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La Penna degli Altri

Juventus-Napoli, gli incroci pericolosi di Gedeone Carmignani

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“Ode a Ge-ode-one”

Oh tu, portiere dalle mani liquide,
non eri proprio un “Karne-ade-zis”,
a volte ti fischiavano ma “Meret-avi” di più,
paravi, salvavi, ti tuffavi ma per molti tifosi
eri sempre la “O-spina” della nostra difesa.

ILNAPOLISTA.IT (Davide Morgera) – Quello che andremo a leggere non sarà l’elogio di Pietro Carmignani, cinque stagioni a difendere la porta degli azzurri, ma vuole esserne almeno una rivalutazione dopo ingiuste ed ingiustificate critiche. Sei anni di intrecci, mezza dozzina di incontri, sei gol fatti e dodici subiti, la Matematica sembra non sbagliare. Questo il riassunto delle partite nello scambio di portieri più doloroso nella storia del Napoli, quello tra Carmignani e Zoff.

La faccenda è tristemente conosciuta e risaputa. Estate 1972, Allodi, dopo tante insistenze e promesse, strappa in un colpo solo Zoff e Altafini al Napoli dando in cambio Carmignani e Damiani (che i bianconeri avevano ‘parcheggiato’ al Vicenza) più un conguaglio in milioni, nemmeno mezzo miliardo dell’epoca. Come sia andata a finire è altrettanto noto. Nello scontro dell’aprile del 1975 a Torino Zoff salvò miracolosamente il 2 a 1 degli azzurri su Juliano e Altafini mise in rete la palla della vittoria juventina beffeggiando proprio ‘Gedeone’.

La prima stagione

Letale, nel cuore dei tifosi, fu questo scambio, nessuno sembrò digerire questo colpo basso di Ferlaino, tutti accolsero il nuovo portiere con scetticismo e diffidenza. Eppure i dati statistici smentiscono i cuori azzurri e dimostrano come Carmignani non sia stato un portiere scarso. Anzi, col tempo e con i metodi di Vinicio, che gli insegnò a giocare anche con i piedi, la sua levatura tecnica migliorò non poco.

Quando il portiere nato ad Altopascio (LU) approdò al Napoli, Chiappella lo prese da parte e gli disse: «Tu devi parare, resta tra i pali e evita in tutti i modi che gli avversari ti facciano gol». Il portiere-soldatino ubbidì e, forte anche di una difesa di ferro che aveva nella coppia Bruscolotti-Vavassori i suoi cardini-mastini e Zurlini un signor libero, con Rimbano che spingeva e copriva l’ala destra di turno, a fine campionato subì solo 20 reti. Seconda difesa del campionato, Zoff alla Juve neo campione d’Italia ne prese 22. Prima piccola soddisfazione del biondo e bonaccione estremo difensore. Accolto come Ospina e Karnezis insieme, cioè con la puzza sotto al naso.

Poi arrivò “O’ lione” e il buon Pietro si trasformò in una sorta di Jongbloed napoletano, il portiere dell’Olanda degli oranges, del calcio totale, dei basettoni e delle birre. E delle mogli in ritiro. Tutti facemmo fatica a leggere di quel paragone perché Carmignani era di indole dolce e tranquilla mentre Jongbloed era un matto totale. Indossava il numero 8 e calciava con i piedi, aveva un viso da ergastolano, era un perditempo con la passione del whisky. Insomma, l’opposto di ‘Gedeone’ che intanto prendeva moglie napoletana e faceva nascere sua figlia nella nostra città.

Anche con Vinicio il suo rendimento fu di buon livello, e nelle tre stagioni trascorse agli ordini dell’ex centravanti di Belo Horizonte Carmignani prese quasi gli stessi gol che incassò Zoff alla Juve. 74 contro 71. Non male per uno che doveva far dimenticare un monumento nazionale come il taciturno Dino. Addirittura nel campionato del secondo posto, nel 74-75, rimase imbattuto per 15 gare su 30 e in più di un’occasione fece grandi parate.

A parziale risarcimento e rivedendo le immagini di quella gara, Carmignani non ebbe grandi colpe nemmeno nel ‘cappotto’ interno con la Juve, il famoso 6 a 2 di Fuorigrotta. Purtroppo quel giorno gli attaccanti juventini gli spuntavano da tutte le parti, facilitati da una difesa stanca e sulle gambe dopo la gara di Coppa Uefa col Banik Ostrava. Proprio la settimana prima, nello 0 a 0 di San Siro con il Milan, Carmignani era stato il migliore in campo con parate che avevano salvato il risultato. Quello fu l’anno in cui gli riuscì davvero tutto bene. Anche parare bordate e punizioni-bomba di Boninsegna e Antognoni, due specialisti dei calci piazzati. Quando si dice il destino…

 

La stagione più brutta

L’anno peggiore di Pietro, soprannominato anche “mani di fata” per una presunta fragilità nell’accalappiare la palla, fu l’ultimo, quello con Pesaola allenatore. La casella delle reti subite dice 38 ma tre furono incassate dal suo secondo Favaro. Probabilmente, però, l’estremo difensore, che passò da completi col classico nero al grigio e poi ad un bel verde scuro, pagò l’annata no di un Napoli che dopo la semifinale persa con l’Anderlecht mandò tutto a rotoli.

La squadra si disunì, iniziarono le polemiche interne e lo stesso Pesaola non perse occasione per mangiarsi labbra e sigarette per l’arbitraggio scandaloso di Matthewson portando con sé gli strascichi fino alla fine del campionato. Ultima partita al San Paolo, ultima di Carmignani con gli azzurri. Il Napoli perde con la Fiorentina per 2 a 1, in porta con i viola c’è Mattolini che un mese dopo sarà il nuovo portiere degli azzurri, voluto da Di Marzio che voleva svecchiare la rosa a tutti i costi. Invasione di campo, partita persa a tavolino per 2 a 0, Giudice Sportivo che infligge tre giornate di squalifica al campo. Un’ammenda pesante che sarà poi annullata con l’inizio del nuovo campionato.

Mattolini al Napoli e Carmignani alla Fiorentina, dove giocherà solo 8 partite e inizierà a pensare al futuro. Un futuro fatto come allenatore dei portieri prima e poi come vice sia al Milan dell’era Sacchi (che lo portò anche in Nazionale) che al Parma come traghettatore dopo i disastri fatti da Malesani e Ulivieri. Una nuova carriera che fece storcere il naso ai nostalgici dei tempi del Napoli di Vinicio quando Carmignani  tornò da avversario, sedendosi in panchina, coi rossoneri e coi ducali parmensi. Ecco, i leoni di Vinicio, per noi di quella generazione, erano sacri, intoccabili e vederne uno da avversario al San Paolo faceva sempre un po’ male. Ma meglio in panchina che in campo, no?

 Tutte le gare in cui si sono affrontati Zoff e Carmignani

Juventus con Carmignani, Napoli con Zoff

1971-72, 28 novembre 1971, Juventus – Napoli 2-2

Reti: Altafini, Capello, Improta (rig.), Bettega

L’unica gara giocata a Torino con Zoff al Napoli e Carmignani alla Juve è quella finita con un rocambolesco pari per 2 a 2 il 28 novembre del 1971.

Juventus con Zoff, Napoli con Carmignani

1972-73, 17 marzo 1973, Juventus – Napoli 0-0

1973-74, 10 febbraio 1974, Juventus – Napoli 4-1

Reti: Capello, Anastasi 2, Capello (rig.), Clerici (rig.)

1974-75, 6 aprile 1975, Juventus – Napoli 2-1

Reti: Causio, Juliano, Altafini

1975-76, 4 gennaio 1976, Juventus – Napoli 2-1

Reti: Savoldi (rig.), Damiani, Gori

1976-77, 1 maggio 1977, Juventus – Napoli 2-1

Reti: Bettega, Massa, Furino

Nelle altre gare in cui si sono trovati di fronte i due portieri, stavolta Carmignani tra le fila degli azzurri e Zoff tra quelle bianconere, la Juventus ha avuto un predominio netto e schiacciante. Sulle cinque partite totali giocate, una sola, la prima, è finita con un pari. Nelle altre quattro la Juventus ha vinto sempre, tre volte per 2 a 1 ed una volta per 4 a 1.

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19 ottobre 1921, nasce Gunnar Nordahl

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Il 19 Ottobre 1921 nasce a Hornefors in Svezia, Gunnar Nordahl, centravanti del Milan degli anni ’50, unico giocatore nella storia della serie A capace di vincere per 5 volte, e sempre con la maglia del Milan, la classifica dei marcatori.

Arriva in Italia quasi ventottenne: quel 22 gennaio del ’49 ad aspettarlo alla stazione di Milano ci sono 3 mila tifosi rossoneri, lo portano in trionfo sulle spalle, nell’agitazione in quattro finiscono all’ospedale.

La fama dell’asso nato oltre il circolo polare artico, dove la temperatura è sempre sotto zero, è alle stelle. Nella nazionale svedese ha già segnato 43 gol in 33 partite, in campionato si è laureato per 4 volte capocannoniere, ha vinto 4 scudetti e una Coppa di Svezia. Quello che colpisce è la stazza fisica: un metro e 80 per 95 kg e 105 cm di torace.

Campione con la Svezia ai Giochi Olimpici del ’48, destinato alla Juventus, finisce al Milan per un caso. Il club bianconero, all’ultimo, gli preferisce Ploeger, soffiandolo ai rossoneri, e l’avvocato Agnelli per calmare le acque rinuncia all’opzione su di lui. Per il Milan, il ripiego si trasforma in un affare colossale. Nel finale di stagione 1948-49 Nordahl va a segno per 16 volte in 15 gare. È l’antipasto ai 210 gol (in 257 gare) che farà in 8 stagioni con la casacca rossonera. Nella sua bacheca 2 scudetti, 5 titoli di goleador e due Coppe Latine.

Attaccante di rara forza fisica, ama partire da lontano ma lanciato è inarrestabile, una furia che travolge ogni ostacolo. La sua forza atletica fa da contraltare al carattere mite, allegro e generoso, alla correttezza esemplare in campo. L’ultima fase della carriera è legata alla Roma: a 36 anni è difficile pronosticarli grandi imprese, invece realizza 14 gol in 34 partite prima di abbandonare. E così porta il totale a 225 reti in 281 gare (cui si aggiungono le 228 realizzate in Svezia).

Nella storia della Serie A solo due giocatori sono riusciti a segnare più reti: il primo in assoluto è Silvio Piola con 274 reti e il secondo è Francesco Totti con 232. Ma nessuno ha avuto la media reti dello svedese (0,77 reti a partita).

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Le maglie, bagnate, di sangue di sudore…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Una foto in bianco e nero, d’altri tempi, che riporta alla mente un altro calcio giocato da uomini che lottavano con il coltello tra i denti in stadi stracolmi di gente e d’entusiasmo: un calcio di maglie bagnate di sangue e di sudore, realmente, non solo nelle parole del testo di“non mollare mai”. Questa è la foto scattata alla fine di un Lazio-Fiorentina del 19 ottobre del 1969: il giorno della prima doppietta di Giorgio Chinaglia in Serie A, la domenica in cui una Lazietta appena tornata tra le grandi del calcio italiano, trascinata da un gigante italiano cresciuto in Galles, si permette il lusso di battere per 5-1 una Fiorentina che gioca con lo scudetto sul petto. Quel gigante si chiama Giorgio Chinaglia, ed è stato scoperto da Juan Carlos Lorenzo, un personaggio che sembra uscito da una di quelle commedie all’italiana degli anni Sessanta: istrionico, pittoresco, ma soprattutto un po’ folle. Quella foto con i giocatori della Lazio schierati a centrocampo a fine partita per immortalare l’epica impresa, con le maglie fradice di sudore che le fanno sembrare più blu che celesti scure (con un elegantissimo colletto bianco molto british…), diventa la figurina d’apertura della pagina della Lazio dell’album di figurine dei Calciatori della Panini del 1969.

Per Giorgio Chinaglia, reduce da un gol segnato al Milan Campione d’Europa (il suo primo in Serie A), quella è la domenica della definitiva consacrazione. Ma l’avvio di Long John nella Lazio è stato tutt’altro che rose e fiori. Anzi. I tifosi, già scottati da recenti “bufale”, quando lo vedono in campo per la prima volta si guardano perplessi: è sgraziato, è grasso e anche dal punto di vista tecnico lascia molto a desiderare. Ma Juan Carlos Lorenzo, nonostante il giudizio lapidario sul giovane Chinaglia del suo connazionale Omar Sívori (“Chinaglia? Non è un giocatore da Serie A. Mi sembra un elefante chiuso a chiave in un negozio di ceramiche”) è convinto di avere tra le mani un diamante grezzo che deve solo essere lavorato per diventare una pietra di inestimabile valore.

Il feeling tra Giorgione e Lorenzo scatta al primo incontro. Me lo racconta Giorgio in una delle tante serate passate insieme e in cui, tra un bicchiere e l’altro di Chivas Regal, lui ama aprire lo scrigno dei ricordi. E l’episodio risale a quando Chinaglia gioca ancora nell’Internapoli e, anche se ha il passaporto britannico, essendo italiano a tutti gli effetti Giorgio deve andare a fare il militare. Car a Bologna, poi Roma, compagnia atleti, perché è stato convocato nella nazionale di Serie C. A Roma Giorgio si mette subito nei guai. Rientra tardi in caserma dopo esser stato a cena fuori e, per giunta, senza il permesso per uscire. Discute con un superiore, lo spintona e finisce al carcere militare. Quindici giorni in cella di rigore. In quei giorni, grazie a qualche buona amicizia, Juan Carlos Lorenzo riesce a entrare in carcere e a parlare con Chinaglia. Giorgio è una sorta di bue: grande, grosso, ma anche grasso. E in cella di rigore, si mangia poco. Quindi, quando Lorenzo si presenta gli dice: “Prima di parlare di qualsiasi cosa, mi faccia avere un pollo arrosto con patate al forno. Ho una fame che non ci vedo”. Lorenzo esaudisce il desiderio e, con quel gesto, si conquista per sempre la stima e l’affetto di quel gigante scontroso ma onesto e riconoscente.

In quell’estate storica del 1969, in cui tutta l’attenzione del mondo è rivolta alla missione Apollo con destinazione la Luna, la Lazio si raduna a Tor di Quinto il 25 luglio 1969, ovvero cinque giorni dopo lo sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Edwin Aldrin. Tifosi e giornalisti vedono quel gigante il primo giorno, poi Chinaglia sparisce. Lorenzo ha deciso di prepararlo a modo suo: 8-10 ore al giorno di lavoro in una palestra dalle parti di Via Barberini e cura dimagrante. In combutta con il dottor Ziaco, Lorenzo toglie a Chinaglia anche le chiavi dell’ascensore di casa, quindi Giorgio deve fare dieci piani a piedi ogni volta che entra o esce dal suo appartamento. Di pallone, poco o niente. Un tempo nell’amichevole del 24 agosto con la Fiorentina, tribuna il 7 settembre in un derby di Coppa Italia passato alla storia. Con la Roma in vantaggio 1-0, allo stadio va via la luce all’improvviso e Concetto Lo Bello sospende la partita, assegnando di fatto il 2-0 a tavolino ai giallorossi. E qualcuno sostiene che sia stato Juan Carlos Lorenzo stesso a staccare l’interruttore.

In molti a Roma pensano che Chinaglia sia solo l’ennesimo bidone sbarcato nel mondo Lazio, tra l’altro pagato a peso d’oro, un po’ come Tomy, ma Juan Carlos Lorenzo ripete: “Tranquilli, Chinaglia è un fenomeno, garantisco io”. E ha ragione. Lo utilizza a Perugia in Coppa Italia, ma capisce che non è pronto e lo sostituisce con Morrone, poi nelle partite successive gli preferisce Ghio e Fortunato. La Lazio è una squadra giovane e, insieme a Chinaglia e Wilson, Lorenzo fa debuttare anche Papadopulo, Polentes, Oddi e Massa. L’esordio in Serie A di Long John, arriva il 21 settembre del 1969, nella sfortunata trasferta di Bologna. La domenica successiva, Juan Carlos Lorenzo lo promuove titolare e Giorgio Chinaglia lo ripaga segnando il suo primo gol in serie A: un gol storico, perché consente alla Lazio di mettere ko il Milan neo Campione d’Europa, davanti a 65.000 spettatori. Sono 65.000, anche se con enfasi tipica dell’epoca Enrico Ameri nella sua radiocronaca parla di 90.000 spettatori.

[…]

Giorgio è al settimo cielo, diventa subito personaggio e finisce in prima pagina sui giornali sportivi ma anche sui settimanali, con il soprannome di Long John. Questo è un passaggio della sua intervista a «L’Intrepido», che gli dedica la copertina: “Sono stato fortunato, infatti ho trovato una squadra giovane, decisa al rilancio. L’allenatore Lorenzo ha puntato tutto sulla velocità, sullo scatto. Io credo che oggi, a essere in crisi, siano gli squadroni di una volta. Ora vanno le squadre veloci, ubriacanti come Fiorentina e Cagliari e, modestamente, anche Lazio e Roma. Le squadre che partono in quarta con motore su di giri. Noi cerchiamo di farlo. In questa stagione, contro il Bologna, nella prima partita abbiamo perso, ma ci siamo subito rifatti la settimana successiva superando il Milan. Io ho segnato a Cudicini la rete del miracolo. Fu un terremoto”.

[…]

Ma torniamo a quella foto, a quel 19 ottobre del 1969. Quella domenica c’è il sole e fa caldo all’Olimpico, un caldo terribile reso ancora più infernale dalla calca che c’è sugli spalti. La vittoria con il Milan e poi quella successiva, hanno scacciato i fantasmi di una crisi dopo gli scivoloni in trasferta contro Bologna e Cagliari: anche se quel Cagliari non è una provinciale qualsiasi, ma una squadra destinata a conquistare alla fine di quella stagione uno scudetto storico, trascinata da Gigi Riva. Quella domenica, come sempre, arrivo presto all’Olimpico, perché ho solo 7 anni e con il mio abbonamento da Aquilotto ho diritto all’ingresso in Tribuna Tevere ma non ho diritto al posto a sedere su quelle panche numerate. Quindi, devo trovare un posto sulle scale, su quei gradini di marmo bianco che in quella domenica brillano alla luce del sole. La partita inizia alle 14.30, ma armato di santa pazienza e di una preziosa busta preparata con cura da mia madre con dentro i panini, entro in Tevere Numerata all’apertura dei cancelli, alle 10 di mattina: sì, 4 ore e mezza prima dell’inizio della partita. Come passavamo il tempo in quelle ore? Leggendo Topolino, ascoltando le canzoni della Hit Parade diffuse dagli altoparlanti dello stadio e aspettando con pazienza l’ingresso delle squadre per salutare i tifosi e controllare il campo. Era un vero e proprio rito quello e dal momento in cui i giocatori, vestiti in borghese (non c’erano le divise sociali e quasi nessuno arrivava allo stadio in tuta…) uscivano da quel tunnel incastrato tra la Curva Sud e la Tribuna Monte Mario, iniziava il vero conto alla rovescia. E in occasione delle partite di cartello, a quel punto, a quasi un’ora e mezza dal fischio iniziale, lo stadio era già pieno, stracolmo.

Quel Lazio-Fiorentina inizia male, malissimo. Dopo appena 3 minuti segna Chiarugi, uno dei giocatori che calcisticamente parlando ho odiato di più insieme a Oscar “flipper” Damiani: perché ci segnava sempre, perché era uno di quelli che cercavano sempre il calcio di rigore, che simulavano spesso e volentieri e per ingannare l’arbitro (all’epoca, gli scarpini erano tutti neri e per il direttore di gara era difficile distinguere il piede di chi toccava quello di un altro giocatore) arrivavano a simulare, toccandosi con la punta dello scarpino in tacco dell’altro piede per poi franare a terra appena entrati in area se un difensore osava avvicinarsi o tentare l’intervento. Anche quella domenica, Chiarugi ci punisce, dopo appena 3 minuti, al primo tiro in porta. Sembra l’inizio di una goleada da parte dei Campioni d’Italia, invece quel gol è la scossa che serve alla Lazio per liberarsi da pensieri e paure, ed in dieci minuti si passa dalla depressione all’incredulità, all’esaltazione: al 17’ arriva il gol di Nello Governato, detto “il professore”, poi il gol del sorpasso firmato da Cucchi e al 27’ il primo dei 2 gol di Giorgio Chinaglia, quello che di fatto chiude la partita. Poi, nella ripresa arrivano il 4-1 di Morrone in contropiede e il definitivo 5-1 segnato da Chinaglia sotto la Nord con una sorta di pallonetto che beffa Superchi.

[…]

Chinaglia si specializza nel raccogliere “scalpi” importanti, visto che dopo il gol al Milan e la doppietta in quella domenica in cui la Lazio umilia la Fiorentina Campione d’Italia in carica, Long John segna anche all’Inter e alla Juventus, piegate come il Milan tra le mura amiche dell’Olimpico. Alla fine della sua prima stagione, Chinaglia firma 12 reti e guida la Lazio neo promossa verso un inaspettato ottavo posto in classifica e alla qualificazione per la Coppa delle Fiere. I gol di Giorgio non sono passati inosservati, al punto che il ct azzurro Ferruccio Valcareggi lo inserisce nella lista dei 40 papabili per partecipare ai Mondiali di Messico ’70. Ma nella lista dei 22 che partono per quell’avventura, il nome di Chinaglia non c’è, lui resta a casa. L’appuntamento con l’azzurro e con i Mondiali è rinviato. Anche se quello tra Giorgio e la maglia azzurra è un rapporto difficile, conflittuale. Forse perché lui, da ex emigrante, tiene troppo alla Nazionale. “Io sono italiano. Anzi sono doppiamente italiano perché ho vissuto all’estero”. Ma questa, è un’altra storia…

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“Berni”, una vita da partigiano

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CORRIERE TORINO (Mauro Berruto) – Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia, come quei pugni guantati di nero alzati da Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri ai Giochi Olimpici di Città del Messico, proprio cinquanta anni fa. Ci sono gesti che passano alla storia proprio perché non si compiono. Bruno Neri era un calciatore, classe 1910. Un po’ atipico, in verità. Raffinato intellettuale, frequentatore di teatri, musei, pinacoteche e accanito lettore, faceva anche correre bene il pallone, lui mediano cresciuto alla scuola dell’allenatore ungherese Béla Belassa. Raccontano le cronache del tempo, in occasione della sua convocazione in Nazionale: «Neri imposta magnificamente l’azione per Meazza, Ferrari, Piola». Anni duri, quegli anni ’30. Da una parte lo sport, il calcio in particolare, con gli azzurri che diventano Campioni del Mondo nel 1934 e nel 1938, dall’altra la depressione economica, crisi, malcontento. E quando un Paese si ammala di rabbia, c’è sempre qualche forma parassita di propaganda pronta a nutrirsi del dolore della gente. In quel caso la propaganda assume i connotati del fascismo che non è più alle porte, è già nella testa di tutti. O quasi. Bruno Neri, per esempio, nella testa ha altro. Non pensa solo al calcio. Neri gioca, sì, ma parla, ascolta, legge, osserva. Pensa. Nel novembre del 1936 viene convocato con la Nazionale per una partita contro la Germania, a Berlino. Tre mesi prima all’Olympiastadion, ci sono stati i Giochi Olimpici, quelli che il Fuhrer inizialmente non voleva, ma che aveva poi trasformato in un gigantesco show, affidandone il racconto alla regista Leni Riefenstahl. Bruno Neri è in panchina, ha più tempo per pensare. Intuisce, capisce, registra. L’anno dopo viene acquistato dal Torino. Alloggia in città al «Dogana Vecchia» in Via Corte d’Appello, frequenta artisti e intellettuali. Sostiene esami universitari a Napoli dove è iscritto alla facoltà di Lingue Orientali. Nel Torino gioca fino al 1940, poi torna, trentenne, nella sua Faenza e con un po’ di soldi messi da parte compra un’officina. La situazione politica, però, precipita e Bruno Neri, come sempre, decide di impostare l’azione. In questo caso non si tratta di una palla da far arrivare dalle parti di Meazza o di Piola. No. E un’azione di resistenza armata. Bruno Neri diventa il Partigiano «Berni» e, visto che fare da collegamento fra i reparti gli è sempre venuto naturale, fonda un’organizzazione il cui compito è quello di fare da ponte fra le brigate partigiane. II 10 luglio 1944 lui e «Nico», l’amico cestista Vittorio Bellenghi, vanno in avanscoperta. Devono perlustrare una strada per un’operazione di recupero di un lancio di alleati sul Monte Lavane, verificando che non ci siano tedeschi. Ne troveranno, inaspettatamente, una quindicina dietro una curva. Moriranno entrambi, sul campo. Non un campo di calcio, né di basket. Un campo di battaglia, nei pressi dell’eremo di Gamogna, vicino a un cimitero. Il vecchio presidente della Fiorentina, il gerarca fascista Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, aveva capito tutto da un pezzo. Da quel 10 settembre 1931, giorno dell’inaugurazione dello stadio di Firenze, intitolato allo squadrista Giovanni Berta, buttato in Arno da un operaio comunista. Lo aveva capito, il Marchese Ridolfi, quando 14 dei suoi 15 calciatori, tutti disposti in fila, avevano omaggiato la tribuna con il braccio ben teso nel saluto fascista. Uno solo aveva tenuto le braccia abbassate. Uno solo. Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia e ci sono gesti che non si compiono e per i quali la storia, presto o tardi, chiede un prezzo. Pare che il Marchese Ridolfo provasse una certa forma di affetto per Bruno Neri, forse intuendo che avrebbe fatto una brutta fine. Chissà quali furono i suoi pensieri, quando ormai diventato presidente della Federazione Italiana Atletica Leggera e poi della Federazione Italiana Gioco Calcio, lo seppe trucidato, su una strada di campagna, da pallottole naziste. Giù le mani da questa storia, squadristi di ogni tempo. Questo è il fiore, granata, del Partigiano Berni, morto perla libertà.

da Corriere Torino di Mauro Berruto

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