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Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Il nostro viaggio nell’”Evoluzione della tecnica calcistica” continua… Negli appuntamenti precedenti abbiamo approfondito la dotazione tecnica dei primi footballers: scarpe da giuoco, parastinchi e divisa. Successivamente abbiamo cercato di capire come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque e poi abbiamo effettuato una panoramica sull’evoluzione del Regolamento del Gioco. Oggi iniziamo a distinguere le caratteristiche dei vari “stili nazionali”, le cosidette “Scuole”.

Buona lettura.

1910-1940: il Trentennio in cui il football diventa “il bel gioco”

Il gioco che i Britannici esportarono in tutto il mondo era dunque un calcio rudimentale e vigoroso. Da quanto abbiamo fin qui visto, fuori dall’Inghilterra nei primissimi anni del Novecento, ciò che si presentava agli occhi dei curiosi era un gioco fatto di contrasti e veri corpo a corpo e copiose mischie, soprattutto davanti alle porte. C’erano lanci lunghi e potenti ribattute; gli “avanti” più virtuosi correvano in posizione di ala e, quando ricevevano la palla, spesso venivano fermati con avventate entrate in tackle lungo la linea dell’out e talvolta con calcioni agli stinchi, nel rozzo ma leale tentativo di togliere palla e arginare il pericolo. Al principio, i calci non proditorii agli stinchi non erano puniti –e ciò spiega l’originario uso dei parastinchi, molto più diffuso che non ad esempio negli anni Settanta.

Ai tempi dei pionieri, tuttavia, il recupero della palla era più una tecnica di intercetto che di contrasto: a centrocampo si cercava di intercettare i lanci o i passaggi dell’avversario, molto più spesso che non portare il tackle, probabilmente perché il dribbling, tutto sommato, era poco praticato –perciò meno redditizio.

I passaggi corti erano soprattutto assist rasoterra –specialità più scozzese che inglese. C’erano gli stop con “il piatto” del piede, ma soprattutto piantando la suola sul pallone; per dirla alla Gianni Brera: “come i cacciatori ritratti con il piede sopra la preda abbattuta”.

Proprio con lo sviluppo dei vari “stili nazionali di gioco” (le scuole) e con il ripetuto confronto fra essi, fiorirono tecniche calcistiche sempre più raffinate, dapprima in Sud America poi nell’Europa Centrale. A questo punto della narrazione, tecnica calcistica ed evoluzione del pallone tornano a intrecciarsi…

 Le rozze sfere di cuoio d’inizio Novecento, testimoniano che il colpo di testa nacque di “parto travagliato”. Come a dire che i palloni, con le dure stringhe di cuoio, scoraggiavano tale spettacolare tecnica calcistica; è perciò logico supporre che ciò influenzava l’impostazione sia della difesa che dell’attacco. Certamente, più di livello erano le squadre, e maggiori erano le probabilità che tra le loro fila ci fossero robusti terzini colpitori di testa e, già più raramente, temerari attaccanti con la stessa determinazione. Ma il colpo di testa agli albori del football rimaneva comunque una tecnica poco praticata, addirittura d’élite…

Nel tempo gli sforzi si orientarono a favorire le giocate di testa, prima provvedendo palloni con stringhe più morbide (in tessuto), poi eliminando le stringhe stesse su palloni dotati della valvola di gonfiatura; ecco il classico esempio dell’evoluzione del pallone che cammina di pari passo con l’evoluzione della tecnica calcistica. I palloni con le stringhe, tuttavia, non condizionavano soltanto i colpi di testa, ma anche –forse soprattutto– limitavano i portiere nelle prese, quindi nelle parate cosiddette plastiche: la traiettoria della palla non era mai retta e controllabile, perciò “non affidabile”.

Di fatto, i portieri si esibivano in truculente, talvolta eroiche, ribattute con le mani e con i piedi; ciò sovente favoriva la realizzazione di non pochi goal, a loro volta marcati da lesti giocatori che ribattevano in rete la palla ancora viva. Furono molti gli attaccanti che costruirono la loro fama e carriera sulla sveltezza nell’approfittare delle ribattute dei portieri.

In tale frangente, la costituzione dei palloni condizionava il calcio “sotto porta” e ancor di più le parate dei portieri: chiaramente, un tiro di testa mancato era ininfluente; ma una ribattuta sfortunata, poteva cambiare il risultato della partita. Gol di testa ed eroiche parate di pugno dei portieri si realizzavano durante l’effettuazione dei calci d’angolo. In questo scenario generale, gli stili nazionali di gioco facevano la differenza: erano le famose “scuole del calcio”.

I maestri inglesi non sempre apprezzati

Nel 1914 le squadre inglesi erano nettamente le più forti. Pur tuttavia, durante alcune tournee sudamericane, il loro gioco non entusiasmò gli spettatori; erano particolarmente disapprovate le cariche sull’avversario, che apparivano brutali. Così i pionieri locali di Brasile, Argentina e Uruguay adottarono tecniche a loro più congeniali, che venivano confrontate e conseguentemente affinate in occasione degli incontri internazionali fra le squadre latino americane.

Come osserva lo storico Marco Livrini, la diversa impostazione tecnica fra inglesi e sudamericani era riconducibile a due fattori fondamentali: la gravosa differenza fra i terreni di gioco, e la struttura morfologica dei footballers. Nella terra d’Albionne si giocava su terreni umidi e fangosi e spesso sotto la pioggia; nelle torride lande argentine e brasiliane, povere d’erba e polverose, si poteva giocare anche scalzi. Quanto alla corporatura dei calciatori, le diversità erano anche maggiori: si presentavano aitanti e muscolosi i nordici inglesi, agili e scattanti i sudamericani – fra cui i colored (uomini di colore), dotati anche di una plasticità dei movimenti d’indubbie origini africane.

Le “diversità internazionali” dei pionieri si accentuavano. Nel 1912 il gioco argentino, osservato durante un’amichevole in Brasile, stupì e appassionò gli spettatori brasiliani molto più del football degli inglesi del Corinthias i quali, pur essendo immigrati dilettanti, praticavano il loro classico gioco duro e vigoroso, soprattutto in difesa; gli argentini, invece, giocavano con un maggior controllo di palla, attuando parecchi passaggi, e senza caricare gli avversari. E negli anni a seguire, culminando con il 1920, la stampa sportiva argentina si esprimeva sempre più a favore del calcio della propria scuola, basato soprattutto sul controllo della palla e su tecniche raffinate, perciò nettamente diverso dal football inglese.

Più o meno con le stesse modalità, si affinava il calcio in Uruguay. Dal 1902 uruguagi e argentini si sfidavano in partite appassionanti e focose, fra squadre di club e fra le nazionali. Nello spazio di un paio di decenni, Argentina e Uruguay crearono insieme lo stile di gioco conosciuto come “el fùtbol del Rio de La Plata”.

E’ interessante riportare l’esperienza di una delle migliori squadre di calcio italiane degli anni Venti, il Genoa, campione d’Italia 1922-23. Nell’estate del 1923 i rossoblù s’imbarcarono per una tournée in Sudamerica, e si fecero onore in Argentina, forti anche dell’innesto di altri quattro giocatori di squadre diverse, tra cui il fuoriclasse Baloncieri del Torino. A Montevideo, pur giocando bene, il Genoa uscì sconfitto per 3-1 contro la Celeste; gli italiani rimasero impressionati da una nuova tecnica calcistica praticata dai giocatori dell’Uruguay: la finta di corpo in corsa. Era una mossa fatta con il corpo, atta a disorientare l’avversario; fino ad allora qualcuno la praticava da fermo, sfidando l’avversario a cadere nel tranello. Gli uruguagi invece la praticavano in corsa; e ciò era tanto più difficile quanto efficace. Questa tecnica rimase la più apprezzata dagli stessi giocatori italiani che l’avevano subita.

Nascita delle potenze calcistiche sudamericane

Alle Olimpiadi di Parigi del 1924, la squadra nazionale dell’Uruguay stupì il mondo del calcio, vincendo alla grande il torneo di football, vero mondiale del calcio cui parteciparono ben 22 squadre nazionali. Un filmato dell’epoca, sia pure molto breve, testimonia la bellezza del calcio praticato dagli uruguagi, con finte, passaggi corti e precisi, e deliziosi tocchi di palla.

L’avventura dell’Uruguay alle Olimpiadi del 1924 ebbe anche un prologo piuttosto curioso. Alla vigilia della prima partita, gli allenamenti della squadra sudamericana furono spiati dai giocatori avversari, gli jugoslavi; e questi rimasero divertiti nel vedere i blandi esercizi dei sudamericani, tra cui dei palleggi con palla molto alta che venivano ripetutamente e disastrosamente mancati; gli jugoslavi si sentivano di avere già vinto. L’indomani, l’Uruguay batté la Jugoslavia 7-0; e la marcia trionfale continuò fino al 3-0 nella finale contro la Svizzera. La fig. A.13 è un fotogramma tratto dal filmato di quella finale Olimpica; nell’azione il giocatore uruguagio in possesso di palla, con un dribbling stretto e rapido, ha appena superato un avversario (in maglia scura) che appare visibilmente disorientato: per costui la palla era magicamente “sparita”. Agli occhi di uno sportivo del Duemila, quel calcio sarebbe apparso moderno e soprattutto completo, nella tecnica e negli schemi.

Fig. A.13: Fase di gioco della finale Olimpica 1924 (fotogramma dal filmato ufficiale). I giocatori dell’Uruguay (in maglia chiara) esibirono un calcio spettacolare e virtuoso, ricco di tecnica.

Alle Olimpiadi successive di Amsterdam nel 1928, l’Uruguay rivinse il titolo olimpico-mondiale, stavolta battendo i cugini dell’Argentina nella ripetizione della finale, dopo che la prima partita era terminata in parità. La qualità del gioco espresso dalle due squadre confermava la loro posizione di autentici leader mondiali del calcio. Al torneo del 1928 mancava l’Inghilterra, così come sarebbe mancata ai primi tre Mondiali della FIFA. La sfida tra Argentina e Uruguay divenne un classico e, com’è noto, si ripeté all’edizione del primo Mondiale nel 1930.

Il Brasile si fece notare più tardi, quando i club più importanti cominciarono ad ingaggiare i giocatori neri. Fino al 1925 il futebol era precluso ai neri; ma dal 1925 il più famoso club di San Paolo ruppe gli indugi, e cominciò a schierare diversi giocatori di colore, i quali si dimostrarono determinanti per la qualità e le tecniche del gioco. Lentamente –e non senza contrasti– altri club brasiliani imitarono il San Paolo, e finì che i giocatori neri entrarono anche nella squadra Nazionale verde-oro –che però all’epoca vestiva la maglia bianca. Nel 1938 al mondiale di Francia, il Brasile era già la nazionale più prestigiosa con stelle di assoluto valore mondiale, tra cui il difensore Domingos da Guia e il centravanti Leonidas –proprio due giocatori dalla pelle scura. La tecnica calcistica dei brasiliani era molto fine, con dribbling, palleggi e perfino colpi di tacco. Già da allora, con il Brasile in campo, lo spettacolo era assicurato. Risale a quei tempi la descrizione del calcio brasiliano come “una danza con la palla”; ad inventarla nel 1938 fu l’intellettuale Gilberto Freyre, antropologo e storico brasiliano. Da allora, la metafora del calcio danzato avrebbe accompagnato per sempre il mito della Seleção verde-oro. Negli anni Cinquanta, con l’avvento della televisione, il calcio brasiliano era sempre più apprezzato, al punto da esser considerato il migliore calcio al mondo, anche dagli appassionati europei.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Sesta parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Settima e ultima parte

57 anni, tre figli, un cuore che batte per l’Hellas Verona. Tecnologo alimentare specialista in prodotti da forno industriali. Ex arbitro con la passione del calcio in bianco e nero. Collezionista di palloni, in particolare di quelli utilizzati durante i mondiali.

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20 aprile 1994, golden gol di Orlandini: l’Italia è campione d’Europa Under 21

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Nel 1994 la UEFA sceglie il Campionato Europeo Under 21 per sperimentare il golden goal, la FIFA lo aveva fatto nei suoi tornei giovanili, e nei quarti di finale di quello under 20 dell’anno prima è l’australiano Anthony Carbone al 99° a segnare il primo in assoluto.

La regola inizialmente denominata “Sudden death” si poneva l’obiettivo di trovare un modo migliore dei tiri di rigore per decretare un vincitore in caso di parità nelle partite ad eliminazione diretta. La questione su come risolvere le partite secche è antica come il calcio, sport che abbina la possibilità del “pari” (cosa piuttosto rara nei giochi) alla “scarsezza” di “punti” mediamente segnati in una partita, cosa questa che rende il pari un risultato piuttosto frequente. La Pallamano, la Pallanuoto o il Rugby prevedono il pareggio ma è molto più raro, lo “zero a zero” è poi un risultato forse solo teorico.

Gli sport che non prevedono il pari risolvono spesso le partite con tempi supplementari ad oltranza o anche con il loro equivalente del rigore, ma per quanto si possano protrarre, prima o poi una squadra primeggia. Il calcio ha sperimentato l’avanzamento ad oltranza della partita, ma la difficoltà di segnare un “punto” nel calcio fa sì che con la stanchezza che avanza la possibilità di segnare una rete si assottiglia sempre più, ne sanno qualcosa Benfica e Bordeaux che nel 1950 giocarono una finale di Coppa Latina fino al 146°, quando i portoghesi segnarono su azione di calcio d’angolo. Ma Torino e Legnano nel 1920/21 fecero di meglio: la parità si prolungò sull’1 a 1 fino al 158° quando venne sospesa per l’oscurità (per la cronaca le squadre rinunciarono allo spareggio venendo eliminate entrambe).

Non essendo percorribile procedere ad oltranza il calcio nelle sue manifestazioni ufficiali (almeno quelle FIFA e UEFA) inizialmente applica con regolarità i supplementari, la ripetizione e, come extrema ratio, il “sorteggio”. Soluzioni come i rigori o il Golden Goal erano state sperimentate in tornei minori, UEFA e FIFA non presero però iniziative fino ai primissimi anni 70’ quando introdussero (gradualmente) i rigori. Come però è facile immaginare mano a mano che si abolirono le ripetizioni si fecero sempre più frequenti le partite decise ai rigori e spesso i supplementari si trasformavano in una stanca attesa della “lotteria”. Se lo spettro della ripetizione e del sorteggio faceva sì che se arrivate ai supplementari la partita si chiudesse spesso nell’extra time, il rifugio dei rigori diventa quasi lo sbocco naturale delle partite che terminano i 90° in parità.

Il Mondiale del ‘90 in Italia non brilla per spettacolarità, il Mondiale americano del 1994 ha “brama” di spettacolarità (e forse evitare le partite con il sole a picco e umidità oltre il 100% avrebbe aiutato), ed il tarlo dei rigori che appiattiscono le partite partorisce l’idea del Golden Goal ma per la Coppa del Mondo è troppo tardi, e l’Europeo under 21 del 1994 è la prima vetrina di rilievo della nuova trovata. L’Italia si presenta da vincitrice in carica in un torneo colmo di futuri campioni che si ritroveranno negli anni a venire nel torneo “dei grandi”. Nei quarti di finale l’Italia accede alla fase finale superando ai quarti la Cecoslovacchia in partita doppia (3-0 / 0-1).

La fase finale si svolgerà in Francia, a Montpellier e a Nimes. Gli Azzurrini in semifinale incontrano i padroni di casa francesi in una partita che si chiude sullo zero a zero, si giocano così per la prima volta i tempi supplementari con la Sudden death ma nessuno segna, il test sarà solo rimandato e per questa volta si va ai rigori, dove per la Francia segnano Carotti e Ouédec poi sbaglia Makélélé e Zidane segna, gli italiani segnano tutti: Panucci, Vieri, Berretta, Marcolin e Carbone, l’Italia è in finale.

Rientrati in patria per giocare la domenica di campionato con le rispettive squadre di club, i ragazzi della “Banda Maldini” torneranno nuovamente a Montpellier per disputare il 20 Aprile la finale del torneo.

La partita con la Francia aveva portato Domenech a criticare gli italiani per il gioco un po’ antico ma certo Maldini non cambiò filosofia per la finale: il Portogallo lo ha già affrontato nelle qualificazioni, 2 a 0 in Portogallo per loro, 2 a 1 in casa per noi, si possono battere. La partita non è particolarmente bella. Il Portogallo va vicino al gol con un “autopalo” di Cannavaro che rischia molto nel liberare la difesa, Scarchilli costringe il portiere portoghese Brassard al miracolo ed al 71° su cross di Rui Costa è il portoghese Toni a colpire la traversa. Si va ai supplementari ed entra in scena Pierluigi Orlandini, classe ‘72, bergamasco di nascita e di maglia.

E’ lui che rischia di far terminare la partita dopo appena un minuto di gioco dei supplementari, ma la palla gli capita sul sinistro che non è il suo piede. La partita prosegue così per altri 8 minuti, con l’Italia più convincente rispetto ai primi 90° di gioco; al 99° è di nuovo Orlandini, e di nuovo il suo piede “sbagliato” a far partire dall’esterno destro dell’area il tiro che regala all’Italia il secondo europeo consecutivo (saranno 3 consecutive, e 5 in 12 anni) e che lo consacra alla storia del calcio come primo calciatore ad aver segnato un golden gol.

Il golden gol dopo la gioia del 1994 ci darà cocenti delusioni (Finale degli Europei del 2000 e gli ottavi del mondiale 2002), e dopo un blando tentativo di tenerlo in vita con il “Silver Goal” (con il quale la Grecia vinse il suo titolo europeo), si ritornò ai calci di rigore. Troppo brutto vedere le partite finire così, dannoso togliere l’emozione dei supplementari che si, talvolta sono melina in attesa dei rigori ma talvolta emozionanti ed imprevedibili, troppa la pressione sull’arbitro e sui guardalinee. Dopo la parentesi dei goal d’oro e d’argento le polemiche sui rigori si sono via via spente, e nell’immaginario collettivo da “lotteria” sono passati ad essere considerati comunque una prova di freddezza dei giocatori e di abilità dei portieri, criterio probabilmente più giusto del “chi segna prima vince”, che rimarrà confinato nei cortili quando si sta facendo buio e bisogna tornare a casa “chi segna il prossimo vince”, in fondo un golden goal lo abbiamo segnato tutti.

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19 aprile 1989, prova di forza: Milan vs Real Madrid 5-0

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GLIEROIDELCALCIO.COM – La Sampdoria si è sbarazzata del Malines, il Napoli del Bayern: blucerchiati in finale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona e i partenopei a contendersi la Coppa Uefa con lo Stoccarda.

E il Milan? I rossoneri sono alle prese con una difficile partita contro un avversario di tutto rispetto, il Real Madrid di Butragueno e Hugo Sanchez, dai più considerato la squadra da battere.

L’andata, finita 1-1, si può considerare un buon risultato indubbiamente ma aveva lasciato molto amaro in bocca sia perché i rossoneri avevano imposto il loro gioco sia a causa di alcune decisioni arbitrali quantomeno discutibili. Una partita dove il gol di Van Basten sarebbe da far vedere in tutte le scuole durante le ore di “Arte”: un colpo di testa a 50 centimetri da terra che arriva a “palombella” all’incrocio dei pali.

Il tagliando d’ingresso della partita (Collezione Matteo Melodia)

Il Milan non ha nessuna intenzione di lasciare scampo agli avversari e mette subito le cose in chiaro partendo forte, fortissimo.

“Dalla curva più rossonera dello stadio è salito, prima timido, poi via via più sicuro, il canto dei tifosi del Liverpool: nel minuto di silenzio per i morti di Sheffield, un canto sommesso, imprevisto, commovente” … quattro giorni prima morirono 96 persone all’Hillsborough Stadium di Sheffield, una strage.

Molta supremazia dei padroni di casa e qualche occasione non sfruttata, poi “Il gol che sbloccava il risultato (17′) partiva da un tenace recupero di palla di Tassotti e Gullit in coppia sul filo del fallo laterale. L’olandese appoggiava al centro per Ancelotti e il regista partiva caracollando: saltato Schuster, evitato Gordillo, bum sotto la traversa, con Buyo due metri avanti a far da spettatore”. E’ 1-0.

Dopo sette minuti il raddoppio: “Da una serie di tre corner è venuta la seconda marcatura. Scambio Donadoni-Tassotti (24′), bel centro lungo, oltre la mischia di centro porta, e Rijkaard che svetta sopra tutti schiacciando in porta”.

Al 45’ la partita, ammesso che fosse ancora aperta, si chiude: Donadoni, ubriaca il suo marcatore diretto e crossa al centro per l’olandese Gullit, che insacca di testa. Si può andare ora a bere un the caldo.

La ripresa inizia come era finito il primo tempo e al 49’ il trio olandese fa tutto da solo: Rijkaard lancia per Gullit che di testa fa da torre a Van Basten in area, il quale con due marcatori vicini a lui, controlla con calma e mette dentro con un gran tiro sotto la traversa.

Esce Gullit e entra Virdis ma la musica non cambia. Al 59′ Donadoni dalla destra si accentra e di sinistro insacca con un diagonale rasoterra che il portiere avversario Buyo sembra non riesca nemmeno a vedere.

È 5-0, una partita impressionante dove il Milan sembra uno schiacciasassi ad una prova di forza. Il Real ne esce sovrastato, accerchiato, surclassato, affannato forse addirittura disperato e spaventato.

 “Tre squadre italiane sono finaliste delle tre Coppe europee. Possiamo gonfiare il petto…”.

Già, bei tempi quelli in cui tre italiane avevano la possibilità di aggiudicarsi un trofeo europeo.

(Le frasi in corsivo tra virgolette sono estrapolate da “La Stampa” del 20 aprile 1989)

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1976 – Il Lecce, Mimmo Renna e l’altro “TRIPLETE”

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Francesco Giovannone) – La parola triplete diventa di gran moda in Italia quando Diego Milito, nella finale di Champions League del 2010, che si disputa allo stadio “Bernabeu” di Madrid, permette con la sua doppietta, all’Inter di Mourinho, di aggiudicarsi la coppa dalle “grandi orecchie”, insieme allo scudetto e la Coppa Italia nella stessa annata.

Pochissimi sanno che nella stagione 1975-76, in quartieri più popolari del calcio italiano, un signore di nome Antonio Renna, al secolo Mimmo, realizza un’impresa non lontana (con le debite proporzioni) da quella del suo collega portoghese maggiormente quotato. Non siamo a Milano ovviamente, ma parecchio più a Sud, in Puglia, nell’orgoglioso Salento, nella splendida Lecce, dove oltre al profumo del mare si respira, sempre, profumo di calcio.

La stagione di cui parliamo, infatti, si rivela la più ricca di successi nella storia dei salentini, che centrano uno storico tris del calcio minore. Dopo aver vinto il girone C del campionato di Serie C – impreziosito dall’imbattibilità casalinga, e dal titolo di capocannoniere del torneo per la punta Montenegro – ritornando così in Serie B dopo ben ventisette anni dall’ultima apparizione, il Lecce di mister Renna vince anche la Coppa Italia Semiprofessionisti (serie C) e quindi centra la prima, e fino ad oggi, unica affermazione internazionale per il club salentino, nella Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti.

Le origini della squadra salentina risalgono alla fondazione dello Sporting Club Lecce, nato nel lontano 1908. Nonostante lo scorso 15 marzo siano stati festeggiati i centoundici anni della storia del calcio leccese, fino agli anni ’70, i giallorossi raccolgono soltanto qualche sporadica partecipazione al torneo di serie B negli anni ’30, fino all’ultima apparizione nel campionato cadetto del 1949.

Soltanto nel corso degli anni ’70 si rinverdiscono i fasti del club giallorosso. Nella stagione ‘71-‘72 il Lecce chiude il campionato al secondo posto, e lo stesso accade nelle stagioni ‘72-‘73 e ‘73-‘74. Nell’annata ‘74-‘75 i giallorossi partono con i favori del pronostico, la guida tecnica è quella dell’esperto e stimato Nicola Chiricallo ma, nonostante la rosa moto quotata, i salentini giungono soltanto terzi, dietro il Catania campione e gli odiati cugini baresi.

Malgrado il risultato dell’annata non risulti eccezionale, è proprio nel corso di questo campionato, che vengono poste le basi che permettono al Lecce di vincere tutto quello che si può vincere l’anno successivo.

La meravigliosa e memorabile stagione 1975-76 vede, alla guida del club, il nuovo presidente Antonio Rollo. Si riparte con una squadra molto rinnovata rispetto all’anno precedente, mentre il tecnico rimane Chiricallo. L’avvio del torneo non appare dei migliori e, soprattutto, non sembra un buon viatico per raggiungere l’obiettivo, legittimo, vista la caratura della squadra, di vincere il campionato: dopo sei giornate il Lecce, infatti, ha la miseria di soli 4 punti. L’unica cosa che si può fare quando le cose non vanno è avvicendare la guida tecnica, perché non è possibile spedire a casa la maggior parte dei calciatori. Non va diversamente in questa circostanza, e l’allenatore viene esonerato. Tutti sanno, però, che Nicola Chiricallo, oltre ad essere un grande trainer, è anche una persone di spessore, quindi il compito di trovare un sostituto che possa fare meglio appare, da subito, complicato.

Per la fortuna dei giallorossi la scelta della dirigenza è, però, illuminata, e ricade su una persona di assoluto livello in campo e fuori, che risponde proprio al nome di Antonio “Mimmo” Renna.

Mimmo, leccese doc, dopo una parentesi che sa molto di gavetta in serie D con il Nardò, raggiunge una miracolosa salvezza col il Brindisi, in serie B, nella stagione ‘74-’75, proprio quella che precede la magica annata leccese. Sembra essere, sin da subito, lui il profilo giusto per sostituire l’uscente Chiricallo, ma c’è un problema, inaspettato, che inizialmente impedisce a Renna di sedere sulla panchina giallorossa. Quanto accade oggi ci fa sorridere, ma con retrogusto amaro, se pensiamo a come sia cambiato il calcio nel corso dei decenni. È un’amicizia tra due uomini, infatti, l’elemento che sembra ostativo all’avvicendamento sulla panchina dei giallorossi: quando Renna riceve la telefonata dai dirigenti leccesi che hanno intenzione di ingaggiarlo, la sua risposta è: “No grazie, sono troppo amico di Chiricallo, non posso accettare”, e dall’altra parte replicano “ma Chiricallo lo mandiamo via comunque, caro Renna, vorrà dire che troveremo un altro allenatore … ”. Dopo questa contro risposta il giovane tecnico leccese, seppur rammaricato da una parte, si convince che non sta tradendo il suo amico e collega, e accetta la panchina dei salentini, un sogno che si avvera per un ragazzo nato all’ombra del castello di Carlo V.

È l’inizio di una cavalcata impetuosa. Alla settima giornata di campionato, il 26 ottobre 1975, il Lecce incontra il fortissimo Benevento, e sulla panca siede Renna per il suo esordio allo stadio “Via del mare”. Il Lecce vince di misura (1-0); vince anche la domenica successiva e quella dopo ancora: è fin troppo evidente che la scintilla è scoccata, ed altrettanto evidente che il trend si sta invertendo.

Mister Renna, oltre a sistemare al meglio la squadra in campo, chiede nuovi giocatori per potenziare la squadra, e le scelte sono determinanti: arrivano il forte l’attaccante Loddi dalla Lazio, il fantasioso centrocampista Giannattasio, suo ex compagno nel Brindisi (dove Renna è stato anche allenatore-giocatore, funzionava così a quei tempi), di Vinicio, e il portiere Di Carlo.

Qualche settimana dopo il Lecce va Cosenza e domina con un tennistico 6 – 1. Da quel momento il gruppo di Renna non si ferma più, nonostante un battagliero Benevento che tiene vivo il campionato fino alla penultima giornata: i giallorossi fanno visita agli “omonimi” del Messina, e viene fuori  un salomonico pareggio (1-1), che significa promozione in B dopo ben 27 anni trascorsi negli inferi della serie C. L’ultima partita casalinga è contro il Sorrento, ed è solo un’occasione per fare festa al “Via del mare”, e darsi appuntamento con i tifosi per la stagione successiva, tra i cadetti.

Il Lecce vince quindi il suo girone di campionato ma, come anticipato, la bacheca quell’anno si arricchisce eccezionalmente di altri due titoli.

Foto dal libro “Coppe Anglo italiane – 1968 1976”, Geo Edizioni – Collezione Alessandro Lancellotti

Il secondo titolo, la Coppa Italo-Inglese Semiprofessionisti (Anglo-Italian Semiprofessional Tournament) è una competizione calcistica organizzata tra squadre semiprofessionistiche, congiuntamente, dalle federazioni inglese ed italiana, come complemento al torneo Anglo-Italiano. Questa coppa, istituita nel 1975, vede di fronte i vincitori della Coppa Italia Semiprofessionisti (oggi coppa Italia di C) e quelli della Football Conference inglese (oggi National League), prima categoria non completamente professionistica. La squadra salentina, vincitrice della Coppa Italia semi-professionistica 1975-76 affronta lo Scarborough, formazione del North Yorkshire e campione del Football Association Challenge Trophy, la neo istituita Coppa d’Inghilterra per semiprofessionisti; all’andata, a Scarborough, il 24 settembre 1976, la squadra di casa vince 1-0 con un goal di Harry Dunn. Al ritorno, due settimane più tardi, il Lecce ribalta tutto. Prima, impiega tre quarti dell’incontro per pareggiare i conti con l’andata (autogoal di Deere al minuto ‘66). Si rimane, quindi, in parità fino alla fine dei tempi regolamentari, e i giallorossi trovano la vittoria finale soltanto nel corso dei tempi supplementari, durante i quali il centravanti Gaetano Montenegro si scatena, e mette a segno ben tre goal, ai minuti 101′, 113′ e 115’, assicurando così la vittoria per 4-0, e la vittoria del trofeo agli uomini di Mimmo Renna. La competizione ha però vita breve e si disputa soltanto in due edizioni (1975 e 1976) perché viene soppressa proprio nel ’76, facendo si che il Lecce rimanga, nella storia, l’unica squadra italiana ad averla vinta (l’anno precedente è il Brescia a cercare, senza successo, la vittoria che va, invece, alla formazione del Wycombe).

Il titolo che completa il triplete leccese è, come detto, la Coppa Italia Semiprofessionisti 1975-1976. Il cammino che conduce i giallorossi alla vittoria finale è letteralmente chilometrico, quell’anno il Lecce gioca nel girone numero 28 (su 30 totali sparsi in tutta la penisola), e si trova di fronte Nardò e Monopoli. Una volta superato il primo turno, nelle fasi ad eliminazioni diretta, i salentini incontrano ed eliminano, nell’ordine, Nocerina, Sorrento, Marsala e Ischia, prima di arrivare in finale col Monza e batterlo di misura (1-0). La bacheca ora è davvero piena.

Siamo sicuri che il grande Mimmo Renna, che ci ha lasciato poco più di due mesi fa, sarebbe stato felice di partecipare alla festa di compleanno, da poco trascorsa, per le centoundici candeline del suo Lecce e, altrettanto contento, di sapere che ancora oggi, a più di 40 anni di distanza, ci sono innamorati del pallone, come noi, che trovano più fascinoso e romantico parlare del triplete del Lecce di Mimmo, piuttosto che di quello di Mou. Con tutto il rispetto, caro Josè.

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