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La Penna degli Altri

Le maglie, bagnate, di sangue di sudore…

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SSLAZIOFANS.IT (Stefano Greco) – Una foto in bianco e nero, d’altri tempi, che riporta alla mente un altro calcio giocato da uomini che lottavano con il coltello tra i denti in stadi stracolmi di gente e d’entusiasmo: un calcio di maglie bagnate di sangue e di sudore, realmente, non solo nelle parole del testo di“non mollare mai”. Questa è la foto scattata alla fine di un Lazio-Fiorentina del 19 ottobre del 1969: il giorno della prima doppietta di Giorgio Chinaglia in Serie A, la domenica in cui una Lazietta appena tornata tra le grandi del calcio italiano, trascinata da un gigante italiano cresciuto in Galles, si permette il lusso di battere per 5-1 una Fiorentina che gioca con lo scudetto sul petto. Quel gigante si chiama Giorgio Chinaglia, ed è stato scoperto da Juan Carlos Lorenzo, un personaggio che sembra uscito da una di quelle commedie all’italiana degli anni Sessanta: istrionico, pittoresco, ma soprattutto un po’ folle. Quella foto con i giocatori della Lazio schierati a centrocampo a fine partita per immortalare l’epica impresa, con le maglie fradice di sudore che le fanno sembrare più blu che celesti scure (con un elegantissimo colletto bianco molto british…), diventa la figurina d’apertura della pagina della Lazio dell’album di figurine dei Calciatori della Panini del 1969.

Per Giorgio Chinaglia, reduce da un gol segnato al Milan Campione d’Europa (il suo primo in Serie A), quella è la domenica della definitiva consacrazione. Ma l’avvio di Long John nella Lazio è stato tutt’altro che rose e fiori. Anzi. I tifosi, già scottati da recenti “bufale”, quando lo vedono in campo per la prima volta si guardano perplessi: è sgraziato, è grasso e anche dal punto di vista tecnico lascia molto a desiderare. Ma Juan Carlos Lorenzo, nonostante il giudizio lapidario sul giovane Chinaglia del suo connazionale Omar Sívori (“Chinaglia? Non è un giocatore da Serie A. Mi sembra un elefante chiuso a chiave in un negozio di ceramiche”) è convinto di avere tra le mani un diamante grezzo che deve solo essere lavorato per diventare una pietra di inestimabile valore.

Il feeling tra Giorgione e Lorenzo scatta al primo incontro. Me lo racconta Giorgio in una delle tante serate passate insieme e in cui, tra un bicchiere e l’altro di Chivas Regal, lui ama aprire lo scrigno dei ricordi. E l’episodio risale a quando Chinaglia gioca ancora nell’Internapoli e, anche se ha il passaporto britannico, essendo italiano a tutti gli effetti Giorgio deve andare a fare il militare. Car a Bologna, poi Roma, compagnia atleti, perché è stato convocato nella nazionale di Serie C. A Roma Giorgio si mette subito nei guai. Rientra tardi in caserma dopo esser stato a cena fuori e, per giunta, senza il permesso per uscire. Discute con un superiore, lo spintona e finisce al carcere militare. Quindici giorni in cella di rigore. In quei giorni, grazie a qualche buona amicizia, Juan Carlos Lorenzo riesce a entrare in carcere e a parlare con Chinaglia. Giorgio è una sorta di bue: grande, grosso, ma anche grasso. E in cella di rigore, si mangia poco. Quindi, quando Lorenzo si presenta gli dice: “Prima di parlare di qualsiasi cosa, mi faccia avere un pollo arrosto con patate al forno. Ho una fame che non ci vedo”. Lorenzo esaudisce il desiderio e, con quel gesto, si conquista per sempre la stima e l’affetto di quel gigante scontroso ma onesto e riconoscente.

In quell’estate storica del 1969, in cui tutta l’attenzione del mondo è rivolta alla missione Apollo con destinazione la Luna, la Lazio si raduna a Tor di Quinto il 25 luglio 1969, ovvero cinque giorni dopo lo sbarco sulla Luna di Neil Armstrong e Edwin Aldrin. Tifosi e giornalisti vedono quel gigante il primo giorno, poi Chinaglia sparisce. Lorenzo ha deciso di prepararlo a modo suo: 8-10 ore al giorno di lavoro in una palestra dalle parti di Via Barberini e cura dimagrante. In combutta con il dottor Ziaco, Lorenzo toglie a Chinaglia anche le chiavi dell’ascensore di casa, quindi Giorgio deve fare dieci piani a piedi ogni volta che entra o esce dal suo appartamento. Di pallone, poco o niente. Un tempo nell’amichevole del 24 agosto con la Fiorentina, tribuna il 7 settembre in un derby di Coppa Italia passato alla storia. Con la Roma in vantaggio 1-0, allo stadio va via la luce all’improvviso e Concetto Lo Bello sospende la partita, assegnando di fatto il 2-0 a tavolino ai giallorossi. E qualcuno sostiene che sia stato Juan Carlos Lorenzo stesso a staccare l’interruttore.

In molti a Roma pensano che Chinaglia sia solo l’ennesimo bidone sbarcato nel mondo Lazio, tra l’altro pagato a peso d’oro, un po’ come Tomy, ma Juan Carlos Lorenzo ripete: “Tranquilli, Chinaglia è un fenomeno, garantisco io”. E ha ragione. Lo utilizza a Perugia in Coppa Italia, ma capisce che non è pronto e lo sostituisce con Morrone, poi nelle partite successive gli preferisce Ghio e Fortunato. La Lazio è una squadra giovane e, insieme a Chinaglia e Wilson, Lorenzo fa debuttare anche Papadopulo, Polentes, Oddi e Massa. L’esordio in Serie A di Long John, arriva il 21 settembre del 1969, nella sfortunata trasferta di Bologna. La domenica successiva, Juan Carlos Lorenzo lo promuove titolare e Giorgio Chinaglia lo ripaga segnando il suo primo gol in serie A: un gol storico, perché consente alla Lazio di mettere ko il Milan neo Campione d’Europa, davanti a 65.000 spettatori. Sono 65.000, anche se con enfasi tipica dell’epoca Enrico Ameri nella sua radiocronaca parla di 90.000 spettatori.

[…]

Giorgio è al settimo cielo, diventa subito personaggio e finisce in prima pagina sui giornali sportivi ma anche sui settimanali, con il soprannome di Long John. Questo è un passaggio della sua intervista a «L’Intrepido», che gli dedica la copertina: “Sono stato fortunato, infatti ho trovato una squadra giovane, decisa al rilancio. L’allenatore Lorenzo ha puntato tutto sulla velocità, sullo scatto. Io credo che oggi, a essere in crisi, siano gli squadroni di una volta. Ora vanno le squadre veloci, ubriacanti come Fiorentina e Cagliari e, modestamente, anche Lazio e Roma. Le squadre che partono in quarta con motore su di giri. Noi cerchiamo di farlo. In questa stagione, contro il Bologna, nella prima partita abbiamo perso, ma ci siamo subito rifatti la settimana successiva superando il Milan. Io ho segnato a Cudicini la rete del miracolo. Fu un terremoto”.

[…]

Ma torniamo a quella foto, a quel 19 ottobre del 1969. Quella domenica c’è il sole e fa caldo all’Olimpico, un caldo terribile reso ancora più infernale dalla calca che c’è sugli spalti. La vittoria con il Milan e poi quella successiva, hanno scacciato i fantasmi di una crisi dopo gli scivoloni in trasferta contro Bologna e Cagliari: anche se quel Cagliari non è una provinciale qualsiasi, ma una squadra destinata a conquistare alla fine di quella stagione uno scudetto storico, trascinata da Gigi Riva. Quella domenica, come sempre, arrivo presto all’Olimpico, perché ho solo 7 anni e con il mio abbonamento da Aquilotto ho diritto all’ingresso in Tribuna Tevere ma non ho diritto al posto a sedere su quelle panche numerate. Quindi, devo trovare un posto sulle scale, su quei gradini di marmo bianco che in quella domenica brillano alla luce del sole. La partita inizia alle 14.30, ma armato di santa pazienza e di una preziosa busta preparata con cura da mia madre con dentro i panini, entro in Tevere Numerata all’apertura dei cancelli, alle 10 di mattina: sì, 4 ore e mezza prima dell’inizio della partita. Come passavamo il tempo in quelle ore? Leggendo Topolino, ascoltando le canzoni della Hit Parade diffuse dagli altoparlanti dello stadio e aspettando con pazienza l’ingresso delle squadre per salutare i tifosi e controllare il campo. Era un vero e proprio rito quello e dal momento in cui i giocatori, vestiti in borghese (non c’erano le divise sociali e quasi nessuno arrivava allo stadio in tuta…) uscivano da quel tunnel incastrato tra la Curva Sud e la Tribuna Monte Mario, iniziava il vero conto alla rovescia. E in occasione delle partite di cartello, a quel punto, a quasi un’ora e mezza dal fischio iniziale, lo stadio era già pieno, stracolmo.

Quel Lazio-Fiorentina inizia male, malissimo. Dopo appena 3 minuti segna Chiarugi, uno dei giocatori che calcisticamente parlando ho odiato di più insieme a Oscar “flipper” Damiani: perché ci segnava sempre, perché era uno di quelli che cercavano sempre il calcio di rigore, che simulavano spesso e volentieri e per ingannare l’arbitro (all’epoca, gli scarpini erano tutti neri e per il direttore di gara era difficile distinguere il piede di chi toccava quello di un altro giocatore) arrivavano a simulare, toccandosi con la punta dello scarpino in tacco dell’altro piede per poi franare a terra appena entrati in area se un difensore osava avvicinarsi o tentare l’intervento. Anche quella domenica, Chiarugi ci punisce, dopo appena 3 minuti, al primo tiro in porta. Sembra l’inizio di una goleada da parte dei Campioni d’Italia, invece quel gol è la scossa che serve alla Lazio per liberarsi da pensieri e paure, ed in dieci minuti si passa dalla depressione all’incredulità, all’esaltazione: al 17’ arriva il gol di Nello Governato, detto “il professore”, poi il gol del sorpasso firmato da Cucchi e al 27’ il primo dei 2 gol di Giorgio Chinaglia, quello che di fatto chiude la partita. Poi, nella ripresa arrivano il 4-1 di Morrone in contropiede e il definitivo 5-1 segnato da Chinaglia sotto la Nord con una sorta di pallonetto che beffa Superchi.

[…]

Chinaglia si specializza nel raccogliere “scalpi” importanti, visto che dopo il gol al Milan e la doppietta in quella domenica in cui la Lazio umilia la Fiorentina Campione d’Italia in carica, Long John segna anche all’Inter e alla Juventus, piegate come il Milan tra le mura amiche dell’Olimpico. Alla fine della sua prima stagione, Chinaglia firma 12 reti e guida la Lazio neo promossa verso un inaspettato ottavo posto in classifica e alla qualificazione per la Coppa delle Fiere. I gol di Giorgio non sono passati inosservati, al punto che il ct azzurro Ferruccio Valcareggi lo inserisce nella lista dei 40 papabili per partecipare ai Mondiali di Messico ’70. Ma nella lista dei 22 che partono per quell’avventura, il nome di Chinaglia non c’è, lui resta a casa. L’appuntamento con l’azzurro e con i Mondiali è rinviato. Anche se quello tra Giorgio e la maglia azzurra è un rapporto difficile, conflittuale. Forse perché lui, da ex emigrante, tiene troppo alla Nazionale. “Io sono italiano. Anzi sono doppiamente italiano perché ho vissuto all’estero”. Ma questa, è un’altra storia…

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E’ il “Gronchi rosa” delle figurine Panini: un pensionato alessandrino l’ha trovata in soffitta

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REPUBBLICA.IT – Torino – Il “Gronchi rosa” delle Figurine Panini, la rarissima immagine di Egidio Salvi (calciatore del Brescia nella stagione di serie A 1965-66) diffusa dalla Panini per il suo album dei calciatori in poche copie perché “non doveva essere stampata”, è tornata alla luce in un solaio di Serravalle Scrivia nell’Alessandrino in Piemonte. L’ha trovata, come scrive La Stampa, il pensionato Giuseppe Grosso mentre riordinava alcuni album appartenuti a lui e a suo fratello. “Ho trovato in solaio una serie di figurine di quegli anni e in cima al blocchetto c’era proprio la figurina impossibile da attaccare”, spiega Grosso, nato a Novi ma serravallese di adozione. Ben più rara di Pier Luigi Pizzaballa, ritenuta introvabile alla stregua di quella che ritrae Faustino Goffi (edizione ’67), la figurina di Egidio Salvi è unica perché la Panini ne stampò pochissimi esemplari. Alla casa editrice modenese, infatti, si accorsero di aver fatto un errore: nell’album non c’era spazio per attaccare la figurina perché Salvi nel Brescia compariva nelle riserve, cioè in quella rosa di calciatori per i quali non era prevista la fotografia.

Quando la Panini se ne accorse smise di stamparla, ma alcune bustine erano già state messe in circolazione. Come ricirda sul quotidiano il signor Grosso, “in tanti, non potendola attaccare, la buttarono via o la usarono per giocare. Così, con il tempo, di quella figurina si è persero le tracce. Negli ambienti dei collezionisti sono in pochi a poterla avere e mi risulta talmente rara da non avere un vero valore di mercato”. Giuseppe Grosso, che conserva parecchi album di figurine del periodo della sua gioventù (oggi ha 62 anni) ha fatto una ricerca su Facebook: “Ho chiesto ai gruppi di settore qualche informazione e alcuni massimi esperti mi hanno confermato che è introvabile, alcuni addirittura dicono di non averla mai vista”.

Tra le tante “introvabili” della Panini c’è ancora l’accoppiata Rizzo-Riva al Cagliari nella stagione 1963-64, per lungo tempo la figurina più quotata su Ebay: 110 euro. Altra figurina rarissima è quella di un giovanissimo Gianni Rivera che, dopo l’esordio a 15 anni con l’Alessandria, è passato a 17 anni al Milan: questo primo scatto per l’album Panini in maglia rossonera è considerato introvabile. Ma non finisce qui: tra le ricercatissime c’è quella di Teobaldo Depertini di Casale Monferrato, che nella stagione 1967-68 era il terzino sinistro del Livorno, in Serie B. Dopo Pizzaballa, un altro portiere detiene il primato della rarità nelle figurine Panini: Pietro Battara della Sampdoria: la sua figurina era ricercatissima nella stagione 1968-69. Altro introvabile è Sergio Maddè dell’Hellas Verona: cresciuto nel Milan, tornò a Verona arrivano ad allenare pure la prima squadra nel ’98 e nel 2003. Ci sono poi Antonello Cuccureddu della Juventus (stagione 1973-74); Lamberto Boranga, portiere di Foligno e cresciuto nel Perugia, acquistato a 31 anni dal Cesena; Vinicio Verza, arrivato alla Juve all’inizio degli anni 80 e riserva di Causio: la sua figurina della stagione 1979-80 è una delle più ricercate della storia. Capitolo a parte nella storia delle figurine Panini, infine, meritano quelle realizzate perla stagione 2009-2010 quando la casa editrice modenese ha deciso di far firmare 50 figurine a 12 calciatori di Serie A (per un totale di 600 card autografate): su eBay alcune sono state vendute addirittura a 1.500 euro.

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Quando Helenio Herrera allenava il Rimini

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SOCCERNEWS24.IT (Ernesto Consolo) – Arriva a bordo di una Mini targata Roma. E’ mezzogiorno di sabato 13 novembre 1976. I tifosi lo aspettano, ma lui li pianta e se ne va a Sant’Arcangelo, albergo “Verde Mare”: qui c’è il Rimini in ritiro, momentaneamente in stato confusionale e ultimo in classifica.

Perchè per lui è già il momento di marcare il territorio: “Ho sempre pensato che il destino mi avrebbe portato prima o poi in Romagna, anche se ho avuto altre richieste. Ma ho scelto la Romagna , una regione bellissima e che adoro. La responsabilità tecnica del Rimini sarà tutta mia. Una squadra è malata? Io scelgo la medicina giusta e la rimetto in sesto”.

C’è uno splendido attico pronto in città, vicino al mare. Con lui è sbarcata la moglie Fiora. Tutti sanno che hanno un solo figlio, Helios. Invece dalla Mini ne escono due. La splendida bambina che c’è con loro si chiama Luna, ha tre anni ed è spagnola: Helenio sta ultimando le pratiche per la sua adozione.

E’ un nuovo inizio. Scalda i motori: “A me non fa impressione scendere nella serie cadetta. E poi io ho cominciato in Francia proprio in serie B con il Puteaux. Mi servì moltissimo per fare esperienza. Adesso sono qui per lavorare e basta. Solo per raddrizzare questo Rimini. E la brutta posizione in classifica sarà uno stimolo. Molto peggio guidare una squadra in testa : c’è sempre il rischio di cadere”.

E la prima è Rimini-Brescia, succulenta perché contro uno dei suoi nemici, uno dei primi: il Brescia infatti in panchina ha il signor Antonio Valentin Angelillo: “Saluterò Herrera dandogli del lei e lui mi risponderà sicuramente dandomi del tu. Anche se mi sono davvero meravigliato: un grande come lui accettare di scendere in provincia”. “Angelillo può raccontare quello che vuole. Deve riconoscere che a quei tempi, avevo ragione io. Non appena si è separato dalla donna che lo stava rovinando, è diventato un altro”.

Per fortuna che è già domenica. La mattina Helenio confessa i calciatori. Uno per uno. Ed è lì pronto alle 14,25: li abbraccia, ancora uno per uno. Poi pretende il mischione per darsi l’ultima spinta, mentre lui si accomoda in tribuna. Può seguirla solo da lì per un semplice motivo: perché è squalificato.

Segue la partita impassibile, cappotto blu elegante. Parla poco. Ha un foglietto con la formazione del Brescia e accanto ai nomi tante frecce e freccette. Indica col dito il campo, a destra a sinistra. Poi trasmette gli ordini al direttore sportivo, che gira a una staffetta (con l’ombrello) che raccoglie, fa l’inchino e scende rapido i gradoni fino alla panchina. Lì c’è un dirigente accompagnatore.

Chi si aspettava una brusca smazzata alla formazione, rimane deluso. Anche se Helenio pretende una squadra più lunga , vuole profondità per disarticolare la fase difensiva avversaria. La coppia d’attacco è Fagni-Pellizzaro con Sollier a sostegno . E dopo qualche apprezzabile brano di calcio, inizia un vero assalto. Pellizzaro viene messo giù: Fagni va sul dischetto. Niente, se lo fa parare. Ed Helenio è nervoso. Non sopporta più gli occhiali. Li toglie, li perde. Poi li ritrova. E domanda: “Ma i rigori non li tira Di Maio ?”.

A un quarto d’ora dalla fine, piazzato di Mariolino Russo e Beppe Fagni stacca di testa: Helenio scatta improvvisamente in piedi, Rimini in vantaggio. Tutti gli si buttano al collo. Abbracci. Anche l’uomo-staffetta festeggia. Poi agita l’ombrello e centra in pieno un paio di teste.

La reazione del Brescia non c’è. Angelillo esibisce solo un inutile catenaccio : il primo tiro in porta di Altobelli è all’ottantacinquesimo. Poi ancora Fagni va sul fondo, ne salta uno e rientra : 2-0.  Ed Helenio è in estasi. Lo spingono, lo portano di peso negli spogliatoi , sempre incappottato. E ancora abbracci.

Ma non parla coi cronisti. Non può, c’è la squalifica.

Passano tre quarti d’ora. E cambia idea. Non ce la fa più. Perché adesso proprio non può sottrarsi. Perché lui conosce ogni angolo , ogni taglio di luce del palcoscenico . E la sua non è solo una conferenza stampa , ma prorompe come una sinfonia. Tutta d’un fiato: “Sono molto contento. Ottima squadra, mi è piaciuta.  Ho rettificato alcune cose, ma la miglior tattica è sempre quella che colloca il calciatore nel posto che più gli si addice. Sono stato bravo a trasmettere ai miei giocatori il mio entusiasmo, la mia carica. Stamattina li avevo trovati ben disposti a reagire, a migliorare. L’avvenire sarà radioso perché la squadra è ben preparata ed è merito di Meucci che mi ha preceduto. Perché io non credo nei maghi. Credo nel lavoro, nell’esperienza e nell’intelligenza. I ragazzi sono stati tutti magnifici. E su un terreno pesante. Altrimenti avrebbero vinto con punteggio ben maggiore. Quel gol non arrivava mai e la tensione cresceva sempre più. Io ero convinto che ce l’avrebbero fatta. Anche dopo il rigore mancato”.

Il Rimini aveva segnato un gol soltanto in sette partite e non vinceva una partita di campionato da otto mesi. Dai tempi della C. Helenio esce dallo stadio in trionfo : “In questi anni ho tenuto dei quadernetti , dove ho annotato tutto: calcio italiano, europeo, mondiale. Proprio come una volta. Perché io sono sempre stato all’avanguardia e saprò esserlo ancora. Sono un atleta di sessant’anni, che fa ginnastica, yoga e lunghe camminate. Chi si ferma , è perduto. E il calcio è in piena evoluzione come la vita”.

Prova a rielaborare dati e geometrie. A vedere se ha la stessa inquieta curiosità dei bei tempi. E riprende a parlare di tutto. Della Nazionale per esempio: “Bernardini ha fatto solo perdere tempo. Adesso con Bearzot va meglio. Sottoscrivo la sua formazione per dieci undicesimi. Metterei però Mozzini al posto di Gentile sui centravanti alti e grossi”. “E Italia-Inghilterra per le qualificazioni mondiali come finirà? ” “Vinceremo 2-0 oppure 3-1”.

Buona la prima.

E parla dell’ Inter , of course: “Io chiesi Pulici o Savoldi. Mi comprarono Cerilli, Roselli e compagnia bella. Gente non da Inter e infatti non hanno vinto più niente”.  Il presidente Fraizzoli lo aspettava : “Se Herrera è tanto bravo, perché è finito così in basso, al Rimini ? E’ un uomo malato”.

Per la trasferta di Avellino, la squadra lo trova già sul posto. Helenio è partito il giovedì, con due giorni d’anticipo. Lo accoglie con tutti gli onori l’allenatore avversario , Corrado Viciani. Proprio lui, il profeta del gioco corto: “Herrera ? Lui è rimasto alla sua Inter: è un ritardato tattico”.

Lui non raccoglie provocazioni: “Credo in uno schieramento misto, che tra l’altro, avevo già adottato con la Roma. Le punte si devono marcare in modo implacabile, molto strette. Ma a centrocampo bisogna muoversi a zona. I centrocampisti sono i motori della squadra , ma che motori sarebbero se fossero costretti a correre dietro agli avversari? Questi i concetti basilari che farò applicare al Rimini . In quanto ai rapporti con i calciatori, non sono mai stato rigido. Ho sempre basato tutto sull’amicizia e sulla comprensione. Coi latini un sergente di ferro dura quindici giorni: occorrono invece persuasione e convinzione. Io sono quello che ha cominciato coi cartelli sui muri degli spogliatoi, ma sono anche quello che ha finito con le mogli in ritiro”.

Ancora un campo inzuppato. L’Avellino non fa neanche un graffio alla barriera di Sarti, Raffaeli e Agostinelli . E il Rimini lo infila in contropiede: lungo rinvio proprio di Sarti, che attiva Berlini. Cross e inzuccata di Fagni. Fino al settantesimo, quando l’arbitro decide che è finita: perché il pallone non rimbalza più. Si deve rifare tutto.

Anche se Helenio rimane tranquillo: “La considero vinta oggi. E vinceremo anche la ripetizione”. Si è già acclimatato. Forse rimane a vita e compra un albergo a Riccione. Compare al campo per l’allenamento di buon mattino. Vuole conoscere meglio i calciatori. Ma nella sala attigua agli spogliatoi nessuna scritta a scopo motivazionale. Campeggia invece la foto di una finta calciatrice : biondissima e addosso un micro-slip. Lui fa segni con la testa, approva. Col Taranto, Sollier fuori per infortunio, gioca Carnevali: “Le tre punte sono d’obbligo. Giocheremo a viso aperto. Vogliamo la vittoria”.

Lo sguardo è sempre fisso sul campo. A questa età doveva capitargli ancora: fare l’allenatore senza panchina, come in Nazionale nel dopo-Corea. Ma a quei tempi lui era al top. Il Rimini aspetta l’avversario, si chiude . Dietro è diventata una squadra più che pratica, quasi marmorea. Invulnerabile . E poi riparte: la chiude 2-0 con due contropiedi.

Senza quell’interruzione per pioggia sarebbe la terza vittoria consecutiva. Ma è la conferma che il suo potere ipnotico è intatto, che quel suo calcio di rappresaglia è ancora vincente. Lui, quello dell’epoca della pietra e della fionda. Quello che avevano dato per scaduto, bollito, sorpassato. Anzi, ritardato. In pochi giorni ha trasformato il Rimini a sua immagine e somiglianza. E la città impazzisce. Anche chi non aveva mai messo piede allo stadio, arriva la domenica con bandierina e coccarda biancorossa: “Sapete qual è il più bel complimento che mi hanno fatto ? Quando hanno scritto che penso al calcio trenta ore al giorno. Voglio portare il Rimini ai massimi traguardi”.

“Quando sono venuto in Italia, ho portato il ritmo. Qui le squadre erano lente . Facevano cadere le braccia. Col mio Barcellona avevo fatto otto gol al Milan e otto all’Inter. E ho portato entusiasmo in un ambiente che era moscio. La trovata dei cartelli serviva per dare la scossa ai calciatori italiani. E alla fine ho insegnato come si devono condurre gli allenamenti. Oggi anche i tecnici giovani programmano tutto quanto all’inizio della stagione: il martedì si fa questo, il mercoledì si fa quest’altro, eccetera. I calciatori vanno al campo e sanno già cosa li aspetta. E così , mentre si allenano meccanicamente, pensano al figlio, alla fidanzata . Insomma agli affari loro. Invece con me ogni giorno  c’è una novità”.

Mancano pochi minuti alla partita col Lecce: l’arbitro Menicucci entra nello spogliatoio del Rimini senza bussare. Helenio è dentro, sta parlando. Due dei suoi provano a coprirlo, ma Menicucci lo vede . Non lo saluta . Poi esce e prende nota. Via alla gara e il Rimini carica a testa bassa. Batte quattordici calci d’angolo , ma non passa. C’è un rigore su Fagni, ma non per Menicucci.

E il Lecce segna con un solo tiro in porta: “Purtroppo non posso andare in panchina e quindi quando certe cose non vanno per il meglio, non riesco a fare subito quello che vorrei . E non posso attuare le opportune varianti. La squadra ha bisogno di concentrazione, dell’allenatore sempre vicino. Io invece devo rimanere in tribuna, lontano dai miei ragazzi . E’ stata la voglia di strafare che ci ha fregato: faccio tutto io, faccio tutto io e il collettivo ha pagato. Il cambio di passo oppure di marcatura devono essere immediati. Ogni partita fa storia a sé e questa sconfitta ci farà anche bene dopo tanta euforia. Non fa mai male una lezione di umiltà. Qualcuno si era montato troppo la testa”.

Helenio saluta e parte con Fiora per Milano per un’ospitata alla Domenica Sportiva. Intanto la macchina con la terna arbitrale viene circondata : partono calci e pugni. Arrivano altri tifosi riminesi: la fanno ondeggiare, vogliono rovesciarla. Poi la lasciano scappare. E il referto di Menicucci produce subito i suoi effetti: campo out per due giornate ed Helenio nuovamente squalificato fino al 20 marzo 1977.

“Oltre la sfortuna ci sono altri fattori. Sarebbe ora che la smettessero . Sono perseguitato da qualcuno che mi vuole eliminare dal calcio italiano perché è invidioso dei miei successi” . La direzione della squadra viene affidata al capitano Di Maio. E’ un’autogestione. Helenio dà un’occhiatina dalla tribuna e poi si fa da parte . Anche se l’impronta tattica rimane la sua.  Poi arriva Becchetti, che porta la squadra alla salvezza.

Due anni dopo lo richiamano. Viene da una tonificante vacanza in Svizzera e da tre offerte: la prima dalla Nazionale di calcio femminile, rifiutata per soldi. La seconda dal Monselice in serie C2 : un raid e nulla più, ancora come consulente. Aveva proposto i suoi servigi agli arabi, ma non se n’è fatto nulla. Helenio ritrova il Rimini ancora ultimo in classifica. E ha il solito ruolo ambiguo : “Sono un consulente tecnico. Non andrò in panchina, almeno per il momento. Prima comunque voglio vedere il malato”.

Poi prende tuta e fischietto. Fa giocare una partitella a due porte e ritrova tanti di quella squadra allenata abusivamente per un mese o poco più. C’è anche Beppe Fagni, ormai soggiogato dal suo fascino: “Aspettavo il mago da mesi. La sua personalità è la spinta e la grinta per tutta la squadra. Se lui vuole, faccio gol in qualsiasi momento”.

Ed ecco pronta la diagnosi e la cura: “La squadra manca di velocità e ritmo. E i giovani non hanno personalità e nemmeno idee. Bisogna impostarli. Domenica? Vinciamo e poi andiamo a vincere in trasferta: con me non retrocede nessuno”.

Allo stadio Romeo Neri sono quasi diecimila : l’ultima domenica erano duemila. Ed è solo la Sambenedettese. Anche se ufficialmente l’allenatore del Rimini si chiama Gianni Bonanno. Helenio prende ovviamente posto in tribuna e lì trova la sorpresa più bella: Rinaldo Bianchini ovvero il trombettiere di San Siro, che gl’intona “O mia bella Madunina”.

A sette dalla fine, Fagni scappa via e viene steso in area: Tedoldi trasforma il rigore e tutti ci credono. Via con la tromba: “Me sembra de essere a San Siro. Ho dato una risposta a quelli che sostenevano che io non conosco le squadre di serie B. Non ho la bacchetta magica, neanche io. Ma sono un ottimista e trasmetto ottimismo. Anche l’infarto l’ho superato così”.

Il trombettiere molla l’Inter e segue il Rimini. Anche in trasferta.

“I ragazzi devono correggersi in molte cose , ma ho visto volontà di apprendere e di far bene. Non gli darò tregua: il pallone e i gol devono sognarseli anche la notte. Li voglio più veloci , più precisi . E dovranno essere più squadra. Quando il collettivo è perfetto, anche le pecche individuali non si notano. E quando rientreranno Grezzani in difesa e Ferrara in attacco, sarà ancora meglio. Non faccio tabelle, viviamo alla giornata. Ma, tutto sommato, mi accontenterei di un punto a partita”.

E prove dure in salita per tutti. Poi c’è la lezione di tattica. I calciatori ascoltano. Alla fine dal gruppo si alza una voce. Una sola: “Mi scusi, ma non abbiamo capito proprio niente”.  Mancano quindici partite alla fine.

Due trasferte e zero punti. A Cesena c’è uno strano fenomeno: Raffaeli, Vianello, Mazzoni e Agostinelli cadono a terra come birilli . Sono crampi. Lui attacca: “La preparazione estiva è stata completamente sbagliata”. Gianni Bonanno replica: “Invece è stato traumatico il passaggio al nuovo sistema di allenamento: questo ha provocato i crampi. E poi preferirei che andasse in panchina Herrera, così finisce questa commedia in cui vado io e non decido nulla”.

E’ una sentenza senza appello. Qualcuno intanto affigge ai muri della città manifesti listati a lutto con scritto: “Helenio Herrera”. Perché in fondo lui non è mai stato veramente amato. Idolatrato forse e certamente odiato. Ma adesso per molti è solo un vecchietto patetico che non si rassegna alla fine. Prima lo sopportavano in tv anche con la Zanicchi e Alberto Lupo. Adesso parla solo di calcio. E parla, parla, parla. Così tanto che rischia di somigliare a quel bambino che ha paura del buio.

“Grazie al cielo sono vivo , ma forse è vero quello che pensa Bonanno: ho spinto un po’ troppo nella preparazione. Oppure c’è dell’altro”. Col Foggia la squadra domina, ma pareggia solo al novantatreesimo . Sono quei punti che fanno rabbia e fanno anche tanto retrocessione. Lui prova ancora a sorprendere: dà un giorno di riposo in più alla squadra e, soprattutto, chiede di andare in panchina.

Prontamente autorizzato.

“E’ un ennesimo bagno di calcio attivo, quasi di giovinezza . E mi darà più stimoli. Avrò i ragazzi a portata di voce e potrò stare vicino a Bonanno per scambiare idee e soluzioni. Sono più di cinque anni che non vado in panchina. Forse era un Bologna-Inter di Coppa Italia e perdemmo. Ma quella era la fine di un ciclo. E stavolta ci sarà un risultato positivo”.

Domenica 8 aprile 1979 a Bari è un soporifero 0-0 . Solo una palla gol con Sollier . “Visto com’è vivo anche il Rimini ?” Poi il crollo contro la Ternana in casa. Diventa malinconico: “Tutte le avversarie hanno un tasso tecnico superiore al nostro. Ho fatto tutto quello che si poteva fare. Se fossi arrivato prima , forse non ci si troverebbe in una posizione così drammatica. Ma nemmeno il miglior allenatore del mondo avrebbe salvato questa squadra”.

Ma non scappa: “Adesso credo che per il presidente sia inutile spendere altri soldi per me. Al massimo posso rimanere per preparare subito una grossa squadra e vincere la serie C1”. Forse a lui serve cadere così, fragorosamente. Per ricaricarsi. E anche al Rimini.

E’ mercoledì 2 maggio: quel giorno per la prima volta dopo tanti anni, ad assistere all’allenamento non c’è nessuno. Nemmeno un tifoso. Fagni lo saluta. Poi lo accompagna all’uscita.

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La Penna degli Altri

Nasce Angelo Peruzzi – 16 febbraio 1970

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CALCIONEWS24.COM (Gabriele Montoli) – Il 16 febbraio 1970 nasce a Blera, in provincia di Viterbo, Angelo Peruzzi, da molti considerato uno dei migliori portieri italiani della storia del calcio. L’estremo difensore è stato uno dei massimi esponenti del suo ruolo negli Anni ’90 e 2000, coronando la sua carriera con numerosi titoli e trionfi in patria e in Europa.

Gli esordi e il caso doping

Peruzzi cresce nelle giovanili della Roma, con cui esordisce in prima squadra all’età di appena 17 anni, il 13 dicembre 1987, per sostituire il titolare Tancredicolpito da un petardo lanciati dagli spalti. Nella stagione successiva riesce a ritagliarsi maggior spazio e a collezionare 12 presenze in Serie A e 7 in Coppa Italia. Segue una stagione in prestito al Verona, cui non riesce ad evitare la retrocessione nel campionato cadetto. Torna quindi a Roma per l’annata 1990-91nelle vesti di titolare, ma dopo sole tre giornate viene trovato positivo ad un test antidoping che gli costerà una squalifica di ben 12 mesi.

I trionfi con la Juventus

Tornato a disposizione, viene ingaggiato nel 1991 dalla Juventus per 4,5 miliardi di lire. Con i bianconeri, Peruzzi vincerà tantissimo, complice anche una squadra altamente competitiva in ogni reparto di gioco. Oltre alla Coppa Italia 1995, colleziona in patria 2 Supercoppe italiane e 3 Scudetti, ma soprattutto vivrà da protagonista i trionfi internazionali, con la conquista della Coppa UEFA 1993 e la Champions League 1996, cui seguiranno al Supercoppa UEFA e la Coppa Intercontinentale. Gli Anni ’90 sono sicuramente il periodo di massimo splendore dell’estremo difensore, che ha modo di mostrare tutte le sue grandi qualità. Oltre a senso del piazzamento, esplosività, reattività, con il passare degli anni matura anche tanta esperienza, elemento imprescindibile per un grande portiere.

Gli anni alla Lazio

Lascia la Juventus nel 1999 dopo 208 presenze e approda all’Inter in un’esperienza breve e poco fruttuosa. Solo una stagione più tardi, infatti, Peruzzilascerà Milano per fare ritorno a Roma, sponda biancoceleste. Qui prende il posto dell’anziano Marchegiani e nell’arco di 7 anni colleziona 226 presenze, riuscendo a sollevare altri due trofei: la Supercoppa italiana 2000, vinta proprio contro l’Inter per 4-3, e la Coppa Italia 2004 contro l’ex Juventus. Peruzzi resterà legato alla Lazio fino al 2007, anno del suo ritiro. Gli ultimi anni della sua carriera, però, gli valgono uno dei trionfi più importanti in assoluto, la conquista del Mondiale di Germania 2006 con l’Italia: un’esperienza magica pur non avendo collezionato presenze, essendo vice del titolarissimo Buffon.

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