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Amarcord: Vincenzo Palumbo ed una carriera presa a calci

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MEDIAPOLITIKA.COM (Marco Milan) – Di calciatori che non hanno mantenuto le premesse iniziali è piena la storia, così come di atleti oltre le righe, di ragazzi comuni diventati improvvisamente popolari ed incapaci di gestire la notorietà. La storia di Vincenzo Palumbo, attaccante italo-tedesco, è però assai più singolare della classica promessa mai sbocciata, perchè al comune intoppo calcistico, Palumbo ha aggiunto vicende extra sportive e guai giudiziari che rendono unica la sua vicenda.

Nato in Germania ad Heilbronn il 17 maggio 1974, Vincenzo Palumbo è un ragazzo italiano cresciuto in Germania. Alto e possente fisicamente, inizia a calcare i campi di calcio fin da bambino, mettendo in mostra notevoli doti atletiche e di combattente in campo, anche a fronte di una tecnica abbastanza grezza e per nulla raffinata. I primi calci li tira nelle squadrette provinciali di Heilbronn e nei dilettanti del Kickers Stoccarda, prima di trasferirsi in Svizzera dove giocherà con Basilea, Servette e Chenois; sono i primi anni novanta e Palumbo prova ad affermarsi nel calcio nonostante un carattere complicato: è lui il primo ad ammetterlo coi suoi allenatori che cercano vanamente di svezzarlo, molto più mentalmente che tecnicamente, perchè il ragazzone nato in Germania ci mette anima e corpo in campo ma spesso eccede con reazioni inopinate verso avversari ed arbitri, oltre a scappare dai ritiri senza seguire nessuna regola. “Così non farai strada”, gli dicono, ma lui preferisce godersi la vita, contando sul suo temperamento che in mezzo al terreno di gioco lo rende cattivo ma anche trascinatore di compagni più timidi. Lui la timidezza non sa neanche cosa sia, anzi, semmai eccede al contrario, è insolente ed arrogante, ma la gamba nei contrasti non la tira mai indietro. La scomparsa dei genitori in un incidente di macchina ne segna probabilmente ancora di più l’animo ribelle, come lui stesso ammetterà anni dopo.

Segna poco, ma fa un lavoro eccezionale per la squadra, così nell’estate del 1995 lo richiama la patria, non sotto le armi, ben inteso, ma sportivamente: lo vuole infatti la Fidelis Andria che sta per disputare il suo quarto campionato consecutivo in serie B. La stagione dei pugliesi sarà sfortunata e li vedrà retrocedere in serie C, ma Palumbo sarà uno dei più positivi, segnerà 5 gol e verrà confermato anche per l’anno successivo quando l’Andria tornerà prontamente in B vincendo il proprio girone di terza serie grazie anche ai gol dello stesso Palumbo, apprezzato dalla tifoseria andriese per dedizione e carisma, oltre che per quelle 12 reti complessive fra serie B e C, perchè anche nella stagione 1997-98 la Fidelis raggiunge la salvezza. Nell’estate del 1998 Palumbo fa il grande salto dopo un clamoroso contenzioso col Padova con cui aveva firmato un precontratto con ingaggio raddoppiato in caso di promozione e stracciato dallo stesso Palumbo in un autogrill dell’autostrada dopo che il Padova era finito in C. Il club veneto farà causa al calciatore che verrà successivamente squalificato ed obbligato ad un risarcimento pari al primo anno di ingaggio coi biancoscudati. Palumbo lo acquista l’Empoli che lo fa anche esordire in serie A dove l’attaccante nato in Germania colleziona 3 presenze prima di capire che lo spazio sarà poco ed accettare la corte del Pescara tornando in serie B. E’ proprio in Abruzzo che la carriera di Palumbo inizia ad oscillare fra le gesta del campo e i guai al di fuori, perchè il centravanti, pur segnando 12 reti in tre stagioni (lo stesso bottino di Andria) si fa notare soprattutto per le sue bizze: litiga spesso coi compagni in allenamento che mal sopportano i suoi atteggiamenti arroganti, poi si becca 5 giornate di squalifica per aver strattonato violentemente la maglia di un guardalinee al termine di una gara contro il Crotone.

E’ la goccia che fa traboccare il vaso: il Pescara non ne può più di quel calciatore che combina più danni della grandine, che è mal visto dallo spogliatoio che gli rimprovera poca professionalità. Così a gennaio del 2001 lo acquista per 800 milioni di lire il Palermo che è in serie C1 e sta lottando per la promozione; il tecnico dei rosanero è Giuliano Sonzogni che ha conosciuto Palumbo ad Andria e sa come prenderlo e plasmarlo, va dal presidente e lo convince ad acquistarlo: “Non se ne pentirà  – dice al patron palermitano – sarà lui a portarci in serie B”. Le ultime parole famose, direbbe la Gialappa’s Band, e visto come finirà l’avventura sicula di Palumbo forse avrebbe ragione il trio di Mai Dire Gol. L’attaccante sbarca in Sicilia in una fredda giornata invernale: capelli corti coperti di gel, occhiali da sole, completo scuro, orecchio destro circondato da orecchini: “Ho un carattere difficile, lo riconosco”, ammette subito ai microfoni, e insomma se il buongiorno si vede dal mattino…..Ma le cose sembrano iniziare nel migliore dei modi perchè alla prima occasione utile Palumbo segna contro la Viterbese e i tifosi palermitani (oltre ad allenatore e società) pensano di aver trovato il bomber giusto per la sospirata promozione che a Palermo aspettano da ormai 4 anni. In effetti il Palermo festeggerà la serie B a maggio del 2001, ma senza Palumbo e senza neanche Sonzogni, esonerato a due giornate dal termine del campionato coi rosanero in piena bagarre col Messina per il primo posto. Due mesi dopo il gol alla Viterbese, infatti, e con altri spezzoni di partita collezionati, Palumbo sparisce per dieci giorni: irreperibile al telefono, nessun amico o conoscente sembra saper niente di lui, tanto che qualcuno vorrebbe addirittura avvisare la trasmissione di Raitre Chi L’ha Visto. Prima che si sollevi un polverone mediatico, però, Palumbo si fa vivo e spiega che è stato costretto a rimanere in Germania dopo il coinvolgimento in un drammatico incidente stradale nel quale suo fratello è rimasto semi infermo ed obbligato a muoversi su una sedia a rotelle. Il Palermo ci crede, forse fa finta di crederci, di queso fratello Palumbo non aveva mai parlato, poi la promozione finale dei siciliani in serie B fa passare la vicenda in secondo piano.

Per la stagione 2001-2002, la prima in B dopo quasi 5 anni, il Palermo chiama in panchina Bortolo Mutti, un tecnico che appena arrivato non è convinto di tenere in rosa Palumbo. Non si fida di quell’attaccante dal carattere riottoso, teme che di mezzo possa andarci l’equilibrio della squadra, tanto più che l’organico rosanero è buono ed il Palermo, nonostante sia una neopromossa, può togliersi qualche soddisfazione inserendosi almeno nella parte sinistra della classifica. In più, la punta si presenta in ritiro con almeno 5 chili di troppo e quando ciò gli viene fatto notare, lui risponde che non è colpa sua se a Palermo vendono arancini ad ogni angolo. Mutti e la società provano a cedere Palumbo al Lecco in serie C, vogliono fargli firmare la rescissione del contratto per 500 milioni, ma il centravanti risponde picche col suo fare strafottente: “In serie C andateci voi, tanto siete abituati”, dice con cattivo sarcasmo alla dirigenza palermitana. Il campionato inizia e Palumbo vede il campo col binocolo, poi a febbraio le cose precipitano ancora di più: la costosa BMW del calciatore viene data alle fiamme nel parcheggio di casa sua, quindi nell’inchiesta che segue si scoprono altarini pericolosissimi ed accuse a cui Palumbo deve rispondere, come traffico di cocaina, detenzione e spaccio, oltre a scoprire un brutto giro di amicizie a cui il calciatore si è legato in Sicilia. E’ troppo: il Palermo lo obbliga a rescindere l’accordo contrattuale, ma il giorno dell’appuntamento in Lega col Collegio Arbitrale per definire la fine del rapporto di lavoro col club siciliano, Palumbo si presenta con un paio d’ore di ritardo giustificandosi con un’improvvisa stanchezza che lo ha fatto addormentare sul divano di casa.

Il CONI lo squalifica per 6 mesi con l’accusa di consumo di sostanze stupefacenti, poi Palumbo ritrova squadra accasandosi alla Torres in serie C. La Sardegna mitiga in parte il suo carattere: l’attaccante ha ormai quasi 30 anni e trova la sua dimensione a Sassari dove in tre anni riesce a ritrovare equilibrio e anche una discreta forma fisica che gli consente di mettere a segno 9 reti. Ancora Sardegna negli anni successivi con contratti ad Olbia e poi fra i dilettanti dove vestirà le maglie di Tavolara, Nuorese, Castelsardo e Calangianus, oltre a brevi parentesi con Pisa, Viterbese e Casarano. A quasi 45 anni, Vincenzo Palumbo scorrazza ancora fra i campetti dei campionati provinciali sardi, sempre abbronzato, sereno e rilassato come forse non è mai stato in una carriera che prometteva bene e che si è invece persa fra un animo insolente e qualche guaio di troppo. Ha vissuto sopra le righe, molto sopra le righe, troppo per affermarsi nel calcio dei grandi. Lo sa anche lui, ma conoscendone il carattere, difficilmente ne avrà rimpianti.

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Gli eroi in bianconero: Alfredo FONI

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TUTTOJUVE.COM (Stefano Bedeschi) – Arrivò alla Juventus giusto in tempo per essere tra i protagonisti dell’ultimo scudetto conquistato dal mitico quinquennio e il primo e unico della sua carriera di Campione, Olimpionico e Mondiale. Era stato acquistato dal Padova come rincalzo di Rosetta e Caligaris, ma, in quella prima stagione in bianconero, giocò molto più lui di quei due fenomeni oramai al tramonto: così fu schierato ora con l’uno, ora con l’altro, quasi a ricevere il testimone di un’ideale staffetta. Due anni dopo, infatti, erano Foni e Rava i nuovi dominatori delle aree di rigore, da affidare alla leggenda. Insieme avrebbero vinto Olimpiadi e Mondiali ma, per la Juventus, solo due Coppe Italia.

La storia juventina di Foni è legata a quello che è definito un record, ma che è qualcosa di più di una curiosità; le sue 229 partite consecutive sono una vera sfida, vinta contro gli incidenti di gioco, i malanni, le insidie degli scadimenti di forma, la severità degli arbitri. Foni, tra l’altro, non fu mai squalificato e anche questo può essere un bel vanto, per un terzino.

La lunga sequenza, cominciò in una domenica storica, il 2 giugno 1935 quando a Firenze la Juventus vinse la partita decisiva per il suo quinto scudetto consecutivo. Compagni di Foni, nelle retrovie, erano il portiere Valinasso, Rosetta, Monti. Da allora, per sette campionati neppure un’assenza, cambiavano i nomi al suo fianco: Amoretti, Bodoira, Peruchetti in porta, Rava, Varglien, Depetrini, Capocasale, Olmi, Locatelli tra i difensori, ma lui c’era sempre.

Un giorno, molti anni più tardi, gli chiesero cosa ricordasse di quella sua impresa e la risposta tracciò un esemplare ritratto d’epoca: «Quando stavo per raggiungere il tetto delle presenze in campionato lo dissi al vicepresidente della Juventus, che era il barone Mazzonis. Mi aspettavo un incitamento, un complimento. Il barone mi rispose che gli risultava sempre regolare il pagamento del mio stipendio e che quindi, conquistando quel record, avrei fatto solamente il mio dovere. Restai di sale. Alzai i tacchi e me ne andai».

La 229ª fu un derby. Sei anni e otto mesi dopo la domenica di Firenze: 31 gennaio 1943. Alle spalle di Foni c’era un nuovo portiere, Lucidio Sentimenti, l’altro terzino era il minore dei Varglien, centromediano era un giovane torinese di notevole classe, Carletto Parola e là davanti un vecchio compagno di Nazionale e di vittorie mondiali, Giuseppe Meazza. Di fronte aveva l’attacco del Grande Torino lanciato alla conquista del primo dei cinque scudetti. In quel derby, risultarono decisivi il terzino destro Sergio Piacentini e l’avversario diretto, Ferraris II. Otto giorni dopo, sempre a Torino, contro il Liguria, per la prima volta il suo nome non figurava in formazione. Il motivo dell’assenza non è molto noto: Foni era stato chiamato a Roma al distretto militare da una cartolina precetto.

Erano giorni duri e tragici: l’Italia viveva sotto i bombardamenti, in Libia le nostre truppe avevano appena lasciato Tripoli, in Russia l’Armir si stava ritirando dalla linea dei Don. Per Foni non fu solo l’interruzione di una serie record, ma praticamente la fine di una carriera. In seguito giocò pochissimo, l’ultima ancora contro il Torino, nel marzo del 1947. Molti anni dopo, una trentina, venne un altro friulano a togliergli il primato delle presenze ininterrotte. Si chiamava Dino Zoff, anche lui giocava nella Juventus: era il portiere che proprio Foni, divenuto allenatore, aveva lanciato, ragazzino, nell’Udinese.

Foni era nato a Udine, il 20 gennaio 1911 e, nell’Udinese aveva tirato i primi calci professionali senza trascurare gli studi che lo avrebbero portato alla laurea in economia. Dall’Udinese lo acquistò la Lazio per 50.000 lire, si dice. Giocava attaccante, ma segnava pochissimo. A Roma l’impresa più notevole fu un gran goal al volo in un derby pareggiato al Testaccio. Per potersi laureare a Padova, chiese di essere ceduto. Qui, in una squadra che schierava anche l’occhialuto Annibale Frossi, cominciò a cambiare ruolo, retrocedendo saltuariamente a terzino. Lo ritroviamo centravanti, tuttavia, nell’ultima partita da avversario della Juventus; era l’ultima partita di un trio famoso. Combi, Rosetta Caligaris (non avrebbero più giocato insieme in campionato) e il Padova fu travolto da un sonoro 5-1.

Nella Juventus, Foni concluse la sua metamorfosi e dopo aver fatto il mediano, l’ala e il centrattacco fu schierato definitivamente terzino. Per Gianni Brera («giocava onestamente bene, qualche volta di agilità, la sua battuta destra era lunga e forte, il tiro di collo una vera squisitezza») era stata la scarsa fantasia a spingerlo fin sulla linea dei “back” e probabilmente anche la scarsa propensione a realizzare dei goal. Ecco cosa si leggeva di lui sul “Calcio illustrato” ai tempi del Padova: «Giocatore calmo e compassato, alle volte anche troppo, dosa con intelligenza i suoi passaggi, a volte realizza, ma altre indispettisce il pubblico perché perde ottime occasioni».

Quattro anni di Serie A e non più di dodici goal: arrivato alla Juventus non riuscì, in quella lunga milizia, a farne uno solo su azione. Lo chiamavano saltuariamente, questo sì, a battere i rigori: ne infilò cinque in tutto. Aveva il gioco difensivo nei propri cromosomi, aveva un gran senso della posizione, era un temporeggiatore come Viri Rosetta: «Io giocavo di slancio, di forza – ricorda Rava – lui aveva una tecnica superiore, una grande calma, una straordinaria sicurezza».

L’intuito, nei momenti cruciali, era pari alla decisione: molto ammirata, spesso, la potenza dei rinvii, uno dei gesti atletici di grande spicco in quel calcio ancora antico. Quando debuttò ai Mondiali, contro la Francia fu lui, con Rava e Andreolo, a salvare la partita grazie alla qualità e calma gelida del suo gioco. E contro il Brasile, si legge, spadroneggiò per potenza, tempestività nelle entrate, mirabile gioco di testa e affiatamento con Rava. Nella finale contro l’Ungheria, poi, conquistò persino i severissimi critici inglesi: «Gli attacchi ungheresi si infrangevano contro lo sbarramento dei terzini italiani, solido come la rocca di Gibilterra».

Foni ebbe la sfortuna di essere capitato alla Juventus negli anni grigi che seguirono il famoso quinquennio. Dopo lo scudetto del 1935, le uniche vittorie vennero in Coppa Italia: in campionato non andò oltre un secondo posto. In compenso ci furono i trionfi in maglia azzurra, dalle Olimpiadi («Avete mai provato a essere incoronati?» Scrisse felice dopo il trionfo di Berlino, quelle dello sgarbo di Owen a Hitler, dove era il capitano della squadra) e al Mondiale. In Nazionale giocò ventitré partite, diciannove delle quali vittoriose e una sola perduta, proprio in Svizzera, sua seconda patria.

La prima era stata con l’Olimpica nel 1936, l’ultima fu anche l’ultima partita degli azzurri in piena guerra: a Milano contro la Spagna, un 4-0 venuto tutto nel secondo tempo dopo che nel primo il trentunenne Foni si era esibito in alcuni salvataggi provvidenziali. Quel giorno firmò il primo goal in Nazionale Valentino Mazzola. Un suo compagno del Grande Torino era pronto a ricevere in eredità la maglia di Foni, Aldo Ballarin.

Conclusa la carriera di calciatore, Foni diventò allenatore. Cominciò con il Venezia, Serie B, nel 1947 poi si trasferì al Casale, al Pavia (Serie C), al Chiasso. Nel 1951 era alla Sampdoria, l’anno dopo all’Inter dove vinse due scudetti all’insegna del primo non prenderle secondo lo spirito che lo aveva animato, quando giocava. In due riprese, dal 1954 al 1956 e dal 1957 al 1958, fu alla guida della Nazionale, nel 1958 passò al Bologna, poi alla Roma, all’Udinese (ecco Zoff, che gli avrebbe tolto il record delle 229 partite), ancora una rappresentativa nazionale, quella di Lega, di nuovo alla Roma, in Svizzera per la Nazionale rossocrociata (Mondiali 1966), ancora l’Inter (1968).

È morto nel gennaio 1985 nella sua casa vicino a Lugano, una domenica, dopo aver visto in TV i goal del nostro campionato.

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Il calcio è un pezzo da Museo

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IL FOGLIO (Matteo Spaziante) – Non avranno i capolavori degli Uffizi o l’imponenza del Colosseo, ma i musei sul calcio si stanno ritagliando un loro spazio anche in Italia, seppur ancora lontani da quelli delle big straniere. I numeri continuano a crescere, a dimostrazione che nel nostro paese piace anche la storia calcistica. Visite in aumento per il Juventus Museum e il San Siro Museum, i due principali luoghi di culto dei tifosi oggi nel nostro paese. Anche se non bastano ancora per entrare nella top 30 dei siti più visitati (secondo il rapporto Mibact 2017), in cui il museo di Capodimonte, trentesimo, ha accolto oltre 230mila turisti. In testa alla classifica il Colosseo (7 milioni) seguito da Pompei (3,3 milioni) e dalle Gallerie degli Uffizi (2,2 milioni). Nel dettaglio, nel 2018 il Juventus Museum ha avuto complessivamente 183.586 visitatori, in crescita rispetto ai 180.932 del 2017, con un totale (dall’inaugurazione fino ai primi di gennaio) di 1.121.455 persone. Numeri che hanno contribuito a far salire i ricavi che di un settore che, insieme ad altre attività commerciali (Accendi una Stella, Membership, Camp, Club Doc) ha permesso alla Juventus di incassare 11,3 milioni di euro nella stagione 2017/2018. Sono stati invece 165.557 i tifosi che hanno varcato l’ingresso del San Siro Museum nel 2017/2018, in aumento del 3,5 per cento rispetto ai 164.995 del 2016/2017. Chiuso nei giorni di campionato, il museo del Meazza ha avuto durante la stagione 2,4 milioni di euro di ricavi, in leggero aumento rispetto ai 2,3 milioni del bilancio al 30 giugno 2017. Ben al di sotto del milione invece le entrate per quanto riguarda Mondo Milan, il museo dedicato solo al club rossonero nella sede della società, con ricavi per 671mila euro (535mila euro nel 2017). Situazione decisamente diversa all’estero, soprattutto in Spagna, dove Real Madrid e Barcellona sono in grado di gareggiare con le più importanti attrazioni culturali. Basti pensare che il museo dei blaugrana è stato il più visitato di tutta la Catalogna nel corso del 2017/2018 con quasi 2 milioni di visitatori, davanti anche al museo Picasso. Quello dei blancos nella capitale, invece, con 1,3 milioni di turisti è stato “solo” il terzo più visitato a Madrid, dietro a due istituzioni come il museo Reina Sofia (3,8 milioni di visitatori nelle tre sedi nel 2018) e il museo del Prado (2,8 milioni di ingressi). Juventus, Inter e Milan difficilmente potranno combattere con l’arte italiana, ma la strada è già segnata.

Articolo pubblicato su Il Foglio del 19 gennaio 2019

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Mazzola, 100 anni del primo Valentino

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AVVENIRE (Massimiliano Castellani) – Dal Quattrocento in poi, a cominciare dal condottiero Cesare Borgia, nella storia italiana c’è sempre stato un “Valentino”. Il primo grande divo del cinema è stato Rodolfo Valentino. E oggi, quando dici Valentino si sottintende il “Dottore”, Rossi, il fenomeno del Motomondiale. Ma in mezzo al ‘900, c’è stato il “primo” Valentino, quello del pallone. Valentino Mazzola, la cui parabola da fuoriclasse si interruppe lassù, assieme al Grande Torino, sulla collina di Superga. Alle ore 17.03 del 4 maggio 1949 uno schianto epocale, un boato che dalla Basilica di Superga risuonò fin sotto la Mole. L’aereo che da Lisbona riportava a Torino la già leggendaria formazione granata del presidente Ferruccio Novo (che non era sull’aereo) e del mister ungherese, Egri Erbstein (ebreo errante scampato alla deportazione nazista ma non a quella tragedia) si sbriciolò in mille pezzi. A bordo del trimotore G212, dopo un viaggio travagliato (iniziato alle 9 del mattino) per la nebbia e la scarsissima visibilità, persero la vita 31 persone: l’intera rosa del Torino, più i dirigenti e i giornalisti al seguito della spedizione per quella che doveva essere una festa: l’addio al calcio di Ferreira, il capitano del Benfica. Vinsero i portoghesi, 4-3, e la partita finì tra gli abbracci e gli scambi di maglie dei giocatori, felici e sudati. Fine della festa e inizio di un incubo atroce che dura da settant’anni. Settant’anni di solitudine e di pellegrinaggi per i tifosi granata che, ogni 4 maggio, salgono a Superga per onorare la memoria di quella squadra dei sogni. La più forte formazione, negli anni ’40, del Vecchio Continente, fiore all’occhiello e poesia del calcio trascritta per l’ultima volta nella Lisbona di Pessoa. Una «Nazionale in maglia granata», pronta a prestare parte dei suoi eroi esemplari alla causa azzurra al Mondiale brasiliano del 1950, quello del Maracanazo che vide il trionfo dell’Uruguay di Schiaffino. In Brasile Valentino non ci andò mai, eppure era già un mito, tanto che l’astro nascente José Altafini per il popolo degli stadi brasileri era “Mazzola”. «Se, nella finale di Rio fosse sceso in campo quel numero “10” assieme ai suoi compagni del GrandeTorino, l’Italia (campione del mondo in carica dal 1938) avrebbe vinto il terzo titolo iridato», recita la vox populi da quel maggio del ’49. E ora nel 2019, è anche il centenario della nascita di Valentino Mazzola. Il capitano del Grande Torino dopo Giuseppe Meazza, venne giudicato dagli storici della pedata «il più forte di sempre». Gianni Brera che considerava Peppìn Meazza «il Fòlber» (il calcio puro) scrisse di Valentino Mazzola: «Era un traccagno di piccola statura e tuttavia così dotato atleticamente da strabiliare. Scattava da velocista, staccava e incornava con mosse da grande acrobata, recuperava in difesa, impostava l’attacco e vi rientrava spesso per concludere. Era insieme regista e match-winner». Il grande Valentino era nato il 26 gennaio del ’19 nel popolare quartiere Ricetto, a Cassano d’Adda. In casa Mazzola cinque figli maschi da sfamare. Così quando il padre perse il lavoro, Valentino, a dieci anni, già lavorava come garzone in un forno e poi operaio nel lanificio locale. Alla domenica gioca con la squadra del Gruppo Sportivo Tresoldi di Cassano. Ma soldi zero. In compenso gol ed emozioni a fiumi. II salto in C con la maglia dell’Alfa Romeo di Milano per il ragazzo che corre veloce sui campi, così come in bici fa altrettanto il suo grande amico e coscritto (classe ’19) Fausto Coppi. Allo scoppio della guerra Valentino si ritrova militare a Venezia e lì, con Loik, inizia la scalata verso l’approdo al Grande Torino e alla Nazionale del tenente degli Alpini, il ct Vittorio Pozzo. Il nuovo trascinatore dei granata non fa mistero che «da bambino tifavo Juventus», e proprio ai bianconeri segna il suo primo gol in granata in un derby (18 ottobre 1942) vinto 5-2. Roba d’altri tempi, certo, come lo scudetto di guerra 1943-’44 perso – ma mai omologato – contro i Vigili del Fuoco di La Spezia in un campionato di guerra in cui il cecchino Mazzola mette a segno 21 gol, secondo solo dietro al bombardiere Silvio Piola (31 reti). Mentre il Silvio delle risaie segna anche ai tedeschi in una partita da Fuga per la vittoria, Valentino alla fine della guerra diventa il simbolo dell’Italia forte e liberata, pronta per affrontare nuovi orizzonti di gloria. Dal 1945 al ’49 il Torino degli invincibili infila una quattro scudetti consecutivi, l’ultimo il quinto personale per Valentino che, nella stagione 1946′- 47, segna anche più di Piola: capocannoniere con 29 gol. La sua corsa sembra inarrestabile. Neppure il gossip (all’epoca si gridava allo «scandalo») poteva frenarlo. Come Coppi, anche Mazzola ha la sua “dama bianca”, Giuseppina Cutrone. La donna che il giorno dello schianto di Superga prese per mano il piccolo Sandro, il primogenito di Valentino (il secondo è Ferruccio, figli avuti dalla prima moglie, Emilia Ranaldi) per strapparlo all’obiettivo dei fotoreporter dei voraci rotocalchi. «La compagna di mio padre mi caricò su un’auto e partimmo da orino, non so per dove… Ricordo solo che mi tenne nascosto in un mulino – ha raccontato ad Avvenire Sandro Mazzola -. Crescendo ho capito che, in pratica, quel giorno ero stato rapito. Mia madre, che viveva a Cassano d’Adda, aveva allertato carabinieri e tifosi. Mi vennero a cercare e quando mi trovarono accadde un fatto ancor più strano: nessuno che mi abbia detto, “sai, il tuo papà è morto”. Quel giorno ho scoperto di avere un fratello più piccolo, Ferruccio». Orfani, i due figli d’arte del Campione che da Valentino hanno ereditato una valigia (l’unico oggetto personale ritrovato tra i rottami dell’aereo) e il talento. «Sandro lo ha messo a frutto a pieno, io no», ripeteva Ferruccio, è morto nel 2013. Dietro di sé, la cometa Valentino lasciava una scia infinita di rimpianti, due “vedove” (una denuncia di bigamia che gli sarebbe stata recapitata al ritorno da Lisbona) e cuccioli di 7 (Sandrino) e 4 anni (Ferruccio). Due bambini smarriti che a Milano finirono a «contrabbandare sigarette» (racconta Sandro Mazzola) per le strade di Porta Ticinese e a salvarli dalla miseria ci pensò quel burbero buono di “Veleno”, Benito Lorenzi, il generoso attaccante di quell’Inter che fu l’ultima squadra italiana ad incrociare il Grande Torino la domenica prima delle salme. «Io e Sandro eravamo diventati le mascotte dell’Inter di Masseroni e quando vinceva davano anche a noi il premio partita di 5mila lire», aveva scritto Ferruccio nella sua biografia Il terzo incomodo (Bradipolibri) in cui con un pizzico di rabbia cercava di spiegare il vuoto incolmabile lasciato dal padre. Lo stesso vuoto provato da Sandro che, nonostante i grandi successi ottenuti subito al debutto con l’Inter del “Mago” Helenio Herrera, ha solo parzialmente sanato le conseguenze di quell’amore strappato via troppo in fretta. «Dopo una perdita del genere impari a non piangere più… Spesso papà l’ho ritrovato nei sogni. Mi rivedo a giocare con lui e nello spogliatoio del Torino: avevo il mio stipetto di fianco al suo, ci tenevo la maglia granata e i calzoncini bianchi. A volte ho risentito il calore della sua mano sulla mia testa, per me bambino era come la mano di Dio che mi proteggeva e mi diceva: “Sandrino, non ti può succedere niente di male” ». Quel che fa male è accorgersi che la memoria collettiva troppo spesso è assai corta. «Quando giocai la prima volta contro il Torino, nessun dirigente mi venne a salutare. Neanche il presidente Novo si scomodò… eppure papà aveva chiamato mio fratello Ferruccio in suo onore. Solo il magazziniere Zoso si era ricordato di me, venne con le sue figlie a farmi festa e disse: “Sandrino vieni a vedere nello spogliatoio”. Aveva conservato il mio stipetto». La memoria delle basse forze, solida come quella del geniale Puskas che conservava nitido il ricordo del grande Valentino, e dopo un Real Madrid-Inter andò incontro al giovane Mazzola per stringergli la mano e dirgli: «Bravo ragazzo, ho giocato contro tuo padre, sei il degno figlio Scambiamoci la “camiseta”». Cento anni dopo, tra i nipoti di Sandro c’è un Valentino, e la storia, anche quella di cuoio, magari a volte spalanca la porta alla speranza.

Articolo pubblicato su AVVENIRE il 18 gennaio 2019

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