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“Gonfia la rete, Paolino gonfia la rete”: Raffaele Paolino e il suo amore per Cagliari (Intervista)

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Riccardo Balloi) – Quest’oggi torniamo a parlare di Sardegna e del Cagliari. Abbiamo rivolto alcune domande a Raffaele Paolino, classe 1969, attaccante, uno dei volti simbolo della rinascita del Cagliari alla fine degli anni ottanta. Una società che si era salvata da un fallimento praticamente decretato, che fu scongiurato in extremis da una cordata di piccoli imprenditori capitanati da Gigi Riva. Nel 1989 era di proprietà dei fratelli Orrù. Arrivato a Cagliari in serie B poco più che ragazzino, a “Lele” bastarono poche apparizioni per diventare l’idolo della curva, e chi non lo conosce, chi non lo ha vissuto, potrà capirne il motivo dalle sue parole e dai suoi brevi racconti.

  • Raffaele Paolino, partiamo dalle origini. Prodotto del vivaio dell’Inter. Che genere di giocatore eri quando ancora calcavi i campi delle categorie giovanili?

Ai miei tempi, per poter anche solo pensare di giocare in società importanti, la tecnica di base era un fattore fondamentale, ed io ne ero dotato in buona misura. Però erano il temperamento e la forza di volontà le mie caratteristiche principali. Avevo uno spirito agonistico immenso e non mollavo mai.

  • Cosa doveva avere un ragazzo per emergere in questo sport?

Intanto era necessario non deprimersi mai, cercare di andare avanti con entusiasmo e dedizione. Inoltre non avevamo nessun tipo di mezzo di comunicazione che non fosse quello interpersonale. Al campo, negli spogliatoi, si doveva parlare ed interagire. E non è una cosa così scontata, al giorno d’oggi.

  • E’ cambiato il modo di insegnare calcio nei vivai, da trent’anni a questa parte?

Sì, in peggio, direi. Come dicevo, in passato era la tecnica di base il primo fattore che contava per un giovane calciatore, e su quella si lavorava. Oramai nei settori giovanili non si insegna più lo stop, il passaggio, la coordinazione. Gli allenatori, troppo spesso, utilizzano i giovani per conseguire risultati personali ed avanzare in carriera.

  • Nella stagione ‘88/89 l’Inter vinse il campionato Primavera, l’anno dopo uno dei giovani più promettenti venne preso in prestito dal Cagliari, ci vuoi raccontare come andò?

Il Cagliari, negli anni della rinascita, non era una società ricca, e costruiva le sue squadre puntando sui giovani, i fratelli Orrù erano dei piccoli imprenditori.
Nel 1988 giocai la Coppa Carnevale di Viareggio con l’Inter, e sugli spalti, oltre a genitori, parenti e appassionati viareggini col cappellino, c’erano gli osservatori di un po’ tutte le squadre professionistiche. Io piacqui ad una società che non mandò un semplice esperto a vedere le nostre partite, mandò l’allenatore della prima squadra. Fui scelto personalmente da un giovanissimo Claudio Ranieri e l’anno dopo avrei traslocato in Sardegna.

  • Approdasti in un Cagliari neo promosso in cadetteria, alla corte di Claudio Ranieri. Cosa ricordi di quella squadra?

Eravamo per lo più dei ragazzi. I veterani erano De Paola, Firicano, Valentini. Erano loro l’ossatura e noi dei giovanotti rampanti, un po’ spaesati ma con una carica e determinazione che era palpabile. Era come se sapessimo che in qualche modo, anche se partivamo in sordina, avevamo una marcia in più.

  • Claudio Ranieri. Sappiamo tutti che carriera ha fatto. Ma quel giovane allenatore, trent’anni fa, com’era?

Certamente lui fu il migliore che io abbia mai avuto. Era un uomo onesto, che, pur essendo ancora giovane sapeva già come trattare con la particolare rosa che aveva a disposizione. Bastone e carota, come si suole dire. C’era qualcosa in lui che ci faceva perennemente trovare motivazioni, qualcosa che ci gasava anche nei momenti più difficili.

  • Dimmi una curiosità su di lui.

Il Cagliari affittò una casa per noi giovani “continentali”, nel quartiere vicino al vecchio e glorioso Stadio Amsicora. I miei coinquilini erano Cappioli, Pisicchio, Greco, Rocco e Provitali. Una sorta di casa per studenti universitari. Ecco, ogni tanto suonavano al campanello, noi aprivamo e alla porta c’era Ranieri. Ci salutava, chiedeva come stavamo. Come un padre che andava a trovare suo figlio, controllava in ogni angolo che non ci fossero segni di malsana alimentazione, alcool, sigarette e soprattutto ragazze, poi si girava e se ne andava. Sempre salutando con la sua educazione e quel sorriso bonario e gentile.

  • Si dice che una cosa su tutte lo mandava in bestia: chi si lamentava per le sostituzioni. E’ vero?

Verissimo. Una volta fu sostituito Cappioli, che percorse il tragitto verso la panchina bofonchiando qualcosa. Quando fu nei pressi del mister, lui lo chiamò per cognome e gli disse “qualcosa da dire?”. Ovviamente la risposta fu “no, Mister”.

  • Ritrovarsi a vent’anni in una squadra di giovanotti ed essere promossi in Serie A. Cosa ha significato per te?

Questa è una cosa che ho realizzato solo maturando. Sarà per l’agonismo, per l’inconsapevolezza di un giovane quale all’epoca ero io. Però ci ripensai parecchio tempo dopo.
Fu una cosa apparentemente graduale, ma che vide una vera e propria esplosione, con l’invasione sarda di Pisa e i cinquantamila spettatori nella partita dopo. La città, ad un certo punto, si era fatta festosa, anche se la promozione sarebbe arrivata solo svariate settimane dopo.

  • Al ritorno in serie A il Cagliari concluse il girone d’andata ultimo in classifica. Poi una cavalcata trionfale verso la salvezza. E tu c’eri. Quale fu il punto di rottura per il cambio di passo?

Arrivammo a Dicembre con una sola vittoria, conquistata nella trasferta di Napoli. Giocavamo bene e soprattutto correvamo, ma non riuscivamo a fare punti, e così sotto Natale eravamo ultimi. Poi successe che facemmo un pazzo 2-2 contro la Juventus a Torino. Segnarono Cornacchia e Cappioli. Io entrai allo scadere al posto di Fonseca. E lì cominciammo a crederci. Tornammo ad essere quell’armata di cavalli pazzi che eravamo stati in serie B l’anno prima. Lo stesso Fonseca poi cominciò a segnare, in tanti ricorderanno la rimonta a Marassi con la Sampdoria dall’iniziale due a zero, con una sua doppietta. Un pallonetto bellissimo e una rovesciata.

  • Chi ti conosce sa quanto tu ami il Cagliari e ne sia un grande sostenitore. Come è nato questo amore?

Io sono nato interista, e fino alla Primavera ero nella squadra che avevo sempre sognato. Poi conobbi Cagliari. La gente che mi fermava sotto casa, quell’enorme stadio colmo di gente, la Curva Nord. In una partita in cui ero squalificato, il direttivo degli Ultras mi invitò ad assistere alla gara in curva con loro. Mi vennero a prendere a casa alcuni ragazzi. Uno di questi si chiamava Albino. Mi accompagnarono allo stadio ed entrai con loro che mi facevano da guardie del corpo: centinaia di tifosi pieni d’amore volevano abbracciarmi e stringermi la mano, non avrei mai concluso la giornata tutto intero. Mi fecero salire sulla balconata del secondo anello, che nel loro gergo si chiama “il Muretto”. Da qualche parte ho le foto, era Cagliari- Avellino.
Ecco, dopo che andai via dal Cagliari, per tutta la carriera fino ad oggi che faccio l’allenatore, a fine partita il primo pensiero è “quanto ha fatto il Cagliari?”. Come progetto di vita ho di stabilirmi in Sardegna, ed appena potrò lo farò.

  • “Gonfia la rete, Paolino gonfia la rete” (sulle note di Guantanamera). La curva Nord del Cagliari saranno vent’anni che non riserva un coro ad un giocatore. A te invece nel 1989 ne riservarono diversi. Ne sei consapevole?

E come no. I cagliaritani furono tra i primi in Italia ad abolire i cori verso il singolo giocatore. Per fortuna io giocai al Sant’Elia qualche tempo prima della loro decisione. Ricordo tre cori dove veniva pronunciato il mio nome. Anche questa è una cosa su cui ho riflettuto a posteriori, e credo che la fortuna di essere tanto amato da quella gente derivi dal mio modo di stare in campo. Sempre in scatto, sempre a rincorrere, sempre affamato.

  • Cosa si prova a ricevere palla o dettare un passaggio mentre mille persone cantano il tuo nome? 

Calore, un senso di protezione che credo sia impossibile spiegare. Ricordo a Febbraio 1990, vincevamo 3-1 contro il Catanzaro in cui peraltro segnò il grande Massimo Palanca. Io da alcuni mesi non riuscivo a trovare la via del gol. La Curva Nord decise che quella doveva essere la partita in cui il digiuno sarebbe finito. Per trenta minuti cantarono un coro per me: “Forza Lele, forza Paolino alé”. Trenta minuti, senza smettere mai. Un luogo comune dice che i sardi siano cocciuti, ed in quel caso la cocciutaggine portò la mia felicità. Guadagnammo un rigore e Bernardini, il nostro rigorista, me lo cedette. Segnai e nonostante fosse il quattro a uno, vidi la curva venire letteralmente giù. Corsi verso di loro e fui pervaso da un’onda di voci e di espressioni sarde di quelle che fanno piccare il cuore.

  • Hai giocato col Principe Enzo Francescoli, e avevi ventuno anni. Vuoi raccontarci qualcosa al riguardo?

Quando seppi che il Cagliari aveva acquistato El Principe ero a Milano, e non ci volevo credere. Ricordo che tornai dalle vacanze e mi ritrovai in ritiro con lui, Matteoli, Fonseca ed Herrera. Da un mese all’altro la nostra squadra neopromossa aveva acquistato giocatori di livello internazionale. E Francescoli era un leader con tutti i crismi. Allenamenti al massimo, sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. E poi, palla al piede, era qualcosa di impossibile da raccontare.

  • Il difensore più forte che ti ha marcato?

A parte Costacurta e Maldini, che erano difensori che ti facevano passare novanta minuti di pressione, ricordo Pasquale Bruno. Duro e cattivo negli interventi. Lui sì che picchiava!

  •  La tua partita memorabile?

Brescia- Cagliari dell’Ottobre 1989. Segnai il mio promo gol nei professionisti. Nel settore ospiti c’erano diecimila tifosi rossoblù. Segnai il pareggio e poi vincemmo con gol di Provitali. L’urlo dei sardi al mio gol sembrò una bomba.

  • Paolino dopo il biennio al Cagliari.

La mia carriera fu rallentata da un infortunio alla schiena che mi tenne lontano dal campo per un anno, e dal quale subii degli strascichi per molto tempo a venire. Giocai a Modena cinque anni e poi nel Venezia, con Zaccheroni.

  • Un aneddoto su Cagliari.

Mah, ne avrei tanti. Però voglio raccontarvi il giorno in cui arrivai. Non sono passati cento anni, ma anche ai miei tempi la Sardegna era “più lontana” rispetto ad oggi. Io vi arrivai a diciannove anni. Scesi dall’aereo e scoppiai in lacrime: la nostalgia di casa, l’idea di essere in un luogo così lontano e diviso dal resto del mondo dal mare. Insomma, un po’ tutto.
Fuori dall’aeroporto mi aspettava un uomo della dirigenza. I tifosi del Cagliari se lo ricorderanno, perché aveva una gamba sola. Mi fece salire sulla Fiat Tipo che lui stesso guidava e mi guardò, poi mi sorrise e mi disse “a Cagliari è sempre così: piangi ora che sei arrivato e piangerai di nuovo alla partenza”.

  • Raffaele Paolino oggi.

Oggi sono il responsabile tecnico del settore giovanile del Cantù, che a sua volta è affiliato all’Atalanta. Sono anche una sorta di doppio allenatore, perché mi occupo di due categorie differenti.
Noto oramai che i giovani sono cambiati com’è cambiata la società, non hanno spirito di sacrificio ed è sempre più difficile trovare loro degli stimoli.

Salutiamo Lele Paolino, e chi scrive ricorda i tempi in cui il Cagliari tornava alla ribalta del calcio che conta. Paolino e Provitali, De Paola e Firicano, “l’amico” Mario Ielpo (come recitava un simpatico coro dei tifosi), Gianluca Festa, Bernardini e Coppola, dopo quasi trent’anni più che ricordi sono una sorta di figura retorica. L’immagine di undici ragazzi con i capelli bagnati di sudore, una palla che triangola dal centrocampista al centravanti per poi finire all’ala che s’inserisce ed insacca, uno stadio gigantesco e traboccante di affamati di sport e di gloria. Una città col fiatone, il respiro corto per emozioni e sensazioni che solo chi ama una squadra che vince una volta ogni tanto può provare. Ed è vero: Paolino aveva qualcosa di appiccicoso su di sé, Paolino attirava gli sguardi e vederlo in campo, come si dice a Cagliari, era un infogo.

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Tifoso del Cagliari. Isolano come da diagnosi. Ottico di professione, collezionista di palloni per passatempo, scrittore per diletto e visionario per vocazione. Se la vita fosse perfetta sarebbe tutta birra, musica a naso all'insù. I suoi racconti su... otticosolitario.it

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20 aprile 1994, golden gol di Orlandini: l’Italia è campione d’Europa Under 21

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Nel 1994 la UEFA sceglie il Campionato Europeo Under 21 per sperimentare il golden goal, la FIFA lo aveva fatto nei suoi tornei giovanili, e nei quarti di finale di quello under 20 dell’anno prima è l’australiano Anthony Carbone al 99° a segnare il primo in assoluto.

La regola inizialmente denominata “Sudden death” si poneva l’obiettivo di trovare un modo migliore dei tiri di rigore per decretare un vincitore in caso di parità nelle partite ad eliminazione diretta. La questione su come risolvere le partite secche è antica come il calcio, sport che abbina la possibilità del “pari” (cosa piuttosto rara nei giochi) alla “scarsezza” di “punti” mediamente segnati in una partita, cosa questa che rende il pari un risultato piuttosto frequente. La Pallamano, la Pallanuoto o il Rugby prevedono il pareggio ma è molto più raro, lo “zero a zero” è poi un risultato forse solo teorico.

Gli sport che non prevedono il pari risolvono spesso le partite con tempi supplementari ad oltranza o anche con il loro equivalente del rigore, ma per quanto si possano protrarre, prima o poi una squadra primeggia. Il calcio ha sperimentato l’avanzamento ad oltranza della partita, ma la difficoltà di segnare un “punto” nel calcio fa sì che con la stanchezza che avanza la possibilità di segnare una rete si assottiglia sempre più, ne sanno qualcosa Benfica e Bordeaux che nel 1950 giocarono una finale di Coppa Latina fino al 146°, quando i portoghesi segnarono su azione di calcio d’angolo. Ma Torino e Legnano nel 1920/21 fecero di meglio: la parità si prolungò sull’1 a 1 fino al 158° quando venne sospesa per l’oscurità (per la cronaca le squadre rinunciarono allo spareggio venendo eliminate entrambe).

Non essendo percorribile procedere ad oltranza il calcio nelle sue manifestazioni ufficiali (almeno quelle FIFA e UEFA) inizialmente applica con regolarità i supplementari, la ripetizione e, come extrema ratio, il “sorteggio”. Soluzioni come i rigori o il Golden Goal erano state sperimentate in tornei minori, UEFA e FIFA non presero però iniziative fino ai primissimi anni 70’ quando introdussero (gradualmente) i rigori. Come però è facile immaginare mano a mano che si abolirono le ripetizioni si fecero sempre più frequenti le partite decise ai rigori e spesso i supplementari si trasformavano in una stanca attesa della “lotteria”. Se lo spettro della ripetizione e del sorteggio faceva sì che se arrivate ai supplementari la partita si chiudesse spesso nell’extra time, il rifugio dei rigori diventa quasi lo sbocco naturale delle partite che terminano i 90° in parità.

Il Mondiale del ‘90 in Italia non brilla per spettacolarità, il Mondiale americano del 1994 ha “brama” di spettacolarità (e forse evitare le partite con il sole a picco e umidità oltre il 100% avrebbe aiutato), ed il tarlo dei rigori che appiattiscono le partite partorisce l’idea del Golden Goal ma per la Coppa del Mondo è troppo tardi, e l’Europeo under 21 del 1994 è la prima vetrina di rilievo della nuova trovata. L’Italia si presenta da vincitrice in carica in un torneo colmo di futuri campioni che si ritroveranno negli anni a venire nel torneo “dei grandi”. Nei quarti di finale l’Italia accede alla fase finale superando ai quarti la Cecoslovacchia in partita doppia (3-0 / 0-1).

La fase finale si svolgerà in Francia, a Montpellier e a Nimes. Gli Azzurrini in semifinale incontrano i padroni di casa francesi in una partita che si chiude sullo zero a zero, si giocano così per la prima volta i tempi supplementari con la Sudden death ma nessuno segna, il test sarà solo rimandato e per questa volta si va ai rigori, dove per la Francia segnano Carotti e Ouédec poi sbaglia Makélélé e Zidane segna, gli italiani segnano tutti: Panucci, Vieri, Berretta, Marcolin e Carbone, l’Italia è in finale.

Rientrati in patria per giocare la domenica di campionato con le rispettive squadre di club, i ragazzi della “Banda Maldini” torneranno nuovamente a Montpellier per disputare il 20 Aprile la finale del torneo.

La partita con la Francia aveva portato Domenech a criticare gli italiani per il gioco un po’ antico ma certo Maldini non cambiò filosofia per la finale: il Portogallo lo ha già affrontato nelle qualificazioni, 2 a 0 in Portogallo per loro, 2 a 1 in casa per noi, si possono battere. La partita non è particolarmente bella. Il Portogallo va vicino al gol con un “autopalo” di Cannavaro che rischia molto nel liberare la difesa, Scarchilli costringe il portiere portoghese Brassard al miracolo ed al 71° su cross di Rui Costa è il portoghese Toni a colpire la traversa. Si va ai supplementari ed entra in scena Pierluigi Orlandini, classe ‘72, bergamasco di nascita e di maglia.

E’ lui che rischia di far terminare la partita dopo appena un minuto di gioco dei supplementari, ma la palla gli capita sul sinistro che non è il suo piede. La partita prosegue così per altri 8 minuti, con l’Italia più convincente rispetto ai primi 90° di gioco; al 99° è di nuovo Orlandini, e di nuovo il suo piede “sbagliato” a far partire dall’esterno destro dell’area il tiro che regala all’Italia il secondo europeo consecutivo (saranno 3 consecutive, e 5 in 12 anni) e che lo consacra alla storia del calcio come primo calciatore ad aver segnato un golden gol.

Il golden gol dopo la gioia del 1994 ci darà cocenti delusioni (Finale degli Europei del 2000 e gli ottavi del mondiale 2002), e dopo un blando tentativo di tenerlo in vita con il “Silver Goal” (con il quale la Grecia vinse il suo titolo europeo), si ritornò ai calci di rigore. Troppo brutto vedere le partite finire così, dannoso togliere l’emozione dei supplementari che si, talvolta sono melina in attesa dei rigori ma talvolta emozionanti ed imprevedibili, troppa la pressione sull’arbitro e sui guardalinee. Dopo la parentesi dei goal d’oro e d’argento le polemiche sui rigori si sono via via spente, e nell’immaginario collettivo da “lotteria” sono passati ad essere considerati comunque una prova di freddezza dei giocatori e di abilità dei portieri, criterio probabilmente più giusto del “chi segna prima vince”, che rimarrà confinato nei cortili quando si sta facendo buio e bisogna tornare a casa “chi segna il prossimo vince”, in fondo un golden goal lo abbiamo segnato tutti.

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19 aprile 1989, prova di forza: Milan vs Real Madrid 5-0

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GLIEROIDELCALCIO.COM – La Sampdoria si è sbarazzata del Malines, il Napoli del Bayern: blucerchiati in finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona e i partenopei a contendersi la Coppa Uefa con lo Stoccarda.

E il Milan? I rossoneri sono alle prese con una difficile partita contro un avversario di tutto rispetto, il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez, dai più considerato la squadra da battere.

L’andata, finita 1-1, si può considerare un buon risultato indubbiamente ma aveva lasciato molto amaro in bocca sia perché i rossoneri avevano imposto il loro gioco sia a causa di alcune decisioni arbitrali quantomeno discutibili. Una partita dove il gol di Van Basten sarebbe da far vedere in tutte le scuole durante le ore di “Arte”: un colpo di testa a 50 centimetri da terra che arriva a “palombella” all’incrocio dei pali.

Il tagliando d’ingresso della partita (Collezione Matteo Melodia)

Il Milan non ha nessuna intenzione di lasciare scampo agli avversari e mette subito le cose in chiaro partendo forte, fortissimo.

“Dalla curva più rossonera dello stadio è salito, prima timido, poi via via più sicuro, il canto dei tifosi del Liverpool: nel minuto di silenzio per i morti di Sheffield, un canto sommesso, imprevisto, commovente” … quattro giorni prima morirono 96 persone all’Hillsborough Stadium di Sheffield, una strage.

Molta supremazia dei padroni di casa e qualche occasione non sfruttata, poi “Il gol che sbloccava il risultato (17′) partiva da un tenace recupero di palla di Tassotti e Gullit in coppia sul filo del fallo laterale. L’olandese appoggiava al centro per Ancelotti e il regista partiva caracollando: saltato Schuster, evitato Gordillo, bum sotto la traversa, con Buyo due metri avanti a far da spettatore”. E’ 1-0.

Dopo sette minuti il raddoppio: “Da una serie di tre corner è venuta la seconda marcatura. Scambio Donadoni-Tassotti (24′), bel centro lungo, oltre la mischia di centro porta, e Rijkaard che svetta sopra tutti schiacciando in porta”.

Al 45’ la partita, ammesso che fosse ancora aperta, si chiude: Donadoni, ubriaca il suo marcatore diretto e crossa al centro per l’olandese Gullit, che insacca di testa. Si può andare ora a bere un the caldo.

La ripresa inizia come era finito il primo tempo e al 49’ il trio olandese fa tutto da solo: Rijkaard lancia per Gullit che di testa fa da torre a Van Basten in area, il quale con due marcatori vicini a lui, controlla con calma e mette dentro con un gran tiro sotto la traversa.

Esce Gullit e entra Virdis ma la musica non cambia. Al 59′ Donadoni dalla destra si accentra e di sinistro insacca con un diagonale rasoterra che il portiere avversario Buyo sembra non riesca nemmeno a vedere.

È 5-0, una partita impressionante dove il Milan sembra uno schiacciasassi ad una prova di forza. Il Real ne esce sovrastato, accerchiato, surclassato, affannato forse addirittura disperato e spaventato.

 “Tre squadre italiane sono finaliste delle tre Coppe europee. Possiamo gonfiare il petto…”.

Già, bei tempi quelli in cui tre italiane avevano la possibilità di aggiudicarsi un trofeo europeo.

(Le frasi in corsivo tra virgolette sono estrapolate da “La Stampa” del 20 aprile 1989)

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1976 – Il Lecce, Mimmo Renna e l’altro “TRIPLETE”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La parola triplete diventa di gran moda in Italia quando Diego Milito, nella finale di Champions League del 2010, che si disputa allo stadio “Bernabeu” di Madrid, permette con la sua doppietta, all’Inter di Mourinho, di aggiudicarsi la coppa dalle “grandi orecchie”, insieme allo scudetto e la Coppa Italia nella stessa annata.

Pochissimi sanno che nella stagione 1975-76, in quartieri più popolari del calcio italiano, un signore di nome Antonio Renna, al secolo Mimmo, realizza un’impresa non lontana (con le debite proporzioni) da quella del suo collega portoghese maggiormente quotato. Non siamo a Milano ovviamente, ma parecchio più a Sud, in Puglia, nell’orgoglioso Salento, nella splendida Lecce, dove oltre al profumo del mare si respira, sempre, profumo di calcio.

La stagione di cui parliamo, infatti, si rivela la più ricca di successi nella storia dei salentini, che centrano uno storico tris del calcio minore. Dopo aver vinto il girone C del campionato di Serie C – impreziosito dall’imbattibilità casalinga, e dal titolo di capocannoniere del torneo per la punta Montenegro – ritornando così in Serie B dopo ben ventisette anni dall’ultima apparizione, il Lecce di mister Renna vince anche la Coppa Italia Semiprofessionisti (serie C) e quindi centra la prima, e fino ad oggi, unica affermazione internazionale per il club salentino, nella Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti.

Le origini della squadra salentina risalgono alla fondazione dello Sporting Club Lecce, nato nel lontano 1908. Nonostante lo scorso 15 marzo siano stati festeggiati i centoundici anni della storia del calcio leccese, fino agli anni ’70, i giallorossi raccolgono soltanto qualche sporadica partecipazione al torneo di serie B negli anni ’30, fino all’ultima apparizione nel campionato cadetto del 1949.

Soltanto nel corso degli anni ’70 si rinverdiscono i fasti del club giallorosso. Nella stagione ‘71-‘72 il Lecce chiude il campionato al secondo posto, e lo stesso accade nelle stagioni ‘72-‘73 e ‘73-‘74. Nell’annata ‘74-‘75 i giallorossi partono con i favori del pronostico, la guida tecnica è quella dell’esperto e stimato Nicola Chiricallo ma, nonostante la rosa moto quotata, i salentini giungono soltanto terzi, dietro il Catania campione e gli odiati cugini baresi.

Malgrado il risultato dell’annata non risulti eccezionale, è proprio nel corso di questo campionato, che vengono poste le basi che permettono al Lecce di vincere tutto quello che si può vincere l’anno successivo.

La meravigliosa e memorabile stagione 1975-76 vede, alla guida del club, il nuovo presidente Antonio Rollo. Si riparte con una squadra molto rinnovata rispetto all’anno precedente, mentre il tecnico rimane Chiricallo. L’avvio del torneo non appare dei migliori e, soprattutto, non sembra un buon viatico per raggiungere l’obiettivo, legittimo, vista la caratura della squadra, di vincere il campionato: dopo sei giornate il Lecce, infatti, ha la miseria di soli 4 punti. L’unica cosa che si può fare quando le cose non vanno è avvicendare la guida tecnica, perché non è possibile spedire a casa la maggior parte dei calciatori. Non va diversamente in questa circostanza, e l’allenatore viene esonerato. Tutti sanno, però, che Nicola Chiricallo, oltre ad essere un grande trainer, è anche una persone di spessore, quindi il compito di trovare un sostituto che possa fare meglio appare, da subito, complicato.

Per la fortuna dei giallorossi la scelta della dirigenza è, però, illuminata, e ricade su una persona di assoluto livello in campo e fuori, che risponde proprio al nome di Antonio “Mimmo” Renna.

Mimmo, leccese doc, dopo una parentesi che sa molto di gavetta in serie D con il Nardò, raggiunge una miracolosa salvezza col il Brindisi, in serie B, nella stagione ‘74-’75, proprio quella che precede la magica annata leccese. Sembra essere, sin da subito, lui il profilo giusto per sostituire l’uscente Chiricallo, ma c’è un problema, inaspettato, che inizialmente impedisce a Renna di sedere sulla panchina giallorossa. Quanto accade oggi ci fa sorridere, ma con retrogusto amaro, se pensiamo a come sia cambiato il calcio nel corso dei decenni. È un’amicizia tra due uomini, infatti, l’elemento che sembra ostativo all’avvicendamento sulla panchina dei giallorossi: quando Renna riceve la telefonata dai dirigenti leccesi che hanno intenzione di ingaggiarlo, la sua risposta è: “No grazie, sono troppo amico di Chiricallo, non posso accettare”, e dall’altra parte replicano “ma Chiricallo lo mandiamo via comunque, caro Renna, vorrà dire che troveremo un altro allenatore … ”. Dopo questa contro risposta il giovane tecnico leccese, seppur rammaricato da una parte, si convince che non sta tradendo il suo amico e collega, e accetta la panchina dei salentini, un sogno che si avvera per un ragazzo nato all’ombra del castello di Carlo V.

È l’inizio di una cavalcata impetuosa. Alla settima giornata di campionato, il 26 ottobre 1975, il Lecce incontra il fortissimo Benevento, e sulla panca siede Renna per il suo esordio allo stadio “Via del mare”. Il Lecce vince di misura (1-0); vince anche la domenica successiva e quella dopo ancora: è fin troppo evidente che la scintilla è scoccata, ed altrettanto evidente che il trend si sta invertendo.

Mister Renna, oltre a sistemare al meglio la squadra in campo, chiede nuovi giocatori per potenziare la squadra, e le scelte sono determinanti: arrivano il forte l’attaccante Loddi dalla Lazio, il fantasioso centrocampista Giannattasio, suo ex compagno nel Brindisi (dove Renna è stato anche allenatore-giocatore, funzionava così a quei tempi), di Vinicio, e il portiere Di Carlo.

Qualche settimana dopo il Lecce va Cosenza e domina con un tennistico 6 – 1. Da quel momento il gruppo di Renna non si ferma più, nonostante un battagliero Benevento che tiene vivo il campionato fino alla penultima giornata: i giallorossi fanno visita agli “omonimi” del Messina, e viene fuori  un salomonico pareggio (1-1), che significa promozione in B dopo ben 27 anni trascorsi negli inferi della serie C. L’ultima partita casalinga è contro il Sorrento, ed è solo un’occasione per fare festa al “Via del mare”, e darsi appuntamento con i tifosi per la stagione successiva, tra i cadetti.

Il Lecce vince quindi il suo girone di campionato ma, come anticipato, la bacheca quell’anno si arricchisce eccezionalmente di altri due titoli.

Foto dal libro “Coppe Anglo italiane – 1968 1976”, Geo Edizioni – Collezione Alessandro Lancellotti

Il secondo titolo, la Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti (Anglo-Italian Semiprofessional Tournament) è una competizione calcistica organizzata tra squadre semiprofessionistiche, congiuntamente, dalle federazioni inglese ed italiana, come complemento al torneo Anglo-Italiano. Questa coppa, istituita nel 1975, vede di fronte i vincitori della Coppa Italia Semiprofessionisti (oggi coppa Italia di C) e quelli della Football Conference inglese (oggi National League), prima categoria non completamente professionistica. La squadra salentina, vincitrice della Coppa Italia semi-professionistica 1975-76 affronta lo Scarborough, formazione del North Yorkshire e campione del Football Association Challenge Trophy, la neo istituita Coppa d’Inghilterra per semiprofessionisti; all’andata, a Scarborough, il 24 settembre 1976, la squadra di casa vince 1-0 con un goal di Harry Dunn. Al ritorno, due settimane più tardi, il Lecce ribalta tutto. Prima, impiega tre quarti dell’incontro per pareggiare i conti con l’andata (autogoal di Deere al minuto ‘66). Si rimane, quindi, in parità fino alla fine dei tempi regolamentari, e i giallorossi trovano la vittoria finale soltanto nel corso dei tempi supplementari, durante i quali il centravanti Gaetano Montenegro si scatena, e mette a segno ben tre goal, ai minuti 101′, 113′ e 115’, assicurando così la vittoria per 4-0, e la vittoria del trofeo agli uomini di Mimmo Renna. La competizione ha però vita breve e si disputa soltanto in due edizioni (1975 e 1976) perché viene soppressa proprio nel ’76, facendo si che il Lecce rimanga, nella storia, l’unica squadra italiana ad averla vinta (l’anno precedente è il Brescia a cercare, senza successo, la vittoria che va, invece, alla formazione del Wycombe).

Il titolo che completa il triplete leccese è, come detto, la Coppa Italia Semiprofessionisti 1975-1976. Il cammino che conduce i giallorossi alla vittoria finale è letteralmente chilometrico, quell’anno il Lecce gioca nel girone numero 28 (su 30 totali sparsi in tutta la penisola), e si trova di fronte Nardò e Monopoli. Una volta superato il primo turno, nelle fasi ad eliminazioni diretta, i salentini incontrano ed eliminano, nell’ordine, Nocerina, Sorrento, Marsala e Ischia, prima di arrivare in finale col Monza e batterlo di misura (1-0). La bacheca ora è davvero piena.

Siamo sicuri che il grande Mimmo Renna, che ci ha lasciato poco più di due mesi fa, sarebbe stato felice di partecipare alla festa di compleanno, da poco trascorsa, per le centoundici candeline del suo Lecce e, altrettanto contento, di sapere che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, ci sono innamorati del pallone, come noi, che trovano più fascinoso e romantico parlare del triplete del Lecce di Mimmo, piuttosto che di quello di Mou. Con tutto il rispetto, caro Josè.

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