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La Penna degli Altri

Lo scudetto giallorosso del 1983 e Falcao eletto “Ottavo Re di Roma”

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SPORTHISTORIA (Giovanni Manenti) – L’estate 1982 è una stagione di gioia per i tifosi italiani grazie alla Nazionale tornata a trionfare in un Campionato del Mondo a 44 anni di distanza dal successo di Parigi 1938 al termine di una fantastica cavalcata che ha visto gli Azzurri sconfiggere, una dopo l’altra, Argentina, Brasile, Polonia e Germania Ovest, miglior “biglietto da visita” per un prossimo Campionato di Serie A che si presenta avvincente come non mai.

Questo, in particolare poiché, dopo la riapertura delle frontiere avvenuta nel 1980 consentendo ai soli Club della Massima Divisione la possibilità di tesserare un giocatore proveniente dall’estero, la FIGC aveva allargato tale disponibilità a due calciatori per squadra, con le grandi a cercare di attrezzarsi al meglio.

Ed, altresì, venire a giocare nel Campionato della Nazione Campione del Mondo è un’ulteriore attrattiva per molti Campioni, specie sudamericani, non fosse che per il desiderio di riscattare l’amarezza dell’eliminazione subita in Spagna, ed una delle prime a comporre un’ottima coppia è la Fiorentina, beffata sul filo di lana dalla Juventus la stagione precedente, e che all’argentino Ricardo Bertoni affianca il connazionale, nonché Capitano della “Albiceleste”, Daniel Alberto Passarella.

Stesso discorso per il Napoli, che si rinforza in attacco prelevando dal River Plate, stesso Club di provenienza di Passarella, il centravanti Ramon Diaz, mentre Roma ed Inter effettuano un’operazione di mercato che si rivela determinante per le sorti delle rispettive Società.

I nerazzurri, difatti, si gettano sul tedesco Hansi Muller, reduce dalla Finale persa contro gli azzurri, creando una difficile coabitazione a centrocampo con Beccalossi e liberando l’austriaco Herbert Prohaska che si accasa alla Roma fornendo quel contributo di concretezza e linearità ad un centrocampo che già può contare sull’estro di Bruno Conti e Falcao, con la speranza altresì del pieno recupero da parte di Ancelotti dall’infortunio che ne aveva condizionato il precedente Torneo.

Chi sogna, ovviamente, sono i tifosi della Juventus, da due anni Campione d’Italia e che, con sei undicesimi (più Bettega …) della Nazionale Campione del Mondo nel proprio organico, si appresta a dare anche l’ennesimo assalto alla Coppa dei Campioni, avendo irrobustito l’attacco con il polacco Zbigniew Boniek, mentre, all’insaputa di Boniperti, l’Avvocato Agnelli aveva personalmente portato a termine l’acquisto del fuoriclasse francese Michel Platini, costringendo il Presidente a dover, suo malgrado, comunicare all’irlandese Liam Brady, protagonista nella conquista degli ultimi due Scudetti, la cessione alla neopromossa Sampdoria del Presidente Mantovani, dove va a fare coppia con un altro fuoriclasse, ma purtroppo per lui, già provato nel fisico dai massacranti Tornei d’oltremanica, vale a dire il centravanti inglese Trevor Francis …

L’aver nominato la formazione blucerchiata consente di aprire un capitolo sulle tre squadre salite dalla Serie B sia perché le altre due sono il Pisa del vulcanico Presidente Anconetani, che realizza il sogno sbandierato alla città della Torre Pendente allorché, nell’estate 1978, aveva assunto le redini della Società al tempo militante in Serie C1, e quel Verona che, sotto l’esperta guida di Osvaldo Bagnoli, sta iniziando a mettere le basi di quel “miracolo calcistico” che diverrà lo “storico” Scudetto ’85 e che tessera il talentuoso brasiliano Dirceu, proveniente da un’esperienza triennale in Spagna nelle file dell’Atletico Madrid, ma anche perché vanno a sostituire, oltre al Como, due “Nobili decadute” quali il Bologna ed il Milan che, come ebbe a dire con la sua consueta, sarcastica ironia l’Avvocato Beppino Prisco, era tornato nel Purgatorio Cadetto, “stavolta gratis dopo esserci precipitato pagando …!!”, con chiara allusione alla precedente retrocessione a tavolino dei rossoneri per il primo grande “Scandalo Scommesse” del nostro Calcio.

Pronti, via dunque, ed inizio col botto già alla prima giornata, disputatasi il 12 settembre 1982 – che bello, con tutte le partite che si disputano alla stessa ora …!! – in quanto Brady consuma la sua personale rivincita contro la Juventus Campione d’Italia sconfiggendola per 1-0 a Marassi grazie ad una rete di Ferroni a metà ripresa, mentre Inter e Roma vincono in trasferta, espugnando i campi di Verona e Cagliari, rispettivamente.

Sampdoria che, con Ulivieri in panchina, di aggiudica l’oscar di “Squadra del mese”, visto che all’exploit contro i bianconeri seguono il successo esterno per 2-1 a San Siro contro l’Inter (doppietta di Trevor Francis) ed una terza vittoria consecutiva contro la Roma, sconfitta di misura (0-1) a Marassi da una rete poco dopo la mezz’ora del suo non ancora 18enne “enfant prodige” Roberto Mancini, prelevato in estate dal retrocesso Bologna, mentre il Verona, dopo la sconfitta alla seconda giornata all’Olimpico, infligge alla Juventus il secondo stop, superandola per 2-1 al “Bentegodi”.

Sampdoria sola al comando a punteggio pieno ed Juventus terz’ultima a 2 punti, roba da non credere, soprattutto visto lo spessore delle squadre battute dai blucerchiati, che, come spesso accade in questi casi, inciampano nel confronto tra neopromosse, sconfitti 2-3 all’Arena Garibaldi (pur con la scusante dell’assenza di entrambi i suoi Campioni stranieri ..) da un Pisa in cui fa bella mostra di sé un semisconosciuto danese Klaus Berggreen, prelevato dal Lyngby ed autore di una doppietta.

Tutto da rifare, dunque, con Roma e Sampdoria ad allungare il passo nel turno successivo ed i giallorossi ad acuire la crisi del Napoli, espugnando 3-1 il San Paolo dopo che i partenopei erano reduci dal tracollo per 0-3 a Torino contro una Juventus che, dal canto suo, vince per 1-0 a Firenze (rete di Brio), ma ancora non sembra aver ingranato la giusta marcia.

Cosa che, al contrario, fa la terza “matricola terribile”, ovverossia il Verona che, dopo un franco successo interno per 3-0 sull’Avellino, infligge al Pisa la prima sconfitta stagionale alla sesta giornata violando l’Arena Garibaldi con una rete di Penzo al 65’, turno favorevole ai giallorossi che, liquidando di misura 1-0 il Cesena all’Olimpico, approfittano del tonfo blucerchiato (3-0, tripletta di uno scatenato Selvaggi …) a Torino contro i granata, unica squadra ancora imbattuta, mentre l’Inter perde una favorevole occasione facendosi rimontare negli ultimi 5’ a San Siro un vantaggio di due reti da parte del Napoli.

Ci si avvia alla metà del Girone di andata ed alla settima è in programma al Comunale di Torino il “big match” che caratterizza la prima metà degli anni ’80 della nostra Serie A, ovverossia la sfida tra Juventus e Roma che può rilanciare in Classifica i bianconeri, che difatti hanno la meglio, imponendosi 2-1 in rimonta dopo l’iniziale vantaggio giallorosso con Chierico, vanificato dalle reti in avvio di ripresa da parte di Platini (al suo secondo centro stagionale …) e di Scirea nello spazio di 7’, così consentendo al Verona di portarsi in vetta a pari merito con la Roma, grazie al comodo successo interno per 3-1 sul derelitto Catanzaro, che concluderà il Torneo in ultima, staccata posizione.

E mentre la Sampdoria inizia ad accusare alcune battute a vuoto che la allontanano dalle prime posizioni, resta il Verona di Bagnoli a fare da intruso nella lotta al vertice che vede impegnate Roma, Inter ed Juventus, con quest’ultima a far cadere l’imbattibilità del Torino nel “Derby della Molerisolto alla decima giornata da un acuto di Platini al 35’, giornata che vede acuirsi le crisi di Fiorentina, sconfitta 1-3 all’Olimpico con un Bruno Conti in vena di magie ed autore di una doppietta, e soprattutto Napoli, incapace di andare oltre lo 0-0 interno contro l’Ascoli e la cui sconfitta per 0-1 a Cagliari al turno successivo costa la panchina al tecnico Giacomini, rimpiazzato da Gennaro Rambone con Bruno Pesaola Direttore Tecnico, dopo che anche l’esperienza di Marchioro alla guida dell’Avellino era durata appena cinque giornate, sostituito da Veneranda.

Uno scialbo pareggio a reti inviolate a Catanzaro da parte della capolista Roma, cui fa eco il terzo scivolone stagionale della Juventus, sconfitta 0-2 ad Ascoli (doppietta di Novellino …), consente all’Inter, corsara ad Avellino, di presentarsi il 12 dicembre ’82 all’Olimpico per una “sfida chiave” nell’economia del Torneo, da cui esce però sconfitta in virtù di una magia di Falcao ed al raddoppio di Iorio a cui la rete nel finale di Altobelli serve solo per le statistiche, così che resta solo il sorprendente Verona a tallonare da vicino i giallorossi, visto l’andamento lento delle due “grandi”, che si dividono la posta (0-0) nello scontro diretto del terz’ultimo turno dell’andata, Girone che si conclude con la Roma capolista a quota 22 punti, seguita ad una lunghezza dagli scaligeri (che vantano in Penzo il Capocannoniere provvisorio a quota 9 reti …), mentre Inter ed Juventus hanno raccolto 19 e 18 punti rispettivamente, con i bianconeri ad interrogarsi sul nuovo acquisto Platini, andato sinora a segno appena 4 volte.

Situazione che non migliora, per il fuoriclasse transalpino, neppure nei primi quattro turni del ritorno, in cui la Juventus racimola altrettanti pareggi, al pari del Verona, così che la Roma, viceversa vittoriosa, in entrambi i casi per 1-0, all’Olimpico contro Cagliari (Falcao) e Sampdoria (Iorio) ed imbattuta nello scontro diretto del 23 gennaio ’83 al “Bentegodi” (botta e risposta in 2’ tra Iorio e Penzo prima della mezz’ora …), si ritrova alla 19.ma giornata con tre punti di vantaggio sui veneti, quattro sull’Inter ed addirittura sei sui Campioni in carica della Juventus.

Un distacco che si dilata nel turno successivo, dove alla larga vittoria all’Olimpico sul Napoli (impietoso 5-2 dopo che Diaz in avvio aveva portato in vantaggio i partenopei …) fanno riscontro la pesante sconfitta del Verona ad Avellino – che restituisce alla squadra di Bagnoli lo 0-3 patito all’andata – ed il tracollo interno dell’Inter, superata 3-1 a San Siro da un pimpante Torino dell’ex tecnico Bersellini.

Chi dà segno di risveglio è, viceversa, la Juventus, che fa bottino pieno nelle due gare casalinghe contro Fiorentina (3-0) ed Udinese (4-0, con Platini a ritrovare la gioia del goal siglando una doppietta dopo ben 10 turni di astinenza …!!), miglior viatico in vista dell’ultima chance di confermarsi Campione che il calendario le offre, vale a dire lo scontro diretto in programma all’Olimpico il 6 marzo 1983 al quale si presenta con 5 punti di ritardo (26 a 31) in Classifica rispetto ai giallorossi.

Appuntamento al quale, però, le due formazioni si presentano dopo aver dovuto entrambe sostenere, al mercoledì precedenti, due test probanti alla ripresa delle Coppe Europee, con esiti diametralmente opposti, in quanto alla splendida esibizione dei bianconeri a Birmingham contro l’Aston Villa detentore della Coppa dei Campioni, sconfitto per 2-1 (di Paolo Rossi e Boniek le reti …), fa riscontro il flop interno dei giallorossi di fronte al Benfica, che si oppone con lo stesso punteggio all’Olimpico, circostanza che consiglia Liedholm ad operare alcuni cambi di formazione in vista della “sfida Scudetto”, lasciando fuori Maldera, Prohaska ed Iorio per far posto a Nappi, Righetti e Valigi.

Un’eventuale vittoria della squadra del tecnico svedese chiuderebbe virtualmente ogni discorso già ad otto giornate dal termine – anche perché il Verona ha esaurito le pile, sconfitto 1-2 dal fanalino di coda Catanzaro che aveva, a fine andata, avvicendato il tecnico Bruno Pace con Saverio Leotta, terzo ed ultimo cambio di panchina stagionale – e quando, poco dopo l’ora di gioco Falcao porta in vantaggio i giallorossi con una precisa deviazione di testa su punizione di Bruno Conti, 1-0 ed Olimpico, riempito sino all’inverosimile, in delirio …

Roma che ha una ghiotta occasione per il raddoppio con Iorio, smarcato a pochi passi da Zoff da un assist di Ancelotti, per poi rinchiudersi a difesa del vantaggio, dando così alla Juventus la possibilità di riorganizzarsi ed, allorché a 7’ dal termine, Platini piazza nell’angolo alto della porta di un immobile Tancredi una delle sue meravigliose traiettorie disegnate su punizione, ecco che il gelo cala sullo stadio, quasi a presagire quello che diviene l’esito finale, ovverossia la rete del sorpasso messa a segno dall’avanzato stopper Brio che raccoglie di testa sotto misura un calibrato cross da destra del ritrovato Platini.

Tutto da rifare, dunque, ed il crocevia della strada verso lo Scudetto vede il Calendario proporre le consuete sfide incrociate con formazioni in lotta per non retrocedere, con “campo base” Pisa, dove il tecnico Vinicio sta cercando di condurre i nerazzurri alla loro prima “storica” salvezza in Serie A ed è chiamato ad ospitare, nell’arco di una settimana, prima la Roma e quindi i bianconeri.

La settimana più difficile della stagione giallorossa, con Liedholm costretto anche a fare a mano per due settimane del suo bomber Pruzzo, uscito malconcio dalla sfida contro la Juventus, viene gestita al meglio dal tecnico svedese invitando i suoi giocatori alla calma ed a non farsi prendere dal panico – cosa che potrebbe anche non essere da trascurare, visti anche gli esiti dei confronti diretti, in entrambi i quali si sono fatti rimontare dopo essere passati in vantaggio – potendo comunque pur sempre vantare tre punti di vantaggio e facendo affidamento sul suo leader sul terreno di gioco, vale a dire quel Falcao che non si tira indietro andando a sbloccare le sorti dell’incontro dopo meno di un quarto d’oro di gioco, schiacciando perentoriamente di testa in rete un preciso cross da destra dell’ex nerazzurro Chierico.

Il raddoppio su punizione di Di Barrolomei allo scoccare dell’ora di gioco e la rete della bandiera di Berggreen per il 2-1 finale certificano la ritrovata fiducia nel clan giallorosso, che ottiene un prezioso favore proprio dai nerazzurri toscani che, a sette giorni di distanza, bloccano sullo 0-0 di partenza – unica gara in cui Platini non va a segno nelle ultime 10 giornate di campionato– una Juventus reduce dal franco successo per 3-1 al Comunale nel ritorno di Coppa contro gli inglesi, così che l’identico risultato strappato all’Olimpico da un’Udinese piacevole rivelazione della stagione fa sì che il distacco in vetta resti invariato a sei turni dal termine del Torneo.

Con il solo Scudetto a cui pensare – essendo nel frattempo uscita dalla Coppa Uefa – la Roma vede il traguardo molto più vicino al termine di un’incredibile 25.ma giornata in cui entrambe le duellanti sono attese da impegni ostici, con la capolista impegnata sul campo di una Fiorentina in netta ripresa ed i bianconeri alle prese con il derby contro i “cugini” granata.

Con Pruzzo a rispondere al vantaggio viola con Massaro nel primo tempo, il rigore trasformato poco dopo l’ora di gioco da Prohaska sembra sufficiente a tenere a bada una Juventus che, nel frattempo, si porta sul 2-0 al 20’ della ripresa grazie a Platini dopo la rete di Rossi in apertura, prima che a Torino si registri il finimondo, con i granata a ribaltare il risultato nell’arco di soli 5’ (Dossena al 70’, Bonesso al 72’ e Torrisi al 75’) per un 3-2 conclusivo di cui la Roma non approfitta appieno facendosi raggiungere sul 2-2 a Firenze.

Quattro punti da recuperare a cinque giornate dal termine, con in più la prospettiva di potersi giocare la Finale di Coppa dei Campioni sono argomenti più che sufficienti per convogliare le energie della squadra di Trapattoni verso l’obiettivo continentale, raggiunto grazie al successo interno per 2-0 del 6 aprile ed al pari per 2-2 si due settimane dopo sul campo dei polacchi del Widzew Lodz, mentre la Roma amministra il vantaggio superando indenne l’ultimo scoglio costituito dalla sfida con l’Inter a San Siro, terminata a reti bianche, così da mantenere 3 punti di vantaggio sui Campioni d’Italia a tre giornate dal termine.

Scudetto che la Roma si aggiudica senza saperlo, nel senso che al 2-0 in casa alla terz’ultima giornata fa riscontro il pari per 3-3 al Comunale nel “Derby d’Italia” tra bianconeri e nerazzurri, così che, a due turni dal termine la Classifica recita: Roma p.40 ed Juventus p.36, ma detta gara viene successivamente assegnata a tavolino per 2-0 all’Inter poiché il suo giocatore Marini era stato colpito da una pietra alla testa all’arrivo delle squadre allo stadio.

Poco male, comunque, e forse è anche meglio così, potendo i giocatori ed i tifosi festeggiare sul campo, grazie all’1-1 conseguito a Marassi contro il Genoa, con la rete del vantaggio che non poteva che essere realizzata da altri se non da Pruzzo, con Liedholm portato in trionfo a fine gara per il suo secondo capolavoro in quattro anni dopo lo “Scudetto della stella” rossonera nel 1979 e poter preparare la grande festa per la settimana successiva all’Olimpico, vittima sacrificale il Torino sconfitto 3-1 con ad andare a segno Pruzzo, Falcao e Bruno Conti, i tre grandi protagonisti di una stagione che riporta il titolo in casa giallorossa a 41 anni di distanza dall’impresa compiuta nel 1942 dalla Roma di Amedeo Amadei, prima dell’avvento del “Grande Torino”.

Un titolo indubbiamente meritato, costruito sulla regolarità e solidità di un impianto basato in difesa sulla vigoria atletica di un giovane Vierchowod in prestito dalla Sampdoria, l’esperienza del libero e Capitano Di Bartolomei, la sicurezza dell’estremo difensore Tancredi, per dar modo ad un centrocampo ben equilibrato nei singoli ruoli grazie al ritrovato Ancelotti, il metronomo Prohaska, il genio Falcao ed il fantasista Bruno Conti di orchestrare a proprio piacimento la manovra a beneficio del finalizzatore Pruzzo, ben coadiuvato, all’occorrenza, dai giovani Iorio e Chierico, senza dimenticare la poderosa spinta sulle fasce da parte degli esterni Nela e d Aldo Maldera.

E la Juventus …?? Costretta a recitare il “mea culpa” per i troppi punti persi in gare alla sua portata, dopo aver vinto entrambi i confronti diretti, non può certo suonare a consolazione la palma di Capocannoniere ottenuta da un Platini capace di andare 16 volte a segno (12 nel solo Girone di ritorno …), vista l’ennesima amarezza subita in Coppa dei Campioni, sconfitta per 0-1 in Finale dai tedeschi dell’Amburgo, per poi beffare la rivelazione Verona – quarta in Campionato con 35 punti, uno in più della Fiorentina – nella doppia Finale di Coppa Italia, con ancora Platini a siglare, al 119’ della gara di ritorno, la rete del 3-0 che ribaltava lo 0-2 dell’andata e consente al transalpino di completare la sua prima stagione in bianconero a quota 28 reti sulle 52 gare complessivamente disputate, passo decisivo per vedersi assegnare, a fine anno, il primo dei suoi tre “Palloni d’Oro” consecutivi.

Mentre, nella Capitale, reminiscenze storiche incoronano il fuoriclasse brasiliano Paulo Roberto Falcao come “Ottavo Re di Roma” …

Esagerazione, certo, ma non andatelo a dire ad un tifoso giallorosso …

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L’altro Carlo Mazzone

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RIVISTACONTRASTI.IT (Matteo Mancin) – Carlo Mazzone è un uomo che veleggia verso gli 83 anni. Un allenatore che può vantare più di mille panchine ufficiali e un numero record per quello che riguarda la Serie A. Nonostante sia rimasto ai margini delle grandi piazze, e delle conseguenti vittorie, dove è passato ha lasciato il segno. Il motivo è semplice, quanto terribilmente crudele. La figura di Carlo Mazzone come allenatore è stata assassinata dalla retorica.  Non si parla mai di un mister che nonostante la mancanza di attitudine tattica è riuscito in qualche impresa mirabile, come detenere il record di punti in una sola stagione di Serie B con l’Ascoli o qualificare il piccolo Cagliari per la Coppa UEFA nel 1993. Numeri finiti nel dL0imenticatoio. Mazzone è e sarà sempre intrappolato nel personaggio di sor Carletto, l’allenatore del popolo, quello semplice, che alle alchimie tattiche preferisce gestire i suoi uomini, e che viene amato dai suoi tifosi quasi a prescindere dai risultati, per via di quella sua veracità tutta romana che conquista ed inganna allo stesso tempo.

[…] Un mister concreto, per come mette la squadra in campo e per come riesce a gestire il gruppo di calciatori a disposizione. Il pragmatismo di ferro, eccessivo ed ostentato, è la sua cifra stilistica. Alla continua ricerca di un calcio semplice, dove non servono strane formule per emergere. […] Quando nella sua favola bresciana, il presidentissimo Corioni gli regala Baggio, sor Carletto ha il merito di capire che quello è un giocatore speciale, e che deve ricevere un trattamento speciale. […] Affida le sorti della squadra ai piedi fatati di Baggio, già diventato una sorta di Papa pallonaro. Questa ricerca ossessiva del buon senso in campo è il pregio e al contempo il maggiore limite di Carlo Mazzone. Infatti quando servirebbe un guizzo, un’idea geniale da mettere sul rettangolo verde per scardinare la gara e invertire il piano inclinato della partita manca sempre il famoso centesimo per completare la lira. Non esistono contromisure in corsa, non esiste (ancora) la fisima tattica: in campo vincono i più bravi e basta.

[…] Il passaggio da allenatore di provincia a venerabile santino di un calcio nostalgico ha una linea di demarcazione ben precisa. Parliamo naturalmente dell’episodio più conosciuto, quello della corsa sotto la curva atalantina durante un derby tra i nerazzurri e il suo Brescia nel settembre del 2001.

Si tratta di un episodio che rappresenta plasticamente quello che è l’atteggiamento dell’opinione pubblica nei confronti di Mazzone, e segna per il mister romano il definitivo distacco da professionista della panchina, per entrare nella galassia delle icone pop di un’epoca, svuotando praticamente di contenuto un’intera carriera

[…] Ridurre la figura di Carletto Mazzone ad una paonazza corsa sotto la curva è però ingeneroso: come allenatore si è potuto togliere qualche soddisfazione sparsa. Se fosse un ciclista si direbbe che ha vinto qualche tappa, senza mai però avvicinarsi al trionfo completo.

Come quando il suo Perugia annega le speranze di scudetto della Juve nella celebre piscina del Renato Curi, consegnando di fatto il tricolore alla Lazio di Cragnotti. Mazzone, fedele alla sua immagine di uomo verace e con la battuta pronta, in sala stampa dirà come prima cosa che ci voleva un romanista per far vincere lo scudetto alla Lazio. Battuta fulminante e francamente riuscita, che descrive appieno il personaggio. […]

[…] Guardiola, che è stato suo giocatore nella miglior edizione della storia del Brescia, lo invita alle finali di Champions, lo omaggia appena possibile. Non si azzarda a dire che deve molto del suo calcio a quello che gli ha insegnato Mazzone. Lo chiama “maestro” più per rispetto che per reale convinzione tecnica. Sembra quasi che questo sperticato apprezzamento lo renda più umano, e lo aiuti a sfumare la naturale antipatia che le vittorie attirano. Le sue squadre infatti sono l’esatto contrario della filosofia di gioco di sor Carletto, che di certo non ha mai lanciato i suoi terzini in ardite scorribande offensive, al contrario. Accade così per Amedeo Carboni ai tempi della Roma: “‘ndo cazzo vai”, gli grida Mazzone, quando lo vede intento all’avanzata.

Fuori dallo spettacolo del gioco, fuori da ogni motivazione tecnica, la gente ama Mazzone proprio per questa natura verace. […]

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Roberto Baggio, storia di un trasferimento shock

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METROPOLITANMAGAZINE.IT (Andrea Mari) – […] Questa rivalità sportiva è nata negli anni ’80 ma il trasferimento di un singolo calciatore ha decretato lo strappo definitivo tra le due tifoserie: parliamo dell’addio alla maglia viola di Roberto Baggio, ceduto dai fiorentini ai piemontesi dei potenti Agnelli.

In quel di Firenze, il 18 maggio è marchiato da un bollino nero. Giorno nefasto e foriero di brutte notizie. il diciottesimo giorno del quinto mese in calendario del 1990, Roberto Baggio si trasferì dalla Fiorentina alla Juventus sancendo la contrapposizione definitiva tra tifosi viola e bianconeri. Fu la trattativa che riscrisse le regole del gioco: il “Divin Codino” abbandonò l’ombra di Palazzo della Signoria approdando sotto la Mole per 25 miliardi di lire, cifra astronomica per l’epoca.

[…] I tifosi della Fiorentina, increduli ed arrabbiati, misero a ferro e fuoco le strade di Firenze. Si registrarono ingenti danni e ci furono numerosi scontri tra la polizia ed i supporters della Viola.

Fu un vero e proprio moto rivoluzionario che coinvolse tutto il popolo fiorentino che scese in piazza per manifestare il suo dissenso. Un fiume in piena color viola che non risparmiò nessuno: un pezzo di cuore era stato asportato dall’organismo della Fiorentina e donato, su un vassoio d’argento, agli odiati rivali della Juventus. Troppo per un tifo passionale come quello toscano.

[…] In quegli anni, Juventus Fiorentina si contesero lo scettro della Serie A incontrandosi, spesso e volentieri, nelle competizioni europee.

Nel 1982, i bianconeri vinsero lo scudetto battendo nel rush finale proprio la compagine viola. Una sola lunghezza separò, alla fine del torneo, le due formazioni. Da quel momento, fu odio. La frustrazione della Fiorentina si infuocò nuovamente nel 1990: la “Vecchia Signora” vinse la Coppa Uefa ai danni della Viola in un doppio confronto che generò diverse polemiche. Nell’occhio del ciclone terminò l’arbitraggio, considerato troppo di parte dai toscani.

La goccia che fece traboccare il vaso cadde pochi giorni dopo la delusione europea: Caliendo, procuratore di Roberto Baggio, annunciò il passaggio del “Divin Codino” alla corte di Agnelli. Fu il caos.

Guerra civile. Per un calciatore, per il simbolo dell’amore verso la fede calcistica. In mezzo, la città di Firenze. Si registrarono diversi danni e numerosi scontri tra tifosi e polizia. Il popolo viola chiese, a gran voce, la testa del presidente Pontello mentre assaltava, con ferocia e rancore, la sede della Fiorentina. Non insorsero dei facinorosi, bensì dei cittadini follemente innamorati della propria squadra e di quel numero dieci che disegnava calcio e magia in campo.

Intanto, Roberto Baggio si rifiutò di indossare la sciarpa della Juventus durante la conferenza stampa di presentazione, in segno di rispetto verso i suoi ex tifosi. Non bastò questo nobile gesto a placare il rancore: il neo juventino, che aveva risposto alla chiamata della Nazionale, ricevette sputi, insulti e minacce a Coverciano. Tornò a Firenze il 7 aprile del 1991, quasi un anno dopo dall’ultima volta. Con addosso il marchio dell’infamia: la maglietta degli acerrimi rivali piemontesi.

L’accoglienza non fu delle migliori e la situazione rischiò di degenerare quando venne assegnato un calcio di rigore alla Juventus: il rigorista bianconero era proprio l’ex di turno. Roberto Baggio si rifiutò di calciarlo perché Mareggini, suo vecchio compagno alla Fiorentina, lo conosceva troppo bene. Una nobile scusa per non accoltellare nuovamente i suoi antichi tifosi.

Al momento della sostituzione, il fuoriclasse della Juventus salutò tutto il pubblico di Firenze e prese in mano una sciarpa della Fiorentina arrivata dagli spalti. Il “Franchi” si spaccò in due correnti: i traditi fischiarono ed insultarono mentre gli innamorati applaudirono con le lacrime agli occhi.

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Chiarugi, Lulù e quel ricordo senza fine

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L’ARENA.IT (Gianluca Tavellin) – […] Luciano Chiarugi l’eroe della Coppa delle Coppe vinta dal Milan quattro giorni prima della Fatal Verona, ricorda così quel 20 maggio 1973. […] “Ho letto che Zigoni disse che vedendo lo stadio tutto rossonero si innervosì a tal punto da trascinare la squadra al successo. Ognuno disse la sua. La verità è che Bigon e Rivera sbagliarono subito due occasioni, Pizzaballa e il giovane Bergamaschi furono protagonisti e poi dopo il gol di Sirena ci furono anche delle autoreti, via doveva andare così». […] “. Niente da fare a me brucia ancora e con me anche altri rossoneri dell’epoca. Era lo scudetto della stella, avrebbe portato benefici a tutti. Ricordo che Nereo Rocco negli spogliatoi sul 3 a 1 per loro ci disse: “Ragazzi ma che vi succede?“. Una cosa inusuale per lui che aveva sempre la battuta pronta e sapeva motivarci. Mi crede, non l’ho capito neppure oggi» […] «Garonzi, il loro presidente, aveva una concessionaria della Fiat, ma non voglio insinuare nulla. Però qualche chiacchiera uscì, visto che il torneo lo vinse la Juve. La verità è che eravamo pronti ma anche ad inizio secondo tempo, quando provavamo a far gol, loro ne facevano un altro. Vi ricordo che il Milan ne fece tre, non eravamo cotti. Ricordo che alla fine non dicemmo nulla. In molti piansero. […]

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