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Tanti auguri Sampdoria, oggi sono 72, ma non li dimostri

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Il 12 agosto del 1946 nasceva la Sampdoria: Le origini

FOOTBALLNEWS24.IT (Dario Pittaluga) – Il cuore blucerchiato batte forte, sempre. Batte ancor di più oggi 12 agosto 2018. 72 anni or sono infatti, da una fusione tra Sampierdarenese e Andrea Doria nasceva la UC Sampdoria. E con lei nasceva quella che è universalmente riconosciuta come la maglia più bella del mondo. Blu come l’acqua del mare che bagna la liguria, bianca come la sua schiuma che si infrange sulla battigia, rossa come il sangue e la passione che alberga nel cuore dei tifosi, nera come un cielo colmo di pioggia prima di un temporale. Da quell’estate del 1946 ne è passata tanta di acqua sotto i ponti. La fusione nacque per salvare entrambe le società che avevano ripreso faticosamente le attività nel dopoguerra ma che avevano problemi economici e rischiavano di fallire entrambe. Per la neonata società venne appunto studiata una maglia che unisse i colori di entrambe le squadre, bianco e blu dell’Andrea Doria e Rosso-Nero della Sampierdarenese. Nacque una maglia unica con la caratteristica striscia bianco-rosso-nera su campo blu sormontata dalla croce di San Giorgio. La neonata Sampdoria, grazie alla fusione, poté iscriversi subito alla Serie A. Quella prima formazione ottenne apprezzamenti e simpatia fin da subito, con un gioco offensivo che veniva finalizzato dal mitico “attacco atomico” formato da Baldini, Bassetto e Gei. La Sampdoria impose subito il primato cittadino ai dirimpettai del Genoa vincendo il primo derby per 3-0. Vittoria che diventerà un’abitudine consolidata nel corso della storia blucerchiata. La squadra fin da subito raggiunse buoni piazzamenti chiudendo ad esempio al quinto posto nella stagione 48/49

L’era del presidente Alberto Ravano

Negli anni successivi la Sampdoria si assestò invece nella bassa classifica, lottando per la salvezza, fino all’avvento di un presidente che forse si può considerare il primo realmente ambizioso della storia blucerchiata: l’armatore Alberto Ravano. Questo presidente allargò i cordoni della borsa e acquistò giocatori di livello come Bernasconi, roccioso difensore, Tortul, prolifica mezzala, e Edwin “Eddie” Firmani, bomber italo-sudafricano detto il tacchino freddo. Grazie agli investimenti di Ravano la squadra si attestò su una buona qualità e rimase quasi sempre nelle zone nobili del campionato. Nel 1956 venne messo sotto contratto Ernst Ocwirk, capitano e regista della nazionale austriaca, 2 anni dopo arrivò l’argentino Ernesto “Tito” Cucchiaroni, che ha dato poi il nome alla frangia storica dell tifoseria blucerchiata. Nel ’60 poi arrivò Sergio Brighenti, attaccante della nazionale azzurra. Grazie a questi nuovi arrivi, aggiunti ai precedenti, la Sampdoria raggiunse il piazzamento che rimase per tanti anni il migliore della sua storia, un quarto posto nel 60/61. Purtroppo la società fu praticamente costretta a vendere la talentuosa ala Bruno Mora alla Juventus a metà stagione. E così pregiudicò un poco le sue possibilità di raggiungere un piazzamento migliore. In quella stagione la Samp fu superata solo da Juventus, Milan e Inter, e laureò capocannoniere con 28 reti il suo attaccante Sergio Brighenti. L’anno successivo debuttò in Europa per la prima volta della propria storia, nell’allora Coppa delle Fiere.

La prima dolorosa retrocessione in Serie B e il periodo pre-Mantovani

Questo picco così alto non venne più raggiunto dai blucerchiati, dati i successivi ridimensionamenti apportati dai presidenti che vennero dopo Ravano. La Sampdoria quindi, dovette subire anche l’onta della prima retrocessione in Serie B nel 65/66. Ma risalì prontamente l’anno successivo. In quegli anni la Samp poté avvalersi dei servigi di giocatori che passarono alla storia come Bob Vieri (padre di Christian), Luis Suarez, Mario Frustalupi, Romeo Benetti e Marcello Lippi, che vestì a lungo la fascia di capitano. Come detto prima però, la squadra non riuscì mai più ad eguagliare lo storico piazzamento del ’61, e, sopratutto negli anni ’70, passo alcuni anni in Serie B. E proprio in quegli anni arrivò la vera svolta per la società blucerchiata.

L’ineguagliabile era Mantovani

Nel ’79 arrivò un petroliere romano trapiantato a Genova, che aveva già avuto altri ruoli nell’organigramma blucerchiato. Paolo Mantovani, appena prese la Sampdoria fece subito capire che aveva grandi ambizioni. I suoi investimenti permisero alla società blucerchiata, dopo pochi anni, di tornare in Serie A. All’indomani della conclusione del mondiale vinto dalla nazionale italiana in Spagna nel 1982 la neopromossa Sampdoria debutto quindi nella massima seria, allenata da Renzo Ulivieri, e si presentò battendo in casa la Juventus con un gol di Mauro Ferroni. L’opera di miglioramento della squadra era già iniziata ma prosegui anno dopo anno, tassello dopo tassello con l’ingaggio di giocatori importanti come Luca Pellegrini, Trevor Francis, Roberto Mancini, Liam Brady, Pietro Vierchowood, Gianluca Vialli, Fausto Salsano, e tanti altri. Il solo vero grande rimpianto è stato il marziano Alviero Chiorri, che avrebbe potuto diventare uno dei migliori giocatori italiani, ma che purtroppo aveva una testa un po’ “matta” e un carattere sopra le righe che non gli permisero di sfondare. La Samp grazie a questo sapiente mix tra esperti e giovani calciatori cominciò a vincere e convincere su tutti i palcoscenici e, con allenatore Bersellini, nell’85 conquistò la sua prima Coppa Italia, in finale contro il Milan. L’altro importante tassello aggiunto alla squadra fu quello dell’allenatore serbo Vujadin Boskov che permise alla Samp di vincere in fila nell’88 e nell’89, 2 coppe Italia. purtroppo nell’89, una rimaneggiatissima Sampdoria venne sconfitta in finale di Coppa delle Coppe dal Barcellona. Ma si rifece l’anno dopo, nel ’90, andando a vincere 2-0 in finale contro l’Anderlecht allo stadio Ullevi di Göteborg, con Gol di Vialli e Mancini nei tempi supplementari. L’anno successivo i giocatori blucerchiati reduci dal mondiale con la nazionale italiana, e delusi dal ridicolmente basso impiego da parte dell’allenatore Azeglio Vicini, con sentimenti di rivalsa posero le basi per un campionato che passò alla storia per questi colori. Vialli e Mancini su tutti avevano un gran voglia di dimostrare al CT azzurro e all’Italia calcistica che i migliori attaccanti italiani erano loro, non altri. E così fecero grazie a una cavalcata esaltante, con meriti da parte di tutti. Gianluca Pagliuca portiere miracoloso, Lo Zar Pietro Vierchowood, miglior stopper italiano dell’epoca, Moreno Mannini, il capitano Luca Pellegrini, Pari, Katanec, l’inossidabile, simpaticissimo e fortissimo Cerezo, la velocissima ala Attilio Lombardo, l’esperto Beppe Dossena, e i gemelli del Gol Mancini e Vialli, completavano un formazione titolare supportata in panchina da giocatori come il giovane Marco Lanna, Alexei Mikhailichenko, Giovanni Invernizzi, Ivano Bonetti e Marco Branca. Questa squadra sbaragliò la concorrenza di Inter, Juventus, Milan, tutte più favorite dal pronostico rispetto ai blucerchiati, e vinse il suo primo e unico scudetto nel maggio del 1991, laureando anche Gianluca Vialli capocannoniere del campionato con 19 reti. Nella successiva stagione i blucerchiati, iniziarono vincendo la Supercoppa italiana contro la Roma. In Europa invece, dopo una sorprendente cavalcata in Coppa dei Campioni dove sbaragliarono squadre come la Stella Rossa di Belgrado, che annoverava tra le proprie fila giocatori come Mihailovic, Savicevic e Jugovic, arrivarono in finale. Di fronte avevano nuovamente il Barcellona, che all’epoca veniva considerato di certo alla portata dei fortissimi blucerchiati. Purtroppo la partita non fu fortunata. Si sentiva aria di fine ciclo, con Vialli promesso alla Juventus e il nuovo allenatore già pronto a subentrare a Boskov. Vialli e Mancini sbagliarono gol incredibili, che raramente sbagliavano, e poi un errore dell’arbitro, che invertì una punizione al limite dell’aria blucerchiata, quando già si pensava ai calci di rigore, spianò la strada alle capacità balistiche di Ronald Koeman che infilò Pagliuca e regalò una immeritata vittoria al Barcellona, sprofondando nel baratro i tifosi blucerchiati e donando tanta felicità ai tifosi rossoblù del Genoa per lo scampato pericolo di dover dividere lo stadio con i Campioni d’Europa. Dopo quella stagione iniziò un nuovo ciclo che portò a Genova, oltre al nuovo allenatore Eriksson, altri splendidi giocatori come Jugovic, e poi in seguito Platt, Evani e Gullit, ultimi acquisti del presidente Mantovani prima della sua prematura scomparsa per via di un male incurabile nell’ottobre del 1993.

Il periodo di presidenza Enrico Mantovani e l’era Garrone

L’onda lunga degli investimenti del defunto presidente permise al figlio Enrico nel 1995, di piazzare la squadra terza, e di vincere la quarta e ultima Coppa Italia contro l’Ancona. E così si concluse il decennio migliore della squadra blucerchiata, che la portò ad essere la squadra italiana più vincente dopo il Milan, in quell’arco temporale. Nel proseguo della sua avventura la Sampdoria ha affrontato alterne vicissitudini, la crescita e la consacrazione di Enrico Chiesa, prodotto delle giovanili, la sua cessione, l’arrivo di Vincenzo Montella, l’abbandono di Mancini, l’ingaggio di Flachi alla vigilia della retrocessione in Serie B nel ’99, il passaggio di proprietà da Enrico Mantovani alla famiglia Garrone, che ingaggiando Beppe Marotta ha riportato la Sampdoria in Serie A e in Europa. In seguito l’ingaggio di Antonio Cassano e i suoi 4 anni ad altissimi livelli e l’abbandono di Marotta all’indomani della qualificazione in Champions League. Poi la sorprendente retrocessione in Serie B l’anno successivo, per colpa di strategie societarie fallimentari, come la cessione di Pazzini e la rinuncia a Cassano. L’anno successivo il ritorno in Serie A grazie alla cavalcata miracolosa di Beppe Iachini che, subentrato al fallimentare Atzori, è riuscito nell’impresa di qualificarsi ai play off e di vincerli da ultima tra le squadre qualificate, cosa mai successa prima e mai avvenuta in seguito. La finale di ritorno contro il Varese è ancora negli occhi dei tifosi blucerchiati, come la cavalcata di Rispoli e il gol di Pozzi che sancì il ritorno nella massima serie.

Storia recente e auguri tinti di blucerchiato

Il resto è storia recente, la gestione di Edoardo Garrone dopo la scomparsa del padre Riccardo, l’arrivo di Massimo Ferrero, e gli ultimi anni gestiti dalla sua dirigenza.
In questi 72 anni la squadra blucerchiata ha portato in giro per Italia ed Europa la sua inconfondibile maglia, i suoi splendidi colori, e il suo modo di vivere il calcio, insegnatole da quello che a mio modo di vedere è stato il più grande presidente della storia di questo sport. Paolo Mantovani ci ha insegnato che tutti dovrebbero poter sperare nella vittoria di qualcosa di importante, e non solo i soliti noti. Ha educato i propri tifosi ad essere corretti con gli avversari e a portare fair play ovunque siano andati. Dalla sua scomparsa un po’ di questi valori si sono andati perdendo anche tra i tifosi blucerchiati. La speranza è che si possa fare in modo di recuperarli. Perché come amava dire il grande Paolo Mantovani “i tifosi della Sampdoria hanno perduto a Wembley, e hanno cantato, hanno visto Vialli andare via e hanno cantato. Fino a quando i tifosi della Sampdoria continueranno a cantare non vi saranno problemi per il futuro”. Buon Compleanno Sampdoria, il tuo cuore batterà forte, Sempre.

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Silvio Piola, il primo bomber

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ESQUIRE.COM (Gabriele Lippi) – Nato a Robbio, in provincia di Pavia, il 29 settembre 1913, Silvio Piola è ancora oggi il recordman per gol nel massimo campionato italiano: 290, divisi tra i 16 nella Divisione Nazionale e i 274 in Serie A. Terzo miglior marcatore di sempre nella Nazionale con 30 gol, dietro Gigi Riva e Giuseppe Meazza, è il più grande bomber nella massima categoria per Pro Vercelli, Novara e Lazio. Di quest’ultima è anche il miglior marcatore assoluto di tutti i tempi.

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Gli anni alla Pro Vercelli

Piola aveva 16 anni quando fece il suo esordio in Serie A con la Pro Vercelli. Quattro partite nella stagione 1929-1930 e due reti nell’amichevole contro il Red Star di Parigi, l’anno dopo era già titolare e andò subito in doppia cifra per reti realizzate. A Vercelli Piola cominciò a mettere in mostra qualità tecniche e umane fuori dal comune.

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La Lazio, il Torino e la Juventus

Dopo cinque stagioni alla Pro Vercelli, Piola passò alla Lazio nel 1934, all’età di appena 21 anni. Il suo trasferimento nella squadra della Capitale per la cifra di 200 mila lire fu fermamente voluto dal segretario amministrativo del Partito Fascista Giovanni Marinelli, che si impegnò in prima persona per evitare l’intromissione di Ambrosiana e Torino e convincere un restio Piola a firmare un primo contratto da 70 mila lire a stagione poi alzato a 38 mila lire al mese. Alla Lazio avrebbe giocato per nove stagioni, segnando 159 reti, vincendo due volte la classifica cannonieri della Serie A e sfiorando la vittoria dello scudetto e della Coppa dell’Europa Centrale nella stagione 1936-37. Lasciò la Lazio nel 1943 per giocare un anno nel Torino e due nella Juventus, prima di chiudere la carriera con sette anni al Novara. L’11 gennaio del 1945 si era diffusa nel Sud Italia la notizia della sua morte in un bombardamento su Milano. Per mesi si susseguirono messe in suo suffragio prima che arrivasse la smentita definitiva: Piola era vivo, era tornato nel suo Piemonte e avrebbe giocato ancora a lungo, fino al 1954, alle soglie dei 41 anni.

Silvio Piola campione del mondo

In tutta la sua carriera, Piola non vinse mai uno scudetto, fu però protagonista nella Nazionale che conquistò il titolo di campione del Mondo a Francia 1938. Ai precedenti Mondiali, quelli di Italia 1934, Piola non aveva partecipato, ancora troppo giovane e chiuso da Meazza, Schiavio e Borell II. Segnò però 11 reti in sei presenze nella Nazionale B, e le reti realizzate con la maglia della Lazio convinsero uno scettico Vittorio Pozzo a convocarlo per la prima volta in Nazionale nel 1935, per una partita contro l’Austria, in occasione di un infortunio di Meazza. Piola non si aspettava quella chiamata ed era andato a caccia nelle campagne a sud di Roma, fu il compagno di squadra Giacomo Blason a rintracciarlo per comunicargli la notizia della convocazione. Piola non si lasciò sfuggire quell’unica occasione, segnò due gol al Prater, trascinando l’Italia alla vittoria, e conquistò definitivamente la fiducia di Pozzo che decise di portarlo con sé in Francia. Per fargli spazio, Pozzo spostò Meazza mezzala, e Piola segnò 5 gol nel Mondiale vinto dall’Italia con una doppietta nella finale vinta 4-2 contro l’Ungheria. Nel 1939, alle soglie dell’entrata in guerra dell’Italia, Piola segnò un gol di mano all’Inghilterra che lo rese ancora più un eroe nazionale.

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In anteprima nazionale “Gigi”, il documentario dedicato al campione rossoblu

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OTTOETRENTA.IT (Raffaella Aquino) – Arriva, in anteprima nazionale, al Cinema Citrigno di Cosenza, il prossimo 21 maggio, alle ore 20,00,  il documentario “Gigi”, dedicato al compianto campione e bandiera del Cosenza Calcio Gigi Marulla, scomparso il 19 luglio del 2015.

IL FILM DOCUMENTARIO, DI FRANCESCO GALLO, REALIZZATO CON FRANCESCO VILOTTA, FRANCESCO ABONANTE E GIOVANNI PERFETTI, È PRODOTTO DALLA ROOSTER PRODUZIONI, È PATROCINATO DAL COMUNE DI COSENZA E SOSTENUTO DALLA CALABRIA FILM COMMISSION. I FIGLI KEVIN E YLENIA MARULLA, GLI EX COMPAGNI DI SQUADRA, I TIFOSI E GLI AMICI RACCONTERANNO LA STORIA, NON SOLO SPORTIVA, MA ANCHE UMANA DI UN CAMPIONE DENTRO E FUORI DAL CAMPO CHE HA SCRITTO PAGINE INDIMENTICABILI DELLA STORIA DEL COSENZA CALCIO.

L’intero incasso della serata sarà devoluto in beneficenza all’associazione La Terra di Piero. L’evento è realizzato in collaborazione, tra gli altri, con il Cinema Citrigno, la Calabria Film Commission, MK Records, l’Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici), la Società Italiana Storia dello Sport e l’Archivio Tucci-Pescatore.

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Un sogno di 56 anni fa

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ULTIMOUOMO.COM (Marco Gaetani)

[…] Il torneo aveva ripreso quota da poco: lo stop bellico aveva frenato lo slancio della competizione, nata di fatto nel 1935 dopo la sua prima versione embrionale, quella vinta dal Vado nel 1922 in pieno scisma del calcio italiano. Soltanto nel 1958, quindici anni dopo l’ultima edizione, vinta dal Torino il 30 maggio del 1943, si era ripartiti con la vittoria della Lazio, proseguendo per tre stagioni con una formula che prevedeva la finale a fine estate, a settembre, per poi riallineare i calendari in occasione della stagione 1960/61, con il successo della Fiorentina. In queste primissime edizioni, la Coppa Italia è un torneo che sa riservare sorprese. Nel 1941 aveva stupito tutti il Venezia, che presentava però due ragazzi niente male in rosa: Ezio Loik e Valentino Mazzola, future colonne del Grande Torino. Il 21 giugno 1962, con una vittoria a sorpresa, il Napoli aveva piegato la resistenza della SPAL, diventando l’unica squadra di Serie B, insieme al Vado nel 1922, a vincere la competizione.

Ai blocchi di partenza della Coppa Italia 1962/63 si presentano trentotto squadre: le diciotto di A e le venti di B. Non sono previsti gironi, e dopo il primo turno ne restano diciannove: delle “big”, vita facile per Juventus, Roma, Fiorentina, Genoa e Inter. Il Torino passa soltanto grazie al lancio della monetina contro la Triestina, lo stesso capita alla Lucchese contro il Mantova. Il Napoli, detentore del trofeo, viene beffato dal Messina, ed esce in fretta anche l’altra finalista, la SPAL, affossata dal Catanzaro. Il Milan arranca ma supera il Parma di misura, l’Atalanta viene citata soltanto marginalmente dalle cronache dell’epoca dopo aver battuto ai supplementari il Como.

Con diciannove club qualificati al turno successivo, per l’organizzazione iniziano i problemi. La soluzione adottata è quella di ben tredici “bye” (termine di origine tennistica che indica il salto direttamente al turno successivo, senza disputare la partita): per il secondo turno scendono in campo solamente sei squadre, scelte tramite sorteggio. Il Genoa supera a domicilio la Fiorentina, la Roma batte 3-1 il Catanzaro, la Juventus è corsara in casa del Foggia & Incedit. L’Atalanta aspetta il Catania negli ottavi di finale e in pochi si preoccupano degli “orobici”, che pure hanno chiuso al sesto posto la stagione precedente, con Ferruccio Valcareggi in panchina.

È stato un triennio di consolidamento, quello agli ordini del tecnico triestino. Un periodo aperto da un buon undicesimo posto in A nell’anno successivo alla promozione e dalla brutta notizia del ritiro prematuro di Stefano Angeleri, rimasto a lungo recordman di presenze in nerazzurro (316, superato in epoca recente soltanto da Gianpaolo Bellini). Una squadra via via ritoccata nel corso degli anni, fino al brillante sesto posto del 1962, anno in cui la “Dea” aveva raggiunto anche la semifinale di Mitropa. A quella cavalcata aveva preso parte anche una futura leggenda del club, Fermo Favini, assente però nella rosa della stagione successiva. Non c’è più nemmeno Valcareggi, sedotto dalla Fiorentina. Al suo posto, dopo un lungo girovagare per l’Italia (Baracca Lugo, Ponte San Pietro, Parma, Sampdoria, SPAL, Bari e Foggia), un vecchio cuore nerazzurro come Paolo Tabanelli. Nel suo piano, Domenghini deve iniziare a ritagliarsi un ruolo di maggiore responsabilità. In porta c’è un nome iconico: Pier Luigi Pizzaballa, destinato a entrare nella storia del calcio un anno più tardi per l’introvabilità della sua figurina Panini. È uno dei tanti bergamaschi di quella squadra, insieme a capitan Gardoni, Pesenti, Roncoli, Rota, Gentili e Nodari, e si è trovato titolare all’improvviso, complice un grave infortunio subito da Cometti.

Per gli ottavi di finale, l’organizzazione non prevede più il lancio di monetina in caso di parità ma i calci di rigore. Vi ricorrono Torino ed Hellas Verona per avere la meglio su Bologna e Lucchese, mentre iniziano a saltare le big. Il Milan perde in casa con la Sampdoria, l’Inter viene eliminata a domicilio dal Padova, formazione di Serie B, e la Roma si fa beffare dal Genoa. L’Atalanta fa il suo dovere contro il Catania, sfruttando anche il palese disinteresse dei siciliani per la competizione. Il tecnico Di Bella lo dichiara apertamente alla vigilia, lasciando fuori Szymaniak, Battaglia e molti altri titolari. «Ma che interesse possiamo avere nella Coppa Italia? Non ci facciamo neppure i soldi per pagare le spese di queste lunghe trasferte, mentre corriamo grossi rischi di rovinare i nostri giocatori migliori». Gli etnei scendono in campo con un sedicenne, tale Malerba. Fa turnover anche Tabanelli, lasciando a riposo Mereghetti, Domenghini, Magistrelli e Calvanese. Decide una doppietta di Christensen, 2-1 il risultato finale, con qualche nube sull’arbitraggio: «Strana direzione di Varazzani, un arbitro che applica approssimativamente il regolamento», scrive Giulio Accatino nella cronaca del match. «Convalida i goal atalantini viziati il primo da un netto fallo di Da Costa ai danni di Benaglia e il secondo da un fuorigioco palese di Christensen».

Restano otto squadre in ballo e gli accoppiamenti dei quarti sono i seguenti: Bari-Genoa, Juventus-Hellas Verona, Sampdoria-Torino, Atalanta-Padova. I primi a scendere in campo sono proprio i bergamaschi: vita facilissima, 2-0 e semifinali in tasca. La notizia clamorosa è l’eliminazione della Juventus (0-1) per mano dell’Hellas. Avanza anche un’altra formazione di B, il Bari, che ha bisogno dei supplementari per eliminare il Genoa. Proprio i pugliesi sono l’avversario dell’Atalanta in semifinale, mentre il Torino pesca il Verona. Stavolta si fa sul serio, non c’è turnover che tenga.

La “Dea” scende in campo con Pizzaballa, Pesenti, Nodari; Nielsen, Gardoni, Colombo; Domenghini, Da Costa, Calvanese, Mereghetti, Magistrelli. Il Bari tiene benissimo il campo per un tempo, non mostrando di accusare la differenza di qualità. Nella ripresa, Tabanelli ordina l’assalto, consentendo anche a Colombo di sganciarsi più spesso in avanti. È proprio lui a raccogliere un assist di Nielsen e a colpire il palo con una conclusione potentissima, ribadita in rete da Dino Da Costa a porta sguarnita. Figlio di un autista di filobus, divenuto in fretta stellina del Botafogo, Da Costa ha un passato in un tridente d’attacco atomico, con Garrincha e Luis Vinicio (“‘O lione”, come sarebbe stato chiamato nella sua esperienza napoletana), ed è stato portato in Italia dalla Roma, con cui ha vissuto cinque anni fantastici. Gli osservatori lo avevano visto all’opera in una tournée italiana del club e ne avevano immediatamente suggerito l’acquisto a Renato Sacerdoti nel corso della sua seconda presidenza giallorossa: la prima si era interrotta bruscamente nel 1935 poiché, in quanto ebreo, venne arrestato e mandato al confino, nonostante l’indubbia vicinanza al Partito Nazionale Fascista: non mancano le foto di Sacerdoti che, in alta uniforme, prende parte alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Sfuggito alle deportazioni grazie a un rocambolesco nascondiglio in un convento, Sacerdoti aveva quindi deciso di rifare grande la Roma, e Da Costa era stato un tassello fondamentale nella sua opera di rinascita.

Il campionato finisce il 26 maggio e l’Inter è campione d’Italia, mentre l’Atalanta è ottava, con Da Costa miglior realizzatore della squadra: battendo il Napoli all’ultima giornata, la squadra nerazzurra condanna i partenopei alla retrocessione. È una partita che lascia un’onda polemica, con gli azzurri pronti ad accusare gli avversari di eccessivo impegno: «Nell’ultima gara, per ammissione esplicita di taluni fra i giocatori, l’Atalanta ha messo l’impegno di chi ricordava certe poco simpatiche accoglienze ricevute nel girone d’andata sul campo partenopeo. È strano dover dare questa cruda spiegazione per il comportamento perfettamente in regola con la correttezza sportiva della compagine bergamasca, ma è l’ambiente di una parte del calcio italiano che vuole questo», si legge su La Stampa del 27 maggio 1963. «Vi sono tipi sempre pronti al sospetto: se una squadra non si impegna abbastanza è pagata per perdere, se si impegna a fondo sarà bene che spieghi chiaramente perché lo fa, onde non vedersi accusata di chissà quali intrallazzi a vantaggio di terzi», una fotografia che ci dice quanto poco sia cambiato il modo di interpretare il calcio nonostante il tempo che passa.

La vittoria

Sono giorni caldi per la Lega, che sta cercando disperatamente un modo per dare lustro alla Coppa Italia. Scottato dalle due semifinaliste di Serie B, il presidente della Lega Calcio, Giorgio Perlasca, decide di garantire un posto in semifinale nell’edizione 1963-64 a Milan, Inter, Juventus e alla vincitrice del torneo. Tra gli inviati al seguito per la finale di Milano, ce ne è uno d’eccezione: è Vittorio Pozzo, l’ex commissario tecnico della Nazionale italiana. Già allora, esattamente come oggi, si dibatteva in maniera accesa sul fascino della competizione: «Ogni volta che assistiamo alla finale di Coppa d’Inghilterra, manifestazione fra le più grandiose a cui dia luogo il giuoco della palla rotonda, ci torna naturale alla mente il quesito: perché non sia possibile di portare la consimile competizione italiana a un grado di successo che possa equivalere a quella inglese. Tentativi sono stati fatti, ma da noi la Coppa Italia non è mai andata al di là di una manifestazione di secondaria importanza. Perché?», si chiede una delle menti più illuminate del Novecento calcistico (e non solo) italiano.

Nel ritiro di Canzo, Tabanelli deve fare i conti con il forfait di Da Costa, che alza bandiera bianca nell’ultimo allenamento. Manca anche Nova ma rientra Magistrelli, pronto ad agire da ala sinistra con Domenghini sull’out opposto. L’altra finalista è il Torino, che in campionato ha chiuso con gli stessi punti degli orobici, 34. La gestione di Giacinto Ellena, arrivato a gennaio, non ha convinto più di tanto il nuovo patron, Orfeo Pianelli, futura icona granata. Proprio durante il ritiro prepartita, la squadra fa la conoscenza del tecnico della stagione successiva: si tratta di Nereo Rocco, campione d’Europa alla guida del Milan. Una mossa che, secondo alcune voci dell’epoca, può avere inficiato la serenità del gruppo granata, mentre quello orobico marcia compatto verso la meta.

Tabanelli e i suoi ragazzi vogliono quel trofeo, non lo vivono come una coppa secondaria ma come un grande obiettivo stagionale. In palio, oltre alla gloria, c’è anche la partecipazione alla Coppa delle Coppe dell’anno successivo. «L’Atalanta è una squadra seria, positiva, sana. Basta considerare il fatto che il sodalizio attinge in loco la maggioranza dei suoi elementi, diventando quindi un centro di produzione come potrebbero o dovrebbero esserlo tanti alti. Bergamo è città, è zona di gente quadrata e forte, nel morale e nel fisico. Questo è un riconoscimento che le va fatto in tono esplicito, anche come conseguenza della politica sportiva che ha voluto seguire», scrive Pozzo nell’analisi post finale. Una caratteristica che l’Atalanta presenterà spesso nella sua storia.

Il primo gol non sembra quasi provenire dal bagaglio tecnico di Domenghini. Punizione di Nielsen dalla trequarti destra, sul secondo palo spunta il numero 7 nerazzurro, in un inserimento di rara prepotenza. Per la velocità dell’arrivo sul pallone e la potenza dell’impatto, è un gol fuori dalla sua epoca. La rete di un giocatore modernissimo, che sta già attirando le attenzioni delle grandi italiane. L’esultanza, quella sì, è perfettamente coerente con i tempi. Non c’è nulla di artefatto nella gioia di “Domingo”, che scalcia il pallone in porta e si concede il saltello di chi non sa cosa fare, travolto soltanto dall’emozione. Nella ripresa, Domenghini raddoppia con una rete da opportunista, intervenendo sul sombrero di Magistrelli ai danni di Buzzacchera con una precisa conclusione mancina. Gli assalti granata sono vani, Pizzaballa è pazzesco su un sinistro al volo di Hitchens e “Domingo” può andare a calare il tris, stavolta con un’azione da ala tipica: dribbling a rientrare sul mancino, prima conclusione respinta, rimpallo fortunato per poi saltare il portiere e depositare in rete senza tanti fronzoli. La sua tripletta in finale di Coppa Italia resta l’unica su azione della storia: soltanto Giannini sarebbe riuscito a siglare tre gol nell’ultimo atto del torneo, ma tutti su calcio di rigore nella finale di ritorno con il Torino del 1993. Inutile, nei minuti conclusivi, la rete di Ferrini.

[…]

Quanto a “Domingo”, la speranza è quella di tornare a sentire squillare il telefono: «Sarebbe anche ora che la vincessimo questa Coppa Italia, son passati 56 anni e continuano a intervistarmi per quei tre gol».

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