Connect with us

Il Calcio Racconta

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Con questa puntata continuiamo il nostro viaggio nell’ “Evoluzione della tecnica calcistica” cercando di rispondere sempre alla stessa domanda: l’evoluzione del pallone da calcio è andata di pari passo con l’evoluzione della tecnica calcistica? Nella prima parte (qui) abbiamo affrontato l’argomento analizzando l’abbigliamento dei footballers: le scarpe da giuoco, i parastinchi e la divisa.

Come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque? Si colpiva come oggi?

Cerchiamo di scoprirlo…

Tocchi e passaggi con la palla… o spintoni, calcioni e placcaggi…?

Il calcio all’epoca dei pionieri era rudimentale, per cui il giocatore doveva fare due cose: allontanare in avanti la palla dalla propria “zona di meta” cioè dalla difesa, e tentare di farla passare attraverso la porta avversaria, marcando il goal cioè il punto.

Ma oltre a calciare di punta, come abbiamo visto, avevano i footballers altre tecniche per calciare bene la palla? Si poteva parlare di “tocco”?

Oltre al forte colpo di punta, i pionieri calciavano anche di piatto, piano, per passare vicino o portare avanti la palla. Più raramente, c’era il colpo sotto d’interno per “alzare” la palla, come spiegano i diagrammi della fig. A. 8a.

Fig. A.8a: (grafica T. Lanza) – Calcio alla palla nell’epoca dei pionieri. La punta produceva un tiro molto preciso.

In seguito il calcio di punta cadde in disuso e, per ottenere tiri ben direzionati a parabola, si cominciò a calciare con l’interno al punto dell’alluce (v. schema della figura A.8b).

Fig. A.8b: (grafica T. Lanza) – Il tiro di punta fu sostituito dal calcio di interno-punta, a sua volta molto preciso.

 Il football, raffinandosi, richiedeva calzature sempre più snelle e leggere per favorire la corsa. Il calcio al volo, e il calcio in corsa, erano tecniche ancora poco adottate alla fine dell’Ottocento.

Da sempre, il numero dei goal segnava il destino di una partita. Le porte dell’epoca erano senza la rete, e spesso anche senza la traversa, per cui una cordicella tesa, legata fra i due pali a 2,44 mt di altezza dal suolo, delimitava la zona del goal. Spesso veniva chiesto l’aiuto dei “giudici di porta” per convalidare il punto: questi signori erano dei volontari appassionati del gioco i quali, seduti dietro la porta, controllavano che il pallone passasse realmente attraverso i pali e sotto la cordicella.

Altra curiosità dell’epoca, era il modo con cui si delimitava il terreno di gioco:

non con linee tracciate, ma con quattro bandierine conficcate a terra ai vertici del rettangolo di gioco; e in corrispondenza della linea mediana del campo, erano poste altre due bandierine. La tracciatura delle linee, con gesso o segatura, sarebbe arrivata ben più tardi. Quando il pallone usciva oltre la linea (immaginaria) delle bandierine, era concessa la rimessa laterale; se la palla batteva contro l’asta di una bandierina rimanendo in campo, il gioco continuava. Le quattro bandiere del calcio d’angolo ancora oggi esistenti, rappresentano il retaggio più antico del regolamento del calcio.

Le corse “con la palla al piede” all’inizio divertivano più chi le praticava che non gli spettatori intorno. Ma sarebbe un grande errore credere oggi che il football delle origini non avesse appassionato e scatenato il tifo: quando il gruppone dei giocatori si avvicinava a una porta, l’adrenalina degli astanti saliva, e la gioia urlata esplodeva nel momento del goal; era l’espressione più genuina e ancestrale del tifo. A ragione oggi tutti gli storici concordano che tifo e calcio nacquero insieme.

Football e rugby

Le mischie si verificavano spesso, non solo in area ma anche a centro campo, con spintoni e placcaggi più tipici del rugby che del calcio. Secondo lo storico inglese David Russel, alle origini era quasi impossibile distinguere le due discipline.

E qui è necessario richiamare un po’ di storia, e mettere in ordine alcune date.

Il 26 ottobre 1863 i rappresentanti di 6 importanti collegi inglesi (altre fonti sostengono ben 11) si riunirono a Cambridge, e fondarono la Football Association. I delegati del collegio di Rugby, però, si dissociarono quasi subito, poiché nella prima codifica del regolamento prevalse il divieto di giocare la palla con le mani. I rugbisti, invece, pretendevano di poter giocare la palla proprio con le mani e portarla avanti tenendola fra le braccia, per lunghi tratti del campo. La scissione portò alla separazione netta dei due sport, e nel 1871 fu fondata la Rugby Union.

Anche se il gioco con le mani fu vietato, era tuttavia ancora facile confondere i due sport, già popolarissimi sul finire dell’Ottocento; ciò è confermato da diverse raffigurazioni artistiche dell’epoca prodotte in Inghilterra, nelle quali scene di football mostrano nutrite mischie di persone che si contendono un pallone, talvolta ovale, sia con le mani che con i piedi; e buona parte dei giocatori sono raffigurati a terra, perfino calpestati! Nella fig. A.9 abbiamo la prima illustrazione calcistica apparsa su un quotidiano italiano: è uno dei primissimi disegni del famoso illustratore Beltrame, eseguito dal vivo durante una partita di calcio a Milano nel 1902.

Fig. A.9: (archivio T. Lanza) – Prima illustrazione del football in Italia: Milano 1902 partita Milan-Torinese.

L’illustrazione a colori di Beltrame è ricchissima di dettagli, con le divise rossonere dei milanisti e il pallone a losanghe; ma è evidente che il gioco, agli occhi dell’illustratore, doveva apparire più una partita di rugby che di calcio. Scene come questa erano comuni in Inghilterra agli albori del football.

L’evoluzione del calcio in generale, sul finire dell’Ottocento fu prolifera e perfino rapida, attraverso le sfide tra scuole diverse e grazie ai continui aggiornamenti al regolamento del gioco. Le origini e la parentela col rugby, tuttavia, spiegano la tendenza dei primi footballers inglesi a praticare un tipo di gioco propriamente finalizzato a conquistare terreno; quindi, calcio “in avanti” lungo e potente. Fu questa una caratteristica fondamentale dell’evoluzione sia del gioco che delle tattiche.

Lo storico scozzese Ged O’Brien enfatizza lo stupore dei giocatori inglesi in una delle primissime sfide tra Scozia e Inghilterra, a Glasgow: quando gli inglesi erano in possesso di palla, puntavano l’avversario per dribblarlo in una sorta di sfida duale; gli scozzesi invece no: appena si avvicinava l’avversario, allontanavano la palla verso un compagno di lato per poi chiudere il triangolo appena più avanti (v. diagrammi della fig. A.10). Il gioco degli scozzesi si fondava su corsa, passaggi corti, e poco dribbling. Oggi anche gli storici inglesi concordano nel ritenere che la scuola scozzese dei pionieri fu la maggiore protagonista nell’evoluzione degli schemi del gioco e anche delle prime tecniche calcistiche. E questo contribuì non poco ad accrescere l’antica rivalità –non solo sportiva –fra Inghilterra e Scozia.

Sempre all’epoca dei pionieri, durante le fasi di gioco, il pallone veniva stoppato soprattutto con la suola dello stivale! Ma ben presto si arrivò a fermare la palla con il piatto di un piede, per poi calciarla con l’altro oppure portarla avanti. Lo stop di piede è probabilmente una delle tecniche più antiche, perché a quei tempi il gioco si svolgeva per il 90% a rasoterra; lo conferma anche un rarissimo spezzone di film di calcio del 1901 in Inghilterra, in cui si distingue un giocatore che stoppa a terra e rilancia la palla, con una tecnica molto simile se non identica a quella dei giocatori di oggi. Gli stop aerei, gli agganci, e perfino i colpi di testa vennero più tardi; tuttavia, un altro spezzone del 1902 mostra la tecnica del calcio all’indietro, o “rovesciata”, nel contesto effettuata per allontanare la palla dalla difesa… sostanzialmente, erano utili tutti i tipi di pedata al pallone: bastava scagliarlo lontano.

Secondo accreditati autori inglesi, lo sviluppo della tecnica calcistica ebbe il suo apice nel Nord dell’Inghilterra, fra il 1880 e il 1900. E le spinte maggiori arrivarono dal Professionismo, che si affermò inesorabile malgrado vari tentativi per arginarlo. Le folle di supporters e fans erano in continuo aumento e, da spettatori paganti, chiedevano sempre miglior football, ben giocato da sempre più bravi footballers –che appunto venivano pagati profumatamente.

Ma torniamo ad analizzare l’evoluzione della tecnica calcistica. Immaginiamo ora di assistere ad una partita di calcio nel 1880, in Inghilterra. Che cosa accadeva se la palla arrivava a mezza altezza e non rasoterra? Il giocatore la lasciava passare, perdendola fatalmente?  No. Notizie romantiche sul football delle origini, e mai realmente provate da foto, ci riportano che non esisteva lo stop di petto, ma si praticava una sorta di stop aereo, mediante un singolo tocco di mano, un “aiutino”!

Dunque, nel 1863 fu stabilito che il pallone non dovesse esser giocato con le mani (spinto avanti o portato in braccio o ribattuto), ma per alcuni anni resistette la pratica di stoppare la palla con una mano per buttarla a terra verso i piedi. E questa concessione, vera e propria deroga non scritta del regolamento, la dice lunga sugli sforzi dei codificatori della Football Association per tenere uniti gli appassionati e magari attirarli dalla rivale disciplina del rugby. Ecco dunque un’altra traccia che ci indica come il calcio delle origini era in continuo sviluppo; come tutti gli altri sport, anche il football si prese il suo tempo per abbellirsi e affinarsi.

Fig. A.10: (grafica T. Lanza) – Primi schemi nel gioco del calcio. Il modello inglese (1) prevedeva il superamento dell’avversario mediante un dribbling secco (tecnica virtuosa), o con la palla buttata in avanti e poi “scatto rapido” per arrivare prima dell’avversario (tecnica puramente fisica). Ben diversamente, la tecnica scozzese (2) faceva allontanare la palla verso il compagno vicino che l’avrebbe subito restituita oltre l’avversario, chiudendo il passaggio (triangolazione). La tecnica scozzese oggi si chiama “uno-due” e fu l’autentica rivoluzione storica nel modo di giocare al calcio, aprendo allo sviluppo dei cosiddetti schemi.

Proviamo a concludere, riassumendo in una sorta di tabella cronologica i principali passi nell’evoluzione del gioco. Si noterà che non vi sono date definitive, sia per la mancanza di dati certi, ma soprattutto perché le tecniche si svilupparono anche molto diversamente nel tempo e nello spazio (fra Inghilterra e Continente, fra Europa e Sudamerica).

1870-1880 – Periodo in cui in Inghilterra il football si distacca nettamente dal rugby. Non più placcaggi ma, secondo fonti non confermate, si tollera lo stop di mano (non sempre praticato). Si ammira il dribbling stretto per saltare l’avversario, che però è poco praticato; al dribbling è ancora preferita la corsa e la fuga; ciò porta alle entrate in tackle talvolta anche violente. E’ molto praticata la carica di spalla, perfino quella da tergo. Il gioco è molto duro e combattuto.

1872         – In Scozia si pratica il calcio giocato con passaggi e triangolazioni, e risulta essere “molto efficace per giungere alla méta”, cioè al goal.

Dopo 1880 – Si comincia a far uso del tiro di testa. Compaiono le prima fasciature alla testa dei giocatori per proteggersi dalle dure stringhe in cuoio dei palloni.

1885-1900 – Diffusione del calcio fuori dall’Inghilterra. Fondazione dei primi club europei e poco dopo sudamericani. Nascono e cominciano a svilupparsi gli stili di gioco nazionali, le cosiddette “scuole”; le quali, due decenni dopo, evidenzieranno le notevoli differenze fra il calcio sudamericano e quello europeo.

1890-1900 – Da tempo nessuno pratica più lo stop di mano; si affina lo stop di piede, eseguito sia con la suola che con il piatto. Sempre con il piatto del piede, la palla viene anche spinta e guidata, soprattutto a centro campo. Si segnano reti anche di testa, quasi sempre su calcio d’angolo. Compare lo stop con il petto.

1883-1919 – Il calcio assume una prima fisionomia moderna, con schemi elaborati. Si sviluppano le tattiche e i primi “moduli”. I giocatori hanno sempre più un proprio ruolo tattico; il goalkeeper – in italiano “guardiano” e poi “portiere” – si specializza nelle prese delle palle alte e nelle parate in tuffo, quasi sempre ribattute a pugni chiusi.

1910-1925 – Il calcio Sudamericano si compone soprattutto di palleggi e di passaggi “al volo”. La scuola sudamericana dell’Uruguay inventa la finta di corpo in corsa, e ciò contribuisce a rendere sempre più spettacolare il gioco. Gli inglesi eseguono forti passaggi rasoterra effettuati con l’esterno del piede, e anche tiri a rete; la tecnica esisteva già nel calcio pionieristico inglese di fine Ottocento.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

57 anni, tre figli, un cuore che batte per l’Hellas Verona. Tecnologo alimentare specialista in prodotti da forno industriali. Ex arbitro con la passione del calcio in bianco e nero. Collezionista di palloni, in particolare di quelli utilizzati durante i mondiali.

Continue Reading
Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Il Calcio Racconta

14 novembre 1973: la prima sui “Maestri”. Racconto emotivo di un’impresa.

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Raccontando Inghilterra Italia del ‘73 non si narrano le gesta di un calcio che non c’è più, guardando la partita vengono meno alcune certezze circa la minore intensità delle partite del passato. L’abolizione del retropassaggio di vent’anni dopo ha senz’altro contribuito alla riduzione di giocate prudenti, contenitive e noiose, ma quel 14 novembre del 1973 nessuno dei ventidue in campo aveva intenzione di fare giocate prudenti, contenitive o noiose. Rivedendo l’incontro, o vedendo per chi come chi scrive all’epoca non era nato, ci si gusta un Wembley gremito di passione per le partite internazionali, la “fanfara” che mentre le squadre escono per la fine del primo tempo entra a passo fiero tra le fila dei giocatori, spettatori che invadono il campo a fine partita per andare ad abbracciare i beniamini.

Al 15° poi, quando Nando Martellini ci ricorda il minuto e il risultato, ci si gusta anche il rinverdire di quel senso di rabbia che si provava quando, accendendo la TV a partita iniziata, non c’era modo di sapere quale fosse il risultato fino a che il telecronista non si degnava di ricordarlo; chiunque abbia visto partite prima dell’avvento del televideo ha vissuto questa “frustrazione”.

Oggi verrebbe da chiedersi come sia possibile che un incontro amichevole possa essere così sentito sia dal pubblico sia dai giocatori, le risposte sono molte e a titolo non esaustivo proviamo a trovarne qualcuna.

I 30.000 tifosi italiani presenti che fanno sentire il grido “Italia Italia” in diversi momenti, sono migranti di un mondo nel quale per rientrare a casa nella terra di Albione non si avevano a disposizione voli low cost. Inoltre Italia e Inghilterra sono nazioni che quarant’anni prima si erano fatte la guerra; certo la Seconda Guerra Mondiale a differenza della prima non lasciò spiriti di rivalsa tra vincitori e vinti, ma nel ‘73 sono vivi i ricordi ed attuali i racconti di quel figlio fatto prigioniero o ucciso dagli inglesi come quelli dell’altro morto ad Anzio per liberare Roma.

Sul piano calcistico le partite internazionali stanno aumentando in quegli anni per via delle qualificazioni agli europei per nazioni, ma si parla ancora di poche squadre e quindi di poche partite. Per intenderci fino al 1990 le qualificazioni mondiali/europei vedevano coinvolte 32 squadre UEFA contro le 52 di oggi. Nel 1973 si viene da un calcio nel quale in una stagione la nazionale poteva disputare anche solo 5 incontri, chiaro quindi che ogni partita fosse già di per sé un evento.

Il prezioso tagliando valido per l’ingresso (Collezione Matteo Melodia)

Ma al di là delle considerazioni sociologiche o statistiche, prima di ogni cosa c’è la rivalità tra le due nazionali, una rivalità antica. Nel primo incontro del 1933 gli italiani freschi vincitori della Coppa Internazionale affrontarono per la prima volta “I Maestri” che all’epoca, proprio perché “Maestri”, non partecipavano ai tornei. A Roma fu 1 a 1 con gli inglesi che si dichiarano sorpresi dalla forza degli Azzurri. Si organizzò quindi una replica dell’incontro a Londra per l’autunno/inverno del ‘34, quella che sarà la “Battaglia di Highbury”. Disputata anch’essa il 14 Novembre ma del 1934, la data nel ‘73 non fu casuale, com’è noto finì 3 a 2 per gli inglesi. Gli italiani giocarono di fatto in 10 per la frattura al piede di Monti e nel secondo tempo, definitivamente in 10 contro 11, tramutarono una probabile disfatta (si era sul 3 a 0 per gli inglesi con 3 gol nei primi 12 minuti) in una mancata rimonta che la stampa internazionale raccontò come vittoria morale azzurra.

Tutte queste sfaccettature messe insieme fecero forse meno dei titoli dei tabloid che etichettarono gli Azzurri come “squadra di camerieri”, riferendosi al passato di Chinaglia che come figlio di emigranti a Cardiff lavorò appunto come cameriere. Questi e altri innumerevoli motivi di rivalità prendono forma nelle parole pronunciate da Nando Martellini in apertura di telecronaca:

“Telespettatori italiani buonasera.

La Nazionale Italiana per la decima volta di fronte agli inglesi, per la seconda a Wembley.

La partita è in programma come amichevole, in restituzione della visita fatta dalla Nazionale Inglese a Torino nel giugno scorso; e già questo ricordo serve a far dubitare del carattere squisitamente amichevole dell’incontro.

Gli inglesi vorrebbero cancellare quello 0-2 due che rappresentò il crollo della loro imbattibilità nei nostri confronti ma c’è poi – determinante – la considerazione della Coppa del Mondo: gli inglesi sono fuori, eliminati dalla Polonia; gli azzurri si sono qualificati. E’ ovvia la posizione capestro degli inglesi: battendoci possono far valere l’indubbia sfortuna che li ha lasciati a casa, altrimenti la loro condanna diviene definitiva e le loro ambizioni calcistiche definitivamente ridimensionate.

Insomma se i nove precedenti incontri non erano stati propriamente amichevoli questo decimo si presenta come il meno amichevole di tutti, tanto è il prestigio che le due nazioni vi puntano sopra: I vincitori della Rimet del ‘66 contro i secondi del ‘70 in Messico”.

C’è di più, i sudditi di Sua Maestà sono ahi loro sotto scacco, in una posizione che sembra scritta da Paolo Villaggio. Fatti salvi i fortunati possessori di uno dei 120.000 tagliandi, gli altri potranno vedersi la partita solo in differita e per di più neanche tutta: durante la partita, saranno costretti a vedersi una registrazione della cerimonia nuziale di una principessa:

“Londra ha vissuto oggi una delle sue grandi giornate per il matrimonio della figliola della regina. L’avvenimento ha fatto passare in secondo piano finora alla tv alla radio e sui giornali la partita di Wembley. Ma ora che ci siamo dentro e che le telecamere della BBC […], si sono accese anche sui 120 mila spettatori di Wembley ci accorgiamo che l’interesse del paese era vivissimo anche per Inghilterra Italia di calcio, che viene a rifinire un giorno davvero importante per la capitale inglese.

Mentre noi trasmettiamo sui teleschermi italiani in diretta, in Inghilterra passa ancora in televisione una registrazione della cerimonia nuziale di stamane. La partita andrà in differita è punteggiata più tardi”.

Il gagliardetto originale della partita (Collezione Marco Cianfanelli)

Vedendo Inghilterra Italia del 1973 si capisce perfettamente cosa significhi giocare in contropiede contro una squadra aggressiva, si vede e quasi si tocca con mano il perché se si pensa a uno stereotipo dei modi di giocare al calcio, una partita tra Italia e Inghilterra giocata a Londra non può che esserne l’esempio primo.

Si badi, contropiede non significa catenaccio, certo senza Zoff, imbattuto da 827 minuti, in porta sarebbe stato meno facile, ma la tradizione dei portieri italiani ci consente di allevare numeri uno che siano tali a livello mondiale. Impressionante è anche Burgnich in difesa, come Rivera un maestro a centrocampo. Chinaglia riparte come un carro armato dotato di motore turbo e Capello che mostra la sua concretezza e serietà sul campo e marcatore al minuto 86 del gol partita.

Novanta minuti di agonismo, che trovano la loro prima e forse unica pausa al 43° quando s’infortuna Osgood. Dare oggi la cronaca di una partita raccontata mille volte è superfluo, ma se questa sera avete un’ora e mezza di tempo preparatevi una frittatona di cipolle e una familiare Peroni gelata, annunciate a casa che è serata di rutto libero. Nessuna “Corazzata Kotiomkin”, nessuna principessa che si sposa. Si gioca Inghilterra Italia signori, zitti tutti.

Continue Reading

Il Calcio Racconta

Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Siamo arrivati al quinto appuntamento del nostro viaggio nell’”Evoluzione della tecnica calcistica”. Negli appuntamenti precedenti abbiamo approfondito la dotazione tecnica dei primi footballers e abbiamo cercato di capire come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque. Abbiamo poi effettuato una panoramica sull’evoluzione del Regolamento del Gioco e analizzato le varie “scuole” nel mondo. E in Europa? Scopriamolo in questo appuntamento.

Buona lettura.

L’elite europea

Nel vecchio Continente, negli anni Venti, si affermavano le scuole del calcio Danubiano, cioè gli stili nazionali di Ungheria, Austria e Cecoslovacchia. Il gioco della scuola danubiana era fatto di eleganti passaggi di prima, di buon palleggio e tecnica individualistica con la palla al piede. Un breve filmato dei primi anni Trenta mostra la nazionale della Cecoslovacchia andare a rete contro l’Inghilterra: i pochi e precisi passaggi e la bellezza del goal al volo, richiamano un calcio spettacolare, raffinato e davvero moderno. Gli stessi maestri inglesi trovarono filo da torcere in incontri amichevoli con le squadre danubiane di Austria e Ungheria, così che dovettero a loro volta migliorare soprattutto l’impostazione tattica del gioco, pur mantenendo il loro calcio maschio e vigoroso. Quasi un paradosso, il tecnico che contribuì allo sviluppo della scuola calcistica danubiana fu l’inglese Jmmy Hogan, al quale si legarono le fortune prima dell’Ungheria e poi della fortissima Austria del 1930, la famosa nazionale soprannominata Wunderteam.

La supremazia dei maestri inglesi, tuttavia, resisteva ancora poiché, come ebbe modo di osservare l’austriaco Ugo Maesl –altro grande maestro di calcio dell’epoca–  il gioco dei Danubiani era meno veloce e garantiva meno copertura in difesa. Tale lacuna del calcio continentale, se così si potrebbe definire, fu colmata dal grande tecnico del calcio italiano Vittorio Pozzo, sempre negli anni Trenta. Pozzo impostò la nazionale italiana con una linea difensiva all’epoca unica al mondo. Negli anni fra il 1930 e 1935 la Nazionale azzurra faceva perno sulla difesa della fortissima Juventus, vincitrice di ben 5 titoli nazionali consecutivi.

Secondo gli storici, altre due perle della tecnica calcistica trovano origine nella seconda metà degli anni Trenta: la rovesciata all’indietro, detta anche “a bicicletta”, e il “doppio passo”. L’inventore della rovesciata a bicicletta fu il centravanti brasiliano Leonidas, mentre la tecnica del doppio passo fu inventata e praticata dall’italiano Amedeo Biavati. La rovesciata all’indietro era assai spettacolare e fu adottata da molti altri giocatori. In Italia il primo fu Silvio Piola, mentre più tardi Carlo Parola ne divenne l’icona.

Il “doppio passo” di Amedeo Biavati era una finta eseguita muovendo il piede lateralmente davanti al pallone; Biavati simulava con il sinistro una roteazione per calciare la palla, ma senza toccarla: beffardamente la calciava con il destro, lasciando disorientato l’avversario per quella frazione di secondo che bastava a superarlo. Nel corso degli anni furono molte le varianti dell’originario doppio passo; ma sostanzialmente la tecnica si rifà alla finta di Biavati degli anni Trenta.

Sempre nel 1938, un breve filmato del Mondiale di Francia mostra una spettacolare giocata del terzino Domingos da Guia: costui superava un avversario con un palleggio aereo, lo evitava con una finta e, prima che la palla ricadesse, rilanciava per la sua squadra. Tale deliziosa giocata oggi sarebbe chiamata “sombrero”.

Considerato nella sua globalità, ammesso e non concesso, il calcio degli anni Trenta si potrebbe considerare moderno così come lo intendiamo oggi. La differenza ovviamente sta nelle diverse velocità del gioco: il calcio di oggi è estremamente più veloce di quel calcio; ma la tecnica rimane sostanzialmente la stessa. Ciò che oggi si può apprezzare in una partita calcio, è la bellezza di una tecnica antica applicata a grandi velocità un tempo impensabili; e sono perciò improponibili i paragoni fra le velocità del gioco di quei tempi con le velocità di oggi.

Giunti a questo punto, è tempo di ricordare brevemente alcuni giocatori fuoriclasse europei degli anni Trenta, in grado di fare cose straordinarie con la palla, quindi virtuosi della tecnica. Nella fig. A.14 ce ne sono tre: il portiere Zamora, il regista-attaccante Meazza e l’attaccante puro Sindelar.

Lo spagnolo Ricardo Zamora fu per molti versi il prototipo del portiere moderno. Dotato di grande personalità, fu il primo portiere-regista della propria difesa. Tecnicamente, esibiva parate di pugno nelle mischie più focose, e prese plastiche in tuffo –all’epoca le squadre giocavano con i terzini molto arretrati e richiedevano meno uscite dei portieri. Zamora aveva una dote in più: “ipnotizzava” l’avversario durante l’effettuazione del calcio di rigore; era una sorta di condizionamento istrionico che avrebbe fatto la fama di altri portieri nel Dopoguerra. Un aneddoto racconta che Zamora difendeva la porta della Spagna contro l’Inghilterra nel 1929; nella focosa partita si fratturò lo sterno –con avversari di tale prestigio non era mai “amichevole”–, ma rimase stoicamente nella sua porta nonostante il gran dolore fisico. La Spagna trionfò 4-3 e fu la prima nazionale a battere gli inglesi fuori dalla loro Isola.

Fig. A.14: Zamora, Meazza e Sindelar: tre grandi del calcio. Si ritrovarono tutti al Mondiale del 1934.

Giuseppe Meazza, detto anche “el Peppin” o “Balila”, fu il più grande giocatore italiano fra le due guerre, ricordato in tutte le epoche per antonomasia, come autentica ed eterna icona del calcio italiano. All’inizio Meazza fu un attaccante puro, un inarrivabile centravanti; poi arretrò e fu il raffinatissimo interno di regia che il calcio italiano maggiormente ricorda. La sua tecnica calcistica si esprimeva nel dribbling elegante, nei cambi di direzione improvvisi che disorientavano l’avversario. Ma soprattutto, Meazza esibiva un tocco di palla delizioso, che in epoche successive sarebbe stata caratteristica imprescindibile dei grandi numeri 10 del calcio mondiale.

Nella memoria dei tifosi, Meazza fu leggendario per il dribbling al portiere avversario; quest’ultimo era chiamato fuori dalla porta in una sorta di sfida duale, come un torero con il toro. Era dotato anche di un buon colpo di testa, che però disdegnava per non “destabilizzare” la sua pettinatura… Il calcio era anche questo!

L’attaccante austrico Matthias Sindelar fu soprannominato der Papierene, “carta velina”, perché con il suo fisico quasi gracile riusciva a incunearsi fra le maglie più strette delle difese avversarie con una classe inimitabile. Si diceva che era dotato di gran fiuto e rara intelligenza calcistica. Sindelar praticava spesso il tunnel ai danni dell’avversario ed era capace di dribblare molto stretto. Era un ambidestro dotato di un eccellente tocco di palla, tanto che i tifosi dicevano che aveva i “piedi di Mozart”. Se Zamora fu l’archetipo del portiere moderno, Sindelar lo fu senz’altro dell’attaccante.

Zamora, Meazza, Sindelar. Messi insieme, questi tre grandi giocatori europei degli anni Venti-Trenta impersonavano la tecnica moderna del calcio, che appunto soddisferebbe lo spettatore del Duemila.

A questo punto, sarebbe tuttavia un errore pensare che i maestri inglesi, nello stesso periodo, non avessero giocatori squisitamente tecnici. Il calcio inglese degli anni Trenta si componeva di tecnica, forza fisica e corsa; i giocatori di gran qualità erano molti. Sul finire degli anni Trenta, in Inghilterra, l’emblema del “calcio perfetto” fu impersonato dal fuoriclasse  Stanley Matthews. Nel 1934 a soli 19 anni entrò a far parte della squadra nazionale, e si tratta ancor oggi del più longevo giocatore di calcio di tutti i  tempi. Il dribbling stretto era la sua specialità: si diceva che fosse capace di dribblare sulla moneta da 1 penny.

Fig. A.15: Stanley Matthews nel 1950.

Matthews giocò dagli anni Trenta ai Cinquanta; fu perfetto nel ruolo di ala destra; una recente biografia filmata ne mostra virtuosismi di gran intelligenza calcistica. Pelé disse di lui che “fu l’uomo che insegnò il calcio a tutti noi”.

La lunga e prestigiosa storia del calcio dei “maestri inglesi”, negli anni di inizio Novecento e fino agli anni Trenta, fu costellata da autentiche leggende: ricordiamo qui Billy Meredith, Aex James, Dixi Dean e Tommy Lawton, solo per citarne alcuni.

Matthews fu forse il giocatore più completo fino al 1950; poi comparvero altri fuoriclasse, da Puskas a Kubala, da Di Stefano a Pelé. Nel frattempo, arrivavano anche in Europa i palloni con la valvola di gonfiatura, tutti chiusi e senza le stringhe.

Qui l’inglese Stanley Matthews chiude idealmente il paragrafo sull’élite europea. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, fra Sudamerica ed Europa, il calcio aveva raggiunto la maturità, adottando quella fisionomia moderna cui oggi siamo abituati tutti noi sportivi, appassionati e tifosi; il football era divenuto the beautiful game, “il bel gioco” come Pelé l’avrebbe chiamato in seguito.

Dagli anni Cinquanta ad oggi, la tecnica calcistica sarebbe stata più o meno affinata, ma mai veramente rivoluzionata. Alla tecnica fu preferita la tattica e il perseguimento di una sempre maggiore velocità di gioco; il calcio diveniva sempre più atletico. E rimaneva “maschio” anche se sempre più praticato dalle donne.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

Continue Reading

Il Calcio Racconta

9 novembre 1988 – Malgrado Belgrado

Published on

GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Tutto poteva finire prima di cominciare e invece, il 9 novembre 1988 a Belgrado, si gioca la partita di ritorno del primo turno di Coppa Campioni tra Stella Rossa e Milan che cambierà la storia del club rossonero.

Il Milan veniva dal primo campionato vinto dell’era Berlusconi e, per avviare un ciclo assolutamente significativo, aveva disperato bisogno di vincere la Coppa o quantomeno di arrivare in finale. Per questo la società, durante l’estate, aveva allestito una squadra stellare composta prima di tutto dai tre giovani olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard. Berlusconi si era innamorato di Gullit, pagandolo una cifra vicina ai 10 miliardi di lire, ma l’Ajax lo aveva “costretto” a prendere anche Van Basten per un miliardo e mezzo. Quest’ultimo dimostrerà con il tempo le sue caratteristiche da campione, anche se il tecnico rossonero Sacchi non lo vedrà mai di buon occhio perché poco inquadrabile nei suoi ferrei schemi.

Nonostante queste costose operazioni di mercato però, il Milan stava per essere sbattuto fuori da quella Coppa dei Campioni poiché, nella partita di andata a San Siro, lo squadrone rossonero aveva sottovalutato gli slavi, non potendo sapere che tra di loro c’erano due giovanissimi ventenni che erano destinati a diventare stelle del calcio mondiale, il capitano Dragan Stojkovic e Dejan Savicevic, portando a casa solo un 1-1 (gol di Stojkovic e replica di Virdis poco dopo).

Il biglietto della partita (Collezione Matteo Melodia)

A Belgrado, nel temutissimo e caldissimo stadio Marakana, al 57° minuto era sotto di un gol segnato da Savicevic e con un uomo in meno per via dell’espulsione di Virdis, praticamente partita chiusa e Milan fuori dalla Coppa.

Da qui però, la storia cambia.

Il clima per i rossoneri è ostile, la squadra sembra intimorita e appare in affanno rispetto agli slavi che, al contrario, sono tonici e tengono le redini del gioco. Il primo tempo si chiude sullo 0-0, un risultato che fa comodo ai padroni di casa. Il Milan ha ancora 45’ per cambiare l’inerzia della partita, invece le cose precipitano: passano pochi minuti e Dejan Savicevic dalla distanza supera Giovanni Galli. Stella Rossa in vantaggio.

Improvvisamente sul campo cala un nebbione fittissimo che non si vedeva da anni e, dopo qualche tentativo a procedere, l’arbitro al 12” del secondo tempo, prima sospende la partita e poi lo annulla completamente per rigiocarla il giorno dopo, come prevede il regolamento UEFA.

Gli uomini della Stella Rossa erano psicologicamente stanchi, mentre i giocatori del Milan erano euforici per lo scampato pericolo, recuperando anche Gullit dall’infortunio che gli aveva impedito di giocare nel precedente match, mentre dovrà comunque rinunciare a Virdis, espulso per un fallo visto solo dal guardialinee nella nebbia del giorno prima e ad Ancelotti invece diffidato.

Nonostante questo la squadra di casa, fortissima e determinata, riuscì a pareggiare dopo il gol di Van Basten con Stojcovic, ma ai rigori furono battuti, garantendo di fatto al Milan la trionfale galoppata fino alla vittoria della Coppa. Da lì in avanti, infatti, elimerà Werder Brema, Real Madrid e in finale travolgerà a Barcellona lo Steaua Bucarest per 4-0, tornando sul tetto d’Europa.

La nebbia a Belgrado c’è una volta ogni dieci anni e se quel giorno non fosse calata eccezionalmente sul Marakana, probabilmente il glorioso ciclo di vittorie del Milan sarebbe andata in maniera diversa cambiando irrimediabilmente la storia recente del calcio italiano e del nostro paese.

Si ringrazia Matteo Melodia per la consueta collaborazione.

Continue Reading

più letti

WP-Backgrounds Lite by InoPlugs Web Design and Juwelier Schönmann 1010 Wien
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: