Connect with us

Il Calcio Racconta

Olbia, Cagliari e Gigi Riva: Michele Moro e il suo calcio romantico (Intervista)

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Riccardo Balloi) – “Gli Eroi del Calcio” fa tappa in Sardegna Settentrionale, nel capoluogo della Gallura, Olbia. Abbiamo incontrato Michele Moro, classe 1949, centrocampista che per quindici anni ha calcato i campi di serie B e C. Uomo di sport della generazione dei romantici, quando il calcio era aggregazione, quando il calcio era gioventù per tutte le età. Oggi in pensione, dopo avere appeso le scarpette al chiodo è stato allenatore e scopritore di talenti nella sua amata isola, nonché collaboratore nella filiera d’allevamento di cozze, in cui la sua azienda di famiglia operava.

Michele, partiamo dall’inizio. Com’è arrivato nel calcio professionistico?

Nel 1964, a quindici anni, fui portato al Cagliari, nell’epoca in cui i rossoblù cominciavano la loro grande espansione ed evoluzione. La città, che nel dopoguerra si era risollevata dalla fame, negli anni sessanta si evolveva a grande punto d’approdo per i colossi commerciali del Continente, e con lei la sua squadra. Io fui scoperto da Tognò, allora allenatore in seconda. Il calciomercato come lo conosciamo ai giorni nostri, a quei tempi forse non era nemmeno pensabile. A parte alcune eccezioni, i presidenti erano appassionati, grandi lavoratori, e anche dei buoni diplomatici. La compravendita dei calciatori, spesso, era la testa o la coda di accordi, favori e scambi tra le aziende. Molti dirigenti delle squadre erano al contempo funzionari di ditta, rivali sportivi ma colleghi di lavoro. C’era una certa lealtà e, se vogliamo, collaborazione. La crescita del Cagliari andava, in sostanza, di pari passo con l’apertura di filiali regionali, uffici, sedi staccate di grandi aziende.

Le giovanili del Cagliari. Cosa era il Cagliari, solo sei anni prima dello storico scudetto?

Il Cagliari era un’isola felice, che crebbe per merito di dirigenti abili ed estremamente astuti. La squadra fu costruita con un sistema di scambi e con un’intelaiatura di giovani che venivano mandati a fare la gavetta in prestito nelle serie minori. Io giocavo nella De Martino, quella che allora era la Seconda Squadra, ed oltre al calciatore, avevo un’altra mansione.

Qualcosa mi dice che sta per deliziarci con la prima curiosità…

Noi giovani, al giovedì, avevamo il compito di “sformare”. Le scarpe dei calciatori della prima squadra, in quell’epoca in cui le calzature erano in cuoio e pelle, alla prima calzata rischiavano di essere piuttosto fastidiose e scomode, quindi noi avevamo il compito di indossarle per dare la forma ed ammorbidirle. Io portavo il numero 41/42. Sformavo le scarpe di Cera e Greatti.

A diciott’anni esordì in prima squadra, contro l’Atalanta nella stagione 1967/68.

Ero la riserva naturale di uno dei centrocampisti più forti in circolazione, Pierluigi Cera. In quell’occasione era infortunato, e fui chiamato all’esordio. Quella fu la mia unica apparizione nella Massima Serie. Da quanto ero emozionato, già subito dopo il triplice fischio ricordavo ben poco del match. Figuriamoci oggi.

Giocai anche in Coppa delle Fiere, contro l’Ajduk Spalato. Quando ero più grande partecipai alle tournée precampionato in America. Fu lì che imparai sulla mia pelle, anzi sui miei stinchi e sui denti, che il calcio era un gioco maschio, dove vinceva chi aveva i piedi più buoni e i gomiti più duri.

Poi cosa successe?

Successe che poco tempo dopo, in una partita con la De Martino, mi ruppi il perone.

Cosa ci vuole dire del capoluogo sardo di quell’epoca?

Cagliari l’ho conosciuta bene. Ci ho vissuto, ma soprattutto ci ho giocato. Ancora oggi le società dilettantistiche giocano nei campi che ho calcato anch’io, ed è stato così che l’ho potuta vivere: al campo. Naturalmente, noi che eravamo una selezione, andavamo a vincere ovunque. Johannes, Ferrini, sono tutte polisportive che ancora oggi sfornano dei talenti che poi vengono prelevati dai professionisti. Ricordo anche la Pacini, che ecco, era l’unica squadra che ci dava del filo da torcere. Ricordo il campo dell’Uragano di Pirri, nell’attuale via Vesalio. Era pieno di canali e buche. Nelle giornate piovose, nei pressi del centrocampo c’era un vero e proprio corso d’acqua. Cagliari era popolare.

Ha giocato per anni tra serie B e serie C, fu ceduto dal Cagliari?

No, il Cagliari dava in prestito i suoi giocatori per una stagione, alla fine della quale si rientrava.

Catanzaro, Olbia, Pescara, Crotone, Lucchese eccetera. Quante ne ha vissute?

Tantissime, ogni calciatore potrebbe scrivere un libro. Quando giocavo a Crotone nella stagione 1975/76, nel girone d’andata affrontammo il Lecce. Un mio compagno fu sostituito per un infortunio causato da un intervento piuttosto violento di un giallorosso. Io promisi all’autore del fallo che quella partita non l’avrebbe finita, ma non la finii nemmeno io. Il guardalinee mi segnalò al direttore di gara e fui espulso e squalificato per tre giornate. Al ritorno, ancora agguerriti per quella vicenda, ne successe un’altra. Noi non avevamo più nulla da chiedere al nostro campionato, il Lecce invece era in lotta per la promozione. Giocammo col coltello tra i denti, li costringemmo al pareggio e la loro promozione sfumò.

La prego, un altro soltanto.

Giocavo a Catanzaro, stagione 1968/69. In tutta la Calabria era viva la diatriba per l’assegnazione del capoluogo di regione, che avrebbe trovato il culmine qualche tempo dopo, in quelli che vengono chiamati i Moti di Reggio. Il campanilismo si era collegato alla politica. E noi, in quello scenario, avremmo affrontato la Reggina. Si giocò in campo neutro ad Acireale, pertanto per raggiungere la sede della gara dovemmo attraversare Reggio Calabria. Lo stadio era tutto amaranto, perdemmo con un gol di mano in Zona Cesarini. Protestammo, ma l’arbitro ci disse “ora battete il calcio d’inizio e io fischio la fine, poi ci vediamo negli spogliatoi”. Ci ritrovammo a riunione, da soli col direttore di gara, che ci disse: “questa partita dovevate perderla, se no da qui non sareste usciti vivi!”.

Gli arbitri e il gioco maschio, senza telecamere e VAR, com’era?

Semplice, quando il gioco era fermo evitavamo proteste troppo veementi, ma quando la palla era in gioco, gli parlavamo mentre correvamo. Immaginerete le discussioni da caffè letterario…

La sua partita memorabile?

A parte l’esordio in serie A, del quale, ripeto, ricordo poco, vado fiero di tante gare. Una in particolare è quando nella stagione 1972/73, con la Lucchese giocammo contro la Spal. Società estremamente blasonata e influente nei piani dirigenziali del calcio, col leggendario presidente Massa. Facemmo una grande gara e vincemmo. Ecco, fare punti a Ferrara, per quei tempi, era impresa da annali.

Un allenatore che ricorda con particolare simpatia?

Castelletti, ex terzino della Fiorentina. Ma credo che in molti ne abbiano un felice ricordo come me: persona stimata da tutti, un punto di riferimento a Coverciano, nella Toscana che negli anni ’70 come oggi, era Il Calcio.

Il nostro “portale” è letto da tanti sportivi, ma anche tanti collezionisti, scarpe, maglie e palloni…

Ho un ricordo particolare sulle scarpe. Quando col Cagliari andavamo in ritiro ad Asiago, dalle vicine manifatture venivano gli imprenditori, ci mettevamo a sedere e ci prendevano le misure dei piedi. Pochi giorni dopo ci facevano avere le scarpe. Tepa Sport, Pantofola d’oro, Ferrari, la loro più grande pubblicità era vedere i loro prodotti sui piedi dei giocatori del Grande Cagliari. Ah, e quando pioveva tanto, il nostro magazziniere – che era anche sarto e calzolaio- inchiodava ai tacchetti delle protesi per evitare che scivolassimo. Le Adidas non le conoscevamo nemmeno.

Ci perdoni, ma non possiamo fare a meno di chiederle di Gigi Riva, con cui lei ha giocato.

Ma, cosa dire di un personaggio così conosciuto. Quando ero in ritiro con la prima squadra, ero il più piccolo, e spesso ero affidato a lui. Mi portava al campo, a tavola sedevamo vicini. C’era un giornalista, il cui unico compito era scrivere un pezzo al giorno su Rombo di Tuono. Ad un certo punto Gigi gli disse: “senti, è inutile che mi intervisti tutti i giorni. Tu sei qui e mi vedi, scrivi quello che ti pare, ma sappi che se scrivi qualcosa che non è vero, salti la porta e non ti avvicinerai mai più”.
Poi, l’aneddoto che oggi è sulla bocca di tutti, sul rifiuto di Riva alla Juventus. E’ tutto vero. Lui rifiutò perché Cagliari era la sua casa, la gente lo amava e lui non avrebbe mai voluto deluderli. E poi i soldi, a quei tempi, nulla erano a confronto dei formaggi, dei prosciutti, del pesce fresco, delle tavolate in famiglia, degli omaggi popolari che riceveva. La ricchezza, e non è demagogia, non era determinata solo dai soldi. Nenè, ad esempio, era pagato in dollari, ed aveva un ingaggio più alto di quello di Riva. Ricordo che quando uscivamo, si avvicinava la gente, e mi permetta un registro colloquiale: c’era chi lo voleva a compare, chi a padrino, chi a testimone di nozze, chi lo invitava a battesimi o matrimoni. Pensate che quando il Cagliari vinceva a Milano o a Torino, tornavamo sull’isola e la città era in festa, vedevamo i volti della brava gente, di giovani e adulti, di ladri e delinquenti, mescolarsi in un’unica entità, che credo oggi sia difficile descrivere.
Ricordo un’affermazione di Riva al giornalista Murgia: “alla Juve non ci vado anche perché non hanno squadra, non cambia nulla se comprano me”. Era un’epoca sportiva in cui il Cagliari poteva farsi beffe della Vecchia Signora.

Altro?

Ti accontento subito. Nel 1967 andammo in ritiro a Bardonecchia, in vista di due trasferte, a Milano e Torino. Passavamo il tempo ad allenarci e a concentrarci, immaginerai. E invece no. C’era la neve, e noi giocammo a “palloccate” per tutto il tempo. Poi andavamo allo stadio e vincevamo. Eravamo Il Cagliari. 

Finì la sua carriera all’Olbia. Cosa successe, poi?

Cominciai a fare l’allenatore e giocatore. Era il 1980. Accettai di collaborare con L’Olbia, in una delicata fase di cambio di presidenza. Arrivai assieme ad altri giocatori esperti. Posi come unica condizione la ricerca e valorizzazione dei giovani sardi. Iniziavo a captare un’aria nuova e quello era il mio tentativo per difendere i valori sportivi in cui avevo sempre creduto. Questo patto fu rispettato per due anni scarsi. Nel mentre io, come d’altronde anche i miei colleghi, avevo un secondo lavoro nell’azienda di famiglia. Iniziarono i primi prestiti onerosi dalle società più grosse. La meritocrazia, la valorizzazione dei vivai locali lasciò il posto al Dio Denaro, e l’Olbia s’imbottì di ragazzini -alcuni meritevoli ed altri meno- provenienti dalle società delle categorie superiori, e riceveva premi in denaro per farli giocare. Fu a quel punto che decisi di allontanarmi.

L’Olbia oggi, società satellite del Cagliari. Cosa ne pensa?

Ringrazio Giulini per avere salvato l’Olbia e avergli dato la possibilità di tornare in terza serie. Ma non condivido le scelte societarie. Personaggi che dell’Olbia calcistica hanno grandi competenze, che per una vita vi si sono dedicate, sono stati lasciati fuori dall’organigramma. Torniamo sempre al solito discorso: non si valorizzano i vivai del territorio. Il calcio è delle SPA. E infatti il pubblico non è più numeroso come una volta. Tifo ancora l’Olbia ma non vado “al campo”.

La sua Olbia oggi…

Olbia è una città che vive di sudditanza. Il fatto che oggi sia definita il capoluogo della Costa Smeralda è tutto dire. È una città al servizio delle élite. Per me è e dovrebbe essere molto di più, e restituita agli olbiesi.

I nostri più sentiti omaggi a Michele Moro, alla sua Olbia, ed al suo Olbia.

E noi restiamo qui, cresciamo ed invecchiamo, sempre alla ricerca del ricordo sportivo di qualcun altro, che ascolteremo col petto gonfio, come fossimo stati noi a viverlo. Forse stolti, ma sicuri che ciò che è stato, un giorno tornerà.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Tifoso del Cagliari. Isolano come da diagnosi. Ottico di professione, collezionista di palloni per passatempo, scrittore per diletto e visionario per vocazione. Se la vita fosse perfetta sarebbe tutta birra, musica a naso all'insù. I suoi racconti su... otticosolitario.it

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il Calcio Racconta

20 aprile 1994, golden gol di Orlandini: l’Italia è campione d’Europa Under 21

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Nel 1994 la UEFA sceglie il Campionato Europeo Under 21 per sperimentare il golden goal, la FIFA lo aveva fatto nei suoi tornei giovanili, e nei quarti di finale di quello under 20 dell’anno prima è l’australiano Anthony Carbone al 99° a segnare il primo in assoluto.

La regola inizialmente denominata “Sudden death” si poneva l’obiettivo di trovare un modo migliore dei tiri di rigore per decretare un vincitore in caso di parità nelle partite ad eliminazione diretta. La questione su come risolvere le partite secche è antica come il calcio, sport che abbina la possibilità del “pari” (cosa piuttosto rara nei giochi) alla “scarsezza” di “punti” mediamente segnati in una partita, cosa questa che rende il pari un risultato piuttosto frequente. La Pallamano, la Pallanuoto o il Rugby prevedono il pareggio ma è molto più raro, lo “zero a zero” è poi un risultato forse solo teorico.

Gli sport che non prevedono il pari risolvono spesso le partite con tempi supplementari ad oltranza o anche con il loro equivalente del rigore, ma per quanto si possano protrarre, prima o poi una squadra primeggia. Il calcio ha sperimentato l’avanzamento ad oltranza della partita, ma la difficoltà di segnare un “punto” nel calcio fa sì che con la stanchezza che avanza la possibilità di segnare una rete si assottiglia sempre più, ne sanno qualcosa Benfica e Bordeaux che nel 1950 giocarono una finale di Coppa Latina fino al 146°, quando i portoghesi segnarono su azione di calcio d’angolo. Ma Torino e Legnano nel 1920/21 fecero di meglio: la parità si prolungò sull’1 a 1 fino al 158° quando venne sospesa per l’oscurità (per la cronaca le squadre rinunciarono allo spareggio venendo eliminate entrambe).

Non essendo percorribile procedere ad oltranza il calcio nelle sue manifestazioni ufficiali (almeno quelle FIFA e UEFA) inizialmente applica con regolarità i supplementari, la ripetizione e, come extrema ratio, il “sorteggio”. Soluzioni come i rigori o il Golden Goal erano state sperimentate in tornei minori, UEFA e FIFA non presero però iniziative fino ai primissimi anni 70’ quando introdussero (gradualmente) i rigori. Come però è facile immaginare mano a mano che si abolirono le ripetizioni si fecero sempre più frequenti le partite decise ai rigori e spesso i supplementari si trasformavano in una stanca attesa della “lotteria”. Se lo spettro della ripetizione e del sorteggio faceva sì che se arrivate ai supplementari la partita si chiudesse spesso nell’extra time, il rifugio dei rigori diventa quasi lo sbocco naturale delle partite che terminano i 90° in parità.

Il Mondiale del ‘90 in Italia non brilla per spettacolarità, il Mondiale americano del 1994 ha “brama” di spettacolarità (e forse evitare le partite con il sole a picco e umidità oltre il 100% avrebbe aiutato), ed il tarlo dei rigori che appiattiscono le partite partorisce l’idea del Golden Goal ma per la Coppa del Mondo è troppo tardi, e l’Europeo under 21 del 1994 è la prima vetrina di rilievo della nuova trovata. L’Italia si presenta da vincitrice in carica in un torneo colmo di futuri campioni che si ritroveranno negli anni a venire nel torneo “dei grandi”. Nei quarti di finale l’Italia accede alla fase finale superando ai quarti la Cecoslovacchia in partita doppia (3-0 / 0-1).

La fase finale si svolgerà in Francia, a Montpellier e a Nimes. Gli Azzurrini in semifinale incontrano i padroni di casa francesi in una partita che si chiude sullo zero a zero, si giocano così per la prima volta i tempi supplementari con la Sudden death ma nessuno segna, il test sarà solo rimandato e per questa volta si va ai rigori, dove per la Francia segnano Carotti e Ouédec poi sbaglia Makélélé e Zidane segna, gli italiani segnano tutti: Panucci, Vieri, Berretta, Marcolin e Carbone, l’Italia è in finale.

Rientrati in patria per giocare la domenica di campionato con le rispettive squadre di club, i ragazzi della “Banda Maldini” torneranno nuovamente a Montpellier per disputare il 20 Aprile la finale del torneo.

La partita con la Francia aveva portato Domenech a criticare gli italiani per il gioco un po’ antico ma certo Maldini non cambiò filosofia per la finale: il Portogallo lo ha già affrontato nelle qualificazioni, 2 a 0 in Portogallo per loro, 2 a 1 in casa per noi, si possono battere. La partita non è particolarmente bella. Il Portogallo va vicino al gol con un “autopalo” di Cannavaro che rischia molto nel liberare la difesa, Scarchilli costringe il portiere portoghese Brassard al miracolo ed al 71° su cross di Rui Costa è il portoghese Toni a colpire la traversa. Si va ai supplementari ed entra in scena Pierluigi Orlandini, classe ‘72, bergamasco di nascita e di maglia.

E’ lui che rischia di far terminare la partita dopo appena un minuto di gioco dei supplementari, ma la palla gli capita sul sinistro che non è il suo piede. La partita prosegue così per altri 8 minuti, con l’Italia più convincente rispetto ai primi 90° di gioco; al 99° è di nuovo Orlandini, e di nuovo il suo piede “sbagliato” a far partire dall’esterno destro dell’area il tiro che regala all’Italia il secondo europeo consecutivo (saranno 3 consecutive, e 5 in 12 anni) e che lo consacra alla storia del calcio come primo calciatore ad aver segnato un golden gol.

Il golden gol dopo la gioia del 1994 ci darà cocenti delusioni (Finale degli Europei del 2000 e gli ottavi del mondiale 2002), e dopo un blando tentativo di tenerlo in vita con il “Silver Goal” (con il quale la Grecia vinse il suo titolo europeo), si ritornò ai calci di rigore. Troppo brutto vedere le partite finire così, dannoso togliere l’emozione dei supplementari che si, talvolta sono melina in attesa dei rigori ma talvolta emozionanti ed imprevedibili, troppa la pressione sull’arbitro e sui guardalinee. Dopo la parentesi dei goal d’oro e d’argento le polemiche sui rigori si sono via via spente, e nell’immaginario collettivo da “lotteria” sono passati ad essere considerati comunque una prova di freddezza dei giocatori e di abilità dei portieri, criterio probabilmente più giusto del “chi segna prima vince”, che rimarrà confinato nei cortili quando si sta facendo buio e bisogna tornare a casa “chi segna il prossimo vince”, in fondo un golden goal lo abbiamo segnato tutti.

Continue Reading

Il Calcio Racconta

19 aprile 1989, prova di forza: Milan vs Real Madrid 5-0

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM – La Sampdoria si è sbarazzata del Malines, il Napoli del Bayern: blucerchiati in finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona e i partenopei a contendersi la Coppa Uefa con lo Stoccarda.

E il Milan? I rossoneri sono alle prese con una difficile partita contro un avversario di tutto rispetto, il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez, dai più considerato la squadra da battere.

L’andata, finita 1-1, si può considerare un buon risultato indubbiamente ma aveva lasciato molto amaro in bocca sia perché i rossoneri avevano imposto il loro gioco sia a causa di alcune decisioni arbitrali quantomeno discutibili. Una partita dove il gol di Van Basten sarebbe da far vedere in tutte le scuole durante le ore di “Arte”: un colpo di testa a 50 centimetri da terra che arriva a “palombella” all’incrocio dei pali.

Il tagliando d’ingresso della partita (Collezione Matteo Melodia)

Il Milan non ha nessuna intenzione di lasciare scampo agli avversari e mette subito le cose in chiaro partendo forte, fortissimo.

“Dalla curva più rossonera dello stadio è salito, prima timido, poi via via più sicuro, il canto dei tifosi del Liverpool: nel minuto di silenzio per i morti di Sheffield, un canto sommesso, imprevisto, commovente” … quattro giorni prima morirono 96 persone all’Hillsborough Stadium di Sheffield, una strage.

Molta supremazia dei padroni di casa e qualche occasione non sfruttata, poi “Il gol che sbloccava il risultato (17′) partiva da un tenace recupero di palla di Tassotti e Gullit in coppia sul filo del fallo laterale. L’olandese appoggiava al centro per Ancelotti e il regista partiva caracollando: saltato Schuster, evitato Gordillo, bum sotto la traversa, con Buyo due metri avanti a far da spettatore”. E’ 1-0.

Dopo sette minuti il raddoppio: “Da una serie di tre corner è venuta la seconda marcatura. Scambio Donadoni-Tassotti (24′), bel centro lungo, oltre la mischia di centro porta, e Rijkaard che svetta sopra tutti schiacciando in porta”.

Al 45’ la partita, ammesso che fosse ancora aperta, si chiude: Donadoni, ubriaca il suo marcatore diretto e crossa al centro per l’olandese Gullit, che insacca di testa. Si può andare ora a bere un the caldo.

La ripresa inizia come era finito il primo tempo e al 49’ il trio olandese fa tutto da solo: Rijkaard lancia per Gullit che di testa fa da torre a Van Basten in area, il quale con due marcatori vicini a lui, controlla con calma e mette dentro con un gran tiro sotto la traversa.

Esce Gullit e entra Virdis ma la musica non cambia. Al 59′ Donadoni dalla destra si accentra e di sinistro insacca con un diagonale rasoterra che il portiere avversario Buyo sembra non riesca nemmeno a vedere.

È 5-0, una partita impressionante dove il Milan sembra uno schiacciasassi ad una prova di forza. Il Real ne esce sovrastato, accerchiato, surclassato, affannato forse addirittura disperato e spaventato.

 “Tre squadre italiane sono finaliste delle tre Coppe europee. Possiamo gonfiare il petto…”.

Già, bei tempi quelli in cui tre italiane avevano la possibilità di aggiudicarsi un trofeo europeo.

(Le frasi in corsivo tra virgolette sono estrapolate da “La Stampa” del 20 aprile 1989)

Continue Reading

Il Calcio Racconta

1976 – Il Lecce, Mimmo Renna e l’altro “TRIPLETE”

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La parola triplete diventa di gran moda in Italia quando Diego Milito, nella finale di Champions League del 2010, che si disputa allo stadio “Bernabeu” di Madrid, permette con la sua doppietta, all’Inter di Mourinho, di aggiudicarsi la coppa dalle “grandi orecchie”, insieme allo scudetto e la Coppa Italia nella stessa annata.

Pochissimi sanno che nella stagione 1975-76, in quartieri più popolari del calcio italiano, un signore di nome Antonio Renna, al secolo Mimmo, realizza un’impresa non lontana (con le debite proporzioni) da quella del suo collega portoghese maggiormente quotato. Non siamo a Milano ovviamente, ma parecchio più a Sud, in Puglia, nell’orgoglioso Salento, nella splendida Lecce, dove oltre al profumo del mare si respira, sempre, profumo di calcio.

La stagione di cui parliamo, infatti, si rivela la più ricca di successi nella storia dei salentini, che centrano uno storico tris del calcio minore. Dopo aver vinto il girone C del campionato di Serie C – impreziosito dall’imbattibilità casalinga, e dal titolo di capocannoniere del torneo per la punta Montenegro – ritornando così in Serie B dopo ben ventisette anni dall’ultima apparizione, il Lecce di mister Renna vince anche la Coppa Italia Semiprofessionisti (serie C) e quindi centra la prima, e fino ad oggi, unica affermazione internazionale per il club salentino, nella Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti.

Le origini della squadra salentina risalgono alla fondazione dello Sporting Club Lecce, nato nel lontano 1908. Nonostante lo scorso 15 marzo siano stati festeggiati i centoundici anni della storia del calcio leccese, fino agli anni ’70, i giallorossi raccolgono soltanto qualche sporadica partecipazione al torneo di serie B negli anni ’30, fino all’ultima apparizione nel campionato cadetto del 1949.

Soltanto nel corso degli anni ’70 si rinverdiscono i fasti del club giallorosso. Nella stagione ‘71-‘72 il Lecce chiude il campionato al secondo posto, e lo stesso accade nelle stagioni ‘72-‘73 e ‘73-‘74. Nell’annata ‘74-‘75 i giallorossi partono con i favori del pronostico, la guida tecnica è quella dell’esperto e stimato Nicola Chiricallo ma, nonostante la rosa moto quotata, i salentini giungono soltanto terzi, dietro il Catania campione e gli odiati cugini baresi.

Malgrado il risultato dell’annata non risulti eccezionale, è proprio nel corso di questo campionato, che vengono poste le basi che permettono al Lecce di vincere tutto quello che si può vincere l’anno successivo.

La meravigliosa e memorabile stagione 1975-76 vede, alla guida del club, il nuovo presidente Antonio Rollo. Si riparte con una squadra molto rinnovata rispetto all’anno precedente, mentre il tecnico rimane Chiricallo. L’avvio del torneo non appare dei migliori e, soprattutto, non sembra un buon viatico per raggiungere l’obiettivo, legittimo, vista la caratura della squadra, di vincere il campionato: dopo sei giornate il Lecce, infatti, ha la miseria di soli 4 punti. L’unica cosa che si può fare quando le cose non vanno è avvicendare la guida tecnica, perché non è possibile spedire a casa la maggior parte dei calciatori. Non va diversamente in questa circostanza, e l’allenatore viene esonerato. Tutti sanno, però, che Nicola Chiricallo, oltre ad essere un grande trainer, è anche una persone di spessore, quindi il compito di trovare un sostituto che possa fare meglio appare, da subito, complicato.

Per la fortuna dei giallorossi la scelta della dirigenza è, però, illuminata, e ricade su una persona di assoluto livello in campo e fuori, che risponde proprio al nome di Antonio “Mimmo” Renna.

Mimmo, leccese doc, dopo una parentesi che sa molto di gavetta in serie D con il Nardò, raggiunge una miracolosa salvezza col il Brindisi, in serie B, nella stagione ‘74-’75, proprio quella che precede la magica annata leccese. Sembra essere, sin da subito, lui il profilo giusto per sostituire l’uscente Chiricallo, ma c’è un problema, inaspettato, che inizialmente impedisce a Renna di sedere sulla panchina giallorossa. Quanto accade oggi ci fa sorridere, ma con retrogusto amaro, se pensiamo a come sia cambiato il calcio nel corso dei decenni. È un’amicizia tra due uomini, infatti, l’elemento che sembra ostativo all’avvicendamento sulla panchina dei giallorossi: quando Renna riceve la telefonata dai dirigenti leccesi che hanno intenzione di ingaggiarlo, la sua risposta è: “No grazie, sono troppo amico di Chiricallo, non posso accettare”, e dall’altra parte replicano “ma Chiricallo lo mandiamo via comunque, caro Renna, vorrà dire che troveremo un altro allenatore … ”. Dopo questa contro risposta il giovane tecnico leccese, seppur rammaricato da una parte, si convince che non sta tradendo il suo amico e collega, e accetta la panchina dei salentini, un sogno che si avvera per un ragazzo nato all’ombra del castello di Carlo V.

È l’inizio di una cavalcata impetuosa. Alla settima giornata di campionato, il 26 ottobre 1975, il Lecce incontra il fortissimo Benevento, e sulla panca siede Renna per il suo esordio allo stadio “Via del mare”. Il Lecce vince di misura (1-0); vince anche la domenica successiva e quella dopo ancora: è fin troppo evidente che la scintilla è scoccata, ed altrettanto evidente che il trend si sta invertendo.

Mister Renna, oltre a sistemare al meglio la squadra in campo, chiede nuovi giocatori per potenziare la squadra, e le scelte sono determinanti: arrivano il forte l’attaccante Loddi dalla Lazio, il fantasioso centrocampista Giannattasio, suo ex compagno nel Brindisi (dove Renna è stato anche allenatore-giocatore, funzionava così a quei tempi), di Vinicio, e il portiere Di Carlo.

Qualche settimana dopo il Lecce va Cosenza e domina con un tennistico 6 – 1. Da quel momento il gruppo di Renna non si ferma più, nonostante un battagliero Benevento che tiene vivo il campionato fino alla penultima giornata: i giallorossi fanno visita agli “omonimi” del Messina, e viene fuori  un salomonico pareggio (1-1), che significa promozione in B dopo ben 27 anni trascorsi negli inferi della serie C. L’ultima partita casalinga è contro il Sorrento, ed è solo un’occasione per fare festa al “Via del mare”, e darsi appuntamento con i tifosi per la stagione successiva, tra i cadetti.

Il Lecce vince quindi il suo girone di campionato ma, come anticipato, la bacheca quell’anno si arricchisce eccezionalmente di altri due titoli.

Foto dal libro “Coppe Anglo italiane – 1968 1976”, Geo Edizioni – Collezione Alessandro Lancellotti

Il secondo titolo, la Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti (Anglo-Italian Semiprofessional Tournament) è una competizione calcistica organizzata tra squadre semiprofessionistiche, congiuntamente, dalle federazioni inglese ed italiana, come complemento al torneo Anglo-Italiano. Questa coppa, istituita nel 1975, vede di fronte i vincitori della Coppa Italia Semiprofessionisti (oggi coppa Italia di C) e quelli della Football Conference inglese (oggi National League), prima categoria non completamente professionistica. La squadra salentina, vincitrice della Coppa Italia semi-professionistica 1975-76 affronta lo Scarborough, formazione del North Yorkshire e campione del Football Association Challenge Trophy, la neo istituita Coppa d’Inghilterra per semiprofessionisti; all’andata, a Scarborough, il 24 settembre 1976, la squadra di casa vince 1-0 con un goal di Harry Dunn. Al ritorno, due settimane più tardi, il Lecce ribalta tutto. Prima, impiega tre quarti dell’incontro per pareggiare i conti con l’andata (autogoal di Deere al minuto ‘66). Si rimane, quindi, in parità fino alla fine dei tempi regolamentari, e i giallorossi trovano la vittoria finale soltanto nel corso dei tempi supplementari, durante i quali il centravanti Gaetano Montenegro si scatena, e mette a segno ben tre goal, ai minuti 101′, 113′ e 115’, assicurando così la vittoria per 4-0, e la vittoria del trofeo agli uomini di Mimmo Renna. La competizione ha però vita breve e si disputa soltanto in due edizioni (1975 e 1976) perché viene soppressa proprio nel ’76, facendo si che il Lecce rimanga, nella storia, l’unica squadra italiana ad averla vinta (l’anno precedente è il Brescia a cercare, senza successo, la vittoria che va, invece, alla formazione del Wycombe).

Il titolo che completa il triplete leccese è, come detto, la Coppa Italia Semiprofessionisti 1975-1976. Il cammino che conduce i giallorossi alla vittoria finale è letteralmente chilometrico, quell’anno il Lecce gioca nel girone numero 28 (su 30 totali sparsi in tutta la penisola), e si trova di fronte Nardò e Monopoli. Una volta superato il primo turno, nelle fasi ad eliminazioni diretta, i salentini incontrano ed eliminano, nell’ordine, Nocerina, Sorrento, Marsala e Ischia, prima di arrivare in finale col Monza e batterlo di misura (1-0). La bacheca ora è davvero piena.

Siamo sicuri che il grande Mimmo Renna, che ci ha lasciato poco più di due mesi fa, sarebbe stato felice di partecipare alla festa di compleanno, da poco trascorsa, per le centoundici candeline del suo Lecce e, altrettanto contento, di sapere che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, ci sono innamorati del pallone, come noi, che trovano più fascinoso e romantico parlare del triplete del Lecce di Mimmo, piuttosto che di quello di Mou. Con tutto il rispetto, caro Josè.

Continue Reading

Newsletter

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: