Connect with us

Il Calcio Racconta

29 settembre 1973: Riva supera Meazza. Ancora oggi è il miglior capocannoniere Azzurro

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Giorgio Muresu) – “Rivera ha la palla, servito Domenghini sulla sinistra. Riva! Riva! Riva! Tiro! Ed è gol! Riva! Riva ha segnato! 3 a 2 per l’Italia”.

Le parole sono dell’indimenticabile telecronista Nando Martellini, la Partita (si conceda la maiuscola), è la celeberrima semifinale del mondiale messicano del 1970, Italia-Germania. La partita del secolo.

Lo stesso Martellini la definì “partita drammatica e incredibile”, per l’incessante succedersi di stati d’animo ed emozioni, lasciapassare per l’accesso alla finale, poi persa contro i maestri brasiliani.

A dare il temporaneo vantaggio, nel corso degli interminabili tempi supplementari, Luigi “Gigi” Riva.

Classe ’44, Riva vive un’infanzia difficile tra la prematura perdita del padre, il peso della povertà, il collegio e il pallone. Il suo percorso calcistico inizia sulle rive del Lago Maggiore tra i dilettanti del Laveno Mombello, 66 gol in 2 anni, poi la serie C con il Legnano, a 18 anni, 6 reti in 23 partite.

Quindi la svolta. 13 marzo 1963, Italia-Spagna juniores all’Olimpico, Riva segna il gol del decisivo 3-2.

Notato dall’osservatore e dirigente del Cagliari, Andrea Arrica, il giovane Gigi, testardo e taciturno, non accetta volentieri la destinazione sarda (Piuttosto sto fermo un anno, ma lì non ci vado!), ancora inconsapevole del fatto che pochi anni dopo, quella terra bellissima e solo in apparenza diffidente, ai più nota unicamente per i pastori e i banditi, lo avrebbe reso idolo assoluto al pari di un imperatore, simbolo sportivo, sociale e mediatico della rivincita e dell’orgoglio di un popolo.

Un sodalizio inscindibile e vero, quello vissuto tra gli isolani e il loro figlio adottivo con la maglia numero 11, gladiatore dell’arena “Amsicora”, un sogno coronato con lo storico scudetto del 1970.

Mancino naturale, Riva annovera tra le sue caratteristiche rapidità, resistenza, eleganza nei tocchi di palla, acrobazie aeree, potenza del tiro e costante prolificità sotto porta. Talenti che gli valsero l’appellativo “Rombo di tuono”, cucitogli su misura da un inarrivabile giornalista quale Gianni Brera.

Non tocca palla da latino, non ha neppure il destro come dovrebbe un giocatore della sua fama, e però la sua classe ha pochi, pochissimi eguali al mondo. Il suo scatto è così imperioso da riuscire travolgente. Il suo dribbling di solo sinistro è tuttavia irresistibile quando viene portato in corsa, al di sopra del ritmo normale. Il suo tiro è fortissimo, sia da fermo sia in corsa, sia a volo. I suoi stacchi sono violenti e insieme coordinati, così da consentirgli incornate straordinariamente efficaci. Riva è intelligente e tuttavia coraggioso fino alla temerarietà” (Gianni Brera, Il mestiere del calciatore, 1972).

Proprio coraggio e temerarietà gli consentirono di ritrovare la piena efficienza fisica anche dopo infortuni gravissimi: “donò” entrambe le gambe alla nazionale azzurra con la frattura di tibia e perone della gamba sinistra (1967) e di quella destra (1970). Ma “A Gigi Riva il piede destro serve solo a salire sul tram”, sentenziò il suo allenatore di club, Manlio Scopigno. E Riva, infatti, fu più forte.

La classe cristallina, lo scudetto, il pallone d’oro sfiorato (secondo nel 1969 e terzo nel 1970), ne fecero un trascinatore anche con la maglia azzurra: esordì a 20 anni nella nazionale maggiore (1964).

Aggregato alla sfortunata edizione del mondiale inglese del 1966 (quella di Rivera, Mazzola, Facchetti, Bulgarelli e dell’umiliante sconfitta al cospetto della Corea del Nord del dentista/caporale Pak Doo Ik), Riva fu poi determinante nel girone eliminatorio di qualificazione al Campionato Europeo del 1968 (6 gol in 6 partite consecutive), titolo vinto dall’Italia con un suo gol nella finale all’Olimpico di Roma con la Jugoslavia (gara ripetuta, dopo che la prima partita terminò ai supplementari 1-1).

Nel quadriennio 1967-1970 realizzò con l’Italia 21 gol in 22 partite, fino a stabilire, esattamente 45 anni fa il record di reti con la maglia della nazionale, ancora imbattuto, scavalcando Giuseppe Meazza e segnando il suo 34° gol in azzurro (si fermerà a 35, il 20 ottobre 1973).

A Milano, Stadio San Siro, il 29 settembre 1973 si disputa l’amichevole Italia-Svezia, gara di preparazione ai mondiali tedeschi dell’estate successiva. Nulla avrebbe lasciato supporre che quello stesso Stadio, con le stesse nazionali, a distanza di 44 anni si sarebbe reso teatro di un cocente dramma sportivo quale è stato quello dell’eliminazione dell’Italia dai mondiali di Russia 2018.

Di contro, le premesse per la nuova consacrazione di Riva come bomber azzurro, c’erano tutte.

Il primo tempo dell’incontro scivola via senza particolari sussulti, tanto da suscitare i fischi dell’esigente pubblico meneghino. E’ nella ripresa che l’Italia trova quadratura e giocate più efficaci.

In vantaggio con un colpo di testa di Pietro “Petruzzo” Anastasi, l’Italia si rende subito dopo ancora protagonista: ”al 20′ nuovo gran show di bravura collettiva: lancio perfetto dl Rivera, Anastasi imbrocca una grande rovesciata al volo, Edstroem si stende in tuffo e con la punta delle dita devia la palla, interviene Riva ed è il suo 34° goal in azzurro: il record di Meazza dopo tanti anni è battuto” (così la Redazione de L’Unità del 30.09.1973). Superato Giuseppe Meazza, un’altra leggenda del calcio il cui primato di 33 gol era durato ben 38 anni, l’uomo cui verrà poi intitolato proprio quello Stadio.

Riva toccherà quota 35 in 42 partite, il 20 ottobre 1973. Un ritmo straordinario di quasi un gol a partita.

Interpellato telefonicamente, Meazza dichiarò: “Sono contento per Riva, un atleta della sua serietà meritava davvero questo premio” (così La Stampa del 30.09.1973, articolo di Guido Lajolo).

Un ideale “duello” a distanza tra due fuoriclasse, fatto di stima e rispetto, sincerità e serietà.

Equilibri etici che oggi sembrano lontani anni luce, lasciando spazio al calcio dell’apparire, dei salotti e delle televisioni, dei toni esasperati e sopra le righe, dei social e delle inarrivabili clausole rescissorie.

Ci piace però pensare che non possa esserci ancora un distacco definitivo da quella “età dell’oro”, finché ci saranno storie ed eroi da ricordare e raccontare.

Giorgio Muresu è nato a Roma più di quaranta giri di terra fa. Ha un'innata passione per ogni forma di sport, trasmessagli probabilmente dai geni del nonno materno, due volte olimpionico nella marcia dei 50 km prima che iniziassero ad accendersi i primi televisori in bianco e nero. Papà di due gioielli, avvocato, di giorno è un infaticabile bancario. Si professa “Romanista non ortodosso”, schiavo del risultato, romantico devoto de “Gli Eroi del Calcio”, per il quale ogni tanto si fregia di scrivere.

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il Calcio Racconta

Addio a Pietro Anastasi

Published on

Addio Pietro!!! All’età di 71 anni è venuto a mancare Pietro Anastasi, attaccante Anni Settanta, d tempo malato.

Nato a Catania nel 1948 è con il Varese che si mette in evidenza prima di accasarsi alla Juventus con la quale militò per ben otto stagioni dal 1968 al 1976. Con la “Vecchia Signora” vinse 3 scudetti in 8 stagioni diventando tra i più amati calciatori del periodo. Passò poi all’Inter nell’ambito del famoso scambio con Boninsegna nell’estate del 1976, una operazione di mercato che fece molto discutere all’epoca. Con l’Inter vinse la Coppa Italia nel 1978 e chiuse poi la carriera con Ascoli e Lugano. Con la Nazionale vinse l’Europeo del 1968 collezionando in totale 25 presenze, con 8 reti, tra cui proprio una nella finale dell’Europeo.

La Juventus esprime il suo cordoglio attraverso le pagine del suo sito:

“Oggi è un giorno triste per tutta la Juventus, per il calcio italiano e per tutti coloro che lo hanno conosciuto. Pietro Anastasi ci ha lasciato all’età di 71 anni.

Era impossibile non volere bene a “Pietruzzu”, come lo chiamavano tutti i tifosi a rimarcarne la sua origine siciliana, perché è stato uno juventino fino in fondo e alla squadra del suo cuore ha trasmesso tutta la sua passione. Quella che da bambino, raccattapalle al Cibali di Catania, lo vede chiedere una foto accanto al suo idolo John Charles.

Il sogno di vestire la maglia bianconera si concretizza nel 1968: Pietro arriva a Torino forte di una stagione memorabile nel Varese e di un gol storico in maglia azzurra nella finale dell’Europeo a Roma.

Alla Juventus Pietro regala anni straordinari fino al 1976 per un totale di 303 presenze e 130 gol. Ma le cifre e l’attaccamento alla maglia spiegano solo in parte l’amore della gente nei suoi confronti. Il suo coraggio nelle giocate, le sue reti in acrobazia, il suo spirito da lottatore lo rendono un idolo, capace di exploit indimenticabili, come i 3 gol segnati alla Lazio in 4 minuti in una gara iniziata seduto in panchina. Un amore che lo stadio Comunale tradusse con lo striscione con la scritta: “Anastasi Pelè bianco“. La vita di Pietro è stata un vero romanzo bianconero, negli anni 70′ Hurrà Juventus gli dedicò una narrazione a puntate per diversi numeri.

La Juventus abbraccia la moglie Anna, i figli Silvano e Gianluca e saluta Pietro con una semplice parola grande quanto lui: Grazie”.

Continue Reading

Il Calcio Racconta

Napoli – Fiorentina … storie di ex

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Antonio Capotosto) – Nell’immaginario collettivo Napoli-Fiorentina significa soprattutto il primo scudetto della storia partenopea e l’incipit con il gol di Roberto Baggio nella massima serie. Ma la storia tra il ‘Ciuccio’ e la Viola contiene anche doppi ex. Della squadra gigliata che nell’annata antecedente il Mundial ’82 accarezzò il tricolore facevano parte anche Daniel Bertoni, Eraldo Pecci e Giovanni Galli: giocheranno nel Golfo. Era l’ultima stagione di Andrea Orlandini, che nel 1975 aveva sfiorato lo scudetto con il Napoli. Era arrivato a ‘Città nuova’ due anni prima assieme a Sergio Clerici, il quale ha vestito per due campionati la casacca viola. Nel 1973 il club partenopeo prelevò anche Salvatore Esposito, tra i protagonisti del secondo tricolore gigliato. Come Luciano Chiarugi, il quale salutò la Serie A da giocatore del Napoli. L’allenatore dell’ultima Fiorentina tricolore era Bruno Pesaola, arrivato un anno prima da Napoli. Da Firenze era invece partito per il Golfo Beppe Chiappella, il quale da calciatore indossò la maglia viola per undici stagioni. A Firenze fu compagno di squadra anche di Giancarlo Vitali, il quale si trasferì per cinque stagioni a Napoli dopo due annate in maglia gigliata. Quando il Napoli sfiorò il titolo nel ’75 il portiere titolare era Pietro Carmignani, il quale in riva all’Arno sarà vice di Galli per due stagioni.

Continue Reading

Il Calcio Racconta

16 gennaio 1985 – La Juventus vince la Supercoppa Europea

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Nel giorno in cui tutta Italia del nord fu ricoperta dalla famosa “nevicata del secolo”, la Juventus e tutta la famiglia Agnelli, in collaborazione con il Comune di Torino e la Protezione Civile, fece di tutto perché in una Torino con trenta centimetri di neve, si potesse giocare quella partita che, con il senno di poi, fece la storia del club.

Si doveva giocare a tutti i costi: furono spazzate le vie di accesso allo Stadio Comunale, fu liberata dal ghiaccio la pista dell’aeroporto di Caselle per rendere possibile l’atterraggio dell’aereo del Liverpool, fu spalato a tempo record il campo da gioco e fu scelto di giocare con un pallone rosso per renderlo il più visibile possibile ai tifosi, previsti in oltre 55.000 quella sera.

L’organizzazione per la disputa del trofeo, meteo a parte, fu travagliata dal principio, visto il fittissimo calendario di impegni delle due squadre. Fu spostata infatti volutamente a fine anno, poiché il presidente Boniperti non vedeva favorevolmente l’eventualità di incontrare due volte il Liverpool vista anche la possibilità di “pescarli” in Coppa Campioni. Quando la UEFA propose il 13 dicembre per la partita di andata, da Torino arrivò il rifiuto. Questo limbo si interruppe dopo i sorteggi dei quarti di Coppa Campioni, nei quali la Juve evitò il Liverpool. Le due squadre così raggiunsero un accordo per disputare una gara unica al comunale di Torino il 16 gennaio.

Così la Juventus si aggiudicherà la Supercoppa europea battendo 2-0 il Liverpool, con una doppietta di Zbigniew Boniek, il quale illuminerà lo stadio con due colpi fantastici, uno per tempo, scrivendo la miglior partita della sua carriera in Italia.

La Juventus agli ordini di Trapattoni scese in campo con Luciano Bodini in porta, Luciano Favero e Antonio Cabrini terzini, Sergio Brio stopper, Gaetano Scirea (capitano) libero, Massimo Bonini e Marco Tardelli centrocampisti, Massimo Briaschi ala destra, Zibi Boniek ala sinistra, Paolo Rossi centravanti e Michael Platini in cabina di regia, una formazione stellare.

I Reds invece, venivano dalla vittoria ai rigori all’Olimpico contro la Roma in Coppa Campioni nel 1984, ma quella di Torino invece, fu decisamente una tappa da dimenticare nella loro storia delle competizioni europee.

Fu una partita prevalentemente equilibrata e con il gioco in mano ai Reds, le cui azioni offensive però non portarono ai risultati sperati grazie ad un’ottima azione difensiva della Juventus, la quale impostò le azioni sul contropiede e sulla velocità di Boniek, che da quella sera ebbe il soprannome di “bello di notte” affibbiatogli dall’avvocato Agnelli.

Fu merito di due assist di Briaschi che lo lanciarono verso Grobbelaar e gli diedero l’occasione, in entrambi i casi sul finire dei tempi, di colpire la squadra avversaria e regalare una serata storica al club bianconero.

Con quella vittoria, la Juventus fu la prima formazione italiana ad entrare nell’albo d’oro di una competizione che resta la terza più importante in Europa dopo la Champions League e l’Europa League.

L’immagine dell’immortale capitano Gaetano Scirea con la coppa e con la maglia degli avversari, rimarrà negli occhi e nei cuori di chiunque abbia vissuto quel periodo e di ogni vero tifoso juventino, grato ad una società e ad una squadra forte che fece razzia di trofei in quegli anni.

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: