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Il Calcio Racconta

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Con questa puntata continuiamo il nostro viaggio nell’ “Evoluzione della tecnica calcistica” cercando di rispondere sempre alla stessa domanda: l’evoluzione del pallone da calcio è andata di pari passo con l’evoluzione della tecnica calcistica? Nella prima parte (qui) abbiamo affrontato l’argomento analizzando l’abbigliamento dei footballers: le scarpe da giuoco, i parastinchi e la divisa.

Come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque? Si colpiva come oggi?

Cerchiamo di scoprirlo…

Tocchi e passaggi con la palla… o spintoni, calcioni e placcaggi…?

Il calcio all’epoca dei pionieri era rudimentale, per cui il giocatore doveva fare due cose: allontanare in avanti la palla dalla propria “zona di meta” cioè dalla difesa, e tentare di farla passare attraverso la porta avversaria, marcando il goal cioè il punto.

Ma oltre a calciare di punta, come abbiamo visto, avevano i footballers altre tecniche per calciare bene la palla? Si poteva parlare di “tocco”?

Oltre al forte colpo di punta, i pionieri calciavano anche di piatto, piano, per passare vicino o portare avanti la palla. Più raramente, c’era il colpo sotto d’interno per “alzare” la palla, come spiegano i diagrammi della fig. A. 8a.

Fig. A.8a: (grafica T. Lanza) – Calcio alla palla nell’epoca dei pionieri. La punta produceva un tiro molto preciso.

In seguito il calcio di punta cadde in disuso e, per ottenere tiri ben direzionati a parabola, si cominciò a calciare con l’interno al punto dell’alluce (v. schema della figura A.8b).

Fig. A.8b: (grafica T. Lanza) – Il tiro di punta fu sostituito dal calcio di interno-punta, a sua volta molto preciso.

 Il football, raffinandosi, richiedeva calzature sempre più snelle e leggere per favorire la corsa. Il calcio al volo, e il calcio in corsa, erano tecniche ancora poco adottate alla fine dell’Ottocento.

Da sempre, il numero dei goal segnava il destino di una partita. Le porte dell’epoca erano senza la rete, e spesso anche senza la traversa, per cui una cordicella tesa, legata fra i due pali a 2,44 mt di altezza dal suolo, delimitava la zona del goal. Spesso veniva chiesto l’aiuto dei “giudici di porta” per convalidare il punto: questi signori erano dei volontari appassionati del gioco i quali, seduti dietro la porta, controllavano che il pallone passasse realmente attraverso i pali e sotto la cordicella.

Altra curiosità dell’epoca, era il modo con cui si delimitava il terreno di gioco:

non con linee tracciate, ma con quattro bandierine conficcate a terra ai vertici del rettangolo di gioco; e in corrispondenza della linea mediana del campo, erano poste altre due bandierine. La tracciatura delle linee, con gesso o segatura, sarebbe arrivata ben più tardi. Quando il pallone usciva oltre la linea (immaginaria) delle bandierine, era concessa la rimessa laterale; se la palla batteva contro l’asta di una bandierina rimanendo in campo, il gioco continuava. Le quattro bandiere del calcio d’angolo ancora oggi esistenti, rappresentano il retaggio più antico del regolamento del calcio.

Le corse “con la palla al piede” all’inizio divertivano più chi le praticava che non gli spettatori intorno. Ma sarebbe un grande errore credere oggi che il football delle origini non avesse appassionato e scatenato il tifo: quando il gruppone dei giocatori si avvicinava a una porta, l’adrenalina degli astanti saliva, e la gioia urlata esplodeva nel momento del goal; era l’espressione più genuina e ancestrale del tifo. A ragione oggi tutti gli storici concordano che tifo e calcio nacquero insieme.

Football e rugby

Le mischie si verificavano spesso, non solo in area ma anche a centro campo, con spintoni e placcaggi più tipici del rugby che del calcio. Secondo lo storico inglese David Russel, alle origini era quasi impossibile distinguere le due discipline.

E qui è necessario richiamare un po’ di storia, e mettere in ordine alcune date.

Il 26 ottobre 1863 i rappresentanti di 6 importanti collegi inglesi (altre fonti sostengono ben 11) si riunirono a Cambridge, e fondarono la Football Association. I delegati del collegio di Rugby, però, si dissociarono quasi subito, poiché nella prima codifica del regolamento prevalse il divieto di giocare la palla con le mani. I rugbisti, invece, pretendevano di poter giocare la palla proprio con le mani e portarla avanti tenendola fra le braccia, per lunghi tratti del campo. La scissione portò alla separazione netta dei due sport, e nel 1871 fu fondata la Rugby Union.

Anche se il gioco con le mani fu vietato, era tuttavia ancora facile confondere i due sport, già popolarissimi sul finire dell’Ottocento; ciò è confermato da diverse raffigurazioni artistiche dell’epoca prodotte in Inghilterra, nelle quali scene di football mostrano nutrite mischie di persone che si contendono un pallone, talvolta ovale, sia con le mani che con i piedi; e buona parte dei giocatori sono raffigurati a terra, perfino calpestati! Nella fig. A.9 abbiamo la prima illustrazione calcistica apparsa su un quotidiano italiano: è uno dei primissimi disegni del famoso illustratore Beltrame, eseguito dal vivo durante una partita di calcio a Milano nel 1902.

Fig. A.9: (archivio T. Lanza) – Prima illustrazione del football in Italia: Milano 1902 partita Milan-Torinese.

L’illustrazione a colori di Beltrame è ricchissima di dettagli, con le divise rossonere dei milanisti e il pallone a losanghe; ma è evidente che il gioco, agli occhi dell’illustratore, doveva apparire più una partita di rugby che di calcio. Scene come questa erano comuni in Inghilterra agli albori del football.

L’evoluzione del calcio in generale, sul finire dell’Ottocento fu prolifera e perfino rapida, attraverso le sfide tra scuole diverse e grazie ai continui aggiornamenti al regolamento del gioco. Le origini e la parentela col rugby, tuttavia, spiegano la tendenza dei primi footballers inglesi a praticare un tipo di gioco propriamente finalizzato a conquistare terreno; quindi, calcio “in avanti” lungo e potente. Fu questa una caratteristica fondamentale dell’evoluzione sia del gioco che delle tattiche.

Lo storico scozzese Ged O’Brien enfatizza lo stupore dei giocatori inglesi in una delle primissime sfide tra Scozia e Inghilterra, a Glasgow: quando gli inglesi erano in possesso di palla, puntavano l’avversario per dribblarlo in una sorta di sfida duale; gli scozzesi invece no: appena si avvicinava l’avversario, allontanavano la palla verso un compagno di lato per poi chiudere il triangolo appena più avanti (v. diagrammi della fig. A.10). Il gioco degli scozzesi si fondava su corsa, passaggi corti, e poco dribbling. Oggi anche gli storici inglesi concordano nel ritenere che la scuola scozzese dei pionieri fu la maggiore protagonista nell’evoluzione degli schemi del gioco e anche delle prime tecniche calcistiche. E questo contribuì non poco ad accrescere l’antica rivalità –non solo sportiva –fra Inghilterra e Scozia.

Sempre all’epoca dei pionieri, durante le fasi di gioco, il pallone veniva stoppato soprattutto con la suola dello stivale! Ma ben presto si arrivò a fermare la palla con il piatto di un piede, per poi calciarla con l’altro oppure portarla avanti. Lo stop di piede è probabilmente una delle tecniche più antiche, perché a quei tempi il gioco si svolgeva per il 90% a rasoterra; lo conferma anche un rarissimo spezzone di film di calcio del 1901 in Inghilterra, in cui si distingue un giocatore che stoppa a terra e rilancia la palla, con una tecnica molto simile se non identica a quella dei giocatori di oggi. Gli stop aerei, gli agganci, e perfino i colpi di testa vennero più tardi; tuttavia, un altro spezzone del 1902 mostra la tecnica del calcio all’indietro, o “rovesciata”, nel contesto effettuata per allontanare la palla dalla difesa… sostanzialmente, erano utili tutti i tipi di pedata al pallone: bastava scagliarlo lontano.

Secondo accreditati autori inglesi, lo sviluppo della tecnica calcistica ebbe il suo apice nel Nord dell’Inghilterra, fra il 1880 e il 1900. E le spinte maggiori arrivarono dal Professionismo, che si affermò inesorabile malgrado vari tentativi per arginarlo. Le folle di supporters e fans erano in continuo aumento e, da spettatori paganti, chiedevano sempre miglior football, ben giocato da sempre più bravi footballers –che appunto venivano pagati profumatamente.

Ma torniamo ad analizzare l’evoluzione della tecnica calcistica. Immaginiamo ora di assistere ad una partita di calcio nel 1880, in Inghilterra. Che cosa accadeva se la palla arrivava a mezza altezza e non rasoterra? Il giocatore la lasciava passare, perdendola fatalmente?  No. Notizie romantiche sul football delle origini, e mai realmente provate da foto, ci riportano che non esisteva lo stop di petto, ma si praticava una sorta di stop aereo, mediante un singolo tocco di mano, un “aiutino”!

Dunque, nel 1863 fu stabilito che il pallone non dovesse esser giocato con le mani (spinto avanti o portato in braccio o ribattuto), ma per alcuni anni resistette la pratica di stoppare la palla con una mano per buttarla a terra verso i piedi. E questa concessione, vera e propria deroga non scritta del regolamento, la dice lunga sugli sforzi dei codificatori della Football Association per tenere uniti gli appassionati e magari attirarli dalla rivale disciplina del rugby. Ecco dunque un’altra traccia che ci indica come il calcio delle origini era in continuo sviluppo; come tutti gli altri sport, anche il football si prese il suo tempo per abbellirsi e affinarsi.

Fig. A.10: (grafica T. Lanza) – Primi schemi nel gioco del calcio. Il modello inglese (1) prevedeva il superamento dell’avversario mediante un dribbling secco (tecnica virtuosa), o con la palla buttata in avanti e poi “scatto rapido” per arrivare prima dell’avversario (tecnica puramente fisica). Ben diversamente, la tecnica scozzese (2) faceva allontanare la palla verso il compagno vicino che l’avrebbe subito restituita oltre l’avversario, chiudendo il passaggio (triangolazione). La tecnica scozzese oggi si chiama “uno-due” e fu l’autentica rivoluzione storica nel modo di giocare al calcio, aprendo allo sviluppo dei cosiddetti schemi.

Proviamo a concludere, riassumendo in una sorta di tabella cronologica i principali passi nell’evoluzione del gioco. Si noterà che non vi sono date definitive, sia per la mancanza di dati certi, ma soprattutto perché le tecniche si svilupparono anche molto diversamente nel tempo e nello spazio (fra Inghilterra e Continente, fra Europa e Sudamerica).

1870-1880 – Periodo in cui in Inghilterra il football si distacca nettamente dal rugby. Non più placcaggi ma, secondo fonti non confermate, si tollera lo stop di mano (non sempre praticato). Si ammira il dribbling stretto per saltare l’avversario, che però è poco praticato; al dribbling è ancora preferita la corsa e la fuga; ciò porta alle entrate in tackle talvolta anche violente. E’ molto praticata la carica di spalla, perfino quella da tergo. Il gioco è molto duro e combattuto.

1872         – In Scozia si pratica il calcio giocato con passaggi e triangolazioni, e risulta essere “molto efficace per giungere alla méta”, cioè al goal.

Dopo 1880 – Si comincia a far uso del tiro di testa. Compaiono le prima fasciature alla testa dei giocatori per proteggersi dalle dure stringhe in cuoio dei palloni.

1885-1900 – Diffusione del calcio fuori dall’Inghilterra. Fondazione dei primi club europei e poco dopo sudamericani. Nascono e cominciano a svilupparsi gli stili di gioco nazionali, le cosiddette “scuole”; le quali, due decenni dopo, evidenzieranno le notevoli differenze fra il calcio sudamericano e quello europeo.

1890-1900 – Da tempo nessuno pratica più lo stop di mano; si affina lo stop di piede, eseguito sia con la suola che con il piatto. Sempre con il piatto del piede, la palla viene anche spinta e guidata, soprattutto a centro campo. Si segnano reti anche di testa, quasi sempre su calcio d’angolo. Compare lo stop con il petto.

1883-1919 – Il calcio assume una prima fisionomia moderna, con schemi elaborati. Si sviluppano le tattiche e i primi “moduli”. I giocatori hanno sempre più un proprio ruolo tattico; il goalkeeper – in italiano “guardiano” e poi “portiere” – si specializza nelle prese delle palle alte e nelle parate in tuffo, quasi sempre ribattute a pugni chiusi.

1910-1925 – Il calcio Sudamericano si compone soprattutto di palleggi e di passaggi “al volo”. La scuola sudamericana dell’Uruguay inventa la finta di corpo in corsa, e ciò contribuisce a rendere sempre più spettacolare il gioco. Gli inglesi eseguono forti passaggi rasoterra effettuati con l’esterno del piede, e anche tiri a rete; la tecnica esisteva già nel calcio pionieristico inglese di fine Ottocento.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Sesta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Settima e ultima parte

57 anni, tre figli, un cuore che batte per l’Hellas Verona. Tecnologo alimentare specialista in prodotti da forno industriali. Ex arbitro con la passione del calcio in bianco e nero. Collezionista di palloni, in particolare di quelli utilizzati durante i mondiali.

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20 aprile 1994, golden gol di Orlandini: l’Italia è campione d’Europa Under 21

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Nel 1994 la UEFA sceglie il Campionato Europeo Under 21 per sperimentare il golden goal, la FIFA lo aveva fatto nei suoi tornei giovanili, e nei quarti di finale di quello under 20 dell’anno prima è l’australiano Anthony Carbone al 99° a segnare il primo in assoluto.

La regola inizialmente denominata “Sudden death” si poneva l’obiettivo di trovare un modo migliore dei tiri di rigore per decretare un vincitore in caso di parità nelle partite ad eliminazione diretta. La questione su come risolvere le partite secche è antica come il calcio, sport che abbina la possibilità del “pari” (cosa piuttosto rara nei giochi) alla “scarsezza” di “punti” mediamente segnati in una partita, cosa questa che rende il pari un risultato piuttosto frequente. La Pallamano, la Pallanuoto o il Rugby prevedono il pareggio ma è molto più raro, lo “zero a zero” è poi un risultato forse solo teorico.

Gli sport che non prevedono il pari risolvono spesso le partite con tempi supplementari ad oltranza o anche con il loro equivalente del rigore, ma per quanto si possano protrarre, prima o poi una squadra primeggia. Il calcio ha sperimentato l’avanzamento ad oltranza della partita, ma la difficoltà di segnare un “punto” nel calcio fa sì che con la stanchezza che avanza la possibilità di segnare una rete si assottiglia sempre più, ne sanno qualcosa Benfica e Bordeaux che nel 1950 giocarono una finale di Coppa Latina fino al 146°, quando i portoghesi segnarono su azione di calcio d’angolo. Ma Torino e Legnano nel 1920/21 fecero di meglio: la parità si prolungò sull’1 a 1 fino al 158° quando venne sospesa per l’oscurità (per la cronaca le squadre rinunciarono allo spareggio venendo eliminate entrambe).

Non essendo percorribile procedere ad oltranza il calcio nelle sue manifestazioni ufficiali (almeno quelle FIFA e UEFA) inizialmente applica con regolarità i supplementari, la ripetizione e, come extrema ratio, il “sorteggio”. Soluzioni come i rigori o il Golden Goal erano state sperimentate in tornei minori, UEFA e FIFA non presero però iniziative fino ai primissimi anni 70’ quando introdussero (gradualmente) i rigori. Come però è facile immaginare mano a mano che si abolirono le ripetizioni si fecero sempre più frequenti le partite decise ai rigori e spesso i supplementari si trasformavano in una stanca attesa della “lotteria”. Se lo spettro della ripetizione e del sorteggio faceva sì che se arrivate ai supplementari la partita si chiudesse spesso nell’extra time, il rifugio dei rigori diventa quasi lo sbocco naturale delle partite che terminano i 90° in parità.

Il Mondiale del ‘90 in Italia non brilla per spettacolarità, il Mondiale americano del 1994 ha “brama” di spettacolarità (e forse evitare le partite con il sole a picco e umidità oltre il 100% avrebbe aiutato), ed il tarlo dei rigori che appiattiscono le partite partorisce l’idea del Golden Goal ma per la Coppa del Mondo è troppo tardi, e l’Europeo under 21 del 1994 è la prima vetrina di rilievo della nuova trovata. L’Italia si presenta da vincitrice in carica in un torneo colmo di futuri campioni che si ritroveranno negli anni a venire nel torneo “dei grandi”. Nei quarti di finale l’Italia accede alla fase finale superando ai quarti la Cecoslovacchia in partita doppia (3-0 / 0-1).

La fase finale si svolgerà in Francia, a Montpellier e a Nimes. Gli Azzurrini in semifinale incontrano i padroni di casa francesi in una partita che si chiude sullo zero a zero, si giocano così per la prima volta i tempi supplementari con la Sudden death ma nessuno segna, il test sarà solo rimandato e per questa volta si va ai rigori, dove per la Francia segnano Carotti e Ouédec poi sbaglia Makélélé e Zidane segna, gli italiani segnano tutti: Panucci, Vieri, Berretta, Marcolin e Carbone, l’Italia è in finale.

Rientrati in patria per giocare la domenica di campionato con le rispettive squadre di club, i ragazzi della “Banda Maldini” torneranno nuovamente a Montpellier per disputare il 20 Aprile la finale del torneo.

La partita con la Francia aveva portato Domenech a criticare gli italiani per il gioco un po’ antico ma certo Maldini non cambiò filosofia per la finale: il Portogallo lo ha già affrontato nelle qualificazioni, 2 a 0 in Portogallo per loro, 2 a 1 in casa per noi, si possono battere. La partita non è particolarmente bella. Il Portogallo va vicino al gol con un “autopalo” di Cannavaro che rischia molto nel liberare la difesa, Scarchilli costringe il portiere portoghese Brassard al miracolo ed al 71° su cross di Rui Costa è il portoghese Toni a colpire la traversa. Si va ai supplementari ed entra in scena Pierluigi Orlandini, classe ‘72, bergamasco di nascita e di maglia.

E’ lui che rischia di far terminare la partita dopo appena un minuto di gioco dei supplementari, ma la palla gli capita sul sinistro che non è il suo piede. La partita prosegue così per altri 8 minuti, con l’Italia più convincente rispetto ai primi 90° di gioco; al 99° è di nuovo Orlandini, e di nuovo il suo piede “sbagliato” a far partire dall’esterno destro dell’area il tiro che regala all’Italia il secondo europeo consecutivo (saranno 3 consecutive, e 5 in 12 anni) e che lo consacra alla storia del calcio come primo calciatore ad aver segnato un golden gol.

Il golden gol dopo la gioia del 1994 ci darà cocenti delusioni (Finale degli Europei del 2000 e gli ottavi del mondiale 2002), e dopo un blando tentativo di tenerlo in vita con il “Silver Goal” (con il quale la Grecia vinse il suo titolo europeo), si ritornò ai calci di rigore. Troppo brutto vedere le partite finire così, dannoso togliere l’emozione dei supplementari che si, talvolta sono melina in attesa dei rigori ma talvolta emozionanti ed imprevedibili, troppa la pressione sull’arbitro e sui guardalinee. Dopo la parentesi dei goal d’oro e d’argento le polemiche sui rigori si sono via via spente, e nell’immaginario collettivo da “lotteria” sono passati ad essere considerati comunque una prova di freddezza dei giocatori e di abilità dei portieri, criterio probabilmente più giusto del “chi segna prima vince”, che rimarrà confinato nei cortili quando si sta facendo buio e bisogna tornare a casa “chi segna il prossimo vince”, in fondo un golden goal lo abbiamo segnato tutti.

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19 aprile 1989, prova di forza: Milan vs Real Madrid 5-0

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GLIEROIDELCALCIO.COM – La Sampdoria si è sbarazzata del Malines, il Napoli del Bayern: blucerchiati in finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona e i partenopei a contendersi la Coppa Uefa con lo Stoccarda.

E il Milan? I rossoneri sono alle prese con una difficile partita contro un avversario di tutto rispetto, il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez, dai più considerato la squadra da battere.

L’andata, finita 1-1, si può considerare un buon risultato indubbiamente ma aveva lasciato molto amaro in bocca sia perché i rossoneri avevano imposto il loro gioco sia a causa di alcune decisioni arbitrali quantomeno discutibili. Una partita dove il gol di Van Basten sarebbe da far vedere in tutte le scuole durante le ore di “Arte”: un colpo di testa a 50 centimetri da terra che arriva a “palombella” all’incrocio dei pali.

Il tagliando d’ingresso della partita (Collezione Matteo Melodia)

Il Milan non ha nessuna intenzione di lasciare scampo agli avversari e mette subito le cose in chiaro partendo forte, fortissimo.

“Dalla curva più rossonera dello stadio è salito, prima timido, poi via via più sicuro, il canto dei tifosi del Liverpool: nel minuto di silenzio per i morti di Sheffield, un canto sommesso, imprevisto, commovente” … quattro giorni prima morirono 96 persone all’Hillsborough Stadium di Sheffield, una strage.

Molta supremazia dei padroni di casa e qualche occasione non sfruttata, poi “Il gol che sbloccava il risultato (17′) partiva da un tenace recupero di palla di Tassotti e Gullit in coppia sul filo del fallo laterale. L’olandese appoggiava al centro per Ancelotti e il regista partiva caracollando: saltato Schuster, evitato Gordillo, bum sotto la traversa, con Buyo due metri avanti a far da spettatore”. E’ 1-0.

Dopo sette minuti il raddoppio: “Da una serie di tre corner è venuta la seconda marcatura. Scambio Donadoni-Tassotti (24′), bel centro lungo, oltre la mischia di centro porta, e Rijkaard che svetta sopra tutti schiacciando in porta”.

Al 45’ la partita, ammesso che fosse ancora aperta, si chiude: Donadoni, ubriaca il suo marcatore diretto e crossa al centro per l’olandese Gullit, che insacca di testa. Si può andare ora a bere un the caldo.

La ripresa inizia come era finito il primo tempo e al 49’ il trio olandese fa tutto da solo: Rijkaard lancia per Gullit che di testa fa da torre a Van Basten in area, il quale con due marcatori vicini a lui, controlla con calma e mette dentro con un gran tiro sotto la traversa.

Esce Gullit e entra Virdis ma la musica non cambia. Al 59′ Donadoni dalla destra si accentra e di sinistro insacca con un diagonale rasoterra che il portiere avversario Buyo sembra non riesca nemmeno a vedere.

È 5-0, una partita impressionante dove il Milan sembra uno schiacciasassi ad una prova di forza. Il Real ne esce sovrastato, accerchiato, surclassato, affannato forse addirittura disperato e spaventato.

 “Tre squadre italiane sono finaliste delle tre Coppe europee. Possiamo gonfiare il petto…”.

Già, bei tempi quelli in cui tre italiane avevano la possibilità di aggiudicarsi un trofeo europeo.

(Le frasi in corsivo tra virgolette sono estrapolate da “La Stampa” del 20 aprile 1989)

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1976 – Il Lecce, Mimmo Renna e l’altro “TRIPLETE”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La parola triplete diventa di gran moda in Italia quando Diego Milito, nella finale di Champions League del 2010, che si disputa allo stadio “Bernabeu” di Madrid, permette con la sua doppietta, all’Inter di Mourinho, di aggiudicarsi la coppa dalle “grandi orecchie”, insieme allo scudetto e la Coppa Italia nella stessa annata.

Pochissimi sanno che nella stagione 1975-76, in quartieri più popolari del calcio italiano, un signore di nome Antonio Renna, al secolo Mimmo, realizza un’impresa non lontana (con le debite proporzioni) da quella del suo collega portoghese maggiormente quotato. Non siamo a Milano ovviamente, ma parecchio più a Sud, in Puglia, nell’orgoglioso Salento, nella splendida Lecce, dove oltre al profumo del mare si respira, sempre, profumo di calcio.

La stagione di cui parliamo, infatti, si rivela la più ricca di successi nella storia dei salentini, che centrano uno storico tris del calcio minore. Dopo aver vinto il girone C del campionato di Serie C – impreziosito dall’imbattibilità casalinga, e dal titolo di capocannoniere del torneo per la punta Montenegro – ritornando così in Serie B dopo ben ventisette anni dall’ultima apparizione, il Lecce di mister Renna vince anche la Coppa Italia Semiprofessionisti (serie C) e quindi centra la prima, e fino ad oggi, unica affermazione internazionale per il club salentino, nella Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti.

Le origini della squadra salentina risalgono alla fondazione dello Sporting Club Lecce, nato nel lontano 1908. Nonostante lo scorso 15 marzo siano stati festeggiati i centoundici anni della storia del calcio leccese, fino agli anni ’70, i giallorossi raccolgono soltanto qualche sporadica partecipazione al torneo di serie B negli anni ’30, fino all’ultima apparizione nel campionato cadetto del 1949.

Soltanto nel corso degli anni ’70 si rinverdiscono i fasti del club giallorosso. Nella stagione ‘71-‘72 il Lecce chiude il campionato al secondo posto, e lo stesso accade nelle stagioni ‘72-‘73 e ‘73-‘74. Nell’annata ‘74-‘75 i giallorossi partono con i favori del pronostico, la guida tecnica è quella dell’esperto e stimato Nicola Chiricallo ma, nonostante la rosa moto quotata, i salentini giungono soltanto terzi, dietro il Catania campione e gli odiati cugini baresi.

Malgrado il risultato dell’annata non risulti eccezionale, è proprio nel corso di questo campionato, che vengono poste le basi che permettono al Lecce di vincere tutto quello che si può vincere l’anno successivo.

La meravigliosa e memorabile stagione 1975-76 vede, alla guida del club, il nuovo presidente Antonio Rollo. Si riparte con una squadra molto rinnovata rispetto all’anno precedente, mentre il tecnico rimane Chiricallo. L’avvio del torneo non appare dei migliori e, soprattutto, non sembra un buon viatico per raggiungere l’obiettivo, legittimo, vista la caratura della squadra, di vincere il campionato: dopo sei giornate il Lecce, infatti, ha la miseria di soli 4 punti. L’unica cosa che si può fare quando le cose non vanno è avvicendare la guida tecnica, perché non è possibile spedire a casa la maggior parte dei calciatori. Non va diversamente in questa circostanza, e l’allenatore viene esonerato. Tutti sanno, però, che Nicola Chiricallo, oltre ad essere un grande trainer, è anche una persone di spessore, quindi il compito di trovare un sostituto che possa fare meglio appare, da subito, complicato.

Per la fortuna dei giallorossi la scelta della dirigenza è, però, illuminata, e ricade su una persona di assoluto livello in campo e fuori, che risponde proprio al nome di Antonio “Mimmo” Renna.

Mimmo, leccese doc, dopo una parentesi che sa molto di gavetta in serie D con il Nardò, raggiunge una miracolosa salvezza col il Brindisi, in serie B, nella stagione ‘74-’75, proprio quella che precede la magica annata leccese. Sembra essere, sin da subito, lui il profilo giusto per sostituire l’uscente Chiricallo, ma c’è un problema, inaspettato, che inizialmente impedisce a Renna di sedere sulla panchina giallorossa. Quanto accade oggi ci fa sorridere, ma con retrogusto amaro, se pensiamo a come sia cambiato il calcio nel corso dei decenni. È un’amicizia tra due uomini, infatti, l’elemento che sembra ostativo all’avvicendamento sulla panchina dei giallorossi: quando Renna riceve la telefonata dai dirigenti leccesi che hanno intenzione di ingaggiarlo, la sua risposta è: “No grazie, sono troppo amico di Chiricallo, non posso accettare”, e dall’altra parte replicano “ma Chiricallo lo mandiamo via comunque, caro Renna, vorrà dire che troveremo un altro allenatore … ”. Dopo questa contro risposta il giovane tecnico leccese, seppur rammaricato da una parte, si convince che non sta tradendo il suo amico e collega, e accetta la panchina dei salentini, un sogno che si avvera per un ragazzo nato all’ombra del castello di Carlo V.

È l’inizio di una cavalcata impetuosa. Alla settima giornata di campionato, il 26 ottobre 1975, il Lecce incontra il fortissimo Benevento, e sulla panca siede Renna per il suo esordio allo stadio “Via del mare”. Il Lecce vince di misura (1-0); vince anche la domenica successiva e quella dopo ancora: è fin troppo evidente che la scintilla è scoccata, ed altrettanto evidente che il trend si sta invertendo.

Mister Renna, oltre a sistemare al meglio la squadra in campo, chiede nuovi giocatori per potenziare la squadra, e le scelte sono determinanti: arrivano il forte l’attaccante Loddi dalla Lazio, il fantasioso centrocampista Giannattasio, suo ex compagno nel Brindisi (dove Renna è stato anche allenatore-giocatore, funzionava così a quei tempi), di Vinicio, e il portiere Di Carlo.

Qualche settimana dopo il Lecce va Cosenza e domina con un tennistico 6 – 1. Da quel momento il gruppo di Renna non si ferma più, nonostante un battagliero Benevento che tiene vivo il campionato fino alla penultima giornata: i giallorossi fanno visita agli “omonimi” del Messina, e viene fuori  un salomonico pareggio (1-1), che significa promozione in B dopo ben 27 anni trascorsi negli inferi della serie C. L’ultima partita casalinga è contro il Sorrento, ed è solo un’occasione per fare festa al “Via del mare”, e darsi appuntamento con i tifosi per la stagione successiva, tra i cadetti.

Il Lecce vince quindi il suo girone di campionato ma, come anticipato, la bacheca quell’anno si arricchisce eccezionalmente di altri due titoli.

Foto dal libro “Coppe Anglo italiane – 1968 1976”, Geo Edizioni – Collezione Alessandro Lancellotti

Il secondo titolo, la Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti (Anglo-Italian Semiprofessional Tournament) è una competizione calcistica organizzata tra squadre semiprofessionistiche, congiuntamente, dalle federazioni inglese ed italiana, come complemento al torneo Anglo-Italiano. Questa coppa, istituita nel 1975, vede di fronte i vincitori della Coppa Italia Semiprofessionisti (oggi coppa Italia di C) e quelli della Football Conference inglese (oggi National League), prima categoria non completamente professionistica. La squadra salentina, vincitrice della Coppa Italia semi-professionistica 1975-76 affronta lo Scarborough, formazione del North Yorkshire e campione del Football Association Challenge Trophy, la neo istituita Coppa d’Inghilterra per semiprofessionisti; all’andata, a Scarborough, il 24 settembre 1976, la squadra di casa vince 1-0 con un goal di Harry Dunn. Al ritorno, due settimane più tardi, il Lecce ribalta tutto. Prima, impiega tre quarti dell’incontro per pareggiare i conti con l’andata (autogoal di Deere al minuto ‘66). Si rimane, quindi, in parità fino alla fine dei tempi regolamentari, e i giallorossi trovano la vittoria finale soltanto nel corso dei tempi supplementari, durante i quali il centravanti Gaetano Montenegro si scatena, e mette a segno ben tre goal, ai minuti 101′, 113′ e 115’, assicurando così la vittoria per 4-0, e la vittoria del trofeo agli uomini di Mimmo Renna. La competizione ha però vita breve e si disputa soltanto in due edizioni (1975 e 1976) perché viene soppressa proprio nel ’76, facendo si che il Lecce rimanga, nella storia, l’unica squadra italiana ad averla vinta (l’anno precedente è il Brescia a cercare, senza successo, la vittoria che va, invece, alla formazione del Wycombe).

Il titolo che completa il triplete leccese è, come detto, la Coppa Italia Semiprofessionisti 1975-1976. Il cammino che conduce i giallorossi alla vittoria finale è letteralmente chilometrico, quell’anno il Lecce gioca nel girone numero 28 (su 30 totali sparsi in tutta la penisola), e si trova di fronte Nardò e Monopoli. Una volta superato il primo turno, nelle fasi ad eliminazioni diretta, i salentini incontrano ed eliminano, nell’ordine, Nocerina, Sorrento, Marsala e Ischia, prima di arrivare in finale col Monza e batterlo di misura (1-0). La bacheca ora è davvero piena.

Siamo sicuri che il grande Mimmo Renna, che ci ha lasciato poco più di due mesi fa, sarebbe stato felice di partecipare alla festa di compleanno, da poco trascorsa, per le centoundici candeline del suo Lecce e, altrettanto contento, di sapere che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, ci sono innamorati del pallone, come noi, che trovano più fascinoso e romantico parlare del triplete del Lecce di Mimmo, piuttosto che di quello di Mou. Con tutto il rispetto, caro Josè.

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