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Il Calcio Racconta

Olbia, Cagliari e Gigi Riva: Michele Moro e il suo calcio romantico (Intervista)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Riccardo Balloi) – “Gli Eroi del Calcio” fa tappa in Sardegna Settentrionale, nel capoluogo della Gallura, Olbia. Abbiamo incontrato Michele Moro, classe 1949, centrocampista che per quindici anni ha calcato i campi di serie B e C. Uomo di sport della generazione dei romantici, quando il calcio era aggregazione, quando il calcio era gioventù per tutte le età. Oggi in pensione, dopo avere appeso le scarpette al chiodo è stato allenatore e scopritore di talenti nella sua amata isola, nonché collaboratore nella filiera d’allevamento di cozze, in cui la sua azienda di famiglia operava.

Michele, partiamo dall’inizio. Com’è arrivato nel calcio professionistico?

Nel 1964, a quindici anni, fui portato al Cagliari, nell’epoca in cui i rossoblù cominciavano la loro grande espansione ed evoluzione. La città, che nel dopoguerra si era risollevata dalla fame, negli anni sessanta si evolveva a grande punto d’approdo per i colossi commerciali del Continente, e con lei la sua squadra. Io fui scoperto da Tognò, allora allenatore in seconda. Il calciomercato come lo conosciamo ai giorni nostri, a quei tempi forse non era nemmeno pensabile. A parte alcune eccezioni, i presidenti erano appassionati, grandi lavoratori, e anche dei buoni diplomatici. La compravendita dei calciatori, spesso, era la testa o la coda di accordi, favori e scambi tra le aziende. Molti dirigenti delle squadre erano al contempo funzionari di ditta, rivali sportivi ma colleghi di lavoro. C’era una certa lealtà e, se vogliamo, collaborazione. La crescita del Cagliari andava, in sostanza, di pari passo con l’apertura di filiali regionali, uffici, sedi staccate di grandi aziende.

Le giovanili del Cagliari. Cosa era il Cagliari, solo sei anni prima dello storico scudetto?

Il Cagliari era un’isola felice, che crebbe per merito di dirigenti abili ed estremamente astuti. La squadra fu costruita con un sistema di scambi e con un’intelaiatura di giovani che venivano mandati a fare la gavetta in prestito nelle serie minori. Io giocavo nella De Martino, quella che allora era la Seconda Squadra, ed oltre al calciatore, avevo un’altra mansione.

Qualcosa mi dice che sta per deliziarci con la prima curiosità…

Noi giovani, al giovedì, avevamo il compito di “sformare”. Le scarpe dei calciatori della prima squadra, in quell’epoca in cui le calzature erano in cuoio e pelle, alla prima calzata rischiavano di essere piuttosto fastidiose e scomode, quindi noi avevamo il compito di indossarle per dare la forma ed ammorbidirle. Io portavo il numero 41/42. Sformavo le scarpe di Cera e Greatti.

A diciott’anni esordì in prima squadra, contro l’Atalanta nella stagione 1967/68.

Ero la riserva naturale di uno dei centrocampisti più forti in circolazione, Pierluigi Cera. In quell’occasione era infortunato, e fui chiamato all’esordio. Quella fu la mia unica apparizione nella Massima Serie. Da quanto ero emozionato, già subito dopo il triplice fischio ricordavo ben poco del match. Figuriamoci oggi.

Giocai anche in Coppa delle Fiere, contro l’Ajduk Spalato. Quando ero più grande partecipai alle tournée precampionato in America. Fu lì che imparai sulla mia pelle, anzi sui miei stinchi e sui denti, che il calcio era un gioco maschio, dove vinceva chi aveva i piedi più buoni e i gomiti più duri.

Poi cosa successe?

Successe che poco tempo dopo, in una partita con la De Martino, mi ruppi il perone.

Cosa ci vuole dire del capoluogo sardo di quell’epoca?

Cagliari l’ho conosciuta bene. Ci ho vissuto, ma soprattutto ci ho giocato. Ancora oggi le società dilettantistiche giocano nei campi che ho calcato anch’io, ed è stato così che l’ho potuta vivere: al campo. Naturalmente, noi che eravamo una selezione, andavamo a vincere ovunque. Johannes, Ferrini, sono tutte polisportive che ancora oggi sfornano dei talenti che poi vengono prelevati dai professionisti. Ricordo anche la Pacini, che ecco, era l’unica squadra che ci dava del filo da torcere. Ricordo il campo dell’Uragano di Pirri, nell’attuale via Vesalio. Era pieno di canali e buche. Nelle giornate piovose, nei pressi del centrocampo c’era un vero e proprio corso d’acqua. Cagliari era popolare.

Ha giocato per anni tra serie B e serie C, fu ceduto dal Cagliari?

No, il Cagliari dava in prestito i suoi giocatori per una stagione, alla fine della quale si rientrava.

Catanzaro, Olbia, Pescara, Crotone, Lucchese eccetera. Quante ne ha vissute?

Tantissime, ogni calciatore potrebbe scrivere un libro. Quando giocavo a Crotone nella stagione 1975/76, nel girone d’andata affrontammo il Lecce. Un mio compagno fu sostituito per un infortunio causato da un intervento piuttosto violento di un giallorosso. Io promisi all’autore del fallo che quella partita non l’avrebbe finita, ma non la finii nemmeno io. Il guardalinee mi segnalò al direttore di gara e fui espulso e squalificato per tre giornate. Al ritorno, ancora agguerriti per quella vicenda, ne successe un’altra. Noi non avevamo più nulla da chiedere al nostro campionato, il Lecce invece era in lotta per la promozione. Giocammo col coltello tra i denti, li costringemmo al pareggio e la loro promozione sfumò.

La prego, un altro soltanto.

Giocavo a Catanzaro, stagione 1968/69. In tutta la Calabria era viva la diatriba per l’assegnazione del capoluogo di regione, che avrebbe trovato il culmine qualche tempo dopo, in quelli che vengono chiamati i Moti di Reggio. Il campanilismo si era collegato alla politica. E noi, in quello scenario, avremmo affrontato la Reggina. Si giocò in campo neutro ad Acireale, pertanto per raggiungere la sede della gara dovemmo attraversare Reggio Calabria. Lo stadio era tutto amaranto, perdemmo con un gol di mano in Zona Cesarini. Protestammo, ma l’arbitro ci disse “ora battete il calcio d’inizio e io fischio la fine, poi ci vediamo negli spogliatoi”. Ci ritrovammo a riunione, da soli col direttore di gara, che ci disse: “questa partita dovevate perderla, se no da qui non sareste usciti vivi!”.

Gli arbitri e il gioco maschio, senza telecamere e VAR, com’era?

Semplice, quando il gioco era fermo evitavamo proteste troppo veementi, ma quando la palla era in gioco, gli parlavamo mentre correvamo. Immaginerete le discussioni da caffè letterario…

La sua partita memorabile?

A parte l’esordio in serie A, del quale, ripeto, ricordo poco, vado fiero di tante gare. Una in particolare è quando nella stagione 1972/73, con la Lucchese giocammo contro la Spal. Società estremamente blasonata e influente nei piani dirigenziali del calcio, col leggendario presidente Massa. Facemmo una grande gara e vincemmo. Ecco, fare punti a Ferrara, per quei tempi, era impresa da annali.

Un allenatore che ricorda con particolare simpatia?

Castelletti, ex terzino della Fiorentina. Ma credo che in molti ne abbiano un felice ricordo come me: persona stimata da tutti, un punto di riferimento a Coverciano, nella Toscana che negli anni ’70 come oggi, era Il Calcio.

Il nostro “portale” è letto da tanti sportivi, ma anche tanti collezionisti, scarpe, maglie e palloni…

Ho un ricordo particolare sulle scarpe. Quando col Cagliari andavamo in ritiro ad Asiago, dalle vicine manifatture venivano gli imprenditori, ci mettevamo a sedere e ci prendevano le misure dei piedi. Pochi giorni dopo ci facevano avere le scarpe. Tepa Sport, Pantofola d’oro, Ferrari, la loro più grande pubblicità era vedere i loro prodotti sui piedi dei giocatori del Grande Cagliari. Ah, e quando pioveva tanto, il nostro magazziniere – che era anche sarto e calzolaio- inchiodava ai tacchetti delle protesi per evitare che scivolassimo. Le Adidas non le conoscevamo nemmeno.

Ci perdoni, ma non possiamo fare a meno di chiederle di Gigi Riva, con cui lei ha giocato.

Ma, cosa dire di un personaggio così conosciuto. Quando ero in ritiro con la prima squadra, ero il più piccolo, e spesso ero affidato a lui. Mi portava al campo, a tavola sedevamo vicini. C’era un giornalista, il cui unico compito era scrivere un pezzo al giorno su Rombo di Tuono. Ad un certo punto Gigi gli disse: “senti, è inutile che mi intervisti tutti i giorni. Tu sei qui e mi vedi, scrivi quello che ti pare, ma sappi che se scrivi qualcosa che non è vero, salti la porta e non ti avvicinerai mai più”.
Poi, l’aneddoto che oggi è sulla bocca di tutti, sul rifiuto di Riva alla Juventus. E’ tutto vero. Lui rifiutò perché Cagliari era la sua casa, la gente lo amava e lui non avrebbe mai voluto deluderli. E poi i soldi, a quei tempi, nulla erano a confronto dei formaggi, dei prosciutti, del pesce fresco, delle tavolate in famiglia, degli omaggi popolari che riceveva. La ricchezza, e non è demagogia, non era determinata solo dai soldi. Nenè, ad esempio, era pagato in dollari, ed aveva un ingaggio più alto di quello di Riva. Ricordo che quando uscivamo, si avvicinava la gente, e mi permetta un registro colloquiale: c’era chi lo voleva a compare, chi a padrino, chi a testimone di nozze, chi lo invitava a battesimi o matrimoni. Pensate che quando il Cagliari vinceva a Milano o a Torino, tornavamo sull’isola e la città era in festa, vedevamo i volti della brava gente, di giovani e adulti, di ladri e delinquenti, mescolarsi in un’unica entità, che credo oggi sia difficile descrivere.
Ricordo un’affermazione di Riva al giornalista Murgia: “alla Juve non ci vado anche perché non hanno squadra, non cambia nulla se comprano me”. Era un’epoca sportiva in cui il Cagliari poteva farsi beffe della Vecchia Signora.

Altro?

Ti accontento subito. Nel 1967 andammo in ritiro a Bardonecchia, in vista di due trasferte, a Milano e Torino. Passavamo il tempo ad allenarci e a concentrarci, immaginerai. E invece no. C’era la neve, e noi giocammo a “palloccate” per tutto il tempo. Poi andavamo allo stadio e vincevamo. Eravamo Il Cagliari. 

Finì la sua carriera all’Olbia. Cosa successe, poi?

Cominciai a fare l’allenatore e giocatore. Era il 1980. Accettai di collaborare con L’Olbia, in una delicata fase di cambio di presidenza. Arrivai assieme ad altri giocatori esperti. Posi come unica condizione la ricerca e valorizzazione dei giovani sardi. Iniziavo a captare un’aria nuova e quello era il mio tentativo per difendere i valori sportivi in cui avevo sempre creduto. Questo patto fu rispettato per due anni scarsi. Nel mentre io, come d’altronde anche i miei colleghi, avevo un secondo lavoro nell’azienda di famiglia. Iniziarono i primi prestiti onerosi dalle società più grosse. La meritocrazia, la valorizzazione dei vivai locali lasciò il posto al Dio Denaro, e l’Olbia s’imbottì di ragazzini -alcuni meritevoli ed altri meno- provenienti dalle società delle categorie superiori, e riceveva premi in denaro per farli giocare. Fu a quel punto che decisi di allontanarmi.

L’Olbia oggi, società satellite del Cagliari. Cosa ne pensa?

Ringrazio Giulini per avere salvato l’Olbia e avergli dato la possibilità di tornare in terza serie. Ma non condivido le scelte societarie. Personaggi che dell’Olbia calcistica hanno grandi competenze, che per una vita vi si sono dedicate, sono stati lasciati fuori dall’organigramma. Torniamo sempre al solito discorso: non si valorizzano i vivai del territorio. Il calcio è delle SPA. E infatti il pubblico non è più numeroso come una volta. Tifo ancora l’Olbia ma non vado “al campo”.

La sua Olbia oggi…

Olbia è una città che vive di sudditanza. Il fatto che oggi sia definita il capoluogo della Costa Smeralda è tutto dire. È una città al servizio delle élite. Per me è e dovrebbe essere molto di più, e restituita agli olbiesi.

I nostri più sentiti omaggi a Michele Moro, alla sua Olbia, ed al suo Olbia.

E noi restiamo qui, cresciamo ed invecchiamo, sempre alla ricerca del ricordo sportivo di qualcun altro, che ascolteremo col petto gonfio, come fossimo stati noi a viverlo. Forse stolti, ma sicuri che ciò che è stato, un giorno tornerà.

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Tifoso del Cagliari. Isolano come da diagnosi. Ottico di professione, collezionista di palloni per passatempo, scrittore per diletto e visionario per vocazione. Se la vita fosse perfetta sarebbe tutta birra, musica a naso all'insù. I suoi racconti su... otticosolitario.it

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29 Maggio 1991 – Una Stella Rossa illumina il cielo di Bari

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimiliano Morelli) – Quando sfiora con i guantoni l’erba appena nata del San Nicola, Stojanović si guarda attorno e sente nell’aria che quello stadio, che ancora non aveva festeggiato il suo primo compleanno, ha qualcosa di familiare. Forse è colpa dei colori che aveva visto impressi nell’anima della città pugliese, quello stesso bianco e quello stesso rosso, che il capitano della Crvena Zvezda, la Stella Rossa di Belgrado, e i suoi compagni portano cuciti sulle maglie.
Probabilmente prepararsi a scendere in campo davanti ai 56 mila di Bari non è esattamente come il giro di riscaldamento a cui erano abituati a casa loro, nella bolgia del Marakana, quello con l’accento sulla penultima a, il gemello diverso del fratello di Rio.
Il Red Star Stadium è la culla infuocata dove era stato partorito quel sogno, un catino bollente capace di contenere 100 mila persone, a volte anche di più, come in una notte di aprile del ’75, quando a vedere Stella Rossa–Ferencváros, in Coppa Coppe, accorsero in 110 mila.
Eppure, quel 29 maggio del ’91, il San Nicola non ha nulla da invidiare ai grandi teatri del calcio europeo. Bari ha apparecchiato al meglio la sua notte più importante, prima ed unica finale italiana, lontana da Milano e Roma, della Coppa dei Campioni, apice irraggiunto del potere dei Matarrese sul calcio italiano di allora.

I cori assordanti dei 30 mila Delije, che avevano solcato l’Adriatico per ricostruire al San Nicola il muro biancorosso del Marakana, rendono ancora più elettrica l’atmosfera.
C’è l’Europa a guardare. E non solo quella calcistica.

Belgrado è in quel preciso istante il simbolo di un mondo, e di uno Stato, la Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia, che vacilla sotto i venti sferzanti della storia. Il calcio è rimasto l’ancora di un popolo che navigava verso la tempesta. Un po’ collante, un po’ detonatore. Soltanto un anno prima, al Maksimir di Zagabria, il conflitto che serpeggiava sotto la pelle di un popolo tenuto a fatica insieme dal sogno utopico del defunto Tito, era esploso in tutta la sua violenza, proprio al termine di un accesissimo match tra Dinamo e Stella Rossa. I Bad-Blue Boys di Zagabria se l’erano date di santa ragione con i supporter serbi guidati dalla celeberrima tigre Arkan, coinvolgendo persino Boban e compagni sul terreno di gioco.
La Jugoslavia del 90-91 è una polveriera, che proprio, ed ancora una volta, il calcio aveva tenuto per un momento sopita. È appena trascorsa l’estate italiana, quella in cui la più bella nazionale slava di sempre, ha dato spettacolo al Mondiale, arrendendosi soltanto nei quarti contro l’Argentina, per un errore di Hadžibegić dal dischetto, quell’ultimo rigore di Faruk, cantato da un bellissimo libro di Gigi Riva, sulla storia sportiva del conflitto balcanico.
Per tante di queste ragioni, l’aria sapida di mare e speranze, che arriva quella sera con la brezza al San Nicola, ha il profumo di un momento irripetibile.
Lo sa bene Ljubomir “Ljupko” Petrović, stratega schivo di un calcio champagne al gusto di slivovitz, il distillato di prugne che scorre nelle vene dei suoi scostanti campioni. Con il suo kloppismo ante-litteram li ha trascinati fino a quel match. Sorpresa tra le sorprese di una coppa per certi versi indimenticabile. La dura legge del Marakana quell’anno ha fatto vittime illustri in giro per l’Europa. In un crescendo di forza e spettacolarità, la municipale balcanica di Belgrado si è sbarazzata agevolmente delle cavallette di Grassophers, ha schiantato i Rangers dell’ex doriano “Charlie Champagne” Souness, devastato con un finale thrilling e violento la Dinamo Dresda, fossile vivente di uno stato ormai estinto (la DDR era stata bandita dalle mappe d’Europa il 3 ottobre dell’anno prima), e costretto alla resa i grandi favoriti di allora, il Bayern di Brian Laudrup ed Augenthaler, profanando l’Olympiastadion, all’andata, e resistendo epicamente al ritorno, in un turno semifinale che per molti è stata la vera finale morale di quel torneo.
Ad attenderla, nell’astronave barese, una compagine che gode di tutti i favori dei pronostici di quella sera. Bernard Tapie, facoltoso e spumeggiante tycoon marsigliese, era entrato a gamba tesa sul calcio francese del tempo, con l’intento di rendere l’Olympique l’alter ego transalpina del Milan del Cavaliere.  Imbottita dai miliardi del patron dell’Adidas, l’OM si era aggiudicata gli ultimi tre scudetti in patria, e puntava a lasciare Bari con la coppa dalle grandi orecchie in valigia. I bianco-azzurri sono arrivati a quell’appuntamento passando soprattutto dal gesto assurdo di Galliani al Velodrome, che aveva letteralmente spento la luce sul cammino europeo dei rossoneri, e si presentano al cospetto degli avversari, schierando una formazione galactica, che annovera tra le sue fila campioni del calibro di Jean-Pierre Papin, Abedi Pelé e Chris Waddle, tra i più quotati del calcio di allora. Siede in panchina, tormentato dagli infortuni, la stella più attesa del match. Dragan “Piksi” Stojković, forse il più fulgido talento del calcio jugoslavo degli anni ’90, è il grande ex dell’incontro. Protagonista indiscusso del mondiale in Italia, e idolo del Marakana, Dragan è arrivato a Marsiglia soltanto un anno prima, ciliegina sulla torta della faraonica campagna di Tapie, che non ha esitato a riempire di dinari le casse di Belgrado, per portare in Francia il Maradona dei Balcani. È una notte di forti emozioni per “Piksi”, che ha vestito la maglia con la stella rossa in petto, per quattro lunghi anni.

In campo di amici ce ne sono tanti. Alcuni hanno fatto il Mondiale con lui. Tante patrie per una sola bandiera. Come Darko Pančev, macedone, il Cobra, che prima di diventare bersaglio della Gialappa’s in nerazzurro, sta vivendo l’anno della consacrazione e della Scarpa d’Oro europea. C’è la chioma bionda di Robert Prosinečki, croato, talento cristallino e maledetto, che finirà a suon di miliardi, 28 delle vecchie lire, alla corte del Real. C’è il Genio montenegrino, Dejan Savicevic, che con quella maglia farà innamorare perdutamente Berlusconi, e sarà il suo regalo graditissimo per il Milan che verrà.

Sulla splendida linea mediana biancorossa, trovano posto due giovani, attesi da un grande futuro in Italia, i serbi Vladimir Jugoviċ e Sinisa Mihailoviċ, sì, proprio lui, coperto da una folta chioma di ricci ribelli.

In campo i balcanici schierano un solo straniero, il serbo-rumeno Miodrag Belodedici, che ha già portato al trionfo europeo lo Steaua, prima di scappare da Bucarest, in barba ai regolamenti del regime che vietavano i trasferimenti all’estero degli atleti di Ceaușescu.

L’Europa del calcio guarda con fervente attesa alla notte di Bari. E rimane parzialmente delusa quando si aprono le ostilità e la partita scorre contratta e ben al di sotto delle aspettative. La contesa è aspra, e si trascina lenta, priva di colpi di scena, verso il novantesimo ed oltre, fino ai supplementari. Per una sera dimentico del suo calcio offensivo, il pragmatico Petrović ha preparato i suoi ad una notte di attesa. Come confesserà al termine dell’incontro, l’indicazione impartita alla squadra era di arrivare, sornioni, alla lotteria dei rigori. E giocarsela lì. Di par suo, l’OM non riesce a divincolarsi dalla morsa tattica dei rivali. E anche i supplementari scorrono senza alcuna emozione, fatto salvo l’ingresso sul finale di Stojković. Un boato scuote il San Nicola. Non è il pubblico francese che lo acclama, sono gli applausi della sua gente, di chi non lo ha mai dimenticato.

Piksi è entrato per calciare dal dischetto. Ma nell’epopea romantica di quella serata incredibile, c’è spazio anche per lo gran rifiuto. Stojković si avvicina a Goethals, e mentre il coach marsigliese si appresta a comunicare il suo nome nella cinquina, gli fa un segno di diniego. Il figliol prodigo non tradirà il suo cuore. Ed il suo cuore è ancora e per sempre a Belgrado.

Sembra un segno. Poco dopo il primo sigillo di Prosinečki, Stojanović distende i guantoni a neutralizzare il tiro fiacco di Amoros. Da quale momento in poi non sbaglia più nessuno. La lotteria prosegue fino a che Pančev non manda nel sacco un penalty scritto nella storia.

Una grande Stella Rossa venuta da Belgrado incendia la notte di Bari. Il pubblico, italiano come l’arbitro dell’incontro, il nostro Tullio Lanese, è testimone di un’impresa. Quella squadra di talenti meravigliosi e folli, come le orchestre della loro terra natia, issa in cielo la coppa più bella e con essa l’apice più alto mai toccato dal calcio jugoslavo. Quella vittoria sarà il canto del cigno di una generazione di campioni e di un popolo che la guerra ridurrà in mille frantumi. Poco più di un mese dopo, l’esercito jugoslavo invaderà militarmente Slovenia e Croazia, autoproclamatesi indipendenti. Sarà l’inizio di un lungo e sanguinoso conflitto. Che spazzerà via ogni traccia della vecchia Jugoslavia e del suo melting pot.

Tutte, tranne il ricordo di quella notte barese. Che, a quasi trent’anni di distanza, riecheggia ancora sui muri e nelle memorie di una rinata e moderna Belgrado. Unica gioia di un decennio crudele.

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29 Maggio 1985: la superficialità umana partorisce la tragedia dell’Heysel

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“Quando l’acrobata cade, entrano i clown”, Walter Veltroni

GLIEROIDELCALCIO.COM (Danilo Sandalo) – Bruxelles, 29 Maggio 1985, va in scena la finalissima di Coppa dei Campioni tra la Juventus, di Trapattoni e Michel Platini, ed il Liverpool campione in carica che provava a difendere il titolo conquistato l’ anno precedente sempre contro una squadra italiana, la Roma, nella finale vinta proprio nella città eterna ai calci di rigore.
Ai bianconeri manca solo la coppa dalle grandi orecchie nella propria bacheca per completare il grande slam riguardante i trofei europei e l’ occasione è di quelle che sono destinate a fare storia. Purtroppo però la circostanza entrerà negli annali non per il trofeo vinto ma per la disgrazia legata ai disordini che si scatenarono come un uragano a circa un’ ora dalla partita.
Spesso si sente dire che lo Sport sia sinonimo di vita e nulla può smentire questo concetto, dal momento che in una sola frase vi sono contenuti molto forti e profondi che spaziano dalla concezione filosofica fino alla salute psicofisica, passando dall’analisi riguardante i comportamenti sociali di intere comunità, ognuna ovviamente con la propria differenziazione geografica e le rispettive caratteristiche di appartenenza.
Come si sa in quell’occasione più di qualcosa andò storto non rispecchiando i presupposti etici che lo sport ed il calcio trasmettono. O forse andò tutto come doveva andare. Proprio così, perché la sede prescelta per la finalissima della Coppa più ambita del Vecchio Continente fu la città belga di Bruxelles e teatro, di quella immane quanto inconcepibile tragedia fu lo Stadio Heysel.
In quella serata che, a prescindere dal risultato finale, doveva essere una festa del calcio che andava a sancire la squadra, che a chiusura della stagione, sarebbe diventata la regina d’ Europa, purtroppo morirono ben 39 persone innocenti. Vittime sacrificali della superficialità umana, prim’ancora che della stupidità, che per un evento così importante aveva predisposto un servizio d’ ordine da circo e scelto una struttura inadeguata per contenere una massa di gente di quelle proporzioni. Una situazione in cui gridare alla disgrazia rappresenta un atto quasi blasfemo e scandaloso dal momento che i presupposti affinché le cose potessero prendere la piega che poi hanno tristemente preso erano stati creati in maniera certamente inconsapevole ma, senza ombra di dubbio, estremamente superficiale!
A circa un’ ora dal fischio d’ inizio i tifosi inglesi, i famigerati hooligans, cercarono il contatto fisico con quelli bianconeri che per la maggior parte erano costituiti da famiglie e appassionati, molto distanti come pensiero dal mondo ultrà. A quel punto molti iniziarono a fuggire verso il terreno di gioco, ma la polizia belga per giunta caricò gli juventini che furono costretti ad indietreggiare e ritornare sugli spalti. Una bomba ad orologeria che in pochi istanti sarebbe scoppiata provocando la morte di 39 tifosi e oltre 600 feriti, colpevoli solo di avere una passione sconfinata verso la propria squadra. Il muro del settore Z, che ospitava i tifosi juventini ma anche “neutrali”, in seguito al clima di guerriglia che si era venuto a creare, purtroppo ebbe un cedimento, regalando al mondo uno degli spettacoli più atroci che la noncuranza e l’inciviltà umana siano riusciti a concepire. Uno spettacolo raccapricciante, scene di panico totale, disperazione e sgomento si abbatterono di colpo sull’Heysel. Una tragedia annunciata se si pensa che il cordone di polizia belga, che doveva presidiare la recinzione da pollaio che divideva le due tifoserie, era formato da pochissime unità.
Una partita che vista la situazione non si doveva assolutamente giocare e invece fu deciso l’esatto contrario proprio per riuscire a gestire meglio l’ordine pubblico che ormai era fuori controllo. Una condizione che constata e fa capire benissimo la pessima organizzazione da parte della polizia belga e dei massimi vertici dell’UEFA.
I calciatori ancora una volta furono tenuti all’oscuro di tutto e costretti a disputare una partita in totale controvoglia. Il risultato finale vide la Juventus vincitrice grazie a un calcio di rigore realizzato da Platini in seguito a un fallo subito da Boniek abbondantemente fuori area.
Ma il risultato in occasioni come questa passa sicuramente in secondo piano, anche perché la gioia di una vittoria non può essere pulita quando accadono fatti come questo. Come si può pensare di festeggiare e gioire quando poche ore prima era successa una tragedia di tali dimensioni?
Quella sera hanno perso tutti, ancora una volta a perdere sono stati quegli uomini che dovrebbero garantire la nostra sicurezza sulla vita, il bene più prezioso che ogni uomo possiede. Invece ha vinto ancora una volta la superficialità e la crudeltà umana regalandoci un orrore senza precedenti, in uno scenario di inciviltà inaudita, in uno stadio fatiscente e sicuramente inappropriato per ospitare un evento di simile importanza.
Un teatro dell’orrore che il ricordo mantiene vivo a distanza di 35 anni. E deve rimanere tale affinché la memoria non sia solo un’ immagine da accantonare, ma un emblema in grado di tenere acceso il lume della ragione nel ricordo di 39 innocenti con la speranza che tragedie di questo spessore non si ripetano mai più per una partita di calcio.
La Juventus riuscì così a vincere la Coppa dei Campioni e completare la sua gloriosa bacheca, ma nessuno dei giocatori ha mai sentito veramente sua quella vittoria. Marco Tardelli ha più volte dichiarato che quella Coppa è come se non l’avesse mai vinta, mentre Boniek si rifiutò addirittura di ricevere il premio riguardante la vittoria. Dichiarazioni molto forti da parte di coloro che furono costretti a prestarsi a giocare una partita di cui avrebbero fatto volentieri a meno, ma dalla quale non hanno potuto assolutamente sottrarsi. Un po’ come le vittime di quel giorno a cui va il mio personalissimo cordoglio e ricordo.

“La ragione è sempre esistita ma non sempre in una forma ragionevole”, Karl Marx

 

La Redazione de GliEroidelCalcio.com ricorda le vittime di questa immane tragedia e si unisce al dolore delle loro famiglie. 

 

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28 maggio 1995 – Dennis Bergkamp e Wim Jonk salutano l’Inter

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Capotosto) – Domenica 28 maggio 1995, un giorno che per l’Inter non significa solo l’ultima rete di Alessandro Bianchi. Quel pomeriggio Dennis Bergkamp e Wim Jonk scrissero l’explicit in maglia nerazzurra. Era la seconda annata ad Appiano Gentile per i due olandesi, arrivati nell’estate ’93 in una campagna acquisti costata circa 60 miliardi. Nella stagione antecedente il Mondiale statunitense anche la Beneamata era pronta a contendere il titolo al Milan: Osvaldo Bagnoli, refrattario all’abbondanza, si cautelava preferendo l’usato sicuro in difesa, proteggendo con un gruppo di gregari (Berti subì un grave infortunio, senza dimenticare i guai muscolari di Bianchi) le spalle di Dennis – sottratto alla Juventus – sguinzagliato in attacco con Sosa. Ma il campionato del Biscione fu assai deludente, e addirittura l’Inter rischiò una clamorosa retrocessione, con il tecnico della Bovisa sostituito da Marini. Tutt’altra musica in Europa, dove Bergkamp e Jonk furono decisivi per la conquista della Coppa Uefa: Dennis fu il capocannoniere della competizione (8 centri) e Wim realizzò cinque reti (l’ultima nella finale di ritorno). Nella stagione 1994-’95 l’Inter ottenne a fatica la qualificazione in Europa e venticinque anni fa i due olandesi indossarono per l’ultima volta la casacca nerazzurra. Brutti di giorno e belli di notte.

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