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Il Calcio Racconta

9 novembre 1988 – Malgrado Belgrado

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Eleonora D’Alessandri) – Tutto poteva finire prima di cominciare e invece, il 9 novembre 1988 a Belgrado, si gioca la partita di ritorno del primo turno di Coppa Campioni tra Stella Rossa e Milan che cambierà la storia del club rossonero.

Il Milan veniva dal primo campionato vinto dell’era Berlusconi e, per avviare un ciclo assolutamente significativo, aveva disperato bisogno di vincere la Coppa o quantomeno di arrivare in finale. Per questo la società, durante l’estate, aveva allestito una squadra stellare composta prima di tutto dai tre giovani olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard. Berlusconi si era innamorato di Gullit, pagandolo una cifra vicina ai 10 miliardi di lire, ma l’Ajax lo aveva “costretto” a prendere anche Van Basten per un miliardo e mezzo. Quest’ultimo dimostrerà con il tempo le sue caratteristiche da campione, anche se il tecnico rossonero Sacchi non lo vedrà mai di buon occhio perché poco inquadrabile nei suoi ferrei schemi.

Nonostante queste costose operazioni di mercato però, il Milan stava per essere sbattuto fuori da quella Coppa dei Campioni poiché, nella partita di andata a San Siro, lo squadrone rossonero aveva sottovalutato gli slavi, non potendo sapere che tra di loro c’erano due giovanissimi ventenni che erano destinati a diventare stelle del calcio mondiale, il capitano Dragan Stojkovic e Dejan Savicevic, portando a casa solo un 1-1 (gol di Stojkovic e replica di Virdis poco dopo).

Il biglietto della partita (Collezione Matteo Melodia)

A Belgrado, nel temutissimo e caldissimo stadio Marakana, al 57° minuto era sotto di un gol segnato da Savicevic e con un uomo in meno per via dell’espulsione di Virdis, praticamente partita chiusa e Milan fuori dalla Coppa.

Da qui però, la storia cambia.

Il clima per i rossoneri è ostile, la squadra sembra intimorita e appare in affanno rispetto agli slavi che, al contrario, sono tonici e tengono le redini del gioco. Il primo tempo si chiude sullo 0-0, un risultato che fa comodo ai padroni di casa. Il Milan ha ancora 45’ per cambiare l’inerzia della partita, invece le cose precipitano: passano pochi minuti e Dejan Savicevic dalla distanza supera Giovanni Galli. Stella Rossa in vantaggio.

Improvvisamente sul campo cala un nebbione fittissimo che non si vedeva da anni e, dopo qualche tentativo a procedere, l’arbitro al 12” del secondo tempo, prima sospende la partita e poi lo annulla completamente per rigiocarla il giorno dopo, come prevede il regolamento UEFA.

Gli uomini della Stella Rossa erano psicologicamente stanchi, mentre i giocatori del Milan erano euforici per lo scampato pericolo, recuperando anche Gullit dall’infortunio che gli aveva impedito di giocare nel precedente match, mentre dovrà comunque rinunciare a Virdis, espulso per un fallo visto solo dal guardialinee nella nebbia del giorno prima e ad Ancelotti invece diffidato.

Nonostante questo la squadra di casa, fortissima e determinata, riuscì a pareggiare dopo il gol di Van Basten con Stojcovic, ma ai rigori furono battuti, garantendo di fatto al Milan la trionfale galoppata fino alla vittoria della Coppa. Da lì in avanti, infatti, elimerà Werder Brema, Real Madrid e in finale travolgerà a Barcellona lo Steaua Bucarest per 4-0, tornando sul tetto d’Europa.

La nebbia a Belgrado c’è una volta ogni dieci anni e se quel giorno non fosse calata eccezionalmente sul Marakana, probabilmente il glorioso ciclo di vittorie del Milan sarebbe andata in maniera diversa cambiando irrimediabilmente la storia recente del calcio italiano e del nostro paese.

Si ringrazia Matteo Melodia per la consueta collaborazione.

Romana e romanista di nascita, trasferita in Friuli Venezia Giulia per sbaglio. Una laurea in scienze della comunicazione, un lavoro come responsabile marketing e un figlio portiere mi riempiono la vita. La mia grande passione è il calcio, la sua storia e tutto quello che ne fa parte.

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14 novembre 1973: la prima sui “Maestri”. Racconto emotivo di un’impresa.

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Paolo Laurenza) – Raccontando Inghilterra Italia del ‘73 non si narrano le gesta di un calcio che non c’è più, guardando la partita vengono meno alcune certezze circa la minore intensità delle partite del passato. L’abolizione del retropassaggio di vent’anni dopo ha senz’altro contribuito alla riduzione di giocate prudenti, contenitive e noiose, ma quel 14 novembre del 1973 nessuno dei ventidue in campo aveva intenzione di fare giocate prudenti, contenitive o noiose. Rivedendo l’incontro, o vedendo per chi come chi scrive all’epoca non era nato, ci si gusta un Wembley gremito di passione per le partite internazionali, la “fanfara” che mentre le squadre escono per la fine del primo tempo entra a passo fiero tra le fila dei giocatori, spettatori che invadono il campo a fine partita per andare ad abbracciare i beniamini.

Al 15° poi, quando Nando Martellini ci ricorda il minuto e il risultato, ci si gusta anche il rinverdire di quel senso di rabbia che si provava quando, accendendo la TV a partita iniziata, non c’era modo di sapere quale fosse il risultato fino a che il telecronista non si degnava di ricordarlo; chiunque abbia visto partite prima dell’avvento del televideo ha vissuto questa “frustrazione”.

Oggi verrebbe da chiedersi come sia possibile che un incontro amichevole possa essere così sentito sia dal pubblico sia dai giocatori, le risposte sono molte e a titolo non esaustivo proviamo a trovarne qualcuna.

I 30.000 tifosi italiani presenti che fanno sentire il grido “Italia Italia” in diversi momenti, sono migranti di un mondo nel quale per rientrare a casa nella terra di Albione non si avevano a disposizione voli low cost. Inoltre Italia e Inghilterra sono nazioni che quarant’anni prima si erano fatte la guerra; certo la Seconda Guerra Mondiale a differenza della prima non lasciò spiriti di rivalsa tra vincitori e vinti, ma nel ‘73 sono vivi i ricordi ed attuali i racconti di quel figlio fatto prigioniero o ucciso dagli inglesi come quelli dell’altro morto ad Anzio per liberare Roma.

Sul piano calcistico le partite internazionali stanno aumentando in quegli anni per via delle qualificazioni agli europei per nazioni, ma si parla ancora di poche squadre e quindi di poche partite. Per intenderci fino al 1990 le qualificazioni mondiali/europei vedevano coinvolte 32 squadre UEFA contro le 52 di oggi. Nel 1973 si viene da un calcio nel quale in una stagione la nazionale poteva disputare anche solo 5 incontri, chiaro quindi che ogni partita fosse già di per sé un evento.

Il prezioso tagliando valido per l’ingresso (Collezione Matteo Melodia)

Ma al di là delle considerazioni sociologiche o statistiche, prima di ogni cosa c’è la rivalità tra le due nazionali, una rivalità antica. Nel primo incontro del 1933 gli italiani freschi vincitori della Coppa Internazionale affrontarono per la prima volta “I Maestri” che all’epoca, proprio perché “Maestri”, non partecipavano ai tornei. A Roma fu 1 a 1 con gli inglesi che si dichiarano sorpresi dalla forza degli Azzurri. Si organizzò quindi una replica dell’incontro a Londra per l’autunno/inverno del ‘34, quella che sarà la “Battaglia di Highbury”. Disputata anch’essa il 14 Novembre ma del 1934, la data nel ‘73 non fu casuale, com’è noto finì 3 a 2 per gli inglesi. Gli italiani giocarono di fatto in 10 per la frattura al piede di Monti e nel secondo tempo, definitivamente in 10 contro 11, tramutarono una probabile disfatta (si era sul 3 a 0 per gli inglesi con 3 gol nei primi 12 minuti) in una mancata rimonta che la stampa internazionale raccontò come vittoria morale azzurra.

Tutte queste sfaccettature messe insieme fecero forse meno dei titoli dei tabloid che etichettarono gli Azzurri come “squadra di camerieri”, riferendosi al passato di Chinaglia che come figlio di emigranti a Cardiff lavorò appunto come cameriere. Questi e altri innumerevoli motivi di rivalità prendono forma nelle parole pronunciate da Nando Martellini in apertura di telecronaca:

“Telespettatori italiani buonasera.

La Nazionale Italiana per la decima volta di fronte agli inglesi, per la seconda a Wembley.

La partita è in programma come amichevole, in restituzione della visita fatta dalla Nazionale Inglese a Torino nel giugno scorso; e già questo ricordo serve a far dubitare del carattere squisitamente amichevole dell’incontro.

Gli inglesi vorrebbero cancellare quello 0-2 due che rappresentò il crollo della loro imbattibilità nei nostri confronti ma c’è poi – determinante – la considerazione della Coppa del Mondo: gli inglesi sono fuori, eliminati dalla Polonia; gli azzurri si sono qualificati. E’ ovvia la posizione capestro degli inglesi: battendoci possono far valere l’indubbia sfortuna che li ha lasciati a casa, altrimenti la loro condanna diviene definitiva e le loro ambizioni calcistiche definitivamente ridimensionate.

Insomma se i nove precedenti incontri non erano stati propriamente amichevoli questo decimo si presenta come il meno amichevole di tutti, tanto è il prestigio che le due nazioni vi puntano sopra: I vincitori della Rimet del ‘66 contro i secondi del ‘70 in Messico”.

C’è di più, i sudditi di Sua Maestà sono ahi loro sotto scacco, in una posizione che sembra scritta da Paolo Villaggio. Fatti salvi i fortunati possessori di uno dei 120.000 tagliandi, gli altri potranno vedersi la partita solo in differita e per di più neanche tutta: durante la partita, saranno costretti a vedersi una registrazione della cerimonia nuziale di una principessa:

“Londra ha vissuto oggi una delle sue grandi giornate per il matrimonio della figliola della regina. L’avvenimento ha fatto passare in secondo piano finora alla tv alla radio e sui giornali la partita di Wembley. Ma ora che ci siamo dentro e che le telecamere della BBC […], si sono accese anche sui 120 mila spettatori di Wembley ci accorgiamo che l’interesse del paese era vivissimo anche per Inghilterra Italia di calcio, che viene a rifinire un giorno davvero importante per la capitale inglese.

Mentre noi trasmettiamo sui teleschermi italiani in diretta, in Inghilterra passa ancora in televisione una registrazione della cerimonia nuziale di stamane. La partita andrà in differita è punteggiata più tardi”.

Il gagliardetto originale della partita (Collezione Marco Cianfanelli)

Vedendo Inghilterra Italia del 1973 si capisce perfettamente cosa significhi giocare in contropiede contro una squadra aggressiva, si vede e quasi si tocca con mano il perché se si pensa a uno stereotipo dei modi di giocare al calcio, una partita tra Italia e Inghilterra giocata a Londra non può che esserne l’esempio primo.

Si badi, contropiede non significa catenaccio, certo senza Zoff, imbattuto da 827 minuti, in porta sarebbe stato meno facile, ma la tradizione dei portieri italiani ci consente di allevare numeri uno che siano tali a livello mondiale. Impressionante è anche Burgnich in difesa, come Rivera un maestro a centrocampo. Chinaglia riparte come un carro armato dotato di motore turbo e Capello che mostra la sua concretezza e serietà sul campo e marcatore al minuto 86 del gol partita.

Novanta minuti di agonismo, che trovano la loro prima e forse unica pausa al 43° quando s’infortuna Osgood. Dare oggi la cronaca di una partita raccontata mille volte è superfluo, ma se questa sera avete un’ora e mezza di tempo preparatevi una frittatona di cipolle e una familiare Peroni gelata, annunciate a casa che è serata di rutto libero. Nessuna “Corazzata Kotiomkin”, nessuna principessa che si sposa. Si gioca Inghilterra Italia signori, zitti tutti.

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Evoluzione della tecnica calcistica – Quinta parte

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Tiziano Lanza) – Siamo arrivati al quinto appuntamento del nostro viaggio nell’”Evoluzione della tecnica calcistica”. Negli appuntamenti precedenti abbiamo approfondito la dotazione tecnica dei primi footballers e abbiamo cercato di capire come veniva colpito il pallone quando il calcio nacque. Abbiamo poi effettuato una panoramica sull’evoluzione del Regolamento del Gioco e analizzato le varie “scuole” nel mondo. E in Europa? Scopriamolo in questo appuntamento.

Buona lettura.

L’elite europea

Nel vecchio Continente, negli anni Venti, si affermavano le scuole del calcio Danubiano, cioè gli stili nazionali di Ungheria, Austria e Cecoslovacchia. Il gioco della scuola danubiana era fatto di eleganti passaggi di prima, di buon palleggio e tecnica individualistica con la palla al piede. Un breve filmato dei primi anni Trenta mostra la nazionale della Cecoslovacchia andare a rete contro l’Inghilterra: i pochi e precisi passaggi e la bellezza del goal al volo, richiamano un calcio spettacolare, raffinato e davvero moderno. Gli stessi maestri inglesi trovarono filo da torcere in incontri amichevoli con le squadre danubiane di Austria e Ungheria, così che dovettero a loro volta migliorare soprattutto l’impostazione tattica del gioco, pur mantenendo il loro calcio maschio e vigoroso. Quasi un paradosso, il tecnico che contribuì allo sviluppo della scuola calcistica danubiana fu l’inglese Jmmy Hogan, al quale si legarono le fortune prima dell’Ungheria e poi della fortissima Austria del 1930, la famosa nazionale soprannominata Wunderteam.

La supremazia dei maestri inglesi, tuttavia, resisteva ancora poiché, come ebbe modo di osservare l’austriaco Ugo Maesl –altro grande maestro di calcio dell’epoca–  il gioco dei Danubiani era meno veloce e garantiva meno copertura in difesa. Tale lacuna del calcio continentale, se così si potrebbe definire, fu colmata dal grande tecnico del calcio italiano Vittorio Pozzo, sempre negli anni Trenta. Pozzo impostò la nazionale italiana con una linea difensiva all’epoca unica al mondo. Negli anni fra il 1930 e 1935 la Nazionale azzurra faceva perno sulla difesa della fortissima Juventus, vincitrice di ben 5 titoli nazionali consecutivi.

Secondo gli storici, altre due perle della tecnica calcistica trovano origine nella seconda metà degli anni Trenta: la rovesciata all’indietro, detta anche “a bicicletta”, e il “doppio passo”. L’inventore della rovesciata a bicicletta fu il centravanti brasiliano Leonidas, mentre la tecnica del doppio passo fu inventata e praticata dall’italiano Amedeo Biavati. La rovesciata all’indietro era assai spettacolare e fu adottata da molti altri giocatori. In Italia il primo fu Silvio Piola, mentre più tardi Carlo Parola ne divenne l’icona.

Il “doppio passo” di Amedeo Biavati era una finta eseguita muovendo il piede lateralmente davanti al pallone; Biavati simulava con il sinistro una roteazione per calciare la palla, ma senza toccarla: beffardamente la calciava con il destro, lasciando disorientato l’avversario per quella frazione di secondo che bastava a superarlo. Nel corso degli anni furono molte le varianti dell’originario doppio passo; ma sostanzialmente la tecnica si rifà alla finta di Biavati degli anni Trenta.

Sempre nel 1938, un breve filmato del Mondiale di Francia mostra una spettacolare giocata del terzino Domingos da Guia: costui superava un avversario con un palleggio aereo, lo evitava con una finta e, prima che la palla ricadesse, rilanciava per la sua squadra. Tale deliziosa giocata oggi sarebbe chiamata “sombrero”.

Considerato nella sua globalità, ammesso e non concesso, il calcio degli anni Trenta si potrebbe considerare moderno così come lo intendiamo oggi. La differenza ovviamente sta nelle diverse velocità del gioco: il calcio di oggi è estremamente più veloce di quel calcio; ma la tecnica rimane sostanzialmente la stessa. Ciò che oggi si può apprezzare in una partita calcio, è la bellezza di una tecnica antica applicata a grandi velocità un tempo impensabili; e sono perciò improponibili i paragoni fra le velocità del gioco di quei tempi con le velocità di oggi.

Giunti a questo punto, è tempo di ricordare brevemente alcuni giocatori fuoriclasse europei degli anni Trenta, in grado di fare cose straordinarie con la palla, quindi virtuosi della tecnica. Nella fig. A.14 ce ne sono tre: il portiere Zamora, il regista-attaccante Meazza e l’attaccante puro Sindelar.

Lo spagnolo Ricardo Zamora fu per molti versi il prototipo del portiere moderno. Dotato di grande personalità, fu il primo portiere-regista della propria difesa. Tecnicamente, esibiva parate di pugno nelle mischie più focose, e prese plastiche in tuffo –all’epoca le squadre giocavano con i terzini molto arretrati e richiedevano meno uscite dei portieri. Zamora aveva una dote in più: “ipnotizzava” l’avversario durante l’effettuazione del calcio di rigore; era una sorta di condizionamento istrionico che avrebbe fatto la fama di altri portieri nel Dopoguerra. Un aneddoto racconta che Zamora difendeva la porta della Spagna contro l’Inghilterra nel 1929; nella focosa partita si fratturò lo sterno –con avversari di tale prestigio non era mai “amichevole”–, ma rimase stoicamente nella sua porta nonostante il gran dolore fisico. La Spagna trionfò 4-3 e fu la prima nazionale a battere gli inglesi fuori dalla loro Isola.

Fig. A.14: Zamora, Meazza e Sindelar: tre grandi del calcio. Si ritrovarono tutti al Mondiale del 1934.

Giuseppe Meazza, detto anche “el Peppin” o “Balila”, fu il più grande giocatore italiano fra le due guerre, ricordato in tutte le epoche per antonomasia, come autentica ed eterna icona del calcio italiano. All’inizio Meazza fu un attaccante puro, un inarrivabile centravanti; poi arretrò e fu il raffinatissimo interno di regia che il calcio italiano maggiormente ricorda. La sua tecnica calcistica si esprimeva nel dribbling elegante, nei cambi di direzione improvvisi che disorientavano l’avversario. Ma soprattutto, Meazza esibiva un tocco di palla delizioso, che in epoche successive sarebbe stata caratteristica imprescindibile dei grandi numeri 10 del calcio mondiale.

Nella memoria dei tifosi, Meazza fu leggendario per il dribbling al portiere avversario; quest’ultimo era chiamato fuori dalla porta in una sorta di sfida duale, come un torero con il toro. Era dotato anche di un buon colpo di testa, che però disdegnava per non “destabilizzare” la sua pettinatura… Il calcio era anche questo!

L’attaccante austrico Matthias Sindelar fu soprannominato der Papierene, “carta velina”, perché con il suo fisico quasi gracile riusciva a incunearsi fra le maglie più strette delle difese avversarie con una classe inimitabile. Si diceva che era dotato di gran fiuto e rara intelligenza calcistica. Sindelar praticava spesso il tunnel ai danni dell’avversario ed era capace di dribblare molto stretto. Era un ambidestro dotato di un eccellente tocco di palla, tanto che i tifosi dicevano che aveva i “piedi di Mozart”. Se Zamora fu l’archetipo del portiere moderno, Sindelar lo fu senz’altro dell’attaccante.

Zamora, Meazza, Sindelar. Messi insieme, questi tre grandi giocatori europei degli anni Venti-Trenta impersonavano la tecnica moderna del calcio, che appunto soddisferebbe lo spettatore del Duemila.

A questo punto, sarebbe tuttavia un errore pensare che i maestri inglesi, nello stesso periodo, non avessero giocatori squisitamente tecnici. Il calcio inglese degli anni Trenta si componeva di tecnica, forza fisica e corsa; i giocatori di gran qualità erano molti. Sul finire degli anni Trenta, in Inghilterra, l’emblema del “calcio perfetto” fu impersonato dal fuoriclasse  Stanley Matthews. Nel 1934 a soli 19 anni entrò a far parte della squadra nazionale, e si tratta ancor oggi del più longevo giocatore di calcio di tutti i  tempi. Il dribbling stretto era la sua specialità: si diceva che fosse capace di dribblare sulla moneta da 1 penny.

Fig. A.15: Stanley Matthews nel 1950.

Matthews giocò dagli anni Trenta ai Cinquanta; fu perfetto nel ruolo di ala destra; una recente biografia filmata ne mostra virtuosismi di gran intelligenza calcistica. Pelé disse di lui che “fu l’uomo che insegnò il calcio a tutti noi”.

La lunga e prestigiosa storia del calcio dei “maestri inglesi”, negli anni di inizio Novecento e fino agli anni Trenta, fu costellata da autentiche leggende: ricordiamo qui Billy Meredith, Aex James, Dixi Dean e Tommy Lawton, solo per citarne alcuni.

Matthews fu forse il giocatore più completo fino al 1950; poi comparvero altri fuoriclasse, da Puskas a Kubala, da Di Stefano a Pelé. Nel frattempo, arrivavano anche in Europa i palloni con la valvola di gonfiatura, tutti chiusi e senza le stringhe.

Qui l’inglese Stanley Matthews chiude idealmente il paragrafo sull’élite europea. Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, fra Sudamerica ed Europa, il calcio aveva raggiunto la maturità, adottando quella fisionomia moderna cui oggi siamo abituati tutti noi sportivi, appassionati e tifosi; il football era divenuto the beautiful game, “il bel gioco” come Pelé l’avrebbe chiamato in seguito.

Dagli anni Cinquanta ad oggi, la tecnica calcistica sarebbe stata più o meno affinata, ma mai veramente rivoluzionata. Alla tecnica fu preferita la tattica e il perseguimento di una sempre maggiore velocità di gioco; il calcio diveniva sempre più atletico. E rimaneva “maschio” anche se sempre più praticato dalle donne.

Evoluzione della tecnica calcistica – Prima parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Seconda parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Terza parte

Evoluzione della tecnica calcistica – Quarta parte

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Dal Chinotto Neri all’Atletico Roma. Breve storia di 70 anni di calcio romano

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GLIEROIDELCALCIO.COM (Marco Cianfanelli) – Nella città eterna il calcio non è solo Roma e Lazio ma anche la storia di tante Società dilettantistiche che, sebbene non siano giunte ai vertici del calcio nazionale, hanno comunque dato un contributo significativo alla storia di questo sport lanciando giovani promesse ed esprimendo delle realtà che sono arrivate ben oltre i limiti del quartiere che hanno rappresentato. TORPIGNATTARA e S. BASILIO, come vedremo, non sono semplicemente l’anima calcistica di rioni romani ma la vera punta di un iceberg di un movimento che, lontano dai riflettori della ribalta, ha saputo donare tante soddisfazioni ai propri tifosi ma soprattutto trasformare tante giovani promesse in affermati calciatori.

UNIONE SPORTIVA CHINOTTO NERI CASILINA/FEDIT/TEVERE ROMA

Una formazione del Chinotto NERI (fonte WIKIPEDIA)

TORPIGNATTARA è un popoloso periferico quartiere romano che insiste sulla Via Casilina. In questa zona fu eretto il mausoleo di S. Elena, madre dell’imperatore romano Costantino e nota perché a Lei la leggenda attribuisce il ritrovamento, in Terra Santa, della croce su cui fu crocefisso Gesù. In questa zona, che subì non pochi danni nel corso della Seconda Guerra Mondiale, lo sport o meglio il calcio era una vera e propria valvola di sfogo dopo gli infausti eventi del conflitto. Proprio qui, già pochi mesi dopo il termine del conflitto, nacque la Società Sportiva TORPIGNATTARA cui si aggiunse, tempo dopo, un ulteriore club (Arco Juve). Dalla fusione di queste due squadre nacque, nell’estate del 1948, l’US CASILINA che non trovò del tutto convinti gli sportivi locali che vedevano il cambio di denominazione come uno snaturamento delle origini della loro squadra. Con tale nome la squadra disputò il campionato di Promozione nella stagione 1949-1950. All’epoca tale campionato era una categoria di livello interregionale che possiamo assimilare all’attuale Serie D. Il Casilina si trovò a fronteggiare compagini in gran parte laziali e disputò una stagione sicuramente brillante classificandosi al quarto posto, sfiorando la promozione in Serie C. Fu proprio al termine di questa stagione che avvenne la svolta che portò l’ingresso nel club di un noto imprenditore (Pietro Neri), proprietario dell’omonima Società produttrice di bevande tra cui il famoso CHINOTTO NERI. Il cambiamento non si limitò soltanto al nome ma anche ai colori sociali che passarono dal giallo-rosso al giallo-verde del nuovo sodalizio.

Il vecchio TORPIGNATTARA era quindi diventato la Società Sportiva CHINOTTO NERI, squadra che rappresentava una realtà industriale ben nota fermamente intenzionata a fare del calcio un mezzo attraverso cui poter anche diffondere i propri prodotti. L’inizio della storia sportiva del CHINOTTO NERI fu, in effetti, esaltante con la conquista immediata, nella stagione 1950-1951, della promozione in Serie C. Nella successiva stagione, invece, ci fu la retrocessione in IV Serie categoria in cui i giallo-verdi militarono per cinque stagioni consecutive fino a conquistare, dopo uno spareggio con il Marsala, il ritorno in Serie C. Fu, però vana gloria poiché al termine di quella vittoriosa stagione l’azienda proprietaria, soddisfatta oramai della pubblicità ricevuta dal calcio, decise di concludere la propria attività sportiva. Fu pertanto, nell’estate del 1957, effettuata una fusione con un’altra compagine romana la FEDERCONSORZI e il nuovo sodalizio assunse la denominazione di FEDIT che era l’indirizzo telegrafico della citata federazione che associava i consorzi agrari nazionali. Tale club, che vestiva maglie rosso-verdi e disputava le proprie gare al Motovelodromo Appio, ebbe una storia assai breve militando per sole due stagioni in serie D prima di confluire in un’ulteriore compagine capitolina l’AS Tevere Roma.

Manifesto relativo alla partita amichevole Roma – Fedit (fonte sito www.asromaultras.org)

L’Associazione Sportiva Tevere Roma nasce nel 1959, sebbene le sue origini vengano fatte risalire al 1950. Indossando le tradizionali casacche giallo-oro, il sodalizio romano ha onorato il calcio laziale e nazionale disputando, fino al 1973, sei campionati di serie C e otto di serie D. Vera fucina di campioni e per vari anni considerata la terza forza del calcio romano, fece esordire affermati calciatori come Spinosi, Ginulfi, Superchi, nonché Giacomo Losi che, al termine della sua splendida carriera nella Roma, andò a chiudere nella Tevere Roma.

    

LODIGIANI/CISCO ROMA – CISCO LODIGIANI/ATLETICO ROMA

La Lodigiani Calcio nasce nel 1972 per opera di Giuseppe MALVICINI, ed era la squadra aziendale della Lodigiani Costruzioni azienda dell’omonima famiglia piacentina. Giocava le proprie partite interne allo stadio Francesca Gianni, nel popoloso quartiere di S. Basilio rione nell’area nord-est di Roma e vestiva i colori bianco-azzurro. Tali colori contraddistinsero la compagine romana solo per un primo periodo poiché in seguito, in segno di onore verso i colori della città natale della famiglia Lodigiani, fu deciso di assumere casacche bianco-rosse.

Dopo l’affiliazione alla FIGC nel 1974 e alla partecipazione ai relativi campionati, la LODIGIANI, inizia un’inesorabile ascesa che la porta, ai primi anni ottanta, ad affermarsi come terza forza del calcio capitolino. L’ascesa si suggella, alla guida di mister ATTARDI, con la promozione in C2, conquistata nel 1983, e la conquista della Coppa Italia dilettanti, affermazioni che lanciarono il club di S. BASILIO sulla ribalta nazionale. La bravura del club però non si ferma soltanto ai titoli conquistati sul campo. Va oltre a questo come dimostra la lungimirante scelta di far giocare nella prima squadra i migliori prodotti del vivaio della Lodigiani o di altre squadre laziali. Nasce un vero e proprio modello di calcio basato sui giovani che diventeranno futuri campioni che si affermano sulle ribalte nazionali. Tanto per fare qualche nome nella Lodigiani hanno giocato, nella parte iniziale della loro carriera, giocatori come Moretti, Firmani, Di Michele, Rosati, Coppola, Liverani, Candreva e Luca Toni, quest’ultimo particolarmente legato al Mister ATTARDI tanto da dedicargli la conquista del mondiale nel 2006. Oltre a questo va anche menzionato un floridissimo vivaio. Un nome su tutti, Francesco TOTTI, ripreso nella foto in basso con la maglia dei Giovanissimi della Lodigiani.

Francesco TOTTI con la maglia dei Giovanissimi della Lodigiani.

Per il campionato del debutto in Serie C2, la Lodigiani trasferì la sede dei propri incontri casalinghi allo Stadio Flaminio. Fu inserita nel girone D con squadre come Reggina, Nocerina e Siracusa, oltre alle laziali Frosinone e Latina. I risultati furono altalenanti ma sempre di tutto rispetto anche considerando il blasone delle avversarie affrontate, alcune con diversi anni di frequentazione dei massimi livelli del calcio nazionale. Il salto di categoria fu conseguito al termine del campionato 1991 – 1992 e portò i romani a confrontarsi, nella successiva stagione, con squadre ancora di maggiore spessore ma senza alcun timore, come dimostrato dalla vittoria all’esordio conseguita contro il favorito Palermo. La stagione 1993-1994 fu quella della consacrazione. Rinforzatasi con giocatori esperti e con il ritorno in panchina di Attardi, la Lodigiani arrivò quarta in campionato riuscendo a disputare i play off, poi persi, per la promozione in Serie B. Crebbe l’interesse verso la squadra che arrivò a raccogliere fino a 1500 abbonati e l’attenzione e la simpatia di migliaia di sportivi romani. Tuttavia, era soltanto un sogno effimero poiché dopo una serie di stagioni altalenanti la Lodigiani retrocesse nel 2002 in C2. Fu la prima retrocessione della sua storia e l’inizio dell’inesorabile declino con l’acquisizione della Società da parte del Gruppo CISCO nel 2004 e l’assunzione della conseguente nuova denominazione di AS Cisco Lodigiani poi mutuata in Cisco Roma dal 2005.

La Cisco Roma abbandonò l’impianto della Borghesiana per stabilire il proprio quartier generale con un ritorno al tanto caro stadio Francesca Gianni a San Basilio. Della vecchia Lodigiani resta soltanto una compagine che, creata da vecchi dirigenti, si occupa del settore giovanile. La Cisco Roma, con Paolo Di Canio nelle sue fila, invece sfiora la promozione in C1 nella stagione 2006-2007 per poi ripetersi con buoni campionati nelle stagioni successive non coronati però dalla promozione. Nell’estate del 2009 avviene la svolta a livello societario con l’acquisto della squadra da parte dei fratelli Ciaccia. Il passaggio di proprietà si rivela subito efficace con la promozione in C1, fino ad arrivare, nella stagione seguente, ad un passo dalla B. L’arrivo dei Ciaccia non porta solo a una promozione, ma anche all’eliminazione del nome aziendale “Cisco” per far posto a un ulteriore da affiancare a “Roma”. Per definirlo viene aperto un sondaggio e i tifosi scelgono la denominazione “Atletico Roma”. Inizia una nuova era per la squadra, che cambia dunque nome, colori sociali (visto che adotta la colorazione bianco-blu). Non fu vera gloria poiché da lì a poco anche l’Atletico Roma finisce le proprie gesta calcistiche. Nel 2011, infatti, la Società è esclusa dai campionati federali e, conseguentemente, messa in liquidazione dalla proprietà. Finisce così un’altra bella realtà del calcio capitolino.

Gagliardetto Atletico Roma (collezione Marco Cianfanelli – www.pennantsmuseum.com)

 

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