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Il Calcio Racconta

9 ottobre 1988 Napoli Atalanta 1-0: Simone Giacchetta racconta a GliEroidelCalcio il suo esordio con gol

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – “La palla si impenna arriva Giacchetta ed è il gol partita. Dopo la prosa ecco la poesia, è quella di Simone Giacchetta 19 anni al suo esordio in serie A entrato al posto di un Crippa ancora senza bussola. Otto gol nella Civitanovese poi un presente da “primavera” aggregato alla prima squadra” (Cit. L’Unità, 10 ottobre 1988).

Inizia così la favola di Simone Giacchetta, il 9 ottobre 1988, al San Paolo di Napoli, raccogliendo una palla calciata da Careca, deviata da Maradona e da lui “buttata” dentro di testa, alle spalle del portiere, a muovere la rete. Chi è Simone Giacchetta? Classe ’69, debutta da professionista nel 1986 nella Civitanovese in C2 prima di arrivare alla corte di Ottavio Bianchi. Ora è il Direttore Sportivo dell’Albinoleffe e noi di GEdC lo abbiamo raggiunto per farci raccontare la sua storia.

 “In quel girone di C2 del 1987/88”, ci dice Giacchetta, “io con la Civitanovese che giocava per salvarsi e Ravanelli con il Perugia che giocava per vincere il campionato, eravamo sotto l’occhio vigile degli osservatori. Fu una grandissima esperienza quella e una grande annata: ci salvammo ed io feci 8 reti in campionato e due in Coppa Italia. La Juventus stava cercando un classe ’70 con determinate caratteristiche, ma evidentemente non lo trovava, e virarono verso di me con l’idea di parcheggiarmi all’Atalanta. Con gli orobici feci anche quattro giorni di allenamenti e provini, ero convinto che sarei andato lì. Era l’Atalanta di Mister Mondonico e della semifinale di Coppa delle Coppe. Invece a sorpresa s’inserirono Moggi e il Napoli”.  Simone, ci permettiamo la confidenza di chiamarlo per nome, ha il classico tono di chi nel raccontare la sua storia la rivive, e per farci capire esattamente il suo stato d’animo dell’epoca ci incalza… ”Dobbiamo contestualizzare la situazione. Siamo a fine anni ’80 in un mondo molto diverso da quello attuale. La Tv non era così perforante come ora. Chi viveva in un paese faceva fatica a pensare a una città grande come Napoli. È normale sperare di arrivare in un grande Club, quale ragazzo che gioca a calcio non ci spera? Sperarlo e pensare di diventarlo davvero è una cosa molto diversa, in particolare in quei tempi. Per essere chiari era come pensare di diventare astronauti. Quanti bambini, vedendo un film o un documentario non hanno pensato di diventarlo? I media non entravano così prepotentemente nella vita dei calciatori e ovviamente non c’erano i social che nulla lasciano, o quasi, all’immaginazione della vita di un calciatore. All’epoca i calciatori avevano un fascino misterioso. Le stesse famiglie ci educavano a seguire la scuola come obbligo e il calcio era solo qualcosa con il quale divertirsi. Invece io mi ritrovavo ad andare a giocare con una squadra fortissima in Italia, nel periodo più importante e “alto” della sua storia: aveva vinto lo scudetto due stagioni prima, con il giocatore probabilmente più forte al mondo in quel momento e con il senno di poi forse anche di tutti i tempi. Era una favola che più grande non potevo sognare. Quei calciatori erano quelli che vedevo a “90° minuto” e per i quali aspettavo poi la sintesi di un tempo, come succedeva la sera domenicale.  Il primo giocatore del Napoli che conobbi fu Luca Fusi, che avevo visto in TV, invece ora ero con lui nel Taxi per andare insieme a fare una visita medica”.

Simone, continua a ri-vivere ciò che racconta, sembra ancora meravigliato…”Avevo in testa un solo pensiero, quello di non creare problemi. Può sembrare assurdo, ma noi avevamo un’educazione che non ci consentiva di fare i fanatici o esaltarci troppo. Avevamo rispetto e una forte disciplina mentale. Non mi rendevo conto se il mio valore di calciatore era in grado o meno di stare in mezzo ad interpreti quali Ferrara, Renica, Alemão, Carnevale e Maradona. Poi Ottavio Bianchi, in primis un grande uomo. Un allenatore di spessore, persona perbene, severa con valori importanti. Disciplina e rispetto erano le regole con Mister Bianchi, gli davamo del “Lei”, gli stringevamo la mano sia quando entravamo in campo per l’allenamento sia quando lo terminavamo. Un po’ diverso da quanto accade oggi”.

Una pausa e il racconto riprende… “In pratica non ho avuto nemmeno il tempo di ambientarmi, perché con le Olimpiadi molti tornarono più tardi e quindi giocai le amichevoli e alcune gare di Coppa Italia. Ricordo anche quando arrivò Maradona, Juliano ci chiamò a noi “nuovi” e ci disse che Diego voleva conoscerci. Ci mettemmo in fila indiana per presentarci e stringergli la mano. Fu con noi splendido, ci sorrise dal primo istante e quando arrivò il mio turno mi fece capire che aveva sentito parlare bene di me. Insomma, io davo del “tu” a Maradona. Anzi lo chiamavo Diego”.

Arriviamo a quel 9 ottobre 1988, Napoli-Atalanta prima di campionato… “All’epoca credo che il calcio fosse davvero molto selettivo e meritocratico ed essere tra i convocati era davvero una cosa molto importante. Quel giorno di ottobre era la prima di campionato, e meritare la convocazione stava a significare che avevo lavorato bene. Ricordo l’impatto con il pubblico partenopeo, 80.000 persone, che urlavano e cantavano mentre entravamo in campo. Ricordo di quel momento la moltitudine di colori derivanti dalle maglie degli spettatori, le bandiere, le sciarpe e i fumogeni, insomma un colpo d’occhio impressionante. Per evitare di emozionarmi ulteriormente mi accomodai in panchina alla fine, dalla parte opposta dell’allenatore con il mio numero “16” sulle spalle. La partita era ancorata sullo 0-0 quando a un certo punto sento il Mister che dice “Bimbo scaldati”… mi giro verso Ottavio Bianchi e vedo che tutti mi guardano… e rispondo …”dice a me?”… Da quel momento ho inserito il pilota automatico, non ho sentito più niente, ero nel mio splendido isolamento. Mi ricordo che pensavo solo una cosa…”Faccio l’esordio in serie A, faccio l’esordio in serie A… mamma mia faccio l’esordio in serie A”. Non riuscivo a pensare ad altro”.

La cartolina appartiene alla collezione di Dino Alinei

L’impatto con la partita da parte del nostro esordiente è di quelle che lasciano il segno… ”Solo l’ingresso al 54’ di Giacchetta, diciannovenne centravanti che sino a qualche mese fa giocava in C2 nella Civitanovese, al posto del generoso ma impreciso Crippa, aveva reso pericolose le sterili manovre offensive del Napoli affidate all’evanescente Careca e ad un Maradona che, stringendo i denti per il dolore, aveva tentato invano di inventare qualcosa” (Cit. Stampa Sera, 10 ottobre 1988).

Infatti, quando l’arbitro decreta i minuti di recupero, la partita prende una strada diversa… “Mi sono inserito in area e mi stavo preparando per accogliere la palla. Per sfuggire a una marcatura scivolai, e proprio questo episodio mi diede la possibilità di posizionarmi in modo di poter colpire la palla di testa con un tuffo coraggioso dopo il tiro di Careca e il conseguente parapiglia in area. Non saprei descrivere i momenti successivi, per me era saltato il banco. Il Boato…io ero come un flipper andato in tilt. Non mi sono fatto abbracciare da nessuno, i compagni cercavano di braccarmi, mi tirarono la maglietta ma ero impazzito, andai verso la curva a esultare. Non ho connesso più per la gioia. Ecco, questa è una professione meravigliosa, che ti dona la possibilità di vivere dei momenti irripetibili come questo. Non è facile nella vita ripetere momenti simili. Forse sono momenti unici. Poi ancora sotto “choc” le interviste a bordocampo e negli spogliatoi… ero stordito”. Guardatele quelle interviste, sono di una bellezza e una spontaneità unica.

“Dei giorni successivi ricordo ovviamente un’attenzione mediatica diversa, niente a che vedere con quella attuale intendiamoci, ma proprio per questo m’incuteva timore. In qualche modo l’ansia prese il posto della gioia, il timore per delle dinamiche a me sconosciute. La classica paura dell’ignoto: che succede ora? Cominciavo a vivere un po’ diversamente perché è vero che facevo le stesse cose ma l’attenzione degli altri era cambiata, era diversa, anche a Soccavo dove ci allenavamo. Insomma qualcosa era cambiato”.

Alla fine della stagione conterà solo tre presenze totali in campionato, cinque in Coppa Italia e due in Coppa Uefa risultando quindi utile alla causa partenopea in Europa potendo fregiarsi del titolo vinto in quel di Stoccarda.

A fine stagione lascia il Napoli e si accasa con il Taranto per due stagioni. Arriva poi alla Reggina dove rimane praticamente per quasi tutta la carriera, dal 1991 al 2000 e poi dal 2003 al 2004. Qui inizia a giocare come difensore e diventa anche il Capitano degli Amaranto: guiderà i compagni verso la storica promozione in Serie A. Anche Genoa e Torino sono due tappe di questa splendida carriera prima di appendere gli scarpini al classico chiodo.

Possiamo dire con assoluta certezza di aver incontrato una persona gentile e schietta, una persona molto piacevole da ascoltare, davvero disponibile. Non si tira indietro nemmeno quando parliamo di un problema di salute avuto qualche anno fa…”Nel 2010 mi è stato diagnosticato un male, un brutto male, con poche possibilità di potercela fare. Questo male si era inserito dentro di me, come fa un centrocampista che salta gli avversari e arriva davanti alla porta pronto a scagliare la palla in rete. Ho trovato la forza nei miei figli e nel calcio. Ho trovato la forza di reagire nell’essere padre da un lato, e dall’altra la voglia di sapere cosa facevano i ragazzi della Reggina in campo. I figli e il calcio mi davano l’energia e la forza per essere vivo. Ringrazio il mio vissuto da calciatore e la mia favola sportiva. Non è facile, in alcuni momenti, quando si passa dal sentirsi un “Super Uomo”, quando sei un calciatore e ti alleni, a non riuscire a poterti muovere. Io non potevo più nemmeno prendere i miei figli in braccio. Ci vuole una forza mentale rilevante. Come nello sport. È necessario fare sacrifici per emergere. Bisogna accantonare il “tutto e subito” che spesso oggi i giovani cercano e ritornare all’importanza del percorso, del metodo, del merito del sacrificio. Io sono partito da casa mia che avevo quattordici anni, e ancora devo tornare…”.

Dopo la prosa ecco la poesia…

Video del gol e interviste post partita a Simone Giacchetta

La Stampa del 10 10 1988

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Lo spettacolare Parma di Sacchi e quella promozione del 1° Giugno 1986

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(GLIEROIDELCALCIO.COM di Andrea Gioia)

Molto spesso si parla di allenatori che hanno modificato radicalmente il gioco del calcio.

Ce ne sono stati tanti in oltre un secolo di questo sport; qualcuno ha vinto attraverso la preparazione fisica, altri grazie ad una sapiente gestione del gruppo e altri ancora con la tecnica e l’innovazione.

Arrigo Sacchi da Fusignano appartiene proprio a questa ultima categoria.

Nella stagione 1985/86 ad Arrigo viene assegnato l’arduo compito di riportare il Parma in Serie B.

Lo scelgono personalmente il presidente Ceresini ed il direttore sportivo Sogliano. Se ne sentiva già parlare bene fin dai tempi del Vicenza; quel quarantenne dall’occhio vivace, era stato in grado di plasmare una squadra attraverso l’utilizzo di un gioco a tratti incontenibile e di una zona non ancora purissima.

A Parma, Sacchi dà inizio ad una vera e propria rivoluzione.

Via quasi tutto il gruppo della retrocessione (con la sola eccezione del giovanissimo Melli e del rosso Mussi), dentro alcuni dei suoi fedelissimi (Bianchi, Rossi e Gabriele).

Una preparazione sfiancante e minuziosa porta ad un esordio incolore in campionato. Il 22 Settembre del 1985, il Parma pareggia a reti inviolate contro il Trento; passa una settimana e si inizia a vedere una squadra incontenibile.

Un 5-0 in casa contro il Fano, un gioco straripante e le linee che si muovono in perfetta sintonia.

La gente inizia ad accorgersi di quel Parma.

In quel campionato, oltre alla squadra di Sacchi, c’è il forte Modena del presidente Mascalaito.

Il 1° Dicembre lo stadio Tardini assiste ad uno scontro diretto tra due squadre destinate a dominare quella Serie C. 

Sacchi prepara la partita con la sua solita spregiudicatezza e con la convinzione, inculcata nei giocatori, che il suo gioco non debba adattarsi a quello degli avversari. Un secco 2-0 con doppietta di Marco Rossi ai danni di un ventenne Ballotta.

Quel campionato andrà avanti con un continuo testa a testa tra le due emiliane.

Il ritorno sarà più equilibrato e un pò sfortunato per i ducali, con un 2-2 raggiunto soltanto sul finale grazie ad un’azione ubriacante conclusa in rete da un colpo di testa del decisivo Rossi.

Il 1° Giugno del 1986 il capolavoro può compiersi.

Il Parma festeggia la promozione in Serie B grazie al gol in spaccata del giovanissimo Melli e grazie al tiro preciso ad incrociare del solito Marco Rossi. 

Un anno speciale nel quale si ebbe la sensazione di vedere da vicino un calcio talmente tanto innovativo da essere destinato a cambiare questo sport.

Quella squadra, prima di abbandonare il suo profeta romagnolo, sfiorerà la seconda promozione consecutiva l’anno successivo.

In compenso, eliminerà il Milan di Liedholm dalla Coppa Italia.

In quella doppia sfida, Berlusconi ci vide lungo.

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1920 – 2020: 100 anni di Cagliari

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(GLIEROIDELCALCIO.COM di Andrea Gioia)

Sono passati 100 anni da quel 30 Maggio del 1920.

Quel giorno, uno stimato chirurgo decise di fondare il Cagliari Football Club, sulla scia di quello che avveniva già da inizio secolo in tutto il “continente”.

Il suo nome era Gaetano Fichera e difficilmente avrebbe immaginato che quella società sarebbe stata la prima del sud Italia a vincere un campionato di Serie A.

Tante sono le date importanti nella storia di questa squadra.

Il 1926, ad esempio, è l’anno della scelta dei colori sociali: blu e rosso compaiono sulle magliette dei giocatori, sostituendo il bianco dei primi anni ’20.

Nel 1964, invece, la prima promozione nella massima serie. Quella squadra, allenata da Arturo Silvetri, riuscì a raggiungere il secondo posto finale in Serie B spinta dal pubblico dello Stadio Amsicora e, soprattutto, dal trio di attaccanti Capellaro – Greatti – Riva.

Gli anni a cavallo tra i ’60 ed i ’70 sono quelli dell’apoteosi calcistica e sociale di un’intera regione. 

Nel 1969, con il ritorno del “filosofo” Manlio Scopiglo in panchina, il Cagliari raggiunge la seconda posizione in campionato dopo aver lottato contro la Fiorentina di Pesaola; passa un anno ed il miracolo calcistico si compie.

In quel 1970, che avrebbe visto la nazionale di Valcareggi grande protagonista al mondiale messicano, Gigi Riva e compagni prendono il comando della classifica alla sesta giornata e concludono una cavalcata trionfale che li porterà al primo e unico scudetto.

Anche il 1971 è un anno da ricordare. In quella stagione, in cui il Cagliari era probabilmente destinato a ripetere la gloria del ’70, Rombo di Tuono si infortuna e non può guidare la sua squadra lungo il difficilissimo cammino della Coppa dei Campioni.

E poi ancora il 1994 con la semifinale di Coppa Uefa persa ed il 2003, quando i rossoblù accolgono Gianfranco Zola, il talento calcistico più grande della Sardegna.

Una società gloriosa il Cagliari, capace di affrontare sfide continue ed emozionanti.

Una squadra ed una terra che sono un unicum inimitabile.

Quell’unicum che ha fatto innamorare il più grande attaccante della storia del calcio italiano.

Auguri Cagliari Calcio per i tuoi primi 100 anni.

 

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La storia dei “Tigrotti” della Pro Patria – Parte seconda

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Vi presentiamo oggi il secondo appuntamento con la storia di una squadra di calcio dal nome fortemente evocativo: la Pro Patria. Il racconto ci viene “offerto” dalla collaborazione diretta con il Pro Patria Museum e il suo ideatore Andrea Fazzari: due puntate per assaporare la storia dei Tigrotti.

Buona lettura.

—————

DAL 1960 AL 1979

Nella stagione 1961-1962 una splendida formazione, simbolo del territorio e di una città intera, sfiora il ritorno in Serie A. Impossibile non celebrare quel fantastico 4-1 alla Lazio, con le firme di Regalia, Pagani e la doppietta di Rovatti. Non arriva la seconda clamorosa promozione in tre anni, ma quel gruppo di giocatori, guidati da Piero Magni in panchina, regala grandi emozioni. È di quegli anni un bomber come Enrico Muzzio, autore di 40 gol in biancoblu.

Ma sono anni difficili per la causa biancoblu, e il 19 giugno del 1966 va in scena l’ultima partita della Pro in serie B. Poi la C, con Carlo Regalia in panchina, che poi sarà l’unico in questo primo secolo di storia a vestire i panni di giocatore, allenatore e direttore.

Negli ultimi anni della presidenza Candiani, Regalia porta un nuovo modo tattico di interpretare il calcio e scopre anche il talento di Re Cecconi.

Re Cecconi con la maglia della Pro Patria

La Serie C si rivela una categoria tosta, difficile, e nonostante i primi campionati vedano sempre una Pro Patria in gran spolvero, non si va oltre il quinto posto nel girone A del campionato 1967-1968. Anzi, tre anni dopo, nella stagione 1970-1971, solo la miglior differenza reti rispetto alla Triestina evita il baratro di un’ulteriore retrocessione.

La figurina “Scudetto” della Panini 1967/68

Gli anni 70 iniziano con Peppino Mancini presidente: la serie C viene difesa con artigli da tigre. Nella stagione 1972-1973 però, per la primissima volta, ecco l’inferno della Serie D: una palude che imprigiona la Pro per le tre annate successive. Un Commissario Straordinario al timone, Adriano Mancini, compie però la scelta giusta per la panchina, dove arriva Adelio, per tutti Lello, Crespi. Con Crespi allenatore si torna in Serie C al termine di un lungo duello con Cantù, vinto grazie a una formazione che conta su giovani promesse come Bartezzaghi e Bosani e su giocatori esperti come Pasquale Croci e Ettore “Fritz” Frigerio. In occasione dei festeggiamenti per il salto di categoria vengono organizzate due amichevoli di lusso, con la Juventus e con la Nazionale di Fulvio Bernardini.

Pergo Crema vs Pro Patria 1978/79

DAL 1980 AL 1999

Negli anni 80 l’avvento di Colombo presidente, con Hofling e Siegel in panchina, porta alla promozione in C1, con Rovellini, “Cicciobello” Frara, Sartirana, bomber Bardelli e tanti altri, protagonisti di una splendida cavalcata fino alla seconda posizione, alle spalle della Carrarese di mister Orrico.

Pro Patria 1982/83 Figurina Panini

Una parentesi effimera, purtroppo, perché si ritorna subito in C2.

Si succedono presidenti, allenatori e giocatori, ma l’unico vero sussulto è quello del 1985-86, quando la Pro Patria del presidente Fusari, con Melgrati in panchina, sfiora la promozione in C1, vanificata dalla sconfitta interna contro una tranquilla Pro Vercelli. Un harakiri cui nel 1987 si unisce il dolore per la tragica, prematura scomparsa di Andrea Cecotti, dopo una partita di campionato a Treviso.

In società c’è qualche tentativo di rilancio, ma complici alcuni personaggi che non onorano gli impegni, i colori biancoblu scivolano in Interregionale, l’attuale Serie D.

E, come se non bastasse, nei primi anni ’90, la Pro Patria sprofonda addirittura in Eccellenza, riuscendo a risalire solo grazie all’impegno dell’imprenditore gelese Giorgio Campo, di mister Venturini e di un solido gruppo di giocatori (capitanato da Damiano Farina) che nel ’94 – dopo un’autentica invasione di tifosi biancoblu a Meda – riporta la Pro in D, creando già dall’anno successivo i presupposti per un doppio salto in avanti. Nel ’95, infatti, si torna tra i professionisti: Tosolini, Caravatti, Petenà, Della Valle, Ferrario, Peppino e Adriano Mancini uniscono le forze per una fusione tra Pro Patria e Gallaratese.

Al primo anno di C2, con uno Speroni che reimpara a ruggire nei derby con Novara, Varese e Legnano (contro i lilla doppio successo: allo “Speroni” gol di Tubaldo, al “Mari” Ferretti al 90° su rigore procurato da Vitalone), un ambizioso Mario Beretta guida la squadra ai playoff, ma in semifinale – nonostante l’ennesima invasione di tifosi biancoblu – vince il Lumezzane.

Gli spareggi promozione non portano bene ai tigrotti perché nel ’97 arriva lo scivolone interno con la Pro Sesto (dopo il blitz al “Breda” firmato da Brizzi), e nel ’98, sempre in casa, un gol beffa (e irregolare) della Triestina al 97° scatena l’invasione di campo dei supporter biancoblu che inseguono l’arbitro Pieri. Nel ’99 la Pro di Mezzini si salva ai playout col Borgosesia, ma in società crescono le ambizioni e la piazza si dimostra pronta per tornare ad anni di gloria.

DAL 2000 AL 2019

Nel marzo 1999, la famiglia Vender acquista la Pro Patria, nominando Riccardo Guffanti direttore generale. Alcune bandiere rimangono, ma c’è un cambio radicale nella rosa guidata da Gianfranco Motta. Eppure i playoff – sconfitta con la Triestina – restano sempre un tabù. Almeno fino al 9 giugno 2002 quandodopo un’epica semifinale a Novara decisa da Dell’Acqua – arriva la promozione in C1 con la doppia finale contro la Sangiovannese, decisa da Erba all’andata e Zaffaroni al ritorno. In panca c’è Carletto Muraro.

Ė il picco di una presidenza che dura un decennio, con grandi giocatori (tra cui Paolo Tramezzani), partite indimenticabili (il 4-3 all’imbattibile Genoa e il 4-2 contro il Pisa, rimontato da una tripletta di Temelin con i tigrotti in nove) e un finale amaro ai playout col Verona.

Il 2008-2009, dopo il ripescaggio, è l’anno del calcio spettacolo (ma delle grane societarie): il Dream Team arriva a un passo dalla Serie B, dopo aver ceduto il passo al Cesena nella stagione regolare. Ai playoff, una leggendaria semifinale contro la Reggiana (4-5 al “Giglio” con tripletta di Do Prado, dopo il 3-0 granata), vale la finale. Ma lo 0-0 di Padova e un inqualificabile 1-2 in uno “Speroni” tutto esaurito (con i tigrotti in superiorità numerica) fanno sfumare il sogno cadetteria.

La rinascita si chiama Aurora Pro Patria 1919, ma senza successi. Tra flop, spese folli ed esoneri (a farne le spese anche Vincenzo Cosco), l’incubo retrocessione diventa realtà ai playout con il Pergocrema: 2-2 a Busto e 1-1 a Crema.

La Pro prova subito a risalire: nonostante mille peripezie societarie (giocatori sfrattati, occupazione degli spogliatoi, collette dei tifosi…), i tigrotti di Novelli vanno a un passo dell’impresa. Dopo un’esaltante vittoria a Busto con show di Pacilli e una stoica resistenza a Vercelli contro tutto e tutti, i biancoblu devono arrendersi in finale a Salò.

Nel 2011-2012, con Cusatis in panchina, la Pro si vede soffiare una meritata promozione sul campo da 11 punti di penalizzazione, tesoro della gestione precedente. Ma i festeggiamenti slittano solo di un anno: a Casale, con lo 0-2 firmato Calzi-Bruccini, i tigrotti tornano in Prima Divisione.

Capitan Serafini segna 75 gol in questi anni, terzo goleador di sempre dietro a leggende come Reguzzoni e Turconi.

Dopo il ripescaggio a fine campionato 2014-15 (retrocessione ai playout contro il Lumezzane, dopo una stagione macchiata dall’inchiesta con arresti “dirty soccer”) e la caduta in serie D l’anno successivo, la Pro Patria trova ancora la forza di rialzarsi. La bustocca Patrizia Testa alla presidenza, Sandro Turotti direttore sportivo e Ivan Javorcic in panchina restituiscono credibilità e Serie C alla Pro Patria. Con l’estro dell’argentino Santana e l’esperienza del “canterano” Riccardo Colombo, la Pro vince il campionato dopo un duello punto a punto col Rezzato, conquistando il 2 giugno del 2018 lo Scudetto di Serie D.

Nel campionato del centenario i tigrotti si fermano solo ai playoff contro una Carrarese grandi firme, dopo essersi tolti il lusso di lasciare in bianco la corazzata Entella, di espugnare l’Arena Garibaldi di Pisa, il “Piola” di Novara e il “Moccagatta” di Alessandria.

La storia dei “Tigrotti” della Pro Patria – Parte prima

 

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