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La Penna degli Altri

Un Raggio di Luna sul derby

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ILCATENACCIO.IT (Lamberto Rinaldi) – La punizione con cui Kolarov ha squarciato barriera e derby, sabato scorso, è un raggio di luce sparato con una frattura al piede. È un raggio di sole al 71esimo, sessant’anni dopo un Raggio di Luna. Così chiamavano Arne Selmosson, l’unico, fino a sabato, a segnare un gol, con entrambe le maglie, nella stracittadina di Roma.

È stato 3-1 sabato scorso, fu sempre 1-3 quella lontana domenica del 30 novembre 1958. Lo svedese ci mette appena una manciata di minuti per mettere la sua firma alla partita. Così si legge nella cronaca del Corriere dello Sport del giorno dopo: “Dopo alcune discese ben congegnate, la Roma si proietta in avanti ricamando sul terreno una azione spettacolare. Da Costa passa a Selmosson, che si scambia due volte con Ghiggia, in piena velocità: ricevuta di ritorno per la seconda volta la palla dal compagno, “Raggio di luna” stretto al centro, folgora Lovati in uscita con un fortissimo e preciso diagonale. È il 9′, la Roma passa in testa”.

Sinistro tagliente, gol, esultanza in area, un salto a braccia aperte, quasi a mimare un aeroplanino di altri tempi. “Più contento di così non potrei essere – dirà sempre al Corriere – per il gol che ho segnato, per la vittoria della squadra“.

Era la Roma di Gunnar Nordahl, era la Lazio di Fulvio Bernardini, appena passato ai biancocelesti in un’estate turbolenta e movimentata. La stessa che portò Raggio di Luna in giallorosso. Bengt Arne Selmosson, classe 1931 di Sil, Svezia, giocava nel Joenkoeping e faceva il Vigile del Fuoco. Lo portò in Italia l’Udinese di Dino Bruseschi, negli anni 50. Non altissimo, appena 1.70, ma con quel ciuffo biondo che lo allungava di quanto bastava per sembrare un personaggio mitico, di terre lontane. Beveva solo latte, niente vino, si innamorò delle musiche di Modugno e dei dipinti di Ciliberti. Un secondo posto storico in Friuli, poi tre anni alla Lazio conditi da 30 reti.

Ma quella del presidente Siliato e del conte Vaselli era una squadra piena di debiti, bisognava cedere e il sacrificato fu proprio l’idolo della folla Selmosson. L’offerta più alta fu quella della Roma di Anacleto Gianni: 135 milioni per portare Raggio di Luna alla Roma. Arrivò in giallorosso da numero 10 della nazionale svedese, sconfitta in finale mondiale dal Brasile di Pelè, in un duello rinnovato nelle amichevoli estive tra Roma e Santos. Nella capitale rimase altri tre anni, dopo altri 30 gol, 3 dei quali sempre al derby. Giusto il tempo di portare a casa la Coppa delle Fiere del ’61. Timido, elegante e riservato, aveva imparato in fretta il romano, e “prima che la caciara tra romanisti e laziali mi intronasse del tutto” tornò ad Udine e poi in Svezia, dove morì nel 2002.

Lo scandalo della sua cessione, nell’estate del 58, ispirò addirittura una commedia, firmata Garinei e Giovannini, intitolata “La padrona di Raggio di Luna”. Si parlava di una storia d’amore, quello di una presidentessa per un calciatore straniero. Lo stesso amore che di dona solo a chi decide un derby. Specie se da ex, specie se esultando e facendo esultare. Svedese o serbo che sia.

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Quel 18 giugno nel quale la Ternana scrisse la storia del calcio umbro

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CALCIOFERE.IT – Un articolo di Emanuele Lombardini per calciofere.it ci ricorda come il 18 giugno 1972 la Ternana, battendo il Novara per 3-1, conquistava per la prima volta nella sua storia la serie A.

La squadra di Corrado Viciani e del presidente Giorgio Taddei era “senza stelle, ma con giocatori capaci di vincere con la forza del gruppo”.

La Ternana è la prima squadra umbra a raggiungere la serie A, il Perugia dovrà attendere la stagione 1974/75. L’autore poi cita un articolo dell’epoca tratto da Tuttosport …“Ha vinto la Ternana, ha vinto Viciani il meraviglioso pubblico ternano. Quel pubblico che è stato vicinissimo alla squadra sin dall’inizio ed ha invaso gli stadi di tutta Italia per sostenere il proprio undici. Corrado Viciani, il tecnico che ha sempre tenuto i piedi in terra e che  è riuscito a caricare gli atleti al punto giusto, è stato di una compostezza esemplare. Al suo posto, qualcuno avrebbe potuto perdere la testa”.

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Il 17 giugno 1970 la partita del secolo, Italia-Germania 4-3

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ILVALOREITALIANO.IT (Carlo Saccomando) – Una partita universalmente nota come “la partita del secolo”… parliamo ovviamente di Italia – Germania 4-3 giocata esattamente 49 anni fa allo stadio Atzeca di Città del Messico. Un incontro valevole come semifinale mondiale del 1970, in Messico, davanti ad un pubblico di ben 102.444 spettatori e oltre 30 milioni di telespettatori. Insomma il primo mondiale davvero “live”. Perché è considerata la “partita del secolo“?  … si chiede Carlo Saccomando nell’articolo, splendido, pubblicato oggi da ilvaloreitaliano.it…

“Le componenti che hanno reso questo evento epico sono diverse e nello stesso tempo complicate da spiegare tutte. Sicuramente il risultato finale di 4-3, per la maniera nel quale è maturato, ha contributo in gran parte alla straordinarietà dell’accaduto. In più si consideri la rivalità calcistica, che aumenterà sempre di più negli anni a venire, oltre che a quella politica, figlia di rapporti diplomatici instaurati tra i due stati dalla loro nascita, nella seconda metà dell’Ottocento, sino all’alleanza durante la seconda guerra mondiale. Una collaborazione arenata prima della fine del conflitto mondiale e terminata amaramente, come i fatti di storia insegnano. È molto calzante una frase apparsa sul quotidiano Repubblica nel 2016, che dice così: ” “Loro, si dice, ci amano ma non ci stimano. Noi, si dice, li stimiamo ma non possiamo amarli.”

Nell’articolo si ripercorre il cammino delle due squadre sino alla storica sfida, avvenuta alla nostra mezzanotte “con 25 gradi di temperatura, un’umidità da tenerti incollata la maglietta al corpo come una seconda pelle e si giocava ad un’altitudine di circa 2.200 mt , tale da fiaccarti il respiro e renderti poco lucido se non sei abituato. Altri particolari che arricchiscono il significato di questo incontro”. 

Poi l’autore si concentra sulla descrizione della gara e racconta la fantastica girandola di emozione e di reti: prima Boninsegna, poi il pareggio di Schnellinger, lasciato incredibilmente da solo in pieno recupero al 93′. Quindi i supplementari, dove la Germania si porta in vantaggio, con gol di Gerd Müller. Dopo solo quattro minuti arriva il pareggio Burgnich e, un minuto prima del termine del primo supplementare, una straordinaria azione di Gigi Riva in contropiede regala ancora all’Italia il vantaggio. Al”inizio del secondo tempo supplementare la Germania Ovest trova con Seeler. Dopo neanche un minuto sigla il definitivo 4-3…. “Fu un’azione corale, la più bella della competizione per gli azzurri, a far scaturire il gol vittoria: palla rimessa in gioco dal centro campo, undici passaggi, nessun intervento dei tedeschi e conclusione di Gianni Rivera, che da centro area di piatto destro spiazzò Maier. La partita nonostante non venga ricordata negli annali tra le più spettacolari a livello di gioco, viene considerata ancora oggi tra le più emozionanti ed influenti nella storia del calcio professionistico. Non a caso i tifosi messicani per onorare l’avvenimento decisero di murare una lapide all’esterno dello Stadio Azteca per ricordare una partita che aveva esaltato il gusto latino-americano per lo spettacolo e la battaglia”.

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La triste storia del portiere Giuliani

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SPORTVITERBO.IT – Giuliano Giuliani era il solitario della compagnia, non solo per il ruolo che aveva in campo. Sulla Coppa Uefa del Napoli (17 maggio 1989) e sullo scudetto del 1990 ci sono anche i suoi guantoni. Ma pochi anni dopo oggi sono 20 da quel 14 novembre 1996 – “Giulio” è morto al reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. A 38 anni se l’è portato via una complicazione polmonare, dopo che aveva accompagnato a scuola la figlia Gessica. Giuliani aveva l’Aids- contagio forse verificatosi in Argentina – e il suo fisico era già minato dal 1994, quando si era ritirato sui colli bolognesi. Il calcio italiano lo ha rimosso ancora prima della sua morte, come sua unica vittima per il virus killer. Era un buonissimo portiere secondo l’allenatore Osvaldo Bagnoli, che lo aveva allenato al Verona per tre anni. Sia a Verona che a Napoli, Giuliani aveva rimpiazzato Garella, in una sorta di rincorsa che nella seconda metà degli anni 80 lo aveva consacrato come uno dei migliori, subito dopo la coppia Zenga-Tacconi. Aveva fatto la riserva dello juventino all’Olimpiade di Seul 1988, prima di finire alla corte di Maradona. Le sue idee sempre avanti: voleva creare un raggio laser per misurare la distanza della barriera, aveva un negozio di abbigliamento, disegnava le maglie con cui giocava e le commercializzava. Sul campo era tra i 4-5 migliori: non era uno showman che si atteggiava, ma era un portiere essenziale. Ha lasciato un bel ricordo tra i suoi compagni. I calcio lo ha dimenticato perché in quegli anni si scappava da quella malattia.

Giuliani era stato cresciuto dagli zii ad Arezzo e aveva iniziato per emulare Albertosi. Diplomato geometra, era esploso nel Como, frequentava la Milano da bere ed era sposato con Raffaella, modella e conduttrice tv.

Tutti si sono dimenticati di quel portiere morto da solo – nel novembre del 1996- nel reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Emarginato non solo da tutto il mondo del calcio, che aveva lasciato, ma anche dai suoi ex compagni e amici come ha denunciato la moglie. Un destino triste, come quello probabilmente di tante altre persone meno famose che negli anni 90 pagarono sulla loro pelle il dilagarsi di quella malattia sconosciuta. Giuliani a Napoli non fu una comparsa: vinse l’Uefa nell’89 e lo scudetto del 90. Si fece apprezzare per essere l’esatto opposto del suo predecessore Garella. Amato dai compagni anche per la sua sobrietà. Avrebbe pagato una sola notte di follia, l’unica in cui, disse, tradi la moglie. Insieme a tutta la squadra azzurra partecipò al matrimonio di Maradona. La moglie lo lasciò quando lui confessò di aver contratto la malattia, salvo riavvicinarsi a lui quando il male divenne sempre più invasivo.

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