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Il Calcio Racconta

29 settembre 1973: Riva supera Meazza. Ancora oggi è il miglior capocannoniere Azzurro

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Giorgio Muresu) – “Rivera ha la palla, servito Domenghini sulla sinistra. Riva! Riva! Riva! Tiro! Ed è gol! Riva! Riva ha segnato! 3 a 2 per l’Italia”.

Le parole sono dell’indimenticabile telecronista Nando Martellini, la Partita (si conceda la maiuscola), è la celeberrima semifinale del mondiale messicano del 1970, Italia-Germania. La partita del secolo.

Lo stesso Martellini la definì “partita drammatica e incredibile”, per l’incessante succedersi di stati d’animo ed emozioni, lasciapassare per l’accesso alla finale, poi persa contro i maestri brasiliani.

A dare il temporaneo vantaggio, nel corso degli interminabili tempi supplementari, Luigi “Gigi” Riva.

Classe ’44, Riva vive un’infanzia difficile tra la prematura perdita del padre, il peso della povertà, il collegio e il pallone. Il suo percorso calcistico inizia sulle rive del Lago Maggiore tra i dilettanti del Laveno Mombello, 66 gol in 2 anni, poi la serie C con il Legnano, a 18 anni, 6 reti in 23 partite.

Quindi la svolta. 13 marzo 1963, Italia-Spagna juniores all’Olimpico, Riva segna il gol del decisivo 3-2.

Notato dall’osservatore e dirigente del Cagliari, Andrea Arrica, il giovane Gigi, testardo e taciturno, non accetta volentieri la destinazione sarda (Piuttosto sto fermo un anno, ma lì non ci vado!), ancora inconsapevole del fatto che pochi anni dopo, quella terra bellissima e solo in apparenza diffidente, ai più nota unicamente per i pastori e i banditi, lo avrebbe reso idolo assoluto al pari di un imperatore, simbolo sportivo, sociale e mediatico della rivincita e dell’orgoglio di un popolo.

Un sodalizio inscindibile e vero, quello vissuto tra gli isolani e il loro figlio adottivo con la maglia numero 11, gladiatore dell’arena “Amsicora”, un sogno coronato con lo storico scudetto del 1970.

Mancino naturale, Riva annovera tra le sue caratteristiche rapidità, resistenza, eleganza nei tocchi di palla, acrobazie aeree, potenza del tiro e costante prolificità sotto porta. Talenti che gli valsero l’appellativo “Rombo di tuono”, cucitogli su misura da un inarrivabile giornalista quale Gianni Brera.

Non tocca palla da latino, non ha neppure il destro come dovrebbe un giocatore della sua fama, e però la sua classe ha pochi, pochissimi eguali al mondo. Il suo scatto è così imperioso da riuscire travolgente. Il suo dribbling di solo sinistro è tuttavia irresistibile quando viene portato in corsa, al di sopra del ritmo normale. Il suo tiro è fortissimo, sia da fermo sia in corsa, sia a volo. I suoi stacchi sono violenti e insieme coordinati, così da consentirgli incornate straordinariamente efficaci. Riva è intelligente e tuttavia coraggioso fino alla temerarietà” (Gianni Brera, Il mestiere del calciatore, 1972).

Proprio coraggio e temerarietà gli consentirono di ritrovare la piena efficienza fisica anche dopo infortuni gravissimi: “donò” entrambe le gambe alla nazionale azzurra con la frattura di tibia e perone della gamba sinistra (1967) e di quella destra (1970). Ma “A Gigi Riva il piede destro serve solo a salire sul tram”, sentenziò il suo allenatore di club, Manlio Scopigno. E Riva, infatti, fu più forte.

La classe cristallina, lo scudetto, il pallone d’oro sfiorato (secondo nel 1969 e terzo nel 1970), ne fecero un trascinatore anche con la maglia azzurra: esordì a 20 anni nella nazionale maggiore (1964).

Aggregato alla sfortunata edizione del mondiale inglese del 1966 (quella di Rivera, Mazzola, Facchetti, Bulgarelli e dell’umiliante sconfitta al cospetto della Corea del Nord del dentista/caporale Pak Doo Ik), Riva fu poi determinante nel girone eliminatorio di qualificazione al Campionato Europeo del 1968 (6 gol in 6 partite consecutive), titolo vinto dall’Italia con un suo gol nella finale all’Olimpico di Roma con la Jugoslavia (gara ripetuta, dopo che la prima partita terminò ai supplementari 1-1).

Nel quadriennio 1967-1970 realizzò con l’Italia 21 gol in 22 partite, fino a stabilire, esattamente 45 anni fa il record di reti con la maglia della nazionale, ancora imbattuto, scavalcando Giuseppe Meazza e segnando il suo 34° gol in azzurro (si fermerà a 35, il 20 ottobre 1973).

A Milano, Stadio San Siro, il 29 settembre 1973 si disputa l’amichevole Italia-Svezia, gara di preparazione ai mondiali tedeschi dell’estate successiva. Nulla avrebbe lasciato supporre che quello stesso Stadio, con le stesse nazionali, a distanza di 44 anni si sarebbe reso teatro di un cocente dramma sportivo quale è stato quello dell’eliminazione dell’Italia dai mondiali di Russia 2018.

Di contro, le premesse per la nuova consacrazione di Riva come bomber azzurro, c’erano tutte.

Il primo tempo dell’incontro scivola via senza particolari sussulti, tanto da suscitare i fischi dell’esigente pubblico meneghino. E’ nella ripresa che l’Italia trova quadratura e giocate più efficaci.

In vantaggio con un colpo di testa di Pietro “Petruzzo” Anastasi, l’Italia si rende subito dopo ancora protagonista: ”al 20′ nuovo gran show di bravura collettiva: lancio perfetto dl Rivera, Anastasi imbrocca una grande rovesciata al volo, Edstroem si stende in tuffo e con la punta delle dita devia la palla, interviene Riva ed è il suo 34° goal in azzurro: il record di Meazza dopo tanti anni è battuto” (così la Redazione de L’Unità del 30.09.1973). Superato Giuseppe Meazza, un’altra leggenda del calcio il cui primato di 33 gol era durato ben 38 anni, l’uomo cui verrà poi intitolato proprio quello Stadio.

Riva toccherà quota 35 in 42 partite, il 20 ottobre 1973. Un ritmo straordinario di quasi un gol a partita.

Interpellato telefonicamente, Meazza dichiarò: “Sono contento per Riva, un atleta della sua serietà meritava davvero questo premio” (così La Stampa del 30.09.1973, articolo di Guido Lajolo).

Un ideale “duello” a distanza tra due fuoriclasse, fatto di stima e rispetto, sincerità e serietà.

Equilibri etici che oggi sembrano lontani anni luce, lasciando spazio al calcio dell’apparire, dei salotti e delle televisioni, dei toni esasperati e sopra le righe, dei social e delle inarrivabili clausole rescissorie.

Ci piace però pensare che non possa esserci ancora un distacco definitivo da quella “età dell’oro”, finché ci saranno storie ed eroi da ricordare e raccontare.

Giorgio Muresu è nato a Roma più di quaranta giri di terra fa. Ha un'innata passione per ogni forma di sport, trasmessagli probabilmente dai geni del nonno materno, due volte olimpionico nella marcia dei 50 km prima che iniziassero ad accendersi i primi televisori in bianco e nero. Papà di due gioielli, avvocato, di giorno è un infaticabile bancario. Si professa “Romanista non ortodosso”, schiavo del risultato, romantico devoto de “Gli Eroi del Calcio”, per il quale ogni tanto si fregia di scrivere.

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8 dicembre 1985 – La prima Intercontinentale della Juventus e la protesta di “Le Roi”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – La Juventus di Mister Trapattoni sale sul gradino più alto del mondo e conquista a Tokio la sua prima Coppa Intercontinentale. È l’8 dicembre 1985 e ai calci di rigore batte l’Argentinos Junior squadra di Buenos Aires.  I bianconeri arrivano alla sfida dopo la vittoria nella Coppa dei Campioni nella tragica e dolorosa serata dell’Heysel, e affronta gli argentini vincitori della Libertadores. È questa una partita equilibrata e divertente e il primo tempo finisce sul risultato di 0-0. Gli argentini si portano in vantaggio con Ereos ma vengono raggiunti da “Le Roi” Platini su calcio di rigore. Poi al secondo vantaggio dell’Argentinos, gol di Castro, i bianconeri rispondono con Laudrup dopo un’azione splendida e assist del solito Michel Platini.

Quando il risultato è ancora di 1-1, Michel Platini segna una delle sue reti più belle ma gli viene annullata per fuorigioco di Brio: un capolavoro con “sombrero” in piena area di rigore e tiro al volo di sinistro. Il suo modo di dimostrare la contrarietà al direttore di gara rimane un’immagine scolpita nei ricordi di tutti gli appassionati di calcio: disteso sul campo in silenzio. Una posa delicata e polemica, una posa da “Re”. Ai tempi supplementari il risultato rimane ancorato sul 2-2 e si rende necessaria la lotteria dei calci di rigore. La Juventus segna con Brio, Cabrini, Serena e sbaglia proprio con Laudrup, l’autore del gol del pareggio. Dopo il secondo rigore parato da Tacconi, Platini deve tirare il rigore decisivo e non lo sbaglia. La Juventus è Campione del Mondo per Club.

Curiosità: la gara fu trasmessa in diretta da Canale 5 alle 04:00 di domenica mattina esclusivamente per gli abitanti della Lombardia, interrompendo in qualche modo il monopolio della Rai, perché in quei tempi vigeva il divieto per le emittenti private di trasmettere a livello nazionale.

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I pionieri del calcio a Vicenza: la famiglia Tonini

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Anna Belloni) – Con la pubblicazione del mio libro “Le due divise” mi sono preoccupata di colmare le lacune del periodo intercorso dalla fondazione dell’Associazione Calcio Vicenza nel 1902 fino allo scoppio della Grande Guerra, un periodo che era stato esplorato solamente dal volume “La Nobile Provinciale”, il bel lavoro di Antonio Berto.

Di tutte le vicende e i personaggi dell’epoca che ho incontrato nelle mie ricerche mi è rimasta particolarmente impressa una famiglia, che credo rappresenti una parte fondamentale della storia dei pionieri del calcio a Vicenza.

L’Ing. Virginio Tonini

L’ing. Virginio Tonini era nativo di Modena ed ebbe una lunga carriera come Ingegnere capo del Genio Civile, incarico che lo portò a spostarsi in varie città d’Italia. Si sposò ed ebbe cinque figli: Carolina, Alessandro che fu un famoso ingegnere e pioniere dell’Aereonautica Italiana, Angelo, e i due gemelli Giuseppe e Adolfo. Ad Arezzo l’ing. Tonini si fermò per seguire i lavori di bonifica della Val di Chiana, poi si trasferì a Udine e quindi nel 1905 a Vicenza. Alessandro il figlio maggiore, dopo aver completato gli studi a Liegi, si trasferì a Milano mentre i tre fratelli minori frequentarono le scuole a Vicenza. Certamente quello fu il luogo in cui avvenne il contatto con il calcio del prof. Antonio Libero Scarpa, insegnante di ginnastica principalmente all’Istituto Tecnico Fusinieri, ma in seguito anche al Liceo Classico Pigafetta. Angelo e i gemelli Adolfo e Giuseppe, iniziarono a giocare nell’Olimpia di Vicenza, piccola società poi confluita nel 1908 nell’Associazione Calcio Vicenza. L’Ingegner Virginio non poté fare a meno di essere coinvolto dall’entusiasmo dei suoi tre ragazzi e ricoprì, infatti, la carica di Presidente dell’Associazione Calcio dal 1911 al 1915. Negli anni della presidenza dell’ing. Tonini l’Associazione raggiunse traguardi importantissimi, prima fra tutti la partecipazione alla finale contro la Pro Vercelli, quando le uniche due squadre imbattute dei rispettivi gironi disputarono la finale per l’assegnazione del Campionato Italiano. Il Vicenza perse sia l’incontro di andata che il ritorno, ma per lunghi anni venne considerata come la maestra indiscussa del Girone Orientale e in particolare del Calcio Veneto.

Vediamo di entrare più nello specifico di questi tre grandi giocatori biancorossi

Angelo (Arezzo 26.11.1889 – Milano 18.02.1974) Molti sono gli aneddoti legati a questo giocatore dal carattere esuberante e un po’ bizzarro. Si dice che fosse famoso a Vicenza nei primi anni del secolo scorso per le sue acrobatiche quanto spericolate esibizioni in bicicletta lungo il muretto dei portici di Monte Berico, che terminavano con una frenata su una ruota sola e il manubrio puntato in alto. Alla fine della discesa si radunava ogni volta un capannello di spettatori che lo applaudivano e festeggiavano le sue acrobazie. Angelo frequentò l’Istituto Tecnico Ambrogio Fusinieri, conseguendo il diploma di ragioniere. In campo calcistico fu il più dotato tecnicamente dei tre. Sgusciante ala destra, giocò nell’Associazione Olimpia di Vicenza dal 1906 al 1908, poi dal 1908 al 1911 nell’Associazione Calcio Vicenza e infine, trasferitosi a Milano per motivi di lavoro, anche nell’Unione Sportiva Milanese dal 1911 al 1913. In quel periodo raggiunse infatti il fratello Alessandro, ingegnere aereonautico che lavorava nella progettazione di nuovi velivoli, mentre Angelo si occupava del collaudo e delle prove di volo. Angelo eccelse anche nel campo dell’atletica leggera e partecipò alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 nella specialità del salto in lungo. Purtroppo, a causa di un malessere, il giorno della gara non fu in grado di esprimersi al meglio. Si racconta infatti che avesse trascorso la notte precedente con un atleta giavellottista suo amico alla stazione di Stoccolma alla ricerca dei giavellotti che erano andati persi durante il viaggio nel vagone merci. Il freddo o probabilmente un’intossicazione alimentare gli preclusero la gioia della medaglia, che fu assegnata a un atleta che ottenne misure molto più basse degli standard abituali di Angelo. Ricordiamo che egli fu il primo atleta italiano a superare i sette metri nel salto in lungo e che le sue prestazioni nel salto in alto e nella corsa furono di assoluta eccellenza europea.

Partecipò alla Prima Guerra Mondiale in una Compagnia Automobilisti fino al 1918, quando fu inviato con il Contingente Italiano in Francia. Si stabilì definitivamente a Milano lavorando in una ditta come contabile.

Adolfo, (Arezzo 01.09.1893 – Montecchio Maggiore 30.11.1916) era il classico bravo ragazzo e studente modello. Si diplomò con votazioni altissime presso il Liceo Classico Pigafetta.  Brillante attaccante biancorosso e due volte capocannoniere della squadra, dall’altezza davvero ragguardevole per l’epoca (m. 1,85), era una spina nel fianco delle difese avversarie che non riuscivano a contrastare la sua prestanza fisica, i suoi colpi di testa e la potenza del suo tiro. Chiamato alle armi nel 1915, partecipò come Sottotenente di Complemento Artiglieria da Montagna alla Campagna Italiana in Albania, dove le nostre truppe furono inviate in soccorso dell’esercito serbo, accerchiato dalle truppe austriache. E fu proprio nel clima malsano della Linea di Valona che contrasse la malaria, che lo portò alla morte nel 1916 a soli 23 anni, in un Ospedale alle porte di Vicenza.

Giuseppe – detto Giugio – (Arezzo  01.09.1893 – Vicenza 1980) Gemello di Adolfo. Riconoscibile dal fratello solo per il colore dei capelli, neri per Giuseppe, biondi quelli di Adolfo. Studiò e si diplomò senza brillare all’Istituto Tecnico Industriale Alessandro Rossi come perito elettromeccanico. Il suo unico pensiero non era studiare, ma giocare a calcio. Fu un ottimo calciatore di centrocampo, che anticipò il ruolo del libero moderno davanti alla difesa, figurando sempre tra i migliori in campo. Giocò ininterrottamente nel Vicenza – salvo la pausa per gli eventi bellici – fino al 1921. Partecipò alla Grande Guerra nell’Artiglieria da Montagna e nei reparti automobilisti, combattendo sull’Altopiano di Asiago, in Cadore, sul Grappa, sul Piave. Tornato a casa sano e salvo, si trasferì per un certo periodo a Milano dove frequentò la facoltà di Ingegneria presso il Politecnico, dal momento che erano stati istituti dei corsi abbreviati per permettere a quanti avevano dovuto interrompere gli studi a causa della guerra di terminare il percorso universitario. In quel periodo fu contattato dall’Internazionale, che cercava di ricostruire la squadra dopo la 1° Guerra Mondiale e la perdita di ben 26 tesserati tra i quali l’indimenticabile Capitano Virgilio Fossati, ma Giuseppe rifiutò desideroso di tornare a casa e di sposare finalmente la sua Ausonia. Tornato a Vicenza lavorò come importatore di legname per l’edilizia e dedicò il resto della sua vita affinché non venissero dimenticati gli Eroi biancorossi caduti nella Grande Guerra. Alla sua tenacia, a quella del fratello Angelo e di suo figlio Virginio dobbiamo la stele commemorativa posta nel 1973 all’entrata principale del Romeo Menti, realizzata su un bozzetto di Giovanni Saccarello, nipote di Giuseppe all’epoca appena ventiduenne. Davanti a questa stele che riporta i nomi dei caduti biancorossi della Grande Guerra si è tenuta domenica 25 novembre una piccola cerimonia commemorativa alla presenza del Patron Renzo Rosso, della dirigenza, di una rappresentanza di giocatori dell’attuale rosa e di alcuni familiari dei caduti biancorossi.

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Le foto sono state gentilmente concesse dalla Famiglia Tonini che ringraziamo.

Il libro “Le due divise” può essere acquistato contattando direttamente l’autrice “Anna Belloni” al seguente indirizzo mail: irideleda@libero.it

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29 novembre 1998 – “Il Derby Infinito”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – Zdenek Zeman, il tecnico boemo alla guida della Roma nella stagione 1998/1999, era solito rispondere alla domanda “Mister, ma lei cosa pensa del Derby?” con la seguente risposta: “Il Derby? partita come tutte le altre”. Sarebbe stato molto interessante ascoltare la sua risposta se qualcuno gli avesse posto la stessa domanda all’indomani di una gara che tifosi laziali e romanisti, all’unisono, difficilmente dimenticheranno: parliamo del Derby della Capitale che si disputa il 29 novembre 1998, ricordato anche come il derby “infinito”.

Quella sera va in scena allo stadio Olimpico di Roma una delle stracittadine più emozionanti, incerte e pazzesche che si possa ricordare, quella sera probabilmente viene riscritta una storia che sembrava già avere decretato vinti e vincitori.

I tifosi bianco-celesti, in quel periodo, possono contare su una squadra di primo livello, molto più competitiva rispetto ai dirimpettai giallorossi, basti ricordare alcuni degli elementi di maggiore spicco che compongono la rosa a disposizione di Mister Sven Goran Eriksson: “el matador” Marcelo Salas, il fuoriclasse Roberto Mancini, il fortissimo centrocampista serbo Stankovic, “el tractor” Almeyda ed altri. Inoltre la squadra guidata dal tecnico boemo viene da precedenti disastrosi negli ultimi scontri diretti con la Lazio, tanto che nella stagione precedente subisce quattro (4!) sconfitte consecutive tra campionato e Coppa Italia.

Lo scenario, per i romanisti, si prospetta quindi dei peggiori, non c’è nessun appello, bisogna infrangere un vero e proprio tabù, non si può permettere ai cugini di laziali di calare un pokerissimo che sarebbe passato direttamente agli annali del calcio.

Quella sera lo stadio Olimpico è vestito a festa e le coreografie delle due curve impreziosiscono una cornice di pubblico già bellissima. Proprio una delle due scenografie, quella messa in piedi dalla Curva Nord laziale, richiama ad uno scenario nefasto e allo stesso tempo beffardo per i cugini giallorossi: un enorme Mr. Enrich (questo il nome del tifoso-mascotte-icona del tifo bianco-azzurro, nato da un fumetto inglese e simbolo del gruppo ultras “Irriducibili”) mostra, sullo sfondo di un tavolo verde da gioco, quattro assi di diverso colore, ed uno striscione a corredo recita: “fate il vostro gioco … noi poker servito”. Il riferimento al “gioco” bello, ma poco pratico e infruttuoso, insegnato dal tecnico boemo e il rimando ai quattro derby stravinti nell’annata precedente da parte della Lazio, rappresentano dei messaggi chiari e per nulla subliminali che hanno come unico destinatario la Curva Sud romanista.

Queste premesse non possono non motivare ancora di più la Roma che parte vogliosa di riscatto (del resto come non può essere altrimenti?) nella prima metà del tempo e, al minuto ’25, Marco Delvecchio, punta giallo-rossa (destinato a diventare più tardi il miglior marcatore nella storia romanista dei derby), approfittando di un errore del portiere laziale Marchegiani, pone la sua personalissima firma sulla partita con un goal molto bello, realizzato e festeggiato sotto la curva avversaria. Si sta prospettando forse il riscatto romanista? Non è esattamente così, la gioia dei romanisti dura, infatti, appena lo spazio di tre minuti, il tempo necessario al fuoriclasse bianco-azzurro Roberto Mancini di bucare la porta romanista con uno splendido tiro al volo che mostra (semmai ce ne fosse stato bisogno) la grande classe del numero dieci laziale: è 1 a 1 ed il primo tempo si chiude con questo risultato di parità.

Anche se le avvisaglie del risveglio laziale, nel primo tempo, si sono percepite nitide, la situazione si mette ancor peggio per la truppa di Zeman quando, nella ripresa, ancora una volta, Roberto-goal bissa la sua prodezza al 56mo minuto: da uno spiovente, con un tocco magico, spinge di nuovo la sfera alle spalle del malcapitato portiere romanista Chimenti. I giallo-rossi, incapaci di una pronta e lucida reazione, si rendono presto conto che davvero, a volte, non c’è mai fine al peggio. Per rendere perfetta la festa laziale manca all’appello il bomber Salas che però non si fa attendere molto e che quindi, al minuto ’69, trasforma un rigore, concesso per un fallo (tanto plateale quanto netto) commesso, ai danni dello stesso cileno, dal carneade camerunense Pierre “Chicchino” Wome, pittoresco e grezzo difensore camerunense in forze alla Roma di quel tempo. Cala quindi notte fonda per la squadra del presidente romanista Sensi: il nervosismo sale, così come il desiderio di recuperare il risultato (che a dire la verità sembra ormai scritto) e, forse, proprio la troppa foga agonistica è fatale a Fabio Petruzzi, difensore romano e romanista, non esattamente raffinato tecnicamente, che si fa espellere (col doppio giallo) per un fallo evidente ed evitabile. Sotto di 3 a 1 e con un uomo in meno, neanche il più ottimista dei tifosi della Roma pensa ad un epilogo diverso da una disfatta epocale.

Quella sera però il Dio del calcio (che non è sempre del Boca) decide di indossare una sciarpa dai colori giallo ocra e rosso pompeiano, e quindi di scendere in campo. Pochi minuti più tardi, infatti, il forte centrocampista laziale Dejan Stankovic, pur realizzando un goal del tutto regolare, si vede annullare la segnatura dall’incerto arbitro Farina. Proprio in occasione di questo episodio, tutto cambia e le sliding doors giallorosse si aprono, inaspettatamente, ad uno scenario nuovo e migliore.

Ogni Dio che si rispetti ha però sempre un Messia e il Dio del calcio, quella sera, sceglie per diffondere il suo verbo in terra, un ragazzo ventiduenne nato e cresciuto a Roma e nella Roma, maglietta numero 10 sulle spalle, astro nascente del calcio italiano, e che risponde al nome di Francesco Totti (da Porta Metronia, angolo del quartiere San Giovanni a Roma). È proprio lui ad invertire le sorti in una notte che sembra oramai stregata, a rompere un incantesimo ormai troppo duraturo. Al minuto ’78 serve, all’interno dell’area avversaria, un assist al bacio ad Eusebio Di Francesco (un altro predestinato nella storia romanista) che, con la punta del piede, riesce a mettere dentro il goal del 2-3 che restituisce una flebile speranza di recuperare ai ragazzi di Zeman.

In pochi, oltre ai più accesi supporters giallo-rossi credono, comunque, nella rimonta, perché tanto è lo squilibrio delle forze tecniche in campo, e ormai sono soltanto una decina i minuti che separavano le squadre dalla fine delle ostilità. Ci crede, invece, eccome, il messia in pectore Totti che decide di mettere sulla partita il suo personale sigillo, spingendo, con un tiro carambolato, sporco e magico allo stesso tempo, il pallone per la terza volta oltre le spalle del numero uno biancoceleste. Nei nostri ricordi di innamorati del calcio è nitido il fotogramma di quella palla che rotola piano piano verso la rete, quasi come fosse imprigionata al rallentatore, e che regala ai ragazzi della Sud il tempo di pregustare una rimonta epica e, a quelli della Nord, di preconizzare una beffa purtroppo da ricordare nel tempo. Questa rete è anche la prima (di quella che poi sarà una lunga serie) messa a segno nel derby dal ragazzo di Porta Metronia che entra in questa maniera di diritto nel gotha dei beniamini giallorossi.

Non accade spesso, ma questa volta la squadra meno dotata tecnicamente, ormai alle corde, con un uomo in meno, per di più in un derby, recupera ben due reti agli odiati rivali, più bravi, più pagati, più tutto.

Sarebbe già sufficiente così, ma non è di questo avviso “Super” Marco Delvecchio attaccante romanista, ansioso di diventare capocannoniere assoluto nella storia della stracittadina romana. È proprio lui che, quasi allo scadere, insacca di testa il clamoroso 3-4 ribaltando il risultato a favore della compagine giallo-rossa. L’Olimpico, quello romanista, impazzisce per una manciata di secondi prima che arrivi un fischio dell’arbitro. Forse per pareggiare una precedente decisione sbagliata che aveva penalizzato la Lazio, oppure per mantenere l’ordine pubblico in città chissà, l’arbitro Farina decide che quel gol (seppur regolare) non va convalidato, mettendo in questa maniera salomonicamente fine ad un confronto che già si era infuocato al di sopra dei livelli di guardia.

Forse Mr. Erich che, all’inizio della storia, sfoggiava fiero i suoi quattro assi avrebbe scommesso su un epilogo ben diverso a favore della corazzata laziale ma, quella sera, è entrato in scena il Dio del pallone che ha nominato suo messaggero un giovane ragazzo che da li a venti anni avrebbe scritto in maniera indelebile la storia del calcio in Italia e non solo.

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