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La Penna degli Altri

Tanti auguri Sampdoria, oggi sono 72, ma non li dimostri

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Il 12 agosto del 1946 nasceva la Sampdoria: Le origini

FOOTBALLNEWS24.IT (Dario Pittaluga) – Il cuore blucerchiato batte forte, sempre. Batte ancor di più oggi 12 agosto 2018. 72 anni or sono infatti, da una fusione tra Sampierdarenese e Andrea Doria nasceva la UC Sampdoria. E con lei nasceva quella che è universalmente riconosciuta come la maglia più bella del mondo. Blu come l’acqua del mare che bagna la liguria, bianca come la sua schiuma che si infrange sulla battigia, rossa come il sangue e la passione che alberga nel cuore dei tifosi, nera come un cielo colmo di pioggia prima di un temporale. Da quell’estate del 1946 ne è passata tanta di acqua sotto i ponti. La fusione nacque per salvare entrambe le società che avevano ripreso faticosamente le attività nel dopoguerra ma che avevano problemi economici e rischiavano di fallire entrambe. Per la neonata società venne appunto studiata una maglia che unisse i colori di entrambe le squadre, bianco e blu dell’Andrea Doria e Rosso-Nero della Sampierdarenese. Nacque una maglia unica con la caratteristica striscia bianco-rosso-nera su campo blu sormontata dalla croce di San Giorgio. La neonata Sampdoria, grazie alla fusione, poté iscriversi subito alla Serie A. Quella prima formazione ottenne apprezzamenti e simpatia fin da subito, con un gioco offensivo che veniva finalizzato dal mitico “attacco atomico” formato da Baldini, Bassetto e Gei. La Sampdoria impose subito il primato cittadino ai dirimpettai del Genoa vincendo il primo derby per 3-0. Vittoria che diventerà un’abitudine consolidata nel corso della storia blucerchiata. La squadra fin da subito raggiunse buoni piazzamenti chiudendo ad esempio al quinto posto nella stagione 48/49

L’era del presidente Alberto Ravano

Negli anni successivi la Sampdoria si assestò invece nella bassa classifica, lottando per la salvezza, fino all’avvento di un presidente che forse si può considerare il primo realmente ambizioso della storia blucerchiata: l’armatore Alberto Ravano. Questo presidente allargò i cordoni della borsa e acquistò giocatori di livello come Bernasconi, roccioso difensore, Tortul, prolifica mezzala, e Edwin “Eddie” Firmani, bomber italo-sudafricano detto il tacchino freddo. Grazie agli investimenti di Ravano la squadra si attestò su una buona qualità e rimase quasi sempre nelle zone nobili del campionato. Nel 1956 venne messo sotto contratto Ernst Ocwirk, capitano e regista della nazionale austriaca, 2 anni dopo arrivò l’argentino Ernesto “Tito” Cucchiaroni, che ha dato poi il nome alla frangia storica dell tifoseria blucerchiata. Nel ’60 poi arrivò Sergio Brighenti, attaccante della nazionale azzurra. Grazie a questi nuovi arrivi, aggiunti ai precedenti, la Sampdoria raggiunse il piazzamento che rimase per tanti anni il migliore della sua storia, un quarto posto nel 60/61. Purtroppo la società fu praticamente costretta a vendere la talentuosa ala Bruno Mora alla Juventus a metà stagione. E così pregiudicò un poco le sue possibilità di raggiungere un piazzamento migliore. In quella stagione la Samp fu superata solo da Juventus, Milan e Inter, e laureò capocannoniere con 28 reti il suo attaccante Sergio Brighenti. L’anno successivo debuttò in Europa per la prima volta della propria storia, nell’allora Coppa delle Fiere.

La prima dolorosa retrocessione in Serie B e il periodo pre-Mantovani

Questo picco così alto non venne più raggiunto dai blucerchiati, dati i successivi ridimensionamenti apportati dai presidenti che vennero dopo Ravano. La Sampdoria quindi, dovette subire anche l’onta della prima retrocessione in Serie B nel 65/66. Ma risalì prontamente l’anno successivo. In quegli anni la Samp poté avvalersi dei servigi di giocatori che passarono alla storia come Bob Vieri (padre di Christian), Luis Suarez, Mario Frustalupi, Romeo Benetti e Marcello Lippi, che vestì a lungo la fascia di capitano. Come detto prima però, la squadra non riuscì mai più ad eguagliare lo storico piazzamento del ’61, e, sopratutto negli anni ’70, passo alcuni anni in Serie B. E proprio in quegli anni arrivò la vera svolta per la società blucerchiata.

L’ineguagliabile era Mantovani

Nel ’79 arrivò un petroliere romano trapiantato a Genova, che aveva già avuto altri ruoli nell’organigramma blucerchiato. Paolo Mantovani, appena prese la Sampdoria fece subito capire che aveva grandi ambizioni. I suoi investimenti permisero alla società blucerchiata, dopo pochi anni, di tornare in Serie A. All’indomani della conclusione del mondiale vinto dalla nazionale italiana in Spagna nel 1982 la neopromossa Sampdoria debutto quindi nella massima seria, allenata da Renzo Ulivieri, e si presentò battendo in casa la Juventus con un gol di Mauro Ferroni. L’opera di miglioramento della squadra era già iniziata ma prosegui anno dopo anno, tassello dopo tassello con l’ingaggio di giocatori importanti come Luca Pellegrini, Trevor Francis, Roberto Mancini, Liam Brady, Pietro Vierchowood, Gianluca Vialli, Fausto Salsano, e tanti altri. Il solo vero grande rimpianto è stato il marziano Alviero Chiorri, che avrebbe potuto diventare uno dei migliori giocatori italiani, ma che purtroppo aveva una testa un po’ “matta” e un carattere sopra le righe che non gli permisero di sfondare. La Samp grazie a questo sapiente mix tra esperti e giovani calciatori cominciò a vincere e convincere su tutti i palcoscenici e, con allenatore Bersellini, nell’85 conquistò la sua prima Coppa Italia, in finale contro il Milan. L’altro importante tassello aggiunto alla squadra fu quello dell’allenatore serbo Vujadin Boskov che permise alla Samp di vincere in fila nell’88 e nell’89, 2 coppe Italia. purtroppo nell’89, una rimaneggiatissima Sampdoria venne sconfitta in finale di Coppa delle Coppe dal Barcellona. Ma si rifece l’anno dopo, nel ’90, andando a vincere 2-0 in finale contro l’Anderlecht allo stadio Ullevi di Göteborg, con Gol di Vialli e Mancini nei tempi supplementari. L’anno successivo i giocatori blucerchiati reduci dal mondiale con la nazionale italiana, e delusi dal ridicolmente basso impiego da parte dell’allenatore Azeglio Vicini, con sentimenti di rivalsa posero le basi per un campionato che passò alla storia per questi colori. Vialli e Mancini su tutti avevano un gran voglia di dimostrare al CT azzurro e all’Italia calcistica che i migliori attaccanti italiani erano loro, non altri. E così fecero grazie a una cavalcata esaltante, con meriti da parte di tutti. Gianluca Pagliuca portiere miracoloso, Lo Zar Pietro Vierchowood, miglior stopper italiano dell’epoca, Moreno Mannini, il capitano Luca Pellegrini, Pari, Katanec, l’inossidabile, simpaticissimo e fortissimo Cerezo, la velocissima ala Attilio Lombardo, l’esperto Beppe Dossena, e i gemelli del Gol Mancini e Vialli, completavano un formazione titolare supportata in panchina da giocatori come il giovane Marco Lanna, Alexei Mikhailichenko, Giovanni Invernizzi, Ivano Bonetti e Marco Branca. Questa squadra sbaragliò la concorrenza di Inter, Juventus, Milan, tutte più favorite dal pronostico rispetto ai blucerchiati, e vinse il suo primo e unico scudetto nel maggio del 1991, laureando anche Gianluca Vialli capocannoniere del campionato con 19 reti. Nella successiva stagione i blucerchiati, iniziarono vincendo la Supercoppa italiana contro la Roma. In Europa invece, dopo una sorprendente cavalcata in Coppa dei Campioni dove sbaragliarono squadre come la Stella Rossa di Belgrado, che annoverava tra le proprie fila giocatori come Mihailovic, Savicevic e Jugovic, arrivarono in finale. Di fronte avevano nuovamente il Barcellona, che all’epoca veniva considerato di certo alla portata dei fortissimi blucerchiati. Purtroppo la partita non fu fortunata. Si sentiva aria di fine ciclo, con Vialli promesso alla Juventus e il nuovo allenatore già pronto a subentrare a Boskov. Vialli e Mancini sbagliarono gol incredibili, che raramente sbagliavano, e poi un errore dell’arbitro, che invertì una punizione al limite dell’aria blucerchiata, quando già si pensava ai calci di rigore, spianò la strada alle capacità balistiche di Ronald Koeman che infilò Pagliuca e regalò una immeritata vittoria al Barcellona, sprofondando nel baratro i tifosi blucerchiati e donando tanta felicità ai tifosi rossoblù del Genoa per lo scampato pericolo di dover dividere lo stadio con i Campioni d’Europa. Dopo quella stagione iniziò un nuovo ciclo che portò a Genova, oltre al nuovo allenatore Eriksson, altri splendidi giocatori come Jugovic, e poi in seguito Platt, Evani e Gullit, ultimi acquisti del presidente Mantovani prima della sua prematura scomparsa per via di un male incurabile nell’ottobre del 1993.

Il periodo di presidenza Enrico Mantovani e l’era Garrone

L’onda lunga degli investimenti del defunto presidente permise al figlio Enrico nel 1995, di piazzare la squadra terza, e di vincere la quarta e ultima Coppa Italia contro l’Ancona. E così si concluse il decennio migliore della squadra blucerchiata, che la portò ad essere la squadra italiana più vincente dopo il Milan, in quell’arco temporale. Nel proseguo della sua avventura la Sampdoria ha affrontato alterne vicissitudini, la crescita e la consacrazione di Enrico Chiesa, prodotto delle giovanili, la sua cessione, l’arrivo di Vincenzo Montella, l’abbandono di Mancini, l’ingaggio di Flachi alla vigilia della retrocessione in Serie B nel ’99, il passaggio di proprietà da Enrico Mantovani alla famiglia Garrone, che ingaggiando Beppe Marotta ha riportato la Sampdoria in Serie A e in Europa. In seguito l’ingaggio di Antonio Cassano e i suoi 4 anni ad altissimi livelli e l’abbandono di Marotta all’indomani della qualificazione in Champions League. Poi la sorprendente retrocessione in Serie B l’anno successivo, per colpa di strategie societarie fallimentari, come la cessione di Pazzini e la rinuncia a Cassano. L’anno successivo il ritorno in Serie A grazie alla cavalcata miracolosa di Beppe Iachini che, subentrato al fallimentare Atzori, è riuscito nell’impresa di qualificarsi ai play off e di vincerli da ultima tra le squadre qualificate, cosa mai successa prima e mai avvenuta in seguito. La finale di ritorno contro il Varese è ancora negli occhi dei tifosi blucerchiati, come la cavalcata di Rispoli e il gol di Pozzi che sancì il ritorno nella massima serie.

Storia recente e auguri tinti di blucerchiato

Il resto è storia recente, la gestione di Edoardo Garrone dopo la scomparsa del padre Riccardo, l’arrivo di Massimo Ferrero, e gli ultimi anni gestiti dalla sua dirigenza.
In questi 72 anni la squadra blucerchiata ha portato in giro per Italia ed Europa la sua inconfondibile maglia, i suoi splendidi colori, e il suo modo di vivere il calcio, insegnatole da quello che a mio modo di vedere è stato il più grande presidente della storia di questo sport. Paolo Mantovani ci ha insegnato che tutti dovrebbero poter sperare nella vittoria di qualcosa di importante, e non solo i soliti noti. Ha educato i propri tifosi ad essere corretti con gli avversari e a portare fair play ovunque siano andati. Dalla sua scomparsa un po’ di questi valori si sono andati perdendo anche tra i tifosi blucerchiati. La speranza è che si possa fare in modo di recuperarli. Perché come amava dire il grande Paolo Mantovani “i tifosi della Sampdoria hanno perduto a Wembley, e hanno cantato, hanno visto Vialli andare via e hanno cantato. Fino a quando i tifosi della Sampdoria continueranno a cantare non vi saranno problemi per il futuro”. Buon Compleanno Sampdoria, il tuo cuore batterà forte, Sempre.

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19 ottobre 1921, nasce Gunnar Nordahl

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Il 19 Ottobre 1921 nasce a Hornefors in Svezia, Gunnar Nordahl, centravanti del Milan degli anni ’50, unico giocatore nella storia della serie A capace di vincere per 5 volte, e sempre con la maglia del Milan, la classifica dei marcatori.

Arriva in Italia quasi ventottenne: quel 22 gennaio del ’49 ad aspettarlo alla stazione di Milano ci sono 3 mila tifosi rossoneri, lo portano in trionfo sulle spalle, nell’agitazione in quattro finiscono all’ospedale.

La fama dell’asso nato oltre il circolo polare artico, dove la temperatura è sempre sotto zero, è alle stelle. Nella nazionale svedese ha già segnato 43 gol in 33 partite, in campionato si è laureato per 4 volte capocannoniere, ha vinto 4 scudetti e una Coppa di Svezia. Quello che colpisce è la stazza fisica: un metro e 80 per 95 kg e 105 cm di torace.

Campione con la Svezia ai Giochi Olimpici del ’48, destinato alla Juventus, finisce al Milan per un caso. Il club bianconero, all’ultimo, gli preferisce Ploeger, soffiandolo ai rossoneri, e l’avvocato Agnelli per calmare le acque rinuncia all’opzione su di lui. Per il Milan, il ripiego si trasforma in un affare colossale. Nel finale di stagione 1948-49 Nordahl va a segno per 16 volte in 15 gare. È l’antipasto ai 210 gol (in 257 gare) che farà in 8 stagioni con la casacca rossonera. Nella sua bacheca 2 scudetti, 5 titoli di goleador e due Coppe Latine.

Attaccante di rara forza fisica, ama partire da lontano ma lanciato è inarrestabile, una furia che travolge ogni ostacolo. La sua forza atletica fa da contraltare al carattere mite, allegro e generoso, alla correttezza esemplare in campo. L’ultima fase della carriera è legata alla Roma: a 36 anni è difficile pronosticarli grandi imprese, invece realizza 14 gol in 34 partite prima di abbandonare. E così porta il totale a 225 reti in 281 gare (cui si aggiungono le 228 realizzate in Svezia).

Nella storia della Serie A solo due giocatori sono riusciti a segnare più reti: il primo in assoluto è Silvio Piola con 274 reti e il secondo è Francesco Totti con 232. Ma nessuno ha avuto la media reti dello svedese (0,77 reti a partita).

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Le maglie, bagnate, di sangue di sudore…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Una foto in bianco e nero, d’altri tempi, che riporta alla mente un altro calcio giocato da uomini che lottavano con il coltello tra i denti in stadi stracolmi di gente e d’entusiasmo: un calcio di maglie bagnate di sangue e di sudore, realmente, non solo nelle parole del testo di“non mollare mai”. Questa è la foto scattata alla fine di un Lazio-Fiorentina del 19 ottobre del 1969: il giorno della prima doppietta di Giorgio Chinaglia in Serie A, la domenica in cui una Lazietta appena tornata tra le grandi del calcio italiano, trascinata da un gigante italiano cresciuto in Galles, si permette il lusso di battere per 5-1 una Fiorentina che gioca con lo scudetto sul petto. Quel gigante si chiama Giorgio Chinaglia, ed è stato scoperto da Juan Carlos Lorenzo, un personaggio che sembra uscito da una di quelle commedie all’italiana degli anni Sessanta: istrionico, pittoresco, ma soprattutto un po’ folle. Quella foto con i giocatori della Lazio schierati a centrocampo a fine partita per immortalare l’epica impresa, con le maglie fradice di sudore che le fanno sembrare più blu che celesti scure (con un elegantissimo colletto bianco molto british…), diventa la figurina d’apertura della pagina della Lazio dell’album di figurine dei Calciatori della Panini del 1969.

Per Giorgio Chinaglia, reduce da un gol segnato al Milan Campione d’Europa (il suo primo in Serie A), quella è la domenica della definitiva consacrazione. Ma l’avvio di Long John nella Lazio è stato tutt’altro che rose e fiori. Anzi. I tifosi, già scottati da recenti “bufale”, quando lo vedono in campo per la prima volta si guardano perplessi: è sgraziato, è grasso e anche dal punto di vista tecnico lascia molto a desiderare. Ma Juan Carlos Lorenzo, nonostante il giudizio lapidario sul giovane Chinaglia del suo connazionale Omar Sívori (“Chinaglia? Non è un giocatore da Serie A. Mi sembra un elefante chiuso a chiave in un negozio di ceramiche”) è convinto di avere tra le mani un diamante grezzo che deve solo essere lavorato per diventare una pietra di inestimabile valore.

Il feeling tra Giorgione e Lorenzo scatta al primo incontro. Me lo racconta Giorgio in una delle tante serate passate insieme e in cui, tra un bicchiere e l’altro di Chivas Regal, lui ama aprire lo scrigno dei ricordi. E l’episodio risale a quando Chinaglia gioca ancora nell’Internapoli e, anche se ha il passaporto britannico, essendo italiano a tutti gli effetti Giorgio deve andare a fare il militare. Car a Bologna, poi Roma, compagnia atleti, perché è stato convocato nella nazionale di Serie C. A Roma Giorgio si mette subito nei guai. Rientra tardi in caserma dopo esser stato a cena fuori e, per giunta, senza il permesso per uscire. Discute con un superiore, lo spintona e finisce al carcere militare. Quindici giorni in cella di rigore. In quei giorni, grazie a qualche buona amicizia, Juan Carlos Lorenzo riesce a entrare in carcere e a parlare con Chinaglia. Giorgio è una sorta di bue: grande, grosso, ma anche grasso. E in cella di rigore, si mangia poco. Quindi, quando Lorenzo si presenta gli dice: “Prima di parlare di qualsiasi cosa, mi faccia avere un pollo arrosto con patate al forno. Ho una fame che non ci vedo”. Lorenzo esaudisce il desiderio e, con quel gesto, si conquista per sempre la stima e l’affetto di quel gigante scontroso ma onesto e riconoscente.

In quell’estate storica del 1969, in cui tutta l’attenzione del mondo è rivolta alla missione Apollo con destinazione la Luna, la Lazio si raduna a Tor di Quinto il 25 luglio 1969, ovvero cinque giorni dopo lo sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Edwin Aldrin. Tifosi e giornalisti vedono quel gigante il primo giorno, poi Chinaglia sparisce. Lorenzo ha deciso di prepararlo a modo suo: 8-10 ore al giorno di lavoro in una palestra dalle parti di Via Barberini e cura dimagrante. In combutta con il dottor Ziaco, Lorenzo toglie a Chinaglia anche le chiavi dell’ascensore di casa, quindi Giorgio deve fare dieci piani a piedi ogni volta che entra o esce dal suo appartamento. Di pallone, poco o niente. Un tempo nell’amichevole del 24 agosto con la Fiorentina, tribuna il 7 settembre in un derby di Coppa Italia passato alla storia. Con la Roma in vantaggio 1-0, allo stadio va via la luce all’improvviso e Concetto Lo Bello sospende la partita, assegnando di fatto il 2-0 a tavolino ai giallorossi. E qualcuno sostiene che sia stato Juan Carlos Lorenzo stesso a staccare l’interruttore.

In molti a Roma pensano che Chinaglia sia solo l’ennesimo bidone sbarcato nel mondo Lazio, tra l’altro pagato a peso d’oro, un po’ come Tomy, ma Juan Carlos Lorenzo ripete: “Tranquilli, Chinaglia è un fenomeno, garantisco io”. E ha ragione. Lo utilizza a Perugia in Coppa Italia, ma capisce che non è pronto e lo sostituisce con Morrone, poi nelle partite successive gli preferisce Ghio e Fortunato. La Lazio è una squadra giovane e, insieme a Chinaglia e Wilson, Lorenzo fa debuttare anche Papadopulo, Polentes, Oddi e Massa. L’esordio in Serie A di Long John, arriva il 21 settembre del 1969, nella sfortunata trasferta di Bologna. La domenica successiva, Juan Carlos Lorenzo lo promuove titolare e Giorgio Chinaglia lo ripaga segnando il suo primo gol in serie A: un gol storico, perché consente alla Lazio di mettere ko il Milan neo Campione d’Europa, davanti a 65.000 spettatori. Sono 65.000, anche se con enfasi tipica dell’epoca Enrico Ameri nella sua radiocronaca parla di 90.000 spettatori.

[…]

Giorgio è al settimo cielo, diventa subito personaggio e finisce in prima pagina sui giornali sportivi ma anche sui settimanali, con il soprannome di Long John. Questo è un passaggio della sua intervista a «L’Intrepido», che gli dedica la copertina: “Sono stato fortunato, infatti ho trovato una squadra giovane, decisa al rilancio. L’allenatore Lorenzo ha puntato tutto sulla velocità, sullo scatto. Io credo che oggi, a essere in crisi, siano gli squadroni di una volta. Ora vanno le squadre veloci, ubriacanti come Fiorentina e Cagliari e, modestamente, anche Lazio e Roma. Le squadre che partono in quarta con motore su di giri. Noi cerchiamo di farlo. In questa stagione, contro il Bologna, nella prima partita abbiamo perso, ma ci siamo subito rifatti la settimana successiva superando il Milan. Io ho segnato a Cudicini la rete del miracolo. Fu un terremoto”.

[…]

Ma torniamo a quella foto, a quel 19 ottobre del 1969. Quella domenica c’è il sole e fa caldo all’Olimpico, un caldo terribile reso ancora più infernale dalla calca che c’è sugli spalti. La vittoria con il Milan e poi quella successiva, hanno scacciato i fantasmi di una crisi dopo gli scivoloni in trasferta contro Bologna e Cagliari: anche se quel Cagliari non è una provinciale qualsiasi, ma una squadra destinata a conquistare alla fine di quella stagione uno scudetto storico, trascinata da Gigi Riva. Quella domenica, come sempre, arrivo presto all’Olimpico, perché ho solo 7 anni e con il mio abbonamento da Aquilotto ho diritto all’ingresso in Tribuna Tevere ma non ho diritto al posto a sedere su quelle panche numerate. Quindi, devo trovare un posto sulle scale, su quei gradini di marmo bianco che in quella domenica brillano alla luce del sole. La partita inizia alle 14.30, ma armato di santa pazienza e di una preziosa busta preparata con cura da mia madre con dentro i panini, entro in Tevere Numerata all’apertura dei cancelli, alle 10 di mattina: sì, 4 ore e mezza prima dell’inizio della partita. Come passavamo il tempo in quelle ore? Leggendo Topolino, ascoltando le canzoni della Hit Parade diffuse dagli altoparlanti dello stadio e aspettando con pazienza l’ingresso delle squadre per salutare i tifosi e controllare il campo. Era un vero e proprio rito quello e dal momento in cui i giocatori, vestiti in borghese (non c’erano le divise sociali e quasi nessuno arrivava allo stadio in tuta…) uscivano da quel tunnel incastrato tra la Curva Sud e la Tribuna Monte Mario, iniziava il vero conto alla rovescia. E in occasione delle partite di cartello, a quel punto, a quasi un’ora e mezza dal fischio iniziale, lo stadio era già pieno, stracolmo.

Quel Lazio-Fiorentina inizia male, malissimo. Dopo appena 3 minuti segna Chiarugi, uno dei giocatori che calcisticamente parlando ho odiato di più insieme a Oscar “flipper” Damiani: perché ci segnava sempre, perché era uno di quelli che cercavano sempre il calcio di rigore, che simulavano spesso e volentieri e per ingannare l’arbitro (all’epoca, gli scarpini erano tutti neri e per il direttore di gara era difficile distinguere il piede di chi toccava quello di un altro giocatore) arrivavano a simulare, toccandosi con la punta dello scarpino in tacco dell’altro piede per poi franare a terra appena entrati in area se un difensore osava avvicinarsi o tentare l’intervento. Anche quella domenica, Chiarugi ci punisce, dopo appena 3 minuti, al primo tiro in porta. Sembra l’inizio di una goleada da parte dei Campioni d’Italia, invece quel gol è la scossa che serve alla Lazio per liberarsi da pensieri e paure, ed in dieci minuti si passa dalla depressione all’incredulità, all’esaltazione: al 17’ arriva il gol di Nello Governato, detto “il professore”, poi il gol del sorpasso firmato da Cucchi e al 27’ il primo dei 2 gol di Giorgio Chinaglia, quello che di fatto chiude la partita. Poi, nella ripresa arrivano il 4-1 di Morrone in contropiede e il definitivo 5-1 segnato da Chinaglia sotto la Nord con una sorta di pallonetto che beffa Superchi.

[…]

Chinaglia si specializza nel raccogliere “scalpi” importanti, visto che dopo il gol al Milan e la doppietta in quella domenica in cui la Lazio umilia la Fiorentina Campione d’Italia in carica, Long John segna anche all’Inter e alla Juventus, piegate come il Milan tra le mura amiche dell’Olimpico. Alla fine della sua prima stagione, Chinaglia firma 12 reti e guida la Lazio neo promossa verso un inaspettato ottavo posto in classifica e alla qualificazione per la Coppa delle Fiere. I gol di Giorgio non sono passati inosservati, al punto che il ct azzurro Ferruccio Valcareggi lo inserisce nella lista dei 40 papabili per partecipare ai Mondiali di Messico ’70. Ma nella lista dei 22 che partono per quell’avventura, il nome di Chinaglia non c’è, lui resta a casa. L’appuntamento con l’azzurro e con i Mondiali è rinviato. Anche se quello tra Giorgio e la maglia azzurra è un rapporto difficile, conflittuale. Forse perché lui, da ex emigrante, tiene troppo alla Nazionale. “Io sono italiano. Anzi sono doppiamente italiano perché ho vissuto all’estero”. Ma questa, è un’altra storia…

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“Berni”, una vita da partigiano

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CORRIERE TORINO (Mauro Berruto) – Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia, come quei pugni guantati di nero alzati da Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri ai Giochi Olimpici di Città del Messico, proprio cinquanta anni fa. Ci sono gesti che passano alla storia proprio perché non si compiono. Bruno Neri era un calciatore, classe 1910. Un po’ atipico, in verità. Raffinato intellettuale, frequentatore di teatri, musei, pinacoteche e accanito lettore, faceva anche correre bene il pallone, lui mediano cresciuto alla scuola dell’allenatore ungherese Béla Belassa. Raccontano le cronache del tempo, in occasione della sua convocazione in Nazionale: «Neri imposta magnificamente l’azione per Meazza, Ferrari, Piola». Anni duri, quegli anni ’30. Da una parte lo sport, il calcio in particolare, con gli azzurri che diventano Campioni del Mondo nel 1934 e nel 1938, dall’altra la depressione economica, crisi, malcontento. E quando un Paese si ammala di rabbia, c’è sempre qualche forma parassita di propaganda pronta a nutrirsi del dolore della gente. In quel caso la propaganda assume i connotati del fascismo che non è più alle porte, è già nella testa di tutti. O quasi. Bruno Neri, per esempio, nella testa ha altro. Non pensa solo al calcio. Neri gioca, sì, ma parla, ascolta, legge, osserva. Pensa. Nel novembre del 1936 viene convocato con la Nazionale per una partita contro la Germania, a Berlino. Tre mesi prima all’Olympiastadion, ci sono stati i Giochi Olimpici, quelli che il Fuhrer inizialmente non voleva, ma che aveva poi trasformato in un gigantesco show, affidandone il racconto alla regista Leni Riefenstahl. Bruno Neri è in panchina, ha più tempo per pensare. Intuisce, capisce, registra. L’anno dopo viene acquistato dal Torino. Alloggia in città al «Dogana Vecchia» in Via Corte d’Appello, frequenta artisti e intellettuali. Sostiene esami universitari a Napoli dove è iscritto alla facoltà di Lingue Orientali. Nel Torino gioca fino al 1940, poi torna, trentenne, nella sua Faenza e con un po’ di soldi messi da parte compra un’officina. La situazione politica, però, precipita e Bruno Neri, come sempre, decide di impostare l’azione. In questo caso non si tratta di una palla da far arrivare dalle parti di Meazza o di Piola. No. E un’azione di resistenza armata. Bruno Neri diventa il Partigiano «Berni» e, visto che fare da collegamento fra i reparti gli è sempre venuto naturale, fonda un’organizzazione il cui compito è quello di fare da ponte fra le brigate partigiane. II 10 luglio 1944 lui e «Nico», l’amico cestista Vittorio Bellenghi, vanno in avanscoperta. Devono perlustrare una strada per un’operazione di recupero di un lancio di alleati sul Monte Lavane, verificando che non ci siano tedeschi. Ne troveranno, inaspettatamente, una quindicina dietro una curva. Moriranno entrambi, sul campo. Non un campo di calcio, né di basket. Un campo di battaglia, nei pressi dell’eremo di Gamogna, vicino a un cimitero. Il vecchio presidente della Fiorentina, il gerarca fascista Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, aveva capito tutto da un pezzo. Da quel 10 settembre 1931, giorno dell’inaugurazione dello stadio di Firenze, intitolato allo squadrista Giovanni Berta, buttato in Arno da un operaio comunista. Lo aveva capito, il Marchese Ridolfi, quando 14 dei suoi 15 calciatori, tutti disposti in fila, avevano omaggiato la tribuna con il braccio ben teso nel saluto fascista. Uno solo aveva tenuto le braccia abbassate. Uno solo. Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia e ci sono gesti che non si compiono e per i quali la storia, presto o tardi, chiede un prezzo. Pare che il Marchese Ridolfo provasse una certa forma di affetto per Bruno Neri, forse intuendo che avrebbe fatto una brutta fine. Chissà quali furono i suoi pensieri, quando ormai diventato presidente della Federazione Italiana Atletica Leggera e poi della Federazione Italiana Gioco Calcio, lo seppe trucidato, su una strada di campagna, da pallottole naziste. Giù le mani da questa storia, squadristi di ogni tempo. Questo è il fiore, granata, del Partigiano Berni, morto perla libertà.

da Corriere Torino di Mauro Berruto

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