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Il Calcio Racconta

“Gonfia la rete, Paolino gonfia la rete”: Raffaele Paolino e il suo amore per Cagliari (Intervista)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Riccardo Balloi) – Quest’oggi torniamo a parlare di Sardegna e del Cagliari. Abbiamo rivolto alcune domande a Raffaele Paolino, classe 1969, attaccante, uno dei volti simbolo della rinascita del Cagliari alla fine degli anni ottanta. Una società che si era salvata da un fallimento praticamente decretato, che fu scongiurato in extremis da una cordata di piccoli imprenditori capitanati da Gigi Riva. Nel 1989 era di proprietà dei fratelli Orrù. Arrivato a Cagliari in serie B poco più che ragazzino, a “Lele” bastarono poche apparizioni per diventare l’idolo della curva, e chi non lo conosce, chi non lo ha vissuto, potrà capirne il motivo dalle sue parole e dai suoi brevi racconti.

  • Raffaele Paolino, partiamo dalle origini. Prodotto del vivaio dell’Inter. Che genere di giocatore eri quando ancora calcavi i campi delle categorie giovanili?

Ai miei tempi, per poter anche solo pensare di giocare in società importanti, la tecnica di base era un fattore fondamentale, ed io ne ero dotato in buona misura. Però erano il temperamento e la forza di volontà le mie caratteristiche principali. Avevo uno spirito agonistico immenso e non mollavo mai.

  • Cosa doveva avere un ragazzo per emergere in questo sport?

Intanto era necessario non deprimersi mai, cercare di andare avanti con entusiasmo e dedizione. Inoltre non avevamo nessun tipo di mezzo di comunicazione che non fosse quello interpersonale. Al campo, negli spogliatoi, si doveva parlare ed interagire. E non è una cosa così scontata, al giorno d’oggi.

  • E’ cambiato il modo di insegnare calcio nei vivai, da trent’anni a questa parte?

Sì, in peggio, direi. Come dicevo, in passato era la tecnica di base il primo fattore che contava per un giovane calciatore, e su quella si lavorava. Oramai nei settori giovanili non si insegna più lo stop, il passaggio, la coordinazione. Gli allenatori, troppo spesso, utilizzano i giovani per conseguire risultati personali ed avanzare in carriera.

  • Nella stagione ‘88/89 l’Inter vinse il campionato Primavera, l’anno dopo uno dei giovani più promettenti venne preso in prestito dal Cagliari, ci vuoi raccontare come andò?

Il Cagliari, negli anni della rinascita, non era una società ricca, e costruiva le sue squadre puntando sui giovani, i fratelli Orrù erano dei piccoli imprenditori.
Nel 1988 giocai la Coppa Carnevale di Viareggio con l’Inter, e sugli spalti, oltre a genitori, parenti e appassionati viareggini col cappellino, c’erano gli osservatori di un po’ tutte le squadre professionistiche. Io piacqui ad una società che non mandò un semplice esperto a vedere le nostre partite, mandò l’allenatore della prima squadra. Fui scelto personalmente da un giovanissimo Claudio Ranieri e l’anno dopo avrei traslocato in Sardegna.

  • Approdasti in un Cagliari neo promosso in cadetteria, alla corte di Claudio Ranieri. Cosa ricordi di quella squadra?

Eravamo per lo più dei ragazzi. I veterani erano De Paola, Firicano, Valentini. Erano loro l’ossatura e noi dei giovanotti rampanti, un po’ spaesati ma con una carica e determinazione che era palpabile. Era come se sapessimo che in qualche modo, anche se partivamo in sordina, avevamo una marcia in più.

  • Claudio Ranieri. Sappiamo tutti che carriera ha fatto. Ma quel giovane allenatore, trent’anni fa, com’era?

Certamente lui fu il migliore che io abbia mai avuto. Era un uomo onesto, che, pur essendo ancora giovane sapeva già come trattare con la particolare rosa che aveva a disposizione. Bastone e carota, come si suole dire. C’era qualcosa in lui che ci faceva perennemente trovare motivazioni, qualcosa che ci gasava anche nei momenti più difficili.

  • Dimmi una curiosità su di lui.

Il Cagliari affittò una casa per noi giovani “continentali”, nel quartiere vicino al vecchio e glorioso Stadio Amsicora. I miei coinquilini erano Cappioli, Pisicchio, Greco, Rocco e Provitali. Una sorta di casa per studenti universitari. Ecco, ogni tanto suonavano al campanello, noi aprivamo e alla porta c’era Ranieri. Ci salutava, chiedeva come stavamo. Come un padre che andava a trovare suo figlio, controllava in ogni angolo che non ci fossero segni di malsana alimentazione, alcool, sigarette e soprattutto ragazze, poi si girava e se ne andava. Sempre salutando con la sua educazione e quel sorriso bonario e gentile.

  • Si dice che una cosa su tutte lo mandava in bestia: chi si lamentava per le sostituzioni. E’ vero?

Verissimo. Una volta fu sostituito Cappioli, che percorse il tragitto verso la panchina bofonchiando qualcosa. Quando fu nei pressi del mister, lui lo chiamò per cognome e gli disse “qualcosa da dire?”. Ovviamente la risposta fu “no, Mister”.

  • Ritrovarsi a vent’anni in una squadra di giovanotti ed essere promossi in Serie A. Cosa ha significato per te?

Questa è una cosa che ho realizzato solo maturando. Sarà per l’agonismo, per l’inconsapevolezza di un giovane quale all’epoca ero io. Però ci ripensai parecchio tempo dopo.
Fu una cosa apparentemente graduale, ma che vide una vera e propria esplosione, con l’invasione sarda di Pisa e i cinquantamila spettatori nella partita dopo. La città, ad un certo punto, si era fatta festosa, anche se la promozione sarebbe arrivata solo svariate settimane dopo.

  • Al ritorno in serie A il Cagliari concluse il girone d’andata ultimo in classifica. Poi una cavalcata trionfale verso la salvezza. E tu c’eri. Quale fu il punto di rottura per il cambio di passo?

Arrivammo a Dicembre con una sola vittoria, conquistata nella trasferta di Napoli. Giocavamo bene e soprattutto correvamo, ma non riuscivamo a fare punti, e così sotto Natale eravamo ultimi. Poi successe che facemmo un pazzo 2-2 contro la Juventus a Torino. Segnarono Cornacchia e Cappioli. Io entrai allo scadere al posto di Fonseca. E lì cominciammo a crederci. Tornammo ad essere quell’armata di cavalli pazzi che eravamo stati in serie B l’anno prima. Lo stesso Fonseca poi cominciò a segnare, in tanti ricorderanno la rimonta a Marassi con la Sampdoria dall’iniziale due a zero, con una sua doppietta. Un pallonetto bellissimo e una rovesciata.

  • Chi ti conosce sa quanto tu ami il Cagliari e ne sia un grande sostenitore. Come è nato questo amore?

Io sono nato interista, e fino alla Primavera ero nella squadra che avevo sempre sognato. Poi conobbi Cagliari. La gente che mi fermava sotto casa, quell’enorme stadio colmo di gente, la Curva Nord. In una partita in cui ero squalificato, il direttivo degli Ultras mi invitò ad assistere alla gara in curva con loro. Mi vennero a prendere a casa alcuni ragazzi. Uno di questi si chiamava Albino. Mi accompagnarono allo stadio ed entrai con loro che mi facevano da guardie del corpo: centinaia di tifosi pieni d’amore volevano abbracciarmi e stringermi la mano, non avrei mai concluso la giornata tutto intero. Mi fecero salire sulla balconata del secondo anello, che nel loro gergo si chiama “il Muretto”. Da qualche parte ho le foto, era Cagliari- Avellino.
Ecco, dopo che andai via dal Cagliari, per tutta la carriera fino ad oggi che faccio l’allenatore, a fine partita il primo pensiero è “quanto ha fatto il Cagliari?”. Come progetto di vita ho di stabilirmi in Sardegna, ed appena potrò lo farò.

  • “Gonfia la rete, Paolino gonfia la rete” (sulle note di Guantanamera). La curva Nord del Cagliari saranno vent’anni che non riserva un coro ad un giocatore. A te invece nel 1989 ne riservarono diversi. Ne sei consapevole?

E come no. I cagliaritani furono tra i primi in Italia ad abolire i cori verso il singolo giocatore. Per fortuna io giocai al Sant’Elia qualche tempo prima della loro decisione. Ricordo tre cori dove veniva pronunciato il mio nome. Anche questa è una cosa su cui ho riflettuto a posteriori, e credo che la fortuna di essere tanto amato da quella gente derivi dal mio modo di stare in campo. Sempre in scatto, sempre a rincorrere, sempre affamato.

  • Cosa si prova a ricevere palla o dettare un passaggio mentre mille persone cantano il tuo nome? 

Calore, un senso di protezione che credo sia impossibile spiegare. Ricordo a Febbraio 1990, vincevamo 3-1 contro il Catanzaro in cui peraltro segnò il grande Massimo Palanca. Io da alcuni mesi non riuscivo a trovare la via del gol. La Curva Nord decise che quella doveva essere la partita in cui il digiuno sarebbe finito. Per trenta minuti cantarono un coro per me: “Forza Lele, forza Paolino alé”. Trenta minuti, senza smettere mai. Un luogo comune dice che i sardi siano cocciuti, ed in quel caso la cocciutaggine portò la mia felicità. Guadagnammo un rigore e Bernardini, il nostro rigorista, me lo cedette. Segnai e nonostante fosse il quattro a uno, vidi la curva venire letteralmente giù. Corsi verso di loro e fui pervaso da un’onda di voci e di espressioni sarde di quelle che fanno piccare il cuore.

  • Hai giocato col Principe Enzo Francescoli, e avevi ventuno anni. Vuoi raccontarci qualcosa al riguardo?

Quando seppi che il Cagliari aveva acquistato El Principe ero a Milano, e non ci volevo credere. Ricordo che tornai dalle vacanze e mi ritrovai in ritiro con lui, Matteoli, Fonseca ed Herrera. Da un mese all’altro la nostra squadra neopromossa aveva acquistato giocatori di livello internazionale. E Francescoli era un leader con tutti i crismi. Allenamenti al massimo, sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. E poi, palla al piede, era qualcosa di impossibile da raccontare.

  • Il difensore più forte che ti ha marcato?

A parte Costacurta e Maldini, che erano difensori che ti facevano passare novanta minuti di pressione, ricordo Pasquale Bruno. Duro e cattivo negli interventi. Lui sì che picchiava!

  •  La tua partita memorabile?

Brescia- Cagliari dell’Ottobre 1989. Segnai il mio promo gol nei professionisti. Nel settore ospiti c’erano diecimila tifosi rossoblù. Segnai il pareggio e poi vincemmo con gol di Provitali. L’urlo dei sardi al mio gol sembrò una bomba.

  • Paolino dopo il biennio al Cagliari.

La mia carriera fu rallentata da un infortunio alla schiena che mi tenne lontano dal campo per un anno, e dal quale subii degli strascichi per molto tempo a venire. Giocai a Modena cinque anni e poi nel Venezia, con Zaccheroni.

  • Un aneddoto su Cagliari.

Mah, ne avrei tanti. Però voglio raccontarvi il giorno in cui arrivai. Non sono passati cento anni, ma anche ai miei tempi la Sardegna era “più lontana” rispetto ad oggi. Io vi arrivai a diciannove anni. Scesi dall’aereo e scoppiai in lacrime: la nostalgia di casa, l’idea di essere in un luogo così lontano e diviso dal resto del mondo dal mare. Insomma, un po’ tutto.
Fuori dall’aeroporto mi aspettava un uomo della dirigenza. I tifosi del Cagliari se lo ricorderanno, perché aveva una gamba sola. Mi fece salire sulla Fiat Tipo che lui stesso guidava e mi guardò, poi mi sorrise e mi disse “a Cagliari è sempre così: piangi ora che sei arrivato e piangerai di nuovo alla partenza”.

  • Raffaele Paolino oggi.

Oggi sono il responsabile tecnico del settore giovanile del Cantù, che a sua volta è affiliato all’Atalanta. Sono anche una sorta di doppio allenatore, perché mi occupo di due categorie differenti.
Noto oramai che i giovani sono cambiati com’è cambiata la società, non hanno spirito di sacrificio ed è sempre più difficile trovare loro degli stimoli.

Salutiamo Lele Paolino, e chi scrive ricorda i tempi in cui il Cagliari tornava alla ribalta del calcio che conta. Paolino e Provitali, De Paola e Firicano, “l’amico” Mario Ielpo (come recitava un simpatico coro dei tifosi), Gianluca Festa, Bernardini e Coppola, dopo quasi trent’anni più che ricordi sono una sorta di figura retorica. L’immagine di undici ragazzi con i capelli bagnati di sudore, una palla che triangola dal centrocampista al centravanti per poi finire all’ala che s’inserisce ed insacca, uno stadio gigantesco e traboccante di affamati di sport e di gloria. Una città col fiatone, il respiro corto per emozioni e sensazioni che solo chi ama una squadra che vince una volta ogni tanto può provare. Ed è vero: Paolino aveva qualcosa di appiccicoso su di sé, Paolino attirava gli sguardi e vederlo in campo, come si dice a Cagliari, era un infogo.

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Tifoso del Cagliari. Isolano come da diagnosi. Ottico di professione, collezionista di palloni per passatempo, scrittore per diletto e visionario per vocazione. Se la vita fosse perfetta sarebbe tutta birra, musica a naso all'insù. I suoi racconti su... otticosolitario.it

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14 novembre 1973: la prima sui “Maestri”. Racconto emotivo di un’impresa.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Raccontando Inghilterra Italia del ‘73 non si narrano le gesta di un calcio che non c’è più, guardando la partita vengono meno alcune certezze circa la minore intensità delle partite del passato. L’abolizione del retropassaggio di vent’anni dopo ha senz’altro contribuito alla riduzione di giocate prudenti, contenitive e noiose, ma quel 14 novembre del 1973 nessuno dei ventidue in campo aveva intenzione di fare giocate prudenti, contenitive o noiose. Rivedendo l’incontro, o vedendo per chi come chi scrive all’epoca non era nato, ci si gusta un Wembley gremito di passione per le partite internazionali, la “fanfara” che mentre le squadre escono per la fine del primo tempo entra a passo fiero tra le fila dei giocatori, spettatori che invadono il campo a fine partita per andare ad abbracciare i beniamini.

Al 15° poi, quando Nando Martellini ci ricorda il minuto e il risultato, ci si gusta anche il rinverdire di quel senso di rabbia che si provava quando, accendendo la TV a partita iniziata, non c’era modo di sapere quale fosse il risultato fino a che il telecronista non si degnava di ricordarlo; chiunque abbia visto partite prima dell’avvento del televideo ha vissuto questa “frustrazione”.

Oggi verrebbe da chiedersi come sia possibile che un incontro amichevole possa essere così sentito sia dal pubblico sia dai giocatori, le risposte sono molte e a titolo non esaustivo proviamo a trovarne qualcuna.

I 30.000 tifosi italiani presenti che fanno sentire il grido “Italia Italia” in diversi momenti, sono migranti di un mondo nel quale per rientrare a casa nella terra di Albione non si avevano a disposizione voli low cost. Inoltre Italia e Inghilterra sono nazioni che quarant’anni prima si erano fatte la guerra; certo la Seconda Guerra Mondiale a differenza della prima non lasciò spiriti di rivalsa tra vincitori e vinti, ma nel ‘73 sono vivi i ricordi ed attuali i racconti di quel figlio fatto prigioniero o ucciso dagli inglesi come quelli dell’altro morto ad Anzio per liberare Roma.

Sul piano calcistico le partite internazionali stanno aumentando in quegli anni per via delle qualificazioni agli europei per nazioni, ma si parla ancora di poche squadre e quindi di poche partite. Per intenderci fino al 1990 le qualificazioni mondiali/europei vedevano coinvolte 32 squadre UEFA contro le 52 di oggi. Nel 1973 si viene da un calcio nel quale in una stagione la nazionale poteva disputare anche solo 5 incontri, chiaro quindi che ogni partita fosse già di per sé un evento.

Il prezioso tagliando valido per l’ingresso (Collezione Matteo Melodia)

Ma al di là delle considerazioni sociologiche o statistiche, prima di ogni cosa c’è la rivalità tra le due nazionali, una rivalità antica. Nel primo incontro del 1933 gli italiani freschi vincitori della Coppa Internazionale affrontarono per la prima volta “I Maestri” che all’epoca, proprio perché “Maestri”, non partecipavano ai tornei. A Roma fu 1 a 1 con gli inglesi che si dichiarano sorpresi dalla forza degli Azzurri. Si organizzò quindi una replica dell’incontro a Londra per l’autunno/inverno del ‘34, quella che sarà la “Battaglia di Highbury”. Disputata anch’essa il 14 Novembre ma del 1934, la data nel ‘73 non fu casuale, com’è noto finì 3 a 2 per gli inglesi. Gli italiani giocarono di fatto in 10 per la frattura al piede di Monti e nel secondo tempo, definitivamente in 10 contro 11, tramutarono una probabile disfatta (si era sul 3 a 0 per gli inglesi con 3 gol nei primi 12 minuti) in una mancata rimonta che la stampa internazionale raccontò come vittoria morale azzurra.

Tutte queste sfaccettature messe insieme fecero forse meno dei titoli dei tabloid che etichettarono gli Azzurri come “squadra di camerieri”, riferendosi al passato di Chinaglia che come figlio di emigranti a Cardiff lavorò appunto come cameriere. Questi e altri innumerevoli motivi di rivalità prendono forma nelle parole pronunciate da Nando Martellini in apertura di telecronaca:

“Telespettatori italiani buonasera.

La Nazionale Italiana per la decima volta di fronte agli inglesi, per la seconda a Wembley.

La partita è in programma come amichevole, in restituzione della visita fatta dalla Nazionale Inglese a Torino nel giugno scorso; e già questo ricordo serve a far dubitare del carattere squisitamente amichevole dell’incontro.

Gli inglesi vorrebbero cancellare quello 0-2 due che rappresentò il crollo della loro imbattibilità nei nostri confronti ma c’è poi – determinante – la considerazione della Coppa del Mondo: gli inglesi sono fuori, eliminati dalla Polonia; gli azzurri si sono qualificati. E’ ovvia la posizione capestro degli inglesi: battendoci possono far valere l’indubbia sfortuna che li ha lasciati a casa, altrimenti la loro condanna diviene definitiva e le loro ambizioni calcistiche definitivamente ridimensionate.

Insomma se i nove precedenti incontri non erano stati propriamente amichevoli questo decimo si presenta come il meno amichevole di tutti, tanto è il prestigio che le due nazioni vi puntano sopra: I vincitori della Rimet del ‘66 contro i secondi del ‘70 in Messico”.

C’è di più, i sudditi di Sua Maestà sono ahi loro sotto scacco, in una posizione che sembra scritta da Paolo Villaggio. Fatti salvi i fortunati possessori di uno dei 120.000 tagliandi, gli altri potranno vedersi la partita solo in differita e per di più neanche tutta: durante la partita, saranno costretti a vedersi una registrazione della cerimonia nuziale di una principessa:

“Londra ha vissuto oggi una delle sue grandi giornate per il matrimonio della figliola della regina. L’avvenimento ha fatto passare in secondo piano finora alla tv alla radio e sui giornali la partita di Wembley. Ma ora che ci siamo dentro e che le telecamere della BBC […], si sono accese anche sui 120 mila spettatori di Wembley ci accorgiamo che l’interesse del paese era vivissimo anche per Inghilterra Italia di calcio, che viene a rifinire un giorno davvero importante per la capitale inglese.

Mentre noi trasmettiamo sui teleschermi italiani in diretta, in Inghilterra passa ancora in televisione una registrazione della cerimonia nuziale di stamane. La partita andrà in differita è punteggiata più tardi”.

Il gagliardetto originale della partita (Collezione Marco Cianfanelli)

Vedendo Inghilterra Italia del 1973 si capisce perfettamente cosa significhi giocare in contropiede contro una squadra aggressiva, si vede e quasi si tocca con mano il perché se si pensa a uno stereotipo dei modi di giocare al calcio, una partita tra Italia e Inghilterra giocata a Londra non può che esserne l’esempio primo.

Si badi, contropiede non significa catenaccio, certo senza Zoff, imbattuto da 827 minuti, in porta sarebbe stato meno facile, ma la tradizione dei portieri italiani ci consente di allevare numeri uno che siano tali a livello mondiale. Impressionante è anche Burgnich in difesa, come Rivera un maestro a centrocampo. Chinaglia riparte come un carro armato dotato di motore turbo e Capello che mostra la sua concretezza e serietà sul campo e marcatore al minuto 86 del gol partita.

Novanta minuti di agonismo, che trovano la loro prima e forse unica pausa al 43° quando s’infortuna Osgood. Dare oggi la cronaca di una partita raccontata mille volte è superfluo, ma se questa sera avete un’ora e mezza di tempo preparatevi una frittatona di cipolle e una familiare Peroni gelata, annunciate a casa che è serata di rutto libero. Nessuna “Corazzata Kotiomkin”, nessuna principessa che si sposa. Si gioca Inghilterra Italia signori, zitti tutti.

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Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Siamo arrivati al quinto appuntamento del nostro viaggio nell’”Evoluzione della tecnica calcistica”. Negli appuntamenti precedenti abbiamo approfondito la dotazione tecnica dei primi footballers e abbiamo cercato di capire come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque. Abbiamo poi effettuato una panoramica sull’evoluzione del Regolamento del Gioco e analizzato le varie “scuole” nel mondo. E in Europa? Scopriamolo in questo appuntamento.

Buona lettura.

L’elite europea

Nel vecchio Continente, negli anni Venti, si affermavano le scuole del calcio Danubiano, cioè gli stili nazionali di Ungheria, Austria e Cecoslovacchia. Il gioco della scuola danubiana era fatto di eleganti passaggi di prima, di buon palleggio e tecnica individualistica con la palla al piede. Un breve filmato dei primi anni Trenta mostra la nazionale della Cecoslovacchia andare a rete contro l’Inghilterra: i pochi e precisi passaggi e la bellezza del goal al volo, richiamano un calcio spettacolare, raffinato e davvero moderno. Gli stessi maestri inglesi trovarono filo da torcere in incontri amichevoli con le squadre danubiane di Austria e Ungheria, così che dovettero a loro volta migliorare soprattutto l’impostazione tattica del gioco, pur mantenendo il loro calcio maschio e vigoroso. Quasi un paradosso, il tecnico che contribuì allo sviluppo della scuola calcistica danubiana fu l’inglese Jmmy Hogan, al quale si legarono le fortune prima dell’Ungheria e poi della fortissima Austria del 1930, la famosa nazionale soprannominata Wunderteam.

La supremazia dei maestri inglesi, tuttavia, resisteva ancora poiché, come ebbe modo di osservare l’austriaco Ugo Maesl –altro grande maestro di calcio dell’epoca–  il gioco dei Danubiani era meno veloce e garantiva meno copertura in difesa. Tale lacuna del calcio continentale, se così si potrebbe definire, fu colmata dal grande tecnico del calcio italiano Vittorio Pozzo, sempre negli anni Trenta. Pozzo impostò la nazionale italiana con una linea difensiva all’epoca unica al mondo. Negli anni fra il 1930 e 1935 la Nazionale azzurra faceva perno sulla difesa della fortissima Juventus, vincitrice di ben 5 titoli nazionali consecutivi.

Secondo gli storici, altre due perle della tecnica calcistica trovano origine nella seconda metà degli anni Trenta: la rovesciata all’indietro, detta anche “a bicicletta”, e il “doppio passo”. L’inventore della rovesciata a bicicletta fu il centravanti brasiliano Leonidas, mentre la tecnica del doppio passo fu inventata e praticata dall’italiano Amedeo Biavati. La rovesciata all’indietro era assai spettacolare e fu adottata da molti altri giocatori. In Italia il primo fu Silvio Piola, mentre più tardi Carlo Parola ne divenne l’icona.

Il “doppio passo” di Amedeo Biavati era una finta eseguita muovendo il piede lateralmente davanti al pallone; Biavati simulava con il sinistro una roteazione per calciare la palla, ma senza toccarla: beffardamente la calciava con il destro, lasciando disorientato l’avversario per quella frazione di secondo che bastava a superarlo. Nel corso degli anni furono molte le varianti dell’originario doppio passo; ma sostanzialmente la tecnica si rifà alla finta di Biavati degli anni Trenta.

Sempre nel 1938, un breve filmato del Mondiale di Francia mostra una spettacolare giocata del terzino Domingos da Guia: costui superava un avversario con un palleggio aereo, lo evitava con una finta e, prima che la palla ricadesse, rilanciava per la sua squadra. Tale deliziosa giocata oggi sarebbe chiamata “sombrero”.

Considerato nella sua globalità, ammesso e non concesso, il calcio degli anni Trenta si potrebbe considerare moderno così come lo intendiamo oggi. La differenza ovviamente sta nelle diverse velocità del gioco: il calcio di oggi è estremamente più veloce di quel calcio; ma la tecnica rimane sostanzialmente la stessa. Ciò che oggi si può apprezzare in una partita calcio, è la bellezza di una tecnica antica applicata a grandi velocità un tempo impensabili; e sono perciò improponibili i paragoni fra le velocità del gioco di quei tempi con le velocità di oggi.

Giunti a questo punto, è tempo di ricordare brevemente alcuni giocatori fuoriclasse europei degli anni Trenta, in grado di fare cose straordinarie con la palla, quindi virtuosi della tecnica. Nella fig. A.14 ce ne sono tre: il portiere Zamora, il regista-attaccante Meazza e l’attaccante puro Sindelar.

Lo spagnolo Ricardo Zamora fu per molti versi il prototipo del portiere moderno. Dotato di grande personalità, fu il primo portiere-regista della propria difesa. Tecnicamente, esibiva parate di pugno nelle mischie più focose, e prese plastiche in tuffo –all’epoca le squadre giocavano con i terzini molto arretrati e richiedevano meno uscite dei portieri. Zamora aveva una dote in più: “ipnotizzava” l’avversario durante l’effettuazione del calcio di rigore; era una sorta di condizionamento istrionico che avrebbe fatto la fama di altri portieri nel Dopoguerra. Un aneddoto racconta che Zamora difendeva la porta della Spagna contro l’Inghilterra nel 1929; nella focosa partita si fratturò lo sterno –con avversari di tale prestigio non era mai “amichevole”–, ma rimase stoicamente nella sua porta nonostante il gran dolore fisico. La Spagna trionfò 4-3 e fu la prima nazionale a battere gli inglesi fuori dalla loro Isola.

Fig. A.14: Zamora, Meazza e Sindelar: tre grandi del calcio. Si ritrovarono tutti al Mondiale del 1934.

Giuseppe Meazza, detto anche “el Peppin” o “Balila”, fu il più grande giocatore italiano fra le due guerre, ricordato in tutte le epoche per antonomasia, come autentica ed eterna icona del calcio italiano. All’inizio Meazza fu un attaccante puro, un inarrivabile centravanti; poi arretrò e fu il raffinatissimo interno di regia che il calcio italiano maggiormente ricorda. La sua tecnica calcistica si esprimeva nel dribbling elegante, nei cambi di direzione improvvisi che disorientavano l’avversario. Ma soprattutto, Meazza esibiva un tocco di palla delizioso, che in epoche successive sarebbe stata caratteristica imprescindibile dei grandi numeri 10 del calcio mondiale.

Nella memoria dei tifosi, Meazza fu leggendario per il dribbling al portiere avversario; quest’ultimo era chiamato fuori dalla porta in una sorta di sfida duale, come un torero con il toro. Era dotato anche di un buon colpo di testa, che però disdegnava per non “destabilizzare” la sua pettinatura… Il calcio era anche questo!

L’attaccante austrico Matthias Sindelar fu soprannominato der Papierene, “carta velina”, perché con il suo fisico quasi gracile riusciva a incunearsi fra le maglie più strette delle difese avversarie con una classe inimitabile. Si diceva che era dotato di gran fiuto e rara intelligenza calcistica. Sindelar praticava spesso il tunnel ai danni dell’avversario ed era capace di dribblare molto stretto. Era un ambidestro dotato di un eccellente tocco di palla, tanto che i tifosi dicevano che aveva i “piedi di Mozart”. Se Zamora fu l’archetipo del portiere moderno, Sindelar lo fu senz’altro dell’attaccante.

Zamora, Meazza, Sindelar. Messi insieme, questi tre grandi giocatori europei degli anni Venti-Trenta impersonavano la tecnica moderna del calcio, che appunto soddisferebbe lo spettatore del Duemila.

A questo punto, sarebbe tuttavia un errore pensare che i maestri inglesi, nello stesso periodo, non avessero giocatori squisitamente tecnici. Il calcio inglese degli anni Trenta si componeva di tecnica, forza fisica e corsa; i giocatori di gran qualità erano molti. Sul finire degli anni Trenta, in Inghilterra, l’emblema del “calcio perfetto” fu impersonato dal fuoriclasse  Stanley Matthews. Nel 1934 a soli 19 anni entrò a far parte della squadra nazionale, e si tratta ancor oggi del più longevo giocatore di calcio di tutti i  tempi. Il dribbling stretto era la sua specialità: si diceva che fosse capace di dribblare sulla moneta da 1 penny.

Fig. A.15: Stanley Matthews nel 1950.

Matthews giocò dagli anni Trenta ai Cinquanta; fu perfetto nel ruolo di ala destra; una recente biografia filmata ne mostra virtuosismi di gran intelligenza calcistica. Pelé disse di lui che “fu l’uomo che insegnò il calcio a tutti noi”.

La lunga e prestigiosa storia del calcio dei “maestri inglesi”, negli anni di inizio Novecento e fino agli anni Trenta, fu costellata da autentiche leggende: ricordiamo qui Billy Meredith, Aex James, Dixi Dean e Tommy Lawton, solo per citarne alcuni.

Matthews fu forse il giocatore più completo fino al 1950; poi comparvero altri fuoriclasse, da Puskas a Kubala, da Di Stefano a Pelé. Nel frattempo, arrivavano anche in Europa i palloni con la valvola di gonfiatura, tutti chiusi e senza le stringhe.

Qui l’inglese Stanley Matthews chiude idealmente il paragrafo sull’élite europea. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, fra Sudamerica ed Europa, il calcio aveva raggiunto la maturità, adottando quella fisionomia moderna cui oggi siamo abituati tutti noi sportivi, appassionati e tifosi; il football era divenuto the beautiful game, “il bel gioco” come Pelé l’avrebbe chiamato in seguito.

Dagli anni Cinquanta ad oggi, la tecnica calcistica sarebbe stata più o meno affinata, ma mai veramente rivoluzionata. Alla tecnica fu preferita la tattica e il perseguimento di una sempre maggiore velocità di gioco; il calcio diveniva sempre più atletico. E rimaneva “maschio” anche se sempre più praticato dalle donne.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

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9 novembre 1988 – Malgrado Belgrado

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Tutto poteva finire prima di cominciare e invece, il 9 novembre 1988 a Belgrado, si gioca la partita di ritorno del primo turno di Coppa Campioni tra Stella Rossa e Milan che cambierà la storia del club rossonero.

Il Milan veniva dal primo campionato vinto dell’era Berlusconi e, per avviare un ciclo assolutamente significativo, aveva disperato bisogno di vincere la Coppa o quantomeno di arrivare in finale. Per questo la società, durante l’estate, aveva allestito una squadra stellare composta prima di tutto dai tre giovani olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard. Berlusconi si era innamorato di Gullit, pagandolo una cifra vicina ai 10 miliardi di lire, ma l’Ajax lo aveva “costretto” a prendere anche Van Basten per un miliardo e mezzo. Quest’ultimo dimostrerà con il tempo le sue caratteristiche da campione, anche se il tecnico rossonero Sacchi non lo vedrà mai di buon occhio perché poco inquadrabile nei suoi ferrei schemi.

Nonostante queste costose operazioni di mercato però, il Milan stava per essere sbattuto fuori da quella Coppa dei Campioni poiché, nella partita di andata a San Siro, lo squadrone rossonero aveva sottovalutato gli slavi, non potendo sapere che tra di loro c’erano due giovanissimi ventenni che erano destinati a diventare stelle del calcio mondiale, il capitano Dragan Stojkovic e Dejan Savicevic, portando a casa solo un 1-1 (gol di Stojkovic e replica di Virdis poco dopo).

Il biglietto della partita (Collezione Matteo Melodia)

A Belgrado, nel temutissimo e caldissimo stadio Marakana, al 57° minuto era sotto di un gol segnato da Savicevic e con un uomo in meno per via dell’espulsione di Virdis, praticamente partita chiusa e Milan fuori dalla Coppa.

Da qui però, la storia cambia.

Il clima per i rossoneri è ostile, la squadra sembra intimorita e appare in affanno rispetto agli slavi che, al contrario, sono tonici e tengono le redini del gioco. Il primo tempo si chiude sullo 0-0, un risultato che fa comodo ai padroni di casa. Il Milan ha ancora 45’ per cambiare l’inerzia della partita, invece le cose precipitano: passano pochi minuti e Dejan Savicevic dalla distanza supera Giovanni Galli. Stella Rossa in vantaggio.

Improvvisamente sul campo cala un nebbione fittissimo che non si vedeva da anni e, dopo qualche tentativo a procedere, l’arbitro al 12” del secondo tempo, prima sospende la partita e poi lo annulla completamente per rigiocarla il giorno dopo, come prevede il regolamento UEFA.

Gli uomini della Stella Rossa erano psicologicamente stanchi, mentre i giocatori del Milan erano euforici per lo scampato pericolo, recuperando anche Gullit dall’infortunio che gli aveva impedito di giocare nel precedente match, mentre dovrà comunque rinunciare a Virdis, espulso per un fallo visto solo dal guardialinee nella nebbia del giorno prima e ad Ancelotti invece diffidato.

Nonostante questo la squadra di casa, fortissima e determinata, riuscì a pareggiare dopo il gol di Van Basten con Stojcovic, ma ai rigori furono battuti, garantendo di fatto al Milan la trionfale galoppata fino alla vittoria della Coppa. Da lì in avanti, infatti, elimerà Werder Brema, Real Madrid e in finale travolgerà a Barcellona lo Steaua Bucarest per 4-0, tornando sul tetto d’Europa.

La nebbia a Belgrado c’è una volta ogni dieci anni e se quel giorno non fosse calata eccezionalmente sul Marakana, probabilmente il glorioso ciclo di vittorie del Milan sarebbe andata in maniera diversa cambiando irrimediabilmente la storia recente del calcio italiano e del nostro paese.

Si ringrazia Matteo Melodia per la consueta collaborazione.

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