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Il Calcio Racconta

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Il nostro viaggio nell’”Evoluzione della tecnica calcistica” continua… Negli appuntamenti precedenti abbiamo approfondito la dotazione tecnica dei primi footballers: scarpe da giuoco, parastinchi e divisa. Successivamente abbiamo cercato di capire come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque e poi abbiamo effettuato una panoramica sull’evoluzione del Regolamento del Gioco. Oggi iniziamo a distinguere le caratteristiche dei vari “stili nazionali”, le cosidette “Scuole”.

Buona lettura.

1910-1940: il Trentennio in cui il football diventa “il bel gioco”

Il gioco che i Britannici esportarono in tutto il mondo era dunque un calcio rudimentale e vigoroso. Da quanto abbiamo fin qui visto, fuori dall’Inghilterra nei primissimi anni del Novecento, ciò che si presentava agli occhi dei curiosi era un gioco fatto di contrasti e veri corpo a corpo e copiose mischie, soprattutto davanti alle porte. C’erano lanci lunghi e potenti ribattute; gli “avanti” più virtuosi correvano in posizione di ala e, quando ricevevano la palla, spesso venivano fermati con avventate entrate in tackle lungo la linea dell’out e talvolta con calcioni agli stinchi, nel rozzo ma leale tentativo di togliere palla e arginare il pericolo. Al principio, i calci non proditorii agli stinchi non erano puniti –e ciò spiega l’originario uso dei parastinchi, molto più diffuso che non ad esempio negli anni Settanta.

Ai tempi dei pionieri, tuttavia, il recupero della palla era più una tecnica di intercetto che di contrasto: a centrocampo si cercava di intercettare i lanci o i passaggi dell’avversario, molto più spesso che non portare il tackle, probabilmente perché il dribbling, tutto sommato, era poco praticato –perciò meno redditizio.

I passaggi corti erano soprattutto assist rasoterra –specialità più scozzese che inglese. C’erano gli stop con “il piatto” del piede, ma soprattutto piantando la suola sul pallone; per dirla alla Gianni Brera: “come i cacciatori ritratti con il piede sopra la preda abbattuta”.

Proprio con lo sviluppo dei vari “stili nazionali di gioco” (le scuole) e con il ripetuto confronto fra essi, fiorirono tecniche calcistiche sempre più raffinate, dapprima in Sud America poi nell’Europa Centrale. A questo punto della narrazione, tecnica calcistica ed evoluzione del pallone tornano a intrecciarsi…

 Le rozze sfere di cuoio d’inizio Novecento, testimoniano che il colpo di testa nacque di “parto travagliato”. Come a dire che i palloni, con le dure stringhe di cuoio, scoraggiavano tale spettacolare tecnica calcistica; è perciò logico supporre che ciò influenzava l’impostazione sia della difesa che dell’attacco. Certamente, più di livello erano le squadre, e maggiori erano le probabilità che tra le loro fila ci fossero robusti terzini colpitori di testa e, già più raramente, temerari attaccanti con la stessa determinazione. Ma il colpo di testa agli albori del football rimaneva comunque una tecnica poco praticata, addirittura d’élite…

Nel tempo gli sforzi si orientarono a favorire le giocate di testa, prima provvedendo palloni con stringhe più morbide (in tessuto), poi eliminando le stringhe stesse su palloni dotati della valvola di gonfiatura; ecco il classico esempio dell’evoluzione del pallone che cammina di pari passo con l’evoluzione della tecnica calcistica. I palloni con le stringhe, tuttavia, non condizionavano soltanto i colpi di testa, ma anche –forse soprattutto– limitavano i portiere nelle prese, quindi nelle parate cosiddette plastiche: la traiettoria della palla non era mai retta e controllabile, perciò “non affidabile”.

Di fatto, i portieri si esibivano in truculente, talvolta eroiche, ribattute con le mani e con i piedi; ciò sovente favoriva la realizzazione di non pochi goal, a loro volta marcati da lesti giocatori che ribattevano in rete la palla ancora viva. Furono molti gli attaccanti che costruirono la loro fama e carriera sulla sveltezza nell’approfittare delle ribattute dei portieri.

In tale frangente, la costituzione dei palloni condizionava il calcio “sotto porta” e ancor di più le parate dei portieri: chiaramente, un tiro di testa mancato era ininfluente; ma una ribattuta sfortunata, poteva cambiare il risultato della partita. Gol di testa ed eroiche parate di pugno dei portieri si realizzavano durante l’effettuazione dei calci d’angolo. In questo scenario generale, gli stili nazionali di gioco facevano la differenza: erano le famose “scuole del calcio”.

I maestri inglesi non sempre apprezzati

Nel 1914 le squadre inglesi erano nettamente le più forti. Pur tuttavia, durante alcune tournee sudamericane, il loro gioco non entusiasmò gli spettatori; erano particolarmente disapprovate le cariche sull’avversario, che apparivano brutali. Così i pionieri locali di Brasile, Argentina e Uruguay adottarono tecniche a loro più congeniali, che venivano confrontate e conseguentemente affinate in occasione degli incontri internazionali fra le squadre latino americane.

Come osserva lo storico Marco Livrini, la diversa impostazione tecnica fra inglesi e sudamericani era riconducibile a due fattori fondamentali: la gravosa differenza fra i terreni di gioco, e la struttura morfologica dei footballers. Nella terra d’Albionne si giocava su terreni umidi e fangosi e spesso sotto la pioggia; nelle torride lande argentine e brasiliane, povere d’erba e polverose, si poteva giocare anche scalzi. Quanto alla corporatura dei calciatori, le diversità erano anche maggiori: si presentavano aitanti e muscolosi i nordici inglesi, agili e scattanti i sudamericani – fra cui i colored (uomini di colore), dotati anche di una plasticità dei movimenti d’indubbie origini africane.

Le “diversità internazionali” dei pionieri si accentuavano. Nel 1912 il gioco argentino, osservato durante un’amichevole in Brasile, stupì e appassionò gli spettatori brasiliani molto più del football degli inglesi del Corinthias i quali, pur essendo immigrati dilettanti, praticavano il loro classico gioco duro e vigoroso, soprattutto in difesa; gli argentini, invece, giocavano con un maggior controllo di palla, attuando parecchi passaggi, e senza caricare gli avversari. E negli anni a seguire, culminando con il 1920, la stampa sportiva argentina si esprimeva sempre più a favore del calcio della propria scuola, basato soprattutto sul controllo della palla e su tecniche raffinate, perciò nettamente diverso dal football inglese.

Più o meno con le stesse modalità, si affinava il calcio in Uruguay. Dal 1902 uruguagi e argentini si sfidavano in partite appassionanti e focose, fra squadre di club e fra le nazionali. Nello spazio di un paio di decenni, Argentina e Uruguay crearono insieme lo stile di gioco conosciuto come “el fùtbol del Rio de La Plata”.

E’ interessante riportare l’esperienza di una delle migliori squadre di calcio italiane degli anni Venti, il Genoa, campione d’Italia 1922-23. Nell’estate del 1923 i rossoblù s’imbarcarono per una tournée in Sudamerica, e si fecero onore in Argentina, forti anche dell’innesto di altri quattro giocatori di squadre diverse, tra cui il fuoriclasse Baloncieri del Torino. A Montevideo, pur giocando bene, il Genoa uscì sconfitto per 3-1 contro la Celeste; gli italiani rimasero impressionati da una nuova tecnica calcistica praticata dai giocatori dell’Uruguay: la finta di corpo in corsa. Era una mossa fatta con il corpo, atta a disorientare l’avversario; fino ad allora qualcuno la praticava da fermo, sfidando l’avversario a cadere nel tranello. Gli uruguagi invece la praticavano in corsa; e ciò era tanto più difficile quanto efficace. Questa tecnica rimase la più apprezzata dagli stessi giocatori italiani che l’avevano subita.

Nascita delle potenze calcistiche sudamericane

Alle Olimpiadi di Parigi del 1924, la squadra nazionale dell’Uruguay stupì il mondo del calcio, vincendo alla grande il torneo di football, vero mondiale del calcio cui parteciparono ben 22 squadre nazionali. Un filmato dell’epoca, sia pure molto breve, testimonia la bellezza del calcio praticato dagli uruguagi, con finte, passaggi corti e precisi, e deliziosi tocchi di palla.

L’avventura dell’Uruguay alle Olimpiadi del 1924 ebbe anche un prologo piuttosto curioso. Alla vigilia della prima partita, gli allenamenti della squadra sudamericana furono spiati dai giocatori avversari, gli jugoslavi; e questi rimasero divertiti nel vedere i blandi esercizi dei sudamericani, tra cui dei palleggi con palla molto alta che venivano ripetutamente e disastrosamente mancati; gli jugoslavi si sentivano di avere già vinto. L’indomani, l’Uruguay batté la Jugoslavia 7-0; e la marcia trionfale continuò fino al 3-0 nella finale contro la Svizzera. La fig. A.13 è un fotogramma tratto dal filmato di quella finale Olimpica; nell’azione il giocatore uruguagio in possesso di palla, con un dribbling stretto e rapido, ha appena superato un avversario (in maglia scura) che appare visibilmente disorientato: per costui la palla era magicamente “sparita”. Agli occhi di uno sportivo del Duemila, quel calcio sarebbe apparso moderno e soprattutto completo, nella tecnica e negli schemi.

Fig. A.13: Fase di gioco della finale Olimpica 1924 (fotogramma dal filmato ufficiale). I giocatori dell’Uruguay (in maglia chiara) esibirono un calcio spettacolare e virtuoso, ricco di tecnica.

Alle Olimpiadi successive di Amsterdam nel 1928, l’Uruguay rivinse il titolo olimpico-mondiale, stavolta battendo i cugini dell’Argentina nella ripetizione della finale, dopo che la prima partita era terminata in parità. La qualità del gioco espresso dalle due squadre confermava la loro posizione di autentici leader mondiali del calcio. Al torneo del 1928 mancava l’Inghilterra, così come sarebbe mancata ai primi tre Mondiali della FIFA. La sfida tra Argentina e Uruguay divenne un classico e, com’è noto, si ripeté all’edizione del primo Mondiale nel 1930.

Il Brasile si fece notare più tardi, quando i club più importanti cominciarono ad ingaggiare i giocatori neri. Fino al 1925 il futebol era precluso ai neri; ma dal 1925 il più famoso club di San Paolo ruppe gli indugi, e cominciò a schierare diversi giocatori di colore, i quali si dimostrarono determinanti per la qualità e le tecniche del gioco. Lentamente –e non senza contrasti– altri club brasiliani imitarono il San Paolo, e finì che i giocatori neri entrarono anche nella squadra Nazionale verde-oro –che però all’epoca vestiva la maglia bianca. Nel 1938 al mondiale di Francia, il Brasile era già la nazionale più prestigiosa con stelle di assoluto valore mondiale, tra cui il difensore Domingos da Guia e il centravanti Leonidas –proprio due giocatori dalla pelle scura. La tecnica calcistica dei brasiliani era molto fine, con dribbling, palleggi e perfino colpi di tacco. Già da allora, con il Brasile in campo, lo spettacolo era assicurato. Risale a quei tempi la descrizione del calcio brasiliano come “una danza con la palla”; ad inventarla nel 1938 fu l’intellettuale Gilberto Freyre, antropologo e storico brasiliano. Da allora, la metafora del calcio danzato avrebbe accompagnato per sempre il mito della Seleção verde-oro. Negli anni Cinquanta, con l’avvento della televisione, il calcio brasiliano era sempre più apprezzato, al punto da esser considerato il migliore calcio al mondo, anche dagli appassionati europei.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

57 anni, tre figli, un cuore che batte per l’Hellas Verona. Tecnologo alimentare specialista in prodotti da forno industriali. Ex arbitro con la passione del calcio in bianco e nero. Collezionista di palloni, in particolare di quelli utilizzati durante i mondiali.

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14 novembre 1973: la prima sui “Maestri”. Racconto emotivo di un’impresa.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Raccontando Inghilterra Italia del ‘73 non si narrano le gesta di un calcio che non c’è più, guardando la partita vengono meno alcune certezze circa la minore intensità delle partite del passato. L’abolizione del retropassaggio di vent’anni dopo ha senz’altro contribuito alla riduzione di giocate prudenti, contenitive e noiose, ma quel 14 novembre del 1973 nessuno dei ventidue in campo aveva intenzione di fare giocate prudenti, contenitive o noiose. Rivedendo l’incontro, o vedendo per chi come chi scrive all’epoca non era nato, ci si gusta un Wembley gremito di passione per le partite internazionali, la “fanfara” che mentre le squadre escono per la fine del primo tempo entra a passo fiero tra le fila dei giocatori, spettatori che invadono il campo a fine partita per andare ad abbracciare i beniamini.

Al 15° poi, quando Nando Martellini ci ricorda il minuto e il risultato, ci si gusta anche il rinverdire di quel senso di rabbia che si provava quando, accendendo la TV a partita iniziata, non c’era modo di sapere quale fosse il risultato fino a che il telecronista non si degnava di ricordarlo; chiunque abbia visto partite prima dell’avvento del televideo ha vissuto questa “frustrazione”.

Oggi verrebbe da chiedersi come sia possibile che un incontro amichevole possa essere così sentito sia dal pubblico sia dai giocatori, le risposte sono molte e a titolo non esaustivo proviamo a trovarne qualcuna.

I 30.000 tifosi italiani presenti che fanno sentire il grido “Italia Italia” in diversi momenti, sono migranti di un mondo nel quale per rientrare a casa nella terra di Albione non si avevano a disposizione voli low cost. Inoltre Italia e Inghilterra sono nazioni che quarant’anni prima si erano fatte la guerra; certo la Seconda Guerra Mondiale a differenza della prima non lasciò spiriti di rivalsa tra vincitori e vinti, ma nel ‘73 sono vivi i ricordi ed attuali i racconti di quel figlio fatto prigioniero o ucciso dagli inglesi come quelli dell’altro morto ad Anzio per liberare Roma.

Sul piano calcistico le partite internazionali stanno aumentando in quegli anni per via delle qualificazioni agli europei per nazioni, ma si parla ancora di poche squadre e quindi di poche partite. Per intenderci fino al 1990 le qualificazioni mondiali/europei vedevano coinvolte 32 squadre UEFA contro le 52 di oggi. Nel 1973 si viene da un calcio nel quale in una stagione la nazionale poteva disputare anche solo 5 incontri, chiaro quindi che ogni partita fosse già di per sé un evento.

Il prezioso tagliando valido per l’ingresso (Collezione Matteo Melodia)

Ma al di là delle considerazioni sociologiche o statistiche, prima di ogni cosa c’è la rivalità tra le due nazionali, una rivalità antica. Nel primo incontro del 1933 gli italiani freschi vincitori della Coppa Internazionale affrontarono per la prima volta “I Maestri” che all’epoca, proprio perché “Maestri”, non partecipavano ai tornei. A Roma fu 1 a 1 con gli inglesi che si dichiarano sorpresi dalla forza degli Azzurri. Si organizzò quindi una replica dell’incontro a Londra per l’autunno/inverno del ‘34, quella che sarà la “Battaglia di Highbury”. Disputata anch’essa il 14 Novembre ma del 1934, la data nel ‘73 non fu casuale, com’è noto finì 3 a 2 per gli inglesi. Gli italiani giocarono di fatto in 10 per la frattura al piede di Monti e nel secondo tempo, definitivamente in 10 contro 11, tramutarono una probabile disfatta (si era sul 3 a 0 per gli inglesi con 3 gol nei primi 12 minuti) in una mancata rimonta che la stampa internazionale raccontò come vittoria morale azzurra.

Tutte queste sfaccettature messe insieme fecero forse meno dei titoli dei tabloid che etichettarono gli Azzurri come “squadra di camerieri”, riferendosi al passato di Chinaglia che come figlio di emigranti a Cardiff lavorò appunto come cameriere. Questi e altri innumerevoli motivi di rivalità prendono forma nelle parole pronunciate da Nando Martellini in apertura di telecronaca:

“Telespettatori italiani buonasera.

La Nazionale Italiana per la decima volta di fronte agli inglesi, per la seconda a Wembley.

La partita è in programma come amichevole, in restituzione della visita fatta dalla Nazionale Inglese a Torino nel giugno scorso; e già questo ricordo serve a far dubitare del carattere squisitamente amichevole dell’incontro.

Gli inglesi vorrebbero cancellare quello 0-2 due che rappresentò il crollo della loro imbattibilità nei nostri confronti ma c’è poi – determinante – la considerazione della Coppa del Mondo: gli inglesi sono fuori, eliminati dalla Polonia; gli azzurri si sono qualificati. E’ ovvia la posizione capestro degli inglesi: battendoci possono far valere l’indubbia sfortuna che li ha lasciati a casa, altrimenti la loro condanna diviene definitiva e le loro ambizioni calcistiche definitivamente ridimensionate.

Insomma se i nove precedenti incontri non erano stati propriamente amichevoli questo decimo si presenta come il meno amichevole di tutti, tanto è il prestigio che le due nazioni vi puntano sopra: I vincitori della Rimet del ‘66 contro i secondi del ‘70 in Messico”.

C’è di più, i sudditi di Sua Maestà sono ahi loro sotto scacco, in una posizione che sembra scritta da Paolo Villaggio. Fatti salvi i fortunati possessori di uno dei 120.000 tagliandi, gli altri potranno vedersi la partita solo in differita e per di più neanche tutta: durante la partita, saranno costretti a vedersi una registrazione della cerimonia nuziale di una principessa:

“Londra ha vissuto oggi una delle sue grandi giornate per il matrimonio della figliola della regina. L’avvenimento ha fatto passare in secondo piano finora alla tv alla radio e sui giornali la partita di Wembley. Ma ora che ci siamo dentro e che le telecamere della BBC […], si sono accese anche sui 120 mila spettatori di Wembley ci accorgiamo che l’interesse del paese era vivissimo anche per Inghilterra Italia di calcio, che viene a rifinire un giorno davvero importante per la capitale inglese.

Mentre noi trasmettiamo sui teleschermi italiani in diretta, in Inghilterra passa ancora in televisione una registrazione della cerimonia nuziale di stamane. La partita andrà in differita è punteggiata più tardi”.

Il gagliardetto originale della partita (Collezione Marco Cianfanelli)

Vedendo Inghilterra Italia del 1973 si capisce perfettamente cosa significhi giocare in contropiede contro una squadra aggressiva, si vede e quasi si tocca con mano il perché se si pensa a uno stereotipo dei modi di giocare al calcio, una partita tra Italia e Inghilterra giocata a Londra non può che esserne l’esempio primo.

Si badi, contropiede non significa catenaccio, certo senza Zoff, imbattuto da 827 minuti, in porta sarebbe stato meno facile, ma la tradizione dei portieri italiani ci consente di allevare numeri uno che siano tali a livello mondiale. Impressionante è anche Burgnich in difesa, come Rivera un maestro a centrocampo. Chinaglia riparte come un carro armato dotato di motore turbo e Capello che mostra la sua concretezza e serietà sul campo e marcatore al minuto 86 del gol partita.

Novanta minuti di agonismo, che trovano la loro prima e forse unica pausa al 43° quando s’infortuna Osgood. Dare oggi la cronaca di una partita raccontata mille volte è superfluo, ma se questa sera avete un’ora e mezza di tempo preparatevi una frittatona di cipolle e una familiare Peroni gelata, annunciate a casa che è serata di rutto libero. Nessuna “Corazzata Kotiomkin”, nessuna principessa che si sposa. Si gioca Inghilterra Italia signori, zitti tutti.

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Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Siamo arrivati al quinto appuntamento del nostro viaggio nell’”Evoluzione della tecnica calcistica”. Negli appuntamenti precedenti abbiamo approfondito la dotazione tecnica dei primi footballers e abbiamo cercato di capire come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque. Abbiamo poi effettuato una panoramica sull’evoluzione del Regolamento del Gioco e analizzato le varie “scuole” nel mondo. E in Europa? Scopriamolo in questo appuntamento.

Buona lettura.

L’elite europea

Nel vecchio Continente, negli anni Venti, si affermavano le scuole del calcio Danubiano, cioè gli stili nazionali di Ungheria, Austria e Cecoslovacchia. Il gioco della scuola danubiana era fatto di eleganti passaggi di prima, di buon palleggio e tecnica individualistica con la palla al piede. Un breve filmato dei primi anni Trenta mostra la nazionale della Cecoslovacchia andare a rete contro l’Inghilterra: i pochi e precisi passaggi e la bellezza del goal al volo, richiamano un calcio spettacolare, raffinato e davvero moderno. Gli stessi maestri inglesi trovarono filo da torcere in incontri amichevoli con le squadre danubiane di Austria e Ungheria, così che dovettero a loro volta migliorare soprattutto l’impostazione tattica del gioco, pur mantenendo il loro calcio maschio e vigoroso. Quasi un paradosso, il tecnico che contribuì allo sviluppo della scuola calcistica danubiana fu l’inglese Jmmy Hogan, al quale si legarono le fortune prima dell’Ungheria e poi della fortissima Austria del 1930, la famosa nazionale soprannominata Wunderteam.

La supremazia dei maestri inglesi, tuttavia, resisteva ancora poiché, come ebbe modo di osservare l’austriaco Ugo Maesl –altro grande maestro di calcio dell’epoca–  il gioco dei Danubiani era meno veloce e garantiva meno copertura in difesa. Tale lacuna del calcio continentale, se così si potrebbe definire, fu colmata dal grande tecnico del calcio italiano Vittorio Pozzo, sempre negli anni Trenta. Pozzo impostò la nazionale italiana con una linea difensiva all’epoca unica al mondo. Negli anni fra il 1930 e 1935 la Nazionale azzurra faceva perno sulla difesa della fortissima Juventus, vincitrice di ben 5 titoli nazionali consecutivi.

Secondo gli storici, altre due perle della tecnica calcistica trovano origine nella seconda metà degli anni Trenta: la rovesciata all’indietro, detta anche “a bicicletta”, e il “doppio passo”. L’inventore della rovesciata a bicicletta fu il centravanti brasiliano Leonidas, mentre la tecnica del doppio passo fu inventata e praticata dall’italiano Amedeo Biavati. La rovesciata all’indietro era assai spettacolare e fu adottata da molti altri giocatori. In Italia il primo fu Silvio Piola, mentre più tardi Carlo Parola ne divenne l’icona.

Il “doppio passo” di Amedeo Biavati era una finta eseguita muovendo il piede lateralmente davanti al pallone; Biavati simulava con il sinistro una roteazione per calciare la palla, ma senza toccarla: beffardamente la calciava con il destro, lasciando disorientato l’avversario per quella frazione di secondo che bastava a superarlo. Nel corso degli anni furono molte le varianti dell’originario doppio passo; ma sostanzialmente la tecnica si rifà alla finta di Biavati degli anni Trenta.

Sempre nel 1938, un breve filmato del Mondiale di Francia mostra una spettacolare giocata del terzino Domingos da Guia: costui superava un avversario con un palleggio aereo, lo evitava con una finta e, prima che la palla ricadesse, rilanciava per la sua squadra. Tale deliziosa giocata oggi sarebbe chiamata “sombrero”.

Considerato nella sua globalità, ammesso e non concesso, il calcio degli anni Trenta si potrebbe considerare moderno così come lo intendiamo oggi. La differenza ovviamente sta nelle diverse velocità del gioco: il calcio di oggi è estremamente più veloce di quel calcio; ma la tecnica rimane sostanzialmente la stessa. Ciò che oggi si può apprezzare in una partita calcio, è la bellezza di una tecnica antica applicata a grandi velocità un tempo impensabili; e sono perciò improponibili i paragoni fra le velocità del gioco di quei tempi con le velocità di oggi.

Giunti a questo punto, è tempo di ricordare brevemente alcuni giocatori fuoriclasse europei degli anni Trenta, in grado di fare cose straordinarie con la palla, quindi virtuosi della tecnica. Nella fig. A.14 ce ne sono tre: il portiere Zamora, il regista-attaccante Meazza e l’attaccante puro Sindelar.

Lo spagnolo Ricardo Zamora fu per molti versi il prototipo del portiere moderno. Dotato di grande personalità, fu il primo portiere-regista della propria difesa. Tecnicamente, esibiva parate di pugno nelle mischie più focose, e prese plastiche in tuffo –all’epoca le squadre giocavano con i terzini molto arretrati e richiedevano meno uscite dei portieri. Zamora aveva una dote in più: “ipnotizzava” l’avversario durante l’effettuazione del calcio di rigore; era una sorta di condizionamento istrionico che avrebbe fatto la fama di altri portieri nel Dopoguerra. Un aneddoto racconta che Zamora difendeva la porta della Spagna contro l’Inghilterra nel 1929; nella focosa partita si fratturò lo sterno –con avversari di tale prestigio non era mai “amichevole”–, ma rimase stoicamente nella sua porta nonostante il gran dolore fisico. La Spagna trionfò 4-3 e fu la prima nazionale a battere gli inglesi fuori dalla loro Isola.

Fig. A.14: Zamora, Meazza e Sindelar: tre grandi del calcio. Si ritrovarono tutti al Mondiale del 1934.

Giuseppe Meazza, detto anche “el Peppin” o “Balila”, fu il più grande giocatore italiano fra le due guerre, ricordato in tutte le epoche per antonomasia, come autentica ed eterna icona del calcio italiano. All’inizio Meazza fu un attaccante puro, un inarrivabile centravanti; poi arretrò e fu il raffinatissimo interno di regia che il calcio italiano maggiormente ricorda. La sua tecnica calcistica si esprimeva nel dribbling elegante, nei cambi di direzione improvvisi che disorientavano l’avversario. Ma soprattutto, Meazza esibiva un tocco di palla delizioso, che in epoche successive sarebbe stata caratteristica imprescindibile dei grandi numeri 10 del calcio mondiale.

Nella memoria dei tifosi, Meazza fu leggendario per il dribbling al portiere avversario; quest’ultimo era chiamato fuori dalla porta in una sorta di sfida duale, come un torero con il toro. Era dotato anche di un buon colpo di testa, che però disdegnava per non “destabilizzare” la sua pettinatura… Il calcio era anche questo!

L’attaccante austrico Matthias Sindelar fu soprannominato der Papierene, “carta velina”, perché con il suo fisico quasi gracile riusciva a incunearsi fra le maglie più strette delle difese avversarie con una classe inimitabile. Si diceva che era dotato di gran fiuto e rara intelligenza calcistica. Sindelar praticava spesso il tunnel ai danni dell’avversario ed era capace di dribblare molto stretto. Era un ambidestro dotato di un eccellente tocco di palla, tanto che i tifosi dicevano che aveva i “piedi di Mozart”. Se Zamora fu l’archetipo del portiere moderno, Sindelar lo fu senz’altro dell’attaccante.

Zamora, Meazza, Sindelar. Messi insieme, questi tre grandi giocatori europei degli anni Venti-Trenta impersonavano la tecnica moderna del calcio, che appunto soddisferebbe lo spettatore del Duemila.

A questo punto, sarebbe tuttavia un errore pensare che i maestri inglesi, nello stesso periodo, non avessero giocatori squisitamente tecnici. Il calcio inglese degli anni Trenta si componeva di tecnica, forza fisica e corsa; i giocatori di gran qualità erano molti. Sul finire degli anni Trenta, in Inghilterra, l’emblema del “calcio perfetto” fu impersonato dal fuoriclasse  Stanley Matthews. Nel 1934 a soli 19 anni entrò a far parte della squadra nazionale, e si tratta ancor oggi del più longevo giocatore di calcio di tutti i  tempi. Il dribbling stretto era la sua specialità: si diceva che fosse capace di dribblare sulla moneta da 1 penny.

Fig. A.15: Stanley Matthews nel 1950.

Matthews giocò dagli anni Trenta ai Cinquanta; fu perfetto nel ruolo di ala destra; una recente biografia filmata ne mostra virtuosismi di gran intelligenza calcistica. Pelé disse di lui che “fu l’uomo che insegnò il calcio a tutti noi”.

La lunga e prestigiosa storia del calcio dei “maestri inglesi”, negli anni di inizio Novecento e fino agli anni Trenta, fu costellata da autentiche leggende: ricordiamo qui Billy Meredith, Aex James, Dixi Dean e Tommy Lawton, solo per citarne alcuni.

Matthews fu forse il giocatore più completo fino al 1950; poi comparvero altri fuoriclasse, da Puskas a Kubala, da Di Stefano a Pelé. Nel frattempo, arrivavano anche in Europa i palloni con la valvola di gonfiatura, tutti chiusi e senza le stringhe.

Qui l’inglese Stanley Matthews chiude idealmente il paragrafo sull’élite europea. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, fra Sudamerica ed Europa, il calcio aveva raggiunto la maturità, adottando quella fisionomia moderna cui oggi siamo abituati tutti noi sportivi, appassionati e tifosi; il football era divenuto the beautiful game, “il bel gioco” come Pelé l’avrebbe chiamato in seguito.

Dagli anni Cinquanta ad oggi, la tecnica calcistica sarebbe stata più o meno affinata, ma mai veramente rivoluzionata. Alla tecnica fu preferita la tattica e il perseguimento di una sempre maggiore velocità di gioco; il calcio diveniva sempre più atletico. E rimaneva “maschio” anche se sempre più praticato dalle donne.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

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9 novembre 1988 – Malgrado Belgrado

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Tutto poteva finire prima di cominciare e invece, il 9 novembre 1988 a Belgrado, si gioca la partita di ritorno del primo turno di Coppa Campioni tra Stella Rossa e Milan che cambierà la storia del club rossonero.

Il Milan veniva dal primo campionato vinto dell’era Berlusconi e, per avviare un ciclo assolutamente significativo, aveva disperato bisogno di vincere la Coppa o quantomeno di arrivare in finale. Per questo la società, durante l’estate, aveva allestito una squadra stellare composta prima di tutto dai tre giovani olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard. Berlusconi si era innamorato di Gullit, pagandolo una cifra vicina ai 10 miliardi di lire, ma l’Ajax lo aveva “costretto” a prendere anche Van Basten per un miliardo e mezzo. Quest’ultimo dimostrerà con il tempo le sue caratteristiche da campione, anche se il tecnico rossonero Sacchi non lo vedrà mai di buon occhio perché poco inquadrabile nei suoi ferrei schemi.

Nonostante queste costose operazioni di mercato però, il Milan stava per essere sbattuto fuori da quella Coppa dei Campioni poiché, nella partita di andata a San Siro, lo squadrone rossonero aveva sottovalutato gli slavi, non potendo sapere che tra di loro c’erano due giovanissimi ventenni che erano destinati a diventare stelle del calcio mondiale, il capitano Dragan Stojkovic e Dejan Savicevic, portando a casa solo un 1-1 (gol di Stojkovic e replica di Virdis poco dopo).

Il biglietto della partita (Collezione Matteo Melodia)

A Belgrado, nel temutissimo e caldissimo stadio Marakana, al 57° minuto era sotto di un gol segnato da Savicevic e con un uomo in meno per via dell’espulsione di Virdis, praticamente partita chiusa e Milan fuori dalla Coppa.

Da qui però, la storia cambia.

Il clima per i rossoneri è ostile, la squadra sembra intimorita e appare in affanno rispetto agli slavi che, al contrario, sono tonici e tengono le redini del gioco. Il primo tempo si chiude sullo 0-0, un risultato che fa comodo ai padroni di casa. Il Milan ha ancora 45’ per cambiare l’inerzia della partita, invece le cose precipitano: passano pochi minuti e Dejan Savicevic dalla distanza supera Giovanni Galli. Stella Rossa in vantaggio.

Improvvisamente sul campo cala un nebbione fittissimo che non si vedeva da anni e, dopo qualche tentativo a procedere, l’arbitro al 12” del secondo tempo, prima sospende la partita e poi lo annulla completamente per rigiocarla il giorno dopo, come prevede il regolamento UEFA.

Gli uomini della Stella Rossa erano psicologicamente stanchi, mentre i giocatori del Milan erano euforici per lo scampato pericolo, recuperando anche Gullit dall’infortunio che gli aveva impedito di giocare nel precedente match, mentre dovrà comunque rinunciare a Virdis, espulso per un fallo visto solo dal guardialinee nella nebbia del giorno prima e ad Ancelotti invece diffidato.

Nonostante questo la squadra di casa, fortissima e determinata, riuscì a pareggiare dopo il gol di Van Basten con Stojcovic, ma ai rigori furono battuti, garantendo di fatto al Milan la trionfale galoppata fino alla vittoria della Coppa. Da lì in avanti, infatti, elimerà Werder Brema, Real Madrid e in finale travolgerà a Barcellona lo Steaua Bucarest per 4-0, tornando sul tetto d’Europa.

La nebbia a Belgrado c’è una volta ogni dieci anni e se quel giorno non fosse calata eccezionalmente sul Marakana, probabilmente il glorioso ciclo di vittorie del Milan sarebbe andata in maniera diversa cambiando irrimediabilmente la storia recente del calcio italiano e del nostro paese.

Si ringrazia Matteo Melodia per la consueta collaborazione.

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