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La Penna degli Altri

Andrea Cecotti ed un oscuro e tragico destino

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco MIlan) – La morte degli atleti in attività rappresenta sempre qualcosa di anomalo, soprattutto nella mente della gente, la convinzione che si tratti di esseri indistruttibili, fatti d’acciaio, impossibili da buttar giù in alcun modo. Certe morti, poi, lasciano ancora più sgomenti per le modalità, per la rapidità e per l’estemporaneità: un destino drammatico e quasi inspiegabile è quello di Andrea Cecotti, il cui racconto resta ancora oggi terribile.

Andrea Cecotti nasce a Manzano (UD) il 10 gennaio 1962, è un ragazzo tranquillo e posato, sceglie di fare il calciatore pur non essendo dotato di uno smisurato talento. Come nella vita, anche nel calcio Cecotti è uno tranquillo: di mestiere fa il centrocampista di fascia, all’occorrenza adattabile anche a fare il terzino, qualità che piace agli allenatori e che mette in mostra il grande sacrificio e l’abnegazione di un ragazzo che fa il suo lavoro con precisione, senza grilli per la testa. Dopo la trafila nel settore giovanile dell’Udinese, lo scudetto Primavera conquistato nel 1980, arriva il giorno del gran debutto in serie A il 12 settembre 1982 a Napoli: è il minuto 79 quando l’allenatore dei friulani, Enzo Ferrari, richiama in panchina Orazi e fa esordire il ventenne Cecotti che svolge discretatemente e con ordine il suo compito, lo 0-0 finale fra Napoli e Udinese soddisfa i bianconeri ma eccita il giovane debuttante che pensa forse di essere all’inizio di una carriera che invece in breve tempo si ridimensionerà. Cecotti colleziona infatti altre 2 apparizioni in massima serie, entrando sempre a gara in corso contro Cagliari e Cesena, poi passa al Mestre in C2 nel 1983, lo stesso anno in cui sposa la storica fidanzata Nadia, rendendo completa anche la sua vita sentimentale, arricchita nel dicembre successivo dalla nascita della figlia Desy.

La carriera di Andrea Cecotti scorre veloce, il calciatore si stabilizza in serie C dove capisce di aver trovato la sua dimensione, dove sa di poter essere indiscusso protagonista. Gioca una stagione a Gorizia in cui segna anche 3 reti, quindi alla Cavese dove però non gioca mai passando così in autunno alla Massese dove disputa un’altra ottima stagione con altri 3 gol messi a segno. Gli allenatori che lo hanno in rosa ne lodano la bravura tattica e la capacità di giocare lungo tutta la fascia sinistra, riuscendo a svolgere benissimo sia il lavoro di terzino che di centrocampista, discretamente capace anche sui calci piazzati. Dopo un campionato vissuto ad Alessandria in condizioni precarie per le difficoltà finanziare del club piemontese, nell’estate del 1987 Cecotti passa alla Pro Patria in C2, altra società che non se la passa benissimo dal punto di vista economico ma che prova a mantenere la categoria grazie a giovani interessanti e promettenti come il portiere Luca Bucci (che sarà il terzo portiere ad Usa ’94 e vincerà diverse coppe nel Parma) o il centrocampista Marco Giandebiaggi (protagonista per anni con la Cremonese in serie A). Cecotti ha 25 anni, ha già esperienza nella categoria e può essere uno degli elementi di maggior spessore della squadra lombarda; in effetti nelle prime giornate di campionato, l’ex udinese si fa valere ottimamente ed è il migliore in campo sia nel sentito derby contro il Legnano e sia nella vittoria dei tigrotti biancoblu contro il Pordenone. L’avvio di stagione è discreto per la Pro Patria, Cecotti sembra in grado di aiutare la sua squadra a raggiungere la salvezza.

L’8 novembre 1987 la Pro Patria è ospite del Treviso in una sfida che sa tanto di spareggio per non retrocedere. Nessuno sugli spalti si aspetta bel gioco e spettacolo, l’impressione è che ci si ritroverà di fronte ad una gara tirata, piena di interventi fallosi e con qualche tatticismo di troppo; il classico “molti calci e poco calcio”. Cecotti si dà un gran da fare ad inizio partita, poi attorno al 20′ del primo tempo comincia a sentire fastidio ad una gamba, si ferma, batte l’arto a terra, scuote la testa; infortunio muscolare? Così sembra, dato che 10 minuti dopo il calciatore della Pro Patria viene sostituito dal collega Marino poichè il fastidio era diventato un acuto dolore che lo fa uscire dal campo zoppicando vistosamente. Dalla preoccupazione al dramma il tempo è brevissimo: Cecotti rientra negli spogliatoi ed avverte un terribile formicolio alle braccia e mentre lo staff medico prova a capirci qualcosa, il calciatore si blocca sulla panca perchè entrambe le gambe gli si sono improvvisamente paralizzate. “Le sento indurirsi –  dice con affanno Cecotti ai medici – non riesco a muoverle”. Il ragazzo diventa bianco e comincia a perdere i sensi, l’ambulanza accorre mentre intanto la partita è alle battute finali del primo tempo, lo trasporta nel più vicino ospedale di Treviso dove le sue condizioni si sono già ulteriormente aggravate ed il corpo è quasi del tutto paralizzato, proprio mentre i medici, scuri in volto, escono per emanare la diagnosi che parla di trombosi carotidea alla gamba sinistra con embolo al cervello. La situazione è gravissima e diventa disperata il giorno seguente quando nel tardo pomeriggio Cecotti entra in coma irreversibile, lasciando spazio allo sconforto e spegnendo ogni possibilità di salvezza per un ragazzo di appena 25 anni.

Dopo 5 giorni di inerme lotta, Andrea Cecotti muore sabato 14 novembre 1987 intorno all’ora di pranzo, senza mai aver ripreso conoscenza. Un malore improvviso, una situazione degenerata in pochi minuti e progredita inesorabilmente in pochissime ore, un calciatore sano e in perfetta integrità fisica che perde la vita in un battito di ciglia, senza preavviso, senza un perchè che spieghi qualcosa in più dei semplici e laconici comunicati medici. Il 15 novembre, a 24 ore dalla morte di Cecotti, la Pro Patria compie un’impresa sportiva enorme, battendo in casa 2-1 il Telgate con una formazione composta quasi interamente da ragazzi del settore giovanile: oltre a Cecotti, infatti, ai biancoblu manca mezza squadra per infortuni e squalifiche, ma la voglia di dedicare la vittoria al compagno scomparso è troppo forte e va oltre il mero aspetto sportivo. A fine gara, tutta la Pro Patria si stringe in un commosso ed affettuoso abbraccio in memoria dello sfortunato Cecotti, ricordato a gran voce anche dal pubblico di Busto Arsizio; negli spogliatoi, in molti lasciano che sotto la doccia le lacrime si mischino all’acqua calda, prima che la vita riprenda lentamente il suo corso. La Pro Patria collezionerà appena 18 punti in campionato, giungerà ultima e retrocederà fra i dilettanti; qualcuno dirà che con Cecotti le cose sarebbero potute andar meglio, un modo come un altro per ricordare un ragazzo strappato alla vita ingiustamente.

Giovanni Galeone, allenatore che aveva scoperto Cecotti, organizza ad un mese dalla scomparsa del calciatore un’amichevole fra l’Udinese attuale e quella della stagione 1982-83, ovvero quella dell’esordio in A di Cecotti. Allo stadio Friuli di Udine assistono all’incontro anche moglie e figlia dell’ex giocatore, oltre ad altri 5000 spettatori; i 35 milioni di lire incassati dalla vendita dei biglietti vengono girati alla famiglia Cecotti, così come la Pro Patria stipula una polizza assicurativa a beneficio della figlia di Andrea Cecotti. Senza dimenticare le iniziative dei tifosi della squadra lombarda, capaci di raccogliere numerosi fondi e devolverli interamente alla famiglia del loro vecchio beniamino. Ancora oggi allo stadio Speroni di Busto Arsizio, la gigantografia di Andrea Cecotti viene omaggiata con fiori e cori, il suo ricordo è vivo e sincero, un piccolo risarcimento ad una vita portata via troppo in fretta.

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Cudicini e l’Udinese

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UDINESE.IT – Il 20 ottobre 1935 nasce a Trieste Fabio Cudicini ex portiere dell’ Udinese dal 1955 al 1958 in cui ha totalizzato 30 presenze tra serie A e serie B. […] E’ giunto a Udine nel 1955 con i bianconeri nel frattempo retrocessi in B a tavolino per un illecito consumatosi nel maggio del 1953. Nell’Udinese era il terzo portiere dopo Gianni Romano e Luigi Geatti. Ha debuttato a 19 anni, esattamente il 18 marzo 1955 in Udinese-Brescia 3-0, cavandosela egregiamente tanto che l’allenatore Giuseppe Bigogno lo fece partire titolare l’anno dopo con l’ Udinese nuovamente in A. Cudicini, che era il portiere più alto d’Italia, con i suoi 191 centimetri, è rimasto a Udine sino al luglio del 1958 per poi passare alla Roma con cui nel 1960-61 ha vinto la Coppa delle Fiere. Nel 1963-64 si è aggiudicato anche la Coppa Italia per poi essere ceduto nel 1966 al Brescia dove è rimasto un solo anno (18 presenze). Sembrava che la sua carriera fosse giunta al capolinea, invece Nereo Rocco, suo concittadino, allenatore del Milan, gli ha dato fiducia, lo ha voluto nella squadra rossonera forse per fare da chioccia agli altri estremi difensori milanisti. Ben presto però Cudicini si è posto in evidenza, è diventato titolare. Soprattutto si è esaltato come uno dei migliori portieri a livello internazionale ed è stato anche soprannominato Ragno Nero non solo per la sua divisa tutta nera, ma per le sue splendide parate. Con il Milan ha vinto lo scudetto 1967-68, la Coppa delle Coppe sempre in quella stagione esaltandosi a Manchester contro l’United nelle gare di ritorno vinta dal Milan per 1-0 grazie soprattutto alle incredibili parate del portierone triestino. L’anno dopo Cudicini è ancora la saracinesca del Milan che si aggiudica la Coppa Campioni battendo in finale l’Ajax per 4-1; vince nel 1969 la Coppa Intercontinentale e si aggiudica la Coppa Italia 1971-72 per poi chiudere con il calcio. […]

Non ha mai difeso la porta della nazionale azzurra anche perché allora gli estremi difensori dell’Italia, Enrico Albertosi e Dino Zoff davano validissime garanzie all’allora ct, Ferruccio Valcareggi

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Bruno Conti: “Ora non si allenano più i cross”

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Il calcio è cambiato, Bruno Conti tramite LA REPUBBLICA (C. CITO) ci fa sapere come…

Che impressione le fa ora, Conti, sapere che il cross è diventato merce rara?
«Strano, quasi incredibile pensando a com’era il nostro calcio, quello che credevamo fosse “il calcio”. Oggi è come se si fosse ristretto il campo».

È un cambio di prospettiva: dall’orizzontalità alla verticalità.
«La preponderanza dell’aspetto fisico sulla tecnica ha spostato i meccanismi del gioco, oggi si tende alla progressione centrale, allo scambio corto, una volta la fascia era invece il luogo in cui si faceva la differenza».

Questione di moda, come dice Prandelli?
«Può essere. E non c’è più il centravanti, soppiantato dal falso nueve, l’attaccante di manovra. I cross non si fanno più perché non ci sarebbe nessuno a raccoglierli».

Evoluzione o involuzione?
«Né una né l’altra, o entrambe. Ora il cross non si allena nemmeno più».

Ai vostri tempi?
«A fine allenamento, soprattutto con Liedholm, ci allenavamo tecnicamente sul gesto del cross. Eravamo io e Rocca, andare sul fondo e metterla precisa a centro area. Ci insegnavano che se un cross è fatto bene un difensore è sempre tagliato fuori. Ai miei tempi, nelle altre squadre, c’erano Causio, Sala, Oscar Damiani, e poi Bettega, Pruzzo, Graziani, pronti a trasformare il cross in oro».

Un’istantanea: Italia-Polonia ’82, la semifinale, contropiede: lei vola sulla fascia e mette al centro per Rossi. Testa, gol.
«Mettere l’attaccante davanti alla porta con un cross è emozionante come fare gol. E non dimentichiamo la fatica. L’ala aveva un compito duro, correre in su e in giù per 90 minuti su un corridoio di cento metri. L’ampiezza, il cambio di gioco, il dribbling, l’ala stessa erano le variazioni che servivano a creare scompiglio. Tecnica, più che tattica. Intuito. Oggi si studia al computer, si cercano risposte nelle statistiche e si gioca in trenta metri, addensati come sardine. I fenomeni verranno sempre fuori, ovvio, ma ci vogliono altre qualità. Fisiche, prima di tutto» […]

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Dai volantini allo Stadio al milione di magliette: storia del merchandising Juve

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JUVENTIBUS.COM (Mike Fusco) – […] la Juventus raggiunge uno storico traguardo commerciale: un milione di magliette vendute […]

Impensabile nel lontano 1983, quando comincia il merchandising Juventus. Con visione lungimirante, Luciano Antonino e Marco Boglione fondano la F.S.M. – Football Sport Merchandise, capitale irrisorio e agganci col partner tecnico Robe di Kappa. Nasce il mercato del merchandising ufficiale delle squadre di calcio.

Il 16 marzo, per la gara di Coppa Campioni Juventus-Aston Villa, un gruppo di tifosi distribuisce al Comunale il “volantino” col quale ricevere il catalogo e fare acquisti.

Un successo straordinario: su 50.000 volantini ben 18.000 richieste di catalogo e 14.000 ordini ricevuti.

[…] Il must have dell’epoca, oltre a maglie, tute e borse, era il cuscino da stadio bianco bordato di nero che conteneva una “kit del tifoso”: sciarpa, berretto e mantella antipioggia.

Seguirono altri cataloghi (1984 e ’85) con pubblicità anche sul Guerin Sportivo diretto da Italo Cucci propenso a dare spazio all’iniziativa fino a diventarne socio. Nel 1985-86 le cose cambiano: i cataloghi sono pronti ad inizio torneo e allegati a Hurrà Juventus: Stai per entrare nell’unico grande esclusivo negozio bianconero”.

Il catalogo stampato a Bologna dai Poligrafici Il Borgo ha le foto del mitico Salvatore Giglio, fotografo ufficiale Juventus, e della FSM. I primi testimonial Juve sono: Marco Pacione ed Angelo Alessio.

[…] Nel 1986 esce il “Primo grande catalogo riassuntivo” con copertina nera elegante. Un riepilogo di tutto l’abbigliamento sportivo, casuale e del merchandising, possibile grazie al fatto che maglie e materiale tecnico restano invariati per più stagioni.

[…] Nel 1990 si cavalca l’onda dei Mondiali e della Coppa Uefa vinta con Tacconi, Marocchi e Schillaci testimonial di oggetti ed abbigliamento anche di dubbio gusto, tra cui una canotta traforata.

Nel 1994 la “piccola” FSM, riconoscibile dal logo del tucano, è ormai una holding. Marco Boglione, pioniere del mercato, diventa il re del merchandising calcistico rilevando proprio Kappa (lo sponsor da cui era nato quel business strepitoso) e arriva a gestire l’intero merchandising dei maggiori club di A, del Barcelona e di alcune squadre greche […]

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