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Il Calcio Racconta

9 ottobre 1988 Napoli Atalanta 1-0: Simone Giacchetta racconta a GliEroidelCalcio il suo esordio con gol

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – “La palla si impenna arriva Giacchetta ed è il gol partita. Dopo la prosa ecco la poesia, è quella di Simone Giacchetta 19 anni al suo esordio in serie A entrato al posto di un Crippa ancora senza bussola. Otto gol nella Civitanovese poi un presente da “primavera” aggregato alla prima squadra” (Cit. L’Unità, 10 ottobre 1988).

Inizia così la favola di Simone Giacchetta, il 9 ottobre 1988, al San Paolo di Napoli, raccogliendo una palla calciata da Careca, deviata da Maradona e da lui “buttata” dentro di testa, alle spalle del portiere, a muovere la rete. Chi è Simone Giacchetta? Classe ’69, debutta da professionista nel 1986 nella Civitanovese in C2 prima di arrivare alla corte di Ottavio Bianchi. Ora è il Direttore Sportivo dell’Albinoleffe e noi di GEdC lo abbiamo raggiunto per farci raccontare la sua storia.

 “In quel girone di C2 del 1987/88”, ci dice Giacchetta, “io con la Civitanovese che giocava per salvarsi e Ravanelli con il Perugia che giocava per vincere il campionato, eravamo sotto l’occhio vigile degli osservatori. Fu una grandissima esperienza quella e una grande annata: ci salvammo ed io feci 8 reti in campionato e due in Coppa Italia. La Juventus stava cercando un classe ’70 con determinate caratteristiche, ma evidentemente non lo trovava, e virarono verso di me con l’idea di parcheggiarmi all’Atalanta. Con gli orobici feci anche quattro giorni di allenamenti e provini, ero convinto che sarei andato lì. Era l’Atalanta di Mister Mondonico e della semifinale di Coppa delle Coppe. Invece a sorpresa s’inserirono Moggi e il Napoli”.  Simone, ci permettiamo la confidenza di chiamarlo per nome, ha il classico tono di chi nel raccontare la sua storia la rivive, e per farci capire esattamente il suo stato d’animo dell’epoca ci incalza… ”Dobbiamo contestualizzare la situazione. Siamo a fine anni ’80 in un mondo molto diverso da quello attuale. La Tv non era così perforante come ora. Chi viveva in un paese faceva fatica a pensare a una città grande come Napoli. È normale sperare di arrivare in un grande Club, quale ragazzo che gioca a calcio non ci spera? Sperarlo e pensare di diventarlo davvero è una cosa molto diversa, in particolare in quei tempi. Per essere chiari era come pensare di diventare astronauti. Quanti bambini, vedendo un film o un documentario non hanno pensato di diventarlo? I media non entravano così prepotentemente nella vita dei calciatori e ovviamente non c’erano i social che nulla lasciano, o quasi, all’immaginazione della vita di un calciatore. All’epoca i calciatori avevano un fascino misterioso. Le stesse famiglie ci educavano a seguire la scuola come obbligo e il calcio era solo qualcosa con il quale divertirsi. Invece io mi ritrovavo ad andare a giocare con una squadra fortissima in Italia, nel periodo più importante e “alto” della sua storia: aveva vinto lo scudetto due stagioni prima, con il giocatore probabilmente più forte al mondo in quel momento e con il senno di poi forse anche di tutti i tempi. Era una favola che più grande non potevo sognare. Quei calciatori erano quelli che vedevo a “90° minuto” e per i quali aspettavo poi la sintesi di un tempo, come succedeva la sera domenicale.  Il primo giocatore del Napoli che conobbi fu Luca Fusi, che avevo visto in TV, invece ora ero con lui nel Taxi per andare insieme a fare una visita medica”.

Simone, continua a ri-vivere ciò che racconta, sembra ancora meravigliato…”Avevo in testa un solo pensiero, quello di non creare problemi. Può sembrare assurdo, ma noi avevamo un’educazione che non ci consentiva di fare i fanatici o esaltarci troppo. Avevamo rispetto e una forte disciplina mentale. Non mi rendevo conto se il mio valore di calciatore era in grado o meno di stare in mezzo ad interpreti quali Ferrara, Renica, Alemão, Carnevale e Maradona. Poi Ottavio Bianchi, in primis un grande uomo. Un allenatore di spessore, persona perbene, severa con valori importanti. Disciplina e rispetto erano le regole con Mister Bianchi, gli davamo del “Lei”, gli stringevamo la mano sia quando entravamo in campo per l’allenamento sia quando lo terminavamo. Un po’ diverso da quanto accade oggi”.

Una pausa e il racconto riprende… “In pratica non ho avuto nemmeno il tempo di ambientarmi, perché con le Olimpiadi molti tornarono più tardi e quindi giocai le amichevoli e alcune gare di Coppa Italia. Ricordo anche quando arrivò Maradona, Juliano ci chiamò a noi “nuovi” e ci disse che Diego voleva conoscerci. Ci mettemmo in fila indiana per presentarci e stringergli la mano. Fu con noi splendido, ci sorrise dal primo istante e quando arrivò il mio turno mi fece capire che aveva sentito parlare bene di me. Insomma, io davo del “tu” a Maradona. Anzi lo chiamavo Diego”.

Arriviamo a quel 9 ottobre 1988, Napoli-Atalanta prima di campionato… “All’epoca credo che il calcio fosse davvero molto selettivo e meritocratico ed essere tra i convocati era davvero una cosa molto importante. Quel giorno di ottobre era la prima di campionato, e meritare la convocazione stava a significare che avevo lavorato bene. Ricordo l’impatto con il pubblico partenopeo, 80.000 persone, che urlavano e cantavano mentre entravamo in campo. Ricordo di quel momento la moltitudine di colori derivanti dalle maglie degli spettatori, le bandiere, le sciarpe e i fumogeni, insomma un colpo d’occhio impressionante. Per evitare di emozionarmi ulteriormente mi accomodai in panchina alla fine, dalla parte opposta dell’allenatore con il mio numero “16” sulle spalle. La partita era ancorata sullo 0-0 quando a un certo punto sento il Mister che dice “Bimbo scaldati”… mi giro verso Ottavio Bianchi e vedo che tutti mi guardano… e rispondo …”dice a me?”… Da quel momento ho inserito il pilota automatico, non ho sentito più niente, ero nel mio splendido isolamento. Mi ricordo che pensavo solo una cosa…”Faccio l’esordio in serie A, faccio l’esordio in serie A… mamma mia faccio l’esordio in serie A”. Non riuscivo a pensare ad altro”.

La cartolina appartiene alla collezione di Dino Alinei

L’impatto con la partita da parte del nostro esordiente è di quelle che lasciano il segno… ”Solo l’ingresso al 54’ di Giacchetta, diciannovenne centravanti che sino a qualche mese fa giocava in C2 nella Civitanovese, al posto del generoso ma impreciso Crippa, aveva reso pericolose le sterili manovre offensive del Napoli affidate all’evanescente Careca e ad un Maradona che, stringendo i denti per il dolore, aveva tentato invano di inventare qualcosa” (Cit. Stampa Sera, 10 ottobre 1988).

Infatti, quando l’arbitro decreta i minuti di recupero, la partita prende una strada diversa… “Mi sono inserito in area e mi stavo preparando per accogliere la palla. Per sfuggire a una marcatura scivolai, e proprio questo episodio mi diede la possibilità di posizionarmi in modo di poter colpire la palla di testa con un tuffo coraggioso dopo il tiro di Careca e il conseguente parapiglia in area. Non saprei descrivere i momenti successivi, per me era saltato il banco. Il Boato…io ero come un flipper andato in tilt. Non mi sono fatto abbracciare da nessuno, i compagni cercavano di braccarmi, mi tirarono la maglietta ma ero impazzito, andai verso la curva a esultare. Non ho connesso più per la gioia. Ecco, questa è una professione meravigliosa, che ti dona la possibilità di vivere dei momenti irripetibili come questo. Non è facile nella vita ripetere momenti simili. Forse sono momenti unici. Poi ancora sotto “choc” le interviste a bordocampo e negli spogliatoi… ero stordito”. Guardatele quelle interviste, sono di una bellezza e una spontaneità unica.

“Dei giorni successivi ricordo ovviamente un’attenzione mediatica diversa, niente a che vedere con quella attuale intendiamoci, ma proprio per questo m’incuteva timore. In qualche modo l’ansia prese il posto della gioia, il timore per delle dinamiche a me sconosciute. La classica paura dell’ignoto: che succede ora? Cominciavo a vivere un po’ diversamente perché è vero che facevo le stesse cose ma l’attenzione degli altri era cambiata, era diversa, anche a Soccavo dove ci allenavamo. Insomma qualcosa era cambiato”.

Alla fine della stagione conterà solo tre presenze totali in campionato, cinque in Coppa Italia e due in Coppa Uefa risultando quindi utile alla causa partenopea in Europa potendo fregiarsi del titolo vinto in quel di Stoccarda.

A fine stagione lascia il Napoli e si accasa con il Taranto per due stagioni. Arriva poi alla Reggina dove rimane praticamente per quasi tutta la carriera, dal 1991 al 2000 e poi dal 2003 al 2004. Qui inizia a giocare come difensore e diventa anche il Capitano degli Amaranto: guiderà i compagni verso la storica promozione in Serie A. Anche Genoa e Torino sono due tappe di questa splendida carriera prima di appendere gli scarpini al classico chiodo.

Possiamo dire con assoluta certezza di aver incontrato una persona gentile e schietta, una persona molto piacevole da ascoltare, davvero disponibile. Non si tira indietro nemmeno quando parliamo di un problema di salute avuto qualche anno fa…”Nel 2010 mi è stato diagnosticato un male, un brutto male, con poche possibilità di potercela fare. Questo male si era inserito dentro di me, come fa un centrocampista che salta gli avversari e arriva davanti alla porta pronto a scagliare la palla in rete. Ho trovato la forza nei miei figli e nel calcio. Ho trovato la forza di reagire nell’essere padre da un lato, e dall’altra la voglia di sapere cosa facevano i ragazzi della Reggina in campo. I figli e il calcio mi davano l’energia e la forza per essere vivo. Ringrazio il mio vissuto da calciatore e la mia favola sportiva. Non è facile, in alcuni momenti, quando si passa dal sentirsi un “Super Uomo”, quando sei un calciatore e ti alleni, a non riuscire a poterti muovere. Io non potevo più nemmeno prendere i miei figli in braccio. Ci vuole una forza mentale rilevante. Come nello sport. È necessario fare sacrifici per emergere. Bisogna accantonare il “tutto e subito” che spesso oggi i giovani cercano e ritornare all’importanza del percorso, del metodo, del merito del sacrificio. Io sono partito da casa mia che avevo quattordici anni, e ancora devo tornare…”.

Dopo la prosa ecco la poesia…

Video del gol e interviste post partita a Simone Giacchetta

La Stampa del 10 10 1988

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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“Il numero 1” – Giovanni De Prà

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il secondo estratto del libro “Il numero 1 – Storia e aneddoti dei grandi portieri del XX secolo” di Leonardo Colapietro, edito da “Porto Seguro”. In questa occasione, di concerto con l’autore, abbiamo scelto per voi la storia di Giovanni De Prà, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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GIOVANNI DE PRA’

«Sportivo di schietta tempra ligure tenne sempre vivi l’onesto agonismo e l’alto valore morale dello sport, esaltandoli, nel gioco del calcio, in vittorie prestigiose, affermazione ed esempio, non solo in Italia, di una nobile passione sportiva vissuta in purezza e con sacrificio» (premio ‘La fronda d’oro 1972). Italia-Spagna a Milano, è il 1924. Al ventesimo del primo tempo il portiere della nazionale italiana si frattura un braccio in uno scontro di gioco. Ancora non esistevano le sostituzioni. Il portiere decide eroicamente di proseguire la partita col braccio fasciato fino al novantesimo, parando il parabile e anche qualcosa in più. Finì 0-0. Questo per spiegare quale tipo di portiere fosse Giovanni De Prà come atleta e come uomo. Calcio d’altri tempi, uomini d’altri tempi. Mischie furibonde, parate a mani nude. Per fare il portiere serviva, oltre alle doti tecniche, tanto coraggio e un pizzico di follia. Per quel gesto gli fu consegnata, in seguito a una sottoscrizione del Guerin Sportivo, una medaglia d’oro, a memoria perenne. Nato a Genova, vestì nella sua carriera solo la maglia della squadra della sua città rifiutando le offerte principesche della Juventus che lo voleva acquistare in tutti i modi e scegliendo così di rimanere dilettante a vita. Si presentò nella sede della squadra torinese, ringraziando e spiegando che era genoano e non avrebbe militato in altre squadre che non fosse quella. Nel 1926 il fascismo aveva approvato la Carta di Viareggio che divideva i calciatori in dilettanti e non dilettanti. I primi non potevano essere trasferiti. De Prà non vuole lasciare Genova per nessun motivo e sceglie di rimanere dilettante. Giovanni inizia a tuffarsi da piccolo nel giardino di casa parando palloni di stracci. Lo aspetta, appena ne avesse avuto l’età, il lavoro in cantiere col padre, veneziano fuggito dal Regno Austro-ungarico e dal colera due anni prima della sua nascita, l’anno del primo campionato di calcio italiano vinto proprio dal Genoa nel 1898. La sua carriera inizia nelle file della Spes, nel ’17. In una amichevole con la nazionale italiana para tutto e di più. In tribuna c’è l’allenatore William Garbutt, uno degli storici mister del Genoa C.F.C. che viene letteralmente folgorato dal talento di quel giovane portiere e lo fa acquistare immediatamente. Nel 1922-23 e 1923-24 De Prà vinse due scudetti. Il primo dei due titoli giunse al termine di una serie di trentatré partite consecutive senza sconfitte, un record che rimase tale per lunghissimo tempo. Con la maglia azzurra, vestita per diciannove volte, conquistò la medaglia di bronzo alle olimpiadi di Amsterdam del 1928. Celebre la sua rivalità con l’altro portiere fenomeno del suo tempo, Giampiero Combi. Nel 1929 viene premiato come miglior portiere internazionale assieme allo spagnolo Zamora, componendo una delle più forti difese dell’ante guerra: De Prà-Bellini-De Vecchi. Raccontava come avesse imparato l’arte del piazzamento sui calci piazzati dal mitico portiere del Liverpool, Scott: «Un giorno, arrivò a Marassi con alcuni chilometri di nastri e in una ventina di minuti li sistema nell’area di rigore, stendendoli dalla porta in diverse direzioni e fissandoli a terra con picchetti. Pareva d’essere a carnevale e invece si trattava di una lezione elementare e universitaria a un tempo. Quel giorno compresi tante cose, e soprattutto l’arte del piazzamento». In tutta la sua carriera mai una ammonizione o una espulsione. Dopo aver attaccato le scarpe al chiodo fece il dirigente della sua squadra per molti anni e fino alla sua scomparsa, anche per il Panathlon Club (ex Azzurri d’Italia). Nel 1979, pochi mesi dopo la sua morte, su sua disposizione, la medaglia di bronzo conquistata alle Olimpiadi di Amsterdam fu interrata sotto la sua porta, allo stadio Marassi. «Avevo una presa d’acciaio dovuta alla ginnastica», raccontava fiero il portiere azzurro che osò sfidare il Duce. Di ritorno da vero eroe nazionale dalle Olimpiadi di Amsterdam del 1928, De Prà non solo fu l’unico degli azzurri che non mostrò il braccio destro teso al passaggio di Benito Mussolini, ma rifiutò anche di indossare l’alta uniforme. Una “prodezza” che il Duce non gli perdonò. Niente bronzo per De Prà. Una punizione alla quale, molti anni dopo, pose fine Artemio Franchi con una medaglia personalizzata. De Prà accettò, ma a una condizione, che dopo la sua morte voglio venisse sotterrata, sotto la Nord di Marassi. Con i lavori di Italia ’90 il campo venne stravolto e la medaglia sparita forse per sempre. A gran voce i suoi concittadini vollero che gli fosse intitolata la strada che corre tra il torrente e lo stadio di Genova. Per ricordare le sue gesta gli è stata dedicata una biografia, C’è anche una società di calcio giovanile, la ASD Valerio Bacigalupo, fondata nel 1950 in suo ricordo, fallita nel 1999 e risorta poco dopo”.

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15 giugno 1974 – L’Italia, l’Haiti e Chinaglia

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Quarantacinque anni fa, il 15 giugno 1974, iniziava per l’Italia il mondiale tedesco. Il girone, oltre all’Italia, si compone di Polonia, Argentina e Haiti. Ed è proprio contro la compagine caraibica, alla sua prima partecipazione alla fase finale di un mondiale, che inizia l’avventura, un match che non sembra possa regalare particolari sorprese.

“… l’Italia era un complesso standardizzato, stanco nelle idee, senza iniziativa, a pezzi, con uomini abituati a giocare lentamente e con sistemi superati: del calcio totale, del collettivo, del gioco olandese, nessuno aveva un’idea chiara” (Cit. La Nazionale Italiana, m’litograph edizioni Firenze – 1978). Questo lo si scriverà dopo…in realtà l’Italia di Valcareggi è composta da alcuni che avevano vinto l’Europeo del ’68, arrivati in finale del mondiale messicano del ’70, e poi c’era stata la vittoria a Wembley firmata Fabio Capello di qualche mese prima. Insomma in realtà si spera di fare davvero una bella figura.

Rivera e Mazzola non “staffettano” più, ora coesistono, e in attacco c’è Giorgio Chinaglia, fresco campione d’Italia con la Lazio. Una difesa di ferro composta da giocatori del calibro di Burgnich, Facchetti, Benetti e un Dino Zoff imbattuto da 12 partite. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per far bene.

All’Olympiastadion di Monaco di Baviera quindi, agli ordini del venezuelano Llobregat, inizia la gara con l’Haiti. Il primo tempo vede i caraibici eregere un muro; 0-0 e tutti negli spogliatoi. Certo, qualcuno avrà rivisto l’ombra della Corea…

Nella ripresa il fattaccio, l’Haiti passa in vantaggio: Vorbe la passa in profondità a Sanon che s’incunea nella difesa azzurra e da posizione defilata infila Zoff e la sua imbattibilità. Quella che era l’ombra della Corea ora è qualcosa di più…

L’Italia esce dal torpore e, per fortuna, Rivera riesce a pareggiare al 53′. Poi sarà un autogol su conclusione di Benetti a regalarci il vantaggio al 66′.

Valcareggi vuole qualcosa di diverso e Chinaglia, dopo una gara non buona e qualche errore di troppo, viene richiamato per far posto a Anastasi. Giorgione non la prende benissimo, tutt’altro. Rientra direttamente verso gli spogliatoi e, in diretta Mondovisione, manda “affanc…” Valcareggi. Un gesto eloquente, ripetuto con la mano ad accompagnare il labiale per ben tre volte.

Anastasi entra e segna un gran gol per il 3-1 definitivo. Gli azzurri escono vittoriosi, ma mettono in mostra una grande debolezza sia tecnica, sia atletica.

“Chinaglia ha fatto in pieno il suo dovere. Non ha affatto fallito la prova. È stato sostituito perché Anastasi ha altre caratteristiche e in quel momento c’era bisogno di un giocatore guizzante come lo juventino in quella difesa stretta”, dirà a fine partita Valcareggi.

Il dopo partita è pesante per parecchie ore. Poi sembra che la pace venga fatta, ma è solo una smorfia da fare in pubblico. La frattura rimane.

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“Il numero 1” – Ricky Enrico Albertosi

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GLIEROIDELCALCIO.COM  – Pubblichiamo, come preannunciato (vedi intervista con l’autore qui), il primo estratto del libro “Il numero 1 – Storia e aneddoti dei grandi portieri del XX secolo” di Leonardo Colapietro, edito da “Porto Seguro”. Abbiamo scelto per voi la storia di Enrico Albertosi, una esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato questa possibilità.

Buona lettura.

Il Team de Gli Eroi del Calcio.com

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RICKY ALBERTOSI

È il 18 maggio 1959. Roma – Fiorentina si disputa in campo neutro all’Ardenza di Livorno. La squadra viola è seconda in classifica ad un solo punto dal Milan di Schiaffino, Liedholm e Maldini. Sarti, il portierone dei gigliati, si infortuna ed in campo, per sostituirlo, entra un ragazzo di Pontremoli, ridente cittadina accerchiata dalla Alpi Apuane, di appena diciannove anni, figlio del maestro elementare del paese: si chiama Enrico Albertosi. Il famoso radiocronista Nicolò Carosio descrisse così quell’esordio alla sua impareggiabile maniera: «Niente scorpacciata viola con la Roma, ma un buon primo tempo, un secondo alquanto opaco, e zero al passivo soprattutto per merito del diciannovenne portiere Albertosi, debuttante, nato a Pontremoli e proveniente dalle file dello Spezia. A partita conclusa l’ottimo Albertosi, che in trasmissione ci aveva fatto provare emozioni, vertigini, stupore, tanto arditi, tanto plastici e sicuri erano stati molti suoi interventi, appariva come uno qualunque al termine di una comune giornata lavorativa. Niente emozionato, per nulla commosso, guardava stupito tutta quella gente che si occupava di lui, che lo festeggiava, che gli faceva auguri a non finire per una brillante e proficua carriera.» Brillante e proficua la sua carriera lo fu davvero. In maglia viola Albertosi vi rimane dieci anni. Ma il suo primo campionato da titolare, Ricky lo disputò solo nel campionato 1963-64, quasi cinque anni dopo, quando la Fiorentina decise di cedere Sarti all’Inter e puntare su di lui. Ciò nonostante, pur avendo giocato pochissimo, era talmente evidente a tutti il suo talento, un portiere tanto estroso quanto spettacolare, che venne già convocato in nazionale, a ventidue anni, nel 1961, in occasione di Italia-Argentina, finita quattro a uno. L’avventura in azzurro sarà lunga e ricca di emozioni, arrivando a disputare ben quattro campionati mondiali (1962, 1966, 1970, 1974) tra grandi soddisfazioni ma anche tragedie sportive. Il primo da titolare quello del 1966, in Inghilterra, rimasto nella memoria di tutti come una delle pagine più nere del calcio italiano. L’Italia, dopo un avvio alquanto deludente nel primo girone, si gioca la qualificazione all’Ayresome Park di Middlesbrough contro la Corea del Nord. Perde uno a zero per il gol dello sconosciuto sergente dentista Pak Doo Ik e Albertosi passa alla storia come uno degli undici coreani. Dopo il mondiale è uno dei pochi a non venire colpito dall’epurazione, anche se paga lo stesso quell’insulto all’orgoglio nazionale venendo momentaneamente scavalcato nelle gerarchie da Dino Zoff. L’orgoglio azzurro ferito sarà presto riscattato due anni più tardi, nel 1968, quando l’Italia conquista il Campionato Europeo battendo in finale la Jugoslavia. Ma Albertosi il torneo lo guarda dalla panchina. In più la Fiorentina, quella stessa estate, decide di cederlo al Cagliari e la squadra viola va a vincere subito il suo secondo scudetto. Una beffa. Ma la rivincita per lui è dietro l’angolo. L’anno dopo difende la porta di quel formidabile Cagliari stagione 1969-70, quello di Gigi Rombo di tuono Riva, che vince il suo primo tricolore battendo il record di gol subiti, appena 11, in un campionato a 16 squadre. È il preludio al Campionato del Mondo di Messico 1970. Albertosi ha disputato una stagione perfetta, si riprende la maglia da titolare in nazionale e diventa vice campione del mondo. Ma non è per quel secondo posto che Albertosi passerà di nuovo alla storia, quanto per essere tra i ventidue protagonisti della madre di tutte le partite, la partita del secolo: Italia-Germania 4-3. La sua carriera in azzurro si chiude due anni dopo, 21 giugno 1972, allo stadio Levski di Sofia, con l’amichevole Bulgaria-Italia. Albertosi ha ora trentacinque anni, già undici campionati alle spalle e molti lo ritengono finito. Nel 1974 Ricky passa al Milan, che dai tempi di Cudicini non ha più un portiere all’altezza. Con le sue prestazioni salva i rossoneri dalla prima retrocessione della sua storia e chiude a Milano una carriera fantastica vincendo pure uno scudetto nel 1979 (che il Milan inseguiva da dodici anni) a quarant’anni d’età, un vero record: «Che vi devo dire? confessa Ricky, anche un po’ divertito. Zoff, per esempio, se faceva l’amore il venerdì la domenica aveva le gambe molli. Io potevo farlo anche di sabato, ma la domenica facevo ugualmente il fenomeno. Questione di fisico.» Il finale però è di quelli da dimenticare. Esce male di scena, campionato 1979-80, costretto a smettere perché ritenuto coinvolto nel primo scandalo di calcioscommesse del calcio italiano, per cui fu squalificato due anni e il Milan retrocesso in serie B. Chiuse con due scudetti, tre Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, un Campionato Europeo. Nel 2004 è stato colpito da una grave forma di tachicardia ventricolare dopo aver disputato una corsa di trotto all’ippodromo di Montecatini, riservata ai giornalisti. Dopo alcuni giorni di coma si è risvegliato senza complicazioni gravi e successivamente si è ripreso completamente. Di se stesso e del ruolo di portiere ebbe a dire in una lontana intervista del 1975: «Cerco di essere principalmente un galvanizzatore, cerco di dare ottimismo a tutti. Mai farsi vincere dai nervi; anche se perdiamo per due gol di scarto i miei compagni mi vedono sempre tranquillissimo; fingo ovviamente anche se mi costa moltissimo perché sono guai seri se un difensore si accorge che il portiere non è ‘in palla’, se perde fiducia in lui durante la partita o peggio se si sta perdendo. Noi portieri siamo in via di estinzione. È un ruolo che sta morendo. Non ci sono più vocazioni, perché proprio di vocazioni si tratta.» Considerati i tanti portieri stranieri che oggi militano nel campionato italiano, non gli si può dare torto”.

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