Connect with us

La Penna degli Altri

Tanti auguri Sampdoria, oggi sono 72, ma non li dimostri

Published on

Il 12 agosto del 1946 nasceva la Sampdoria: Le origini

FOOTBALLNEWS24.IT (Dario Pittaluga) – Il cuore blucerchiato batte forte, sempre. Batte ancor di più oggi 12 agosto 2018. 72 anni or sono infatti, da una fusione tra Sampierdarenese e Andrea Doria nasceva la UC Sampdoria. E con lei nasceva quella che è universalmente riconosciuta come la maglia più bella del mondo. Blu come l’acqua del mare che bagna la liguria, bianca come la sua schiuma che si infrange sulla battigia, rossa come il sangue e la passione che alberga nel cuore dei tifosi, nera come un cielo colmo di pioggia prima di un temporale. Da quell’estate del 1946 ne è passata tanta di acqua sotto i ponti. La fusione nacque per salvare entrambe le società che avevano ripreso faticosamente le attività nel dopoguerra ma che avevano problemi economici e rischiavano di fallire entrambe. Per la neonata società venne appunto studiata una maglia che unisse i colori di entrambe le squadre, bianco e blu dell’Andrea Doria e Rosso-Nero della Sampierdarenese. Nacque una maglia unica con la caratteristica striscia bianco-rosso-nera su campo blu sormontata dalla croce di San Giorgio. La neonata Sampdoria, grazie alla fusione, poté iscriversi subito alla Serie A. Quella prima formazione ottenne apprezzamenti e simpatia fin da subito, con un gioco offensivo che veniva finalizzato dal mitico “attacco atomico” formato da Baldini, Bassetto e Gei. La Sampdoria impose subito il primato cittadino ai dirimpettai del Genoa vincendo il primo derby per 3-0. Vittoria che diventerà un’abitudine consolidata nel corso della storia blucerchiata. La squadra fin da subito raggiunse buoni piazzamenti chiudendo ad esempio al quinto posto nella stagione 48/49

L’era del presidente Alberto Ravano

Negli anni successivi la Sampdoria si assestò invece nella bassa classifica, lottando per la salvezza, fino all’avvento di un presidente che forse si può considerare il primo realmente ambizioso della storia blucerchiata: l’armatore Alberto Ravano. Questo presidente allargò i cordoni della borsa e acquistò giocatori di livello come Bernasconi, roccioso difensore, Tortul, prolifica mezzala, e Edwin “Eddie” Firmani, bomber italo-sudafricano detto il tacchino freddo. Grazie agli investimenti di Ravano la squadra si attestò su una buona qualità e rimase quasi sempre nelle zone nobili del campionato. Nel 1956 venne messo sotto contratto Ernst Ocwirk, capitano e regista della nazionale austriaca, 2 anni dopo arrivò l’argentino Ernesto “Tito” Cucchiaroni, che ha dato poi il nome alla frangia storica dell tifoseria blucerchiata. Nel ’60 poi arrivò Sergio Brighenti, attaccante della nazionale azzurra. Grazie a questi nuovi arrivi, aggiunti ai precedenti, la Sampdoria raggiunse il piazzamento che rimase per tanti anni il migliore della sua storia, un quarto posto nel 60/61. Purtroppo la società fu praticamente costretta a vendere la talentuosa ala Bruno Mora alla Juventus a metà stagione. E così pregiudicò un poco le sue possibilità di raggiungere un piazzamento migliore. In quella stagione la Samp fu superata solo da Juventus, Milan e Inter, e laureò capocannoniere con 28 reti il suo attaccante Sergio Brighenti. L’anno successivo debuttò in Europa per la prima volta della propria storia, nell’allora Coppa delle Fiere.

La prima dolorosa retrocessione in Serie B e il periodo pre-Mantovani

Questo picco così alto non venne più raggiunto dai blucerchiati, dati i successivi ridimensionamenti apportati dai presidenti che vennero dopo Ravano. La Sampdoria quindi, dovette subire anche l’onta della prima retrocessione in Serie B nel 65/66. Ma risalì prontamente l’anno successivo. In quegli anni la Samp poté avvalersi dei servigi di giocatori che passarono alla storia come Bob Vieri (padre di Christian), Luis Suarez, Mario Frustalupi, Romeo Benetti e Marcello Lippi, che vestì a lungo la fascia di capitano. Come detto prima però, la squadra non riuscì mai più ad eguagliare lo storico piazzamento del ’61, e, sopratutto negli anni ’70, passo alcuni anni in Serie B. E proprio in quegli anni arrivò la vera svolta per la società blucerchiata.

L’ineguagliabile era Mantovani

Nel ’79 arrivò un petroliere romano trapiantato a Genova, che aveva già avuto altri ruoli nell’organigramma blucerchiato. Paolo Mantovani, appena prese la Sampdoria fece subito capire che aveva grandi ambizioni. I suoi investimenti permisero alla società blucerchiata, dopo pochi anni, di tornare in Serie A. All’indomani della conclusione del mondiale vinto dalla nazionale italiana in Spagna nel 1982 la neopromossa Sampdoria debutto quindi nella massima seria, allenata da Renzo Ulivieri, e si presentò battendo in casa la Juventus con un gol di Mauro Ferroni. L’opera di miglioramento della squadra era già iniziata ma prosegui anno dopo anno, tassello dopo tassello con l’ingaggio di giocatori importanti come Luca Pellegrini, Trevor Francis, Roberto Mancini, Liam Brady, Pietro Vierchowood, Gianluca Vialli, Fausto Salsano, e tanti altri. Il solo vero grande rimpianto è stato il marziano Alviero Chiorri, che avrebbe potuto diventare uno dei migliori giocatori italiani, ma che purtroppo aveva una testa un po’ “matta” e un carattere sopra le righe che non gli permisero di sfondare. La Samp grazie a questo sapiente mix tra esperti e giovani calciatori cominciò a vincere e convincere su tutti i palcoscenici e, con allenatore Bersellini, nell’85 conquistò la sua prima Coppa Italia, in finale contro il Milan. L’altro importante tassello aggiunto alla squadra fu quello dell’allenatore serbo Vujadin Boskov che permise alla Samp di vincere in fila nell’88 e nell’89, 2 coppe Italia. purtroppo nell’89, una rimaneggiatissima Sampdoria venne sconfitta in finale di Coppa delle Coppe dal Barcellona. Ma si rifece l’anno dopo, nel ’90, andando a vincere 2-0 in finale contro l’Anderlecht allo stadio Ullevi di Göteborg, con Gol di Vialli e Mancini nei tempi supplementari. L’anno successivo i giocatori blucerchiati reduci dal mondiale con la nazionale italiana, e delusi dal ridicolmente basso impiego da parte dell’allenatore Azeglio Vicini, con sentimenti di rivalsa posero le basi per un campionato che passò alla storia per questi colori. Vialli e Mancini su tutti avevano un gran voglia di dimostrare al CT azzurro e all’Italia calcistica che i migliori attaccanti italiani erano loro, non altri. E così fecero grazie a una cavalcata esaltante, con meriti da parte di tutti. Gianluca Pagliuca portiere miracoloso, Lo Zar Pietro Vierchowood, miglior stopper italiano dell’epoca, Moreno Mannini, il capitano Luca Pellegrini, Pari, Katanec, l’inossidabile, simpaticissimo e fortissimo Cerezo, la velocissima ala Attilio Lombardo, l’esperto Beppe Dossena, e i gemelli del Gol Mancini e Vialli, completavano un formazione titolare supportata in panchina da giocatori come il giovane Marco Lanna, Alexei Mikhailichenko, Giovanni Invernizzi, Ivano Bonetti e Marco Branca. Questa squadra sbaragliò la concorrenza di Inter, Juventus, Milan, tutte più favorite dal pronostico rispetto ai blucerchiati, e vinse il suo primo e unico scudetto nel maggio del 1991, laureando anche Gianluca Vialli capocannoniere del campionato con 19 reti. Nella successiva stagione i blucerchiati, iniziarono vincendo la Supercoppa italiana contro la Roma. In Europa invece, dopo una sorprendente cavalcata in Coppa dei Campioni dove sbaragliarono squadre come la Stella Rossa di Belgrado, che annoverava tra le proprie fila giocatori come Mihailovic, Savicevic e Jugovic, arrivarono in finale. Di fronte avevano nuovamente il Barcellona, che all’epoca veniva considerato di certo alla portata dei fortissimi blucerchiati. Purtroppo la partita non fu fortunata. Si sentiva aria di fine ciclo, con Vialli promesso alla Juventus e il nuovo allenatore già pronto a subentrare a Boskov. Vialli e Mancini sbagliarono gol incredibili, che raramente sbagliavano, e poi un errore dell’arbitro, che invertì una punizione al limite dell’aria blucerchiata, quando già si pensava ai calci di rigore, spianò la strada alle capacità balistiche di Ronald Koeman che infilò Pagliuca e regalò una immeritata vittoria al Barcellona, sprofondando nel baratro i tifosi blucerchiati e donando tanta felicità ai tifosi rossoblù del Genoa per lo scampato pericolo di dover dividere lo stadio con i Campioni d’Europa. Dopo quella stagione iniziò un nuovo ciclo che portò a Genova, oltre al nuovo allenatore Eriksson, altri splendidi giocatori come Jugovic, e poi in seguito Platt, Evani e Gullit, ultimi acquisti del presidente Mantovani prima della sua prematura scomparsa per via di un male incurabile nell’ottobre del 1993.

Il periodo di presidenza Enrico Mantovani e l’era Garrone

L’onda lunga degli investimenti del defunto presidente permise al figlio Enrico nel 1995, di piazzare la squadra terza, e di vincere la quarta e ultima Coppa Italia contro l’Ancona. E così si concluse il decennio migliore della squadra blucerchiata, che la portò ad essere la squadra italiana più vincente dopo il Milan, in quell’arco temporale. Nel proseguo della sua avventura la Sampdoria ha affrontato alterne vicissitudini, la crescita e la consacrazione di Enrico Chiesa, prodotto delle giovanili, la sua cessione, l’arrivo di Vincenzo Montella, l’abbandono di Mancini, l’ingaggio di Flachi alla vigilia della retrocessione in Serie B nel ’99, il passaggio di proprietà da Enrico Mantovani alla famiglia Garrone, che ingaggiando Beppe Marotta ha riportato la Sampdoria in Serie A e in Europa. In seguito l’ingaggio di Antonio Cassano e i suoi 4 anni ad altissimi livelli e l’abbandono di Marotta all’indomani della qualificazione in Champions League. Poi la sorprendente retrocessione in Serie B l’anno successivo, per colpa di strategie societarie fallimentari, come la cessione di Pazzini e la rinuncia a Cassano. L’anno successivo il ritorno in Serie A grazie alla cavalcata miracolosa di Beppe Iachini che, subentrato al fallimentare Atzori, è riuscito nell’impresa di qualificarsi ai play off e di vincerli da ultima tra le squadre qualificate, cosa mai successa prima e mai avvenuta in seguito. La finale di ritorno contro il Varese è ancora negli occhi dei tifosi blucerchiati, come la cavalcata di Rispoli e il gol di Pozzi che sancì il ritorno nella massima serie.

Storia recente e auguri tinti di blucerchiato

Il resto è storia recente, la gestione di Edoardo Garrone dopo la scomparsa del padre Riccardo, l’arrivo di Massimo Ferrero, e gli ultimi anni gestiti dalla sua dirigenza.
In questi 72 anni la squadra blucerchiata ha portato in giro per Italia ed Europa la sua inconfondibile maglia, i suoi splendidi colori, e il suo modo di vivere il calcio, insegnatole da quello che a mio modo di vedere è stato il più grande presidente della storia di questo sport. Paolo Mantovani ci ha insegnato che tutti dovrebbero poter sperare nella vittoria di qualcosa di importante, e non solo i soliti noti. Ha educato i propri tifosi ad essere corretti con gli avversari e a portare fair play ovunque siano andati. Dalla sua scomparsa un po’ di questi valori si sono andati perdendo anche tra i tifosi blucerchiati. La speranza è che si possa fare in modo di recuperarli. Perché come amava dire il grande Paolo Mantovani “i tifosi della Sampdoria hanno perduto a Wembley, e hanno cantato, hanno visto Vialli andare via e hanno cantato. Fino a quando i tifosi della Sampdoria continueranno a cantare non vi saranno problemi per il futuro”. Buon Compleanno Sampdoria, il tuo cuore batterà forte, Sempre.

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

La Penna degli Altri

Gli eroi in bianconero: Alfredo FONI

Published on

TUTTOJUVE.COM (Stefano Bedeschi) – Arrivò alla Juventus giusto in tempo per essere tra i protagonisti dell’ultimo scudetto conquistato dal mitico quinquennio e il primo e unico della sua carriera di Campione, Olimpionico e Mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma, in quella prima stagione in bianconero, giocò molto più lui di quei due fenomeni oramai al tramonto: così fu schierato ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di un’ideale staffetta. Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dominatori delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.

La storia juventina di Foni è legata a quello che è definito un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità; le sue 229 partite consecutive sono una vera sfida, vinta contro gli incidenti di gioco, i malanni, le insidie degli scadimenti di forma, la severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.

La lunga sequenza, cominciò in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora, per sette campionati neppure un’assenza, cambiavano i nomi al suo fianco: Amoretti, Bodoira, Peruchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori, ma lui c’era sempre.

Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juventus, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».

La 229ª fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano era un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte aveva l’attacco del Grande Torino lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. In quel derby, risultarono decisivi il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto.

Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea dei Don. Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.

Foni era nato a Udine, il 20 gennaio 1911 e, nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia. Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per 50.000 lire, si dice. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma l’impresa più notevole fu un gran goal al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Per potersi laureare a Padova, chiese di essere ceduto. Qui, in una squadra che schierava anche l’occhialuto Annibale Frossi, cominciò a cambiare ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo ritroviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juventus; era l’ultima partita di un trio famoso. Combi, Rosetta Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto da un sonoro 5-1.

Nella Juventus, Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, l’ala e il centrattacco fu schierato definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei “back” e probabilmente anche la scarsa propensione a realizzare dei goal. Ecco cosa si leggeva di lui sul “Calcio illustrato” ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni».

Quattro anni di Serie A e non più di dodici goal: arrivato alla Juventus non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto. Aveva il gioco difensivo nei propri cromosomi, aveva un gran senso della posizione, era un temporeggiatore come Viri Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza – ricorda Rava – lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza».

L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: molto ammirata, spesso, la potenza dei rinvii, uno dei gesti atletici di grande spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai Mondiali, contro la Francia fu lui, con Rava e Andreolo, a salvare la partita grazie alla qualità e calma gelida del suo gioco. E contro il Brasile, si legge, spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava. Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra».

Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del 1935, le uniche vittorie vennero in Coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» Scrisse felice dopo il trionfo di Berlino, quelle dello sgarbo di Owen a Hitler, dove era il capitano della squadra) e al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria.

La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un 4-0 venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali. Quel giorno firmò il primo goal in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni, Aldo Ballarin.

Conclusa la carriera di calciatore, Foni diventò allenatore. Cominciò con il Venezia, Serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (Serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del primo non prenderle secondo lo spirito che lo aveva animato, quando giocava. In due riprese, dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958, fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff, che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (Mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).

È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in TV i goal del nostro campionato.

Vai all’articolo originale

Continue Reading

La Penna degli Altri

Il calcio è un pezzo da Museo

Published on

IL FOGLIO (Matteo Spaziante) – Non avranno i capolavori degli Uffizi o l’imponenza del Colosseo, ma i musei sul calcio si stanno ritagliando un loro spazio anche in Italia, seppur ancora lontani da quelli delle big straniere. I numeri continuano a crescere, a dimostrazione che nel nostro paese piace anche la storia calcistica. Visite in aumento per il Juventus Museum e il San Siro Museum, i due principali luoghi di culto dei tifosi oggi nel nostro paese. Anche se non bastano ancora per entrare nella top 30 dei siti più visitati (secondo il rapporto Mibact 2017), in cui il museo di Capodimonte, trentesimo, ha accolto oltre 230mila turisti. In testa alla classifica il Colosseo (7 milioni) seguito da Pompei (3,3 milioni) e dalle Gallerie degli Uffizi (2,2 milioni). Nel dettaglio, nel 2018 il Juventus Museum ha avuto complessivamente 183.586 visitatori, in crescita rispetto ai 180.932 del 2017, con un totale (dall’inaugurazione fino ai primi di gennaio) di 1.121.455 persone. Numeri che hanno contribuito a far salire i ricavi che di un settore che, insieme ad altre attività commerciali (Accendi una Stella, Membership, Camp, Club Doc) ha permesso alla Juventus di incassare 11,3 milioni di euro nella stagione 2017/2018. Sono stati invece 165.557 i tifosi che hanno varcato l’ingresso del San Siro Museum nel 2017/2018, in aumento del 3,5 per cento rispetto ai 164.995 del 2016/2017. Chiuso nei giorni di campionato, il museo del Meazza ha avuto durante la stagione 2,4 milioni di euro di ricavi, in leggero aumento rispetto ai 2,3 milioni del bilancio al 30 giugno 2017. Ben al di sotto del milione invece le entrate per quanto riguarda Mondo Milan, il museo dedicato solo al club rossonero nella sede della società, con ricavi per 671mila euro (535mila euro nel 2017). Situazione decisamente diversa all’estero, soprattutto in Spagna, dove Real Madrid e Barcellona sono in grado di gareggiare con le più importanti attrazioni culturali. Basti pensare che il museo dei blaugrana è stato il più visitato di tutta la Catalogna nel corso del 2017/2018 con quasi 2 milioni di visitatori, davanti anche al museo Picasso. Quello dei blancos nella capitale, invece, con 1,3 milioni di turisti è stato “solo” il terzo più visitato a Madrid, dietro a due istituzioni come il museo Reina Sofia (3,8 milioni di visitatori nelle tre sedi nel 2018) e il museo del Prado (2,8 milioni di ingressi). Juventus, Inter e Milan difficilmente potranno combattere con l’arte italiana, ma la strada è già segnata.

Articolo pubblicato su Il Foglio del 19 gennaio 2019

Continue Reading

La Penna degli Altri

Mazzola, 100 anni del primo Valentino

Published on

AVVENIRE (Massimiliano Castellani) – Dal Quattrocento in poi, a cominciare dal condottiero Cesare Borgia, nella storia italiana c’è sempre stato un “Valentino”. Il primo grande divo del cinema è stato Rodolfo Valentino. E oggi, quando dici Valentino si sottintende il “Dottore”, Rossi, il fenomeno del Motomondiale. Ma in mezzo al ‘900, c’è stato il “primo” Valentino, quello del pallone. Valentino Mazzola, la cui parabola da fuoriclasse si interruppe lassù, assieme al Grande Torino, sulla collina di Superga. Alle ore 17.03 del 4 maggio 1949 uno schianto epocale, un boato che dalla Basilica di Superga risuonò fin sotto la Mole. L’aereo che da Lisbona riportava a Torino la già leggendaria formazione granata del presidente Ferruccio Novo (che non era sull’aereo) e del mister ungherese, Egri Erbstein (ebreo errante scampato alla deportazione nazista ma non a quella tragedia) si sbriciolò in mille pezzi. A bordo del trimotore G212, dopo un viaggio travagliato (iniziato alle 9 del mattino) per la nebbia e la scarsissima visibilità, persero la vita 31 persone: l’intera rosa del Torino, più i dirigenti e i giornalisti al seguito della spedizione per quella che doveva essere una festa: l’addio al calcio di Ferreira, il capitano del Benfica. Vinsero i portoghesi, 4-3, e la partita finì tra gli abbracci e gli scambi di maglie dei giocatori, felici e sudati. Fine della festa e inizio di un incubo atroce che dura da settant’anni. Settant’anni di solitudine e di pellegrinaggi per i tifosi granata che, ogni 4 maggio, salgono a Superga per onorare la memoria di quella squadra dei sogni. La più forte formazione, negli anni ’40, del Vecchio Continente, fiore all’occhiello e poesia del calcio trascritta per l’ultima volta nella Lisbona di Pessoa. Una «Nazionale in maglia granata», pronta a prestare parte dei suoi eroi esemplari alla causa azzurra al Mondiale brasiliano del 1950, quello del Maracanazo che vide il trionfo dell’Uruguay di Schiaffino. In Brasile Valentino non ci andò mai, eppure era già un mito, tanto che l’astro nascente José Altafini per il popolo degli stadi brasileri era “Mazzola”. «Se, nella finale di Rio fosse sceso in campo quel numero “10” assieme ai suoi compagni del GrandeTorino, l’Italia (campione del mondo in carica dal 1938) avrebbe vinto il terzo titolo iridato», recita la vox populi da quel maggio del ’49. E ora nel 2019, è anche il centenario della nascita di Valentino Mazzola. Il capitano del Grande Torino dopo Giuseppe Meazza, venne giudicato dagli storici della pedata «il più forte di sempre». Gianni Brera che considerava Peppìn Meazza «il Fòlber» (il calcio puro) scrisse di Valentino Mazzola: «Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner». Il grande Valentino era nato il 26 gennaio del ’19 nel popolare quartiere Ricetto, a Cassano d’Adda. In casa Mazzola cinque figli maschi da sfamare. Così quando il padre perse il lavoro, Valentino, a dieci anni, già lavorava come garzone in un forno e poi operaio nel lanificio locale. Alla domenica gioca con la squadra del Gruppo Sportivo Tresoldi di Cassano. Ma soldi zero. In compenso gol ed emozioni a fiumi. II salto in C con la maglia dell’Alfa Romeo di Milano per il ragazzo che corre veloce sui campi, così come in bici fa altrettanto il suo grande amico e coscritto (classe ’19) Fausto Coppi. Allo scoppio della guerra Valentino si ritrova militare a Venezia e lì, con Loik, inizia la scalata verso l’approdo al Grande Torino e alla Nazionale del tenente degli Alpini, il ct Vittorio Pozzo. Il nuovo trascinatore dei granata non fa mistero che «da bambino tifavo Juventus», e proprio ai bianconeri segna il suo primo gol in granata in un derby (18 ottobre 1942) vinto 5-2. Roba d’altri tempi, certo, come lo scudetto di guerra 1943-’44 perso – ma mai omologato – contro i Vigili del Fuoco di La Spezia in un campionato di guerra in cui il cecchino Mazzola mette a segno 21 gol, secondo solo dietro al bombardiere Silvio Piola (31 reti). Mentre il Silvio delle risaie segna anche ai tedeschi in una partita da Fuga per la vittoria, Valentino alla fine della guerra diventa il simbolo dell’Italia forte e liberata, pronta per affrontare nuovi orizzonti di gloria. Dal 1945 al ’49 il Torino degli invincibili infila una quattro scudetti consecutivi, l’ultimo il quinto personale per Valentino che, nella stagione 1946′- 47, segna anche più di Piola: capocannoniere con 29 gol. La sua corsa sembra inarrestabile. Neppure il gossip (all’epoca si gridava allo «scandalo») poteva frenarlo. Come Coppi, anche Mazzola ha la sua “dama bianca”, Giuseppina Cutrone. La donna che il giorno dello schianto di Superga prese per mano il piccolo Sandro, il primogenito di Valentino (il secondo è Ferruccio, figli avuti dalla prima moglie, Emilia Ranaldi) per strapparlo all’obiettivo dei fotoreporter dei voraci rotocalchi. «La compagna di mio padre mi caricò su un’auto e partimmo da orino, non so per dove… Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino – ha raccontato ad Avvenire Sandro Mazzola -. Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”. Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio». Orfani, i due figli d’arte del Campione che da Valentino hanno ereditato una valigia (l’unico oggetto personale ritrovato tra i rottami dell’aereo) e il talento. «Sandro lo ha messo a frutto a pieno, io no», ripeteva Ferruccio, è morto nel 2013. Dietro di sé, la cometa Valentino lasciava una scia infinita di rimpianti, due “vedove” (una denuncia di bigamia che gli sarebbe stata recapitata al ritorno da Lisbona) e cuccioli di 7 (Sandrino) e 4 anni (Ferruccio). Due bambini smarriti che a Milano finirono a «contrabbandare sigarette» (racconta Sandro Mazzola) per le strade di Porta Ticinese e a salvarli dalla miseria ci pensò quel burbero buono di “Veleno”, Benito Lorenzi, il generoso attaccante di quell’Inter che fu l’ultima squadra italiana ad incrociare il Grande Torino la domenica prima delle salme. «Io e Sandro eravamo diventati le mascotte dell’Inter di Masseroni e quando vinceva davano anche a noi il premio partita di 5mila lire», aveva scritto Ferruccio nella sua biografia Il terzo incomodo (Bradipolibri) in cui con un pizzico di rabbia cercava di spiegare il vuoto incolmabile lasciato dal padre. Lo stesso vuoto provato da Sandro che, nonostante i grandi successi ottenuti subito al debutto con l’Inter del “Mago” Helenio Herrera, ha solo parzialmente sanato le conseguenze di quell’amore strappato via troppo in fretta. «Dopo una perdita del genere impari a non piangere più… Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni. Mi rivedo a giocare con lui e nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi. A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male” ». Quel che fa male è accorgersi che la memoria collettiva troppo spesso è assai corta. «Quando giocai la prima volta contro il Torino, nessun dirigente mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò… eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in suo onore. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato di me, venne con le sue figlie a farmi festa e disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio”. Aveva conservato il mio stipetto». La memoria delle basse forze, solida come quella del geniale Puskas che conservava nitido il ricordo del grande Valentino, e dopo un Real Madrid-Inter andò incontro al giovane Mazzola per stringergli la mano e dirgli: «Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio Scambiamoci la “camiseta”». Cento anni dopo, tra i nipoti di Sandro c’è un Valentino, e la storia, anche quella di cuoio, magari a volte spalanca la porta alla speranza.

Articolo pubblicato su AVVENIRE il 18 gennaio 2019

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: