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Il Calcio Racconta

9 ottobre 1988 Napoli Atalanta 1-0: Simone Giacchetta racconta a GliEroidelCalcio il suo esordio con gol

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – “La palla si impenna arriva Giacchetta ed è il gol partita. Dopo la prosa ecco la poesia, è quella di Simone Giacchetta 19 anni al suo esordio in serie A entrato al posto di un Crippa ancora senza bussola. Otto gol nella Civitanovese poi un presente da “primavera” aggregato alla prima squadra” (Cit. L’Unità, 10 ottobre 1988).

Inizia così la favola di Simone Giacchetta, il 9 ottobre 1988, al San Paolo di Napoli, raccogliendo una palla calciata da Careca, deviata da Maradona e da lui “buttata” dentro di testa, alle spalle del portiere, a muovere la rete. Chi è Simone Giacchetta? Classe ’69, debutta da professionista nel 1986 nella Civitanovese in C2 prima di arrivare alla corte di Ottavio Bianchi. Ora è il Direttore Sportivo dell’Albinoleffe e noi di GEdC lo abbiamo raggiunto per farci raccontare la sua storia.

 “In quel girone di C2 del 1987/88”, ci dice Giacchetta, “io con la Civitanovese che giocava per salvarsi e Ravanelli con il Perugia che giocava per vincere il campionato, eravamo sotto l’occhio vigile degli osservatori. Fu una grandissima esperienza quella e una grande annata: ci salvammo ed io feci 8 reti in campionato e due in Coppa Italia. La Juventus stava cercando un classe ’70 con determinate caratteristiche, ma evidentemente non lo trovava, e virarono verso di me con l’idea di parcheggiarmi all’Atalanta. Con gli orobici feci anche quattro giorni di allenamenti e provini, ero convinto che sarei andato lì. Era l’Atalanta di Mister Mondonico e della semifinale di Coppa delle Coppe. Invece a sorpresa s’inserirono Moggi e il Napoli”.  Simone, ci permettiamo la confidenza di chiamarlo per nome, ha il classico tono di chi nel raccontare la sua storia la rivive, e per farci capire esattamente il suo stato d’animo dell’epoca ci incalza… ”Dobbiamo contestualizzare la situazione. Siamo a fine anni ’80 in un mondo molto diverso da quello attuale. La Tv non era così perforante come ora. Chi viveva in un paese faceva fatica a pensare a una città grande come Napoli. È normale sperare di arrivare in un grande Club, quale ragazzo che gioca a calcio non ci spera? Sperarlo e pensare di diventarlo davvero è una cosa molto diversa, in particolare in quei tempi. Per essere chiari era come pensare di diventare astronauti. Quanti bambini, vedendo un film o un documentario non hanno pensato di diventarlo? I media non entravano così prepotentemente nella vita dei calciatori e ovviamente non c’erano i social che nulla lasciano, o quasi, all’immaginazione della vita di un calciatore. All’epoca i calciatori avevano un fascino misterioso. Le stesse famiglie ci educavano a seguire la scuola come obbligo e il calcio era solo qualcosa con il quale divertirsi. Invece io mi ritrovavo ad andare a giocare con una squadra fortissima in Italia, nel periodo più importante e “alto” della sua storia: aveva vinto lo scudetto due stagioni prima, con il giocatore probabilmente più forte al mondo in quel momento e con il senno di poi forse anche di tutti i tempi. Era una favola che più grande non potevo sognare. Quei calciatori erano quelli che vedevo a “90° minuto” e per i quali aspettavo poi la sintesi di un tempo, come succedeva la sera domenicale.  Il primo giocatore del Napoli che conobbi fu Luca Fusi, che avevo visto in TV, invece ora ero con lui nel Taxi per andare insieme a fare una visita medica”.

Simone, continua a ri-vivere ciò che racconta, sembra ancora meravigliato…”Avevo in testa un solo pensiero, quello di non creare problemi. Può sembrare assurdo, ma noi avevamo un’educazione che non ci consentiva di fare i fanatici o esaltarci troppo. Avevamo rispetto e una forte disciplina mentale. Non mi rendevo conto se il mio valore di calciatore era in grado o meno di stare in mezzo ad interpreti quali Ferrara, Renica, Alemão, Carnevale e Maradona. Poi Ottavio Bianchi, in primis un grande uomo. Un allenatore di spessore, persona perbene, severa con valori importanti. Disciplina e rispetto erano le regole con Mister Bianchi, gli davamo del “Lei”, gli stringevamo la mano sia quando entravamo in campo per l’allenamento sia quando lo terminavamo. Un po’ diverso da quanto accade oggi”.

Una pausa e il racconto riprende… “In pratica non ho avuto nemmeno il tempo di ambientarmi, perché con le Olimpiadi molti tornarono più tardi e quindi giocai le amichevoli e alcune gare di Coppa Italia. Ricordo anche quando arrivò Maradona, Juliano ci chiamò a noi “nuovi” e ci disse che Diego voleva conoscerci. Ci mettemmo in fila indiana per presentarci e stringergli la mano. Fu con noi splendido, ci sorrise dal primo istante e quando arrivò il mio turno mi fece capire che aveva sentito parlare bene di me. Insomma, io davo del “tu” a Maradona. Anzi lo chiamavo Diego”.

Arriviamo a quel 9 ottobre 1988, Napoli-Atalanta prima di campionato… “All’epoca credo che il calcio fosse davvero molto selettivo e meritocratico ed essere tra i convocati era davvero una cosa molto importante. Quel giorno di ottobre era la prima di campionato, e meritare la convocazione stava a significare che avevo lavorato bene. Ricordo l’impatto con il pubblico partenopeo, 80.000 persone, che urlavano e cantavano mentre entravamo in campo. Ricordo di quel momento la moltitudine di colori derivanti dalle maglie degli spettatori, le bandiere, le sciarpe e i fumogeni, insomma un colpo d’occhio impressionante. Per evitare di emozionarmi ulteriormente mi accomodai in panchina alla fine, dalla parte opposta dell’allenatore con il mio numero “16” sulle spalle. La partita era ancorata sullo 0-0 quando a un certo punto sento il Mister che dice “Bimbo scaldati”… mi giro verso Ottavio Bianchi e vedo che tutti mi guardano… e rispondo …”dice a me?”… Da quel momento ho inserito il pilota automatico, non ho sentito più niente, ero nel mio splendido isolamento. Mi ricordo che pensavo solo una cosa…”Faccio l’esordio in serie A, faccio l’esordio in serie A… mamma mia faccio l’esordio in serie A”. Non riuscivo a pensare ad altro”.

La cartolina appartiene alla collezione di Dino Alinei

L’impatto con la partita da parte del nostro esordiente è di quelle che lasciano il segno… ”Solo l’ingresso al 54’ di Giacchetta, diciannovenne centravanti che sino a qualche mese fa giocava in C2 nella Civitanovese, al posto del generoso ma impreciso Crippa, aveva reso pericolose le sterili manovre offensive del Napoli affidate all’evanescente Careca e ad un Maradona che, stringendo i denti per il dolore, aveva tentato invano di inventare qualcosa” (Cit. Stampa Sera, 10 ottobre 1988).

Infatti, quando l’arbitro decreta i minuti di recupero, la partita prende una strada diversa… “Mi sono inserito in area e mi stavo preparando per accogliere la palla. Per sfuggire a una marcatura scivolai, e proprio questo episodio mi diede la possibilità di posizionarmi in modo di poter colpire la palla di testa con un tuffo coraggioso dopo il tiro di Careca e il conseguente parapiglia in area. Non saprei descrivere i momenti successivi, per me era saltato il banco. Il Boato…io ero come un flipper andato in tilt. Non mi sono fatto abbracciare da nessuno, i compagni cercavano di braccarmi, mi tirarono la maglietta ma ero impazzito, andai verso la curva a esultare. Non ho connesso più per la gioia. Ecco, questa è una professione meravigliosa, che ti dona la possibilità di vivere dei momenti irripetibili come questo. Non è facile nella vita ripetere momenti simili. Forse sono momenti unici. Poi ancora sotto “choc” le interviste a bordocampo e negli spogliatoi… ero stordito”. Guardatele quelle interviste, sono di una bellezza e una spontaneità unica.

“Dei giorni successivi ricordo ovviamente un’attenzione mediatica diversa, niente a che vedere con quella attuale intendiamoci, ma proprio per questo m’incuteva timore. In qualche modo l’ansia prese il posto della gioia, il timore per delle dinamiche a me sconosciute. La classica paura dell’ignoto: che succede ora? Cominciavo a vivere un po’ diversamente perché è vero che facevo le stesse cose ma l’attenzione degli altri era cambiata, era diversa, anche a Soccavo dove ci allenavamo. Insomma qualcosa era cambiato”.

Alla fine della stagione conterà solo tre presenze totali in campionato, cinque in Coppa Italia e due in Coppa Uefa risultando quindi utile alla causa partenopea in Europa potendo fregiarsi del titolo vinto in quel di Stoccarda.

A fine stagione lascia il Napoli e si accasa con il Taranto per due stagioni. Arriva poi alla Reggina dove rimane praticamente per quasi tutta la carriera, dal 1991 al 2000 e poi dal 2003 al 2004. Qui inizia a giocare come difensore e diventa anche il Capitano degli Amaranto: guiderà i compagni verso la storica promozione in Serie A. Anche Genoa e Torino sono due tappe di questa splendida carriera prima di appendere gli scarpini al classico chiodo.

Possiamo dire con assoluta certezza di aver incontrato una persona gentile e schietta, una persona molto piacevole da ascoltare, davvero disponibile. Non si tira indietro nemmeno quando parliamo di un problema di salute avuto qualche anno fa…”Nel 2010 mi è stato diagnosticato un male, un brutto male, con poche possibilità di potercela fare. Questo male si era inserito dentro di me, come fa un centrocampista che salta gli avversari e arriva davanti alla porta pronto a scagliare la palla in rete. Ho trovato la forza nei miei figli e nel calcio. Ho trovato la forza di reagire nell’essere padre da un lato, e dall’altra la voglia di sapere cosa facevano i ragazzi della Reggina in campo. I figli e il calcio mi davano l’energia e la forza per essere vivo. Ringrazio il mio vissuto da calciatore e la mia favola sportiva. Non è facile, in alcuni momenti, quando si passa dal sentirsi un “Super Uomo”, quando sei un calciatore e ti alleni, a non riuscire a poterti muovere. Io non potevo più nemmeno prendere i miei figli in braccio. Ci vuole una forza mentale rilevante. Come nello sport. È necessario fare sacrifici per emergere. Bisogna accantonare il “tutto e subito” che spesso oggi i giovani cercano e ritornare all’importanza del percorso, del metodo, del merito del sacrificio. Io sono partito da casa mia che avevo quattordici anni, e ancora devo tornare…”.

Dopo la prosa ecco la poesia…

Video del gol e interviste post partita a Simone Giacchetta

La Stampa del 10 10 1988

Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Seconda parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – A sei giorni dalla conquista del loro ottavo titolo nazionale, con vittoria nella finalissima a Roma contro la Lazio, la partenza da Genova dei giocatori rossoblù, nella notte del 28 luglio del ’23, a bordo del “Principessa Mafalda”, fu salutata da una marea di tifosi genoani, raccoltasi dapprima, nel pomeriggio, alla Stazione Marittima, e poi, in serata, nella Rotonda di Carignano, quartiere centrale sul mare che si affaccia proprio sopra lo sbocco del porto. Come ricorda, infatti, Pierpaolo Viaggi, nel suo libro, “1923-1925. Il Genoa alla Scoperta del Calcio Sudamericano”, le grida di saluto e incoraggiamento dei tifosi genoani all’indirizzo della squadra in partenza con la nave, furono sentite con una certa emozione da un giocatore del Genoa, che udì quei cori quando già, in piena notte, si trovava all’interno della propria cabina e ne prese nota sul proprio diario. Va forse precisato che il “Principessa Mafalda”, battente regolarmente la rotta Genova-Buenos Aires (con scalo a Rio de Janeiro) e, a periodi alternati, impiegato anche nelle traversate Genova-New York, rappresentava l’eccellenza della marineria italiana e, prima di arrivare alla fine dei suoi giorni con un tragico epilogo nell’ottobre del ’27, poté annoverare tra i suoi passeggeri Arturo Toscanini, Luigi Pirandello e Carlos Gardel.
Di quella spedizione, agli ordini di Mister Garbutt, fecero parte: De Prà, Moruzzi, Bellini, Barbieri, Burlando, Leali, Neri, Sardi, Catto, Santamaria e Bergamino. A loro, si erano aggiunti altri giocatori provenienti da diverse squadre. Atleti coinvolti solo nel progetto di quella specifica impresa sportiva, e quindi in organico solo per la durata della tournée: Giovanni Moscardini, attaccante della Lucchese che sarebbe poi passato al Pisa; Giuseppe Girani, difensore del Padova che quell’anno si rivelò squadra rivelazione, nonché uno dei club finalisti del campionato; Enrico Romano, capitano del Vado che l’anno prima aveva vinto la prima edizione della Coppa Italia ai danni dell’Udinese; ed infine Adolfo Baloncieri, grande giocatore dell’Alessandria (in seguito passato al Torino) che come gli altri tre fu appunto aggregato al Genoa proprio e solo in funzione della tournée sudamericana.

Baloncieri, Romano e Sardi appartenevano a famiglie italiane emigrate in Argentina e, dopo un’esperienza di vita in quella parte dell’America Latina, erano rientrati nel nostro paese. Baloncieri era un piemontese nato ad Alessandria ma era cresciuto a Rosario, nelle pampas della provincia di Santa Fe; Romano era di origine torinese ma era nato a Buenos Aires e si era iniziato al calcio nel Bella Vista Football Club della capitale argentina; e Sardi era nato a Genova ma aveva passato parte della sua infanzia e della sua adolescenza a Buenos Aires, e quindi, per certi aspetti, poteva essere considerato uno “Xeneise”. Dopo vari scali a Barcellona, a San Vicente nelle isole di Capo Verde, a Rio de Janeiro, a Santos, e a Montevideo, il 15 agosto la squadra genovese arrivò in territorio argentino.
Per il resoconto delle partite, possiamo affidarci a Paul Edgerton, e al suo splendido libro dedicato a William Garbutt, da lui definito “il padre del calcio italiano” (onorificenza, a mio parere, da attribuire ad ex-aequo anche al Dottor Spensley). Il 19 agosto, a Buenos Aires, il Genoa perse, per due reti a uno, una prima partita contro la formazione ‘All Stars’, del “Combinado Norte”, composta appunto da giocatori della parte settentrionale della città; poi ne vinse una seconda, il 2 settembre, per uno a zero contro la squadra del “Combinado Sud”; ed in seguito ottenne un pareggio per uno a uno, nel match finale contro la nazionale argentina, giocato davanti ai 30.000 spettatori dello Stadio Barracas, il 9 settembre del ‘23 (secondo altre fonti gli spettatori erano  40.000).

Il pubblico dello Stadio Barracas, in occasione della partita tra la nazionale Argentina e il Genoa, giocata il 9 settembre 1923 a Buenos Aires, e terminata sul punteggio di 1-1

Tra i primi due incontri e l’ultimo, di quelli giocati a Buenos Aires, il viaggio dei rossoblù proseguì, come previsto, con una deviazione a Montevideo, il 5 settembre, dove si registrò esattamente lo stesso entusiasmo tra la comunità genovese di questa città sul Rio della Plata. D’altra parte, perché stupirsi? Ancora oggi in quella metropoli americana, come del resto a Buenos Aires, ci sono negozi di commestibili che vendono la focaccia e la farinata, anche se gli abitanti del posto preferiscono quasi sempre utilizzare i termini di “Fugazza” e “Fainà” che rimandano all’idioma ligure.

Buenos Aires 9 settembre 1923 – Il Presidente Argentino Marcelo de Alvear da il calcio d’inizio di Argentina-Genoa che porterà al vantaggio dei sudamericani. Si tratta di un episodio controverso perchè autorità e fotografi erano ancora in campo. I genoani avevano pensato ad un gesto simbolico, ma i giocatori argentini, ricevuto il passaggio “presidenziale” puntarono la porta ed andarono in gol. Pareggerà poi Aristodemo Santamaria.

Comunque, per tornare agli aspetti calcistici, la sfida con “La Celeste” fu ancora più impegnativa di quelle con gli argentini, e finì con la vittoria uruguagia per due reti a uno. E, a detta di un campione come De Vecchi, al triplice fischio finale i giocatori del Genoa poterono tirare il fiato, estremamente contenti di essere riusciti a contenere le offensive dei loro temuti rivali. Finita la serie di match programmati e, come già anticipato, sfumate le possibilità di disputare una partita contro il Brasile, ai nostri non restò che andare a Rio de Janeiro; non per giocare a pallone ma solo per fare rotta in direzione di Genova. E il rientro nella capitale della Liguria, a bordo di una nave francese, “l’Alsina,” sempre secondo la ricostruzione di Arcuri e Pesce, sarà salutato dai getti d’acqua dei rimorchiatori del porto di Genova e dalle sirene delle navi all’ormeggio ma, soprattutto, da una miriade di bandiere e di fazzoletti, sventolati da una marea di persone raccoltasi su moli, sulle calate e sulle banchine adiacenti alla nave. Il Genoa rientrava a casa, con tutti gli onori del caso, accolto dall’usuale calore del popolo rossoblù. Due anni dopo, come già detto, a ideale chiusura di quel ciclo sudamericano, il Nacional di Montevideo giocò una partita a Marassi, davanti a 22.000 persone che resero omaggio a quella mitica squadra uruguagia. Una squadra avversaria che non solo aveva saputo imporsi con il risultato finale di tre reti a zero, ma che aveva segnato i suoi due primi gol in meno di due minuti. L’evento, all’epoca, fu immortalato in una pellicola, prodotta dalla Pittaluga Film, e quel reportage ancora oggi fa il giro del mondo. Quel filmato è stato, per esempio, trasmesso dalla televisione uruguayana in una puntata celebrativa dei fasti del Nacional e si puó trovare anche nella videocassetta pubblicata nel 1999, in occasione del centenario della squadra di Montevideo.

Quando una squadra diventa un misto di storia e leggenda, il suo mito comincia a vivere di vita propria. E così, della narrazione di quella leggenda, diventa quasi impossibile seguirne gli interi sviluppi e la sua diffusione: dico questo perché è possibile che foto, articoli e filmati di quel periodo siano stati commentati in altre trasmissioni e documentari di cui io non sono a conoscenza.

Il discorso relativo ad una squadra che si pone tra mito e leggenda vale per il Nacional di Montevideo. Ma, allo stesso modo, vale anche per il Genoa. Non a caso, le immagini di repertorio di quegli eventi, in cui le vicende di questi due storici club si sono incrociate, viaggiano ancora oggi via etere, via digitale o tramite il web, dal Golfo di Genova al Rio della Plata.

È anche in ragione di questi antichi legami storici che il Genoa ha avuto, e ha ancora, un rapporto di predilezione con l’Argentina e con l’Uruguay. La tournée del Genoa del ‘23, la partita del Nacional a Marassi del ‘25, i reportage della stampa dell’epoca, i filmati di repertorio di allora, l’accoglienza delle comunità di emigrati di quel periodo, gli attuali servizi televisivi dei media latini, i club argentini di hinchas del Genoa tuttora esistenti, i siti internet del latino-america, i libri di storia del calcio, come quello di Eduardo Galeano: tutto questo è lì a dimostrarlo.

Genova, 7 aprile 1925, Stadio del Genoa. Davanti a 22.000 spettatori, i giocatori del Nacional di Montevideo fanno il loro ingresso in campo , portando la bandiera tricolore in segno di fratellanza. I giocatori del Genoa contraccambieranno entrando con la bandiera dell’Uruguay.

Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa – Prima parte

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21 agosto 1979 – Il silenzioso addio a Giuseppe Meazza

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GLIEROIDELCALCIO.COM – Giuseppe Meazza… tanto basta per riempirsi la bocca di leggenda. Tanto basta per riportare la mente ad un calcio fatto di miti, quelli dei mondiali del 1934 e del 1938. Uno dei calciatori più importanti, più forti nella storia del calcio nostrano. Una figura sospesa tra mitologia e fascino pionieristico.

“Il centravanti della Nazionale italiana degli Anni Trenta, è morto a Rapallo, sulla Riviera di Levante, dove si era trasferito da alcuni anni. Meazza era affetto da una grave ed incurabile malattia. I funerali si sono svolti in forma privata. Meazza infatti aveva lasciato scritto nelle sue ultime volontà che l’annuncio della sua morte venisse dato soltanto a funerali avvenuti. La notizia è stata fatta trapelare la notte scorsa da alcuni amici di Rapallo dell’ex giocatore…” (Cit. La Stampa, 23 agosto 1979).

Se ne va così, come aveva voluto, Giuseppe Meazza, detto Peppino o, in dialetto milanese, Peppìn, e più tardi detto Balilla.

Un calciatore che ha dettato la moda, lanciando l’abito blu gessato, imitato nella pettinatura, tra i primi calciatori a concedere autografi. Una “Star”, un “Vip”, forse addirittura “Influencer” … si sarebbe detto anni dopo.

Entra nei ragazzi dell’Ambrosiana a quattordici anni e, due anni più tardi, viene aggregato in prima squadra e disputa la Coppa Volta. In questa occasione l’allenatore Weisz legge nello spogliatoio la formazione annunciando la presenza in campo del giovane Meazza nell’undici iniziale. Uno dei calciatori più anziani, Leopoldo Conti, esclama: «Adesso facciamo giocare anche i balilla!». L’Opera Nazionale Balilla raccoglie tutti i bambini dagli 8 ai 14 anni e al “vecchio” Conti viene spontaneo apostrofare in quel modo il giovane Meazza. Lui risponde sul campo: due gol.

Rapidità intellettuale, intuito, fiuto del gol, rappresenta “l’orgogliosa risposta autarchica agli estrosi oriundi importati dal Sud America… Il calcio come invenzione e astuzia, non più come esclusiva possanza atletica e brutalità fisica. Il calcio come arte… Era onnipresente nell’azione esclusivamente per l’innato senso della geometria calcistica” (Cit. La Gazzetta dello Sport, 23 agosto 1979).

I numeri? 457 partite in campionato e 372 gol, potrebbero bastare questi per esprimere e raccontare la sua grandezza. Due volte campione italiano, nel 1929-30 e nel 1937-38, una Coppa Italia nel 1938-39 con l’Inter. Tre volte capocannoniere, nel 1929-30 (31 gol), nel 1935-36 (25) e nel 1937-’38 (20).

Con la maglia azzurra conta 53 presenze, di cui 17 da Capitano, con 33 reti. L’esordio il 9 febbraio 1930 contro la Svizzera, l’ultima l’11 giugno 1939 davanti alla Romania. Con la Nazionale di Pozzo scrive pagine forse irripetibili: due volte Campione del Mondo, 1934 e 1938, due volte vincitore della Coppa Internazionale.

Nel 1939 è costretto a fermarsi per oltre un anno in seguito a quello che veniva definita “sindrome del piede gelato”, una vasocostrizione di natura traumatica di un’arteria.

Non vuole smettere con il calcio giocato e passa allora al Milan, uno scandalo. Nel 1942 si trasferisce alla Juventus e anche stavolta crea grande scalpore. Poi Varese, Atalanta e di nuovo Inter. A Bergamo e Milano, in queste due ultime esperienze, copre il ruolo di giocatore-allenatore. Appesi gli scarpini al chiodo prova la strada da all’allenatore, anche all’estero con i turchi del Besiktas, esperienza che dura solo pochi mesi. Poi Pro Patria e ancora Inter. In seguito diviene responsabile del settore giovanile dell’Inter.

Ora in silenzio… così come hai voluto.

 

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Estate 1923 – La Tournée Sudamericana del Genoa (Prima parte)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Massimo Prati) – Nell’estate del ’23, il Genoa fece una leggendaria tournée nel Cono Sur de America, affrontando le Selezioni Nazionali di Argentina e Uruguay, ricevendo una calorosissima accoglienza dai liguri di Buenos Aires e Montevideo.  La vicenda, per usare un termine giuridico, “è agli atti”. Nella sua lunga storia, il Grifone ha, per così dire, vissuto una sua “Estate Tanguera”.

Ci sono articoli della stampa italiana e argentina dell’epoca, pubblicazioni e libri a riguardo, che ricostruiscono tutto questo molto dettagliatamente. Un esempio per tutti, è quello tratto dal libro di Camillo Arcuri e Edilio Pesce, “Genoa and Genova. 1893-1993. Una Squadra, una Città, Cento Anni Insieme”; pubblicazione uscita 26 anni fa, in occasione del centenario del Grifo che, tra l’altro, può vantare due contributi preziosi: la copertina ideata dal celebre scenografo e illustratore, candidato due volte all’Oscar, Emanuele Luzzati, e una poesia al suo interno dell’illustre poeta Edoardo Sanguineti, il quale per l’occasione creò appunto un componimento in omaggio a James Spensley.

Alla pagina 65 di questo bellissimo libro, accanto ad una foto scattata a Buenos Aires nell’estate del ’23, si può leggere: “Il corteo delle auto, con la squadra del Genoa, si reca tra due ali di folla a rendere omaggio al monumento del Generale Manuel Belgrano, eroe dell’indipendenza argentina”.  E ” le due ali di folla “non sono certo un’esagerazione del cronista. Chi ha dubbi a riguardo può controllare da solo. Del resto, nel libro in questione, qualche pagina prima si può anche leggere: “È una festa l’arrivo nel porto di Baires, con una gran folla accorsa ad augurare ‘buena suerte’ alla comitiva rossoblù, messaggera di sportività e genovesità, in terre dove la presenza ligure era tanto diffusa quanto apprezzata”. In effetti, in quegli anni, nella parte più meridionale del continente americano, il football era ormai diventato un fenomeno sociale di massa ed aveva raggiunto livelli tecnici davvero notevoli. Tra l’altro, Genova aveva contribuito in modo notevole alla diffusione del calcio nella capitale argentina: il River Plate e il Boca Juniors furono, infatti, fondati da emigrati genovesi, rispettivamente nel 1901 e nel 1905. Basta dare un’occhiata alle generalità dei fondatori, dei dirigenti, e dei primi giocatori per notare subito una serie di nomi dalla chiara impronta ligure che, in alcuni casi, lasciano    anche    intuire   la   località   di provenienza: Pedemonte e Carrega, Salvarezza e Moltedo, Bricchetto, Ratto e Baglietto.

Il Boca Juniors è forse il club che ha conservato più integralmente e più lungamente queste radici genovesi. Infatti, i tifosi di questa squadra amano definirsi “Xeneises”, adattamento ispanizzante della parola “Zeneisi”, che nella lingua genovese indica appunto gli abitanti di Genova.

A riprova di questa mia affermazione, può essere considerato il fatto che sul sito ufficiale del Boca Juniors, nel 2015, oltre all’opzione in spagnolo, e a quella in inglese, per la navigazione delle pagine web si poteva anche scegliere la lingua della città della Lanterna. Ed è questo il motivo per cui, ad esempio, in relazione alla maglia del Boca, nel sito della squadra argentina si poteva leggere che: “O mariolo do Boca o l’è ciù che ‘n sempliçe abito sportivo. O l’è o  tezöo d’ogni tifozo ch’o ghe demanda a-i zugoei de sualo fin a in fondo. O l’è o mantello sacro lödòu da çentenae de cansoin. O simbolo ch’o l’unisce i xeneizes spantegae in gio a-o mundo”. Traduzione per i non genovesi: “La maglia del Boca è qualcosa di più di un semplice abito sportivo. È il tesoro di ogni tifoso e pretende che i giocatori l’impregnino di sudore. È il mantello sacro lodato in centinaia di canzoni.  Il simbolo che unisce i genovesi della Boca sparpagliati in giro per il mondo”. Il genovese, quindi, è forse l’unica lingua di una città italiana ad essere stata utilizzata nel sito ufficiale di una squadra straniera.

Comunque, per tornare alla tournée del Genoa nel ’23, va tenuto presente che, tra il ‘20 ed il ’30 del secolo scorso, il calcio sudamericano, e quello uruguayano in particolare, raggiunse livelli di assoluta eccellenza. La squadra uruguayana di calcio vinse le Olimpiadi del 1924 che, in mancanza del campionato mondiale, a quei tempi non ancora creato, era la massima competizione intercontinentale di football allora esistente; l’anno dopo, il Nacional di Montevideo fece una mitica tournée europea, della durata di circa sei mesi, “la historica gira de 1925”, affrontando, di fronte ad un totale di oltre 800.000 spettatori in 38 partite, storici club europei (tra i quali possiamo citare Barcellona, Deportivo La Coruña, Sporting Lisbona, Porto, Basilea, Rapid Vienna e Genoa), e ottenendo il notevole score di 26 vittorie e sette pareggi; tre anni dopo, nel 1928, il titolo olimpico fu per l’ennesima volta prerogativa dei calciatori uruguagi; e poi, nel ‘30, quando finalmente vennero organizzati i primi mondiali di calcio,  furono  gli  uruguayani,  ancora  una  volta,  ad imporre la loro supremazia, alzando al cielo la Coppa Rimet.

Buenos Aires. Gli emigrati italiani, con tanto di mandolino e chitarra sullo sfondo, rendono omaggio ai giocatori del Genoa. A sinistra si riconosce Luigi Burlando. Al centro Ottavio Barbieri (con cappello chiaro e cravatta), dietro di lui, alla sua sinistra, Renzo de Vecchi. Dietro de Vecchi si riconosce Adolfo Baloncieri (individuabile per il farfallino). A fianco di Baloncieri, si trova Aristodemo Santamaria (anche lui con cappello chiaro e cravatta).

È questa la cornice storica in cui il Genoa, nel 1923, partì in transatlantico da Genova per una tournée, in America Latina; tournée nella quale avrebbe appunto affrontato le più forti nazionali del Sud America. In quella occasione, ci furono anche dei “pour parler” per giocare contro il Brasile.  Ma le trattative non andarono in porto e alla fine furono organizzati solo gli incontri con Argentina e Uruguay.
Va anche detto che il Genoa quell’anno non aveva semplicemente vinto il campionato ma aveva addirittura finito il torneo imbattuto. E il sostegno dei tifosi genoani a quella mitica squadra non era mancato neanche in trasferta. Durante quella stagione fu addirittura organizzato un treno speciale, per la partita col Padova: partenza da Genova alle sei di domenica e rientro previsto per le tre di mattina del giorno dopo. Ma le cronache narrano anche come quella partita, a Padova, non registrò solo l’arrivo del treno genoano. L’entrata dei rossoblù in campo fu infatti accompagnata dal lancio in aria di centinaia di berretti. Erano quelli dei marinai genovesi delle flotte militari, giunti dalle basi navali dei porti di Venezia e Trieste. Fatta quella che per me era una doverosa precisazione storica, possiamo quindi tornare alla tournée in Uruguay e in Argentina.

Continua… 

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