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La Penna degli Altri

Gli anni d’oro del Catanzaro del Presidente Nicola Ceravolo

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – Il periodo costituito dagli anni ’70 ed ’80 è caratterizzato da una sorta di “rivoluzione geografica” nel panorama calcistico della nostra Serie A, con l’emergere di formazioni, non a caso denominate “provinciali terribili”, del Centrosud a rilevare quella che sino ad allora era stata l’egemonia delle formazioni lombarde, visto il contemporaneo declino di Club quali Lecco, Mantova, Brescia, Varese e financo la gloriosa Atalanta, che in quel ventennio disputa solo 9 Campionati nella Massima Divisione, conoscendo anche l’amarezza della sua unica retrocessione in Serie C.

Provinciali sui cui terreni trovano vita difficile anche fior di squadroni e che, approfittando del momento no di alcune della Società più titolate – vedasi Milan e Lazio soprattutto – riescono anche a piazzarsi a ridosso delle prime posizioni, quandanche – come nel caso del Vicenza nel 1978 e del Perugia l’anno successivo – addirittura a competere per la conquista dello Scudetto.

Compagini che sono tutte legate da un unico comune denominatore, vale a dire la presenza al timone di un Presidente di lungo corso, eccentrico, carismatico quando non vulcanico che polarizza l’attenzione dei media ed aumenta il valore ed il significato di queste singole “favole sportive”, ed i cui nomi, non servirebbe neppure ricordarlo, rispondono a quelli di Dino Manuzzi a Cesena, Costantino Rozzi ad Ascoli, Antonio Sibilia ad Avellino sino alla figura più emblematica di tutte, vale a dire il Presidentissimo” Romeo Anconetani a Pisa ….

In questo panorama così succintamente (per ovvi motivi di spazio …) descritto, vi è però una Società che si ritaglia un suo spazio divenendo emblema di una regione che, sino a tale data, non aveva ancora conosciuto l’onore di vedere una propria formazione calcare i campi della Serie A, anch’essa con un “uomo solo al comando”, ma in una veste molto meno folkloristica dei colleghi sopra citati, e di cui siamo ben lieti di raccontarne la relativa Storia.

Corre l’anno 1958 allorquando avviene il cambio di proprietà tra due valenti Avvocati, con il Presidente Aldo Ferrara a passare la mano al collega Nicola Ceravolo al timone del Catanzaro e dedicarsi a tempo pieno alla sua attività politica, divenendo, nel corso degli anni, Presidente della Provincia, della Regione Calabria e quindi Sindaco del Capoluogo prima di ritirarsi a vita privata nel 1982.

 

Al suo avvento alla Presidenza, Ceravolo eredita una squadra che naviga senza infamia e senza lode in Serie C – nelle tre stagioni precedenti aveva ottenuto piazzamenti di media/bassa Classifica – ma che la sua gestione dovesse passare alla storia lo dimostra, come segno augurale, il suo primo Torneo, al termine del quale i giallorossi ottengono la Promozione in B con un solo punto di vantaggio sul Cosenza, grazie alla determinante vittoria, alla penultima giornata, per 2-0 contro i rivali storici della Reggina.

Prima squadra calabrese ad affacciarsi alla Serie Cadetta, gli anni ’60 sono caratterizzati per il Catanzaro dal mantenimento della Categoria – cui per tre stagioni, dal 1961 al ’64, a far compagnia vi è anche il Cosenza – senza eccessivi patemi, se si esclude una salvezza conquistata all’ultima giornata nel ’62 grazie al pareggio a reti bianche a Reggio Emilia che condanna gli emiliani alla retrocessione, con Campionati che vivono, per i tifosi giallorossi, all’insegna di una sempre più crescente rivalità con i reggini, visto che al termine della stagione ’65 anche gli amaranto conquistano la Promozione tra i Cadetti.

Presenza ingombrante, quella dei “cugini”, che al primo anno di Serie B si aggiudicano entrambi i derby (3-1 a Reggio Calabria, 2-1 al “Comunale”) ed addirittura sfiorano il doppio salto di Categoria, fallendo la Promozione in A per un solo punto, complice l’alleanza della “Lega lombarda”, in quanto un Lecco già promosso impone alla Reggina lo 0-0 all’ultima giornata così consentendo al Mantova di conquistare il terzo posto utile per l’approdo alla Massima Divisione.

Tanto più che, un mese esatto prima, vale a dire il 19 maggio ’66, era stato viceversa il Catanzaro a “rischiare” di scrivere una pagina storica per il calcio calabrese, sfidando la Fiorentina di Chiappella nella Finale di Coppa Italia disputata all’Olimpico, appuntamento al quale i giallorossi giungono dopo aver fatto vittime eccellenti sul proprio cammino, quali la Lazio (3-1) al terzo turno, il Torino ai calci di rigore nei Quarti di Finale ed infine, andando a violare il “Comunale” di Torino per piegare 2-1 la Juventus – che, giova ricordare, schierava la formazione titolare al completo e l’anno seguente avrebbe vinto lo Scudetto – grazie ad una rete di Tribuzio …

E’ quella, una formazione giallorossa affidata alle sapienti mani del tecnico bolognese Dino Ballacci e che ha in attacco le sue maggiori potenzialità, potendosi avvalere delle prestazioni del centravanti Gianni Bui – Capocannoniere del Torneo Cadetto con 18 reti – ben assistito dalle ali Vanini e Maccacaro, mentre in qualità di interni operano Gasparini e Marchioro.

Ed è proprio il futuro tecnico che, ad inizio ripresa, pareggia la rete siglata da Hamrin per i viola alla mezz’ora, facendo sì che la Finale di Coppa Italia si prolungasse ai tempi supplementari, dove a decidere le sorti dell’incontro è un calcio di rigore trasformato da Bertini dopo 109’ che infrange i sogni della compagine calabrese.

Nella successiva seconda metà degli anni ’60, il Catanzaro torna nell’anonimato, dopo aver concluso la stagione seguente alla Finale di Coppa ad un platonico terzo posto – ma senza mai essere stata seriamente in lotta per la Promozione in un Torneo dominato da Sampdoria e Varese – in quanto proprio nel ’67 va in scena la riforma dei Campionati, con la riduzione della Serie A a 16 squadre e conseguente riduzione delle promozioni, terminando sempre ben alle spalle dei rivali reggini, circostanza che determina non pochi malumori nella tifoseria.

La svolta giunge proprio a fine decennio, nell’estate ’70, dopo un Campionato Cadetto che aveva visto i giallorossi rischiare seriamente la retrocessione, riuscendo a salvarsi solo all’ultima giornata grazie al pareggio interno per 0-0 contro la Reggiana che – come già accaduto nella ricordata similare circostanza del 1962 – costa agli emiliani la permanenza nella Categoria, mentre, come di consueto, la Reggina si era onorevolmente comportata, chiudendo al sesto posto.

E’ un’estate molto calda anche per motivi extracalcistici, quella del 1970 in Calabria, poiché la decisione del Governo di collocare a Catanzaro il Capoluogo di Regione nel quadro dell’istituzione degli Enti regionali non è ben accetta (eufemismo …) a Reggio Calabria, dando vita ad una vera e propria sommossa popolare – denominata non a caso “i moti di Reggio” alla stregua di quanto avveniva nel Risorgimento italiano – sedata solo nel febbraio ’71.

Potete pertanto facilmente immaginare con quale spirito si vivano i due derby della Stagione 1970-’71 e che, difatti, vengono entrambi rinviati per motivi di ordine pubblico, con la gara di andata, inizialmente in programma alla sesta giornata il 25 ottobre ’70 a Reggio Calabria a disputarsi il 25 novembre successivo addirittura sul campo neutro di Firenze (!!) – e vinta dagli amaranto per 1-0 grazie ad un rigore di Sironi al 17’ – mentre il ritorno, in calendario il 14 marzo, si gioca il 3 giugno ’71, per “par condicio” ancora a Firenze.

Incontro che riveste un’importanza capitale per i giallorossi in quanto, sotto la guida del nuovo tecnico Gianni Seghedoni – e con un organico pressoché identico alla stagione precedente in cui l’unica novità di rilievo è costituita dall’acquisto dal Lecce del centravanti Angelo Mammì, oltre alla promozione di Pozzani nel ruolo di estremo difensore titolare ed alla crescita del prodotto del vivaio Fausto Silipo, in pianta stabile nel reparto difensivo – gli stessi si trovano a disputare il recupero a due giornate dal termine del Campionato, trovandosi in quinta posizione con 42 punti, a due lunghezze dalla coppia lombarda formata da Atalanta e Brescia, appaiate al terzo posto a quota 44.

Una vittoria, pertanto, consentirebbe al Catanzaro di raggiungere le rivali, ma figuriamoci se gli amaranto sono disposti a fare concessioni, ed il punteggio di 1-1 (vantaggio reggino con Bongiorni, pareggio di Gori su rigore) con cui si conclude l’incontro, rimanda ogni decisione agli ultimi 180’, peraltro non sufficienti a dirimere la questione in quanto il Brescia – costretto dal calendario a disputare due scontri diretti negli ultimi due turni – dopo aver sconfitto il Bari a domicilio cede proprio all’ultima giornata per 2-0 (di Busatta e Mammì le reti dei giallorossi) in terra calabra per una Classifica che, oltre al Mantova, promosso con 48 punti, vede Atalanta, Bari e Catanzaro (che al penultimo turno aveva vinto a Livorno grazie al centro di Braca a 2’ dal termine …) concludere alla pari a quota 47, rendendosi pertanto necessario uno “spareggio a tre” per decidere le altre due promosse.

Spareggi che hanno luogo sul campo neutro dello Stadio “Dall’Ara” di Bologna, dove gli orobici sbrigano la pratica con un franco successo per 2-0 sul Bari (partita sospesa per incidenti al 69’ dopo la rete del raddoppio di Moro) per poi infliggere ai giallorossi una sconfitta per 0-1, maturata nel finale grazie ad uno spunto di Maggioni all’88’, così che risulta decisiva la sfida tra i pugliesi ed i calabresi che viene spostata come destinazione al “San Paolo” di Napoli.

Domenica 27 giugno 1971 è una data “storica” nella vita del Club giallorosso – fondato nel 1927 a seguito della fusione tra due Società cittadine, la “Scalfaro” e la “Braccini”, acquisendo sin dagli esordi i colori che l’hanno da sempre contraddistinto e l’aquila reale sul proprio stemma – in quanto è proprio Mammì a siglare, con un preciso colpo di testa a 10’ dal termine, la rete che schiude al Catanzaro le porte della Serie A, prima squadra della propria Regione ad essere rappresentata nel Massimo Campionato nazionale.

Il primo approccio con la Massima Serie vede i giallorossi – con Seghedoni confermato alla guida ed una campagna acquisti che vede rinforzato il reparto difensivo con l’innesto dei terzini Zuccheri e D’Angiulli e dell’esperto ex rossonero Gino Maldera, mentre in attacco si spera sulle qualità realizzative del quasi 30enne Spelta, prelevato dal Modena dopo aver vinto la Classifica Cannonieri del Torneo Cadetto con 15 reti – lottare sino alle ultime giornate per evitare la retrocessione, in un Torneo caratterizzato da tre sole vittorie, di cui la prima, e dunque a suo modo altrettanto “storica” che giunge addirittura alla prima di ritorno.

Altra data indimenticabile, pertanto, quella del 30 gennaio ’72, ed a farne le spese sono nientemeno che i futuri Campioni d’Italia della Juventus, trafitti da una rete di Mammì a 6’ dal termine per l’1-0 che decide l’incontro, stesso punteggio con cui capitolano successivamente al “Comunale” anche Sampdoria e Bologna, in entrambi i casi con la “leggenda” Banelli nelle vesti di giustiziere.

Si giunge così al penultimo turno con una Classifica cortissima che vede – con il Varese desolatamente ultimo ed oramai da tempo condannato alla retrocessione – il Mantova occupare il penultimo posto con 19 punti, preceduto da Catanzaro e Verona a quota 20 e 21 rispettivamente, ma con il calendario che prevede lo scontro diretto al “Comunale” il 21 maggio ’71.

In Serie A, se vuoi avere ambizioni di sorta, non puoi prescindere da un attacco quantomeno dignitoso come contributo realizzativo, e le sole 17 reti che costituiscono il bottino dei calabresi sono la sintesi della retrocessione – pur se Spelta, con 7 reti, ha dimostrato di valere quanto da lui atteso – e la difesa scaligera ha buon gioco a mantenere il risultato sullo 0-0 di partenza, che lascerebbe ancora un barlume di speranza, visto che all’ultima giornata i veneti devono far visita alla Roma all’Olimpico, pur se l’impegno dei giallorossi, a San Siro contro un Milan ancora teoricamente in corsa per lo Scudetto, appare ben più arduo.

I 90’ finali non cambiano l’esito, con il Verona sconfitto 0-1 all’Olimpico, stessa sorte subita dal Catanzaro a San Siro (rete di Bigon al 23’), pur se la tranquilla vittoria della Juventus sul Vicenza toglie qualsiasi speranza di titolo ai rossoneri, i quali però portano a casa il successo, così condannando i giallorossi alla retrocessione, uno “sgarbo” di cui avranno modo di vendicarsi in seguito.

Tornato nel purgatorio cadetto, il Catanzaro vive due anonime stagioni, la seconda delle quali caratterizzata però dalla retrocessione in C della Reggina, solo per una peggiore differenza reti rispetto a Brindisi, Reggiana e Perugia (tutte a pari merito con 34 punti …), mentre a quota 35 chiudono sia l’Avellino che i giallorossi, i quali devono pertanto al successo per 2-1 nel derby di ritorno (di Rizzo e Petrini le reti) la permanenza in Serie B.

E, come nel 1970, da una retrocessione sfiorata nasce stavolta il “Periodo d’oro” del Club calabrese, che lo porta nuovamente a lottare per la Promozione in A in uno dei più affascinanti finali di Torneo Cadetto che si ricordino.

In una stagione, quella del ’75, che vede il Catanzaro schierare ancora Silipo, Maldera, Banelli e Spelta quali reduci dall’esperienza in A ed in cui debutta il 21enne Massimo Palanca, a 180’ dalla conclusione, con il Perugia lanciato verso la Promozione, la Classifica vede un terzetto composto da Como, Verona e Catanzaro appaiato al secondo posto con 43 punti, seguito ad una sola lunghezza dal Palermo, con quattro squadre pertanto a lottare per gli altri due posti utili ed un calendario che più bizzarro non avrebbe potuto essere.

Al penultimo turno, difatti, è in programma lo scontro diretto al “Bentegodi” tra Verona e Catanzaro (risolto a favore dei padroni di casa grazie ad un acuto di Luppi al 50’ …), mentre il Como impatta a Ferrara ed il Palermo spreca una grande occasione non andando oltre lo 0-0 interno con il Taranto, così che la Classifica varia con il Verona secondo a quota 45, Como terzo con 44 punti e Catanzaro e Palermo appaiate al quarto posto a quota 43, solo che ….

Già, solo che, per uno strano scherzo del destino, l’ultima giornata prevede due spareggi, uno in riva al Lario tra Como e Verona e l’altro in Calabria tra giallorossi e rosanero, con quest’ultimo confronto che, in caso di vittoria di una delle due squadre, garantirebbe alla stessa quantomeno l’ipotesi di uno spareggio promozione, se non la promozione diretta qualora i gialloblù veneti dovessero imporsi sui lariani.

E così avviene, in quanto il Como, con una doppietta di Cappellini, regola 2-0 il Verona e festeggia la conquista della Serie A – da cui mancava da ben 22 anni – nel mentre al “Comunale” è Banelli (l’uomo delle reti “pesanti” …) a regalare ai giallorossi il successo per 1-0 ed il diritto ad incontrare nuovamente, a distanza di 10 giorni, gli scaligeri per completare il quadro delle promosse nella Massima Divisione.

Spareggio disputatosi sul neutro di Terni il 26 giugno ’75 che però si conclude con l’identico punteggio di 1-0 per il Verona (decide una rete di Mazzanti al 25’), ma per il Catanzaro l’appuntamento con il ritorno in A è solo rimandato, visto che la Stagione successiva l’obiettivo viene centrato, anche se non mancano, come di consueto le “emozioni forti”.

Accade, difatti, che ad un turno dalla conclusione, la Classifica reciti: Genoa e Foggia p.43; Varese e Brescia p.42 e Catanzaro e Novara p.41, con queste ultime a dover però ripetere la gara disputata il 18 aprile ’76 e conclusa sull’1-1, annullata dal Giudice Sportivo per irregolarità nella terna arbitrale, vista la presenza di un guardalinee radiato dall’AIA.

Il recupero si disputa il giovedì antecedente l’ultima domenica di Campionato, ed il Catanzaro se lo aggiudica con un netto 3-0 (doppietta di Palanca ed acuto di Improta), andando ad affiancare Genoa e Foggia al comando e con la fondata convinzione che il più sia già stato fatto, visto che tre giorni dopo i giallorossi sono attesi dalla trasferta di Reggio Emilia (ancora loro …!!) contro una formazione già da tempo retrocessa …

Ma siccome le cose facili non fanno parte del Dna giallorosso, ecco che occorrono 71’ prima che Palanca – che conclude la stagione a quota 11 reti come “top scorer” della propria squadra – riesca a sbloccare il risultato e la gioia dei tifosi al seguito viene smorzata dal pari di Frutti a 5’ dal termine, prima che tocchi ad Improta all’89’ siglare la rete che evita lo spareggio con il Varese e spalanca le porte al ritorno nella Massima Divisione.

[…]

In una stagione che vede il Catanzaro cogliere il primo successo esterno della sua Storia in A con il successo per 1-0 sul campo della Lazio e far cadere il Milan al “Comunale” alla penultima di andata (rete di Sperotto), i calabresi sembrano spacciati a sei giornate dal termine, penultimi con 4 lunghezze da recuperare nei confronti del Foggia, prima che la truppa del tecnico della Promozione Gianni Di Marzio si inventi due successi casalinghi consecutivi contro Verona (2-1 in rimonta, con Palanca ed Improta a segno) e Cesena (addirittura rimontando uno 0-2 iniziale in cui mette la sua firma anche Ranieri per il punto del 3-2 al 77’) che alimentano qualche tenue speranza di salvezza, vanificata dalla sconfitta per 0-1 nel confronto diretto di Foggia al quart’ultimo turno e solo lievemente rialimentata da successivo successo casalingo per 2-1 sul Genoa.

Alla penultima giornata i giallorossi sono attesi a San Siro da un Milan in quel momento virtualmente in Serie B, ma che ha a disposizione due gare contro Catanzaro e Cesena che lo seguono in graduatoria per scongiurare tale pericolo ed al Catanzaro resta la sola, platonica, soddisfazione di aver fatto correre più di un brivido sulla schiena dei tifosi rossoneri allorché, sotto 0-3 dopo un’ora di gioco, rimonta sino al 2-3 definitivo che suona come condanna matematica alla retrocessione.

Giallorossi che, però, hanno oramai ben compreso come si ci debba muovere nelle infide paludi del Torneo Cadetto e, con Di Marzio avvicendato da Giorgio Sereni alla guida tecnica ed un Palanca implacabile realizzatore – tanto da laurearsi capocannoniere con 18 reti – riescono nell’impresa di cogliere la loro seconda Promozione consecutiva, in una stagione dominata dallo straordinario Ascoli di Mimmo Renna che chiude a 61 punti (+4 in Media inglese, 73 reti fatte ed appena 30 subite …!!), mantenendosi costantemente nelle posizioni di rincalzo per poi assestare lo spunto decisivo nel confronto diretto con il Palermo alla terz’ultima giornata, sconfitto al “Comunale” per 3-1 (doppietta di Palanca ed acuto di Renzo Rossi).

Deciso a mantenere la Categoria, in una stagione, quella ’79, che passa alla Storia per l’impresa del “piccolo” Perugia che conclude il Campionato imbattuto, insidiando sino a due giornate dal termine lo “Scudetto della Stella” rossonera, il Catanzaro, dopo aver affidato la conduzione tecnica alla sapiente mano di Carletto Mazzone, imposta stavolta un’oculata campagna di mercato estiva, imperniata sul rafforzamento della difesa con gli innesti del portiere Mattolini, del terzino Menichini e dei due esperti ex rossoneri Sabadini e Turone, sperando che al secondo anno di A Palanca faccia appieno il suo dovere.

Impegno che quest’ultimo porta diligentemente a termine , raddoppiando il suo bottino del ’77 con le 10 reti messe a segno, tra cui, per sempre “storica”, rimarrà la tripletta rifilata alla Roma all’Olimpico alla quinta di ritorno per un 3-1 che vale il secondo successo esterno stagionale, ed una tranquilla salvezza, conquistata chiudendo al nono posto con 28 punti e costruita soprattutto tra le mura amiche, dove l’unico a violare il terreno del “Comunale” – dopo che vi pagano dazio Roma, Lazio e Torino – è, alla terz’ultima giornata, un Milan lanciato verso la conquista del titolo.

Prima salvezza ottenuta sul campo ed alla quale i giallorossi abbinano un esaltante percorso in Coppa Italia, dove – dopo aver eliminato il Milan nell’iniziale Fase a Gironi grazie al pareggio per 2-2 a San Siro all’ultima giornata con rete di Palanca su rigore ad 1’ dal termine – superano il Cagliari ai Quarti di Finale (2-2 al Sant’Elia ed 1-0 interno a firma, manco a dirlo, di Palanca) per poi arrendersi solo alla Juventus in Semifinale, sconfitti 2-4 a Torino dopo aver imposto il pari per 1-1 ai bianconeri all’andata.

Un rapporto curioso, quello con i “rossoneri”, che contraddistingue anche la successiva stagione in cui il Catanzaro – dopo il ritiro della “bandiera” Banelli con 334 presenze e 24 reti al proprio conto, nonché il passaggio di mano societario, con Ceravolo che lascia dopo ben 21 anni la Presidenza a favore di Adriano Merlo – non ripete le prestazioni dell’anno precedente, vedendo sancita la matematica retrocessione alla terz’ultima giornata dopo un pesante 0-3 casalingo proprio contro il Milan, per poi salvare la Categoria, al pari dell’Udinese, proprio per il coinvolgimento del Club di via Turati e della Lazio nel primo, clamoroso “Calcioscommesse” della nostra Serie A, entrambe retrocesse a tavolino.

Scampato il pericolo – il che sembra una costante nella oramai quasi centenaria Storia della Società giallorossa, vale a dire di ottenere i migliori risultati dopo aver rischiato nell’anno precedente – ecco che il Catanzaro disputa, alternandosi in panchina dapprima Tarcisio Burgnich e quindi Bruno Pace, le sue due stagioni più esaltanti, concluse addirittura a ridosso della zona Uefa.

Il Campionato 1980-’81 è peraltro condizionato, oltre che dalla citata assenza di Milan e Lazio, anche dalle penalizzazioni di 5 punti inflitte a Bologna, Avellino e Perugia, ma ciò non toglie che i giallorossi disputino un Torneo sempre al di sopra della zona retrocessione, con ancora una volta il “Comunale” a dimostrarsi fortino quasi inespugnabile – vi riescono solo Perugia e la Pistoiese dell’ex Vito Chimenti – mentre Palanca si conferma cecchino implacabile, con i suoi 13 centri che lo portano al titolo di vice Capocannoniere, preceduto solo dal romanista Roberto Pruzzo.

E proprio la cessione, per motivi di bilancio, del “Cannoniere tascabile” (alto m.1,69 con il 37 di numero di piede …) al Napoli nell’estate ’81 mette in allarme la tifoseria, non sapendo che lo stesso sarebbe stato rimpiazzato come meglio non si potrebbe dal 21enne Edy Bivi, prelevato dalla Mestrina in C2 e che rappresenta per tutti una scommessa che il tecnico Pace dimostra rivelarsi vincente.

Che quella di Bivi sia stata una scelta azzeccata è dimostrato, già alla prima giornata, allorché il ragazzo non si fa scrupoli nell’andare a calciare il rigore che a 3’ dal termine regala ai giallorossi il pareggio sul campo del San Paolo dell’ex Palanca, così come è lui a sbloccare, dopo soli 3’, alla settima giornata, il punteggio nel rotondo 3-0 (di Borghi e Massimo Mauro le altre due reti …) rifilato al Milan ritornato nella Massima Divisione dopo il purgatorio della B, per poi mettere la sua firma su altre due “storiche” affermazioni in campo esterno, il 2-1 a Torino contro i granata alla vigilia di Natale ’81 ed il clamoroso 1-0 del 14 marzo ’82 a San Siro contro il Milan, che certifica l’unica vittoria dei giallorossi alla “Scala del Calcio” contro le due milanesi e contribuisce alla retrocessione dei rossoneri in B a fine stagione.

Un’annata da ricordare e che avrebbe potuto avere i connotati del “Miracolo”, visto che i giallorossi giungono ad un passo dalla loro seconda Finale di Coppa Italia, dopo aver compiuto nei Quarti l’impresa di ribaltare lo 0-1 patito all’andata contro il Napoli andando ad espugnare per 2-1 il “San Paolo” al ritorno (unico acuto del modesto rumeno Nastase e raddoppio di Santarini) per poi costringere l’Inter agli straordinari, visto che l’1-2 dell’andata a San Siro (con il primo tempo chiuso in vantaggio grazie al centro di Borghi …) viene restituito al ritorno (di Bivi ed ancora Borghi le reti, inframezzate da un rigore trasformato da Beccalossi …), prolungando la sfida ai supplementari, dove risulta decisiva una rete di Altobelli che vanifica il successivo punto di Cascione per il definitivo 3-2 che certifica comunque l’unica affermazione dei giallorossi sui nerazzurri.

Stagione, pertanto, che il Catanzaro conclude in settima posizione con 28 punti – suo miglior piazzamento nella Storia del Club, anche se, in termini di punti, è migliore la precedente, chiusa a quota 29 – e con Bivi ad emulare Palanca in veste di vice Capocannoniere con 12 reti (anch’egli, curiosamente, alle spalle di Pruzzo …) prima che anche per i tifosi giallorossi, come in tutte le belle favole, una cruda realtà li faccia risvegliare da uno splendido, ed inimmaginabile sogno.

[…]

Ed anche se nel prosieguo del decennio il Catanzaro riesce in un paio di occasioni a ritornare in B, l’ulteriore retrocessione nel ’90 ne sancisce la definitiva conclusione di un ciclo probabilmente irripetibile e che, per chi ha avuto la fortuna di viverlo, resterà impresso nei cuori e nelle menti, così come il ricordo di colui che per primo ne è stato l’artefice, ovverossia il “Presidentissimo” Ceravolo, scomparso nel maggio 1988, è stampato a futura memoria attraverso la doverosa intitolazione dello Stadio Comunale, che dal 1989 ha assunto, appunto, la denominazione di “Stadio Nicola Ceravolo”.

Un degno riconoscimento ad un Presidente che è stato, a differenza dei suoi colleghi nominati all’inizio, un esempio anche di stile e correttezza, tanto da essere stato chiamato a svolgere, durante il suo mandato, incarichi di prestigio in Federazione ed in Lega.

Pensiamo che non vi sia un solo cittadino di Catanzaro, tifoso o meno, che non debba sentirsi in dovere di rivolgere un sentito ringraziamento all’opera di un uomo che tanto ha fatto per la gloria sportiva della sua città …

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Socrates, il dottore democratico

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CORRIEREDELLOSPORT.IT – Era alto quasi due metri, ma calzava un 38 scarso. Due piedi piccoli, che però esprimevano un grande calcio, spettacoloso ed efficace. Aveva ricevuto un numero imprecisato di soprannomi, il più bello è stato senza dubbio “il colpo di tacco che la palla chiese a Dio”. Troppo lungo, meglio il Dottore, visto che era laureato in pediatria, anche se non eserciterà mai la professione. Aveva tre passioni: due, il calcio e la politica, lo consegneranno alla storia, un altro, l’alcool, lo porterà via da questa mondo. Aveva un carisma senza eguali, perché altrimenti non saresti potuto essere il protagonista del più grande esperimento sociologico della storia del pallone. Si chiamava Brasileiro Sampaio de Souza Vieira de Oliveira. Ma anche qui, un’abbreviazione ci viene in soccorso: Socrates.

IN BRASILE. Questo giovane riccioluto brasiliano però non nasce nell’hinterland di Atene come il suo famoso omonimo greco, bensì a Belém, estremo nord del Brasile, il 19 febbraio 1954. Suo padre era un uomo di sinistra, avido lettore di testi proibiti durante gli anni della dittatura militare. L’educazione ricevuta dal giovane Socrates si farà sentire qualche anno dopo. Nel frattempo lui cresce a Riberao Preto, stato di San Paolo, dove gioca, e bene, nel Botafogo (solo omonimo del blasonato club del Paraiba). È un interno di centrocampo, possiede un’intelligenza calcistica fuori dal comune, e inoltre segna più di un centinaio di gol in quattro anni, un numero enorme per un non attaccante. Uno come lui deve giocare in una grande squadra. L’opportunità arriva tardi, quando ha già 24 anni, ma sarà un’esperienza irripetibile.

“A DEMOCRACIA”. Nel 1978 approda al Corinthians, la squadra del ceto popolare di San Paolo e la seconda più amata in Brasile dopo il Flamengo. Il primo anno vince subito il campionato paulista, ma l’anno da ricordare è il 1981. Il Corinthians viene da una stagione fallimentare, e come direttore tecnico viene scelto un sociologo, Adìlson Monteiro Alves. Alves individua i giocatori che condividono le sue stesse idee politiche – e sono tanti, oltre a Socrates: Casagrande, Zenon, Wladimir – e dà vita alla “Democracia Corinthiana”. Il club si autogestisce: nessun allenatore, comandano i giocatori, ma al momento di prendere delle decisioni si va al voto, naturalmente democratico. Partecipano tutti: il parere del magazziniere vale come quello del presidente. È un esperimento rivoluzionario. Nel calcio di oggi non potrebbe esistere, negli anni ’80 produce la vittoria di altri due scudetti. La Democracia Corinthiana “rischia” di spingersi oltre. Inizia a fare breccia nelle idee della gente, tenta di soverchiare lo status quo della dittatura militare. Socrates è il più coinvolto di tutti. «Se il prossimo presidente del Brasile verrà eletto direttamente dal popolo e non dal parlamento come vuole la dittatura, sono pronto a rifiutare il trasferimento in Europa». Il sogno politico però si interrompe lì, e Socrates in Europa ci va. Se lo aggiudica la Fiorentina. Perché nel frattempo, anche noi italiani abbiamo conosciuto le sue qualità.

L’ADDIO. Ce lo siamo trovati di fronte il 5 luglio del 1982, quando la stella di Paolo Rossi eliminò dal Mundial spagnolo una delle più forti nazionali brasiliane di tutti i tempi. Socrates era il faro di quella squadra, segnò anche a Zoff il gol dell’1-1. A Firenze un amore non sbocciato. Rimase solo una stagione, 1984-85, 25 partite, 6 reti, mai entrato negli schemi dei viola allenati da De Sisti e Valcareggi. Tornerà in Brasile, al Flamengo e al Santos, e si rimetterà in gioco nel 2004 in Inghilterra, al Garforth Town, a 50 anni. Sette anni dopo, l’ennesima birra gli giocherà un brutto scherzo, e un’infezione intestinale gli sarà fatale. Mentre sta per andare via, il suo Corinthians scende in campo contro i rivali del Palmeiras. Al fischio finale, saranno campioni per la quinta volta nella loro storia. I giocatori festeggiano con braccio destro alto e pugno chiuso. Inutile specificare a chi si sono ispirati.

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Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

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GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

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La Penna degli Altri

Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

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