipe 84);
  7. La signora Juve (Emilio Pericoli);
  8. Forza Lazio (Aura D’Angelo);
  9. Giù il cappello (Milan), (Arturo Testa);
  10. Sampdoria (Gian Costello);
  11. ‘Sta Roma (Robertino);
  12. I galletti (Bari), (Jo Fedeli);
  13. Largo che arriva l’Inter (Gino Corcelli);
  14. Ale, ale, Genoa (Franco Franchi);
  15. La corsara di Ferrara (Spal), (Lilly Bonato);
  16. Forza Atalanta (Piero Focaccia);
  17. Dai Catania (Didi Balboni);
  18. I magnifici 11 (Fiorentina), (Narciso Parigi)

 

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Libri: “Tredici gol dalla bandierina”. Intervista all’autore Ettore Castagna (VIDEO)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Calcio, Arte & Società” abbiamo raggiunto per voi Ettore Castagna, scrittore e autore del libro “Tredici gol dalla bandierina” edito da “Rubbettino”. Un doppio appuntamento con l’autore, oggi l’intervista e nei prossimi giorni un estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Tredici gol (veramente) segnati dalla bandierina fra il 1974 e il 1981 sono la metafora e la parabola di una adolescenza intera. Quella di un ragazzo di Catanzaro che sogna vita, musica e rivoluzione rivolgendosi alla presenza quotidiana e mitica di Massimeddu (Massimo Palanca), leggendaria ala sinistra del Catanzaro di quegli anni.

Il fondale è quello di un Sud dell’Italia fra gli anni ’70 e i primi anni ’80 nel quale i ragazzi del ’77 vivono una trasformazione più grande delle loro forze.

Un racconto agrodolce nel quale illusioni e disillusioni di una generazione intera vengono filtrate dentro un orizzonte simbolico dove la vita provinciale di una classe di liceo e gli eventi calcistici trovano una fusione e un equilibrio bello e imperfetto.

Che non potrà durare.

Buona visione.

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