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Il Calcio Racconta

9 ottobre 1988 Napoli Atalanta 1-0: Simone Giacchetta racconta a GliEroidelCalcio il suo esordio con gol

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – “La palla si impenna arriva Giacchetta ed è il gol partita. Dopo la prosa ecco la poesia, è quella di Simone Giacchetta 19 anni al suo esordio in serie A entrato al posto di un Crippa ancora senza bussola. Otto gol nella Civitanovese poi un presente da “primavera” aggregato alla prima squadra” (Cit. L’Unità, 10 ottobre 1988).

Inizia così la favola di Simone Giacchetta, il 9 ottobre 1988, al San Paolo di Napoli, raccogliendo una palla calciata da Careca, deviata da Maradona e da lui “buttata” dentro di testa, alle spalle del portiere, a muovere la rete. Chi è Simone Giacchetta? Classe ’69, debutta da professionista nel 1986 nella Civitanovese in C2 prima di arrivare alla corte di Ottavio Bianchi. Ora è il Direttore Sportivo dell’Albinoleffe e noi di GEdC lo abbiamo raggiunto per farci raccontare la sua storia.

 “In quel girone di C2 del 1987/88”, ci dice Giacchetta, “io con la Civitanovese che giocava per salvarsi e Ravanelli con il Perugia che giocava per vincere il campionato, eravamo sotto l’occhio vigile degli osservatori. Fu una grandissima esperienza quella e una grande annata: ci salvammo ed io feci 8 reti in campionato e due in Coppa Italia. La Juventus stava cercando un classe ’70 con determinate caratteristiche, ma evidentemente non lo trovava, e virarono verso di me con l’idea di parcheggiarmi all’Atalanta. Con gli orobici feci anche quattro giorni di allenamenti e provini, ero convinto che sarei andato lì. Era l’Atalanta di Mister Mondonico e della semifinale di Coppa delle Coppe. Invece a sorpresa s’inserirono Moggi e il Napoli”.  Simone, ci permettiamo la confidenza di chiamarlo per nome, ha il classico tono di chi nel raccontare la sua storia la rivive, e per farci capire esattamente il suo stato d’animo dell’epoca ci incalza… ”Dobbiamo contestualizzare la situazione. Siamo a fine anni ’80 in un mondo molto diverso da quello attuale. La Tv non era così perforante come ora. Chi viveva in un paese faceva fatica a pensare a una città grande come Napoli. È normale sperare di arrivare in un grande Club, quale ragazzo che gioca a calcio non ci spera? Sperarlo e pensare di diventarlo davvero è una cosa molto diversa, in particolare in quei tempi. Per essere chiari era come pensare di diventare astronauti. Quanti bambini, vedendo un film o un documentario non hanno pensato di diventarlo? I media non entravano così prepotentemente nella vita dei calciatori e ovviamente non c’erano i social che nulla lasciano, o quasi, all’immaginazione della vita di un calciatore. All’epoca i calciatori avevano un fascino misterioso. Le stesse famiglie ci educavano a seguire la scuola come obbligo e il calcio era solo qualcosa con il quale divertirsi. Invece io mi ritrovavo ad andare a giocare con una squadra fortissima in Italia, nel periodo più importante e “alto” della sua storia: aveva vinto lo scudetto due stagioni prima, con il giocatore probabilmente più forte al mondo in quel momento e con il senno di poi forse anche di tutti i tempi. Era una favola che più grande non potevo sognare. Quei calciatori erano quelli che vedevo a “90° minuto” e per i quali aspettavo poi la sintesi di un tempo, come succedeva la sera domenicale.  Il primo giocatore del Napoli che conobbi fu Luca Fusi, che avevo visto in TV, invece ora ero con lui nel Taxi per andare insieme a fare una visita medica”.

Simone, continua a ri-vivere ciò che racconta, sembra ancora meravigliato…”Avevo in testa un solo pensiero, quello di non creare problemi. Può sembrare assurdo, ma noi avevamo un’educazione che non ci consentiva di fare i fanatici o esaltarci troppo. Avevamo rispetto e una forte disciplina mentale. Non mi rendevo conto se il mio valore di calciatore era in grado o meno di stare in mezzo ad interpreti quali Ferrara, Renica, Alemão, Carnevale e Maradona. Poi Ottavio Bianchi, in primis un grande uomo. Un allenatore di spessore, persona perbene, severa con valori importanti. Disciplina e rispetto erano le regole con Mister Bianchi, gli davamo del “Lei”, gli stringevamo la mano sia quando entravamo in campo per l’allenamento sia quando lo terminavamo. Un po’ diverso da quanto accade oggi”.

Una pausa e il racconto riprende… “In pratica non ho avuto nemmeno il tempo di ambientarmi, perché con le Olimpiadi molti tornarono più tardi e quindi giocai le amichevoli e alcune gare di Coppa Italia. Ricordo anche quando arrivò Maradona, Juliano ci chiamò a noi “nuovi” e ci disse che Diego voleva conoscerci. Ci mettemmo in fila indiana per presentarci e stringergli la mano. Fu con noi splendido, ci sorrise dal primo istante e quando arrivò il mio turno mi fece capire che aveva sentito parlare bene di me. Insomma, io davo del “tu” a Maradona. Anzi lo chiamavo Diego”.

Arriviamo a quel 9 ottobre 1988, Napoli-Atalanta prima di campionato… “All’epoca credo che il calcio fosse davvero molto selettivo e meritocratico ed essere tra i convocati era davvero una cosa molto importante. Quel giorno di ottobre era la prima di campionato, e meritare la convocazione stava a significare che avevo lavorato bene. Ricordo l’impatto con il pubblico partenopeo, 80.000 persone, che urlavano e cantavano mentre entravamo in campo. Ricordo di quel momento la moltitudine di colori derivanti dalle maglie degli spettatori, le bandiere, le sciarpe e i fumogeni, insomma un colpo d’occhio impressionante. Per evitare di emozionarmi ulteriormente mi accomodai in panchina alla fine, dalla parte opposta dell’allenatore con il mio numero “16” sulle spalle. La partita era ancorata sullo 0-0 quando a un certo punto sento il Mister che dice “Bimbo scaldati”… mi giro verso Ottavio Bianchi e vedo che tutti mi guardano… e rispondo …”dice a me?”… Da quel momento ho inserito il pilota automatico, non ho sentito più niente, ero nel mio splendido isolamento. Mi ricordo che pensavo solo una cosa…”Faccio l’esordio in serie A, faccio l’esordio in serie A… mamma mia faccio l’esordio in serie A”. Non riuscivo a pensare ad altro”.

La cartolina appartiene alla collezione di Dino Alinei

L’impatto con la partita da parte del nostro esordiente è di quelle che lasciano il segno… ”Solo l’ingresso al 54’ di Giacchetta, diciannovenne centravanti che sino a qualche mese fa giocava in C2 nella Civitanovese, al posto del generoso ma impreciso Crippa, aveva reso pericolose le sterili manovre offensive del Napoli affidate all’evanescente Careca e ad un Maradona che, stringendo i denti per il dolore, aveva tentato invano di inventare qualcosa” (Cit. Stampa Sera, 10 ottobre 1988).

Infatti, quando l’arbitro decreta i minuti di recupero, la partita prende una strada diversa… “Mi sono inserito in area e mi stavo preparando per accogliere la palla. Per sfuggire a una marcatura scivolai, e proprio questo episodio mi diede la possibilità di posizionarmi in modo di poter colpire la palla di testa con un tuffo coraggioso dopo il tiro di Careca e il conseguente parapiglia in area. Non saprei descrivere i momenti successivi, per me era saltato il banco. Il Boato…io ero come un flipper andato in tilt. Non mi sono fatto abbracciare da nessuno, i compagni cercavano di braccarmi, mi tirarono la maglietta ma ero impazzito, andai verso la curva a esultare. Non ho connesso più per la gioia. Ecco, questa è una professione meravigliosa, che ti dona la possibilità di vivere dei momenti irripetibili come questo. Non è facile nella vita ripetere momenti simili. Forse sono momenti unici. Poi ancora sotto “choc” le interviste a bordocampo e negli spogliatoi… ero stordito”. Guardatele quelle interviste, sono di una bellezza e una spontaneità unica.

“Dei giorni successivi ricordo ovviamente un’attenzione mediatica diversa, niente a che vedere con quella attuale intendiamoci, ma proprio per questo m’incuteva timore. In qualche modo l’ansia prese il posto della gioia, il timore per delle dinamiche a me sconosciute. La classica paura dell’ignoto: che succede ora? Cominciavo a vivere un po’ diversamente perché è vero che facevo le stesse cose ma l’attenzione degli altri era cambiata, era diversa, anche a Soccavo dove ci allenavamo. Insomma qualcosa era cambiato”.

Alla fine della stagione conterà solo tre presenze totali in campionato, cinque in Coppa Italia e due in Coppa Uefa risultando quindi utile alla causa partenopea in Europa potendo fregiarsi del titolo vinto in quel di Stoccarda.

A fine stagione lascia il Napoli e si accasa con il Taranto per due stagioni. Arriva poi alla Reggina dove rimane praticamente per quasi tutta la carriera, dal 1991 al 2000 e poi dal 2003 al 2004. Qui inizia a giocare come difensore e diventa anche il Capitano degli Amaranto: guiderà i compagni verso la storica promozione in Serie A. Anche Genoa e Torino sono due tappe di questa splendida carriera prima di appendere gli scarpini al classico chiodo.

Possiamo dire con assoluta certezza di aver incontrato una persona gentile e schietta, una persona molto piacevole da ascoltare, davvero disponibile. Non si tira indietro nemmeno quando parliamo di un problema di salute avuto qualche anno fa…”Nel 2010 mi è stato diagnosticato un male, un brutto male, con poche possibilità di potercela fare. Questo male si era inserito dentro di me, come fa un centrocampista che salta gli avversari e arriva davanti alla porta pronto a scagliare la palla in rete. Ho trovato la forza nei miei figli e nel calcio. Ho trovato la forza di reagire nell’essere padre da un lato, e dall’altra la voglia di sapere cosa facevano i ragazzi della Reggina in campo. I figli e il calcio mi davano l’energia e la forza per essere vivo. Ringrazio il mio vissuto da calciatore e la mia favola sportiva. Non è facile, in alcuni momenti, quando si passa dal sentirsi un “Super Uomo”, quando sei un calciatore e ti alleni, a non riuscire a poterti muovere. Io non potevo più nemmeno prendere i miei figli in braccio. Ci vuole una forza mentale rilevante. Come nello sport. È necessario fare sacrifici per emergere. Bisogna accantonare il “tutto e subito” che spesso oggi i giovani cercano e ritornare all’importanza del percorso, del metodo, del merito del sacrificio. Io sono partito da casa mia che avevo quattordici anni, e ancora devo tornare…”.

Dopo la prosa ecco la poesia…

Video del gol e interviste post partita a Simone Giacchetta

La Stampa del 10 10 1988

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Con questa puntata continuiamo il nostro viaggio nell’ “Evoluzione della tecnica calcistica” cercando di rispondere sempre alla stessa domanda: l’evoluzione del pallone da calcio è andata di pari passo con l’evoluzione della tecnica calcistica? Nella prima parte (qui) abbiamo affrontato l’argomento analizzando l’abbigliamento dei footballers: le scarpe da giuoco, i parastinchi e la divisa.

Come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque? Si colpiva come oggi?

Cerchiamo di scoprirlo…

Tocchi e passaggi con la palla… o spintoni, calcioni e placcaggi…?

Il calcio all’epoca dei pionieri era rudimentale, per cui il giocatore doveva fare due cose: allontanare in avanti la palla dalla propria “zona di meta” cioè dalla difesa, e tentare di farla passare attraverso la porta avversaria, marcando il goal cioè il punto.

Ma oltre a calciare di punta, come abbiamo visto, avevano i footballers altre tecniche per calciare bene la palla? Si poteva parlare di “tocco”?

Oltre al forte colpo di punta, i pionieri calciavano anche di piatto, piano, per passare vicino o portare avanti la palla. Più raramente, c’era il colpo sotto d’interno per “alzare” la palla, come spiegano i diagrammi della fig. A. 8a.

Fig. A.8a: (grafica T. Lanza) – Calcio alla palla nell’epoca dei pionieri. La punta produceva un tiro molto preciso.

In seguito il calcio di punta cadde in disuso e, per ottenere tiri ben direzionati a parabola, si cominciò a calciare con l’interno al punto dell’alluce (v. schema della figura A.8b).

Fig. A.8b: (grafica T. Lanza) – Il tiro di punta fu sostituito dal calcio di interno-punta, a sua volta molto preciso.

 Il football, raffinandosi, richiedeva calzature sempre più snelle e leggere per favorire la corsa. Il calcio al volo, e il calcio in corsa, erano tecniche ancora poco adottate alla fine dell’Ottocento.

Da sempre, il numero dei goal segnava il destino di una partita. Le porte dell’epoca erano senza la rete, e spesso anche senza la traversa, per cui una cordicella tesa, legata fra i due pali a 2,44 mt di altezza dal suolo, delimitava la zona del goal. Spesso veniva chiesto l’aiuto dei “giudici di porta” per convalidare il punto: questi signori erano dei volontari appassionati del gioco i quali, seduti dietro la porta, controllavano che il pallone passasse realmente attraverso i pali e sotto la cordicella.

Altra curiosità dell’epoca, era il modo con cui si delimitava il terreno di gioco:

non con linee tracciate, ma con quattro bandierine conficcate a terra ai vertici del rettangolo di gioco; e in corrispondenza della linea mediana del campo, erano poste altre due bandierine. La tracciatura delle linee, con gesso o segatura, sarebbe arrivata ben più tardi. Quando il pallone usciva oltre la linea (immaginaria) delle bandierine, era concessa la rimessa laterale; se la palla batteva contro l’asta di una bandierina rimanendo in campo, il gioco continuava. Le quattro bandiere del calcio d’angolo ancora oggi esistenti, rappresentano il retaggio più antico del regolamento del calcio.

Le corse “con la palla al piede” all’inizio divertivano più chi le praticava che non gli spettatori intorno. Ma sarebbe un grande errore credere oggi che il football delle origini non avesse appassionato e scatenato il tifo: quando il gruppone dei giocatori si avvicinava a una porta, l’adrenalina degli astanti saliva, e la gioia urlata esplodeva nel momento del goal; era l’espressione più genuina e ancestrale del tifo. A ragione oggi tutti gli storici concordano che tifo e calcio nacquero insieme.

Football e rugby

Le mischie si verificavano spesso, non solo in area ma anche a centro campo, con spintoni e placcaggi più tipici del rugby che del calcio. Secondo lo storico inglese David Russel, alle origini era quasi impossibile distinguere le due discipline.

E qui è necessario richiamare un po’ di storia, e mettere in ordine alcune date.

Il 26 ottobre 1863 i rappresentanti di 6 importanti collegi inglesi (altre fonti sostengono ben 11) si riunirono a Cambridge, e fondarono la Football Association. I delegati del collegio di Rugby, però, si dissociarono quasi subito, poiché nella prima codifica del regolamento prevalse il divieto di giocare la palla con le mani. I rugbisti, invece, pretendevano di poter giocare la palla proprio con le mani e portarla avanti tenendola fra le braccia, per lunghi tratti del campo. La scissione portò alla separazione netta dei due sport, e nel 1871 fu fondata la Rugby Union.

Anche se il gioco con le mani fu vietato, era tuttavia ancora facile confondere i due sport, già popolarissimi sul finire dell’Ottocento; ciò è confermato da diverse raffigurazioni artistiche dell’epoca prodotte in Inghilterra, nelle quali scene di football mostrano nutrite mischie di persone che si contendono un pallone, talvolta ovale, sia con le mani che con i piedi; e buona parte dei giocatori sono raffigurati a terra, perfino calpestati! Nella fig. A.9 abbiamo la prima illustrazione calcistica apparsa su un quotidiano italiano: è uno dei primissimi disegni del famoso illustratore Beltrame, eseguito dal vivo durante una partita di calcio a Milano nel 1902.

Fig. A.9: (archivio T. Lanza) – Prima illustrazione del football in Italia: Milano 1902 partita Milan-Torinese.

L’illustrazione a colori di Beltrame è ricchissima di dettagli, con le divise rossonere dei milanisti e il pallone a losanghe; ma è evidente che il gioco, agli occhi dell’illustratore, doveva apparire più una partita di rugby che di calcio. Scene come questa erano comuni in Inghilterra agli albori del football.

L’evoluzione del calcio in generale, sul finire dell’Ottocento fu prolifera e perfino rapida, attraverso le sfide tra scuole diverse e grazie ai continui aggiornamenti al regolamento del gioco. Le origini e la parentela col rugby, tuttavia, spiegano la tendenza dei primi footballers inglesi a praticare un tipo di gioco propriamente finalizzato a conquistare terreno; quindi, calcio “in avanti” lungo e potente. Fu questa una caratteristica fondamentale dell’evoluzione sia del gioco che delle tattiche.

Lo storico scozzese Ged O’Brien enfatizza lo stupore dei giocatori inglesi in una delle primissime sfide tra Scozia e Inghilterra, a Glasgow: quando gli inglesi erano in possesso di palla, puntavano l’avversario per dribblarlo in una sorta di sfida duale; gli scozzesi invece no: appena si avvicinava l’avversario, allontanavano la palla verso un compagno di lato per poi chiudere il triangolo appena più avanti (v. diagrammi della fig. A.10). Il gioco degli scozzesi si fondava su corsa, passaggi corti, e poco dribbling. Oggi anche gli storici inglesi concordano nel ritenere che la scuola scozzese dei pionieri fu la maggiore protagonista nell’evoluzione degli schemi del gioco e anche delle prime tecniche calcistiche. E questo contribuì non poco ad accrescere l’antica rivalità –non solo sportiva –fra Inghilterra e Scozia.

Sempre all’epoca dei pionieri, durante le fasi di gioco, il pallone veniva stoppato soprattutto con la suola dello stivale! Ma ben presto si arrivò a fermare la palla con il piatto di un piede, per poi calciarla con l’altro oppure portarla avanti. Lo stop di piede è probabilmente una delle tecniche più antiche, perché a quei tempi il gioco si svolgeva per il 90% a rasoterra; lo conferma anche un rarissimo spezzone di film di calcio del 1901 in Inghilterra, in cui si distingue un giocatore che stoppa a terra e rilancia la palla, con una tecnica molto simile se non identica a quella dei giocatori di oggi. Gli stop aerei, gli agganci, e perfino i colpi di testa vennero più tardi; tuttavia, un altro spezzone del 1902 mostra la tecnica del calcio all’indietro, o “rovesciata”, nel contesto effettuata per allontanare la palla dalla difesa… sostanzialmente, erano utili tutti i tipi di pedata al pallone: bastava scagliarlo lontano.

Secondo accreditati autori inglesi, lo sviluppo della tecnica calcistica ebbe il suo apice nel Nord dell’Inghilterra, fra il 1880 e il 1900. E le spinte maggiori arrivarono dal Professionismo, che si affermò inesorabile malgrado vari tentativi per arginarlo. Le folle di supporters e fans erano in continuo aumento e, da spettatori paganti, chiedevano sempre miglior football, ben giocato da sempre più bravi footballers –che appunto venivano pagati profumatamente.

Ma torniamo ad analizzare l’evoluzione della tecnica calcistica. Immaginiamo ora di assistere ad una partita di calcio nel 1880, in Inghilterra. Che cosa accadeva se la palla arrivava a mezza altezza e non rasoterra? Il giocatore la lasciava passare, perdendola fatalmente?  No. Notizie romantiche sul football delle origini, e mai realmente provate da foto, ci riportano che non esisteva lo stop di petto, ma si praticava una sorta di stop aereo, mediante un singolo tocco di mano, un “aiutino”!

Dunque, nel 1863 fu stabilito che il pallone non dovesse esser giocato con le mani (spinto avanti o portato in braccio o ribattuto), ma per alcuni anni resistette la pratica di stoppare la palla con una mano per buttarla a terra verso i piedi. E questa concessione, vera e propria deroga non scritta del regolamento, la dice lunga sugli sforzi dei codificatori della Football Association per tenere uniti gli appassionati e magari attirarli dalla rivale disciplina del rugby. Ecco dunque un’altra traccia che ci indica come il calcio delle origini era in continuo sviluppo; come tutti gli altri sport, anche il football si prese il suo tempo per abbellirsi e affinarsi.

Fig. A.10: (grafica T. Lanza) – Primi schemi nel gioco del calcio. Il modello inglese (1) prevedeva il superamento dell’avversario mediante un dribbling secco (tecnica virtuosa), o con la palla buttata in avanti e poi “scatto rapido” per arrivare prima dell’avversario (tecnica puramente fisica). Ben diversamente, la tecnica scozzese (2) faceva allontanare la palla verso il compagno vicino che l’avrebbe subito restituita oltre l’avversario, chiudendo il passaggio (triangolazione). La tecnica scozzese oggi si chiama “uno-due” e fu l’autentica rivoluzione storica nel modo di giocare al calcio, aprendo allo sviluppo dei cosiddetti schemi.

Proviamo a concludere, riassumendo in una sorta di tabella cronologica i principali passi nell’evoluzione del gioco. Si noterà che non vi sono date definitive, sia per la mancanza di dati certi, ma soprattutto perché le tecniche si svilupparono anche molto diversamente nel tempo e nello spazio (fra Inghilterra e Continente, fra Europa e Sudamerica).

1870-1880 – Periodo in cui in Inghilterra il football si distacca nettamente dal rugby. Non più placcaggi ma, secondo fonti non confermate, si tollera lo stop di mano (non sempre praticato). Si ammira il dribbling stretto per saltare l’avversario, che però è poco praticato; al dribbling è ancora preferita la corsa e la fuga; ciò porta alle entrate in tackle talvolta anche violente. E’ molto praticata la carica di spalla, perfino quella da tergo. Il gioco è molto duro e combattuto.

1872         – In Scozia si pratica il calcio giocato con passaggi e triangolazioni, e risulta essere “molto efficace per giungere alla méta”, cioè al goal.

Dopo 1880 – Si comincia a far uso del tiro di testa. Compaiono le prima fasciature alla testa dei giocatori per proteggersi dalle dure stringhe in cuoio dei palloni.

1885-1900 – Diffusione del calcio fuori dall’Inghilterra. Fondazione dei primi club europei e poco dopo sudamericani. Nascono e cominciano a svilupparsi gli stili di gioco nazionali, le cosiddette “scuole”; le quali, due decenni dopo, evidenzieranno le notevoli differenze fra il calcio sudamericano e quello europeo.

1890-1900 – Da tempo nessuno pratica più lo stop di mano; si affina lo stop di piede, eseguito sia con la suola che con il piatto. Sempre con il piatto del piede, la palla viene anche spinta e guidata, soprattutto a centro campo. Si segnano reti anche di testa, quasi sempre su calcio d’angolo. Compare lo stop con il petto.

1883-1919 – Il calcio assume una prima fisionomia moderna, con schemi elaborati. Si sviluppano le tattiche e i primi “moduli”. I giocatori hanno sempre più un proprio ruolo tattico; il goalkeeper – in italiano “guardiano” e poi “portiere” – si specializza nelle prese delle palle alte e nelle parate in tuffo, quasi sempre ribattute a pugni chiusi.

1910-1925 – Il calcio Sudamericano si compone soprattutto di palleggi e di passaggi “al volo”. La scuola sudamericana dell’Uruguay inventa la finta di corpo in corsa, e ciò contribuisce a rendere sempre più spettacolare il gioco. Gli inglesi eseguono forti passaggi rasoterra effettuati con l’esterno del piede, e anche tiri a rete; la tecnica esisteva già nel calcio pionieristico inglese di fine Ottocento.

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Sulle orme di Eugenio Danese. Il figlio Giampietro: “Vi racconto mio padre e come ha coniato la “Zona Cesarini”

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GLIEROIDELCALCIO.COM – “Non è un calciatore ma della Roma ha sempre parlato col cuore sulle labbra”. Così l’Istituto Luce in un servizio del 1967 presenta Eugenio Danese, illustre giornalista sportivo, in occasione della festa dei quarant’anni dell’AS Roma al Palazzetto dello Sport. Tra calciatori, ex presidenti, ragazzi delle giovanili e personaggi della politica (Andreotti), c’è anche lui: l’unico giornalista presente presentato come se appartenesse a quell’entità giallorossa che nel 1967 festeggiava quarant’anni di vita. Nato a Verona nel 1904, si trasferì prima a Lugo per poi iniziare la carriera di giornalista sportivo a Roma. Ne abbiamo parlato con Giampietro Danese, suo figlio nonché memoria storica della sua lunga carriera.

Giornalista e romanista. Veronese, come Masetti e Carpi

Amava scherzare dicendo che era romanista solo per utilità e motivi economici. Perché se vinceva la Roma, il Tifone vendeva di più e incassava maggiormente. Ma secondo me era una bugia: era romanista davvero, nel profondo. E non c’è un vero e proprio perché, nessuno ragiona su che squadra tifare. Come quando vai allo stadio per la prima volta, ascolti ‘Roma, Roma, Roma’ e ti innamori. E non poteva essere altrimenti.

Spiegaci meglio

Mio padre e mia madre si sono conosciuti e innamorati in Via Uffici del Vicario, un luogo importante per la Roma. Inoltre conosceva molti giocatori: il suo pupillo è stato Fulvio Bernardini, uno col cervello in mano, un giocatore di un’eleganza mai vista. Comunque la Roma non ha mai smesso di seguirla: anche a fine carriera continuava ad aggiornare le statistiche a mano con le sue matite rosse e blu.

Quali sono i primi ricordi dell’inizio della carriera di suo padre?

A Casal de pazzi c’era la redazione della ‘Settimana Incom’ e papà aveva il compito di curare la moviola a mano con le mollette di legno dello stendipanni: c’era la pellicola in celluloide che si poteva incendiare facilmente, lui aveva una lametta per tagliare per poi usare una colla per attaccarla simile allo smalto delle donne. Una volta appese le passava in una pressa e usava le mollette per tenere insieme tutto. La prima moviola in Italia l’ha fatta papà”.

Un precursore. A lui è attribuita anche l’invenzione dell’espressione ‘Zona Cesarini’.

Come si può riassumere la frase ‘gol che cambia il risultato negli ultimi 5 minuti di gioco’ con due parole? Lui ci è riuscito con il nome di un argentino, Cesarini, che era solito segnare negli ultimi minuti di gioco. Un termine ancora oggi utilizzato.

Poi l’episodio leggendario con Sclavi.

“Ennio Mantella, un altro giornalista, aveva scritto una cosa falsa su Ezio Sclavi che però aveva attribuito l’articolo a Danese. Quando s’incontrarono volarono insulti e ci fu una promessa a duello. Entrambi erano fortissimi con la spada e a quel tempo i duelli finivano alla prima goccia di sangue. Papà lo toccò a un polso e il combattimento finì. Sclavi scoprì solo giorni dopo che non era stato mio padre a scrivere l’articolo, poi divennero grandi amici.

Seguì in prima persona il Mondiale del 1950, quello deciso da Ghiggia.

Ghiggia sembrava rachitico quasi, ma che talento. Quello fu un grande evento. Seguì con i suoi servizi l’intera competizione e la finale compresa. Un ambiente incredibile. Ci furono morti dopo la vittoria dell’Uruguay: alcuni per il dispiacere tra le fila dei brasiliani, altri, uruguaiani, che non hanno retto la gioia. Una curiosità: in uno dei servizi si vede anche mia madre che mangiava un panino.

Poi la tragedia di Superga…

Doveva prendere quell’aereo. Aveva incontrato un gobbo che gli augurò ‘buon viaggio’. Lui era scaramantico e decise di non partire. Nella trasmissione della domenica sera esordì: “E adesso che tutto è finito, e come è finito”. E’ incredibile trasmettere per radio il pathos come ha fatto lui. E il Tifone uscì con il titolo: “Non credevamo di amarli tanto” con un’illustrazione di Geleng, un grande amico di Fellini e di papà. L’illustrazione scomparve nel nulla e lui rimase legato al fatto di non aver mai preso quell’aereo e di non essere morto con gli altri.

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14 ottobre 1993 – Viene a mancare Paolo Mantovani … “U Presidente”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Maurizio Medulla) – Scrivere su Paolo Mantovani è qualcosa che mi è sempre risultato difficile, forse per il grande rispetto che ho sempre avuto verso l’uomo e verso il Presidente.

Non era simpatico, era scontroso, spesso scostante, ma aveva una logica solare che all’inizio sembrava impossibile da seguire, ma che a poco a poco riusciva a farti comprendere. Alla base l’amore per la Sampdoria, per i tifosi, per i giocatori, che spesso trattava in modo paterno.

Per capire chi sia stato Paolo Mantovani e cosa abbia rappresentato, basta chiedere alla gente di Genova, ai meno giovani, a quelli che lo hanno conosciuto. Dopo che hai posto la domanda, capisci dal luccichio degli occhi, dallo sguardo fiero di chi ti risponde con orgoglio: U Presidente!!

A volte mi chiedo se siano stati i successi sportivi a renderlo così grande, e mi rispondo sempre nello stesso modo: Lui ha reso i successi sportivi della Sampdoria immensi.

Era un uomo libero, libero dai suoi bisogni, libero dalle debolezze, libero da una città che spesso gli è stata nemica, un uomo senza compromessi, che ha posto sempre davanti a tutto i suoi tifosi, la sua gente, la Sampdoria.

Molte sono state le sue frasi celebri ma quella che ricordo con grande orgoglio e con un briciolo di pudore è: Il patrimonio più grande della Sampdoria sono i suoi Tifosi.

Eppure non lesinò attacchi alla tifoseria, attacchi anche pesanti che lasciarono il segno. Voleva che il primo scudetto fosse il comportamento della gente, solo con un comportamento esemplare si sarebbero raggiunti risultati importanti.

E questi risultati arrivarono, passo dopo passo, coppa Italia dopo coppa Italia, passando da una serata europea in terra di Svezia, con la coppa delle Coppe alzata al cielo da Gianluca Vialli e Roberto Mancini, per lo scudetto del 19 maggio 1991, alla finale di coppa dei Campioni del 20 maggio 1992. Persa per le statistiche, ma vinta dai trentacinquemila di Wembley, il momento più alto della storia blucerchiata.

Le uniche parole di quella sera furono: i tifosi della Sampdoria hanno perso a Wembley ed hanno cantato, finché i tifosi canteranno non ci saranno problemi per il futuro.

Ricordo la sua grande amicizia con Luzzara, Presidente della Cremonese e con Dino Viola, Presidente della Roma. Con quest’ultimo giocò una partita a poker sulla questione Cerezo. Credo si siano divertiti tutti, Cerezo compreso. E ancora oggi i tifosi della Roma e della Samp si chiedono: ma Cerezo quanti anni ha ??

Paolo Mantovani è stato molto altro, molto più che il Presidente di una squadra di calcio. Pochi personaggi hanno lasciato un segno di sé così tangibile nelle vicende che hanno attraversato. Difficile fare un ritratto del Presidente e ancora più difficile farlo di un uomo, che voleva essere complesso. L’altro Mantovani viene fuori dai ricordi personali di chi ha avuto il piacere di conoscerlo e frequentarlo.

Lui divenne Presidente il 3 luglio del 1979 ed io ero un giovane che cercava a gomitate di farsi largo nella vita dei grandi, avevo già avuto il piacere di conoscerlo nella sua veste di addetto stampa, cappotto che assolutamente non gli calzava per i non buoni rapporti con una stampa genovese, che era ampiamente schierata dalla parte rossoblu.

Spesso lui e il vice Presidente Montefiori bazzicavano un bar aperitivi vicino a casa mia, era il periodo del calcio mercato e quel giorno lo incrociai. Quell’uomo mi incuteva sempre una sorta di timore reverenziale, i giornali lo definivano il Paperon dei Paperoni, ed io umile tifoso mi avvicinai e chiesi: Presidente, buona sera, come andiamo?

Si voltò verso di me facendomi arrossire, mi guardò e mi rispose con grande gentilezza. Mi raccontò che era stato al calcio mercato a Milano, che era andato per comprare delle patate ed invece era tornato con dei carciofi, e che quindi aveva capito che il calcio mercato non faceva per lui.

Rimasi a bocca aperta non capendo nulla di quanto mi aveva detto. Ripensai a quel momento con delusione, ma mi sbagliavo. Da quella sessione di calcio mercato arrivarono otto giocatori e tutti gli addetti ai lavori accreditarono la Sampdoria favorita per la risalita in serie A, anche se Mantovani non frequentò mai il calcio mercato nei vari alberghi di Milano.

Eravamo all’alba dell’era della Sampd’oro. Un solco lungo 14 anni, un ricordo che resta indelebile nel mio cuore e in quello di tutti coloro che come me lo hanno vissuto.

Se ne è andato troppo presto, il 14 ottobre 1993, a soli 63 anni.

Non dimenticherò mai quel giorno. Era una giornata cupa, con una tramontana fredda che sferzava il mare, il cielo era come me, dopo che avevo ricevuto quella telefonata. Avevo una gran voglia di piangere.

Il Presidente ci aveva lasciato.

Mi precipitai all’ospedale Galliera di Genova, in pochi minuti la notizia fece il giro di Genova e come me tanti amici di stadio, di gradinata, arrivarono. In silenzio, nel giro di poche ore migliaia di persone erano davanti al nosocomio, con le lacrime agli occhi.

A distanza di tanto tempo, sorrido ogni volta che penso a Lui e rivedo il suo viso davanti alla gradinata sud, rivedo il suo modo gentile di salutare togliendosi il cappello, di alzare la mano per abbracciare tutti, la sua gradinata, i suoi ragazzi.

Ovunque Lei sia, Presidente, resta e resterà sempre nel mio cuore.

Ciao Paolo.

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