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La Penna degli Altri

Amarcord: Carlos Bianchi ed un inaspettato fallimento italiano

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Provate a chiedere ancora oggi ai tifosi argentini chi vorrebbero sulla panchina della nazionale: probabilmente almeno uno su tre continuerà a rispondervi Carlos Bianchi, un’icona dalle parti di Buenos Aires, l’allenatore che negli anni novanta e duemila è stato il più popolare ed il più vincente in Sud America. Provate poi a chiedere cosa pensino a Roma di Carlos Bianchi e noterete che le risposte saranno totalmente diverse. Il perchè è nella storia della serie A 1996-97, una delle più buie pagine nella storia della Roma, certamente la più complicata per il tecnico argentino.

Carlos Bianchi è stato un ottimo centravanti fra gli anni settanta e ottanta, con tanti gol in Argentina dove gioca solamente con il Velez Sarsfield ed in Francia dove indossa le maglie di Paris Saint Germain, Stade Reims e Strasburgo. Classe 1949, Bianchi dopo il ritiro nel 1985 inizia a fare l’allenatore: resta in Francia ed allena lo Stade Reims, il Nizza ed il Paris FC fino al 1991 quando si prende due anni sabbatici che sembrano precludergli una carriera ad alti livelli in panchina, salvo poi ripresentarsi in patria, ancora al Velez Sarsfield nel 1993, ovvero la svolta della sua seconda vita. I tre anni che si spalancano davanti a Bianchi e ai tifosi del Velez sono i più brillanti nella storia del club sudamericano: il tecnico modella perfettamente la squadra, chiede ed ottiene acquisti mirati e funzionali al suo gioco, i calciatori corrono, lottano e soprattutto vincono. Fra il 1993 ed il 1996, infatti, il Velez conquista 3 titoli argentini, una Copa Interamericana, una Libertadores (la Coppa dei Campioni sudamericana) e soprattutto una Coppa Intercontinentale, vinta a Tokyo 2-0 contro il Milan degli invincibili di Fabio Capello, nella serata che apre gli occhi anche all’Europa sul valore di un allenatore che inizia ad avere estimatori un po’ ovunque.

E’ la primavera del 1996 quando in Italia la Roma sta certificando la separazione con il proprio allenatore Carlo Mazzone, col presidente Franco Sensi che ha la grande ambizione di portare Fabio Capello (in partenza dal Milan) sulla panchina giallorossa, ma che deve arrendersi alla volontà del tecnico friulano di accasarsi al Real Madrid. “Prendiamoci allora il Capello sudamericano”, suggerisce qualcuno al patron romanista che avvia immediatamente i contatti col Velez e con quel Carlos Bianchi che ritiene ormai concluso il suo percorso in Argentina e vuole confrontarsi con il calcio europeo; l’Italia, poi, all’epoca rappresenta il top mondiale, Roma è una piazza importante, in difficoltà da qualche anno, ma con una proprietà con risorse economiche ottime e l’ambizione di lottare con le milanesi, la Juventus e il Parma per vincere il campionato di serie A che ai giallorossi manca dal 1983. Trovare l’accordo fra la Roma e Carlos Bianchi non è difficile: le parti raggiungono l’intesa econonica, Bianchi chiede ed ottiene di essere seguito da uno dei suoi fedelissimi al Velez, il difensore Roberto Trotta, ritenuto uno dei migliori del Sud America, nonchè rigorista della squadra argentina. Carlos Bianchi sbarca a Roma ad inizio estate ’96, le premesse sono ottime, la tifoseria è in fibrillazione, le radio della capitale contattano giornalisti ed esperti argentini per conoscere qualcosa in più del nuovo allenatore e le risposte sono unanimi: la Roma ha preso il top.

Nelle griglie di partenza sui giornali, poi, la Roma è nel quartetto di testa assieme ai campioni d’Italia uscenti del Milan, alla Juventus e al Parma, meglio dell’Inter e dei cugini della Lazio. La rosa sembra ben assortita, in difesa il nuovo arrivo Trotta è pronto a confrontarsi col brasiliano Aldair, in attacco la coppia sudamericana Balbo-Fonseca ha come alternative lo svedese Dahlin, il centravanti Marco Delvecchio ed il giovane talento Francesco Totti, ventenne romano dotatissimo tecnicamente e pronto ad insidiare uno dei posti titolari della squadra. Ci sono davvero enormi aspettative attorno alla Roma e al suo allenatore, ritenuto capace, carismatico e vincente, nulla da invidiare ai tecnici della serie A. Si dice, però, che alcune annate del mondo dello sport quando nascono male poi finiscono peggio: ecco, alla Roma 1996-97 avrebbero potuto anche capirlo a fine agosto dopo il primo impegno ufficiale che fa risuonare qualche campanello d’allarme nelle orecchie del popolo giallorosso. E’ il 28 agosto, infatti, quando la prima Roma ufficiale  di Carlos Bianchi scende in campo a Cesena per il primo turno di Coppa Italia: si gioca allo stadio Manuzzi in gara unica, senza possibilità dunque di commettere errori; il Cesena, formazione di serie B, è una squadra costruita per lottare coi primi del campionato cadetto e che finirà invece clamorosamente in serie C. Quella sera di fine estate, però, la compagine romagnola si trasforma in uno squadrone, la Roma sembra messa malissimo in campo, Carlos Bianchi in panchina appare imbambolato e il Cesena colpisce tre volte con Hubner (che fa doppietta) e l’ex Massimo Agostini. Inutile il momentaneo pareggio di Fonseca su rigore, perchè la Roma esce clamorosamente dalla Coppa Italia al primo turno.

Roma è citta appassionata, calda ed ambiziosa, ma anche umorale: i tifosi e le radio si esaltano quando tutto va bene, ma si deprimono oltremodo quando le cose non funzionano. Il ko di Cesena scatena i processi su un allenatore che, in fondo, si è giocato solo il primo dei bonus a disposizione e lo dice anche nella conferenza stampa pre esordio in campionato: “E’ vero, la Coppa Italia è andata male – dice Bianchi con tono sicuro – ma c’è un intero campionato ed una Coppa Uefa tutti da giocare”. Ed in effetti l’avvio della serie A fa tornare il sereno in casa romanista: i giallorossi dopo due giornate si trovano in testa a punteggio pieno dopo le vittorie 3-1 contro il Piacenza e 2-0 a Vicenza. Anche il debutto in Coppa Uefa è ottimo, i giallorossi eliminano la Dinamo Mosca con 6 reti in due partite e si qualificano per i sedicesimi di finale; il ritrovato ottimismo cede un po’ dopo la sconfitta casalinga per 4-1 contro la Sampdoria e dopo il pareggio di Reggio Emilia contro la Reggiana ultima in classifica, ma il successivo 3-0 inflitto al Milan sabato 12 ottobre restituisce fiducia all’ambiente romanista: i campioni d’Italia in carica, guidati in panchina dall’altro sudamericano Tabarez, cadono sotto i colpi di Totti, Cappioli e Balbo, la Roma sembra davvero poter mettere al tappeto chiunque nel momento in cui riesce a far girare tutti i meccanismi. Bianchi appare tecnico duro al punto giusto coi suoi calciatori, è un po’ antipatico in conferenza stampa perchè dà sempre l’impressione di mettersi una spanna sopra ai cronisti, di non digerire le domande e di sentirsi accerchiato dai troppi giornalisti presenti a Trigoria.

Il 3-0 al Milan diventa quasi la pietra tombale sulla Roma di Carlos Bianchi, ovviamente solo se si riavvolge il nastro della stagione all’indietro. Ma dalla metà di ottobre del 1996 i giallorossi cadono in un vortice dal quale non si solleveranno più: la sconfitta per 2-1 in casa del Verona che regala ai veneti il primo successo in campionato è solamente un sinistro preludio a ciò che accadrà in Coppa Uefa contro i tedeschi del Karlsruhe: nella gara di andata in Germania, la formazione di casa stravince 3-0 annichilendo la Roma, mentre nel ritorno all’Olimpico la generosa prova dei giallorossi porta all’iniziale 2-0 firmato da Balbo, ma si ferma dopo la rete del Karlsruhe nel finale che spegne i sogni romanisti. Roma fuori al secondo turno e Coppa Uefa riposta nel cassetto come la Coppa Italia. Resta dunque solo il campionato per la compagine di Carlos Bianchi, ma è ormai chiaro che lo scudetto sia una chimera e che la formazione romanista possa solo limitare i danni salendo sul podio o conquistando comunque un onorevole piazzamento europeo. Roma-Juventus del 26 ottobre termina 1-1 e Delvecchio pareggia in zona Cesarini; potrebbe essere una piccola svolta, ma passa appena una settimana e i giallorossi perdono 3-2 a Bologna in una delle prove da dottor Jekyll e Mister Hyde che caratterizzeranno l’annata romanista. Dalla vittoria per 3-1 contro il Cagliari dell’ex Carlo Mazzone a quella per 1-0 contro il Napoli passa esattamente un mese, ma la Roma riesce a far peggio fra Natale e l’inizio di gennaio quando perde 3 delle ultime 4 partite del girone d’andata: 2-0 in casa contro l’Atalanta, 3-1 a San Siro contro l’Inter e 1-0 a Udine; il successo casalingo per 4-1 contro il pericolante Perugia non spegne l’anima di contestazione che ormai circonda Trigoria ed un allenatore che sembra aver perso completamente la bussola.

A gennaio la società fa la voce grossa: caccia sia Trotta, fortemente voluto da Bianchi e relegato immediatamente in panchina dopo appena 6 pessime apparizioni, che Dahlin, acquistando il laterale francese Vincent Candela dal Guingamp. Bianchi, poi, sembra pure intenzionato a privarsi di Francesco Totti, poco utilizzato nonostante il talento, e che il tecnico argentino manderebbe volentieri alla Sampdoria. Ad imporsi è ancora il club, scende in campo in prima persona Franco Sensi che si oppone alla cessione del gioiello di casa, capendo di essere di fronte ad un potenziale fuoriclasse e non volendosi inimicare ancor di più la tifoseria dopo aver ceduto in estate lo storico capitano Giannini, volato in Austria allo Sturm Graz. Il campionato della Roma continua ad essere altalenante e per certi versi sconcertante: i giallorossi alternano prestazioni da strabuzzare gli occhi come la vittoria 2-1 in casa della Sampdoria seconda in classifica, ad altre penose come il 2-2 subìto in rimonta dal fanalino di coda Reggiana. La zona Uefa si allontana, Carlos Bianchi ha perso il polso dello spogliatoio ed è sull’orlo di una crisi di nervi, polemizza coi giornalisti ad ogni occasione, è ormai inviso all’intera categoria, anche perchè quando gli vengono poste le domande inizia le sue risposte con un fastidioso: “Tu hai giocato a calcio?”, rivolto all’interlocutore. Alla risposta negativa del cronista di turno, l’allenatore volta lo sguardo e dice: “E allora non puoi parlare di calcio con me”. L’unico a tenergli testa è un giovanissimo Alberto Rimedio, oggi telecronista della Nazionale in Rai, che con alle spalle un passato da calciatore nel settore giovanile di Roma e Sampdoria, risponde al tecnico in maniera affermativa: “Sì, mister, io ho giocato a calcio, posso continuare la domanda?”, spiazzando così un Bianchi sempre più in difficoltà.

L’allenatore sudamericano vede fantasmi ovunque, fra i giornalisti, in allenamento, in partita, fra gli arbitri, non riesce più a pilotare la sua squadra che ha perso totalment fiducia in lui. I suoi metodi di allenamento ed i suoi schemi non sono stati capiti, lui non ha fatto nulla per modellarli, per plasmarsi al gruppo e ad un campionato totalmente diverso da quello argentino. I tempi dei successi al Velez sembrano lontanissimi, a Roma il clima di contestazione è ormai fisso, il popolo romanista chiede a gran voce l’esonero del tecnico, ormai mal sopportato da tutti, ormai ridotto a caricatura dagli ironici tifosi giallorossi. Il 4-3 soffertissimo inflitto al Verona allo stadio Olimpico il 9 marzo 1997 è l’ultima vittoria del tecnico argentino sulla panchina della Roma, perchè a seguito del successo sui gialloblu arrivano le brucianti sconfitte contro Juventus e Cagliari, oltre allo scialbo 1-1 casalingo con il Bologna. E’ il ko di Cagliari a rendere inquieto Franco Sensi: “Non rilascio dichiarazioni – dice stizzito a fine gara quando è ancora sugli spalti dello stadio Sant’Elia il presidente romanista – non rilascio alcuna dichiarazione”. In molti si aspettano l’esonero di Bianchi, mentre lui in sala stampa si dice tranquillo: “Io non mollo – dice ad un giornalista – io penso che la Roma possa arrivare in Uefa, ci credo”. Non avrà tempo di provarci ancora, però, perchè la società lo licenzia il giorno dopo, il 7 aprile, riportando a Roma Nils Liedholm come direttore tecnico, affiancato in panchina da Ezio Sella.

La Roma terminerà il campionato ancora peggio ed il ruolino del duo Liedholm-Sella sarà inferiore a quello di Bianchi: i giallorossi chiuderanno al 12.mo posto, fuori dalle coppe europee e con soli 4 punti sulla zona retrocessione, mentre Carlos Bianchi aveva lasciato la squadra settima e in corsa per la qualificazione Uefa. Negli anni, il nome del tecnico argentino farà venire ancora il mal di stomaco al popolo romanista, tacciato come allenatore ridicolo, arrogante e non in grado di portare un’ottima squadra almeno a lottare per le prime posizioni del campionato. Il ritorno nella capitale di Bianchi avviene nell’agosto del 2001 quando la Roma organizza un’amichevole contro il Boca Juniors, allenato dall’ex di turno: cori e insulti per il tecnico, mal visto anche da Totti ( nel frattempo diventato capitano e simbolo della squadra) e dal presidente Sensi.

Eppure, la carriera di Carlos Bianchi non è terminata a Roma, anzi, ha vissuto tanta altra gloria in Argentina dove alla guida del Boca ha vinto altri 3 campionati, 4 Coppe Libertadores ed ancora l’Intercontinentale sempre contro il Milan nel 2003. Acclamato dall’Argentina intera come commissario tecnico della nazionale, un ruolo che Bianchi non ha mai voluto ricoprire, preferendo il lavoro quotidiano con i club, il tecnico sudamericano è un’icona nel suo paese, identificato come il Capello o il Trapattoni d’Argentina, tutto il contrario di quella sorta di macchietta comica ancora oggi ricordata a Roma. Nemo propheta in patria? Non per Carlos Bianchi, evidentemente.

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Vialli, Mancini e quella Sampdoria d’oro: viaggio in un calcio che non esiste più

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GAZZETTA.IT (Alessandro De Calò) – Per noi, cronisti attorno ai trent’anni, che scappavamo dalla Milano da bere guidando giù, tra le curve, verso il mare, quella Sampdoria era una specie di festa mobile. Si andava a Genova pregustando il sole di Bogliasco – e tutto quello che danzava attorno – per vigilie importanti, impegni di campionato, trasferte europee, e immaginazioni al potere tipo lo scudetto del 1991. Un titolo storico, quello, conquistato nell’Italia di allora, vera superpotenza mondiale del calcio: la Serie A metteva in campo tutti assieme, ogni domenica, i più pagati fuoriclasse del pianeta. C’era il Milan di Van Basten e Gullit, il Napoli di Maradona, l’Inter di Matthaeus e Brehme, la Juve di Baggio. Bastava scegliere, dove pescavi andava bene, comunque. Agli altri riservavamo avanzi, scarti e briciole. Nella Samp, Vialli e Mancini erano la punta di un iceberg. Talento e genio italiano, tecnica, forza e acrobazia. Uno dipingeva gioco, l’altro lo trasformava in gol. Due predestinati.

PAPÀ MANTOVANI E COLLANTE BOSKOV — Paolo Mantovani, ricchissimo presidente del club blucerchiato, una vita da broker marittimo, li aveva portati a Genova da baby, per farli crescere con calma, come figli e come campioni, nel segno di uno stile molto british: piccoli lord, con attenzione alla forma, alle scarpe lucidate, agli abiti cuciti bene, al profilo basso di chi non ama ostentare. In questa famiglia calcistica dominata dal potere assoluto del padre illuminato, il collante era Vujadin Boskov col suo imprinting di ex giocatore della Samp, l’esperienza da giramondo, e la sapienza di allenatore navigato, anche del Real Madrid, per dire. Giocava un calcio semplice e antico – con libero e marcatura a uomo – ma tremendamente efficace. Faceva il parafulmine dei giocatori e del presidente, recitando anche la parte del vecchio zio – se necessario – per attutire tensioni, proteggere l’ambiente, spiazzarti con un contropiede, sdrammatizzare. Empatia straordinaria. Sapeva mettere tutti a proprio agio. Con garbo, in modo spiritoso, quasi mai pesante. Un Nereo Rocco di fine secolo. Molte battute sono rimaste memorabili, qualcuna col tempo è diventata un tormentone. Tante conservano un nocciolo di verità. A me diverte sempre l’uscita fatta prima della finale di Coppa Coppe persa a Berna col Barcellona. “Chi è Cruijff? Grande campione ma cosa ha vinto da allenatore?” era sbottato davanti alle domande sui rivali e sull’uomo che stava cambiando la storia del calcio. La risposta aggressiva serviva a togliere la Samp dal suo involucro di provincia e trasmettere coraggio per giocarsela alla pari. Psicologia da campo, ma intanto dava un titolone alla stampa, toglieva un po’ d’attenzione al Milan che andava a vincere la Coppa Campioni e al Napoli di Diego trionfatore in Coppa Uefa.

TRA SFURIATE E SCHERZI — C’era poco o niente di casuale in quella Sampdoria, costruita pezzo dopo pezzo, come un mosaico, e tarata attorno ai due gioielli che col tempo hanno visto crescere la leadership, anche sul piano delle scelte tecniche. In porta c’era il giovane Pagliuca, al centro della difesa lo zar Vierchowod, a centrocampo i piedi buoni di Cerezo e Dossena, davanti la velocità esplosiva di Lombardo, detto Popeye, oppure la classe pesante dell’ucraino Mikhailichenko. Vialli e Mancini avevano bisogno di gente capace di fornire palloni decenti. Erano famose le sfuriate del Mancio con i compagni, colpevoli di non adeguarsi alle giocate che a lui riuscivano facili e agli altri proprio no. È una delle questioni che tocca ai geni. Ma poi tutto si scioglieva fuori dal campo, tra cene in pizzeria e ristoranti vista mare, con scherzi, allegria, beffe e burle. Oggi è impensabile immaginare un simile tipo di rapporto tra giocatori di quel livello in una squadra così forte. I successi, cominciati con le Coppe Italia e allargati all’Europa con la Coppa delle Coppe vinta a Goeteborg (doppietta di Luca ispirato dal Mancio), avevano cementato il gruppo. Poi il clima cambia.

IL TRICOLORE E LA FINE DI UN MONDO — Il primo grande disincanto di Vialli e Mancini coincide col Mondiale del ’90, in Italia. Notti magiche, aspettando i gol che arrivano con fatica. La Samp conta poco a quel livello, la spinta del momento apre la strada al tandem d’attacco juventino Baggio-Schillaci. La disillusione che segue la bocciatura azzurra è il motore della rivincita che porta dritto allo scudetto dell’anno dopo, primo e unico nella storia blucerchiata. Lo scudetto del sorriso, conquistato col dominio negli scontri diretti, a cominciare da Milan, Inter e Napoli. Dopo il titolo italiano la Coppa Campioni. Grande galoppata e, sul traguardo, la finale. Nel vecchio, leggendario Wembley, con quei pali piazzati tra la gente per reggere la copertura delle tribune, si consuma il dramma di Vialli e Mancini e il trionfo del Barça di Johan Cruijff. Senza quella coppa dalle grandi orecchie il ciclo del guru olandese non si sarebbe compiuto col Dream Team e forse oggi il calcio sarebbe diverso. Il tracciante su punizione di Koeman, nei supplementari, decreta con la sconfitta della Samp anche fine di un mondo. Vialli va alla Juve, Boskov alla Roma, comincia una lunga diaspora. Il distacco è doloroso, costa lacrime, come l’ingresso nella dimensione adulta. Uno si porterà un po’ di Samp nella Juve, l’altro nella Lazio e in altre tappe. “Non sarei mai stato Vialli senza Mancini” ha ammesso Luca tanto tempo fa. Anche Mancio sarebbe stato meno Mancini senza uno come Vialli, amico in campo e fuori. Nel momento più duro di Luca, per la lotta contro la malattia, i nostri due vecchi amici potrebbero tornare a lavorare assieme, in Nazionale. Bello. In fondo è a Coverciano che si erano conosciuti, in uno stage degli azzurri juniores, stagione 1979-80. La vita, certo, li ha cambiati. Ma non del tutto, non così tanto, poi.

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Como e quei meravigliosi anni ottanta chiamati serie A

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – C’era già stato in serie A il Como. Un’esperienza vissuta ad inizio degli anni cinquanta e poi a metà dei settanta, in mezzo un’altalena di sali e scendi fra serie B e serie C, lo stadio Sinigaglia (che affaccia sul lago) a vivere di illusioni e disillusioni, fino a quell’avventura lunga e ricca di soddisfazioni e che ha reso la formazione lariana come una delle regine della provincia calcistica italiana.

E’ un Como nuovo quello che affronta gli anni ottanta dopo quasi un decennio di umiliazioni con la caduta in serie C ed una lenta risalita. La promozione in serie A arriva nella tarda primavera del 1980, appena 365 giorni dopo il nuovo approdo in B; è festa grande sul Lario perchè la massima serie torna in una città che ama il calcio e non intende viverlo all’ombra delle due super potenze milanesi. L’allenatore della squadra è Giuseppe Marchioro, l’avvio del campionato 1980-81 sembra tremendo per il Como, opposto nelle prime tre giornate alle squadre più forti del torneo, ovvero Roma, Juventus ed Inter: gli azzurri perdono le prime due ma al terzo turno battono i nerazzurri grazie alla rete del compianto Adriano Lombardi. Sarà una stagione di studio e assaggio per il Como che arriverà 13.mo raggiungendo una salvezza non replicata l’anno successivo quando i lariani si piazzeranno all’ultimo posto della classifica con annessa retrocessione. Neanche il cambio di allenatore con Seghedoni al posto di Marchioro risolleverà una squadra debole e sfortunata, costretta al ritorno in serie B ma con la società convinta di riuscire a risalire in breve tempo.

Il purgatorio cadetto del Como dura due anni, in mezzo la delusione dello spareggio di Roma disputato con Catania e Cremonese e perso a vantaggio dei siciliani. Il secondo posto nella serie B 1983-84, invece, sancisce la nuova promozione dei lombardi, allenati da Tarcisio Burgnich, sostituito per la nuova avventura in A da Ottavio Bianchi, un allenatore in rampa di lancio che fa giocare bene la formazione azzurra, schieramento organizzato, squadra corta con due leader del centrocampo come Luca Fusi e Gianfranco Matteoli, oltre agli stranieri, lo svedese Corneliusson ed il tedesco Hansi Muller, uno che parlava l’italiano meglio di tanti nati e cresciuti nel bel paese. Il campionato 1984-85, vinto a sorpresa dal Verona, sarà ricco di soddisfazioni per i lombardi, imbattuti in casa e capaci di bloccare, oltre che i futuri campioni d’Italia sia all’andata che al ritorno, anche la Juventus, la Roma e di vincere a San Siro contro il Milan (2-0) in mezzo ad una tempesta di ghiaccio e neve, merito, dice la leggenda, dei tacchetti magici indossati dal Como, ma in realtà del gioco brillante e redditizio intavolato da Bianchi. I lariani chiudono undicesimi, salvezza raggiunta con tranquillità, qualche giovane interessante lanciato in serie A: il talentuoso interno Egidio Notaristefano o i ruvidi ma carismatici difensori Enrico Annoni e Pasquale Bruno.

Nell’estate del 1985 il presidente Benito Gattei chiama in panchina Roberto Clagluna e deve sopperire alla partenza del portiere Giuliano Giuliani e di Muller, al posto dei quali vengono ingaggiati Mario Paradisi e il brasiliano Dirceu, specialista dei calci piazzati e delle conclusioni da fuori area in generale. L’avvio è però stentato e nelle prime 7 giornate gli azzurri non vincono neanche una partita; la classifica si fa pericolante, Clagluna finisce nel mirino della critica e il primo successo in campionato contro l’Avellino all’ottavo turno rimanda solo di un paio di settimane l’esonero del tecnico, licenziato dopo il ko contro il Pisa, peraltro la squadra della sua città. La guida tecnica viene così affidata a Rino Marchesi che trova la chiave giusta per risollevare la squadra: il Como inizia a viaggiare ad andatura sostenuta, sotto i colpi dei lombardi cadono il neopromosso Lecce, l’Inter, la Sampdoria e i campioni d’Italia in carica del Verona. La classifica si fa più serena, ma soprattutto i comaschi vanno a gonfie vele in Coppa Italia dove ai quarti di finale fanno fuori ancora il Verona e si vedono catapultati in una storica quanto impensabile semifinale. Fra il Como e la finale c’è un ostacolo durissimo, quella Sampdoria giovane e talentuosa che sta costruendo il gruppo storico che conquisterà nel 1991 l’unico scudetto della storia blucerchiata.

Nella gara di andata a Genova, il Como strappa un positivo e convincente pareggio per 1-1 e nella sfida di ritorno un Sinigaglia stracolmo si appresta a trascinare i propri beniamini verso una clamorosa finale. E’ forse il punto più alto della storia comasca ed ogni appassionato vuole vivere quel momento con entusiasmo, verso un sogno che sarà spezzato solo per mano di un imbecille. Già, perchè quando la partita è ai supplementari il Como si porta in vantaggio 2-1 e vede la qualificazione ormai vicinissima, il pubblico euforico, le cancellate dello stadio che tremano per una gioia che di lì a poco esploderà festosa. Improvvisamente, però, un oggetto scelleratamente lanciato dagli spalti colpisce l’arbitro Redini di Pisa che crolla a terra e, una volta ristabilitosi, sospende la partita che verrà definitivamente interrotta e poi data vinta a tavolino per 2-0 alla Sampdoria. Per il Como la fine di un sogno, il riveglio più brusco e triste che potesse esserci, quella finale gettata via quando mancava ormai solo un soffio. La compagine di Marchesi, peraltro ormai diretto verso la panchina della Juventus, si consola col nono posto in campionato ed un’altra salvezza acciuffata in barba a chi considerava i lariani condannati già ad inizio stagione.

Per l’annata successiva, Gattei chiama in panchina Emiliano Mondonico, giovane tecnico che ha lavorato benissimo a Cremona e le cui squadre giocano un calcio semplice ma assai redditizio. L’avvio di campionato è a dir poco stupefacente: il Como nelle prime 11 giornate non perde mai, blocca la Roma all’Olimpico all’esordio, vince in casa della Sampdoria, ferma sul pari sia l’Inter che la Juventus, prima di perdere tre gare consecutive a dicembre contro Verona, Napoli e Milan. L’andamento della squadra azzurra resta però ottimo anche nel girone di ritorno quando la formazione di Mondonico vincerà a Firenze grazie alle reti del difensore Maccoppi e dell’ala Todesco, imporrà il pari al Napoli di Maradona e al primo Milan di Berlusconi, ottenendo un altro nono posto in classifica e la terza salvezza consecutiva, forse la più brillante dal ritorno in serie A. Il Como è ormai considerato una realtà consolidata del calcio italiano, una provinciale organizzata e consapevole delle proprie qualità e dei propri limiti, bravissima a non far mai il passo più lungo della gamba, fiore all’occhiello della serie A come l’Avellino che passerà dieci anni consecutivi in massima serie.

Benito Gattei lo ripete spesso: “Il segreto del Como? Spendere poco e bene”. Poi se la ride sotto i baffi, perchè in realtà quella frase rappresenta solamente la punta del progetto lariano, dietro cui c’è un immenso lavoro svolto da dirigenti che operano con fiuto calcistico, competenza e sagacia. Nell’estate del 1987, Mondonico va ad allenare l’Atalanta, mentre a Como viene chiamato Aldo Agroppi, il cui compito non è dei più semplici perchè ripetere i due noni posti precedenti sarà un’impresa; e in effetti il Como non parte benissimo e la prima vittoria arriva solamente alla sesta giornata il 25 ottobre 1987 quando al Sinigaglia cade l’Ascoli. In tutto il girone d’andata i lombardi vincono un’altra partita soltanto, 3-2 sull’Empoli, ed Agroppi viene esonerato per far posto al ritorno di Tarcisio Burgnich che parte male perdendo anche 5-0 a San Siro contro il super Milan di Arrigo Sacchi, ma si riprende bloccando sull’1-1 la Juventus nella prima giornata di ritorno. Nelle ultime giornate di campionato, il Como vince tre scontri diretti importantissimi contro Cesena, Pescara e Verona, prima di ottenere il punto decisivo per la salvezza nell’ultimo turno in casa contro il Milan che proprio quel giorno e grazie all’1-1 del Sinigaglia festeggia la matematica conquista dello scudetto.

Con maggior sofferenza rispetto agli anni passati, insomma, il Como si è garantito ancora una volta la permanenza in serie A, un risultato che per molti appare strabiliante considerando l’ambiente di una città che tutto è tranne che una metropoli e che anche calcisticamente non ha una storia eccelsa. Ma il lavoro della società, ormai è chiaro, paga molto più del blasone ed il Como è una delle realtà più stabili del calcio italiano, ben strutturata e capace di anno in anno di cedere i pezzi migliori del proprio organico e rimpiazzarli con elementi poco conosciuti che in breve riescono ad affermarsi garantendo così continuità di risultati in riva al lago. 12 campionati totali in serie A, 4 consecutivi e col quinto che la squadra lombarda si appresta ad iniziare ad ottobre del 1988 con il ritorno di Rino Marchesi in panchina dopo la sua deludente avventura alla Juventus. Il Como appare sin da subito più debole rispetto agli anni precedenti, la squadra è giovane, probabilmente troppo, in attacco c’è ancora lo svede Corneliusson, l’unico a tirare la carretta, perchè il prestito milanista Marco Simone è bravo ma ancora acerbo. Inoltre, l’allargamento della serie A da 16 a 18 squadre e le 4 retrocessioni in ballo rendono l’impresa ancora più improba.

L’avvio della squadra lombarda è terrificante: 0-3 in casa con la Juventus, 2-0 patito a Genova contro la Sampdoria. Due giornate, zero gol fatti e ben 5 incassati. Il successo contro il Bologna, il successivo pareggio di Roma con la Lazio e il 2-1 inflitto al Lecce al quinto turno rasserenano l’ambiente e lasciano pensare che la salvezza possa essere conseguita anche quell’anno. Invece il Como fa una fatica enorme a segnare e a vincere le partite, fallisce occasioni ghiotte perdendo scontri diretti determinanti come in casa del Torino o a Bologna dove i lariani cadono a causa di un’autorete di Albiero. Certe annate, si sa, nascono male e non c’è verso di raddrizzarle; neanche l’avvicendamento in panchina con Pereni al posto di Marchesi cambia le cose: le tre sconfitte di fila contro Ascoli, Roma e Fiorentina tagliano definitivamente le gambe agli azzurri, così come il ko di Pisa che rende del tutto ininfluente il successo casalingo contro l’Atalanta, l’ultimo di un campionato disgraziato che il Como chiude in ultima posizione con appena 22 punti racimolati, ponendo fine alla splendida cavalcata iniziata nel 1984 e durata per 5 anni consecutivi.

Il colpo sarà pesantissimo per i lariani che solamente un anno dopo la retrocessione in serie B ne collezionano un’altra che li relega in serie C, categoria nella quale trascorreranno tutti gli anni novanta, eccezion fatta per una fugace e sfortunata parentesi cadetta nella stagione 1994-95. L’assenza del Como dalla serie A durerà fino al campionato di serie B 2001-2002, vinto, stravinto dalla formazione lombarda che nella stagione 2002-2003 respirerà nuovamente l’aria del grande calcio, l’ultima in ordine di tempo ed apparizione, breve e neppure intensa con una retrocessione annunciata in pratica dall’inizio di un torneo che verrà presto dimenticato. Non come quei favolosi anni ottanta, vissuti e celebrati da protagonisti, quando Como era la capitale della provincia calcistica italiana.

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Roma, quel gol di Mihajlovic che appartiene alla storia

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ILMESSAGGERO.IT (Mimmo Ferretti) – Sinisa Mihajlovic, allenatore del Bologna che domani sera sarà di scena all’Olimpico contro la Roma, vanta un passato giallorosso che risale all’inizio degli Anni Novanta. Voluto a tutti i costi da Vujadin Boskov, il serbo arrivò nella Capitale nell’estate nel 1992 proveniente dalla Stella Rossa di Belgrado al termine di una trattativa che, per strascichi giudiziari legati al pagamento del cartellino del giocatore, si è protratta ben oltre il giorno del suo addio, nel 1994, per andare alla Sampdoria. Con la maglia della Roma, Mihajlovic ha disputato 69 partite, realizzando 7 reti. E una di queste vale la pena ricordarla perché, ancora oggi, regala al serbo un primato nella storia giallorossa.

Si tratta della rete che Sinisa realizzò in Coppa Italia il 26 agosto del 1992 contro il Taranto allo stadio Olimpico. Vittoria degli uomini di Boskov per 4-1, e Mihajlovic, all’esordio in una gara ufficiale con la maglia della Roma, su calcio di punizione firmò il vantaggio dopo appena 4 minuti di gioco. Ebbene, quel gol è il più veloce in assoluto segnato da un esordiente romanista.

Qualche anno fa, esattamente il 23 ottobre del 2011, l’esordiente Erik Lamela ha segnato il gol più veloce in campionato, dopo 7 minuti di Roma-Palermo 1-0, ma in assoluto la rete al Taranto dell’esordiente Mihajlovic resta sul gradino più alto del podio.

Nella storia della Roma vanno ricordati molti altri esordienti subito in gol. Come, ad esempio, Roberto Pruzzo, 27 agosto 1978 (Roma-Ascoli 2-1, Coppa Italia), il compianto Pedro Manfredini, 6 settembre 1959 (Roma-Cagliari 4-0, Coppa Italia) e, più recentemente, Stephan El Shaarawy, 30 gennaio 2016 (Roma-Frosinone 3-1, Serie A).
Da segnalare che il giovane Filippo Scardina, oggi al Fano, ha segnato dopo 8 minuti dal suo esordio in Europa League, 16 dicembre 2009 (Cska Sofia-Roma 0-3). Un gol indimenticabile, non solo per lui.

Ecco i 56 giocatori della Roma che hanno segnato all’esordio ufficiale

25/09/1927 – Luigi Ziroli – Divisione Nazionale, 1ª gior. di andata: Roma-Livorno 2-0

25/09/1927 – Cesare Augusto Fasanelli – Div. Naz, 1ª gior di andata: Roma-Livorno 2-0

15/07/1928 – Bruno Ricci – Coppa CONI, 12ª gior. del gir. elim.: Roma-Pro Patria 5-1

30/09/1928 – Fulvio Bernardini – Div. Naz., 1ª giornata di andata: Roma-Legnano 4-1

30/09/1928 – Rodolfo Volk – Div. Naz., 1ª giornata di andata: Roma-Legnano 4-1

13/10/1929 – Luigi Ossoinach – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Cremonese 9-0

18/09/1932 – Elvio Banchero – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Casale 2-0

08/10/1933 – Ernesto Tomasi – Serie A, 5ª giornata di andata: Roma-Casale 2-0

16/06/1935 – Renato Cattaneo – Coppa dell’Europa Cen, and. ott: Roma-Ferencvaros 3-1

29/09/1935 – Otello Subinaghi – Serie A, 2ª giornata di andata: Genoa-Roma 2-1

09/02/1936 – Dante Di Benedetti – Serie A, 3ª giornata di ritorno: Napoli-Roma 1-2

03/01/1937 – Gastone Prendato – Serie A, 14ª giornata di andata: Roma-Lucchese 3-0

12/09/1937 – Danilo Michelini –  Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Fiorentina 4-0

25/09/1938 – Luciano Alghisi – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Milan 1-0

17/09/1939 – Miguel Angel Pantò – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Bologna 2-0

17/09/1939 – Antonio Campilongo – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Bologna 2-0

27/10/1940 – Omero Carmellini – Serie A, 4ª giornata di andata: Roma-Venezia 5-2

19/09/1948 – Mario Tontodonati – Serie A, 1ª giornata di andata: Bologna-Roma 1-2

11/09/1949 – Giancarlo Bacci – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Pro Patria 2-0

11/09/1949 – Adriano Zecca – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Pro Patria 2-0

10/09/1950 – Luigi Ganassi – Serie A, 1ª giornata andata: Bologna-Roma 3-1

09/09/1951 – Carlo Galli – Serie B, 1ª giornata di andata Roma-Fanfulla 2-1

14/09/1952 – Helge Bronée – Serie A, 1ª giornata di andata: Triestina-Roma 2-3

13/09/1953 – Alcides Ghiggia – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Genoa 4-0

29/06/1954 – Istvan Nyers – Mitropa Cup, andata ottavi: Vojvodina-Roma 4-1

18/09/1955 – Dino Da Costa – Serie A, 1ª gior. di andata: Roma-Lane Rossi Vicenza 4-1

30/10/1955 – Adelmo Prenna – Serie A, 7ª giornata di andata: Roma-Juventus 1-1

16/09/1956 – Gunnar Nordahl – Serie A, 1ª giornata di andata: Genoa-Roma 1-1

06/09/1959 – Pedro Manfredini – Coppa Italia, primo turno: Roma-Cagliari 4-0

18/09/1960 – Francisco Ramon Lojacono – Coppa Italia, Sedicesimi: Napoli-Roma 1-2

01/11/1960 – Giampaolo Menichelli – Coppa delle Fiere, ottavi ritorno.: Roma-Union St.Gilloise 4-1

03/10/1962 – Cataldo Di Virgilio – Coppa Italia, sedicesimi: Roma-Catanzaro 3-1

04/11/1962 – John Charles – Serie A, 9ª giornata di andata: Roma-Bologna 3-1

24/09/1967 – Giuliano Taccola – Serie A, 1ª giornata di andata: Inter-Roma 1-1

06/09/1970 – Roberto Vieri – Coppa Italia, 2° turno girone eliminatorio: Roma-Lazio 2-0

11/09/1977 – Guido Ugolotti – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Torino 2-1

27/08/1978 – Roberto Pruzzo – C. Italia, 1° turno girone eliminatorio: Roma-Ascoli 2-1

18/08/1982 – Maurizio Iorio – Coppa Italia, 1° turno girone eliminatorio: Spal-Roma 0-1

14/04/1983 – Paolo Baldieri – Coppa Italia, ritorno Ottavi di finale: Roma-Avellino 5-3

21/08/1983 – Francesco Vincenzi – Coppa Italia, 1° turno gir. eliminaz: Rimini-Roma 1-3

25/08/1985 – Zbigniew Boniek – C. Italia, 2° turno gir eliminatorio: Roma-Catanzaro 4-1

21/08/1988 – Renato Portaluppi – C. Italia, 1° turno girone eliminatorio: Prato-Roma 1-3

26/08/1992 – Sinisa Mihajlovic – C. Italia, and. 2° turno eliminatorio: Roma-Taranto 4-1

26/08/1992 – Silvano Benedetti – C. Italia, and 2° turno eliminatorio: Roma-Taranto 4-1

27/08/1995 – Marco Branca – Serie A, 1ª giornata andata: Sampdoria-Roma 1-1

09/09/1998 – Gustavo Bartelt – Coppa Italia, sedicesimi andata Chievo Verona-Roma 2-2

14/09/2000 – Walter Samuel – Coppa Uefa, andata 1° turno: Nova Gorica-Roma 1-4

28/09/2000 – Gabriel Omar Batistuta – Coppa Uefa, ritorno 1° turno Roma-Nova Gorica 7-0

14/09/2003 – Christian Chivu – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Brescia 5-0

14/09/2003 – John Carew – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Brescia 5-0

28/08/2005 – Shabani Nonda – Serie A, 1ª giornata di andata: Reggina-Roma 0-3

16/12/2009 – Filippo Maria Scardina – Europa League, prima fase: Cska Sofia-Roma 0-3

23/10/2011 – Eric Lamela – Serie A, 8ª giornata di andata: Roma-Palermo 1-0

26/08/2012 – Nico Lopez – Serie A, 1ª giornata di andata: Roma-Catania 2-2

01/09/2013 – Adem Ljajic – Serie A, 2ª giornata di andata: Roma-Hellas Verona 3-0

30/01/2016 – Stephan El Shaarawy – Serie A, 3ª gior. di ritorno: Roma-Frosinone 3-1

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