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Calcio, Arte & Società

“Campione di calcio et pittore”: Domenico Maria Durante e la sua Juventus

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – “Nell’autunno al Football Club Juventus aderì un pittore. Mancava un artista nel corollario dei futuri ingegneri e medici, militari e geometri, avvocati-cantastorie; di commercianti e tecnici già in carriera, di un filatore di cotone e un presidente insegnante alle scuole serali.

“Dipingi questo”.

“Dipingi quest’altro”.

“Toh, pitturati ‘sta sleppa”.

Varetti, Forlano, e Donna ne provarono all’istante la consistenza con potenti tiri, appena si presentò in piazza d’Armi.

“Meglio lui o Tamagnone?”

“Dipingi, dipingi!”.

Il pittore si slanciò verso il pallone e respinse coi pugni il bolide. Diresse uno sguardo beffardo ai tre e sgranò occhi di bragia. Ombroso, riprese ad agitarsi sulla riga della porta.

“Meglio lui”.

(Cit. Nasce un mito: Juventus!, Renato Tavella – Ebook 2015)

Nasce così l’avventura del “Pittore” alla Juventus.

Domenico Durante, nato a Murazzano in provincia di Cuneo il 17 dicembre 1879, ha già giocato con la Ginnastica Torino. Il ragazzo appartiene a quelle che sono le famiglie agiate del capoluogo piemontese di inizio ‘900 e frequenta l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Il calcio è nella sua fase pionieristica e solo gli abbienti hanno le possibilità per poterlo praticare. Tra le sue frequentazioni ci sono anche alcuni studenti che hanno fondato una squadra di calcio: il Football Club Juventus. “Durantin”, così i compagni di squadra ormai lo chiamano, diviene uno dei portieri della Juventus dal 1901 al 1909. Nel 1903 prima e nel 1904 poi, la Juventus riesce ad arrivare in finale nei campionati nazionali pur perdendo entrambe le volte con il fortissimo Genoa vincitore di sei dei primi sette campionati.

Durantin… in alto al centro con i suoi classici baffi in una formazione del 1905

Nel 1905 diventa presidente della società lo svizzero Alfred Dick, industriale del tessile, che arricchisce la compagine bianconera con alcuni innesti, quali gli svizzeri Frédéric Dick, suo figlio, Walty e Weber, gli scozzesi Diment e Helscot, e gli inglesi Squire e Goodley. Ne risulta quindi una squadra davvero forte tanto da laurearsi Campione d’Italia, per la prima volta nella sua storia, proprio ai danni del pluricampione Genoa che arriva invece secondo. “Durantin” rimane alla Juventus ancora sei anni e quella maglia gli si attacca sulla pelle, quei colori gli entrano nel cuore. Un ruolo, il portiere, che soprattutto in questo periodo è ancora da inventare, da scrivere. Una sorta di difensore aggiunto che può usare anche le mani, nulla di più. Nessuno ancora si tuffa per bloccare la palla anzi, la si respinge come fanno i difensori, con i piedi. Lui, tra il temerario e l’eccentrico, esibisce il suo pezzo forte: il grande cazzotto ad allontanare la palla. Si racconta dei suoi rapporti poco ossequiosi nei confronti degli arbitri e dei “teatrini” dopo alcune decisioni da lui contestate. La leggenda narra anche di Champagne durante l’intervallo a mo’ di attuale Sport Drink. Nel 1909 abbandona il calcio giocato.

Durante e la sua pittura  

Nel 1902, all’Esposizione Internazionale d’Arte Decorativa Moderna di Torino, Durante espone le proprie opere. Nel 1904 vince il premio della Camera di Commercio e Arti di Firenze con il suo quadro “Poeta alla solitudine”. Anche il Re d’Italia Vittorio Emanuele III è tra coloro che acquistano alcune delle sue opere. I suoi dipinti cominciano a “vincere” premi a tutte le manifestazioni e l’esposizione alla Biennale di Venezia, tra le più prestigiose rassegne internazionali d’arte al mondo, diventa consuetudine. Nel 1921 Durante viene nominato Socio onorario dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino.  La sua specialità è il ritratto con riferimento all’arte del Rinascimento italiano.

Nella stagione 1910-1911 torna a giocare, anche se solo per una partita, con la Juventus. Poi collabora con la rivista Hurra!, una sorta di “voce” ufficiale della società bianconera, fondata nel 1915 per tenere i contatti tra il Football Club Juventus e i suoi molti soci impegnati nella Prima Guerra Mondiale. Si tratta del primo periodico dedicato ad un club sportivo. Realizza anche in questo periodo alcuni manifesti promozionali per la Juventus firmandosi proprio come “Durantin”.

Arte e calcio quindi, qualità e abilità che difficilmente viaggiano parallele. Ancor più raro è trovarle nella stessa persona. Eppure Domenico Maria Durante, portiere Campione d’Italia con la Juventus e pittore di fama riesce anche nell’impresa di coniugare pittura e calcio, arte e sport.

A quasi cinquant’anni compare in un autoritratto con la maglia della Juventus e la scritta “CAMPIONE DI CALCIO ET PITTORE” … la Juventus nel cuore e sulla pelle.

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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“Calciatore e pittore”: Cesare Benedetti

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – La nostra ricerca relativa al connubio “Arte & Calcio” approda in questa occasione su un calciatore prima e pittore di fama poi: Cesare Benedetti, detto Benè.

Cesare nasce a Treviso il 24 ottobre del 1920. Con il crescere eredita dal nonno maniscalco una forte passione per i cavalli che, non a caso, saranno poi ricorrenti nelle sue opere in quella che sarà una seconda fase della sua vita.

Non ha ancora compiuto diciassette anni quando esordisce in prima squadra con il Treviso il 26 settembre 1937 in casa contro l’Udinese (2-0), dopo aver fatto la trafila nelle giovanili del club biancoceleste.

Nel 1940, mentre svolge il servizio militare, passa al Bologna del Presidente Dall’Ara che “smuove” tutte le sue conoscenze per farlo trasferire al 35º Reggimento di stanza nella città felsinea. Dopo poco però l’intero reggimento viene trasferito in Calabria, privando il giovane calciatore della possibilità di allenarsi con la squadra. Proprio alcuni giorni prima dell’invio del contingente in Africa viene trasferito all’81º Reggimento in virtù dell’interessamento al ragazzo da parte del Presidente della Roma Edgardo Bazzini che lo aggrega alla prima squadra.  

Nel 1943 lascia la capitale e torna a Treviso, per poi far ritorno a Roma dopo le vicende belliche e disputando con i giallorossi il campionato 1945/46 collezionando 6 presenze. Nel 1946 convola a nozze con la sua concittadina Luciana Menegazzo. Nella stagione successiva si “accasa” invece alla Salernitana e contribuisce alla storica prima promozione in serie A con le sue 32 presenze e 2 gol.

L’anno successivo, ancora con i granata, disputa 25 partite nella massima serie. Nel 1948 torna nella città natale e con il Treviso conclude la sua carriera calcistica al termine della stagione.

Benedetti e la pittura

E’ nella Città Eterna che Cesare inizia a “pensare” alla pittura, un’arte che s’impossessa di lui appena appende i classici scarpini al classico chiodo: “… essere della Roma, allora significava essere soprattutto romano, e per riuscire tale, Bené prese la residenza nella Capitale sia come calciatore che come artista. La residenza in Piazza di Spagna tra un fitto di gallerie indicò a Bené la strada per la gloria pittorica” (Cit. www.cesarebenedetti.it).

Tra i suoi mecenati si possono annoverare i Grimaldi, Principi di Monaco, per i quali ha eseguito vari ritratti tra cui quello della Principessa Grace, del Principe Ranieri III e della Principessa Carolina.

Una particolare predilezione l’aveva nel ritrarre le “belle donne” in cui la femminilità e l’eleganza venivano esaltate. Le sue opere sono andate a impreziosire varie collezioni private in tutto il mondo, come, ad esempio, il ritratto di Caroline Kennedy all’età di 4 anni.

Per merito di una serie di ritratti, Giovanni XXIII, Pio XII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, quest’ultima è un’opera alta oltre due metri, si guadagna il “titolo” di “Pittore dei Papi”.

Non solo ritratti nelle sue opere ma anche la natura e i cavalli. Nel 2007 alcune delle sue opere più importanti sono state esposte presso la sua casa natia. Inoltre, nel 2009, una delle sue opere raffigurante una Baccante, facente parte di una trilogia, è stata selezionata per “ricevere” le autorità alla Riunione Internazionale dei Ministri dell’Agricoltura G8. Molti artisti contemporanei importanti hanno a lui riservato grandi attestati di stima per la qualità delle sue opere: uno su tutti Giorgio de Chirico.

Insomma, in Benè, troviamo la rara possibilità di incontrare un calciatore e un artista, un campione e un pittore, in lui che “Capisce la pittura, sente la forma e sa rendere il volume” (Giorgio de Chirico).

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NB: le foto dello Slide Show sono state tratte dal sito cesarebenedetti.it dove è possibile visionare le opere di Benè.

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Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Seconda Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Carlo Brizzi) – Il 1968 è stato un periodo storico che sconvolse il quieto vivere della nazione segnalandosi per fenomeni eversivi. In Francia i cortei di studenti e operai avevano innalzato cartelli con la scritta “L’immaginazione al potere”, ma in Italia questo concetto fu la base di una rivoluzione. Ci trovammo a vivere con sigle quali Brigate Rosse, Lotta Continua e altre, e assistemmo a delitti e rapimenti che sconvolsero l’intera nazione. Ci abituammo a convivere con uno stato di guerra civile ma non abbandonammo l’attenzione al campionato di calcio. Assistemmo quindi con soddisfazione allo sgarbo che la Lazio fece agli squadroni del nord vincendo il campionato nel 1974. Eravamo pronti per il “Campionato del Mondo” dello stesso anno, che si tenne in Germania, dove realizzammo un’altra figura penosa mangiandoci la dote del secondo posto conquistato quattro anni prima. Non ci disperammo perché eravamo attori di un avvenimento storico: in Italia, nel Maggio del 1974, era stato indetto un referendum per stabilire la legalità del divorzio che finalmente divenne legge. Ancora in festa per la battaglia di libertà appena vinta, fummo sconvolti dall’attacco delle BR al cuore dello Stato effettuato il 16 Marzo del 1978 con il rapimento dell’onorevole Aldo Moro e l’uccisione degli agenti della scorta. Seguì una prigionia dell’esponente democristiano di cinquantacinque giorni in un appartamento di Roma, mentre le forze dell’ordine erano impegnate in una ricerca affannosa e senza esito positivo. L’ultimo oltraggio fu l’annunciato ritrovamento del cadavere di Moro in una via centrale della capitale all’interno di un’automobile. Fu un attacco alla democrazia che però non vacillò e negli anni successivi lo Stato riaffermò la sua supremazia sconfiggendo definitivamente le organizzazioni rivoluzionarie e arrestandone i componenti. L’Italia calcistica superò il triste periodo perché era concentrata sul Mondiale alle porte che si sarebbe tenuto in Argentina. La nostra rappresentativa era molto valida e ispirava una certa fiducia e, infatti, disputammo un buon campionato battendo l’Argentina che l’avrebbe conquistato e finendo al quarto posto per mera sfortuna. La compensazione fortunata venne con l’elezione a Presidente della Repubblica di Sandro Pertini che divenne da subito il presidente più amato dagli italiani. Un uomo eccezionale che seppe dare prova di se nelle circostanze difficili attraversate dalla Repubblica, ed anche partecipare con vena patriottica ai momenti felici. Lo ritroviamo, il nostro Presidente, nella veste di tifoso a un campionato mondiale storico, in Spagna nel 1982. Un’epopea azzurra cominciata in modo insoddisfacente nel girone preliminare per vedere poi montare l’autostima della squadra che si trovò ad affrontare una dopo l’altra, vincendo, l’Argentina di Maradona, il Brasile di Falcao e la Polonia di Boniek che non disputò quella partita per infortunio. Il passo successivo fu la finale contro la Germania che vincemmo 3 a 1 senza storia, dopo avere sbagliato un rigore con Cabrini. L’Italia dette spettacolo, Conti fu giudicato la migliore ala del torneo e Paolo Rossi fu il capocannoniere. Gli Azzurri rientrarono in Italia nell’“Aereo di Stato” ospiti del Presidente Pertini, e furono celebrati con festeggiamenti e onorificenze dalla nazione intera. Il trofeo era tornato tra le nostre mura dopo quarantaquattro anni, in un’Italia che aveva superato la dittatura fascista, una guerra spaventosa e aveva saputo attuare il miracolo della ricostruzione proprio come in quei giorni era stato realizzato il ritorno del nostro sport nazionale a livelli d’eccellenza. Il terrorismo che aveva raggiunto il massimo vigore negli anni settanta aveva dato prova della sua virulenza nell’Agosto del 1980 con lo spaventoso attentato alla stazione di Bologna. Assistevamo compiaciuti alla resa dei conti che portava alla fine dei brigatisti, ma eravamo sbigottiti dalla virulenza della malavita che compieva sequestri di persona a ripetizione mentre a Roma trionfava la banda della Magliana. Un trionfo di altra natura avvenne nel 1983 nella capitale: se la Nazionale italiana aveva impiegato 44 anni per tornare a vincere la Coppa del Mondo, l’Associazione Sportiva Roma ne impiegò 41 per vincere il suo secondo scudetto. La città impazzì, il giallo e il rosso colorarono la città e una quantità enorme di persone, almeno 100.000, festeggiarono l’evento al Circo Massimo. Antonello Venditti scrisse “Grazie Roma”, la più bella canzone mai dedicata a una squadra di calcio, e i romanisti rimasero concentrati sull’evento dell’anno successivo, la Coppa dei Campioni. Il campionato tornò sotto l’egida della Juventus mentre Roma, squadra e città, era tesa al grande evento, la finale della Coppa che si sarebbe tenuta a Roma contro il Liverpool. I cuori romanisti palpitarono fino all’ultimo calcio di rigore tirato fuori, dopo i tempi supplementari, che regalò il trofeo agli inglesi… Eravamo destinati a tornare sotto la supremazia della Juventus? Nemmeno per idea! Il 1985 segnò la rivolta degli umili e la squadra del Verona, che fino allora aveva navigato nelle acque della mediocrità, inaspettatamente si fregiò del titolo di “Campione d’Italia”. L’anno successivo fu folgorato dall’arrivo in Italia del più grande fuoriclasse di tutti i tempi della palla rotonda insieme a O’ Rei Pelé, Diego Armando Maradona! Il Napoli, forte di questo incredibile arrivo, allestì una squadra di alto livello e nel 1987 appuntò sulle maglie lo scudetto tricolore. Era di nuovo l’anno dei mondiali e gli azzurri volarono in Messico in qualità di detentori del titolo ma furono mandati a casa dalla Francia mentre l’Argentina di Maradona vinceva il suo secondo campionato mondiale. Passò alla storia la partita Argentina – Inghilterra per i due goal di Maradona, il primo dei quali segnato furbescamente con un colpo di mano mentre il secondo verrà ricordato come il più bello del secolo, realizzato dopo una serpentina di mezzo campo seminando non so quanti giocatori avversari. Tornammo ai fatti di casa nostra per verificare che la morsa della Juventus sul campionato si era allentata fino a quasi sparire. Il titolo divenne questione tra Inter e Milan, ma poi nel 1990 tornò Maradona a fare mettere al Napoli il sigillo del suo secondo scudetto. Adesso però c’erano di nuovo i mondiali e questa volta a casa nostra! Bennato e la Nannini cantavano “Notti Magiche” mentre l’Italia di Schillaci, allenata da Azeglio Vicini, procedeva suscitando qualche ottimismo, fino a quando nella semifinale giocata a Napoli ci facemmo giocare da un colpo di testa di Caniggia che non era noto per tale specialità. La Germania batté l’Argentina vincendo il titolo, noi ci dovemmo accontentare del terzo posto e cominciammo a fare i conti con i guasti tecnici e finanziari che quella competizione ci aveva lasciato in eredità. Preventivi sforati del doppio (vedi l’Olimpico di Roma) una stazione ferroviaria con relativo ponte d’attraversamento mai utilizzata e altre simili amenità italiche che preannunciavano i tempi bui che sarebbero arrivati di lì a poco. Il Campionato riprese con la sorpresa della simpatia nel nome della Sampdoria. Una formazione con autentici fuoriclasse, quali Vialli, Mancini e Cerezo, allenata da Boskov, quello delle massime tipo… “Rigore è quando arbitro fischia”. La simpatia doriana fu sostituita per tre anni di fila dal 1992 al 1994 più che dal Milan dalla “Rivoluzione Sacchiana” che la squadra lombarda aveva attuato. La squadra milanese, che aveva conosciuto periodi di quasi povertà tecnica, culminata con una retrocessione in serie B, aveva realizzato un’impressionante resurrezione ad opera della nuova proprietà assunta dal potente imprenditore Silvio Berlusconi. Un completo risanamento economico e un primo tentativo di nuovo inquadramento tecnico affidando la squadra a Liedholm, poi era avvenuta la fulminazione di un’idea innovativa affidando la squadra a un allenatore emergente proveniente dal Parma, alfiere di un gioco nuovo e propositivo che realizzò tre scudetti consecutivi e prestigiosi risultati in campo europeo. In quegli anni Milano conquistò gli onori della cronaca anche per uno scandalo di dimensioni mai viste: Tangentopoli. Tutto era cominciato con una mazzetta di modeste dimensioni percepita dall’amministratore, appartenente al Partito Socialista, di un’istituzione benefica di Milano, venne così alla luce un verminaio inimmaginabile. Tutte le attività imprenditoriali erano soggette al pagamento di una tangente ai partiti a danno della comunità. I nomi dei PM milanesi quali Di Pietro, Davigo e Colombo guadagnarono le prime pagine dei giornali e l’intera classe politica italiana venne messa sotto processo. Caddero teste illustri quali Craxi e Forlani, ma anche i pezzi grossi degli altri partiti guadagnarono le loro brave condanne con l’eccezione del Partito Comunista per il quale un eroico funzionario si sacrificò senza compromettere gli alti gradi. Mani Pulite ebbe anche le sue vittime, il presidente dell’Eni Cagliari si tolse la vita in carcere soffocandosi con un sacchetto di plastica, e il capitano d’industria Gardini si sparò un colpo di rivoltella nella sua abitazione milanese. E l’Italia del pallone? La Nazionale era stata affidata ad Arrigo Sacchi, carico dei risultati esaltanti ottenuti con il Milan, e si apprestava ad affrontare i Mondiali che nel 1994 si sarebbero svolti negli Stati Uniti. Questa idea balzana era opera di Henry Kissinger, il segretario di Stato che, per la sua origine austriaca, nutriva un amore per la palla rotonda all’epoca non molto condiviso nella nazione statunitense. Si giocò nel caldo dell’estate americana per interessi mediatici a orari assurdi, combattendo la disidratazione degli atleti con continui rifornimenti d’acqua e qualche necessaria interruzione. Nonostante le non ideali condizioni di gioco gli Azzurri fecero una bellissima competizione terminando secondi dietro il Brasile che vinse ai rigori dopo i tempi supplementari. Il campionato riprese con il ritorno alla vittoria nel 1995 della Juventus che si alternò nella conquista dello scudetto con il Milan, assegnandosi equamente il titolo un anno per uno fino al 1999. Avevamo ancora negli occhi la sfortunata impresa americana che eravamo di nuovo nel clima dei Mondiali, questa volta nella vicina Francia. Ancora una volta gli azzurri si comportarono onorevolmente finendo eliminati nei Quarti dalla Francia che avrebbe poi vinto il titolo. Il ritorno al campionato segnò la novità assoluta del temporaneo allontanamento dal vertice delle squadre del nord e dell’affermazione delle romane, la Lazio nel nuovo secolo, il 2000, e la Roma nel 2001. Ben altro capovolgimento si era realizzato nella politica con la discesa in campo dell’imprenditore Silvio Berlusconi. Il centrodestra aveva preso il governo della nazione, alternandosi con il centrosinistra di Prodi, mentre avevamo eletto Presidente della Repubblica Azeglio Ciampi. Il Campionato mondiale ci trasportava adesso, nel 2002, in Giappone e Corea e a una disfatta agevolata da un arbitro, tale Moreno, che sarebbe rimasto a lungo nella nostra memoria quale esempio di nefandezza. La Juventus al ritorno dal Mondiale riprese il comando delle operazioni vincendo il campionato 2003/004 ed anche l’anno successivo terminò prima in classifica, ma a quel punto scoppiò lo scandalo. Furono scoperte gravi irregolarità e la Triade, formata da Moggi, Giraudo e Bettega, radiata o costretta alle dimissioni e, udite udite, lo scudetto revocato e la Juventus in serie B. Si può dire che il sogno di gran parte della tifoseria italiana fosse stato esaudito, ma la “Vecchia Signora” seppe controbattere egregiamente alla vicissitudine occorsale. In un solo anno, sotto la guida del tecnico francese Deschamps, tornò nella massima divisione. Eccoci alla storia di ieri, una storia gloriosa realizzata nei Mondiali del 2006 in Germania dove ci presentammo con una squadra formidabile imbottita di campioni quali Totti, Del Piero, Pirlo, Cannavaro, Buffon e, per brevità, rinunciamo di citare tutti gli altri tra i quali non ce ne era nemmeno uno scarso. Ricordiamo con i brividi la semifinale con la Germania padrona di casa, battuta 2 a 0 nei tempi supplementari. E’ nel nostro cuore la finale contro la Francia, rimessa in equilibrio dopo avere patito un rigore generoso, vinta ai rigori, finalmente una vittoria dagli “undici metri”, dopo la famosa “capocciata” di Zidane a Materazzi. Fermiamo qui il nostro racconto, sul culmine più alto toccato dai nostri colori e stendiamo un velo sugli anni successivi, animati da qualche successo di club in campo internazionale ma povero di altre soddisfazioni. Anche in passato abbiamo avuto anni bui dai quali siamo usciti con affermazioni gloriose. Siamo quattro volte “Campioni del Mondo” e una volta “Campioni d’Europa”: l’amore per il calcio è nel nostro sangue, appartiene al nostro DNA e di nuovo momenti gloriosi saluteranno i colori azzurri.

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Prima Parte

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Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Prima Parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Carlo Brizzi) – Se a un bambino gli regalano una palla dopo poco gli darà un calcio, perché è un istinto logico, una disposizione naturale, ed è da questa espressione dell’animo che è nato il gioco del calcio. Non voglio effettuare una ricostruzione storica del gioco del calcio ma piuttosto una breve sintesi del suo percorso in Italia e del suo rapporto con la società.

La prima squadra vincitrice del campionato italiano di calcio, il Genoa

Alla fine dell’800 in varie città cominciano a nascere le società sportive che promuovono quest’attività a imitazione di uno sport che in Inghilterra è praticato e regolamentato. Quest’origine è riportata in alcune ragioni sociali, ad esempio “Genoa Cricket and Football Club”, e dall’inglese abbiamo appreso tutto il vocabolario relativo abituandoci a parole come “goal, corner, penalty e offside”. In ogni caso, pur con i suoi termini inglesi, il gioco del calcio era entrato nella nostra vita trovando l’ordinamento che meritava e realizzandosi in campionati regolari. La scena italiana è stata animata da squadre cittadine dai nomi gloriosi che hanno preso a contendersi il titolo di Campione d’Italia. L’inizio folgorante fu proprio del Genoa che in più riprese avrebbe conquistato nove titoli, con la timida apparizione del Milan e dell’Internazionale prima dell’irruzione di città di provincia come Casale, Novese e Pro Vercelli che vinsero per molti anni prima che si consolidasse la supremazia di importanti squadre del Nord, la neonata Juventus, il Torino e il Bologna che si qualificava come “Lo squadrone che tremare il mondo fa”. Poi la nazione è stata dominata dal Partito Fascista che ha compreso quale arma propagandistica rappresentasse il calcio e lo ha usato a fini promozionali. Il primo atto fu di modificare il nome dell’Internazionale, che evocava tristi fantasmi, in Ambrosiana e di eliminare il vocabolario inglese e di conseguenza non più goal ma rete, non penalty ma rigore, e questi erano solo effetti superficiali mentre si volevano ottenere maggiori successi. Si presentava un’occasione unica e Mussolini in persona non volle perderla: i campionati mondiali! Nel 1930 si era disputato il primo in Sud America ed era stato un avvenimento che aveva riguardato poche nazioni, vinto dall’Uruguay dopo una lotta fratricida con l’Argentina.

1934 – L’Italia è Campione del Mondo

Quello successivo, nel 1934, fu assegnato all’Italia, rappresentando un’occasione propagandistica eccezionale. Fu nominato Commissario Tecnico Vittorio Pozzo con pieni poteri che allestì una rappresentativa nazionale di tutto rispetto. Disponevamo di una generazione di calciatori di alto livello e, infatti, vincemmo il titolo di “Campioni del Mondo”. Non era stato un caso e nel 1936 vincemmo anche il titolo di campioni olimpici alle Olimpiadi di Berlino, e non era ancora finita perché nel 1938 a Parigi guadagnammo il secondo titolo mondiale. I giocatori salutavano il pubblico con il braccio alzato e teso come voluto dal regime e il pubblico, festante per le eccezionali imprese sportive, lo considerava una naturale conseguenza del periodo storico che si stava vivendo. Il campionato di calcio si era talmente radicato nel panorama italiano che non fu nemmeno interrotto quando nel 1940 l’Italia entrò in guerra. Nel 1942 lo scudetto fu assegnato alla Roma che fu la prima a infrangere, per un breve momento, il predominio delle squadre del Nord. Nello scenario dell’Italia disastrata dalla guerra il campionato fu sospeso per riprendere con manifesta debolezza nel 1945/46 diviso in due gironi, il Sud e il Nord con spareggio finale tra le prime di ogni girone. L’Italia calcistica scoprì la settima meraviglia del mondo: il grande Torino.

Una squadra perfetta piena di campioni in tutti i reparti che macinava un gioco mai visto in precedenza, che prese a ingoiare scudetti come se fossero gelati, cambiando maglia e vestendo l’azzurro della nazionale con nove undicesimi. Un astro che cadde dal cielo nel Maggio del 1949 lasciando l’intera nazione in un lutto generale e profondamente sentito. Il Torino era primo in classifica da quattro anni ma quel campionato del 1948/49 non lo aveva ancora conquistato e fu deciso, che nelle poche partite restanti, le squadre avversarie si presentassero in campo la formazione “Primavera”, affinché gli incontri si svolgessero in parità di condizioni. In quegli anni una scoperta straordinaria scosse il paese e rivoluzionò la vita delle famiglie italiane, era stata inventata la schedina del Totocalcio.

La prima schedina

Era il miracolo del raggiungimento della ricchezza o almeno del benessere senza merito, e gli italiani si scoprirono scommettitori imparando a valutare la qualità delle squadre e a ipotizzare risultati mentre si consolidava la convinzione che non fosse una questione di conoscenza tecnica ma di fortuna a fare cadere una pioggia settimanale di milioni sui possessori delle schedine vincenti. Gli appassionati del gioco del calcio si riscossero dal torpore causato dalla grave perdita della nostra squadra migliore per un avvenimento straordinario che era alle porte, dopo dodici anni si sarebbero disputati in Brasile i Campionati del mondo e noi vi avremmo preso parte da campioni in carica. L’incidente aereo che aveva causato la scomparsa del Torino aveva lasciato nell’animo dei calciatori italiani una diffusa paura del volo, e fu quindi deciso che il trasferimento degli Azzurri avvenisse per mare. Arrivammo a Rio de Janeiro bolliti e poco allenati e il risultato si vide sul campo, dove la Svezia, che poi finì al terzo posto, ci eliminò subito. La nostra convinzione di essere forti nel mondo del calcio crollò in terra ma messa da parte la nazionale ci rituffammo nel campionato. Di nuovo salirono al proscenio i soliti squadroni, Inter, Milan e Juventus, e ritornammo alla realtà internazionale nel 1954 ai Campionati del Mondo in Svizzera. La delusione fu enorme perché l’avversario che ci fece tornare a casa era la modesta Svizzera. Questa volta la consolazione ci venne dalle migliorate condizioni di vita. L’Italia stava attuando una crescita impressionante, la Lira era stata premiata quale migliore valuta e l’industria aveva acquisito un vigore mai immaginato. La ricchezza si era calata anche nelle squadre di calcio che avevano preso a ingaggiare astri del firmamento mondiale. Vedemmo arrivare i campioni uruguayani che avevano umiliato il Brasile, Schiaffino al Milan e Ghiggia alla Roma e i campioni svedesi che ci avevano massacrato, Nordhal, Green e Liedholm tanto per citarne alcuni. Con il desiderio di rinforzare la Nazionale scoprimmo gli oriundi, calciatori che avevano un nonno italiano ai quali fu riconosciuta la cittadinanza e così Ghiggia e Altafini poterono indossare la maglia azzurra, senza però migliorare le sorti della nostra rappresentativa. Volevamo risollevarci ed ecco le qualificazioni per il Mondiale che nel 1958 si sarebbe svolto in Svezia, e questa volta risparmiammo le spese del viaggio perché fummo eliminati dall’Irlanda del Nord in una partita ripetuta per il mancato arrivo dell’arbitro. Si verificò, inoltre, un’invasione di campo e oltre ai goal beccammo anche qualche cazzotto. Il campionato in Svezia segnò il trionfo delle riprese televisive, già conosciute nella precedente edizione svizzera, e fece conoscere al mondo un ragazzo di diciassette anni, il più grande giocatore che abbia calcato i campi di calcio: Pelé. Lui non venne mai a giocare in Italia e avemmo la possibilità d’apprezzarne la maestria solo in occasioni internazionali.

Mike Bongiorno

Intanto l’Italia pulsava di vita straordinaria, l’autostrada del Sole coronava il sogno di collegare Milano con Roma e Napoli, frigoriferi e televisori trovavano domicilio in molte abitazioni e il gioco a quiz “Lascia o raddoppia” di Mike Buongiorno aveva portato gli abbonati della Rai a superare il milione. Nel campionato di calcio il monopolio della triade era stato rotto nel 1955/56 per merito di una Fiorentina rivoluzionata nel gioco da Fulvio Bernardini, ma subito dopo era stato riaffermato il potere delle solite grandi. Juve e Milan vinsero campionati ad anni alterni mentre ci avvicinavamo a un nuovo incontro mondiale, nel 1962 in Cile. Il tifoso è come un giocatore incallito e ogni volta che perde è sicuro di rifarsi alla successiva occasione. Affrontammo il Cile con una squadra dignitosa piena di oriundi argentini dal nome famoso come Maschio e Angelillo e … perdemmo, questa volta contro i padroni di casa con la fattiva collaborazione dell’arbitro inglese Aston che permise ai cileni di menarci anche con il ricorso ai pugni. Le partite le vedemmo in differita perché ancora non esisteva il collegamento tramite satellite, ma intanto gli americani annunciavano future imprese spaziali. Ritorniamo al campionato per trovare due sorprese straordinarie, il nuovo allenatore dell’Inter, il Mago Herrera, pagato a peso d’oro che avrebbe attraversato a lungo la scena italiana portando l’Inter anche alla conquista della Coppa dei Campioni; l’altra sorpresa fu rappresentata dal Bologna affidato al mago nostrano Fulvio Bernardini che vinse il titolo in una partita di spareggio proprio contro Herrera.

Sophia Loren e l’Oscar

Si profilava un altro campionato mondiale ma questa volta però, forti dei risultati di casa nostra, eravamo decisi a rifarci anche ai campionati del mondo del 1966 che si sarebbero svolti in Inghilterra. Ogni volta che pensavamo in grande finiva a “schifio” e la regola si ripeté ancora una volta: eliminati dalla Corea del Nord! Cercammo consolazione in altre attività quali il cinema con l’Oscar a Sophia Loren per il film La Ciociara diretto da Vittorio De Sica. Il calcio nazionale però stava dando segni di rinnovamento e ne ricevemmo conferma ai Campionati europei del 1968 che furono disputati in Italia. Affrontammo in semifinale la Russia a Napoli e la partita terminò in pareggio dopo i tempi supplementari. Il regolamento dell’epoca prevedeva il sorteggio con la moneta e la dea bendata favorì le sorti dell’Italia. La finale si tenne allo Stadio Olimpico di Roma l’8 Giugno contro una pimpante Jugoslavia e terminò in pareggio, 1 a 1, dopo i tempi supplementari. La finale fu ripetuta il 10 Giugno e l’Italia vinse due a zero con reti di Anastasi e Gigi Riva. L’Italia tutta poté festeggiare gli Azzurri campioni europei, mettendo in bacheca il primo titolo dopo il lontano 1938. Di ben altro spessore e importanza fu il passo enorme compiuto dall’uomo, il 20 Luglio 1969, con l’impresa dell’Apollo 11. Da anni seguivamo le attività spaziali degli Stati Uniti e i lanci in orbita di equipaggi nelle attrezzate navicelle, ma il viaggio dell’Apollo 11 segnò una tappa fondamentale della storia dell’uomo e potemmo vedere in riprese televisive lo sbarco dell’astronauta Neil Armstrong sulla Luna e i suoi passi sul suolo del nostro satellite. La vittoria ai Campionati Europei aveva aumentato la nostra autostima e aspettammo il successivo mondiale che nel 1970 si sarebbe disputato in Messico. Jannacci imperversava con la canzone “Messico e Nuvole” che si riferiva a tutt’altro cantando dei divorzi all’estero, roba da ricchi. Noi interpretammo quella canzone come un segno di buon augurio e questa volta il dio del pallone aveva deciso di premiarci.

In semifinale contro la grande Germania che schierava astri come Schnellinger, che militava nel Milan, Mueller e Beckenbauer disputammo una partita epica che dopo i tempi supplementari sarebbe terminata 4 a 3. La nostra era una squadra di prim’ordine con grandi giocatori tipo Boninsegna, Domenghini, Cera, il Rombo di Tuono Riva e due eccezionali campioni, Mazzola e Rivera. Purtroppo la conduzione tecnica era affidata a persone non eccellenti e alla fine perdemmo per stanchezza contro il Brasile che celebrò il terzo titolo per il superuomo Pelé.

Italia, calcio e società: sintesi storica del “Bel Paese” – Seconda Parte

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