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Calcio, Arte & Società

Ascesa e declino di un campione: Umberto J. Contini porta in scena “Garrincha”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Il viaggio alla ricerca del connubio “Arte & Calcio” si dirige quest’oggi verso il Tavoliere delle Puglie. La nostra attenzione si è posata sull’intraprendenza di un giovane attore ventunenne che ha voluto portare in scena la vita di “Garrincha”. L’opera, scritta diretta e interpretata dal foggiano Umberto J. Contini, è un monologo dedicato alla storia di un uomo davvero singolare e di un calciatore divenuto leggendario nonostante alcune particolarità fisiche che non sembravano davvero agevolarlo nella pratica sportiva. Affetto da un leggero strabismo aveva una gamba più corta dell’altra di sei centimetri, la spina dorsale curva, un ginocchio sofferente perché colpito da valgismo e l’altro affetto da varismo. Queste difficoltà fisiche non gli hanno impedito di scrivere la Storia con la “S” maiuscola. Un uomo diventato calciatore e soprannominato l’alegria do Povo (la gioia del popolo), divenuto Campione del Mondo per ben due volte con il suo Brasile: nel 1958 in Svezia e nel 1962 in Cile.

Contini, il giovane artista da noi raggiunto per l’occasione, ci confessa che il calcio è abbastanza lontano dal suo stile di vita, e ci racconta come questo personaggio sia invece entrato dentro di lui… “Tutto nasce qualche mese fa”, ci dice l’artista, “quando il libraio con il quale collaboro mi ha sottoposto una “Graphic novel” dal titolo GARRINCHA – L`ANGELO DALLE GAMBE STORTE. Mi ha chiesto poi se me la sentivo di fare uno spettacolo su di lui. Credetemi, io non sapevo nemmeno chi fosse Garrincha. Ho effettuato allora delle ricerche, degli studi, per approfondire la sua vita. Mi sono documentato molto e la ricerca più proseguiva più diventava interessante. Non è una storia banale, ma riguarda un uomo che nasce in una zona povera del Brasile, a Pau Grande, colpito da poliomielite, che ha una gamba più corta dell’altra che si ritrova ad essere la più grande ala destra dell’epoca e forse di tutti i tempi. Una storia affascinante che narra di un “passerotto”, detto appunto “Garrincha”, nome con cui in Brasile si indica un piccolo uccello, che vola così in alto dove nessuno era arrivato prima. Una storia rovinata e distrutta dai vizi: alcool, fumo e donne. Vizi che lo riportano al punto di partenza, alla miseria e all’indigenza cui non era più abituato. La sua storia contiene comunque un messaggio di speranza: se Manoel Francisco dos Santos, meglio noto come Garrincha, con quelle difficoltà fisiche è arrivato sul tetto del mondo, chiunque può raggiungere qualsiasi traguardo.”

Umberto è molto coinvolto dalla storia che porta in scena; la sua voce e il suo tono sono incalzanti e piacevolmente coinvolgenti,” La rappresentazione si svolge nella stanza d’ospedale di Garrincha, dove fu ricoverato gli ultimi giorni della sua vita”, prosegue l’attore, “Giorni, quest’ultimi, vissuti ormai in condizioni assurde, praticamente ubriaco in “viaggio” da un bar all’altro, tanto da dover essere ricoverato. In questa stanza assistiamo ad una sorta di conferenza stampa immaginaria: l’ultima. Una rappresentazione interattiva, dove i presenti tra il pubblico “interpretano” i giornalisti che porgono domande. Un’intervista che avrebbe forse voluto fare davvero e che nella narrazione costituisce quel classico momento prima della morte in cui tutta la vita passa davanti agli occhi. Nel rispondere alle domande “Garrincha” si lascia andare ai ricordi, alla sua storia. Un viaggio che parte dall’infanzia e arriva sino al momento in cui diviene un calciatore. Attraversa le stagioni al Botafogo e celebra i successi sportivi. Poi arriva la parte triste della vita. Il suo rapporto con le tante donne e i tanti figli sparsi per il mondo. Il suo rapporto con Elza Soares terminato con la violenza. L’incidente d’auto dove perse la vita la suocera e i tanti eccessi di una vita sul filo del rasoio. L’arrivo infine della depressione e il tentato suicidio. I problemi con l’alcool e i dolori perenni… quei tremendi dolori alle gambe su un fisico ormai stanco. Durante tutta la rappresentazione una candela accesa in una gabbia per uccellini accompagna la narrazione. Una candela che rappresenta il protagonista, e che si spegne come si spegne la sua vita”.  

Una storia importante da raccontare, dai risvolti molto duri. Una modalità, quella del monologo, di solito appannaggio di artisti “consumati”: molta curiosità quindi nella scelta artistica di questo giovane attore.

La rappresentazione, che “toccherà” altre piazze, andrà in scena al Lazy Cat di Foggia il prossimo 1° novembre. Allora affrettatevi a prenotare “che il posto quello è”.

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Classe ’68, appassionato di un calcio che non c’è più. Collezionista e Giornalista, emozionato e passionale. Ideatore de GliEroidelCalcio.com. Un figlio con il quale condivide le proprie passioni. Un buon vino e un sigaro, con la compagn(i)a giusta, per riempirsi il Cuore.

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Il “Calcio Sacro” di Nicola Bertoglio

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Accostare la parola “Calcio” alla parola “Sacro” porta con se almeno altri due termini: irriverenza e superficialità. Eppure in molti hanno associato queste due parole che sembrano distanti tra loro. Per esempio, nei “Saggi sulla letteratura e sull’arte” Pasolini afferma come il calcio sia “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”. Alcuni studiosi, inoltre, come il filosofo Alessandro di Chiara o l’antropologo Harvey Whitehouse hanno analizzato i comportamenti dei religiosi e quelli dei tifosi trovando molti punti di contatto. Insomma il tema non è banale certamente e la discussione è aperta più che mai: nessuna irriverenza ma profondo rispetto e nessuna superficialità. E’ partendo da questi presupposti e ragionamenti che Nicola Bertoglio cerca questi punti di contatto e li rende “Arte”.

Ma chi è Nicola Bertoglio? Che tipo di arte è la sua? e cosa utilizza per cogliere questi momenti di sovrapposizione tra il calcio e la sacralità tipica della religione?

Nicola nasce a Cremona 45 anni fa e trascorre l’infanzia nelle zone d’origine. Qui inizia ad avvicinarsi alla poesia e partecipa ad alcuni concorsi sia a livello locale che nazionale. Si trasferisce poi a Milano dove lavora come consulente informatico in banca. Ora le sue passioni per la poesia e l’arte hanno trovato una convergenza verso l’iPhoneografia, ossia la sperimentazione con la fotografia da smartphone. Una dimensione, quella della iPhoneografia, che consente a Nicola di trovare la giusta modalità per raccontare la sua visione del mondo maturata attraverso viaggi ed esperienze in tutta Europa. Le sue opere sono state presentate e esposte sia in Italia sia all’estero e alcune sono presenti, tra gli altri, presso il Comune di Osnago, Lecco, e nel MuSA di San Giorgio di Pesaro.

Il calcio è uno sport molto lontano da Nicola, anzi lo era… ”Sapevo poco anche le regole, quelle che si sanno da piccoli e poco altro, non l’ho mai seguito ne tantomeno praticato. Poi ho letto il libro del mio amico filosofo e Presidente del Brera Calcio Alessandro Aleotti, “Il Calcio perfetto”. Ho giudicato il testo interessante, in maniera particolare quando ho letto che … “Lo spettacolo calcistico è integralmente costituito da elementi religiosi: lo stadio come tempio, la ritualità esasperata della partita, l’ossessiva ripetizione dei canti corali dei tifosi, la cadenza domenicale come tempistica tradizionale della funzione, la santificazione dei protagonisti e, infine, l’attesa messianica del frutto di questa religione: il gol”. Ecco queste parole sono state per me di grande ispirazione. Ho allora cercato di trovare quell’emozione, quel sentimento e quella tensione verso il trascendentale… verso il Sacro. E solo dove il calcio è povero, dove non ci sono soldi, quindi nei campi di periferia dove giocano i dilettanti, è dove ci si crede davvero. E non fa differenza se si gioca la finale di Champions o si gioca in periferia: la magia e la sacralità del calcio si ripetono sempre, ogni volta che un pallone viene preso a calci”. E’ lì che regna l’universalità del calcio.

“Ho cercato quindi di riprendere e immortalare i momenti più importanti, più significativi e suggestivi di questo spettacolo chiamato calcio”, continua Nicola, “nei campi di periferia, dove spesso queste squadre rappresentano zone con un vissuto sociale importante, problematico. Sono un concentrato di nazionalità e religioni diverse, abitudini e idee politiche distanti anni luce. Il calcio, nella sua magia, riesce a far superare queste barriere, mettendo insieme anime diverse che mai avrebbero lottato per uno stesso obiettivo in un altro contesto, in un contesto diverso dal calcio. Qui invece si sceglie si stare insieme e ognuno persegue il gol e la vittoria come un riscatto anche sociale. Una vittoria che è lo stare insieme e lottare per un ideale, dove l’allenatore diventa un maestro di vita. Tutto ciò diventa un mondo enorme a disposizione per l’arte. Io sono sempre molto attento quando con il mio iPhone invado gli spazi quali spogliatoi, docce e campi dove si gioca o allenano i ragazzi. Rimango in religioso silenzio, come in chiesa, e rispetto il luogo, il campo. Io ricevo da questi ragazzi e da tutto l’ambiente circostante una grande energia. Faccio circa mille scatti a partita, per fare poi cinque o sei opere composte ognuna da quattro di questi scatti. Creo delle composizioni di contenuto e forma: il contenuto è la verità, il calcio stesso e la forma la costruisco io. Io voglio parlare all’arte con la forma”. Nicola è molto preso dalla conversazione, si sente che è qualcosa in cui crede davvero, è trasportato da questi suoi pensieri.

“Creo delle composizioni di più immagini”, continua l’artista, “per portare colui che osserva a comporre egli stesso la narrazione. Il fruitore deve impegnarsi, perché la lettura non è semplice, deve prestare attenzione, ragionare, insomma deve soffermarsi di fronte l’opera. E’ necessario approfondire la sequenza… E’ uno sforzo che chiedo a colui che guarda le mie opere, è una mia scelta, pur consapevole che è una scelta controcorrente rispetto alla fretta che contraddistingue la vita odierna”.   

Anche la modalità di presentazione delle opere è molto innovativa: “Le immagini sono stampate su lastre di alluminio Chromaluxe con l’obiettivo di replicare lo schermo luminoso dell’iPhone. Mentre la forma quadrata delle stesse lastre di alluminio è dovuta alla forma delle immagini generate dall’applicazione Instagram”.

Tutte le opere di Nicola Bertoglio sono realizzate in una unica copia, ciò rende ogni “pezzo” un oggetto unico e non delle semplici stampe.  Le opere non hanno titolo, ma sono denominate “Versetti” e hanno un numero, come nei testi sacri.

E allora ecco che i palloni, le porte i scarpini, gli abbracci dei giocatori e dei tifosi, ma anche i momenti di tristezza e le imprecazioni diventano arte.

“Questi ragazzi ogni domenica si mettono la maglia e scendono in campo. Non guadagnano nulla, non sempre vincono. Si fanno male, si infuriano e alcune volte si abbracciano. Alla fine si tolgono quella maglia e tornano a casa, alle loro vite e ai loro problemi, pronti però a rifarlo la domenica successiva, ancora e ancora. Ci credono, davvero, in loro stessi, nei compagni, nel pallone. E’ quello che sono.” (Cit. Nicola Bertoglio)

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1979, il piombo non dorme mai. Fine di un decennio

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Pubblichiamo, come preannunciato (vedi video-intervista con l’autore qui), il secondo estratto del libro “Cavalli selvaggi” di Matteo Fontana, edito per Eclettica Edizioni. Il testo, tratto dall’omonimo capitolo, racconta del 1979 a Milano tra Beccalossi e Rivera che si è ritirato mentre la città attraversa un forte stato di tensione, tra Toni Negri e Giorgio Vale. Ringraziamo ancora l’autore e la casa editrice per averci dato la possibilità di pubblicare anche questo estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Buona lettura.

Federico Baranello

1979, il piombo non dorme mai. Fine di un decennio

dal libro di Matteo Fontana “Cavalli selvaggi”

Il 1979 in Italia è stato un elenco di drammi e tragedie, ma anche di risposte. O, almeno, così sembra che sia, in quel momento. Il 23 febbraio, il processo di Catanzaro per la strage di Piazza Fontana porta a un verdetto: Franco Freda e Giovanni Ventura sono condannati in primo grado all’ergastolo come organizzatori dell’attentato. La stessa pena viene irrogata a Guido Giannettini, reclutato dal SID e chiamato, sotto copertura, Agente Zeta, considerato il tramite tra gli estremisti di Ordine Nuovo e i servizi segreti. Freda e Ventura, però, nel frattempo sono fuggiti: saranno arrestati in agosto, l’uno individuato in Costa Rica, l’altro in Argentina. Ad aprile, a Roma, un iscritto all’MSI, Claudio Minetti, già militante in Avanguardia Nazionale, entra nella sezione del PCI del quartiere di Torpignattara e accoltella Ciro Principessa, aderente alla FGCI, ammazzandolo. Le Brigate Rosse uccidono a Milano, a Roma e Genova. Prima Linea a Torino. I NAR continuano a sparare e maturano un avvicinamento con alcuni componenti di un altro gruppo neofascista, Terza Posizione. A fondarlo sono stati tre attivisti di ultradestra, Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Giuseppe Dimitri. È una forza che si colloca in equidistanza tra la NATO e il blocco sovietico e che marca la differenza dall’MSI, ritenuto sempre più vicino all’atlantismo e incline a scelte moderate. Quando nasce e comincia a radicarsi sul territorio, da Roma al Nord Italia, soprattutto nei quartieri popolari e nelle scuole, non è assimilabile ai NAR. Ne sono colonne portanti molti ragazzi della destra radicale: i fratelli Nanni e Marcello De Angelis, Massimo Taddeini e Andrea Insabato. Si consolida anche in Sicilia, attraverso l’adesione di un insegnante di lettere che ha un passato all’interno di Ordine Nuovo, Francesco Mangiameli. Il transito di settori della struttura all’area del terrorismo comincia proprio negli ultimi mesi del 1979 e porterà agli arresti di tre esponenti della formazione: con Dimitri, Roberto Nistri e Alessandro Montani. In un edificio da cui sono passati, in via Alessandria, a Roma, vengono reperite armi ed esplosivi. Di qui in poi degli aderenti a Terza Posizione inizieranno ad agganciarsi ai NAR. Il più spregiudicato e duro di loro è un diciassettenne, eritreo per parte di padre, soprannominato “il Drake”. Si chiama Giorgio Vale e la sua vita sarà una corsa folle che durerà poco. I camerati che sparano sono sempre di più, sempre più sanguinari, sempre più spietati, sempre meno guardinghi di fronte al rischio che per loro è una dipendenza quotidiana. Attirano ragazzi giovanissimi. Non soltanto Vale, ma anche Luigi Ciavardini, che già a sedici anni, da frequentatore delle sezioni romane dell’MSI, è stato arrestato per rapina. Ognuno di loro ha un’unica ossessione, ovvero armarsi e colpire.

Nell’ultrasinistra, invece, sono giorni di caos. Il 7 aprile scatta un’operazione di polizia che mette sotto attacco tutta l’area di Autonomia Operaia. Una retata che porta all’azzeramento di chiunque sia individuato come una possibile presenza sovversiva. Le leggi speciali introdotte in seguito al sequestro Moro hanno reso più strette le possibilità di diffondere materiali e pensieri ideologicizzati. Negli anni precedenti il fulcro dell’attività degli autonomi era diventata l’università di Padova, nelle cui aule diversi docenti, a cominciare da Toni Negri, professore di Dottrina dello Stato alla facoltà di Scienze Politiche, predicano la lotta alle istituzioni. Le dichiarazioni di Negri sono un incitamento allo scontro e al rovesciamento del sistema sociale esistente: “Immediatamente mi sento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna”, afferma. Le sue posizioni sono il riferimento per studenti che si tramutano in seguaci e che invadono le piazze, praticando atti di violenza che trovano una fitta eco sulle frequenze di un emittente, Radio Sherwood, diretta dal giornalista Emilio Vesce. La stampa parla di “cattivi maestri”, mentre la magistratura indaga e, in capo all’inchiesta, il giudice Pietro Calogero, sostituto procuratore di Padova, emette una lunga serie di ordini di cattura, colpendo Negri, Vesce e gli altri principali referenti dell’Autonomia, fino a Oreste Scalzone. È l’inizio di una stagione che condurrà a inquisire, arrestare e incarcerare migliaia di attivisti di sinistra, mentre il Partito Comunista, fin dai primi atti applicati da Calogero, condanna gli autonomi. Il giudice teorizza che ci sia una collusione tra tutti i segmenti che agiscono per la sovversione e che pone al vertice le Brigate Rosse, di cui Negri, inizialmente, è reputato come l’ideologo. La tesi di Calogero ruota attorno alla finalità che il magistrato, nei provvedimenti presi il 7 aprile 1979, indica come l’obiettivo cui mirano gli esponenti della sinistra extraparlamentare, che essi siano operativi, fiancheggiatori o soltanto simpatizzanti: l’insurrezione armata contro lo Stato.

Prova a innamorarsi, l’Italia del 1979. Prova a sognare sentimenti puri, romantici, delicatamente dolci. Quelli di cui parla Adriano Celentano, che riconquista i vertici delle classifiche di vendita con la sua nuova canzone, “Soli”: “È inutile chiamare/Non risponderà nessuno/Il telefono è volato fuori/Giù dal quarto piano/Era importante sai/ Pensare un poco a noi/Non stiamo insieme mai/Ora sì ora qui/Soli/La pelle come un vestito/Soli/Nel cuore guarda chi c’è/Io e te/Soli/Le briciole nel letto/Soli/Ma stretti un po’ di più/Solo io solo tu”[1]. Ed è anche un’Italia che ride al cinema con “Un sacco bello”, travolgente film con un attore comico che crea dei personaggi esilaranti, Carlo Verdone. Prova a divertirsi, l’Italia, e lo fa anche con il calcio, con il genio di quel ragazzo che l’Inter aveva ingaggiato dal Brescia nel 1978, Evaristo Beccalossi. È un destro naturale, ma da bambino stravedeva per Omar Sivori, portentoso mancino, e così, per imitarlo, durante le pause, a scuola, si esercitava a usare il sinistro, calciando la palla contro il muro. Quel piede diventa, per lui, come il pennello di un pittore astratto: disegna qualcosa che ritrae e immagina. Beccalossi è un visionario, un poeta che non compone versi in rima, ma distribuisce endecasillabi che si mescolano con ditirambi, sestine alternate a quaternari, sonetti che si accavallano a madrigali. Il Milan è senza Rivera, l’Inter ha Beccalossi: c’è la sembianza di una nemesi, in un passaggio che attraversa la Milano che scappa dal piombo per abbracciare le speranze ancora incerte degli anni ‘80. Gianni Brera incide il cambiamento nel soprannome che dà a Evaristo: “Driblossi”, lo chiama, per la maniacale dedizione alle serpentine, all’irridente giocata che supera l’avversario, ripetuta spesso oltre la necessità dettata dalla tattica. All’Inter l’aveva segnalato un osservatore, Mario Mereghetti, che a Beccalossi confiderà, poi, di essere stato colpito da un’azione in cui dopo aver dribblato cinque uomini era arrivato da solo davanti al portiere, calciando fuori. Proprio questa combinazione di smisurato talento e incontenibile sregolatezza conquistano la sua attenzione. Il trasferimento all’Inter aprirà un’era di umorali bellezze e assenze cosmiche. I suoi stessi compagni, consci di quanto Beccalossi fosse volubile in campo, prima delle partite lo guardavano e si chiedevano se quel giorno avrebbero giocato in dieci e in dodici, perché quando Evaristo aveva la luna dritta decideva da solo il destino di una gara: “Ci stiamo facendo il culo per te, vedi di inventarti qualcosa e di farci vincere”, gli dice spesso, sul campo, Gabriele Oriali, infaticabile mediano che con Giampiero Marini e Beppe Baresi è uno dei pretoriani che permettono a Beccalossi di giocare secondo la propensione dell’attimo, senza che la squadra ne sconti le incalcolabili pause. Anche Eugenio Bersellini, ruvido eppure paterno allenatore interista, tollera le sue abitudini per nulla da atleta: la sigaretta sempre accesa, il piacere per gli svaghi serali, l’idiosincrasia per i codici. Perché lui, il Becca, quando gli gira, non lo tiene nessuno. Nel 1979 inizia la seconda stagione in nerazzurro e fin dalle prime partite il suo estro è la catapulta che scaglia in alto l’Inter. La sua intesa con Alessandro Altobelli, che si sta consacrando come uno dei più forti attaccanti della Serie A, è quella di un duetto che sa andare a tempo qualsiasi sia la musica da suonare, dal jazz al swing, dal blues al rock. Menestrello dai molti strumenti, Beccalossi fa segnare caterve di gol ad Altobelli, senza mancare di farne pure lui. Alla terza giornata, a San Siro, arriva la Lazio. Becca sblocca la partita con un destro fiondato in porta appena all’ingresso dell’area. Quando Giordano pareggia, sulle tribune c’è qualche brontolio. L’Inter non vince lo scudetto dal 1971 e spesso, in quegli anni, ha giocato gare simili, all’apparenza in discesa e, all’improvviso, divenute complicate. Beccalossi, però, comincia a scrivere un’altra storia. Il suo marcatore non sa come fermarlo, così lo martella fino a prendere due ammonizioni in pochi minuti e a lasciare il campo. L’Inter, con un uomo in più, vince con un gol di Marini. Sarà il via a una marcia che si trasformerà in trionfo.

[1] “Soli”, testo e musica di Miki Del Prete, Cristiano Minellono e Toto Cutugno, Clan Celentano, 1979

Qui puoi leggere il primo estratto pubblicato il 5 gennaio u.s. dal titolo “Roma spara. La Lazio di Giordano”

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Roma spara. La Lazio di Giordano

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Pubblichiamo, come preannunciato (vedi video-intervista con l’autore qui), il primo estratto del libro “Cavalli selvaggi” di Matteo Fontana, edito per Eclettica Edizioni. Il testo, tratto dall’omonimo capitolo, racconta di Bruno Giordano e alcune vicende che hanno riguardato la sua ex moglie, Renatino De Pedis e la Banda della Magliana. Ringraziamo l’autore e la casa editrice per averci dato la possibilità di pubblicare questo estratto in esclusiva per i lettori de Gli Eroi del Calcio.

Buona lettura.

Federico Baranello

 

Roma spara. La Lazio di Giordano

dal libro di Matteo Fontana “Cavalli selvaggi”

“In quella Roma omicida, la Lazio prova a riprendersi dai lutti che l’hanno travolta. La morte di Tommaso Maestrelli, quella di Luciano Re Cecconi. Con Giorgio Chinaglia che a New York si è preso l’America del soccer con i Cosmos ed è distante un oceano e più dai biancocelesti, con i sogni che sono svaniti insieme ai risultati, della grandezza che fu è rimasto poco. Eppure l’animo selvaggio della Lazio non è smarrito del tutto. Ancor di meno ne è andato perduto il talento estroso. A incarnarlo è Bruno Giordano. Dai giorni del debutto ha affinato le doti che lo contraddistinguono. Sa segnare di destro, di sinistro, di testa. Ha il fiuto dell’attaccante d’area e la tecnica del rifinitore di classe. Trasteverino, ha imparato a giocare in oratorio, tra i vicoli e le strade della Roma più popolana. È un prete, don Francesco Pizzi, a fare il suo nome a Enrique “Flacco” Flamini, grande giocatore laziale tra gli anni ’40 e i ’50, divenuto poi allenatore delle giovanili della società. Per 30000 lire e dieci palloni, Giordano, nel 1969, entra nel vivaio della Lazio. La sua ascesa è irresistibile. L’Olimpico lo elegge presto proprio beniamino. Lo sarà ancor di più il 2 ottobre 1977. Sono trascorsi tre giorni dai fatti di Piazza Igea che costeranno la vita a Elena Pacinelli, due dall’assassinio di Walter Rossi. Vicende agghiaccianti che si tramutano in tremenda costante per Roma. La Lazio, allenata da Luis Vinicio, gioca in casa con la Juventus, campione d’Italia in carica. I bianconeri arrivano alla sfida da primi in classifica. Giordano sembra un eroe uscito dai versi dell’Eneide di Virgilio. Gioca una partita sontuosa, in una giornata che per la Lazio si fa subito memorabile, quando Renzo Garlaschelli segna, al 3’, il gol dell’1-0. Il secondo tempo è uno spettacolo interpretato da Bruno. Al 55’ la rete del raddoppio è sua: una girata mancina, al volo, sul cross di Ghedin, con Dino Zoff che resta di marmo. Il capolavoro definitivo, però, arriva 12’ dopo. Su una respinta in area della difesa juventina, Giordano controlla, aspetta l’uscita di Zoff e calibra un pallonetto di finissima fattura che scatena la dionisiaca esultanza del pubblico dell’Olimpico. Dopo quattro turni, dovrebbe essere l’inno che anticipa una grande stagione. Non è così: la Lazio non ha equilibrio, alterna buone gare a prestazioni scadenti. Vinicio sarà esonerato nel finale e Bob Lovati, richiamato di nuovo a tenere la barra dritta, consentirà alla squadra di salvarsi senza affanni, ma con poca gloria. Tutto questo nonostante un attacco prolifico. Garlaschelli è, con Martini, Wilson e D’Amico, l’ultimo pirata della Lazio che fu. Con Giordano costituisce una coppia che parla la stessa lingua. Nelle giornate di buona vena, Renzo è incontenibile. Segna 7 gol. Bruno ne realizza 12, ma ancor meglio farà nel campionato successivo, sempre supportato dal “Garla”. Tocca le 19 marcature ed è il capocannoniere della Serie A. Con Lovati in panchina, è in corso un ricambio generazionale che richiede pazienza.  La Lazio non può coltivare grandi ambizioni: l’ottavo posto finale è dignitoso. Il presidente Lenzini, d’altro canto, ha risorse economiche contenute e il sacrificio vero, per lui, è trattenere Giordano, per cui piovono offerte ricchissime, e che ha anche esordito in Nazionale: la prima partita in azzurro la disputa il 21 dicembre 1978. Il teatro è Roma, l’Olimpico. Prende il posto di Francesco Graziani in un’amichevole che l’Italia vince per 1-0 con la Spagna. Il suo mondo appare fiabesco. A ventidue anni, è un campione affermato, un idolo per i laziali, con la prospettiva di essere ingaggiato e ricoperto di soldi da qualche club dalle casse pingui. Inoltre, Bruno ha trovato l’amore. Si sposta alla fine del campionato che l’ha incoronato re del gol della Serie A.  Il 16 luglio 1979 si celebrano le nozze con Sabrina Minardi, una splendida ragazza dai lunghi capelli neri. Un grande amore che, però, entra presto in crisi. L’attaccante è una stella acclamata, un personaggio pubblico che riempie le copertine delle riviste di costume. Spesso lo fotografano in compagnia delle attrici più belle e famose. Sabrina è gelosa. I contrasti aumentano fino alla separazione, dopo che la coppia ha avuto una bambina, Valentina. La storia, però, è ormai finita. Nel destino di Sabrina c’è un burrascoso incontro che le cambierà la vita. Nella primavera del 1982 è seduta con delle amiche a un tavolo di un rinomato pianobar vicino a Piazza Navona, “La Cabala”. Non passa inosservata. Qualcuno chiama un cameriere e le fa recapitare una bottiglia di champagne e un mazzo di rose. Il corteggiatore si presenta a Sabrina come un imprenditore del ramo dei supermercati. In realtà, è Enrico De Pedis, salito al comando della Banda della Magliana, passata per arresti e morti ammazzati, a cominciare da Franco Giuseppucci, ucciso nel 1980 da un clan rivale. De Pedis ha rinsaldato i contatti con l’alta finanza, le banche e la mafia. La Minardi è ammaliata da Renatino, da quell’amore criminale che le consente di avere tutto: “Mi trattava come una bambina, mi portava alla sauna del Grand Hotel – racconterà anni dopo nel corso di una trasmissione televisiva –. Mi faceva mille regali, valigie Louis Vuitton piene di banconote da 100 mila lire, mi diceva spendili tutti, se ritorni a casa senza averli spesi non ti apro la porta. Andavo da Bulgari, da Cartier, pagavo in contanti per due orologi d’oro, i commessi mi guardavano preoccupati, pensavano che fossero il bottino di una rapina. Ma io li tranquillizzavo, dicevo loro: Me li dà mio marito, sapete, è un tipo stravagante…”. Per due anni a Sabrina sembra di essere in un film, la protagonista de “Il Padrino”, la grande saga cinematografica tratta dai romanzi di Mario Puzo e trasposta sullo schermo da Francis Ford Coppola. Quella grande passione, però, è fatta anche di pericoli, di eccessi, di cocaina. Bruno non la cerca più, ma l’avvisa: “Tieni lontana nostra figlia dal tuo uomo. Se sparano a lui possono colpire anche lei. Perché è così che finiscono i boss della mala: con la bocca sotto sul marciapiede”. Intanto Renatino viene arrestato: è il 1984. Esce di galera nel 1987 e si sposa con un’altra. Sabrina se ne va in Brasile. Quando torna, De Pedis la va a cercare. Vuole scappare con lei, andare in Polinesia. Ha capito che il suo tempo sta per finire e che i conti sono rimasti da saldare. Se ne sono andati anche gli anni ’80. Il 2 febbraio 1990, Sabrina e Renatino escono insieme. Mentre lei fa acquisti in una merceria, lui si incontra con Angelo Angelotti, un vecchio esponente dei maglianesi, in via del Pellegrino, dietro a Campo de’ Fiori. De Pedis, dopo averlo salutato, sale sul proprio motorino. Lo affiancano due killer. Viene giustiziato con un colpo alla schiena. Il boss è morto come aveva detto Bruno a Sabrina: con la bocca sotto sul marciapiede”.

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