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Il Calcio Racconta

18 settembre 1963 – L’esordio dell’Inter in Coppa dei Campioni

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Dario Canali) – Molti ultra cinquantenni, e sessantenni in particolar modo, pur nati lontano da Milano hanno il cuore nerazzurro. Nel mondo dello spettacolo ricordiamo, ad esempio, Paolo Bonolis e Fiorello ma anche il giornalista Enrico Mentana e il politico Ignazio La Russa. Erano bambini negli anni ‘60 e proprio in quegli anni comincia l’escalation della grande Inter che conquista e affascina gli adolescenti dell’epoca.

La costruzione della “Grande Inter” è, però, dura e laboriosa; il magnate del petrolio Angelo Moratti cambia allenatori e campioni in “serie”, prima di trovare la formula giusta.

Con il “Mago” Helenio Herrera in panchina e il geniale direttore Italo Allodi nella stanza dei bottoni, nasce una squadra straordinaria, cui l’inattesa esplosione del giovane talento indigeno Sandrino Mazzola, figlio del grande Valentino, assicura il completamento offensivo ed anche il legame con il grande passato del calcio italiano.

Suarez e Jair assicurano il genio e la fantasia, mentre Picchi e Burgnich la consistenza e la ruvidità necessari per accompagnare l’estro che senza questi “ausili” sarebbe bello ma non vincente.

L’Inter, per la prima volta nella sua storia, nel 1963 partecipa alla Coppa dei Campioni. Vi possono partecipare solo le squadre vincenti del campionato nella propria nazione oltre la squadra detentrice. Chi si aggiudicherà il trofeo affronterà poi la vincente Sud Americana della Coppa Libertadores nella mitica Coppa Intercontinentale.

Nel Maggio 1963 l’Inter conquista il suo ottavo scudetto, il primo della coppia Moratti-Allodi, e arriva davanti alle due odiate rivali, Juventus e Milan. Finalmente, dopo nove anni di astinenza, la Milano nerazzurra torna a sorridere e a breve vincerà altri due campionati consecutivi entrando nella storia come appunto la “Grande Inter”.

Il Milan, comunque, partecipa anch’esso alla Coppa dei Campioni, malgrado il terzo posto deludente in campionato, in quanto ne è il detentore: pochi mesi prima ha infatti vinto la competizione, prima Italiana a riuscirci, in un’epica finale con il Benfica.

In questa edizione partecipano 31 squadre e per questo il Milan detentore approda direttamente agli ottavi, oltretutto, contro un abbordabile Ifk Norrkoping. Avversari più ostici e accreditati sono il Benfica, il Real Madrid, l’Everton e lo stesso Milan. Il sorteggio non sembra benigno, purtroppo, per l’Inter. I nerazzurri debuttano infatti al “Goodison Park” di Liverpool contro l’Everton, i campioni d’Inghilterra. Dalla nascita del 1955 e sino al 1992 la competizione sarà ad eliminazione diretta. Ci sono due partite, andata e ritorno, ed una grande squadra può uscire di scena già nei sedicesimi e questo è il fascino di questa formula che vedrà le squadre di Milano protagoniste… molte volte la Coppa dimorerà sotto la Madonnina. Data la situazione politica partecipano due squadre tedesche: il Borussia Dortmund in rappresentanza dell’ovest e lo Jena per l’est. La Jugoslavia è ancora unita e rappresentata dal Partizan Belgrado cosi come la Cecoslovacchia è rappresentata dal Dukla Praga. Proprio lo sport, e soprattutto la Coppa dei Campioni per il calcio, rappresenta uno dei pochi momenti di incontro, ma anche di sfida, tra est e ovest. Il calcio non conosce muri.

Il “Goodison Park” di Liverpool, stadio dell’Everton, ospiterà poi anche tre gare del mondiale 1966 e ancora oggi, sia pure dopo delle modifiche, è la casa dell’Everton. La squadra di Liverpool ha vinto, nella stagione precedente, il campionato per la sesta volta nella sua storia, con ampio distacco sul Tottenham secondo e lasciando i cugini del Liverpool a 17 punti di distanza.

Il preziosissimo tagliando d’ingresso della collezione di Matteo Melodia

Ecco le formazioni della gara del 18 Settembre, la prima, appunto, di tante battaglie nerazzurre spesso vincenti:

Everton: West, Parker, Harris, Gabriel, Labone, Kay, Scott, Stevens, Young, Vernon, Temple. Allenatore: Chatterich

Inter: Sarti, Burgnich, Facchetti, Tagnin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Di Giacomo, Suarez, Szymaniak. Allenatore: Helenio Herrera

Arbitro: Gyula Gere (Ungheria). Stadio esaurito in ogni ordine di posti.

Notiamo nella formazione interista i tre stranieri: Jair brasiliano di estro, il Maestro del centrocampo lo Spagnolo Luisito Suarez ed il tedesco Szymaniak. I campioni di presenze e fedeltà nerazzurra: Mazzola, Burgnich e Facchetti, che faranno la storia della squadra, e il capitano Armando Picchi. Ricordiamo anche Milani e Corso non presenti nell’undici dell’esordio. Presente già il più grande cuore nerazzurro di sempre: Peppino Prisco sempre accanto alla squadra. Dal 1963 al 2001 vice presidente dell’Inter.

Cronaca dell’incontro:

Sono gli inglesi a battere il calcio d’inizio ma è di Burgnich il primo tiro in porta, pallone alto sopra la traversa. Al 3’ Temple scatta sulla sinistra e traversa, Sarti prende il pallone e Steven lo colpisce fortunatamente senza grosse conseguenze. Gli Inglesi non scherzano, nemmeno fisicamente, spinti dal proprio pubblico ma…prevalere su Burgnich, Guarneri o Picchi non è cosa facile.

Al 13’ tiro di Suarez e pallone in calcio d’angolo. Al 22’ Tagnin serve Jair al limite dell’area, tiro di sinistro e pallone fuori di poco. Al 24’ bella azione nerazzurra condotta da Picchi e conclusa malamente da Jair. Malgrado si giochi in trasferta (e che trasferta!) Herrera fa avanzare, e non poche volte, Picchi, Tagnin e lo stesso Burgnich a cercare i compagni con lanci in area. Al 27’ Suarez fa quello che gli riesce meglio …lancia benissimo Jair il quale tira, West riesce a deviare in angolo. Al 32’ Suarez con un tiro da lontano sfiora il palo e al 34’ il portiere inglese rifila una gomitata a Jair. Gordon West non è Tony Banks o Peter Shilton ma sbarra la porta dell’Everton, squadra con cui giocherà ben 335 partite in 11 anni.

Al 40’ gli inglesi riescono a venir fuori dalla propria metà campo, si conquistano un calcio di punizione, tira Vernon e Sarti para. Al 42’ tiro di Parker, Sarti para ma non trattiene e pallone in angolo. Primo tempo combattuto ed equilibrato 0-0.

Non è certamente l’Inter catenaccio e contropiede che molti hanno raccontato ma è una squadra che ribatte colpo su colpo. Il Mago cerca subito la vittoria e fa capire di che pasta è fatta questa esordiente in Coppa Campioni. Ad inizio ripresa Suarez lancia Jair solo davanti al portiere che riesce a fermarlo. Con il passar dei minuti l’incontro si accende e sono frequenti gli scontri: gli inglesi attaccano con l’Inter che si difende con calma e ordine. L’Inter può così colpire in contropiede. Al 64’ Jair s’incunea in area avversaria, salta anche il portiere, passa la palla a Mazzola che però manca di decisione nell’andare sulla sfera. Al 73’ lancio di Suarez per Jair il quale è completamente solo, rallenta, tira a rete e il portiere inglese riesce a deviare in calcio d’angolo. Al 76’ ancora un grandissimo lancio di Suarez, il valore di questo giocatore è stato decantato ma mai abbastanza, per Jair che però tira alto. Al 78’ segna Vernon ma l’arbitro annulla per fuori gioco dello stesso calciatore che non protesta. La durezza degli Inglesi, ed ancora di più negli anni 60, è risaputa ma anche la correttezza e la mancanza di “sceneggiate” in occasioni come questa fanno parte del loro modo di affrontare questo sport. Sul finire bella azione di Di Giacomo e Mazzola, bellissimo tiro di quest’ultimo e altrettanto bella parata di West, pallone in angolo e fischio finale dell’arbitro Ungherese.

Mazzola risulterà decisivo con i suoi gol in questa annata in Coppa Campioni. Partita che finisce in pareggio 0-0, punteggio che lascia aperte tutte le ipotesi per il ritorno ma con una Inter combattiva che giocherà a S. Siro e questo è un grande vantaggio per la compagine di Moratti.

La cronaca dell’incontro è tratta dal sito Storiainter.com

 

Nato a Roma nel 1963, sindacalista, appassionato di storia del ‘900, autore di un libro sulla Slovacchia nella seconda guerra mondiale, sindacalista ma soprattutto amante del calcio, degli stadi, delle figurine e di tutto ciò che profuma di...football.

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19 giugno 1919, nasce la Salernitana

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GLIEROIDELCALCIO.COM – 19 giugno 1919, in Corso Umberto I n. 67 Matteo Schiavone, ex calciatore e dirigente del Foot-Ball Club Campania, insieme ad altri soci, costituisce l’Unione Sportiva Salernitana, società polisportiva. Primo presidente è Adalgiso Onesti e la prima divisa della squadra di calcio è una maglia a strisce verticali bianche e celesti. Il primo logo della società fu una corona con l’acronimo societario “U.S.S.”. Tra le attività del club la corsa, il nuoto, il ciclismo l’atletica, il canottaggio, il pugilato la lotta e poi il calcio. Quest’ultimo veniva praticato inizialmente in campi non regolamentari come quello in Piazza dei Martiri e quello di Piazza del Vecchio Mercato in attesa delle necessarie migliorie al campo di Piazza d’Armi.

Nel 1920 partecipò al suo primo campionato nel torneo di Promozione del Comitato Regionale Campano. Inserita nel girone B esordì nel match in trasferta contro lo Stabia, vinto per 1-0 con gol di Aliberti al 75′. La Salernitana vinse 6 gare su 6, concludendo al primo posto del girone e venne ammessa nel campionato di Prima Categoria della Campania.

Tante le iniziative per ricordare la fatidica data, quella dove tutto ebbe inizio…un programma ricco, che coinvolgerà decine e decine di personaggi che hanno fatto la storia del cavalluccio marino.

Il programma:

Mercoledì 19 giugno, ore 18.00, Cattedrale di Salerno: Messa di commemorazione per calciatori e tifosi scomparsi
Mercoledì 19 giugno, ore 19.19, Partenza dallo Stadio Vestuti: Corteo
Mercoledì 19 giugno, ore 20.45, Piazza della Concordia: Festa del Centenario
Giovedì 20 giugno, ore 18.00, Spiaggia di Santa Teresa: Torneo vecchie glorie

13-23 giugno, Parco dell’Irno – Fornace Ex Salid: Mostra Ufficiale Salernitana 100.

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“Il numero 1” – Giovanni De Prà

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto del libro “Il numero 1 – Storia e aneddoti dei grandi portieri del XX secolo” di Leonardo Colapietro, edito da “Porto Seguro”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi la storia di Giovanni De Prà, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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GIOVANNI DE PRA’

«Sportivo di schietta tempra ligure tenne sempre vivi l’onesto agonismo e l’alto valore morale dello sport, esaltandoli, nel gioco del calcio, in vittorie prestigiose, affermazione ed esempio, non solo in Italia, di una nobile passione sportiva vissuta in purezza e con sacrificio» (premio ‘La fronda d’oro 1972). Italia-Spagna a Milano, è il 1924. Al ventesimo del primo tempo il portiere della nazionale italiana si frattura un braccio in uno scontro di gioco. Ancora non esistevano le sostituzioni. Il portiere decide eroicamente di proseguire la partita col braccio fasciato fino al novantesimo, parando il parabile e anche qualcosa in più. Finì 0-0. Questo per spiegare quale tipo di portiere fosse Giovanni De Prà come atleta e come uomo. Calcio d’altri tempi, uomini d’altri tempi. Mischie furibonde, parate a mani nude. Per fare il portiere serviva, oltre alle doti tecniche, tanto coraggio e un pizzico di follia. Per quel gesto gli fu consegnata, in seguito a una sottoscrizione del Guerin Sportivo, una medaglia d’oro, a memoria perenne. Nato a Genova, vestì nella sua carriera solo la maglia della squadra della sua città rifiutando le offerte principesche della Juventus che lo voleva acquistare in tutti i modi e scegliendo così di rimanere dilettante a vita. Si presentò nella sede della squadra torinese, ringraziando e spiegando che era genoano e non avrebbe militato in altre squadre che non fosse quella. Nel 1926 il fascismo aveva approvato la Carta di Viareggio che divideva i calciatori in dilettanti e non dilettanti. I primi non potevano essere trasferiti. De Prà non vuole lasciare Genova per nessun motivo e sceglie di rimanere dilettante. Giovanni inizia a tuffarsi da piccolo nel giardino di casa parando palloni di stracci. Lo aspetta, appena ne avesse avuto l’età, il lavoro in cantiere col padre, veneziano fuggito dal Regno Austro-ungarico e dal colera due anni prima della sua nascita, l’anno del primo campionato di calcio italiano vinto proprio dal Genoa nel 1898. La sua carriera inizia nelle file della Spes, nel ’17. In una amichevole con la nazionale italiana para tutto e di più. In tribuna c’è l’allenatore William Garbutt, uno degli storici mister del Genoa C.F.C. che viene letteralmente folgorato dal talento di quel giovane portiere e lo fa acquistare immediatamente. Nel 1922-23 e 1923-24 De Prà vinse due scudetti. Il primo dei due titoli giunse al termine di una serie di trentatré partite consecutive senza sconfitte, un record che rimase tale per lunghissimo tempo. Con la maglia azzurra, vestita per diciannove volte, conquistò la medaglia di bronzo alle olimpiadi di Amsterdam del 1928. Celebre la sua rivalità con l’altro portiere fenomeno del suo tempo, Giampiero Combi. Nel 1929 viene premiato come miglior portiere internazionale assieme allo spagnolo Zamora, componendo una delle più forti difese dell’ante guerra: De Prà-Bellini-De Vecchi. Raccontava come avesse imparato l’arte del piazzamento sui calci piazzati dal mitico portiere del Liverpool, Scott: «Un giorno, arrivò a Marassi con alcuni chilometri di nastri e in una ventina di minuti li sistema nell’area di rigore, stendendoli dalla porta in diverse direzioni e fissandoli a terra con picchetti. Pareva d’essere a carnevale e invece si trattava di una lezione elementare e universitaria a un tempo. Quel giorno compresi tante cose, e soprattutto l’arte del piazzamento». In tutta la sua carriera mai una ammonizione o una espulsione. Dopo aver attaccato le scarpe al chiodo fece il dirigente della sua squadra per molti anni e fino alla sua scomparsa, anche per il Panathlon Club (ex Azzurri d’Italia). Nel 1979, pochi mesi dopo la sua morte, su sua disposizione, la medaglia di bronzo conquistata alle Olimpiadi di Amsterdam fu interrata sotto la sua porta, allo stadio Marassi. «Avevo una presa d’acciaio dovuta alla ginnastica», raccontava fiero il portiere azzurro che osò sfidare il Duce. Di ritorno da vero eroe nazionale dalle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, De Prà non solo fu l’unico degli azzurri che non mostrò il braccio destro teso al passaggio di Benito Mussolini, ma rifiutò anche di indossare l’alta uniforme. Una “prodezza” che il Duce non gli perdonò. Niente bronzo per De Prà. Una punizione alla quale, molti anni dopo, pose fine Artemio Franchi con una medaglia personalizzata. De Prà accettò, ma a una condizione, che dopo la sua morte voglio venisse sotterrata, sotto la Nord di Marassi. Con i lavori di Italia ’90 il campo venne stravolto e la medaglia sparita forse per sempre. A gran voce i suoi concittadini vollero che gli fosse intitolata la strada che corre tra il torrente e lo stadio di Genova. Per ricordare le sue gesta gli è stata dedicata una biografia, C’è anche una società di calcio giovanile, la ASD Valerio Bacigalupo, fondata nel 1950 in suo ricordo, fallita nel 1999 e risorta poco dopo”.

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15 giugno 1974 – L’Italia, l’Haiti e Chinaglia

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Quarantacinque anni fa, il 15 giugno 1974, iniziava per l’Italia il mondiale tedesco. Il girone, oltre all’Italia, si compone di Polonia, Argentina e Haiti. Ed è proprio contro la compagine caraibica, alla sua prima partecipazione alla fase finale di un mondiale, che inizia l’avventura, un match che non sembra possa regalare particolari sorprese.

“… l’Italia era un complesso standardizzato, stanco nelle idee, senza iniziativa, a pezzi, con uomini abituati a giocare lentamente e con sistemi superati: del calcio totale, del collettivo, del gioco olandese, nessuno aveva un’idea chiara” (Cit. La Nazionale Italiana, m’litograph edizioni Firenze – 1978). Questo lo si scriverà dopo…in realtà l’Italia di Valcareggi è composta da alcuni che avevano vinto l’Europeo del ’68, arrivati in finale del mondiale messicano del ’70, e poi c’era stata la vittoria a Wembley firmata Fabio Capello di qualche mese prima. Insomma in realtà si spera di fare davvero una bella figura.

Rivera e Mazzola non “staffettano” più, ora coesistono, e in attacco c’è Giorgio Chinaglia, fresco campione d’Italia con la Lazio. Una difesa di ferro composta da giocatori del calibro di Burgnich, Facchetti, Benetti e un Dino Zoff imbattuto da 12 partite. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per far bene.

All’Olympiastadion di Monaco di Baviera quindi, agli ordini del venezuelano Llobregat, inizia la gara con l’Haiti. Il primo tempo vede i caraibici eregere un muro; 0-0 e tutti negli spogliatoi. Certo, qualcuno avrà rivisto l’ombra della Corea…

Nella ripresa il fattaccio, l’Haiti passa in vantaggio: Vorbe la passa in profondità a Sanon che s’incunea nella difesa azzurra e da posizione defilata infila Zoff e la sua imbattibilità. Quella che era l’ombra della Corea ora è qualcosa di più…

L’Italia esce dal torpore e, per fortuna, Rivera riesce a pareggiare al 53′. Poi sarà un autogol su conclusione di Benetti a regalarci il vantaggio al 66′.

Valcareggi vuole qualcosa di diverso e Chinaglia, dopo una gara non buona e qualche errore di troppo, viene richiamato per far posto a Anastasi. Giorgione non la prende benissimo, tutt’altro. Rientra direttamente verso gli spogliatoi e, in diretta Mondovisione, manda “affanc…” Valcareggi. Un gesto eloquente, ripetuto con la mano ad accompagnare il labiale per ben tre volte.

Anastasi entra e segna un gran gol per il 3-1 definitivo. Gli azzurri escono vittoriosi, ma mettono in mostra una grande debolezza sia tecnica, sia atletica.

“Chinaglia ha fatto in pieno il suo dovere. Non ha affatto fallito la prova. È stato sostituito perché Anastasi ha altre caratteristiche e in quel momento c’era bisogno di un giocatore guizzante come lo juventino in quella difesa stretta”, dirà a fine partita Valcareggi.

Il dopo partita è pesante per parecchie ore. Poi sembra che la pace venga fatta, ma è solo una smorfia da fare in pubblico. La frattura rimane.

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