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La Penna degli Altri

Amarcord: Carlos Bianchi ed un inaspettato fallimento italiano

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Provate a chiedere ancora oggi ai tifosi argentini chi vorrebbero sulla panchina della nazionale: probabilmente almeno uno su tre continuerà a rispondervi Carlos Bianchi, un’icona dalle parti di Buenos Aires, l’allenatore che negli anni novanta e duemila è stato il più popolare ed il più vincente in Sud America. Provate poi a chiedere cosa pensino a Roma di Carlos Bianchi e noterete che le risposte saranno totalmente diverse. Il perchè è nella storia della serie A 1996-97, una delle più buie pagine nella storia della Roma, certamente la più complicata per il tecnico argentino.

Carlos Bianchi è stato un ottimo centravanti fra gli anni settanta e ottanta, con tanti gol in Argentina dove gioca solamente con il Velez Sarsfield ed in Francia dove indossa le maglie di Paris Saint Germain, Stade Reims e Strasburgo. Classe 1949, Bianchi dopo il ritiro nel 1985 inizia a fare l’allenatore: resta in Francia ed allena lo Stade Reims, il Nizza ed il Paris FC fino al 1991 quando si prende due anni sabbatici che sembrano precludergli una carriera ad alti livelli in panchina, salvo poi ripresentarsi in patria, ancora al Velez Sarsfield nel 1993, ovvero la svolta della sua seconda vita. I tre anni che si spalancano davanti a Bianchi e ai tifosi del Velez sono i più brillanti nella storia del club sudamericano: il tecnico modella perfettamente la squadra, chiede ed ottiene acquisti mirati e funzionali al suo gioco, i calciatori corrono, lottano e soprattutto vincono. Fra il 1993 ed il 1996, infatti, il Velez conquista 3 titoli argentini, una Copa Interamericana, una Libertadores (la Coppa dei Campioni sudamericana) e soprattutto una Coppa Intercontinentale, vinta a Tokyo 2-0 contro il Milan degli invincibili di Fabio Capello, nella serata che apre gli occhi anche all’Europa sul valore di un allenatore che inizia ad avere estimatori un po’ ovunque.

E’ la primavera del 1996 quando in Italia la Roma sta certificando la separazione con il proprio allenatore Carlo Mazzone, col presidente Franco Sensi che ha la grande ambizione di portare Fabio Capello (in partenza dal Milan) sulla panchina giallorossa, ma che deve arrendersi alla volontà del tecnico friulano di accasarsi al Real Madrid. “Prendiamoci allora il Capello sudamericano”, suggerisce qualcuno al patron romanista che avvia immediatamente i contatti col Velez e con quel Carlos Bianchi che ritiene ormai concluso il suo percorso in Argentina e vuole confrontarsi con il calcio europeo; l’Italia, poi, all’epoca rappresenta il top mondiale, Roma è una piazza importante, in difficoltà da qualche anno, ma con una proprietà con risorse economiche ottime e l’ambizione di lottare con le milanesi, la Juventus e il Parma per vincere il campionato di serie A che ai giallorossi manca dal 1983. Trovare l’accordo fra la Roma e Carlos Bianchi non è difficile: le parti raggiungono l’intesa econonica, Bianchi chiede ed ottiene di essere seguito da uno dei suoi fedelissimi al Velez, il difensore Roberto Trotta, ritenuto uno dei migliori del Sud America, nonchè rigorista della squadra argentina. Carlos Bianchi sbarca a Roma ad inizio estate ’96, le premesse sono ottime, la tifoseria è in fibrillazione, le radio della capitale contattano giornalisti ed esperti argentini per conoscere qualcosa in più del nuovo allenatore e le risposte sono unanimi: la Roma ha preso il top.

Nelle griglie di partenza sui giornali, poi, la Roma è nel quartetto di testa assieme ai campioni d’Italia uscenti del Milan, alla Juventus e al Parma, meglio dell’Inter e dei cugini della Lazio. La rosa sembra ben assortita, in difesa il nuovo arrivo Trotta è pronto a confrontarsi col brasiliano Aldair, in attacco la coppia sudamericana Balbo-Fonseca ha come alternative lo svedese Dahlin, il centravanti Marco Delvecchio ed il giovane talento Francesco Totti, ventenne romano dotatissimo tecnicamente e pronto ad insidiare uno dei posti titolari della squadra. Ci sono davvero enormi aspettative attorno alla Roma e al suo allenatore, ritenuto capace, carismatico e vincente, nulla da invidiare ai tecnici della serie A. Si dice, però, che alcune annate del mondo dello sport quando nascono male poi finiscono peggio: ecco, alla Roma 1996-97 avrebbero potuto anche capirlo a fine agosto dopo il primo impegno ufficiale che fa risuonare qualche campanello d’allarme nelle orecchie del popolo giallorosso. E’ il 28 agosto, infatti, quando la prima Roma ufficiale  di Carlos Bianchi scende in campo a Cesena per il primo turno di Coppa Italia: si gioca allo stadio Manuzzi in gara unica, senza possibilità dunque di commettere errori; il Cesena, formazione di serie B, è una squadra costruita per lottare coi primi del campionato cadetto e che finirà invece clamorosamente in serie C. Quella sera di fine estate, però, la compagine romagnola si trasforma in uno squadrone, la Roma sembra messa malissimo in campo, Carlos Bianchi in panchina appare imbambolato e il Cesena colpisce tre volte con Hubner (che fa doppietta) e l’ex Massimo Agostini. Inutile il momentaneo pareggio di Fonseca su rigore, perchè la Roma esce clamorosamente dalla Coppa Italia al primo turno.

Roma è citta appassionata, calda ed ambiziosa, ma anche umorale: i tifosi e le radio si esaltano quando tutto va bene, ma si deprimono oltremodo quando le cose non funzionano. Il ko di Cesena scatena i processi su un allenatore che, in fondo, si è giocato solo il primo dei bonus a disposizione e lo dice anche nella conferenza stampa pre esordio in campionato: “E’ vero, la Coppa Italia è andata male – dice Bianchi con tono sicuro – ma c’è un intero campionato ed una Coppa Uefa tutti da giocare”. Ed in effetti l’avvio della serie A fa tornare il sereno in casa romanista: i giallorossi dopo due giornate si trovano in testa a punteggio pieno dopo le vittorie 3-1 contro il Piacenza e 2-0 a Vicenza. Anche il debutto in Coppa Uefa è ottimo, i giallorossi eliminano la Dinamo Mosca con 6 reti in due partite e si qualificano per i sedicesimi di finale; il ritrovato ottimismo cede un po’ dopo la sconfitta casalinga per 4-1 contro la Sampdoria e dopo il pareggio di Reggio Emilia contro la Reggiana ultima in classifica, ma il successivo 3-0 inflitto al Milan sabato 12 ottobre restituisce fiducia all’ambiente romanista: i campioni d’Italia in carica, guidati in panchina dall’altro sudamericano Tabarez, cadono sotto i colpi di Totti, Cappioli e Balbo, la Roma sembra davvero poter mettere al tappeto chiunque nel momento in cui riesce a far girare tutti i meccanismi. Bianchi appare tecnico duro al punto giusto coi suoi calciatori, è un po’ antipatico in conferenza stampa perchè dà sempre l’impressione di mettersi una spanna sopra ai cronisti, di non digerire le domande e di sentirsi accerchiato dai troppi giornalisti presenti a Trigoria.

Il 3-0 al Milan diventa quasi la pietra tombale sulla Roma di Carlos Bianchi, ovviamente solo se si riavvolge il nastro della stagione all’indietro. Ma dalla metà di ottobre del 1996 i giallorossi cadono in un vortice dal quale non si solleveranno più: la sconfitta per 2-1 in casa del Verona che regala ai veneti il primo successo in campionato è solamente un sinistro preludio a ciò che accadrà in Coppa Uefa contro i tedeschi del Karlsruhe: nella gara di andata in Germania, la formazione di casa stravince 3-0 annichilendo la Roma, mentre nel ritorno all’Olimpico la generosa prova dei giallorossi porta all’iniziale 2-0 firmato da Balbo, ma si ferma dopo la rete del Karlsruhe nel finale che spegne i sogni romanisti. Roma fuori al secondo turno e Coppa Uefa riposta nel cassetto come la Coppa Italia. Resta dunque solo il campionato per la compagine di Carlos Bianchi, ma è ormai chiaro che lo scudetto sia una chimera e che la formazione romanista possa solo limitare i danni salendo sul podio o conquistando comunque un onorevole piazzamento europeo. Roma-Juventus del 26 ottobre termina 1-1 e Delvecchio pareggia in zona Cesarini; potrebbe essere una piccola svolta, ma passa appena una settimana e i giallorossi perdono 3-2 a Bologna in una delle prove da dottor Jekyll e Mister Hyde che caratterizzeranno l’annata romanista. Dalla vittoria per 3-1 contro il Cagliari dell’ex Carlo Mazzone a quella per 1-0 contro il Napoli passa esattamente un mese, ma la Roma riesce a far peggio fra Natale e l’inizio di gennaio quando perde 3 delle ultime 4 partite del girone d’andata: 2-0 in casa contro l’Atalanta, 3-1 a San Siro contro l’Inter e 1-0 a Udine; il successo casalingo per 4-1 contro il pericolante Perugia non spegne l’anima di contestazione che ormai circonda Trigoria ed un allenatore che sembra aver perso completamente la bussola.

A gennaio la società fa la voce grossa: caccia sia Trotta, fortemente voluto da Bianchi e relegato immediatamente in panchina dopo appena 6 pessime apparizioni, che Dahlin, acquistando il laterale francese Vincent Candela dal Guingamp. Bianchi, poi, sembra pure intenzionato a privarsi di Francesco Totti, poco utilizzato nonostante il talento, e che il tecnico argentino manderebbe volentieri alla Sampdoria. Ad imporsi è ancora il club, scende in campo in prima persona Franco Sensi che si oppone alla cessione del gioiello di casa, capendo di essere di fronte ad un potenziale fuoriclasse e non volendosi inimicare ancor di più la tifoseria dopo aver ceduto in estate lo storico capitano Giannini, volato in Austria allo Sturm Graz. Il campionato della Roma continua ad essere altalenante e per certi versi sconcertante: i giallorossi alternano prestazioni da strabuzzare gli occhi come la vittoria 2-1 in casa della Sampdoria seconda in classifica, ad altre penose come il 2-2 subìto in rimonta dal fanalino di coda Reggiana. La zona Uefa si allontana, Carlos Bianchi ha perso il polso dello spogliatoio ed è sull’orlo di una crisi di nervi, polemizza coi giornalisti ad ogni occasione, è ormai inviso all’intera categoria, anche perchè quando gli vengono poste le domande inizia le sue risposte con un fastidioso: “Tu hai giocato a calcio?”, rivolto all’interlocutore. Alla risposta negativa del cronista di turno, l’allenatore volta lo sguardo e dice: “E allora non puoi parlare di calcio con me”. L’unico a tenergli testa è un giovanissimo Alberto Rimedio, oggi telecronista della Nazionale in Rai, che con alle spalle un passato da calciatore nel settore giovanile di Roma e Sampdoria, risponde al tecnico in maniera affermativa: “Sì, mister, io ho giocato a calcio, posso continuare la domanda?”, spiazzando così un Bianchi sempre più in difficoltà.

L’allenatore sudamericano vede fantasmi ovunque, fra i giornalisti, in allenamento, in partita, fra gli arbitri, non riesce più a pilotare la sua squadra che ha perso totalment fiducia in lui. I suoi metodi di allenamento ed i suoi schemi non sono stati capiti, lui non ha fatto nulla per modellarli, per plasmarsi al gruppo e ad un campionato totalmente diverso da quello argentino. I tempi dei successi al Velez sembrano lontanissimi, a Roma il clima di contestazione è ormai fisso, il popolo romanista chiede a gran voce l’esonero del tecnico, ormai mal sopportato da tutti, ormai ridotto a caricatura dagli ironici tifosi giallorossi. Il 4-3 soffertissimo inflitto al Verona allo stadio Olimpico il 9 marzo 1997 è l’ultima vittoria del tecnico argentino sulla panchina della Roma, perchè a seguito del successo sui gialloblu arrivano le brucianti sconfitte contro Juventus e Cagliari, oltre allo scialbo 1-1 casalingo con il Bologna. E’ il ko di Cagliari a rendere inquieto Franco Sensi: “Non rilascio dichiarazioni – dice stizzito a fine gara quando è ancora sugli spalti dello stadio Sant’Elia il presidente romanista – non rilascio alcuna dichiarazione”. In molti si aspettano l’esonero di Bianchi, mentre lui in sala stampa si dice tranquillo: “Io non mollo – dice ad un giornalista – io penso che la Roma possa arrivare in Uefa, ci credo”. Non avrà tempo di provarci ancora, però, perchè la società lo licenzia il giorno dopo, il 7 aprile, riportando a Roma Nils Liedholm come direttore tecnico, affiancato in panchina da Ezio Sella.

La Roma terminerà il campionato ancora peggio ed il ruolino del duo Liedholm-Sella sarà inferiore a quello di Bianchi: i giallorossi chiuderanno al 12.mo posto, fuori dalle coppe europee e con soli 4 punti sulla zona retrocessione, mentre Carlos Bianchi aveva lasciato la squadra settima e in corsa per la qualificazione Uefa. Negli anni, il nome del tecnico argentino farà venire ancora il mal di stomaco al popolo romanista, tacciato come allenatore ridicolo, arrogante e non in grado di portare un’ottima squadra almeno a lottare per le prime posizioni del campionato. Il ritorno nella capitale di Bianchi avviene nell’agosto del 2001 quando la Roma organizza un’amichevole contro il Boca Juniors, allenato dall’ex di turno: cori e insulti per il tecnico, mal visto anche da Totti ( nel frattempo diventato capitano e simbolo della squadra) e dal presidente Sensi.

Eppure, la carriera di Carlos Bianchi non è terminata a Roma, anzi, ha vissuto tanta altra gloria in Argentina dove alla guida del Boca ha vinto altri 3 campionati, 4 Coppe Libertadores ed ancora l’Intercontinentale sempre contro il Milan nel 2003. Acclamato dall’Argentina intera come commissario tecnico della nazionale, un ruolo che Bianchi non ha mai voluto ricoprire, preferendo il lavoro quotidiano con i club, il tecnico sudamericano è un’icona nel suo paese, identificato come il Capello o il Trapattoni d’Argentina, tutto il contrario di quella sorta di macchietta comica ancora oggi ricordata a Roma. Nemo propheta in patria? Non per Carlos Bianchi, evidentemente.

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Quel 18 giugno nel quale la Ternana scrisse la storia del calcio umbro

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CALCIOFERE.IT – Un articolo di Emanuele Lombardini per calciofere.it ci ricorda come il 18 giugno 1972 la Ternana, battendo il Novara per 3-1, conquistava per la prima volta nella sua storia la serie A.

La squadra di Corrado Viciani e del presidente Giorgio Taddei era “senza stelle, ma con giocatori capaci di vincere con la forza del gruppo”.

La Ternana è la prima squadra umbra a raggiungere la serie A, il Perugia dovrà attendere la stagione 1974/75. L’autore poi cita un articolo dell’epoca tratto da Tuttosport …“Ha vinto la Ternana, ha vinto Viciani il meraviglioso pubblico ternano. Quel pubblico che è stato vicinissimo alla squadra sin dall’inizio ed ha invaso gli stadi di tutta Italia per sostenere il proprio undici. Corrado Viciani, il tecnico che ha sempre tenuto i piedi in terra e che  è riuscito a caricare gli atleti al punto giusto, è stato di una compostezza esemplare. Al suo posto, qualcuno avrebbe potuto perdere la testa”.

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Il 17 giugno 1970 la partita del secolo, Italia-Germania 4-3

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ILVALOREITALIANO.IT (Carlo Saccomando) – Una partita universalmente nota come “la partita del secolo”… parliamo ovviamente di Italia – Germania 4-3 giocata esattamente 49 anni fa allo stadio Atzeca di Città del Messico. Un incontro valevole come semifinale mondiale del 1970, in Messico, davanti ad un pubblico di ben 102.444 spettatori e oltre 30 milioni di telespettatori. Insomma il primo mondiale davvero “live”. Perché è considerata la “partita del secolo“?  … si chiede Carlo Saccomando nell’articolo, splendido, pubblicato oggi da ilvaloreitaliano.it…

“Le componenti che hanno reso questo evento epico sono diverse e nello stesso tempo complicate da spiegare tutte. Sicuramente il risultato finale di 4-3, per la maniera nel quale è maturato, ha contributo in gran parte alla straordinarietà dell’accaduto. In più si consideri la rivalità calcistica, che aumenterà sempre di più negli anni a venire, oltre che a quella politica, figlia di rapporti diplomatici instaurati tra i due stati dalla loro nascita, nella seconda metà dell’Ottocento, sino all’alleanza durante la seconda guerra mondiale. Una collaborazione arenata prima della fine del conflitto mondiale e terminata amaramente, come i fatti di storia insegnano. È molto calzante una frase apparsa sul quotidiano Repubblica nel 2016, che dice così: ” “Loro, si dice, ci amano ma non ci stimano. Noi, si dice, li stimiamo ma non possiamo amarli.”

Nell’articolo si ripercorre il cammino delle due squadre sino alla storica sfida, avvenuta alla nostra mezzanotte “con 25 gradi di temperatura, un’umidità da tenerti incollata la maglietta al corpo come una seconda pelle e si giocava ad un’altitudine di circa 2.200 mt , tale da fiaccarti il respiro e renderti poco lucido se non sei abituato. Altri particolari che arricchiscono il significato di questo incontro”. 

Poi l’autore si concentra sulla descrizione della gara e racconta la fantastica girandola di emozione e di reti: prima Boninsegna, poi il pareggio di Schnellinger, lasciato incredibilmente da solo in pieno recupero al 93′. Quindi i supplementari, dove la Germania si porta in vantaggio, con gol di Gerd Müller. Dopo solo quattro minuti arriva il pareggio Burgnich e, un minuto prima del termine del primo supplementare, una straordinaria azione di Gigi Riva in contropiede regala ancora all’Italia il vantaggio. Al”inizio del secondo tempo supplementare la Germania Ovest trova con Seeler. Dopo neanche un minuto sigla il definitivo 4-3…. “Fu un’azione corale, la più bella della competizione per gli azzurri, a far scaturire il gol vittoria: palla rimessa in gioco dal centro campo, undici passaggi, nessun intervento dei tedeschi e conclusione di Gianni Rivera, che da centro area di piatto destro spiazzò Maier. La partita nonostante non venga ricordata negli annali tra le più spettacolari a livello di gioco, viene considerata ancora oggi tra le più emozionanti ed influenti nella storia del calcio professionistico. Non a caso i tifosi messicani per onorare l’avvenimento decisero di murare una lapide all’esterno dello Stadio Azteca per ricordare una partita che aveva esaltato il gusto latino-americano per lo spettacolo e la battaglia”.

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La triste storia del portiere Giuliani

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SPORTVITERBO.IT – Giuliano Giuliani era il solitario della compagnia, non solo per il ruolo che aveva in campo. Sulla Coppa Uefa del Napoli (17 maggio 1989) e sullo scudetto del 1990 ci sono anche i suoi guantoni. Ma pochi anni dopo oggi sono 20 da quel 14 novembre 1996 – “Giulio” è morto al reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. A 38 anni se l’è portato via una complicazione polmonare, dopo che aveva accompagnato a scuola la figlia Gessica. Giuliani aveva l’Aids- contagio forse verificatosi in Argentina – e il suo fisico era già minato dal 1994, quando si era ritirato sui colli bolognesi. Il calcio italiano lo ha rimosso ancora prima della sua morte, come sua unica vittima per il virus killer. Era un buonissimo portiere secondo l’allenatore Osvaldo Bagnoli, che lo aveva allenato al Verona per tre anni. Sia a Verona che a Napoli, Giuliani aveva rimpiazzato Garella, in una sorta di rincorsa che nella seconda metà degli anni 80 lo aveva consacrato come uno dei migliori, subito dopo la coppia Zenga-Tacconi. Aveva fatto la riserva dello juventino all’Olimpiade di Seul 1988, prima di finire alla corte di Maradona. Le sue idee sempre avanti: voleva creare un raggio laser per misurare la distanza della barriera, aveva un negozio di abbigliamento, disegnava le maglie con cui giocava e le commercializzava. Sul campo era tra i 4-5 migliori: non era uno showman che si atteggiava, ma era un portiere essenziale. Ha lasciato un bel ricordo tra i suoi compagni. I calcio lo ha dimenticato perché in quegli anni si scappava da quella malattia.

Giuliani era stato cresciuto dagli zii ad Arezzo e aveva iniziato per emulare Albertosi. Diplomato geometra, era esploso nel Como, frequentava la Milano da bere ed era sposato con Raffaella, modella e conduttrice tv.

Tutti si sono dimenticati di quel portiere morto da solo – nel novembre del 1996- nel reparto malattie infettive dell’ospedale Sant’Orsola di Bologna. Emarginato non solo da tutto il mondo del calcio, che aveva lasciato, ma anche dai suoi ex compagni e amici come ha denunciato la moglie. Un destino triste, come quello probabilmente di tante altre persone meno famose che negli anni 90 pagarono sulla loro pelle il dilagarsi di quella malattia sconosciuta. Giuliani a Napoli non fu una comparsa: vinse l’Uefa nell’89 e lo scudetto del 90. Si fece apprezzare per essere l’esatto opposto del suo predecessore Garella. Amato dai compagni anche per la sua sobrietà. Avrebbe pagato una sola notte di follia, l’unica in cui, disse, tradi la moglie. Insieme a tutta la squadra azzurra partecipò al matrimonio di Maradona. La moglie lo lasciò quando lui confessò di aver contratto la malattia, salvo riavvicinarsi a lui quando il male divenne sempre più invasivo.

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