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Amarcord: Carlos Bianchi ed un inaspettato fallimento italiano

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Provate a chiedere ancora oggi ai tifosi argentini chi vorrebbero sulla panchina della nazionale: probabilmente almeno uno su tre continuerà a rispondervi Carlos Bianchi, un’icona dalle parti di Buenos Aires, l’allenatore che negli anni novanta e duemila è stato il più popolare ed il più vincente in Sud America. Provate poi a chiedere cosa pensino a Roma di Carlos Bianchi e noterete che le risposte saranno totalmente diverse. Il perchè è nella storia della serie A 1996-97, una delle più buie pagine nella storia della Roma, certamente la più complicata per il tecnico argentino.

Carlos Bianchi è stato un ottimo centravanti fra gli anni settanta e ottanta, con tanti gol in Argentina dove gioca solamente con il Velez Sarsfield ed in Francia dove indossa le maglie di Paris Saint Germain, Stade Reims e Strasburgo. Classe 1949, Bianchi dopo il ritiro nel 1985 inizia a fare l’allenatore: resta in Francia ed allena lo Stade Reims, il Nizza ed il Paris FC fino al 1991 quando si prende due anni sabbatici che sembrano precludergli una carriera ad alti livelli in panchina, salvo poi ripresentarsi in patria, ancora al Velez Sarsfield nel 1993, ovvero la svolta della sua seconda vita. I tre anni che si spalancano davanti a Bianchi e ai tifosi del Velez sono i più brillanti nella storia del club sudamericano: il tecnico modella perfettamente la squadra, chiede ed ottiene acquisti mirati e funzionali al suo gioco, i calciatori corrono, lottano e soprattutto vincono. Fra il 1993 ed il 1996, infatti, il Velez conquista 3 titoli argentini, una Copa Interamericana, una Libertadores (la Coppa dei Campioni sudamericana) e soprattutto una Coppa Intercontinentale, vinta a Tokyo 2-0 contro il Milan degli invincibili di Fabio Capello, nella serata che apre gli occhi anche all’Europa sul valore di un allenatore che inizia ad avere estimatori un po’ ovunque.

E’ la primavera del 1996 quando in Italia la Roma sta certificando la separazione con il proprio allenatore Carlo Mazzone, col presidente Franco Sensi che ha la grande ambizione di portare Fabio Capello (in partenza dal Milan) sulla panchina giallorossa, ma che deve arrendersi alla volontà del tecnico friulano di accasarsi al Real Madrid. “Prendiamoci allora il Capello sudamericano”, suggerisce qualcuno al patron romanista che avvia immediatamente i contatti col Velez e con quel Carlos Bianchi che ritiene ormai concluso il suo percorso in Argentina e vuole confrontarsi con il calcio europeo; l’Italia, poi, all’epoca rappresenta il top mondiale, Roma è una piazza importante, in difficoltà da qualche anno, ma con una proprietà con risorse economiche ottime e l’ambizione di lottare con le milanesi, la Juventus e il Parma per vincere il campionato di serie A che ai giallorossi manca dal 1983. Trovare l’accordo fra la Roma e Carlos Bianchi non è difficile: le parti raggiungono l’intesa econonica, Bianchi chiede ed ottiene di essere seguito da uno dei suoi fedelissimi al Velez, il difensore Roberto Trotta, ritenuto uno dei migliori del Sud America, nonchè rigorista della squadra argentina. Carlos Bianchi sbarca a Roma ad inizio estate ’96, le premesse sono ottime, la tifoseria è in fibrillazione, le radio della capitale contattano giornalisti ed esperti argentini per conoscere qualcosa in più del nuovo allenatore e le risposte sono unanimi: la Roma ha preso il top.

Nelle griglie di partenza sui giornali, poi, la Roma è nel quartetto di testa assieme ai campioni d’Italia uscenti del Milan, alla Juventus e al Parma, meglio dell’Inter e dei cugini della Lazio. La rosa sembra ben assortita, in difesa il nuovo arrivo Trotta è pronto a confrontarsi col brasiliano Aldair, in attacco la coppia sudamericana Balbo-Fonseca ha come alternative lo svedese Dahlin, il centravanti Marco Delvecchio ed il giovane talento Francesco Totti, ventenne romano dotatissimo tecnicamente e pronto ad insidiare uno dei posti titolari della squadra. Ci sono davvero enormi aspettative attorno alla Roma e al suo allenatore, ritenuto capace, carismatico e vincente, nulla da invidiare ai tecnici della serie A. Si dice, però, che alcune annate del mondo dello sport quando nascono male poi finiscono peggio: ecco, alla Roma 1996-97 avrebbero potuto anche capirlo a fine agosto dopo il primo impegno ufficiale che fa risuonare qualche campanello d’allarme nelle orecchie del popolo giallorosso. E’ il 28 agosto, infatti, quando la prima Roma ufficiale  di Carlos Bianchi scende in campo a Cesena per il primo turno di Coppa Italia: si gioca allo stadio Manuzzi in gara unica, senza possibilità dunque di commettere errori; il Cesena, formazione di serie B, è una squadra costruita per lottare coi primi del campionato cadetto e che finirà invece clamorosamente in serie C. Quella sera di fine estate, però, la compagine romagnola si trasforma in uno squadrone, la Roma sembra messa malissimo in campo, Carlos Bianchi in panchina appare imbambolato e il Cesena colpisce tre volte con Hubner (che fa doppietta) e l’ex Massimo Agostini. Inutile il momentaneo pareggio di Fonseca su rigore, perchè la Roma esce clamorosamente dalla Coppa Italia al primo turno.

Roma è citta appassionata, calda ed ambiziosa, ma anche umorale: i tifosi e le radio si esaltano quando tutto va bene, ma si deprimono oltremodo quando le cose non funzionano. Il ko di Cesena scatena i processi su un allenatore che, in fondo, si è giocato solo il primo dei bonus a disposizione e lo dice anche nella conferenza stampa pre esordio in campionato: “E’ vero, la Coppa Italia è andata male – dice Bianchi con tono sicuro – ma c’è un intero campionato ed una Coppa Uefa tutti da giocare”. Ed in effetti l’avvio della serie A fa tornare il sereno in casa romanista: i giallorossi dopo due giornate si trovano in testa a punteggio pieno dopo le vittorie 3-1 contro il Piacenza e 2-0 a Vicenza. Anche il debutto in Coppa Uefa è ottimo, i giallorossi eliminano la Dinamo Mosca con 6 reti in due partite e si qualificano per i sedicesimi di finale; il ritrovato ottimismo cede un po’ dopo la sconfitta casalinga per 4-1 contro la Sampdoria e dopo il pareggio di Reggio Emilia contro la Reggiana ultima in classifica, ma il successivo 3-0 inflitto al Milan sabato 12 ottobre restituisce fiducia all’ambiente romanista: i campioni d’Italia in carica, guidati in panchina dall’altro sudamericano Tabarez, cadono sotto i colpi di Totti, Cappioli e Balbo, la Roma sembra davvero poter mettere al tappeto chiunque nel momento in cui riesce a far girare tutti i meccanismi. Bianchi appare tecnico duro al punto giusto coi suoi calciatori, è un po’ antipatico in conferenza stampa perchè dà sempre l’impressione di mettersi una spanna sopra ai cronisti, di non digerire le domande e di sentirsi accerchiato dai troppi giornalisti presenti a Trigoria.

Il 3-0 al Milan diventa quasi la pietra tombale sulla Roma di Carlos Bianchi, ovviamente solo se si riavvolge il nastro della stagione all’indietro. Ma dalla metà di ottobre del 1996 i giallorossi cadono in un vortice dal quale non si solleveranno più: la sconfitta per 2-1 in casa del Verona che regala ai veneti il primo successo in campionato è solamente un sinistro preludio a ciò che accadrà in Coppa Uefa contro i tedeschi del Karlsruhe: nella gara di andata in Germania, la formazione di casa stravince 3-0 annichilendo la Roma, mentre nel ritorno all’Olimpico la generosa prova dei giallorossi porta all’iniziale 2-0 firmato da Balbo, ma si ferma dopo la rete del Karlsruhe nel finale che spegne i sogni romanisti. Roma fuori al secondo turno e Coppa Uefa riposta nel cassetto come la Coppa Italia. Resta dunque solo il campionato per la compagine di Carlos Bianchi, ma è ormai chiaro che lo scudetto sia una chimera e che la formazione romanista possa solo limitare i danni salendo sul podio o conquistando comunque un onorevole piazzamento europeo. Roma-Juventus del 26 ottobre termina 1-1 e Delvecchio pareggia in zona Cesarini; potrebbe essere una piccola svolta, ma passa appena una settimana e i giallorossi perdono 3-2 a Bologna in una delle prove da dottor Jekyll e Mister Hyde che caratterizzeranno l’annata romanista. Dalla vittoria per 3-1 contro il Cagliari dell’ex Carlo Mazzone a quella per 1-0 contro il Napoli passa esattamente un mese, ma la Roma riesce a far peggio fra Natale e l’inizio di gennaio quando perde 3 delle ultime 4 partite del girone d’andata: 2-0 in casa contro l’Atalanta, 3-1 a San Siro contro l’Inter e 1-0 a Udine; il successo casalingo per 4-1 contro il pericolante Perugia non spegne l’anima di contestazione che ormai circonda Trigoria ed un allenatore che sembra aver perso completamente la bussola.

A gennaio la società fa la voce grossa: caccia sia Trotta, fortemente voluto da Bianchi e relegato immediatamente in panchina dopo appena 6 pessime apparizioni, che Dahlin, acquistando il laterale francese Vincent Candela dal Guingamp. Bianchi, poi, sembra pure intenzionato a privarsi di Francesco Totti, poco utilizzato nonostante il talento, e che il tecnico argentino manderebbe volentieri alla Sampdoria. Ad imporsi è ancora il club, scende in campo in prima persona Franco Sensi che si oppone alla cessione del gioiello di casa, capendo di essere di fronte ad un potenziale fuoriclasse e non volendosi inimicare ancor di più la tifoseria dopo aver ceduto in estate lo storico capitano Giannini, volato in Austria allo Sturm Graz. Il campionato della Roma continua ad essere altalenante e per certi versi sconcertante: i giallorossi alternano prestazioni da strabuzzare gli occhi come la vittoria 2-1 in casa della Sampdoria seconda in classifica, ad altre penose come il 2-2 subìto in rimonta dal fanalino di coda Reggiana. La zona Uefa si allontana, Carlos Bianchi ha perso il polso dello spogliatoio ed è sull’orlo di una crisi di nervi, polemizza coi giornalisti ad ogni occasione, è ormai inviso all’intera categoria, anche perchè quando gli vengono poste le domande inizia le sue risposte con un fastidioso: “Tu hai giocato a calcio?”, rivolto all’interlocutore. Alla risposta negativa del cronista di turno, l’allenatore volta lo sguardo e dice: “E allora non puoi parlare di calcio con me”. L’unico a tenergli testa è un giovanissimo Alberto Rimedio, oggi telecronista della Nazionale in Rai, che con alle spalle un passato da calciatore nel settore giovanile di Roma e Sampdoria, risponde al tecnico in maniera affermativa: “Sì, mister, io ho giocato a calcio, posso continuare la domanda?”, spiazzando così un Bianchi sempre più in difficoltà.

L’allenatore sudamericano vede fantasmi ovunque, fra i giornalisti, in allenamento, in partita, fra gli arbitri, non riesce più a pilotare la sua squadra che ha perso totalment fiducia in lui. I suoi metodi di allenamento ed i suoi schemi non sono stati capiti, lui non ha fatto nulla per modellarli, per plasmarsi al gruppo e ad un campionato totalmente diverso da quello argentino. I tempi dei successi al Velez sembrano lontanissimi, a Roma il clima di contestazione è ormai fisso, il popolo romanista chiede a gran voce l’esonero del tecnico, ormai mal sopportato da tutti, ormai ridotto a caricatura dagli ironici tifosi giallorossi. Il 4-3 soffertissimo inflitto al Verona allo stadio Olimpico il 9 marzo 1997 è l’ultima vittoria del tecnico argentino sulla panchina della Roma, perchè a seguito del successo sui gialloblu arrivano le brucianti sconfitte contro Juventus e Cagliari, oltre allo scialbo 1-1 casalingo con il Bologna. E’ il ko di Cagliari a rendere inquieto Franco Sensi: “Non rilascio dichiarazioni – dice stizzito a fine gara quando è ancora sugli spalti dello stadio Sant’Elia il presidente romanista – non rilascio alcuna dichiarazione”. In molti si aspettano l’esonero di Bianchi, mentre lui in sala stampa si dice tranquillo: “Io non mollo – dice ad un giornalista – io penso che la Roma possa arrivare in Uefa, ci credo”. Non avrà tempo di provarci ancora, però, perchè la società lo licenzia il giorno dopo, il 7 aprile, riportando a Roma Nils Liedholm come direttore tecnico, affiancato in panchina da Ezio Sella.

La Roma terminerà il campionato ancora peggio ed il ruolino del duo Liedholm-Sella sarà inferiore a quello di Bianchi: i giallorossi chiuderanno al 12.mo posto, fuori dalle coppe europee e con soli 4 punti sulla zona retrocessione, mentre Carlos Bianchi aveva lasciato la squadra settima e in corsa per la qualificazione Uefa. Negli anni, il nome del tecnico argentino farà venire ancora il mal di stomaco al popolo romanista, tacciato come allenatore ridicolo, arrogante e non in grado di portare un’ottima squadra almeno a lottare per le prime posizioni del campionato. Il ritorno nella capitale di Bianchi avviene nell’agosto del 2001 quando la Roma organizza un’amichevole contro il Boca Juniors, allenato dall’ex di turno: cori e insulti per il tecnico, mal visto anche da Totti ( nel frattempo diventato capitano e simbolo della squadra) e dal presidente Sensi.

Eppure, la carriera di Carlos Bianchi non è terminata a Roma, anzi, ha vissuto tanta altra gloria in Argentina dove alla guida del Boca ha vinto altri 3 campionati, 4 Coppe Libertadores ed ancora l’Intercontinentale sempre contro il Milan nel 2003. Acclamato dall’Argentina intera come commissario tecnico della nazionale, un ruolo che Bianchi non ha mai voluto ricoprire, preferendo il lavoro quotidiano con i club, il tecnico sudamericano è un’icona nel suo paese, identificato come il Capello o il Trapattoni d’Argentina, tutto il contrario di quella sorta di macchietta comica ancora oggi ricordata a Roma. Nemo propheta in patria? Non per Carlos Bianchi, evidentemente.

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19 ottobre 1921, nasce Gunnar Nordahl

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Il 19 Ottobre 1921 nasce a Hornefors in Svezia, Gunnar Nordahl, centravanti del Milan degli anni ’50, unico giocatore nella storia della serie A capace di vincere per 5 volte, e sempre con la maglia del Milan, la classifica dei marcatori.

Arriva in Italia quasi ventottenne: quel 22 gennaio del ’49 ad aspettarlo alla stazione di Milano ci sono 3 mila tifosi rossoneri, lo portano in trionfo sulle spalle, nell’agitazione in quattro finiscono all’ospedale.

La fama dell’asso nato oltre il circolo polare artico, dove la temperatura è sempre sotto zero, è alle stelle. Nella nazionale svedese ha già segnato 43 gol in 33 partite, in campionato si è laureato per 4 volte capocannoniere, ha vinto 4 scudetti e una Coppa di Svezia. Quello che colpisce è la stazza fisica: un metro e 80 per 95 kg e 105 cm di torace.

Campione con la Svezia ai Giochi Olimpici del ’48, destinato alla Juventus, finisce al Milan per un caso. Il club bianconero, all’ultimo, gli preferisce Ploeger, soffiandolo ai rossoneri, e l’avvocato Agnelli per calmare le acque rinuncia all’opzione su di lui. Per il Milan, il ripiego si trasforma in un affare colossale. Nel finale di stagione 1948-49 Nordahl va a segno per 16 volte in 15 gare. È l’antipasto ai 210 gol (in 257 gare) che farà in 8 stagioni con la casacca rossonera. Nella sua bacheca 2 scudetti, 5 titoli di goleador e due Coppe Latine.

Attaccante di rara forza fisica, ama partire da lontano ma lanciato è inarrestabile, una furia che travolge ogni ostacolo. La sua forza atletica fa da contraltare al carattere mite, allegro e generoso, alla correttezza esemplare in campo. L’ultima fase della carriera è legata alla Roma: a 36 anni è difficile pronosticarli grandi imprese, invece realizza 14 gol in 34 partite prima di abbandonare. E così porta il totale a 225 reti in 281 gare (cui si aggiungono le 228 realizzate in Svezia).

Nella storia della Serie A solo due giocatori sono riusciti a segnare più reti: il primo in assoluto è Silvio Piola con 274 reti e il secondo è Francesco Totti con 232. Ma nessuno ha avuto la media reti dello svedese (0,77 reti a partita).

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Le maglie, bagnate, di sangue di sudore…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Una foto in bianco e nero, d’altri tempi, che riporta alla mente un altro calcio giocato da uomini che lottavano con il coltello tra i denti in stadi stracolmi di gente e d’entusiasmo: un calcio di maglie bagnate di sangue e di sudore, realmente, non solo nelle parole del testo di“non mollare mai”. Questa è la foto scattata alla fine di un Lazio-Fiorentina del 19 ottobre del 1969: il giorno della prima doppietta di Giorgio Chinaglia in Serie A, la domenica in cui una Lazietta appena tornata tra le grandi del calcio italiano, trascinata da un gigante italiano cresciuto in Galles, si permette il lusso di battere per 5-1 una Fiorentina che gioca con lo scudetto sul petto. Quel gigante si chiama Giorgio Chinaglia, ed è stato scoperto da Juan Carlos Lorenzo, un personaggio che sembra uscito da una di quelle commedie all’italiana degli anni Sessanta: istrionico, pittoresco, ma soprattutto un po’ folle. Quella foto con i giocatori della Lazio schierati a centrocampo a fine partita per immortalare l’epica impresa, con le maglie fradice di sudore che le fanno sembrare più blu che celesti scure (con un elegantissimo colletto bianco molto british…), diventa la figurina d’apertura della pagina della Lazio dell’album di figurine dei Calciatori della Panini del 1969.

Per Giorgio Chinaglia, reduce da un gol segnato al Milan Campione d’Europa (il suo primo in Serie A), quella è la domenica della definitiva consacrazione. Ma l’avvio di Long John nella Lazio è stato tutt’altro che rose e fiori. Anzi. I tifosi, già scottati da recenti “bufale”, quando lo vedono in campo per la prima volta si guardano perplessi: è sgraziato, è grasso e anche dal punto di vista tecnico lascia molto a desiderare. Ma Juan Carlos Lorenzo, nonostante il giudizio lapidario sul giovane Chinaglia del suo connazionale Omar Sívori (“Chinaglia? Non è un giocatore da Serie A. Mi sembra un elefante chiuso a chiave in un negozio di ceramiche”) è convinto di avere tra le mani un diamante grezzo che deve solo essere lavorato per diventare una pietra di inestimabile valore.

Il feeling tra Giorgione e Lorenzo scatta al primo incontro. Me lo racconta Giorgio in una delle tante serate passate insieme e in cui, tra un bicchiere e l’altro di Chivas Regal, lui ama aprire lo scrigno dei ricordi. E l’episodio risale a quando Chinaglia gioca ancora nell’Internapoli e, anche se ha il passaporto britannico, essendo italiano a tutti gli effetti Giorgio deve andare a fare il militare. Car a Bologna, poi Roma, compagnia atleti, perché è stato convocato nella nazionale di Serie C. A Roma Giorgio si mette subito nei guai. Rientra tardi in caserma dopo esser stato a cena fuori e, per giunta, senza il permesso per uscire. Discute con un superiore, lo spintona e finisce al carcere militare. Quindici giorni in cella di rigore. In quei giorni, grazie a qualche buona amicizia, Juan Carlos Lorenzo riesce a entrare in carcere e a parlare con Chinaglia. Giorgio è una sorta di bue: grande, grosso, ma anche grasso. E in cella di rigore, si mangia poco. Quindi, quando Lorenzo si presenta gli dice: “Prima di parlare di qualsiasi cosa, mi faccia avere un pollo arrosto con patate al forno. Ho una fame che non ci vedo”. Lorenzo esaudisce il desiderio e, con quel gesto, si conquista per sempre la stima e l’affetto di quel gigante scontroso ma onesto e riconoscente.

In quell’estate storica del 1969, in cui tutta l’attenzione del mondo è rivolta alla missione Apollo con destinazione la Luna, la Lazio si raduna a Tor di Quinto il 25 luglio 1969, ovvero cinque giorni dopo lo sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Edwin Aldrin. Tifosi e giornalisti vedono quel gigante il primo giorno, poi Chinaglia sparisce. Lorenzo ha deciso di prepararlo a modo suo: 8-10 ore al giorno di lavoro in una palestra dalle parti di Via Barberini e cura dimagrante. In combutta con il dottor Ziaco, Lorenzo toglie a Chinaglia anche le chiavi dell’ascensore di casa, quindi Giorgio deve fare dieci piani a piedi ogni volta che entra o esce dal suo appartamento. Di pallone, poco o niente. Un tempo nell’amichevole del 24 agosto con la Fiorentina, tribuna il 7 settembre in un derby di Coppa Italia passato alla storia. Con la Roma in vantaggio 1-0, allo stadio va via la luce all’improvviso e Concetto Lo Bello sospende la partita, assegnando di fatto il 2-0 a tavolino ai giallorossi. E qualcuno sostiene che sia stato Juan Carlos Lorenzo stesso a staccare l’interruttore.

In molti a Roma pensano che Chinaglia sia solo l’ennesimo bidone sbarcato nel mondo Lazio, tra l’altro pagato a peso d’oro, un po’ come Tomy, ma Juan Carlos Lorenzo ripete: “Tranquilli, Chinaglia è un fenomeno, garantisco io”. E ha ragione. Lo utilizza a Perugia in Coppa Italia, ma capisce che non è pronto e lo sostituisce con Morrone, poi nelle partite successive gli preferisce Ghio e Fortunato. La Lazio è una squadra giovane e, insieme a Chinaglia e Wilson, Lorenzo fa debuttare anche Papadopulo, Polentes, Oddi e Massa. L’esordio in Serie A di Long John, arriva il 21 settembre del 1969, nella sfortunata trasferta di Bologna. La domenica successiva, Juan Carlos Lorenzo lo promuove titolare e Giorgio Chinaglia lo ripaga segnando il suo primo gol in serie A: un gol storico, perché consente alla Lazio di mettere ko il Milan neo Campione d’Europa, davanti a 65.000 spettatori. Sono 65.000, anche se con enfasi tipica dell’epoca Enrico Ameri nella sua radiocronaca parla di 90.000 spettatori.

[…]

Giorgio è al settimo cielo, diventa subito personaggio e finisce in prima pagina sui giornali sportivi ma anche sui settimanali, con il soprannome di Long John. Questo è un passaggio della sua intervista a «L’Intrepido», che gli dedica la copertina: “Sono stato fortunato, infatti ho trovato una squadra giovane, decisa al rilancio. L’allenatore Lorenzo ha puntato tutto sulla velocità, sullo scatto. Io credo che oggi, a essere in crisi, siano gli squadroni di una volta. Ora vanno le squadre veloci, ubriacanti come Fiorentina e Cagliari e, modestamente, anche Lazio e Roma. Le squadre che partono in quarta con motore su di giri. Noi cerchiamo di farlo. In questa stagione, contro il Bologna, nella prima partita abbiamo perso, ma ci siamo subito rifatti la settimana successiva superando il Milan. Io ho segnato a Cudicini la rete del miracolo. Fu un terremoto”.

[…]

Ma torniamo a quella foto, a quel 19 ottobre del 1969. Quella domenica c’è il sole e fa caldo all’Olimpico, un caldo terribile reso ancora più infernale dalla calca che c’è sugli spalti. La vittoria con il Milan e poi quella successiva, hanno scacciato i fantasmi di una crisi dopo gli scivoloni in trasferta contro Bologna e Cagliari: anche se quel Cagliari non è una provinciale qualsiasi, ma una squadra destinata a conquistare alla fine di quella stagione uno scudetto storico, trascinata da Gigi Riva. Quella domenica, come sempre, arrivo presto all’Olimpico, perché ho solo 7 anni e con il mio abbonamento da Aquilotto ho diritto all’ingresso in Tribuna Tevere ma non ho diritto al posto a sedere su quelle panche numerate. Quindi, devo trovare un posto sulle scale, su quei gradini di marmo bianco che in quella domenica brillano alla luce del sole. La partita inizia alle 14.30, ma armato di santa pazienza e di una preziosa busta preparata con cura da mia madre con dentro i panini, entro in Tevere Numerata all’apertura dei cancelli, alle 10 di mattina: sì, 4 ore e mezza prima dell’inizio della partita. Come passavamo il tempo in quelle ore? Leggendo Topolino, ascoltando le canzoni della Hit Parade diffuse dagli altoparlanti dello stadio e aspettando con pazienza l’ingresso delle squadre per salutare i tifosi e controllare il campo. Era un vero e proprio rito quello e dal momento in cui i giocatori, vestiti in borghese (non c’erano le divise sociali e quasi nessuno arrivava allo stadio in tuta…) uscivano da quel tunnel incastrato tra la Curva Sud e la Tribuna Monte Mario, iniziava il vero conto alla rovescia. E in occasione delle partite di cartello, a quel punto, a quasi un’ora e mezza dal fischio iniziale, lo stadio era già pieno, stracolmo.

Quel Lazio-Fiorentina inizia male, malissimo. Dopo appena 3 minuti segna Chiarugi, uno dei giocatori che calcisticamente parlando ho odiato di più insieme a Oscar “flipper” Damiani: perché ci segnava sempre, perché era uno di quelli che cercavano sempre il calcio di rigore, che simulavano spesso e volentieri e per ingannare l’arbitro (all’epoca, gli scarpini erano tutti neri e per il direttore di gara era difficile distinguere il piede di chi toccava quello di un altro giocatore) arrivavano a simulare, toccandosi con la punta dello scarpino in tacco dell’altro piede per poi franare a terra appena entrati in area se un difensore osava avvicinarsi o tentare l’intervento. Anche quella domenica, Chiarugi ci punisce, dopo appena 3 minuti, al primo tiro in porta. Sembra l’inizio di una goleada da parte dei Campioni d’Italia, invece quel gol è la scossa che serve alla Lazio per liberarsi da pensieri e paure, ed in dieci minuti si passa dalla depressione all’incredulità, all’esaltazione: al 17’ arriva il gol di Nello Governato, detto “il professore”, poi il gol del sorpasso firmato da Cucchi e al 27’ il primo dei 2 gol di Giorgio Chinaglia, quello che di fatto chiude la partita. Poi, nella ripresa arrivano il 4-1 di Morrone in contropiede e il definitivo 5-1 segnato da Chinaglia sotto la Nord con una sorta di pallonetto che beffa Superchi.

[…]

Chinaglia si specializza nel raccogliere “scalpi” importanti, visto che dopo il gol al Milan e la doppietta in quella domenica in cui la Lazio umilia la Fiorentina Campione d’Italia in carica, Long John segna anche all’Inter e alla Juventus, piegate come il Milan tra le mura amiche dell’Olimpico. Alla fine della sua prima stagione, Chinaglia firma 12 reti e guida la Lazio neo promossa verso un inaspettato ottavo posto in classifica e alla qualificazione per la Coppa delle Fiere. I gol di Giorgio non sono passati inosservati, al punto che il ct azzurro Ferruccio Valcareggi lo inserisce nella lista dei 40 papabili per partecipare ai Mondiali di Messico ’70. Ma nella lista dei 22 che partono per quell’avventura, il nome di Chinaglia non c’è, lui resta a casa. L’appuntamento con l’azzurro e con i Mondiali è rinviato. Anche se quello tra Giorgio e la maglia azzurra è un rapporto difficile, conflittuale. Forse perché lui, da ex emigrante, tiene troppo alla Nazionale. “Io sono italiano. Anzi sono doppiamente italiano perché ho vissuto all’estero”. Ma questa, è un’altra storia…

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“Berni”, una vita da partigiano

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CORRIERE TORINO (Mauro Berruto) – Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia, come quei pugni guantati di nero alzati da Tommie Smith e John Carlos sul podio dei 200 metri ai Giochi Olimpici di Città del Messico, proprio cinquanta anni fa. Ci sono gesti che passano alla storia proprio perché non si compiono. Bruno Neri era un calciatore, classe 1910. Un po’ atipico, in verità. Raffinato intellettuale, frequentatore di teatri, musei, pinacoteche e accanito lettore, faceva anche correre bene il pallone, lui mediano cresciuto alla scuola dell’allenatore ungherese Béla Belassa. Raccontano le cronache del tempo, in occasione della sua convocazione in Nazionale: «Neri imposta magnificamente l’azione per Meazza, Ferrari, Piola». Anni duri, quegli anni ’30. Da una parte lo sport, il calcio in particolare, con gli azzurri che diventano Campioni del Mondo nel 1934 e nel 1938, dall’altra la depressione economica, crisi, malcontento. E quando un Paese si ammala di rabbia, c’è sempre qualche forma parassita di propaganda pronta a nutrirsi del dolore della gente. In quel caso la propaganda assume i connotati del fascismo che non è più alle porte, è già nella testa di tutti. O quasi. Bruno Neri, per esempio, nella testa ha altro. Non pensa solo al calcio. Neri gioca, sì, ma parla, ascolta, legge, osserva. Pensa. Nel novembre del 1936 viene convocato con la Nazionale per una partita contro la Germania, a Berlino. Tre mesi prima all’Olympiastadion, ci sono stati i Giochi Olimpici, quelli che il Fuhrer inizialmente non voleva, ma che aveva poi trasformato in un gigantesco show, affidandone il racconto alla regista Leni Riefenstahl. Bruno Neri è in panchina, ha più tempo per pensare. Intuisce, capisce, registra. L’anno dopo viene acquistato dal Torino. Alloggia in città al «Dogana Vecchia» in Via Corte d’Appello, frequenta artisti e intellettuali. Sostiene esami universitari a Napoli dove è iscritto alla facoltà di Lingue Orientali. Nel Torino gioca fino al 1940, poi torna, trentenne, nella sua Faenza e con un po’ di soldi messi da parte compra un’officina. La situazione politica, però, precipita e Bruno Neri, come sempre, decide di impostare l’azione. In questo caso non si tratta di una palla da far arrivare dalle parti di Meazza o di Piola. No. E un’azione di resistenza armata. Bruno Neri diventa il Partigiano «Berni» e, visto che fare da collegamento fra i reparti gli è sempre venuto naturale, fonda un’organizzazione il cui compito è quello di fare da ponte fra le brigate partigiane. II 10 luglio 1944 lui e «Nico», l’amico cestista Vittorio Bellenghi, vanno in avanscoperta. Devono perlustrare una strada per un’operazione di recupero di un lancio di alleati sul Monte Lavane, verificando che non ci siano tedeschi. Ne troveranno, inaspettatamente, una quindicina dietro una curva. Moriranno entrambi, sul campo. Non un campo di calcio, né di basket. Un campo di battaglia, nei pressi dell’eremo di Gamogna, vicino a un cimitero. Il vecchio presidente della Fiorentina, il gerarca fascista Luigi Ridolfi Vay da Verrazzano, aveva capito tutto da un pezzo. Da quel 10 settembre 1931, giorno dell’inaugurazione dello stadio di Firenze, intitolato allo squadrista Giovanni Berta, buttato in Arno da un operaio comunista. Lo aveva capito, il Marchese Ridolfi, quando 14 dei suoi 15 calciatori, tutti disposti in fila, avevano omaggiato la tribuna con il braccio ben teso nel saluto fascista. Uno solo aveva tenuto le braccia abbassate. Uno solo. Ci sono gesti che si compiono e passano alla storia e ci sono gesti che non si compiono e per i quali la storia, presto o tardi, chiede un prezzo. Pare che il Marchese Ridolfo provasse una certa forma di affetto per Bruno Neri, forse intuendo che avrebbe fatto una brutta fine. Chissà quali furono i suoi pensieri, quando ormai diventato presidente della Federazione Italiana Atletica Leggera e poi della Federazione Italiana Gioco Calcio, lo seppe trucidato, su una strada di campagna, da pallottole naziste. Giù le mani da questa storia, squadristi di ogni tempo. Questo è il fiore, granata, del Partigiano Berni, morto perla libertà.

da Corriere Torino di Mauro Berruto

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