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Il Calcio Racconta

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Siamo arrivati al terzo appuntamento dell’”Evoluzione della tecnica calcistica”. Abbiamo affrontato e visto le scarpe da giuoco, i parastinchi e la divisa. Abbiamo poi cercato di capire come si colpiva il pallone quando il calcio nacque. Oggi invece cercheremo di scoprire l’evoluzione del Regolamento del Gioco.

Buona Lettura

Principali tappe nell’evoluzione del Regolamento del Gioco

Il periodo a cavallo fra il Secolo XIX e il XX era dunque l’epoca dei pionieri. Gli storici inglesi collocano la fine del Pionierismo nel calcio intorno al 1880, quando in Inghilterra dopo la FA Cup prese il via anche il campionato nazionale. L’epoca coincideva con l’inizio del professionismo, poiché molti club iniziarono a pagare i giocatori migliori, prima con rimborsi poi con escamotage che rasentavano lo scandalo e creavano sdegno. Stuoli di talent scouts si spostavano verso la Scozia a caccia dei primi fuoriclasse; e mentre in Inghilterra si affermava inesorabile il professionismo, gli stessi britannici esportavano il football in tutto il mondo.

Secondo chi scrive, tuttavia, il Pionierismo durò più a lungo, poiché nel 1880 il Regolamento del Gioco era ancora in fase di sviluppo. Appare perciò più corretto far coincidere la fine del Pionierismo, quanto meno della tecnica, con il 1904 anno in cui a Parigi fu fondata la FIFA, l’organizzazione Mondiale del Football (in francese: Fedération Internationale de Football Association).

I primissimi anni del nuovo Secolo furono marcati da importanti tensioni politico-organizzative ai vertici del Football, perché agli inglesi non pareva vero che potesse nascere una qualsivoglia autorità calcistica al di fuori della loro Isola! Questo sostanzialmente spiega le diffidenze degli inglesi, che già nel 1886 avevano creato l’IFAB (International Football Association Board). Si trattava di un vero laboratorio di studio e divulgazione del Regolamento del calcio, e all’epoca era operante solo in Gran Bretagna per le federazioni di Scozia, Irlanda, Galles e Inghilterra –le uniche esistenti al mondo. Già dalla sua nascita, la FIFA riconobbe l’importanza dell’IFAB, ed operò politicamente per inglobare tale associazione. Oggi l’IFAB è il massimo organismo mondiale che ha il potere di stabilire qualsiasi modifica ed innovazione alle regole del Gioco; non fu mai l’emanazione della FIFA, come qualcuno sarebbe portato a pensare, ma è in essa affiliato a tutti gli effetti.

La storia della FIFA e degli organismi calcistici collegati non è materia di questo viaggio a puntate, ma la storia del Regolamento in parte lo è, perché evoluzione del pallone e della tecnica calcistica sono legate all’evoluzione del Regolamento del Gioco. Ecco dunque un breve sunto sull’evoluzione del Regolamento a partire dal 1863. Già nel 1902 le regole erano arrivate ad essere sostanzialmente quelle di oggi.

1863 – Prima stesura del Regolamento del Football. Si gioca in 11 per squadra. Sono sancite le prime dimensioni del terreno di gioco: 180 mt di lunghezza per 90 di larghezza. Le porte sono larghe 7,32 mt; una cordicella a 2,44 mt dal suolo delimita la porta in altezza. Quattro bandierine ai vertici, più due in corrispondenza del centrocampo, delimitano il terreno di gioco. Sono già codificati i falli e le scorrettezze da bandire durante lo svolgimento del gioco: nella sostanza sono vietati i falli di mano, gli sgambetti e i calci, le trattenute e le spinte. Per punire i falli, è concesso il “tiro libero” cioè il calcio di punizione che nasce come “indiretto”, per cui non è ammessa la marcatura diretta del goal. Nell’esecuzione del calcio di punizione, gli avversari devono stare a una distanza minima di 5,50 mt. E’ già codificato il fuorigioco, applicato a tutte le zone del campo; non è fuorigioco sul calcio di rinvio.

1869 – Il portiere può parare il pallone con le mani (regola realmente diffusa e interamente adottata fra il 1871 e il 1880).

1871 – In occasione dell’istituzione della Coppa d’Inghilterra (FA Cup) il numero dei giocatori è fissato a 11. La durata della gara è ufficializzata in 1 ora e mezza, divisa in due tempi da 45 minuti ciascuno. Nel 1896 si stabilisce che l’intervallo fra il primo e il secondo tempo non debba superare i 5 minuti; in seguito, nel 1897, si precisa che l’intervallo deve durare minimo 5 minuti e non oltre i 15.

1872 – Il pallone deve avere circonferenza compresa fra 68 e 71 cm.

1873 – Istituzione del calcio d’angolo con il quale, però, non è ammessa la marcatura diretta del goal. Dal 1924 è permesso anche segnare una rete direttamente dal calcio d’angolo. Viene regolamentato il fuorigioco “a tre”, cioè devono esserci almeno 3 avversari fra il giocatore che riceve la palla “in avanti” e la linea di porta.

1877 – E’ ammessa la cosiddetta “carica da tergo”, poi perfezionata nel 1882.

1882 – Le porte devono avere obbligatoriamente la traversa (già apparsa nel 1877).

1889 – Il pallone all’inizio della partita deve avere il peso compreso fra 340 e 435 grammi. Solo nel 1937 il peso sarà fissato come quello attuale: fra 396 e 453 grammi. La pressione della gonfiatura è fissata a circa 1 bar.

1891 – Viene introdotto il calcio di rigore; ma l’area ancora non è delimitata: la massima punizione viene concessa se il fallo è commesso entro una certa distanza dalla linea di porta, solitamente segnalata con una linea continua da un lato all’altro del terreno di gioco (v. fig. Aa.11). Compaiono la linea mediana e il cerchio di centro campo con il raggio attuale di 9,15 mt; ma tali segnature sono fatte obbligatorie solo nel 1902. Dopo una primaria sperimentazione, sono introdotte le reti alle porte; sparisce la figura dei giudici di porta (per la verità non sempre utilizzati).

1897 – Fissate le nuove dimensioni del terreno di gioco: 120 x 90 mt le massime, 90 x 45 mt le minime, che sono tutt’ora in vigore. Obbligo della segnatura del terreno di gioco, almeno sul perimetro e per il calcio di rigore. Fissate le condizioni per la facoltativa tracciatura del calcio d’angolo e dell’area piccola, o area di porta.

1902 – Diventano obbligatorie le tracciature d’angolo, dell’area di porta, e dell’area di rigore, con il suo punto del calcio di rigore, il tutto nelle dimensioni attuali; l’area piccola (di porta) è un rettangolo e non più due semicerchi. Il portiere può giocare il pallone con le mani limitatamente all’interno della propria area di rigore. E’ nel 1902 che il terreno di gioco assume l’attuale configurazione.

1903 – Introduzione del calcio di punizione di tipo “diretto”, con il quale è possibile segnare una rete.

1905 – Si recupera la figura dei giudici di porta, trasformandoli in giudici di linea o “guardalinee”; viene loro demandato il compito di segnalare il fuorigioco.

1907 – Il fuorigioco è limitato solo alla metà campo avversaria.

1913 – La distanza minima da rispettare per i giocatori difendenti, durante l’esecuzione dei calci di punizione e i calci d’angolo, viene portata a 9,15 mt.

1920 – Il fuorigioco diventa “a due”, cioè ci devono esserci almeno 2 avversari fra il giocatore che riceve la palla “in avanti” e la linea di porta.

1937 – E’ resa obbligatoria la lunetta dell’area di rigore, già apparsa nel 1928 e diffusa agli inizi degli anni Trenta.

Sarebbe tuttavia un grossolano errore credere che, una volta sancita una modifica del regolamento nella sede dell’IFAB, automaticamente tutto il mondo calcistico si sarebbe adeguato; non fu così, specialmente negli anni del Pionierismo. Agli inizi del Novecento, grazie soprattutto alla FIFA e ai suoi continui richiami e sollecitazioni, il Regolamento del Gioco trovò sempre più omogeneità di applicazione a livello mondiale. L’espressione più genuina del football non poteva più prescindere dall’applicazione del regolamento, anche nelle partite di allenamento, perfino nelle partitelle fra studenti; ma solo dopo la fondazione della FIFA, gli arbitri ebbero organizzazioni e dimensioni nazionali e internazionali.

All’epoca del Pionierismo, le segnature del terreno di gioco non erano tutte obbligatorie, ma ben presto tutti i club cominciarono ad applicare scrupolosamente quantomeno le “tracciature maestre”; infatti, ricevere gli ospiti su un terreno di gioco ben marcato con tutte le sue linee, costituiva ostentazione di “serietà sportiva”.

E’ curioso rilevare come, negli anni Venti e Trenta, la famosa lunetta delle aree di rigore subisse la stessa sorte di tutte le segnature del terreno non obbligatorie: veniva cioè tracciata in alcuni campi, mentre in altri no (vedi figg. A.11 e A.12).

 

Fig. Aa. 11 – Partita di football in Inghilterra nel 1901, con una notevole cornice di pubblico. La porta della foto sembra mancante della rete; malgrado le reti alle porte fossero già previste nel 1891, questa è un’altra riprova che le nuove innovazioni non erano seguiti immediatamente, neppure nella stessa Inghilterra. E’ altresì interessante notare la segnatura del terreno di gioco, già ricostruite nei grafici paragrafo 5. In questa importante partita –molto probabilmente la finale di Coppa d’Inghilterra– l’area di porta è costituita da due settori circolari intersecati, i cui centri coincidono con i pali della porta e il raggio misura 5.5 mt. La linea del penalty attraversa il terreno di gioco da un alto all’altro ed è parallela alla linea di porta ad una distanza di 9.15 mt. Infine, l’area del penalty (la futura area di rigore) era delimitata da una linea tratteggiata a 16.5 mt di distanza dalla linea di porta. Le misure dunque c’erano già tutte, ma la configurazione era ancora in via di sviluppo, e arriverà solo nel biennio 1902-1904.

 

Fig. A.11: 1930, le segnature del terreno allo stadio Centenario di Montevideo, il giorno della prima finale Mondiale. Tutto secondo il regolamento, ma mancano le lunette alle aree di rigore. Nel 1902 si stabilirono le segnature di cui sopra: la configurazione era ormai completata.

 

Fig. A.12: 1932, le segnature del terreno nell’appena costruito Stadio del Littorio a Trieste; qui le lunette non mancano, anche se saranno obbligatorie solo a partire dal 1937. Questa fu la configurazione definitiva del terreno di gioco come lo è ancora oggi.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

 

 

57 anni, tre figli, un cuore che batte per l’Hellas Verona. Tecnologo alimentare specialista in prodotti da forno industriali. Ex arbitro con la passione del calcio in bianco e nero. Collezionista di palloni, in particolare di quelli utilizzati durante i mondiali.

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14 novembre 1973: la prima sui “Maestri”. Racconto emotivo di un’impresa.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Raccontando Inghilterra Italia del ‘73 non si narrano le gesta di un calcio che non c’è più, guardando la partita vengono meno alcune certezze circa la minore intensità delle partite del passato. L’abolizione del retropassaggio di vent’anni dopo ha senz’altro contribuito alla riduzione di giocate prudenti, contenitive e noiose, ma quel 14 novembre del 1973 nessuno dei ventidue in campo aveva intenzione di fare giocate prudenti, contenitive o noiose. Rivedendo l’incontro, o vedendo per chi come chi scrive all’epoca non era nato, ci si gusta un Wembley gremito di passione per le partite internazionali, la “fanfara” che mentre le squadre escono per la fine del primo tempo entra a passo fiero tra le fila dei giocatori, spettatori che invadono il campo a fine partita per andare ad abbracciare i beniamini.

Al 15° poi, quando Nando Martellini ci ricorda il minuto e il risultato, ci si gusta anche il rinverdire di quel senso di rabbia che si provava quando, accendendo la TV a partita iniziata, non c’era modo di sapere quale fosse il risultato fino a che il telecronista non si degnava di ricordarlo; chiunque abbia visto partite prima dell’avvento del televideo ha vissuto questa “frustrazione”.

Oggi verrebbe da chiedersi come sia possibile che un incontro amichevole possa essere così sentito sia dal pubblico sia dai giocatori, le risposte sono molte e a titolo non esaustivo proviamo a trovarne qualcuna.

I 30.000 tifosi italiani presenti che fanno sentire il grido “Italia Italia” in diversi momenti, sono migranti di un mondo nel quale per rientrare a casa nella terra di Albione non si avevano a disposizione voli low cost. Inoltre Italia e Inghilterra sono nazioni che quarant’anni prima si erano fatte la guerra; certo la Seconda Guerra Mondiale a differenza della prima non lasciò spiriti di rivalsa tra vincitori e vinti, ma nel ‘73 sono vivi i ricordi ed attuali i racconti di quel figlio fatto prigioniero o ucciso dagli inglesi come quelli dell’altro morto ad Anzio per liberare Roma.

Sul piano calcistico le partite internazionali stanno aumentando in quegli anni per via delle qualificazioni agli europei per nazioni, ma si parla ancora di poche squadre e quindi di poche partite. Per intenderci fino al 1990 le qualificazioni mondiali/europei vedevano coinvolte 32 squadre UEFA contro le 52 di oggi. Nel 1973 si viene da un calcio nel quale in una stagione la nazionale poteva disputare anche solo 5 incontri, chiaro quindi che ogni partita fosse già di per sé un evento.

Il prezioso tagliando valido per l’ingresso (Collezione Matteo Melodia)

Ma al di là delle considerazioni sociologiche o statistiche, prima di ogni cosa c’è la rivalità tra le due nazionali, una rivalità antica. Nel primo incontro del 1933 gli italiani freschi vincitori della Coppa Internazionale affrontarono per la prima volta “I Maestri” che all’epoca, proprio perché “Maestri”, non partecipavano ai tornei. A Roma fu 1 a 1 con gli inglesi che si dichiarano sorpresi dalla forza degli Azzurri. Si organizzò quindi una replica dell’incontro a Londra per l’autunno/inverno del ‘34, quella che sarà la “Battaglia di Highbury”. Disputata anch’essa il 14 Novembre ma del 1934, la data nel ‘73 non fu casuale, com’è noto finì 3 a 2 per gli inglesi. Gli italiani giocarono di fatto in 10 per la frattura al piede di Monti e nel secondo tempo, definitivamente in 10 contro 11, tramutarono una probabile disfatta (si era sul 3 a 0 per gli inglesi con 3 gol nei primi 12 minuti) in una mancata rimonta che la stampa internazionale raccontò come vittoria morale azzurra.

Tutte queste sfaccettature messe insieme fecero forse meno dei titoli dei tabloid che etichettarono gli Azzurri come “squadra di camerieri”, riferendosi al passato di Chinaglia che come figlio di emigranti a Cardiff lavorò appunto come cameriere. Questi e altri innumerevoli motivi di rivalità prendono forma nelle parole pronunciate da Nando Martellini in apertura di telecronaca:

“Telespettatori italiani buonasera.

La Nazionale Italiana per la decima volta di fronte agli inglesi, per la seconda a Wembley.

La partita è in programma come amichevole, in restituzione della visita fatta dalla Nazionale Inglese a Torino nel giugno scorso; e già questo ricordo serve a far dubitare del carattere squisitamente amichevole dell’incontro.

Gli inglesi vorrebbero cancellare quello 0-2 due che rappresentò il crollo della loro imbattibilità nei nostri confronti ma c’è poi – determinante – la considerazione della Coppa del Mondo: gli inglesi sono fuori, eliminati dalla Polonia; gli azzurri si sono qualificati. E’ ovvia la posizione capestro degli inglesi: battendoci possono far valere l’indubbia sfortuna che li ha lasciati a casa, altrimenti la loro condanna diviene definitiva e le loro ambizioni calcistiche definitivamente ridimensionate.

Insomma se i nove precedenti incontri non erano stati propriamente amichevoli questo decimo si presenta come il meno amichevole di tutti, tanto è il prestigio che le due nazioni vi puntano sopra: I vincitori della Rimet del ‘66 contro i secondi del ‘70 in Messico”.

C’è di più, i sudditi di Sua Maestà sono ahi loro sotto scacco, in una posizione che sembra scritta da Paolo Villaggio. Fatti salvi i fortunati possessori di uno dei 120.000 tagliandi, gli altri potranno vedersi la partita solo in differita e per di più neanche tutta: durante la partita, saranno costretti a vedersi una registrazione della cerimonia nuziale di una principessa:

“Londra ha vissuto oggi una delle sue grandi giornate per il matrimonio della figliola della regina. L’avvenimento ha fatto passare in secondo piano finora alla tv alla radio e sui giornali la partita di Wembley. Ma ora che ci siamo dentro e che le telecamere della BBC […], si sono accese anche sui 120 mila spettatori di Wembley ci accorgiamo che l’interesse del paese era vivissimo anche per Inghilterra Italia di calcio, che viene a rifinire un giorno davvero importante per la capitale inglese.

Mentre noi trasmettiamo sui teleschermi italiani in diretta, in Inghilterra passa ancora in televisione una registrazione della cerimonia nuziale di stamane. La partita andrà in differita è punteggiata più tardi”.

Il gagliardetto originale della partita (Collezione Marco Cianfanelli)

Vedendo Inghilterra Italia del 1973 si capisce perfettamente cosa significhi giocare in contropiede contro una squadra aggressiva, si vede e quasi si tocca con mano il perché se si pensa a uno stereotipo dei modi di giocare al calcio, una partita tra Italia e Inghilterra giocata a Londra non può che esserne l’esempio primo.

Si badi, contropiede non significa catenaccio, certo senza Zoff, imbattuto da 827 minuti, in porta sarebbe stato meno facile, ma la tradizione dei portieri italiani ci consente di allevare numeri uno che siano tali a livello mondiale. Impressionante è anche Burgnich in difesa, come Rivera un maestro a centrocampo. Chinaglia riparte come un carro armato dotato di motore turbo e Capello che mostra la sua concretezza e serietà sul campo e marcatore al minuto 86 del gol partita.

Novanta minuti di agonismo, che trovano la loro prima e forse unica pausa al 43° quando s’infortuna Osgood. Dare oggi la cronaca di una partita raccontata mille volte è superfluo, ma se questa sera avete un’ora e mezza di tempo preparatevi una frittatona di cipolle e una familiare Peroni gelata, annunciate a casa che è serata di rutto libero. Nessuna “Corazzata Kotiomkin”, nessuna principessa che si sposa. Si gioca Inghilterra Italia signori, zitti tutti.

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Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Siamo arrivati al quinto appuntamento del nostro viaggio nell’”Evoluzione della tecnica calcistica”. Negli appuntamenti precedenti abbiamo approfondito la dotazione tecnica dei primi footballers e abbiamo cercato di capire come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque. Abbiamo poi effettuato una panoramica sull’evoluzione del Regolamento del Gioco e analizzato le varie “scuole” nel mondo. E in Europa? Scopriamolo in questo appuntamento.

Buona lettura.

L’elite europea

Nel vecchio Continente, negli anni Venti, si affermavano le scuole del calcio Danubiano, cioè gli stili nazionali di Ungheria, Austria e Cecoslovacchia. Il gioco della scuola danubiana era fatto di eleganti passaggi di prima, di buon palleggio e tecnica individualistica con la palla al piede. Un breve filmato dei primi anni Trenta mostra la nazionale della Cecoslovacchia andare a rete contro l’Inghilterra: i pochi e precisi passaggi e la bellezza del goal al volo, richiamano un calcio spettacolare, raffinato e davvero moderno. Gli stessi maestri inglesi trovarono filo da torcere in incontri amichevoli con le squadre danubiane di Austria e Ungheria, così che dovettero a loro volta migliorare soprattutto l’impostazione tattica del gioco, pur mantenendo il loro calcio maschio e vigoroso. Quasi un paradosso, il tecnico che contribuì allo sviluppo della scuola calcistica danubiana fu l’inglese Jmmy Hogan, al quale si legarono le fortune prima dell’Ungheria e poi della fortissima Austria del 1930, la famosa nazionale soprannominata Wunderteam.

La supremazia dei maestri inglesi, tuttavia, resisteva ancora poiché, come ebbe modo di osservare l’austriaco Ugo Maesl –altro grande maestro di calcio dell’epoca–  il gioco dei Danubiani era meno veloce e garantiva meno copertura in difesa. Tale lacuna del calcio continentale, se così si potrebbe definire, fu colmata dal grande tecnico del calcio italiano Vittorio Pozzo, sempre negli anni Trenta. Pozzo impostò la nazionale italiana con una linea difensiva all’epoca unica al mondo. Negli anni fra il 1930 e 1935 la Nazionale azzurra faceva perno sulla difesa della fortissima Juventus, vincitrice di ben 5 titoli nazionali consecutivi.

Secondo gli storici, altre due perle della tecnica calcistica trovano origine nella seconda metà degli anni Trenta: la rovesciata all’indietro, detta anche “a bicicletta”, e il “doppio passo”. L’inventore della rovesciata a bicicletta fu il centravanti brasiliano Leonidas, mentre la tecnica del doppio passo fu inventata e praticata dall’italiano Amedeo Biavati. La rovesciata all’indietro era assai spettacolare e fu adottata da molti altri giocatori. In Italia il primo fu Silvio Piola, mentre più tardi Carlo Parola ne divenne l’icona.

Il “doppio passo” di Amedeo Biavati era una finta eseguita muovendo il piede lateralmente davanti al pallone; Biavati simulava con il sinistro una roteazione per calciare la palla, ma senza toccarla: beffardamente la calciava con il destro, lasciando disorientato l’avversario per quella frazione di secondo che bastava a superarlo. Nel corso degli anni furono molte le varianti dell’originario doppio passo; ma sostanzialmente la tecnica si rifà alla finta di Biavati degli anni Trenta.

Sempre nel 1938, un breve filmato del Mondiale di Francia mostra una spettacolare giocata del terzino Domingos da Guia: costui superava un avversario con un palleggio aereo, lo evitava con una finta e, prima che la palla ricadesse, rilanciava per la sua squadra. Tale deliziosa giocata oggi sarebbe chiamata “sombrero”.

Considerato nella sua globalità, ammesso e non concesso, il calcio degli anni Trenta si potrebbe considerare moderno così come lo intendiamo oggi. La differenza ovviamente sta nelle diverse velocità del gioco: il calcio di oggi è estremamente più veloce di quel calcio; ma la tecnica rimane sostanzialmente la stessa. Ciò che oggi si può apprezzare in una partita calcio, è la bellezza di una tecnica antica applicata a grandi velocità un tempo impensabili; e sono perciò improponibili i paragoni fra le velocità del gioco di quei tempi con le velocità di oggi.

Giunti a questo punto, è tempo di ricordare brevemente alcuni giocatori fuoriclasse europei degli anni Trenta, in grado di fare cose straordinarie con la palla, quindi virtuosi della tecnica. Nella fig. A.14 ce ne sono tre: il portiere Zamora, il regista-attaccante Meazza e l’attaccante puro Sindelar.

Lo spagnolo Ricardo Zamora fu per molti versi il prototipo del portiere moderno. Dotato di grande personalità, fu il primo portiere-regista della propria difesa. Tecnicamente, esibiva parate di pugno nelle mischie più focose, e prese plastiche in tuffo –all’epoca le squadre giocavano con i terzini molto arretrati e richiedevano meno uscite dei portieri. Zamora aveva una dote in più: “ipnotizzava” l’avversario durante l’effettuazione del calcio di rigore; era una sorta di condizionamento istrionico che avrebbe fatto la fama di altri portieri nel Dopoguerra. Un aneddoto racconta che Zamora difendeva la porta della Spagna contro l’Inghilterra nel 1929; nella focosa partita si fratturò lo sterno –con avversari di tale prestigio non era mai “amichevole”–, ma rimase stoicamente nella sua porta nonostante il gran dolore fisico. La Spagna trionfò 4-3 e fu la prima nazionale a battere gli inglesi fuori dalla loro Isola.

Fig. A.14: Zamora, Meazza e Sindelar: tre grandi del calcio. Si ritrovarono tutti al Mondiale del 1934.

Giuseppe Meazza, detto anche “el Peppin” o “Balila”, fu il più grande giocatore italiano fra le due guerre, ricordato in tutte le epoche per antonomasia, come autentica ed eterna icona del calcio italiano. All’inizio Meazza fu un attaccante puro, un inarrivabile centravanti; poi arretrò e fu il raffinatissimo interno di regia che il calcio italiano maggiormente ricorda. La sua tecnica calcistica si esprimeva nel dribbling elegante, nei cambi di direzione improvvisi che disorientavano l’avversario. Ma soprattutto, Meazza esibiva un tocco di palla delizioso, che in epoche successive sarebbe stata caratteristica imprescindibile dei grandi numeri 10 del calcio mondiale.

Nella memoria dei tifosi, Meazza fu leggendario per il dribbling al portiere avversario; quest’ultimo era chiamato fuori dalla porta in una sorta di sfida duale, come un torero con il toro. Era dotato anche di un buon colpo di testa, che però disdegnava per non “destabilizzare” la sua pettinatura… Il calcio era anche questo!

L’attaccante austrico Matthias Sindelar fu soprannominato der Papierene, “carta velina”, perché con il suo fisico quasi gracile riusciva a incunearsi fra le maglie più strette delle difese avversarie con una classe inimitabile. Si diceva che era dotato di gran fiuto e rara intelligenza calcistica. Sindelar praticava spesso il tunnel ai danni dell’avversario ed era capace di dribblare molto stretto. Era un ambidestro dotato di un eccellente tocco di palla, tanto che i tifosi dicevano che aveva i “piedi di Mozart”. Se Zamora fu l’archetipo del portiere moderno, Sindelar lo fu senz’altro dell’attaccante.

Zamora, Meazza, Sindelar. Messi insieme, questi tre grandi giocatori europei degli anni Venti-Trenta impersonavano la tecnica moderna del calcio, che appunto soddisferebbe lo spettatore del Duemila.

A questo punto, sarebbe tuttavia un errore pensare che i maestri inglesi, nello stesso periodo, non avessero giocatori squisitamente tecnici. Il calcio inglese degli anni Trenta si componeva di tecnica, forza fisica e corsa; i giocatori di gran qualità erano molti. Sul finire degli anni Trenta, in Inghilterra, l’emblema del “calcio perfetto” fu impersonato dal fuoriclasse  Stanley Matthews. Nel 1934 a soli 19 anni entrò a far parte della squadra nazionale, e si tratta ancor oggi del più longevo giocatore di calcio di tutti i  tempi. Il dribbling stretto era la sua specialità: si diceva che fosse capace di dribblare sulla moneta da 1 penny.

Fig. A.15: Stanley Matthews nel 1950.

Matthews giocò dagli anni Trenta ai Cinquanta; fu perfetto nel ruolo di ala destra; una recente biografia filmata ne mostra virtuosismi di gran intelligenza calcistica. Pelé disse di lui che “fu l’uomo che insegnò il calcio a tutti noi”.

La lunga e prestigiosa storia del calcio dei “maestri inglesi”, negli anni di inizio Novecento e fino agli anni Trenta, fu costellata da autentiche leggende: ricordiamo qui Billy Meredith, Aex James, Dixi Dean e Tommy Lawton, solo per citarne alcuni.

Matthews fu forse il giocatore più completo fino al 1950; poi comparvero altri fuoriclasse, da Puskas a Kubala, da Di Stefano a Pelé. Nel frattempo, arrivavano anche in Europa i palloni con la valvola di gonfiatura, tutti chiusi e senza le stringhe.

Qui l’inglese Stanley Matthews chiude idealmente il paragrafo sull’élite europea. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, fra Sudamerica ed Europa, il calcio aveva raggiunto la maturità, adottando quella fisionomia moderna cui oggi siamo abituati tutti noi sportivi, appassionati e tifosi; il football era divenuto the beautiful game, “il bel gioco” come Pelé l’avrebbe chiamato in seguito.

Dagli anni Cinquanta ad oggi, la tecnica calcistica sarebbe stata più o meno affinata, ma mai veramente rivoluzionata. Alla tecnica fu preferita la tattica e il perseguimento di una sempre maggiore velocità di gioco; il calcio diveniva sempre più atletico. E rimaneva “maschio” anche se sempre più praticato dalle donne.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

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9 novembre 1988 – Malgrado Belgrado

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Tutto poteva finire prima di cominciare e invece, il 9 novembre 1988 a Belgrado, si gioca la partita di ritorno del primo turno di Coppa Campioni tra Stella Rossa e Milan che cambierà la storia del club rossonero.

Il Milan veniva dal primo campionato vinto dell’era Berlusconi e, per avviare un ciclo assolutamente significativo, aveva disperato bisogno di vincere la Coppa o quantomeno di arrivare in finale. Per questo la società, durante l’estate, aveva allestito una squadra stellare composta prima di tutto dai tre giovani olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard. Berlusconi si era innamorato di Gullit, pagandolo una cifra vicina ai 10 miliardi di lire, ma l’Ajax lo aveva “costretto” a prendere anche Van Basten per un miliardo e mezzo. Quest’ultimo dimostrerà con il tempo le sue caratteristiche da campione, anche se il tecnico rossonero Sacchi non lo vedrà mai di buon occhio perché poco inquadrabile nei suoi ferrei schemi.

Nonostante queste costose operazioni di mercato però, il Milan stava per essere sbattuto fuori da quella Coppa dei Campioni poiché, nella partita di andata a San Siro, lo squadrone rossonero aveva sottovalutato gli slavi, non potendo sapere che tra di loro c’erano due giovanissimi ventenni che erano destinati a diventare stelle del calcio mondiale, il capitano Dragan Stojkovic e Dejan Savicevic, portando a casa solo un 1-1 (gol di Stojkovic e replica di Virdis poco dopo).

Il biglietto della partita (Collezione Matteo Melodia)

A Belgrado, nel temutissimo e caldissimo stadio Marakana, al 57° minuto era sotto di un gol segnato da Savicevic e con un uomo in meno per via dell’espulsione di Virdis, praticamente partita chiusa e Milan fuori dalla Coppa.

Da qui però, la storia cambia.

Il clima per i rossoneri è ostile, la squadra sembra intimorita e appare in affanno rispetto agli slavi che, al contrario, sono tonici e tengono le redini del gioco. Il primo tempo si chiude sullo 0-0, un risultato che fa comodo ai padroni di casa. Il Milan ha ancora 45’ per cambiare l’inerzia della partita, invece le cose precipitano: passano pochi minuti e Dejan Savicevic dalla distanza supera Giovanni Galli. Stella Rossa in vantaggio.

Improvvisamente sul campo cala un nebbione fittissimo che non si vedeva da anni e, dopo qualche tentativo a procedere, l’arbitro al 12” del secondo tempo, prima sospende la partita e poi lo annulla completamente per rigiocarla il giorno dopo, come prevede il regolamento UEFA.

Gli uomini della Stella Rossa erano psicologicamente stanchi, mentre i giocatori del Milan erano euforici per lo scampato pericolo, recuperando anche Gullit dall’infortunio che gli aveva impedito di giocare nel precedente match, mentre dovrà comunque rinunciare a Virdis, espulso per un fallo visto solo dal guardialinee nella nebbia del giorno prima e ad Ancelotti invece diffidato.

Nonostante questo la squadra di casa, fortissima e determinata, riuscì a pareggiare dopo il gol di Van Basten con Stojcovic, ma ai rigori furono battuti, garantendo di fatto al Milan la trionfale galoppata fino alla vittoria della Coppa. Da lì in avanti, infatti, elimerà Werder Brema, Real Madrid e in finale travolgerà a Barcellona lo Steaua Bucarest per 4-0, tornando sul tetto d’Europa.

La nebbia a Belgrado c’è una volta ogni dieci anni e se quel giorno non fosse calata eccezionalmente sul Marakana, probabilmente il glorioso ciclo di vittorie del Milan sarebbe andata in maniera diversa cambiando irrimediabilmente la storia recente del calcio italiano e del nostro paese.

Si ringrazia Matteo Melodia per la consueta collaborazione.

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