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La Penna degli Altri

La memoria del Ferraris, dello Zini e del Picco

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GUERINSPORTIVO.IT (Stefano Olivari) – Il centenario della fine della Grande Guerra è anche l’occasione per ricordare i tantissimi calciatori caduti al fronte, cosa che che sarebbe avvenuta in misura molto minore nel conflitto mondiale successivo. Un peccato che gli stadi a loro dedicati siano così pochi…

Il centenario della fine della Prima Guerra Mondiale ci offre l’occasione per ricordare non solo un conflitto atroce, in cui fra militari e civili morirono il triplo degli italiani che sarebbero morti nella Seconda, ma anche il sacrificio di tantissimi calciatori: alcuni vivono nel nome di uno stadio, la maggioranza è stata purtroppo dimenticata.

Eppure nelle scuole andrebbe studiata la storia di James Spensley, il medico fondatore (oltre che giocatore) del Genoa che all’inizio del conflitto fu richiamato nell’esercito del Regno Unito e spedito in prima linea, trovando la morte in Germania. Sul fronte italiano, nei pressi di Folgaria, sarebbe invece morto un altro ex giocatore genoano, l’ingegner Luigi Ferraris. Come Spensley aveva già smesso da qualche anno di giocare per dedicarsi alla sua professione, come Spensley era ufficiale, ma a differenza dell’inglese in guerra era andato come volontario e anche questa fu una particolarità di quel conflitto: il grande numero di volontari, anche fra la borghesia. Ferraris trovò la morte a 28 anni, per un proiettile d’artiglieria, e dando (dal 1933) poi il suo nome a Marassi. Come calciatori Spensley e Ferraris erano senz’altro di molte categorie inferiori a Renzo De Vecchi, cresciuto nel Milan ma diventato grande proprio nel Genoa di inizio secolo: ecco, il ‘Figlio di Dio’ fu più fortunato anche in guerra, correndo qualche rischio però mai nelle parti più calde del fronte. Ne uscì vivo anche Vittorio Pozzo, che come tenente degli Alpini vide invece più volte la morte in faccia.

Tornando ad onorare i morti, un altro ufficiale caduto in battaglia fu Enrico Canfari, che nella vita era un industriale meccanico e nel calcio era stato fondatore, giocatore e secondo presidente della Juventus. Stessa sorte, per un’infezione, per il giovanissimo portiere della Cremonese Giovanni Zini, al quale ancora oggi è intitolato lo stadio della sua città. Poco più che ventenne era anche il sottotenente di complemento Alberto Picco, fondatore e capitano dello Spezia: anche lui sopravvive almeno dando il nome allo stadio della sua squadra del cuore.

Enorme il numero di interisti e milanisti caduti, superiore in questa macabra classifica a quello del Tottenham che in questo senso fu la squadra inglese simbolo: fra i neroazzurri il capitano (in campo e anche nell’Esercito) Virgilio Fossati, primo interista a giocare in Nazionale, fra i secondi il vicepresidente Gilberto Porro Lambertenghi. Un elenco che potrebbe continuare a lungo e che va al di là del dolore per giovani vite distrutte in una guerra priva di senso, con l’assurdità che vale per il calciatore come per il contadino. Ma restringendo il discorso allo sport e all’Italia, la differenza fra le due Guerre Mondiali è evidente: nella Prima gli imboscati furono pochissimi, in ogni classe sociale, nella seconda ci furono invece favoritismi evidenti sia per i raccomandati di vario tipo sia per gli sportivi di nome (non tutti, basti pensare a Fausto Coppi) che in molti casi la scamparono grazie a finti lavori.

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14 novembre 1934, la battaglia di Highbury

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SPORTSENATORS.IT (Luca Marianantoni) – Si gioca a Londra l’amichevole di calcio Italia-Inghilterra, passata alla storia come la “battaglia di Highbury”.

I Maestri inglesi contro i Campioni del Mondo. Pozzo fiuta l’inganno e vorrebbe declinare un invito stuzzicante perchél’intenzione dell’Inghilterra è quella di sconfiggere gli azzurri per privarli idealmente del titolo di Campioni del Mondo. Ma la sfida solletica molto l’ambiente politico. Mussolini in persona si dichiara favorevole alla sfida: bisogna andare a Londra. Batterli o comunque non perdere, e Pozzo non può dire di no.

Le premesse della sfida anticipano l’acre battaglia che si svilupperà sul campo. Gli inglesi preparano tutto per benino e annunciano a sorpresa che l’incontro verrà disputato non a Wembley, stadio maestoso e imperiale, certamente sede degnissima per accogliere l’Italia Campione del Mondo, ma in quella autentica trappola di fango che è il campo dell’Arsenal. E ovviamente viene scelto il mese di novembre, nelle peggiori condizioni atmosferiche possibili, per mettere gli azzurri in difficoltà estreme.

L’Italia scende in campo senza troppi tremorisebbene dopo pochi minuti accada l’imponderabile: il maestoso centromediano Luisito Monti, che detta i tempi della difesa, s’infortuna e i padroni di casa vanno in rete tre volte, al 3′ e al 10′ con Brook, al 12′ con Drake.

Tuttavia nella ripresa l’Italia si trasforma: Meazza segna una doppietta sfiorando ripetutamente, con Guaita e Ferrari, il gol del clamoroso pareggio. Gli oltre 61 mila spettatori di Highbury applaudono i 22 eroi in campo, senza distinzioni di maglia. L’Italia del calcio ha guadagnato il rispetto di tutto il pubblico britannico. I leoni di Highbury escono dalla cronaca di una partita infernale e entrano direttamente nella leggenda del calcio mondiale. Gli inglesi vincono la sfida, ma l’Italia si dimostra una squadra vera.

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Antonio Marcolini, bomber nella storia del Savona ma non solo

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SAVONANEWS.IT (Roberto Vassallo) – L’ex attaccante scomparso nella notte verrà ricordato come uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria degli appassionati: la Serie B con il Bari e i successi con gli Striscioni e la Cairese le pagine più belle di una lunga carriera.

Un triste risveglio ha scosso stamane il mondo del calcio savonese. La notizia della scomparsa di Antonio Marcolini si è infatti rapidamente diffusa in tutta la nostra provincia, lasciando esterrefatti appassionati e addetti ai lavori del “pallone” locale. Il perché è facilmente comprensibile: l’ex attaccante del Savona è uno di quei giocatori che hanno lasciato un segno indelebile nella storia degli Striscioni, ma non solo.

Nato a Verona il 24 ottobre del 1950, Marcolini ha esordito nel calcio dei grandi con la maglia biancoblu collezionando qualche presenza in prima squadra tra il 1967 e il 1969. Dopo una stagione al Rapallo, l’affermazione all’ombra della Torretta (in Serie C) che gli vale la chiamata del Bari in Serie B: due stagioni nella serie cadetta con i pugliesi, dopodiché ancora tanta terza serie con un lungo peregrinare fra Grosseto, Alessandria, Pro Vasto e Triestina prima del ritorno al “Bacigalupo” nella stagione 1978-’79, la prima della Serie C2.

Un’annata particolare per gli striscioni, iniziata in piena crisi societaria e raddrizzata con l’avvento di Michele Viano alla presidenza e di Valentino Persenda in panchina: punti fermi di quella rifondazione biancoblu furono l’ex milanista Pierino Prati e proprio Marcolini, capaci di condurre la squadra ad una salvezza da brividi ottenuta solamente all’ultima giornata con il 2-0 rifilato in trasferta al Derthona.

Un’altra salvezza (questa volta più comoda) in Serie C2 nella stagione successiva è invece il preludio al passaggio tra i dilettanti, alla Cairese. Tre stagioni in gialloblu ricche di soddisfazioni: la vittoria del campionato di Prima Categoria ’80-’81 (con l’invidiabile score di 29 presenze e 34 reti) e della Promozione ’81-’82, a cui si aggiunge una stagione di alto livello in Serie D.

Infine Albenga, Varazze (in versione allenatore giocatore) e Carcarese seguite dall’esperienza come tecnico alla guida del Quiliano. Poi spazio al figlio Michele, ex calciatore professionista (in serie A con Bari, Atalanta e Chievo Verona) e oggi allenatore (l’ultima esperienza nella passata stagione alla guida dell’Alessandria con cui ha vinto la Coppa Italia di Serie C).

Questa notte il tragico epilogo di una vita vissuta sui campi di calcio, laddove ha saputo lasciare un ricordo che sempre vivrà nella memoria dei tanti che hanno corso al suo fianco o che semplicemente lo hanno visto giocare.

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Correva l’anno 1930: Stabile arrivava al Genoa

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GENOACFC.IT – Lo chiamavano ‘El Filtrador’ per l’abilità a incunearsi tra i difensori. Usava la fantasia come ago per pungere gli avversari. Le cronache raccontano che quando Guillermo Stabile sbarcò a Ponte dei Mille ci fossero migliaia di tifosi genoani in festa ad attendere il centravanti della nazionale argentina. Il primo capo-cannoniere nella storia dei Campionati del Mondo (8 gol in 4 partite in Uruguay). Era il 14 novembre del 1930. Il presidente di allora, Guido Sanguineti, lo aveva raggiunto a Barcellona, durante il viaggio di nozze, per scortarlo sino a Genova via nave. Due giorni dopo al Ferraris si giocava una partita con il Bologna. ‘El Filtrador’ si presentò con una tripletta. Così. Tanto per gradire. Il primo passo verso l’ingresso nella Hall of Fame del club di calcio più antico in Italia.

Finte e proprietà di palleggio, dribbling e numeri d’autore. Una visione di gioco sopraffina che gli permetteva di vedere oltre i confini altrui. Solo i ripetuti infortuni, tra gambe spezzate e lesioni al ginocchio, frenarono parzialmente la parabola di Guillermo con i colori rossoblù. Una storia che esce dagli anni Trenta perpetuandosi sino ai nostri giorni. I capelli impomatati, lo sguardo fiero. Una famiglia di dieci fratelli di origine italiana. Era nato a Buenos Aires. La città della “Boca” e delle casette che ricordavano la Liguria. Al Genoa iniziò la carriera di allenatore come vice durante il mandato di un altro fuori-concorso come Luigin Burlando. Ancora oggi è l’allenatore che ha vinto il maggior numero di volte (6) la Coppa America. Vanta una serie di conquiste. E oltre un centinaio di panchine con la nazionale argentina.

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