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La Penna degli Altri

I gol alla Radio …Tu chiamale emozioni

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AVVENIRE (Massimiliano Castellani) – “Che domenica ragazzi! Niente Serie A, niente B e neppure uno straccio di partita della C, che pure quella comincia la prossima settimana”. Domenica 9 settembre, per i calciofili impenitenti è stata una giornata da cancellare dal calendario. Una giornata uggiosa, non a caso si celebrava il ventennale della morte di Lucio Battisti. Una domenica bestiale, anche per chi se ne stava comodamente sdraiato al sole sulla spiaggia, alla Baia del Silenzio di Sestri Levante da dove arriva quel lamento, che con il passare dei minuti e delle nuvole in cielo è diventato un coro: «Mai più una domenica senza calcio!». È stato l’appello disperato dei tifosi teledipendenti del pallone, specie quelli persi e assuefatti anche all’indigesto “calcio spezzatino” (il calcio per tutti i gusti e a tutte le ore). Invece noi, ancora legati a un granello di sabbia e alla bellezza del calcio di poesia, la domenica “senza partite” (nonostante Francia-Olanda di Nations League) l’abbiamo superata bene, anche grazie alla lettura di Radiogol […] di Riccardo Cucchi. Il romantico racconto in presa diretta delle avventure – dalla tribuna stampa – di un decano della radiocronaca pallonara. Cucchi è uno degli ultimi aedi di quella meraviglia di trasmissione che è Tutto il calcio minuto per minuto. Ultimo avamposto (Rai) a difesa del calcio narrato alla radio, da quasi sessant’anni. Tutto il calcio minuto per minuto fece il suo ingresso nelle domeniche degli italiani brava gente nel 1959. Un’idea partorita da una triade geniale dell’etere: Guglielmo Moretti (all’epoca capo della redazione sportiva), Roberto Bortoluzzi (il conduttore), e Sergio Zavoli (che era a capo della redazione radiocronache). Un’invenzione che pare dotata del dono dell’eternità e della garanzia della «grande qualità», come direbbe il teletribuno Pierluigi Pardo. Non sono più gli anni d’oro – da 25 milioni di radioascoltatori – in cui la tv non reggeva l’impatto contro la squadra fortissima di Tutto il calcio, ma il fascino e il magnetismo di quel gruppo è intatto. E per linea diretta l’ha ereditato l’ultima splendida selezione che, fino al 2017, era capitanata dallo stesso Cucchi e che ora ha il suo massimo epigono nella voce suadente di Francesco Repice. Musica fine per orecchie di noi poveri amanti che ci stupiamo ancora e ci viene da cantare come Lucio Dalla: «Sembra solo ieri che la domenica ci si chiudeva in casa con la radio, vedevamo le partite contro il muro non allo stadio…». Potere della tradizione e fascino del calcio trasmesso oralmente, al quale continuano ad essere legati anche coloro che la partita la fanno. «A me piace la radio. Quando posso la tengo accesa. ll calcio è più emozionante se lo ascolti», confessa Carletto Ancelotti a Cucchi. Il Riccardo nazionalpopolare con Radiogol ci invita a tuffarci nel mare calmo della sera del tifoso sapienziale, quello della memoria di cuoio forte , fino all’ultima radiocronaca, (Inter-Empoli, 12 febbraio 2017) ha seguito con la stessa emozione del debuttante. Un maestro di stile e di sobrietà Cucchi, che ai suoi allievi insegna: «Non sprecare parole è il punto di partenza. Direi alla radio come nella vita. Trovate quelle giuste dentro di voi. Vi accorgerete che ne bastano poche. E ricordate che per trasmettere emozioni bisogna emozionarsi. I trucchi con gli ascoltatori non funzionano». Mai barare in radiocronaca e soprattutto «non serve portare troppi appunti in postazione», piuttosto «occhi vigili sul campo. Abbassarli su un foglio può essere fatale. Bastano pochi secondi perché il gioco cambi e si perda un dettaglio importante, anche un gol nella peggiore delle ipotesi». Un gol alla radio diventava epico fin dal collegamento: «Scusa Ameri… Dimmi Ciotti, ha segnato Bruscolotti…». Enrico Ameri e Sandro Ciotti, le due insuperabili punte di diamante di Tutto il calcio stanno alla radiocronaca calcistica come Coppie Bartali alla storia del ciclismo. Leggende, che Cucchi fa rivivere insieme a tutti gli altri piccoli eroi esemplari della trasmissione in un capitolo di alta letteratura sportiva, “San Siro”. Uno struggente valzer degli addii in cui rievoca l’ultimo collegamento dello schivo e «mai protagonista» Bortoluzzi. Commuove l’addio al microfono di Ameri a Marassi (in un Genoa-Juventus del 1991): «chiudeva un’epoca» che passava ai titoli di coda in un Cagliari-Parma del ’96 in cui la voce roca di Ciotti sibilava triste e finale, «quella che ho appena tentato di concludere è stata la mia ultima radiocronaca. Un grazie affettuoso a tutti gli ascoltatori. Mi mancherete». Mancano a noi queste figurine Panini, rarissime per statura professionale ma soprattutto per umanità e vicinanza al popolo degli stadi. Giornalisti di razza, fedeli alle “sei regole fondamentali” di Mario Giobbe. Dopo Bortoluzzi, Giobbe è l’altro grande maestro che ha formato la generazione dei radiocronisti di Tutto il calcio minuto per minuto degli anni ’80. Quel gruppo di battitori liberi sotto le loro cuffie che ha visto svettare il musicale Riccardo Cucchi che, mentre sogna l’«intervista impossibile» al suo amato Giacomo Puccini, chiude con il passato e passa la linea al futuro: «Radio e pallone. Le immagini invadono le nostre case. Ma una voce che cerchi di emergere sul boato del pubblico per gridare “Rete!” continuerà a essere, per ogni appassionato, l’essenza vera del gioco del calcio».

Tratto dal quotidiano AVVENIRE 11 settembre 2018

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Cudicini e l’Udinese

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UDINESE.IT – Il 20 ottobre 1935 nasce a Trieste Fabio Cudicini ex portiere dell’ Udinese dal 1955 al 1958 in cui ha totalizzato 30 presenze tra serie A e serie B. […] E’ giunto a Udine nel 1955 con i bianconeri nel frattempo retrocessi in B a tavolino per un illecito consumatosi nel maggio del 1953. Nell’Udinese era il terzo portiere dopo Gianni Romano e Luigi Geatti. Ha debuttato a 19 anni, esattamente il 18 marzo 1955 in Udinese-Brescia 3-0, cavandosela egregiamente tanto che l’allenatore Giuseppe Bigogno lo fece partire titolare l’anno dopo con l’ Udinese nuovamente in A. Cudicini, che era il portiere più alto d’Italia, con i suoi 191 centimetri, è rimasto a Udine sino al luglio del 1958 per poi passare alla Roma con cui nel 1960-61 ha vinto la Coppa delle Fiere. Nel 1963-64 si è aggiudicato anche la Coppa Italia per poi essere ceduto nel 1966 al Brescia dove è rimasto un solo anno (18 presenze). Sembrava che la sua carriera fosse giunta al capolinea, invece Nereo Rocco, suo concittadino, allenatore del Milan, gli ha dato fiducia, lo ha voluto nella squadra rossonera forse per fare da chioccia agli altri estremi difensori milanisti. Ben presto però Cudicini si è posto in evidenza, è diventato titolare. Soprattutto si è esaltato come uno dei migliori portieri a livello internazionale ed è stato anche soprannominato Ragno Nero non solo per la sua divisa tutta nera, ma per le sue splendide parate. Con il Milan ha vinto lo scudetto 1967-68, la Coppa delle Coppe sempre in quella stagione esaltandosi a Manchester contro l’United nelle gare di ritorno vinta dal Milan per 1-0 grazie soprattutto alle incredibili parate del portierone triestino. L’anno dopo Cudicini è ancora la saracinesca del Milan che si aggiudica la Coppa Campioni battendo in finale l’Ajax per 4-1; vince nel 1969 la Coppa Intercontinentale e si aggiudica la Coppa Italia 1971-72 per poi chiudere con il calcio. […]

Non ha mai difeso la porta della nazionale azzurra anche perché allora gli estremi difensori dell’Italia, Enrico Albertosi e Dino Zoff davano validissime garanzie all’allora ct, Ferruccio Valcareggi

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Bruno Conti: “Ora non si allenano più i cross”

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Il calcio è cambiato, Bruno Conti tramite LA REPUBBLICA (C. CITO) ci fa sapere come…

Che impressione le fa ora, Conti, sapere che il cross è diventato merce rara?
«Strano, quasi incredibile pensando a com’era il nostro calcio, quello che credevamo fosse “il calcio”. Oggi è come se si fosse ristretto il campo».

È un cambio di prospettiva: dall’orizzontalità alla verticalità.
«La preponderanza dell’aspetto fisico sulla tecnica ha spostato i meccanismi del gioco, oggi si tende alla progressione centrale, allo scambio corto, una volta la fascia era invece il luogo in cui si faceva la differenza».

Questione di moda, come dice Prandelli?
«Può essere. E non c’è più il centravanti, soppiantato dal falso nueve, l’attaccante di manovra. I cross non si fanno più perché non ci sarebbe nessuno a raccoglierli».

Evoluzione o involuzione?
«Né una né l’altra, o entrambe. Ora il cross non si allena nemmeno più».

Ai vostri tempi?
«A fine allenamento, soprattutto con Liedholm, ci allenavamo tecnicamente sul gesto del cross. Eravamo io e Rocca, andare sul fondo e metterla precisa a centro area. Ci insegnavano che se un cross è fatto bene un difensore è sempre tagliato fuori. Ai miei tempi, nelle altre squadre, c’erano Causio, Sala, Oscar Damiani, e poi Bettega, Pruzzo, Graziani, pronti a trasformare il cross in oro».

Un’istantanea: Italia-Polonia ’82, la semifinale, contropiede: lei vola sulla fascia e mette al centro per Rossi. Testa, gol.
«Mettere l’attaccante davanti alla porta con un cross è emozionante come fare gol. E non dimentichiamo la fatica. L’ala aveva un compito duro, correre in su e in giù per 90 minuti su un corridoio di cento metri. L’ampiezza, il cambio di gioco, il dribbling, l’ala stessa erano le variazioni che servivano a creare scompiglio. Tecnica, più che tattica. Intuito. Oggi si studia al computer, si cercano risposte nelle statistiche e si gioca in trenta metri, addensati come sardine. I fenomeni verranno sempre fuori, ovvio, ma ci vogliono altre qualità. Fisiche, prima di tutto» […]

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Dai volantini allo Stadio al milione di magliette: storia del merchandising Juve

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JUVENTIBUS.COM (Mike Fusco) – […] la Juventus raggiunge uno storico traguardo commerciale: un milione di magliette vendute […]

Impensabile nel lontano 1983, quando comincia il merchandising Juventus. Con visione lungimirante, Luciano Antonino e Marco Boglione fondano la F.S.M. – Football Sport Merchandise, capitale irrisorio e agganci col partner tecnico Robe di Kappa. Nasce il mercato del merchandising ufficiale delle squadre di calcio.

Il 16 marzo, per la gara di Coppa Campioni Juventus-Aston Villa, un gruppo di tifosi distribuisce al Comunale il “volantino” col quale ricevere il catalogo e fare acquisti.

Un successo straordinario: su 50.000 volantini ben 18.000 richieste di catalogo e 14.000 ordini ricevuti.

[…] Il must have dell’epoca, oltre a maglie, tute e borse, era il cuscino da stadio bianco bordato di nero che conteneva una “kit del tifoso”: sciarpa, berretto e mantella antipioggia.

Seguirono altri cataloghi (1984 e ’85) con pubblicità anche sul Guerin Sportivo diretto da Italo Cucci propenso a dare spazio all’iniziativa fino a diventarne socio. Nel 1985-86 le cose cambiano: i cataloghi sono pronti ad inizio torneo e allegati a Hurrà Juventus: Stai per entrare nell’unico grande esclusivo negozio bianconero”.

Il catalogo stampato a Bologna dai Poligrafici Il Borgo ha le foto del mitico Salvatore Giglio, fotografo ufficiale Juventus, e della FSM. I primi testimonial Juve sono: Marco Pacione ed Angelo Alessio.

[…] Nel 1986 esce il “Primo grande catalogo riassuntivo” con copertina nera elegante. Un riepilogo di tutto l’abbigliamento sportivo, casuale e del merchandising, possibile grazie al fatto che maglie e materiale tecnico restano invariati per più stagioni.

[…] Nel 1990 si cavalca l’onda dei Mondiali e della Coppa Uefa vinta con Tacconi, Marocchi e Schillaci testimonial di oggetti ed abbigliamento anche di dubbio gusto, tra cui una canotta traforata.

Nel 1994 la “piccola” FSM, riconoscibile dal logo del tucano, è ormai una holding. Marco Boglione, pioniere del mercato, diventa il re del merchandising calcistico rilevando proprio Kappa (lo sponsor da cui era nato quel business strepitoso) e arriva a gestire l’intero merchandising dei maggiori club di A, del Barcelona e di alcune squadre greche […]

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